Intervista a Sharaf Barghouti: “Mio padre è l’uomo della pace, uniamoci per liberarlo”InfoPal. Intervista di Alessandro Barbieri.
Venerdì scorso avete ricevuto una telefonata – da un numero israeliano – di un
presunto ex detenuto che vi avvertiva di una nuova grave aggressione a Marwan
Barghouti. Lunedì il vostro avvocato lo ha visitato, come lo ha trovato?
“Innanzitutto voglio ringraziare InfoPal.it, visto che più di un giornale
italiano voleva pubblicare una mia intervista, ma mi hanno censurato quando
hanno visto le mie risposte. Dopo la visita in carcere, il nostro avvocato ci ha
riferito che stava bene e sembrava di buon umore, forte nel corpo e nella mente,
anche se molto magro. La segnalazione di percosse, ricevuta da un numero
israeliano, erano false, poiché l’ultima volta che è stato picchiato è stato tre
mesi fa, il 15/9/2025, durante un trasferimento punitivo tra le prigioni di
Ramon e Megiddo da parte della divisione Nachshon. In quell’occasione, gli sono
state rotte quattro o cinque costole e ancora oggi soffre di dolori alle
costole. Durante l’aggressione ha perso conoscenza, ma quando è arrivato a
Megiddo ha ricevuto cure mediche e ora è fisicamente stabile. Non riceve cibo a
sufficienza, poiché l’amministrazione carceraria non fornisce il cibo che
dichiara di fornire. L’avvocato ci ha detto che pensa continuamente alla sua
famiglia, che è con lui ogni ora del giorno, compresi i nipoti che non ha mai
conosciuto. La persona al telefono ci aveva detto che mio padre aveva subito un
nuovo brutale attacco da parte delle guardie carcerarie israeliane, in cui
avrebbe perso dei denti, riportato delle fratture alle costole, subito un taglio
a un orecchio e perso conoscenza. Ovviamente questa telefonata ci ha allarmati e
abbiamo subito chiesto ai nostri avvocati di verficarne la veridicità. Hanno
provato a richiamare più volte quel numero, senza alcuna risposta. Ora è stato
chiaramente dimostrato che tali informazioni sono false, diffuse da Israele per
spaventarci. Fa parte, come ha detto l’associazione dei prigionieri palestinesi,
di una guerra psicologica e di un terrorismo sistematico. In totale ha subito
cinque pestaggi dal 2023, di cui l’ultimo, il più violento, a settembre. Poche
settimane prima il ministro della Sicurezza israeliano Ben Gvir aveva postato un
video sui social in cui era andato a sfidarlo nella sua cella. È stata la prima
volta che lo abbiamo visto dopo il 7 ottobre. È apparso dimagrito e affaticato.
L’amministrazione penitenziaria insiste su mio padre perché sanno che è un
simbolo. Sanno che rompendo il suo morale, rompono il morale di tutti i
prigionieri palestinesi. Per questo dobbiamo unirci per chiedere ad alta voce la
sua liberazione. Voglio aggiungere che condanniamo nel modo più fermo
l’attentato di Sydney ed esprimiamo la nostra solidarietà alle famiglie delle
vittime. In molti vogliono riportarci nel medioevo, con guerre di religione
utilizzate per giustificare interessi ben più concreti. Quella che sogna mio
padre é una Palestina in cui, come hanno fatto per secoli, ebrei, musulmani e
cristiani possano vivere accanto come fratelli”.
Il 29 novembre da Londra è stata rilanciata la campagna internazionale Free
Marwan, free Palestine. Perché è diventata così urgente e qual è la vostra
strategia?
“Durante le negoziazioni sul cessate il fuoco a Gaza, nel settembre scorso, mio
padre era il primo della lista dei prigionieri palestinesi da liberare in cambio
dei ostaggi israeliani. Poi, il giorno prima dell’annuncio sull’accordo del
presidente Trump, il suo nome è stato cancellato dalla delegazione israeliana,
rischiando di far saltare tutto il piano. È evidente che per il governo
Netanyahu è troppo rischioso liberarlo, perché è l’unico in grado di federare le
diverse fazioni palestinesi. Gli israeliani preferiscono tenerci divisi per
continuare il genocidio a Gaza e la colonizzazione nella Cisgiordania occupata.
Ho letto in qualche giornale che il suo nome sarebbe stato cancellato dalla
lista su richiesta di Abu Mazen, il presidente dell’Autorità palestinese, per
paura che possa intaccare il suo potere. Niente di più falso, Abu Mazen non
decide assolutamente nulla. Il suo è un governo fantoccio nella mani degli
israeliani, di natura clientelare e delegittimato da 18 anni di assenza di
elezioni. Le giovani generazioni, e non solo, lo hanno capito e chiedono un
cambiamento. Per questo abbiamo deciso di rilanciare la battaglia per la sua
liberazione, che portiamo avanti da quando è stato arrestato, 24 anni fa. In
Israele ci sono 10.600 prigionieri politici palestinesi, di cui 4.000 in
detenzione amministrativa, senza aver ricevuto alcun processo. Di questi solo
1.468 sono stati liberati al momento del cessate il fuoco. Noi vogliamo
combattere per tutti loro e Marwan è colui che rappresenta tutti i prigionieri
palestinesi. Così abbiamo deciso di utilizzare come modello la campagna di
liberazione per Nelson Mandela e di ripredende i suoi slogan. Come lo è stato
Nelson Mandela in Sud Africa, Marwan rappresenta la speranza per il futuro del
popolo palestinese e un’opportunità di pace per la regione. Se parliamo di
liberazione dei prigionieri senza la liberazione della Palestina, infatti, non
ha alcun senso. Perciò voglio ringraziare tutti quelli che hanno manifestato
nelle capitali europee il 29 novembre, in molti con la foto di mio padre tra le
mani. Specialmente ora che il parlamento israeliano ha approvato in prima
lettura, il 10 novembre, un disegno di legge che mira ad instaurare la pena di
morte per i palestinesi accusati di aver ucciso degli israeliani. Una misura che
presenta diverse violazioni del diritto internazionale e che minaccia
specialmente i prigionieri politici”.
Nello specifico, quali sono le azioni che state intraprendendo? Avete preso
contatto con dei governi?
“La campagna si articola su due assi: uno popolare, coinvolgendo la società
civile, e uno istituzionale, che deve rivolgersi ai governi e alle
organizzazioni internazionali. Mia madre ha inviato una lettera al presidente
Trump, con lo scopo di chiedergli di impegnarsi nella liberazione di Marwan per
una pace duratura nella regione. Molti organismi internazionali si stanno
muovendo in modo favorevole. L’Onu ha condannato il comportamento di Ben Gvir,
denunciando un atteggiamento inaccettabile che lede i diritti dei prigionieri
politici. Il presidente del Congresso Ebraico Mondiale, Ronald Lauder, aveva
proposto di recarsi in Egitto, durante i negoziati, per sostenere la sua
liberazione. La commissaria europea per l’aiuto umanitario e la gestione delle
crisi, Hadja Lahbib, ha dichiarato di vedere in Marwan Barghouti “il Nelson
Mandela palestinese”. Oltre 200 celebrità del mondo della cultura e dello sport
hanno chiesto in una lettera aperta il rilascio di Marwan, da Sally Rooney a
Margaret Atwood, così come Sting e Eric Cantona. ‘Esprimiamo la nostra profonda
preoccupazione per la detenzione continuativa di Marwan Barghouti, per i
maltrattamenti subiti e per la negazione dei suoi diritti legali in carcere’,
hanno scritto, invitando ‘le Nazioni Unite e i governi di tutto il mondo ad
adoperarsi attivamente’ per la sua liberazione. Martedì 16 dicembre, da Gedda,
in Arabia Saudita, in una dichiarazione congiunta l’Organizzazione della
cooperazione islamica, la Lega degli Stati arabi e la Commissione dell’Unione
africana hanno condannato le gravi violazioni dei diritti dei prigionieri
palestinesi e richiesto il rilascio immediato di Marwan Barghouti e di tutti i
prigionieri politici dalle carceri israeliane”.
In Italia come è stata accolta la campagna?
“Molto bene, sarò in Italia a gennaio. Il 12 a Napoli, il 13 a Roma e il 16 a
Milano. Ringrazio sin d’ora Assopace Palestina e tutti coloro che si stanno
adoperando per la campagna. È nato da poco il Comitato italiano per la
liberazione di Marwan Barghouti, con molte associazioni tra cui l’ANPI. La
solidarietà del popolo italiano nei nostri confronti è stata straordinaria e
resta fondamentale nella battaglia per la libertà e la giustizia di tutti i
prigionieri palestinesi”.
(Foto:
https://www.anpi.it/nasce-il-comitato-la-liberazione-di-marwan-barghouti-lanpi-e-tra-i-componenti)