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Femminicidi: riconoscere il rischio e costruire prevenzione dalla scuola
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, di fronte alla drammatica sequenza di donne uccise che ha segnato gli ultimi giorni, ritiene necessario richiamare l’attenzione sulla capacità del sistema di prevenzione di riconoscere tempestivamente le situazioni di pericolo e, parallelamente, sulla responsabilità educativa della scuola nella costruzione di una cultura delle relazioni fondata sul rispetto, sull’autonomia e sulla reciprocità. I nomi di Dafne Rebaudo, Ornella Forastefano, Luigia Fortunato, Joanna Rouissi, Tania Sperindio, Tania Terrin e Daniela Florea, riportati dalla stampa nelle cronache di questi giorni, restituiscono immediatamente una dimensione che nessuna statistica può rappresentare pienamente. Sono donne con storie, età, famiglie e percorsi differenti. Accostare i loro nomi non significa sovrapporre vicende che presentano caratteristiche proprie, né anticipare valutazioni giudiziarie ancora affidate agli accertamenti delle autorità competenti. Significa, piuttosto, sottrarre la discussione al rischio dell’assuefazione e ricordare che dietro ogni dato esiste una vita interrotta e una comunità colpita. La particolare concentrazione temporale di queste morti assume un significato ancora più forte se posta accanto ai dati relativi al primo semestre del 2026. Le rilevazioni diffuse dal Viminale avevano infatti registrato una diminuzione degli omicidi volontari e una significativa riduzione delle donne vittime considerate nelle statistiche relative agli omicidi e al femminicidio. Nello stesso periodo risultavano in aumento gli ammonimenti del questore, con una crescita particolarmente rilevante di quelli connessi alla violenza domestica. Non vi è necessariamente una contraddizione tra questi dati e quanto accaduto nelle ultime settimane. Vi è piuttosto un’indicazione che dovrebbe orientare la riflessione pubblica: un miglioramento statistico può testimoniare l’efficacia di strumenti e interventi messi in campo, ma non può mai coincidere con una diminuzione dell’attenzione. Ogni situazione di violenza conserva infatti caratteristiche proprie e richiede che il rischio venga valutato sulla base della storia concreta della persona e del contesto nel quale si manifesta. In questo senso, la vicenda di Tania Terrin, sulla quale le cronache hanno riferito l’esistenza di una precedente denuncia e di provvedimenti adottati nei confronti dell’uomo poi indicato come autore dell’omicidio, pone con particolare forza il problema della valutazione del rischio. Quando nella storia di una relazione emergono precedenti episodi di violenza, minacce, comportamenti persecutori o reiterate forme di controllo, la capacità di leggere tali elementi all’interno di un quadro complessivo diventa parte essenziale della protezione. È su questo punto che il CNDDU ritiene necessario sviluppare una riflessione costruttiva. La presenza di norme e strumenti di tutela costituisce una condizione imprescindibile, ma la loro efficacia dipende anche dalla tempestività con cui le informazioni vengono interpretate e dalla capacità delle diverse istituzioni coinvolte di comunicare e operare in modo coordinato. La prevenzione non può ridursi all’esistenza formale di una misura; deve tradursi nella possibilità concreta di individuare l’evoluzione del pericolo e di intervenire in maniera adeguata alla sua gravità. La sequenza delle ultime settimane invita però a guardare anche a un tempo precedente rispetto a quello dell’intervento istituzionale. Prima della denuncia, prima dell’attivazione di una misura di protezione e molto prima dell’esito estremo della violenza esiste infatti una dimensione culturale nella quale si formano le idee sull’affettività, sulla libertà dell’altro, sul consenso, sulla gelosia, sul rifiuto e sulla conclusione di una relazione. È in questo spazio che la scuola può assumere una funzione socioeducativa particolarmente significativa. I dati disponibili sulle nuove generazioni mostrano quanto questo terreno meriti attenzione. Le rilevazioni Istat sugli adolescenti hanno evidenziato la persistenza di stereotipi nelle rappresentazioni delle relazioni tra ragazze e ragazzi e, in particolare, una presenza ancora significativa dell’idea che la gelosia possa essere interpretata come espressione dell’amore. Non si tratta di stabilire un rapporto automatico tra convinzioni adolescenziali e futura violenza, operazione che sarebbe impropria e priva di valore educativo. Si tratta invece di comprendere che alcuni modelli culturali vengono acquisiti molto presto e che proprio per questo la scuola dispone di uno spazio prezioso nel quale renderli oggetto di confronto e consapevolezza. Nell’esperienza quotidiana degli adolescenti il confine tra vicinanza affettiva e controllo può inoltre diventare meno riconoscibile attraverso gli strumenti digitali. La disponibilità permanente resa possibile dagli smartphone, la condivisione della posizione, l’accesso agli account personali o la pressione esercitata attraverso messaggi e social network possono introdurre nelle relazioni forme di controllo che rischiano di essere normalizzate. La scuola può aiutare gli studenti a leggere criticamente anche questi comportamenti, senza criminalizzare l’affettività giovanile, ma favorendo una maggiore consapevolezza del valore dell’autonomia personale. Per il CNDDU la prevenzione educativa deve quindi trovare continuità nel percorso scolastico e non essere confinata alle giornate commemorative o attivata soltanto in seguito ai fatti più gravi della cronaca. L’educazione civica può rappresentare uno spazio significativo nel quale accompagnare ragazze e ragazzi nella comprensione del consenso, del rispetto dei confini personali, della responsabilità nelle relazioni e della capacità di affrontare il conflitto e la separazione senza trasformarli in sopraffazione. In questo percorso assume rilievo anche la formazione del personale scolastico. La scuola non può essere chiamata a sostituirsi alle autorità competenti né agli operatori specializzati nella valutazione del rischio, ma deve poter riconoscere una situazione di disagio, accogliere correttamente una richiesta di aiuto e conoscere la rete territoriale alla quale indirizzarla. La qualità dell’ascolto può diventare parte della prevenzione quando consente a una difficoltà di emergere prima che l’isolamento la renda ancora più difficile da affrontare. I volti di Dafne, Ornella, Luigia, Joanna, Tania, Tania e Daniela, che in questi giorni accompagnano le cronache, non dovrebbero quindi restare soltanto immagini associate a una stagione particolarmente dolorosa. Dovrebbero interrogare anche il mondo dell’educazione sulla società che stiamo contribuendo a costruire e sui modelli relazionali che consegniamo alle generazioni più giovani. Il CNDDU ritiene che la risposta alla violenza contro le donne debba tenere insieme la protezione immediata di chi si trova in una condizione di pericolo e un lavoro educativo capace di incidere nel lungo periodo. Rendere più efficace la valutazione del rischio è indispensabile; altrettanto necessario è creare le condizioni culturali affinché controllo, possesso e limitazione dell’autonomia non vengano riconosciuti come componenti normali di una relazione. È qui che la scuola può offrire il proprio contributo più autentico: formare persone capaci di vivere l’affettività riconoscendo nell’altro una soggettività libera, di accettare il rifiuto e la conclusione di un rapporto senza trasformarli in una negazione della propria identità e di comprendere che nessuna relazione può attribuire un potere sulla vita e sulle scelte di un’altra persona. Di fronte alle donne uccise in questi giorni, il compito della comunità educante non può esaurirsi nel cordoglio. Deve tradursi in una responsabilità educativa quotidiana, capace di trasformare la memoria delle vittime in attenzione verso il presente e in formazione per il futuro. Prof. Romano Pesavento, Presidente CNDDU Redazione Italia
August 23, 2026
Pressenza
Cosa devono ancora fare le donne per restare a vive?
Il 13 luglio nelle Marche il femminicidio di Luigia Fortunato uccisa a coltellate dall’ex compagno. Questo femminicidio rimane uno spartiacque perché non viene riconosciuta la matrice dell’uccisione della donna tramutato in omicidio. Le dichiarazioni della ministra Roccella segnano un cambio di passo. “Cioè che caratterizza la fattispecie del femminicidio è la risposta affermativa a una domanda: a parità di situazione e di condizioni un uomo sarebbe stato ucciso?” In merito alla fattispecie di reato di femminicidio interviene la presidenza del centro antiviolenza di Ancona sulle dichiarazioni della ministra Roccella e del giudice che non ha riconosciuto il femminicidio. Le dichiarazioni del centro antiviolenza di Ancona: “Non dobbiamo però far passare il messaggio che se non c’è denuncia non ci sarà mai il femminicidio.” La legale della famiglia: “Grave vittimizzarla ancora” Luigia Fortunato non aveva attivato nessun percorso e l’ex compagno nessuna denuncia in merito a maltrattamenti eppure è stata uccisa. Uccisa da una decina di coltellate. Lei aveva interrotto la relazione con lui. Dovremo presupporre che Luigia Fortunato se la sia andata a cercare perché non ha svolto esattamente ciò che da sempre dicono alle donne? Nel femminicidio di Luigia Fortunato ci sono già i presupposti di come la comunicazione sulla violenza patriarcale è cambiata si rivittimizza la donna perché non è stata brava ed efficiente nell’Inter come se fosse un compitino da svolgere per essere riconosciuta da morta tra l’altro la buona vittima. Anche da morte uccise barbaramente hanno la colpa. Arriviamo a questa maledetta settimana 4 femminicidi in 4 giorni. Ultimi casi registrati Tania Terrin: 39 anni, uccisa dall’ex compagno nella notte di Ferragosto a Campognara (Venezia). Cosenza: Un’anziana è stata assassinata con colpi di pietre nelle campagne della zona. Roma: una donna di circa 50 anni è stata accoltellata in casa davanti a uno dei figli. Daniela Florea Joanna Rouissi e Ornella Florestefano. Dei quattro femminicidi solo una donna uccisa diventa il contenuto virale. La causa che ha scaturito l’attivazione rispetto alle altre è che Tania Terrin ha fatto esattamente tutto ciò che viene richiesto ad una donna vittima di violenza ha attivato tutti i canali a disposizione. Ha allertato tutti ma niente è stato fatto. La rabbia ha pervaso tutte. Alle donne si chiede sempre di eseguire perfettamente tutto ciò che devono fare ma non è mai abbastanza mentre sappiamo che l’85% degli uomini coinvolti nel reato di violenza di genere sono recidivi. La risposta è già tutta qui un sistema che assolve gli uomini e scarica sulle donne e le responsabilità della propria vita. Abbiamo introdotto leggi e inasprito le pene dettato ciò che si deve fare in maniera dettagliata. Abbiamo avuto braccialetti elettronici che non funzionano perché non hanno la copertura di rete vedi il femminicidio nelle Marche di Concetta Marruocco anche lei ha denunciato era stato in protezione in una casa di accoglienza per qualche mese e con il processo in corso nonostante le decine di denunce non è riuscita a restare viva, nonostante le operatrici antiviolenza avessero più volte avvisato le forze dell’ordine dell’alta pericolosità del soggetto. Il braccialetto elettronico ha dato l’allarme quando l’ex compagno era pochi metri da lei non lasciandole scampo. Il braccialetto elettronico funzionava ad intermittenza non è mai stato dato ascolto nonostante le segnalazioni. Cosa devono ancora fare le donne per restare a vive? Cosa ancora le dovete chiedere per essere ascoltate quali altri compiti le dovete addossare per poter vivere in pace e soprattutto vive? Non serve assolutamente a nulla dire che sono aumentate le denunce perché hanno capito cosa devono fare. Questa è rivittimizzazione le donne da sempre hanno denunciato la violenza dentro e fuori casa, sui luoghi di lavoro ovunque è solo da qualche decennio che abbiamo cambiato la comunicazione dandogli il nome giuridico. Non è responsabile la donna ma il sistema che protegge il potere maschile rimanendo integro come da sempre non è stato neanche minimamente spartito né intaccato. Riflessioni di Marte dalla sua pagina instagram https://www.instagram.com/marte_manca/ Share Post Share L'articolo Cosa devono ancora fare le donne per restare a vive? proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
Femminicidio: mercoledì 15 e giovedì 16 luglio le audizioni alla Camera dei Deputati
La Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere svolge le seguenti audizioni, che si terranno a Palazzo San Macuto di Roma, via del Seminario 76: – mercoledì 15 luglio, presso l’Aula del II piano, * ore 8:30 – Gaya Spolverato, professoressa associata di chirurgia presso il Dipartimento di scienze chirurgiche, oncologiche e gastroenterologiche e primaria di chirurgia generale dell’Azienda Ospedaliera dell’Università di Padova, nell’ambito del filone di inchiesta sul rapporto tra violenza di genere e salute; * ore 9 – Barbara Funari, assessora alle Politiche Sociali e alla Salute di Roma Capitale, nell’ambito del filone d’inchiesta sulla vittimizzazione secondaria. – giovedì 16 luglio, presso l’Aula del IV piano, * ore 08:30 – Antonella Bellutti, docente sportiva e già campionessa olimpica di ciclismo, nell’ambito del filone di inchiesta sulla violenza di genere nel mondo dello sport; * ore 9 : Tommasa Maio, medico di medicina generale e segretaria nazionale dell’Esecutivo Nazionale Continuità assistenziale della FIMMG (Federazione italiana medici di medicina generale), nell’ambito del filone di inchiesta sul rapporto tra violenza di genere e salute. Gli incontri vengono anche trasmessi in diretta webtv sul canale della Camera dei Deputati Redazione Italia
July 14, 2026
Pressenza
Viareggio: sab4 corteo per il femminicidio e l'omotranscidio di Camaiore
Il 24 giugno Piero Moriconi, 63 anni, ha ucciso a fucilate la moglie Kety e il figlio Mirko, con movente sessista e omotransfobico evidente, ne è però seguita una narrazione mediatica tossica, Ne parliamo con un compagno della Collettiva Santafroci3 che ha indetto per sabato prossimo un corteo a Viareggio di cui segui il comunicato: CI VOGLIAMO VIVX Per M. e per Katy Andreoni. SABATO 4 LUGLIO ORE 18.00, corteo a Viareggio.  Il terribile assassinio di stampo patriarcale di M. e Katy ci ha scosso terribilmente, ma come abbiamo già scritto il dolore è pari solo alla nostra rabbia e alla nostra furia. Rabbia perché ci troviamo di fronte all'ennesimo femminicidio e omotranscidio avvenuto fra le mura domestiche, per mano di un padre padrone. Furia perché la narrazione della vicenda da parte della stampa e di una parte di opinione pubblica ha voluto giustificare in qualche modo il marito e padre assassino. "Era un bonaccione", "è stato spinto al limite dai comportamenti e dallo stile di vita del figlio e dalla madre che lo proteggeva".  E queste ricostruzioni hanno trovato molto consenso dell'opinione pubblica. Non ci volevamo credere, ma sono molte le persone che sostengono l'assassino. Per noi, collettiva Santa Frociə, il movente è solo uno: la società patriarcale.  Non vogliamo solo commemorare le vittime, ma vogliamo far sentire la nostra rabbia. Vogliamo scendere per le strade e gridare che affermare che il femminicidio e l'omolesbobitransfobia non esistono non è libertà di espressione, ma è odio di stampo patriarcale.  E che di patriarcato si muore. Percorso: Piazza d'Azeglio - Viale Regina Margherita (passeggiata di Viareggio) - Piazza Maria Luisa.  No machi, no fasci, no molesto. SIAMO IL GRIDO ALTISSIMO E FEROCE DI DONNE TRANS* E FROCI3 CHE PIÙ NON HANNO VOCE
July 2, 2026
Radio Onda Rossa
Vannacci, nemico delle donne, persone queer e immigrate. Respingiamolo!
Dal 2023 allo scorso fine settimana, quando ha presentato il suo nuovo partito “Futuro Nazionale”, il Generale Roberto Vannacci ha guadagnato sempre più visibilità. Tra le sue posizioni più dibattute sin dall’inizio della sua carriera politica che lo hanno portato al Parlamento Europeo, ci sono quelle sulle donne e le […] L'articolo Vannacci, nemico delle donne, persone queer e immigrate. Respingiamolo! su Contropiano.
June 20, 2026
Contropiano
La luce è il buio. Emma Dante al San Ferdinando di Napoli
Il teatro come immersione nel buio della violenza domestica e nella dignità tragica dell’umano Emma Dante porta in scena un altro capolavoro, L’angelo del focolare, solo immediatamente focalizzato su un intreccio di violenza domestica che culmina con l’uccisione di una donna. La rappresentazione finale a Napoli ci sarà oggi, 14 dicembre, al San Ferdinando. Se ancora trovaste qualche posto disponibile, non perdete l’opportunità di vedere: “uno spettacolo di Teatro Teatro”, come ha commentato, con appassionata gravità, uno spettatore. Teatro al quadrato, è vero!, quello della regista siciliana, che apre il sipario facendo sostare il pubblico, per alcuni lunghi secondi, in un buio assoluto… quel nero teatrale sulla cruda verità della miseria umana, che è la firma inconfondibile di Emma Dante. Un inizio che ricorda un quadro di Caravaggio, La morte della Vergine, forse per la luce direzionata che si poserà gradualmente sul cadavere della protagonista, come una carezza di pietà venuta dall’alto. Mi colpisce la posa scomposta di quel corpo femminile nella resa impietosa alla morte, una posizione che solo Caravaggio osa dare anche alla Madonna, come fosse una qualunque altra donna. Ecco, i grandi artisti sanno convincere che esiste “l’universalità” degli aspetti umani profondi e che, dunque, una crescita etica parte dal potersi identificare l’uno nell’altro, anche quando si pensa che esista una differenza abissale tra le persone. Nel dramma in scena lo spettatore vedrà un loop di quotidianità familiare asfissiante, in cui la protagonista non può mai né vivere né morire. Costretta a rinascere ogni mattina dopo essere stata uccisa dal marito, dovrà ripetere sempre lo stesso copione, che la porterà sempre alla stessa morte. Ma è qui la grandezza della regìa, che sa infondere in chi guarda il senso tragico della vita: solo la messa in scena della complessità dei personaggi e dei loro intrecci potrà darci un margine di speranza. Il fato non si può cambiare, ma possiamo starci dentro con un’altra autoconsapevolezza e dignità. Nella scenografia minimalista di un interno domestico si alterneranno suocere e madri, uomini brutali e mentalmente impotenti, così come donne imbambolate e incapaci di tutelarsi; rabbia e amore, ingenuità e follia; donne con comportamenti pedanti e insopportabili e maschi dolci e refrattari alla virilità. Ignoranza. Ottusità. Un’inesorabile coazione a ripetere schemi disfunzionali di relazione familiare, in cui l’atto finale e imperdonabile dell’uccisione è il precipitato di un groviglio di patologia. Per fortuna, almeno in questa realizzazione teatrale, non c’è posto per binomi semplicistici sull’omicidio di una donna. Se non si parte da questa etica di sapersi dire verità coraggiose quanto complesse, nessuna legge civile o educazione sentimentale impartita a scuola potranno mai aiutare a non far morire la nostra umanità… che viene prima e va oltre ogni differenza di genere sessuale. Redazione Napoli
December 14, 2025
Pressenza
Il posto vuoto che ci riguarda tutti: memoria, responsabilità e impegno contro la violenza sulle donne
Ogni femminicidio lascia un vuoto. Non solo negli affetti, ma nello spazio pubblico, nella coscienza collettiva, nella società che osserva, commenta, si indigna, ma poi spesso dimentica. Per provare a contrastare questa rimozione, la sezione ANPI collinare Aedo Violante porta avanti da tempo l’iniziativa Il Posto Occupato: una sedia lasciata vuota, presente in ogni assemblea, manifestazione o incontro pubblico. È il posto che sarebbe spettato a una donna che non può più sedere accanto a noi, perché uccisa da un uomo, spesso il marito, il fidanzato, un familiare o un conoscente. Quel posto vuoto non è un semplice simbolo, ma un atto di responsabilità. Ricorda che ogni donna aveva una vita, dei progetti, dei sogni, e che la sua assenza pesa. Secondo i dati più recenti del Ministero dell’Interno, nel 2024 in Italia sono state uccise oltre cento donne. Nella grande maggioranza dei casi l’autore è un uomo conosciuto. La violenza non è destino e non è fatalità. È un sistema che continua a trovare spazio, linguaggi, giustificazioni e silenzi. Quest’anno, nell’ambito della rassegna Memoria Attiva, l’ANPI insieme all’associazione IoCiSto ha scelto di accompagnare il gesto del Posto Occupato con un momento di approfondimento e testimonianza, presentando il libro di Lella Palladino Non è un destino. L’autrice, da anni impegnata nella costruzione e nel rafforzamento dei Centri Antiviolenza in Campania, ha condiviso storie che attraversano paura, dolore, ma anche ricostruzione e libertà. Racconti che dimostrano quanto sia urgente garantire alle donne strumenti, luoghi sicuri e reti territoriali capaci di sostenerle. Dalle parole dell’autrice emerge un punto essenziale: la protezione delle donne non può essere affidata solo al coraggio individuale, ma deve diventare un diritto garantito. La violenza si combatte anche prima che accada, riconoscendone i segnali, contrastando gli stereotipi, educando al rispetto, al limite e al consenso. L’impegno quindi non può esaurirsi in una giornata. La lotta alla violenza sulle donne è un percorso quotidiano, che parte dal contrasto a ogni forma di patriarcato, anche quelle più sottili e normalizzate. È un lavoro di educazione, responsabilità sociale, vicinanza alle realtà che operano sul territorio, costruzione di una cultura libera dalla prevaricazione e dalla paura. Come nella Resistenza, è una questione di libertà, dignità e responsabilità collettiva. Alle donne che non ci sono più. A quelle che resistono, denunciano e ricominciano. A chi ogni giorno le accompagna. Il posto vuoto continuerà a ricordarcelo. Redazione Napoli
November 25, 2025
Pressenza
Napoli, 25 novembre: la violenza si combatte molto prima della violenza
Arte, scuola, istituzioni, cultura e testimonianze. Un’unica direzione: educare alla libertà. Le notizie arrivano così fitte che i volti delle donne sembrano quasi sovrapporsi, uno sull’altro, senza il tempo di essere riconosciuti. Quando pensiamo di aver trovato le parole giuste per l’ennesimo femminicidio, arriva sempre un nuovo giorno che ci costringe a riformularle. Riaffiorano allora immagini che l’Italia non riesce a dimenticare. La pancia di Giulia Tramontano, spezzata insieme al figlio che portava in grembo. Il volto giovane di Giulia Cecchettin. La vicenda di Tiziana Cantone, divorata dalla violenza digitale. La vita interrotta di Martina Carbonaro, a soli quattordici anni. La storia di Roua Nabi, uccisa nonostante il braccialetto elettronico al marito. Storie diverse, lontane tra loro, eppure accomunate dalla stessa radice: la cancellazione della libertà altrui. E ancora una volta, la cronaca recente ci obbliga a fermarci. A Qualiano, vicino Napoli, un uomo già denunciato, già sottoposto a codice rosso e ai domiciliari con braccialetto elettronico, ha manomesso il dispositivo, ha raggiunto l’ex compagna e l’ha colpita più volte con un coltello. È viva per miracolo, dicono i medici. Ma quante volte ancora dovremo affidarci alla parola miracolo dopo che tutto il resto non ha funzionato? Questo episodio, come altri, mostra che la repressione, pur necessaria, non basta. Spesso arriva dopo, quando è già tardi. La violenza sulle donne non si esaurisce nelle storie che finiscono in prima pagina, con un nome, una fotografia e una sentenza. Esiste un territorio sommerso, silenzioso e ostinato, fatto di manipolazione, controllo, dipendenza affettiva, svalutazione e isolamento. È una violenza che non lascia lividi sulla pelle, ma scava dentro, corrode lentamente la voce, l’autostima, la libertà interiore. È quella che ti convince che sei tu il problema, che stai esagerando, che forse te la sei cercata. È fatta di parole trattenute, telefoni controllati, amori che diventano confini, e di una casa che, invece di proteggere, diventa prigione emotiva. È una violenza domestica non perché avviene tra quattro mura, ma perché mette la paura dentro la vita. Ha un effetto farfalla. Genera altre fragilità, altre bambine cresciute nella sudditanza, altri bambini educati all’idea del possesso. Perché in un contesto dove non si è liberi non si può insegnare la libertà, e nessuno può trasmettere ciò che non ha il permesso di vivere. I dati ci obbligano a non voltare lo sguardo. In Europa una donna su tre subisce violenza fisica o sessuale. In Italia il 31,5 per cento delle donne tra i sedici e i settant’anni ha subito violenza. Tra le ragazze più giovani quella psicologica raggiunge il 35 per cento. Nei primi sei mesi del 2024 sono stati denunciati 8.592 atti persecutori, e nel 74 per cento dei casi le vittime erano donne. Il 75 per cento delle italiane ritiene che la violenza psicologica non venga riconosciuta come tale. La prevenzione autentica comincia molto prima della violenza. Prima dei tribunali, delle misure cautelari e dei braccialetti elettronici. Comincia nell’infanzia, nelle famiglie e soprattutto nelle scuole. È un’educazione quotidiana quella che serve, fatta di rispetto, limite, empatia, consenso e libertà. In questa direzione si muovono anche alcuni provvedimenti oggi in discussione in Parlamento: il Disegno di Legge S 979, che propone di introdurre in modo strutturato l’educazione affettiva e sessuale nei programmi scolastici, e due proposte alla Camera, l’AC 2278, che riguarda l’educazione alle relazioni e al riconoscimento dell’identità di genere, e il C 2271, che disciplina le attività scolastiche sui temi dell’affettività e della sessualità prevedendo il consenso informato delle famiglie. È un segnale chiaro. Non è più possibile rimandare. Anche Napoli risponde, e lo fa attraverso linguaggi diversi: l’arte, la cultura, la memoria, l’esperienza, la cura. In Piazza Municipio, la ASL Napoli 1 Centro ha trasformato la riflessione in un’esperienza. All’interno di un grande cubo nero, simbolo del buio e dell’isolamento, si attraversa un labirinto sonoro fatto di voci, rumori, testimonianze e dati. Ogni passo è un frammento di paura, fragilità, controllo, ma anche resistenza. L’uscita è una Porta Rosa, luminosa, simbolo di rinascita. Fuori, operatori e volontari informano sui Percorsi Rosa attivi nei Pronto Soccorso cittadini, offrendo orientamento e protezione. La Direzione regionale Musei nazionali Campania ha diffuso il suo impegno lungo un’intera settimana, dal ventidue al ventinove novembre, trasformando musei e luoghi culturali in spazi di consapevolezza. A Montesarchio, la mostra fotografica Per Lei di Michele Stanzione racconta la presenza femminile attraverso luce, assenza e memoria. A Santa Maria Capua Vetere, l’Anfiteatro Campano si accende di arancione al crepuscolo, in un gesto collettivo che invita a dire insieme: accendiamo il rispetto. A Benevento, il Teatro Romano ospita studenti, psicologi e musicisti per riflettere sull’impatto invisibile della violenza. A Pontecagnano, una serata tra mito, danza e parola prova a immaginare relazioni libere da ruoli imposti. A Eboli, con Clitennestra o del crimine, il mito diventa voce contemporanea, che chiede ascolto e non solo giudizio. Anche il Teatro Trianon Viviani contribuisce a questo percorso. Il 25 novembre, dalle ore 10 alle 13, la Fondazione Campania dei Festival, insieme alla Regione Campania, promuove un incontro dedicato a studenti e famiglie, con interventi di istituzioni, associazioni e realtà impegnate nella tutela dei diritti e nella costruzione di una cultura del rispetto. È previsto anche un breve contributo artistico, con testimonianze e monologhi curati dall’Associazione Forti Guerriere, come forma di narrazione civile e restituzione della voce. Questi sono solo alcuni degli appuntamenti che Napoli e la Campania dedicano, lungo tutta la settimana, non a una celebrazione, ma a un impegno diffuso. Perché la consapevolezza non si costruisce in un giorno, e soprattutto non si costruisce da soli. Il venticinque novembre non è una data. È una domanda. A ciascuno di noi. E Napoli risponde mettendo al centro non solo la tragedia, ma la prevenzione. La cultura, l’ascolto, il linguaggio, la scuola, l’arte, la relazione. Perché la violenza si combatte molto prima della violenza. Nei gesti quotidiani. Nei bambini che imparano a rispettare. Nelle bambine che imparano a non abbassare gli occhi. Se vogliamo cambiare davvero questo tempo, dobbiamo ricominciare da lì. Dalle radici. Lucia Montanaro
November 24, 2025
Pressenza
Fake news, propaganda e linguaggio mediatico: una conversazione con Giuliana Sgrena
Dalla manipolazione dell’informazione alla narrazione dei femminicidi: la riflessione di Giuliana Sgrena risuona oggi con forza e lucidità. Viviamo nell’epoca della manipolazione digitale, dei conflitti raccontati in diretta e delle narrazioni tossiche che deformano la realtà più rapidamente di quanto la si possa verificare. Le fake news non sono più semplici distorsioni: sono strumenti politici, economici e bellici, capaci di orientare masse, polarizzare società, innescare crisi e condizionare decisioni cruciali. Nel corso degli anni, Giuliana Sgrena ha denunciato con forza come la manipolazione dell’informazione non sia un fenomeno isolato, ma una distorsione trasversale che attraversa ogni ambito del dibattito pubblico. Nel suo saggio Manifesto per la verità (Il Saggiatore), compie una diagnosi impietosa dei mali dell’informazione contemporanea, mostrando come la falsificazione della realtà colpisca in modo particolare i soggetti più vulnerabili: le donne, raccontate con un linguaggio che giustifica la violenza; i migranti, la cui verità “si inabissa come un corpo affogato”; le popolazioni in guerra, di cui arrivano solo frammenti distorti, piegati agli interessi dei governi. «Per papa Francesco», ricorda Sgrena, «Eva è stata vittima della prima fake news uscita dalla bocca del serpente». Una metafora che conserva oggi una drammatica attualità e che ben descrive il peso che le narrazioni tossiche continuano ad avere nelle società moderne. Una voce autorevole, rigorosa e sempre attenta a questi meccanismi, Sgrena offre strumenti fondamentali per comprendere il presente. Di seguito, la conversazione integrale. INTERVISTA A GIULIANA SGRENA «Fu un giorno fatale quello nel quale il pubblico scoprì che la penna è più potente del ciottolo e può diventare più dannosa di una sassata», scrive Oscar Wilde. Quanto ritiene sia ancora attuale questa famosa citazione di Wilde? La libertà di espressione è una grande conquista ma è anche una spina nel fianco dei regimi autoritari e dei dittatori che utilizzano ogni mezzo per impedire qualsiasi critica o qualsiasi pensiero libero. Nel suo saggio Manifesto per la verità, racconta come si possano innescare conflitti dalla scintilla di una notizia falsa o manipolata. Come è possibile difendersi e accedere a informazioni sicure? Purtroppo quando una falsa notizia ha l’obiettivo di scatenare una guerra è sostenuta da una campagna di propaganda mediatica che non si può fermare. Lo si è visto nella seconda guerra del Golfo (2003), quando il movimento pacifista portò in piazza milioni di persone, e fu definito dal New York Times la seconda potenza mondiale, ma non riuscì a bloccare l’invasione dell’Iraq. «La fotografia sconfigge le fake news», queste le parole di Oliviero Toscani durante la conferenza stampa del 2017 per la presentazione della seconda edizione del talent show Master of Photography. Ritiene veritiera questa affermazione? Non è vera. Purtroppo oggi anche le fotografie sono manipolabili e falsificabili. Un esempio clamoroso è quello del fotografo brasiliano Eduardo Martins, che si era costruito un profilo perfetto sui social: trentadue anni, alto, biondo, bellissimo, surfista, scampato alla leucemia. Presente in tutte le guerre, dove scattava foto bellissime vendute alle più note agenzie del mondo. Le foto migliori venivano vendute per beneficenza e il ricavato devoluto ai bambini di Gaza. Troppo bello per essere vero e infatti era tutto falso. Martins non è mai esistito e le sue foto erano tutte rubate e falsificate. Ma anche senza arrivare a questo estremo ci sono foto manipolate e altre diffuse con una falsa didascalia. Alcuni politici si servono di Twitter (280 caratteri) per comunicare, a discapito del confronto giornalistico. Cosa pensa della politica ai tempi del social? I politici si sono facilmente convertiti a Twitter che permette loro di lanciare solo slogan, perché in 280 battute non si può esprimere un concetto complesso. I social sono diventati lo strumento per fare politica evitando il confronto con i giornalisti, che vengono sbeffeggiati per minare la loro credibilità. Così possono far circolare fake news e dati falsi senza essere smentiti e, quando lo sono, definiscono le proprie affermazioni «fatti alternativi», come ha fatto Trump. Nelle cronache di violenze verso le donne troppo spesso incontriamo superficialità linguistica. Espressioni come “amore malato”, “raptus di passione”, “era un gigante buono” lasciano nelle donne violate il dubbio sulle loro ragioni. In quale direzione bisognerebbe andare per invertire una rotta così dannosa? Il modo di descrivere la violenza contro le donne è impregnato di cultura patriarcale. La donna stuprata e ammazzata viene descritta come una che se l’è andata a cercare, mentre si cercano le attenuanti o giustificazioni per chi commette un femminicidio. Le giornaliste dell’Associazione Giulia, insieme alle Commissioni Pari Opportunità della Fnsi e dell’Usigrai, hanno elaborato il Manifesto di Venezia, che indica le regole per una corretta informazione. Gli argomenti trattati nei suoi libri mettono spesso sotto accusa il mondo del giornalismo. Non si è mai lasciata impressionare dalle naturali ripercussioni che questo tipo di inchieste avrebbero comportato? Nel mio libro (Manifesto per la verità) ho fatto un’analisi spietata del modo di fare informazione soprattutto su alcuni temi particolarmente sensibili o manipolabili, per responsabilizzare chi fa informazione e chi ha il diritto di essere informato. Presentando questo libro, che è stato utilizzato anche in alcuni corsi di formazione per giornalisti, ho trovato molti colleghi che condividono le mie critiche. Si avvicina una data importante: il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Lei, che si è sempre occupata di condizione femminile, quale pensiero desidera lasciare alle donne abusate che cercano di reagire ai loro carnefici? Le donne devono denunciare le violenze subite, ma le autorità devono proteggerle. Non basta aumentare le pene per chi commette femminicidi: occorre evitarli. E questo si può fare finanziando le case che accolgono le donne che hanno subito violenze; invece questi finanziamenti vengono tagliati e le case chiuse. Giuliana Sgrena venne rapita il 4 febbraio 2005 dall’Organizzazione del Jihād islamico mentre si trovava a Baghdad per realizzare reportage. Fu liberata trenta giorni dopo, in un’operazione in cui rimase ucciso Nicola Calipari. Cosa è cambiato nella sua vita da quel tragico giorno? Preferirei non rispondere a questa domanda. Le parole di Giuliana Sgrena mostrano come la ricerca della verità sia un impegno che non riguarda solo i giornalisti, ma l’intera società. Nel rumore informativo che caratterizza il nostro tempo, riconoscere le manipolazioni, denunciare le distorsioni e pretendere un linguaggio rispettoso e accurato è un atto di responsabilità collettiva. Lucia Montanaro
November 22, 2025
Pressenza