Source - Osservatorio nazionale NUDM

Suicidio o assassinio di stato e dell’odio sociale?
**Allerta** i contenuti di questo articolo sono estremamente sensibili (suicidio, morte, femminicidio) La decisione di pubblicare questa riflessione è mossa dal desiderio di prevenire le condizioni che portano una persona anche molto giovane di essere indotta a non vedere altro sbocco se non la propria stessa assenza. Come Osservatorio abbiamo fatto una riflessione su suicidi che, spesso, a distanza di anni, per dettagli investigativi non presi in considerazione o veri e propri depistaggi diventano femminicidi, suicidi di persone trans e queer che definiamo suicidi di stato e dell’odio sociale, istigazione al suicidio basate su motivazioni di genere e patriarcali. “Occorre iniziare a parlare dei suicidi delle persone transgender come di omicidi di Stato” scrive Camilla Vivian su “Il Fatto Quotidiano” nell’articolo del 4 novembre 2023. Ecco noi dell’Osservatorio abbiamo cominciato a farlo da quando esistiamo! E speriamo che giurisprudenza, istituzioni e il mondo della comunicazione accolgano queste grida! Che si esca dallo stigma, dalle difficoltà e dalla psichiatrizzazione imposta; che si abbia il diritto a case di accoglienza non più basate sul genere assegnato alla nascita come prima risposta alle violenze domestiche e sociali, ad interventi di sostegno ai percorsi di affermazione di genere quando richiesti, al cambiamento radicale della cultura nella nostra società, alla fine degli attacchi alla comunità LGTNBQIPAK+ da parte delle destre al governo e del transodio e della violenza dilagante. Invece di favorire e promuovere l’educazione alle diversità di genere, l’educazione a relazioni affettive e sessuali basate su consenso e autodeterminazione, il governo emana decreti e leggi tendenti ad impedire che questo si verifichi. E se di diversità non si può parlare a scuola e men che meno in famiglia, come si può pensare che il bullismo, le discriminazioni, le violenze, le molestie e gli abusi rispetto alle persone trans, non binarie, intersex finiscano? Basti pensare che uno studio del 2019 pubblicato sulla rivista Health Services Research e condotto presso la Harvard T.H. Chan School of Public Health di Boston mostra che il 57 percento delle persone della comunità LGBTQIPAK+ ha fatto esperienza almeno una volta di una discriminazione (anche sul fronte dell’assistenza medica), il 53% di micro-aggressioni, il 51% di molestie sessuali, il 51% di violenza, il 34% di molestie riguardanti l’uso dei servizi igienici. Un’indagine su oltre 3,700 giovani lesbiche, gay, bisessuali e persone trans nel Regno Unito ha rivelato che 8 su 10 hanno commesso atti di autolesionismo e quasi la metà ha tentato il suicidio. I risultati evidenziano che se le aggressioni LGBT+ sono diminuite negli ultimi 5 anni, l’impatto sul benessere e la formazione dei giovani resta significativo. Lo studio, realizzato dall’organizzazione Stonewall, rivela che tra le persone trans giovani che frequentano la scuola, uno su dieci (il 9%) ha ricevuto minacce di morte, l’84% di loro dichiara di aver agito autolesionismo e il 45% di aver tentato il suicidio. In Italia non esistono ricerche sulla popolazione trans e non binaria anche se la popolazione è aumentata in 40 anni se consideriamo gli unici dati disponibili, tratti dalle persone che si rivolgono ai centri per i percorsi di affermazione di genere. Si stima interessi lo 0,5-1% della popolazione generale, quindi circa 500mila persone, contro una diffusione dello 0,002-0,005% negli anni ’80. E questi sono dati ovviamente di massima visto che tante persone non riescono o decidono di non accedere a questi centri sia per questioni economiche che per questioni di distanze o di inesistenza dei servizi nel loro territorio, sia per scelta perché contro la psichiatrizzazione e patologizzazione della propria esistenza. Le vite che vi raccontiamo valgono più di ogni nostra interpretazione e ci arrivano da molto lontano nel tempo: • 1353, Venezia. Rolandina, giovane donna trans vende uova in giro e vuole aprire una bottega tutta sua. Per questo fa anche lavoro sessuale. È amata e rispettata. Poi un giorno arriva una denuncia per sodomia e sorge il sospetto che la giovane sia trans. Inizia così un processo perché a Venezia la sodomia è reato (questa la parola che si usava per tutte le diversità e anche per rapporti anali etero). Rolandina è la prima trans documentata nell’occidente cristiano. Viene messa al rogo. • 1591 XICA Manicongo: La storia di Xica inizia nel 1591, quando l’Inquisizione portoghese arrivò a Salvador de Bahía. Xica vestiva infatti in modo non accettato dalla colonizzazione e fu denunciata, perseguitata e costretta a vestire come un “uomo” come unica possibilità di non bruciare sul rogo. Il suo nome originale fu cancellato e sostituito con “Francisco” al momento del suo battesimo. “Manicongo” era un titolo dato ai governanti del Regno del Congo, ma i portoghesi lo trasformarono in un termine generico per indicare le persone ridotte in schiavitù provenienti da quella regione. Più di 400 anni dopo, la comunità trans di Rio de Janeiro ha riscoperto la sua storia, ribattezzandola Xica, un nome che riflette chi era, non ciò che fu costretta a diventare. Veterane della scuola di samba, persone cresciute in un mondo in cui il nome di Xica non veniva mai pronunciato, ora indossano con orgoglio l’azzurro, il rosa e il bianco della bandiera trans. La morte per suicidio delle persone trans è un omicidio sociale, di cui tuttə siamo complici o spettatorə Per questo nell’osservatorio di NUDM usiamo spesso la perifrasi “suicidatə dallo stato e dall’odio sociale”. Il suicidio di Cloe Bianco,58 anni, avvenuto il 15 giugno 2022 è stato un chiaro segnale di quanto la discriminazione, la marginalizzazione e la violenza sistemica siano stati fattori che hanno contribuito alla decisione di togliersi la vita. Sul suo blog Cloe aveva scritto: «Oggi la mia libera morte, così tutto termina di ciò che mi riguarda. Subito dopo la pubblicazione di questo comunicato, porrò in essere la mia autochirìa, ancor più definibile come la mia libera morte. In quest’ultimo giorno ho festeggiato con un pasto sfizioso e ottimi nettari di Bacco, gustando per l’ultima volta vini e cibi che mi piacciono. Questa semplice festa della fine della mia vita è stata accompagnata dall’ascolto di buona musica nella mia piccola casa con le ruote, dove ora rimarrò. Cioè il modo più aulico per vivere al meglio la mia vita e concluderla con lo stesso stile. Qui finisce tutto. Addio. Se mai qualcuna o qualcuno leggerà questo.” Nel 2015 Cloe si presenta in abiti femminili nell’Istituto in cui prestava servizio come supplente a San Donà di Piave (Venezia) decidendo di vivere ed esprimere pubblicamente la sua identità. 3 giorni di sospensione e spostamento a lavori di segreteria sono la risposta immediata della dirigenza, scelta che un anno dopo viene confermata con un provvedimento di “demansionamento”. Nel 2018 aveva presentato due ricorsi contro l’Ufficio scolastico di Mestre per discriminazione impugnando le decisioni dell’Ufficio scolastico regionale e presentando due ricorsi straordinari al Presidente della Repubblica contro il Ministero dell’Istruzione. Recentemente, a gennaio 2026 la notizia che il Consiglio di Stato ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da Cloe. Nel linguaggio giuridico in effetti la sentenza riconosce la sua identità trans, come lei aveva chiesto, in vita e oltre la vita. Ma è un riconoscimento che non fa giustizia ma soprattutto che non evidenzia le responsabilità inequivocabili della sua marginalizzazione nel suo posto di lavoro, nelle relazioni sociali, nel territorio che attraversava, nei percorsi in cui siamo costrettx in quella che è la nostra autodeterminazione di genere. La storia si ripete. Anche la Procura di Belluno, infatti, aveva aperto un fascicolo contro ignoti e senza ipotesi di reato dopo il rogo del camper. Ma, esclusa immediatamente la pista di femminicidio, non ha tenuto presente la tesi che il suicidio di Cloe Bianco sia stato provocato da pressioni esterne stabilendo che “nessuno può essere incolpato per la morte” di Cloe, che avrebbe deciso da sola di porre fine alla sua vita come se non fossero assolutamente visibili le responsabilità delle istituzioni che hanno portato al suo gesto. Non vogliamo e non possiamo dimenticare! E continueremo a gridare che “la rabbia di Cloe brucia ancora, resistenza trans in ogni scuola!” E quanta responsabilità e quanto si debba parlare di suicidi indotti, veri e propri atti di Resistenza e di lotta, ce lo raccontano le storie di altre persone trans. Vogliamo raccontarvene alcune di queste storie: • Nicole, 22 Agosto 2014, Avenza (Carrara), 37 anni. E ad ucciderla per la seconda volta non sono solo le istituzioni, i tribunali, i consigli di stato, i ministeri e le istituzioni in genere ma spesso anche quella che viene evocata dalla destra nel suo slogan preferito: Dio, padre e famiglia! Sì, proprio la famiglia che la veste da uomo con il suo nome maschile assegnato alla nascita sulla bara, sulla lapide e sui manifesti mortuari. Nicole per noi è ancora viva! Lo stesso succede ad Irma detta “La dolce”, originaria di Pietrasanta (Lucca), scomparsa per un infarto all’età di 66 anni. “Apparteneva a una famiglia davvero molto ricca. Tutti la conoscevano come Irma, abitava a Torre del Lago, ma quando andava a trovare l’anziana madre si vestiva da uomo. Quando la mamma morì, Irma confessò che per lei era iniziata la vita. Poteva essere sé stessa, sempre. Poi morì per infarto e la sorella, che pure sapeva, le fece un funerale anonimo, privato, e la vestì da uomo. Fu una cattiveria per tutelare l’ipocrisia della famiglia ricca. E poi Gianna, 49 anni, nel 2021 ad Andria, muore dopo una caduta per le scale nel luogo precario in cui abitava. “Con la sua dipartita cadono il muro di pregiudizi nei suoi confronti e la cultura dello scarto» racconta sui social la sindaca Giovanna Bruno. E la sorella di Gianna, Natalina: «Ora non servono più le parole, perché quando ha chiesto aiuto le sono state sbattute in faccia tante porte, anzi portoni» scrive. Ancora una volta una storia di marginalizzazione causata dalle discriminazioni di genere, ancora una volta una fine tragica e annunciata ed ecco che non sono più solo i giornali, è la sua stessa famiglia a cui fa vergogna la sua vita ad utilizzare per i cartelli che ne annunciano la scomparsa il nome assegnato alla nascita che lei aveva deciso di cambiare aggiungendo violenza a violenza. Ed è Taffo, l’agenzia funeraria di Roma, a restituirle il nome sui manifesti e ricordarla con il nome di Gianna dandole un rispettoso ultimo saluto”. • Leelah Alcorn, ragazza trans USA,28 dicembre del 2014. Pubblica una lettera d’addio sul suo blog su Tumblr, descrivendo le norme sociali che colpiscono le persone trans e esprimendo la speranza che la sua morte possa creare un dialogo sulla discriminazione, l’abuso e la mancanza di sostegno che si vive. • Samuelle Daves, 41 anni, Riva del Garda attivista trans morta suicida al suo 41esimo compleanno, nel 2015. Era ospite fissa sulle poltrone del programma “Grand Hotel” condotto da Piero Chiambretti. Aveva, un anno prima della sua decisione di lasciarci, presentato al Tribunale di Rovereto la richiesta di iscrizione con il nome da lei scelto. «Ho appena compiuto 40 anni e, dopo un lungo percorso volto al definitivo riconoscimento del mio essere donna, anima e corpo, per il mio compleanno ho deciso di cambiarlo. Non ricordo un solo giorno della mia vita in cui non mi sia sentita femmina. Durante il periodo universitario divenni rappresentante degli studenti ma dovetti scontrarmi con i militanti di un movimento di destra, che chiesero le mie dimissioni quando vennero a sapere che frequentavo un ragazzo. Nel 1999 mi laureai e dovetti fare i conti con parte della famiglia, che voleva che “smettessi di giocare”. Mi trasferii a Milano dove all’inizio vissi una vita staccata dal mondo reale, parallela. Ancora oggi subisco però discriminazioni. La variazione del nome nasce dal bisogno di rispettare la mia persona che deve essere riconosciuta per quel che è. Dentro e fuori. Dunque, “nomen est omen”.” Ma il giorno del suo 41 compleanno, a un anno dalla richiesta di cambio del nome ci ha lasciati. La sua è stata una battaglia per i diritti e il rispetto della diversità, ha voluto fare di un gesto privatissimo un fatto politico e una denuncia pubblica. • E come per tanti femminicidi che dopo anni si scopre non siano suicidi da archiviare anche Carolina Gurumendi, donna trans, 34 anni, proveniente dall’Ecuador, viene suicidata il 9 dicembre 2016. La differenza è che per le persone razzializzate, che svolgono o hanno svolto lavoro sessuale (doppio stigma) nonostante abbiano segni che potrebbero far pensare alla necessità di ulteriori indagini come possibili transcidi (era ferita alla testa, avvolta in una coperta, vicino al corpo c’erano delle siringhe e il suo fidanzato era stato già denunciato e processato per stalking proprio da Carolina) quasi sempre si procede all’archiviazione. Le notizie spariscono dai giornali, spesso le famiglie sono lontane, in altri paesi e non possono permettersi di pagare avvocatx per richiedere la riapertura dei casi. Lavorava come badante – dice una parente – ma per i giornali è una prostituta, pubblicano il suo dead name e persino il suo indirizzo. Nella gerarchia del valore delle vite “per loro” non merita approfondimenti e seguimento come del resto fanno le indagini che si chiudono con “morte naturale dovuta a malore”. • 2019 Jessica Lowe, una ragazza inglese che all’età di sette anni sosteneva di essere una bambina. Così, quando di anni ne aveva quindici, la ragazzina è stata accompagnata al Tavistock and Portman Centre, l’istituto fiore all’occhiello della sanità britannica. Ne è seguito l’avvio di un “trattamento” che prevedeva un’attesa di circa due anni, un tunnel che – unitamente a tutta una serie di effetti collaterali sul versante sanitario – ha portato la povera Jessica al suicidio. Ma il suo suicidio è stato strumentalizzato da Provita e destra e il fatto che fosse stata costretta a rivolgersi a un sito online per il suo percorso di affermazione di genere negato nei fatti da troppe attese dal servizio sanitario pubblico si risolve in un attacco ai percorsi che dovrebbero essere invece garantiti all’infanzia trans. • E poi Sasha, 15 anni, il 9 giugno 2022 ragazzo trans suicidato. Vicino da poco al mondo del Pride e dell’attivismo. All’ultimo evento organizzato dal Catania Pride ha scelto di essere presente e in prima persona come volontario e ha aiutato nel sistemare e montare tutto per l’attività. Lu compa hanno avuto modo di parlare con lui, di conoscerlo e sentire la sua storia. La notizia del suo suicidio ha colpito tutta la comunità e, in merito alla sua identità, leggere sui giornali e sulla stampa locale di “una ragazzina” fa veramente rabbia. Lui era un ragazzo, e il suo nome era Sasha e come tale va ricordato. Sasha suicidato dallo stato e dall’odio sociale • E Chiara, il 27 ottobre 2022 a P, Napoli siamo di fronte ad un altro suicidio di stato. Chiara, una ragazza trans di 19 anni si toglie la vita. A 17 anni si era rivolta al numero verde contro l’omotransfobia per raccontare la violenza, il bullismo e l’emarginazione che subiva per aver deciso di affermare la sua identità. «A volte mi chiedo – scrisse Chiara in una lettera – cosa ci sia di sbagliato in me. In fondo sono sempre un essere umano. Io mi sento una donna, vorrei riconoscermi, vestire al femminile e non da maschio, vorrei avere più spazio, essere tranquilla e non avere paura. Mi sento in un labirinto senza uscita». La non accettazione della famiglia, il bullismo a scuola che l’aveva portata a lasciare gli studi e le difficoltà per l’assenza di protocolli di protezione, la mancanza di comunità per persone minori trans qualsivoglia sia il genere assegnato alla nascita, il rischio di incontrare operatorx impreparati ad accogliere le identità senza pregiudizi». • 11 Novembre 2023, Un ragazzo di 13 anni si suicida a causa dell’odio sociale, dei commenti omofobi di studenti nella scuola Vittorio Emanuele Orlando a Palermo. Aveva cambiato scuola ma né nella vecchia, né nella nuova probabilmente è mai stato fatto un lavoro di educazione alla diversità e per lo sradicamento reale delle norme eterocis imposte dal sistema. Invece di favorire e promuovere l’educazione alle diversità di genere, l’educazione a relazioni affettive e sessuali basate su consenso e autodeterminazione, il governo emana decreti e leggi tendenti ad impedire che questo si verifichi. E se di diversità non si può parlare come si può pensare che il bullismo, le discriminazioni, le violenze, le molestie e gli abusi rispetto alle persone trans finiscano e che quindi non ci sia una sofferenza notevole non certo dovuta al fatto di essere una giovane persona trans ma piuttosto alle reazioni che a queste espressioni di genere ci sono. Responsabili di quelle parole che hanno fatto tanto male non sono solo “i compagni di scuola” ma questo tutto che siamo. L’intera comunità è responsabile di queste morti poiché l’odio sociale pesa sulle nostre vite e in ogni scelta, strada e spazio che attraversiamo e abitiamo. E non servono a nulla il carcere, le sospensioni, le punizioni, i metal detector se non cominciamo a costruire una giustizia trasformativa che impedisca che altre persone adolescenti non ci siano più. Perché mai più si ripeta! • Nicole, trans suicida, 2023. La ricordiamo con le parole della madre “Nicole sin da bambina ha dovuto affrontare insulti dolorosi. Desiderosa di integrarsi ed essere accettata, si era imposta in principio di adottare un comportamento in linea con il genere assegnato alla nascita, facendo del suo meglio per conformarsi agli stereotipi maschili. La sua lotta silenziosa è diventata sempre più difficile, e la ricerca di un’accoglienza autentica è diventata un cammino doloroso. Spesso gli uomini la trattavano come un oggetto sessuale senza alcuna gentilezza o pudore. Questo contribuiva a una sensazione di solitudine e disperazione che si rifletteva nelle sue ultime parole struggenti, quelle che ci ha lasciato prima di compiere il suo gesto estremo non dimenticandosi di dire a noi e agli amici veri che ci ama. Ora che Nicole non c’è più noi sentiamo il dovere di risarcirla continuando a lottare per lei e per le persone che, come lei, non si sentono accolte e comprese. Noi speriamo che la storia e la morte di Nicole possano ispirare cambiamenti positivi nell’atteggiamento della società verso le persone trans”. • E che sia lo stigma sociale e gli attacchi istituzionali alla comunità a incentivare le violenze è mostrato dalla storia di Nex Benedict ragazzu non binariu suicidato dall’odio sociale e di stato negli stati uniti nello stato di Oklaoma l’8 febbraio del 2024. La madre ha dichiarato che Nex è stat bullizzatx per oltre un anno nella sua scuola. Nel 2022 l’Oklahoma si è distinto per essere il primo stato negli USA a proibire l’uso del genere non binario nei certificati di nascita. Allu studentx è proibito usare un bagno che non corrisponda al genere assegnato alla nascita e alle persone minori vengono vietati percorsi di affermazione di genere. La nuova legge presentata per il 2024 per i curricoli delle scuole pubbliche descrive il genere come un carattere biologicamente immutabile e vieta il cambio di genere nei certificati di nascita, il divieto di usare nomi e pronomi di elezione. • Il 27 maggio 2024, Federico, un ragazzo trans si è suicidato dopo essere stato violentato in ospedale a Vizzolo Predabissi. «Tutti i giornali l’hanno chiamato “donna” e l’hanno identificato con i suoi vecchi pronomi femminili», hanno denunciato le persone a lui vicine. Non è l’unico caso di narrazione non rispettosa delle identità, come già avvenne per #CloeBianco. Citiamo a questo proposito questa frase di Elena Miglietti di Giulia giornaliste: «Penso non sia una questione di aggiornamento, se non lo fai è perché vuoi parlarne in quel modo. Ed è così che il linguaggio diventa politica». • 2025, 6 gennaio Giorgio Marziani, a Caserta 14 anni, suicidio indotto da transodio, discriminazioni di genere e bullismo • 2025, 27 gennaio Elisa Rae Shupe, USA: la prima persona non-binary negli Stati Uniti ad ottenere il cambio del proprio indicatore di genere sui documenti, è stata trovata nel parcheggio di un ospedale specializzato nell’assistenza a3 veteran3 di guerra, il corpo ancora avvolto nella sua bandiera trans. Fin dall’infanzia ha subito abusi a scuola; la madre in particolare riservava alla sua persona violenza verbale e insulti omofobici. Prima di andarsene. La sua storia si distingue per la strumentalizzazione dei gruppi conservatori anti-trans, i quali hanno sfruttato il suo caso e la sua fragilità per portare avanti teorie pseudoscientifiche sulla detransizione di genere. La vittoria di Trump però, e la sua firma sull’ordine esecutivo che mira a cancellare le identità trans e non-binarie dalla carta dei diritti negli Stati Uniti, hanno rappresentato l’ultimo colpo per il suo equilibrio, che alla fine l’ha spint a salire all’ ultimo piano di quel parcheggio. Shupe aveva spedito via mail una lettera d’addio che i media mainstream hanno cercato inutilmente di ignorare o silenziare. “Vaffanculo America! Non voglio il tuo odio. Non voglio le decorazioni militari e le medaglie che mi hai conferito. Non voglio altri ricoveri in reparti psichiatrici per tenermi in vita in una nazione che disprezzo. Non voglio essere sepolt in nessun luogo sul suolo americano. Voglio che le mie ceneri siano disperse in acque internazionali e voglio che a disperderle sia solo mia moglie. Non voglio la vostra bandiera. La mia morte non è una resa. La mia morte come parte della popolazione transgender non significa che avete vinto. Segna solo la fine della nostra relazione. Questa non è la terra della libertà. L’odio, dimostrato fin troppo spesso, cancella ogni pretesa di grandezza passata. Siete un pozzo nero di fanatici che adorano un dio che non esiste e non è mai esistito. Godetevi la vostra nuova famiglia reale e il vostro dittatore. Mi rifiuto di partecipare ulteriormente. L’uomo bianco ha decimato e massacrato le popolazioni indigene sulle terre che ora chiamate America. Non potete cancellare le persone non binarie e transgender perché ogni giorno ne nascono altre.” • 14 febbraio 2025: Come non ricordare Sam Nordquist, un ragazzo di 24 anni molto attivo nell’ assistenza alle persone disabilizzate nello Stato di New York. Viveva esposto a discriminazioni multiple: era trans, era una persona nera, aveva un corpo grasso. Era scomparso a Capodanno senza lasciare traccia. Moltissime le richieste disperate della madre e della famiglia per avere sue notizie. Il giorno di San Valentino viene ritrovato morto. Era stato rapito e torturato brutalmente tanto che la madre lo riconosce solo dai tatuaggi. Attualmente sono sotto accusa cinque persone, tutte già arrestate. I motivi sono da ricollegare all’identità di genere di Sam e si chiamano transodio. Persone normalissime che diventano paladine dell’ordine sbraitato da Trump e dai suoi cortigiani. • 2025, 19 marzo, Sesto San Giovanni (Milano), Alexandra Garufi, 21 anni. la Procura di Monza ha aperto un fascicolo di inchiesta per omessa custodia di arma da fuoco e istigazione al suicidio riguardo alla morte di Alexandra, tiktoker che raccontava online il percorso alla scoperta della propria identità di genere. Violenze verbali continue sul suo profilo social. • 21 luglio 2025, Thiago Elar, tiktoker trans, 27 anni. “Cause naturali”, secondo la stampa nazionale che continua tra l’altro ad usare il suo dead name. Morte indotta dall’abbandono, dalle discriminazioni, dal transodio sociale diciamo noi. Nei suoi video, condivideva la propria storia: un racconto fatto di sofferenze, ma anche di resistenza, battaglie più o meno silenziose e il desiderio di essere riconosciuto per quello che era. Un desiderio che spesso si è scontrato con un senso di invisibilità e negazione. Accorati gli appelli d’aiuto. Dai suoi racconti social era emerso un rapporto difficile con la famiglia che, diceva, lo aveva abbandonato. Chiedeva di essere chiamato con il suo nome di elezione, Chiedeva amore, riconoscimento e libertà. “Sto qui da un anno e quattro mesi. Qui mi stanno accoppando. Io non ce la faccio più…”, aveva confidato in uno dei suoi ultimi video. • Paolo, 11 settembre 2025, 14 anni, a Santi Cosma e Damiano (Latina)si è suicidato proprio nel giorno in cui avrebbe dovuto ricominciare ad andare a scuola perché vittima di bullismo. Paolo è stato ucciso da una cultura dell’odio che ancora troppo spesso viene tollerata, minimizzata, e addirittura veicolata da esponenti di destra che stanno nelle istituzioni. “Anche la prof mi bullizza” aveva scritto. In procura a Cassino è aperto un fascicolo per istigazione al suicidio. E intanto la dirigente dell’istituto viene sospesa, con un provvedimento del ministero, per tre giorni. L’indagine interna nella scuola avviata dagli ispettori del ministero ha messo in rilievo che ci sono state omissioni e bugie da parte dell’istituto Pacinotti e adesso si attende la decisione da parte dell’ufficio regionale scolastico su per altri due procedimenti disciplinari chiesti, oltre che per la dirigente scolastica, anche per la vicepreside e per la responsabile della succursale. “Le insegnanti di Paolo sono delle grandissime bugiarde”, aveva detto il padre Giuseppe Mendico, il 29 dicembre 2025 a Repubblica. “Ci sono delle chat – aggiunge – che parlano proprio dell’ultimo episodio in cui Paolo è stato sbattuto al muro. Quelle chat inchioderanno le insegnanti”. L’indagine interna nella scuola avviata dagli ispettori del ministero ha messo in rilievo che ci sono state omissioni e bugie da parte dell’istituto Pacinotti e adesso si attende la decisione da parte dell’ufficio regionale scolastico su per altri due procedimenti disciplinari chiesti, oltre che per la dirigente scolastica, anche per la vicepreside e per la responsabile della succursale. E poi ci sono i casi velocemente archiviati come suicidi ma il cui contesto continuerebbe a richiedere approfondimenti di indagini • 5 aprile 2023, Janaina, Piacenza, 24 anni, trovata impiccata sul balcone. L’unico articolo emerso sul caso parla di una “persona di 24 anni di nazionalità straniera”. Poi il silenzio scende e non va oltre un trafiletto di 3 righe. Non si sa né il cognome né altro se non che il caso è stato velocemente archiviato come suicidio. • 25 maggio 2023, Rimini. Bruna Cancio Dos Santos “caduta dal balcone” del residence in cui viveva, intestato ad altra persona. Aveva addosso solo una canotta e dei tagli sulle braccia. Una delle finestre di casa è stata trovata rotta e i vetri erano sparsi dappertutto. Bruna era arrivata dal Brasile da un anno. Nei giornali leggiamo: “caduta dal balcone trans”, “la trans”, “la transessuale morta”, “la sudamericana”, “la transessuale”, “esercitava la prostituzione”. Normalmente una persona che voglia suicidarsi lo fa aprendo le porte del balcone o no? La famiglia di Bruna, dal Brasile, oltre a richiedere la restituzione della salma, per cui è stata organizzata una raccolta fondi senza alcun aiuto da parte istituzionale, ha continuato a richiedere che le indagini potessero continuare perché hanno detto che: “Bruna non era né depressa né aveva mai manifestato desideri suicidi”. Anche in questo caso, i risultati di autopsia e indagini non vengono diffusi a mezzo stampa e non si sa più nulla, come spesso purtroppo succede in caso di persone trans, razializzate e sex worker. • Le persone trans nei titoli di giornale e negli articoli sono spesso misgenderate e perdono il loro nome, che viene invece sostituito da definizioni che rimandano male o in maniera sensazionalistica alla loro identità di genere o ai luoghi di provenienza. Il 17 giugno 2023 Roma Today esce con un titolo vergognoso: “Il cadavere di un uomo con la parrucca da donna …” per raccontare di una persona trans uccisa a Roma. Si aggiunge solo “30-35 anni, di origine nordafricana”. È stata ritrovata nel parco Madre Teresa di Calcutta in via delle gardenie, chiamato anche il parco dell’amore. Due giorni prima nello stesso luogo un’altra donna trans, sex worker, era stata aggredita ma era riuscita a salvarsi. Anche su questo caso non si hanno notizie di ulteriori indagini, né si indaga sul nome. • 9 febbraio 2026, Vittoria, Ragusa ragazza trans suicida. Una ragazza trans di 14 anni l’hanno indotta al suicidio, la famiglia la rifiutava e a scuola subiva bullismo. Il suo nome è Beatrice e così la nominiamo e la ricordiamo perché mai più si ripeta. • Catania aprile 2026: Claudia si toglie la vita. A scuola la bullizzavano “Sei maschio o femmina? Grande la reazione della componente studentesca nella manifestazione del 20 aprile. Parole di insegnamento a tutta la comunità mentre la dirigente della scuola superiore non assume nessuna responsabilità e chiude i cancelli della scuola invece di aprirli alla riflessione e al dialogo con chi quella scuola la frequenta con chi in quella scuola è profondamente toccatx dalla storia di una ragazza che in quella scuola non ha trovato la strada per continuare a vivere E sui tribunali anche si dovrebbero accendere i fari. Noi siamo persone che non credono che siano le pene e il carcere a modificare la melma patriarcale che sta alla base di questa violenza ma non possiamo non notare che non c’è stato ergastolo per Cristian Losso, ex bancario di 43 anni, cliente di Alves Rabacchi, trans ed escort di origine brasiliana uccisa il 20 luglio in via Plana a Milano con decine di coltellate. Condannato a 18 anni (sentenza Corte d’appello 2022) in quanto sono state riconosciute le attenuanti generiche “l’incensuratezza dell’imputato”, “la sua immediata ammissione di colpa” e “le osservazioni sulla sua personalità”. Il consulente tecnico, pur ammettendo che l’assassino fosse perfettamente capace di intendere e di volere, aveva tracciato il ritratto di una personalità narcisistica e istrionica con un disturbo cronico causato da abuso grave di alcol, cocaina e psicofarmaci, tanto che nelle motivazioni della sentenza si legge che “occorre considerare lo stato di grave malessere in cui versava l’imputato”. Ancora e sempre le vite non hanno lo stesso valore né quando si agisce la violenza né quando la si subisce. E vogliamo concludere con la pubblicazione dei risultati di queste ricerche significative rispetto alle affermazioni che in questo nostro articolo vengono sostenute: 1. Studio del Williams Institute della UCLA School of Law pubblicato sulla rivista Psychiatry Research agosto 2023. I dati esaminati sono quelli della Transgender Population Health Survey degli Stati Uniti. In Italia non abbiamo nessuna ricerca in questo senso visto che non esistiamo o meglio dobbiamo essere eliminatx: • 81% di persone adulte transgender ha preso in considerazione il suicidio contro il 35% di persone adulte cis. • 42% delle persone adulte trans hanno tentato il suicidio, rispetto a solo l’11% di quelle cis. • il 56% delle persone adulte trans ha praticato autolesionismo, rispetto al 12% di quelle cis. • il 17% delle donne trans e il 25% degli uomini trans hanno riferito di essere a rischio alcolismo, la percentuale sale al 45% tra le persone trans non binarie. • il 33% delle donne trans e il 18% degli uomini trans hanno riferito di fare un uso problematico di droghe, la percentuale schizza al 42% tra le persone trans non binarie. • L’82% degli adulti trans ha affermato di aver cercato un trattamento per la salute mentale, rispetto a solo il 47% degli adulti cis. • Gli adulti trans non binari hanno riportato un consumo di droghe più problematico, più disagio psicologico, più ipotesi di suicidio e più autolesionismo rispetto agli uomini trans, con tassi da tre a sei volte superiori a quelli degli uomini trans. Le persone trans hanno affermato di avere una probabilità significativamente maggiore di sperimentare una cattiva salute mentale durante la loro vita rispetto alle persone cis. Uno degli autori dello studio, Ilan H. Meyer, ha affermato: “La mancanza di riconoscimento sociale e accettazione delle identità di genere al di fuori del binarismo uomo/donna cisgender e l’aumento degli attacchi politicamente motivati contro gli individui transgender aumentano lo stigma e il pregiudizio e la relativa esposizione alle minoranze, che contribuisce agli alti tassi di uso di sostanze e suicidi che vediamo tra le persone transgender”. 2. Studio del maggio 2023 di The Trevor Project, organizzazione che lavora nel prevenire i tentativi di suicidio tra i giovani LGBTQ+. Trevor Project ha intervistato più di 60.000 giovani trans e non binari di età compresa tra 13 e 24 anni. Ha analizzato la loro salute mentale tra il 2018 il 2022, un periodo in cui 19 governi statali USA hanno promulgato 48 leggi pensate per le persone trans, leggi che prevedevano restrizioni all’assistenza sanitaria in caso di percorso di affermazione di genere o leggi che impedivano a studentx trans di giocare nelle squadre sportive scolastiche. «Abbiamo riscontrato un aumento molto netto e statisticamente significativo nei tassi di tentativi di suicidio dopo l’emanazione delle leggi», spiega Ronita Nath, tra gli autori dello studio. Un piccolo aumento è 3. stato osservato negli Stati in questione subito dopo l’emanazione delle leggi e un aumento consistente è stato rilevato a due o tre anni di distanza. Tra le persone trans tra i 13 e i 17 anni la probabilità di un tentativo di suicidio a due anni dall’entrata in vigore di una legge anti-trans è più altra del 72%. 4. Per come è strutturato, lo studio non si limita a mostrare solo un generico collegamento tra le leggi discriminatorie e un aumento dei suicidi, ma è in grado di fornire forti prove del fatto che sono proprio le leggi a causare questi tentativi di suicidio. «le persone giovani trans e non binarie non sono intrinsecamente inclini a un rischio di suicidio più elevato a causa della loro identità di genere», spiega la dottora Brittany Charlton della Harvard Medical School, «Sono esposti a un rischio più elevato a causa del modo in cui vengono maltrattati e stigmatizzati dagli altri, anche tramite l’implementazione di politiche discriminatorie come quelle esaminate nello studio». Questo, si spera, avrà un impatto nella decisione della Corte Suprema che sarà presto chiamata a esaminare il primo caso che prende in considerazione il divieto di assistenza durante la transizione per persone minori trans. Tra le persone giovani trans e non binarie: • I tassi di ansia e depressione erano, in media, del 18,5% più alti • Il 64% delle persone giovani trans e non binarie ha riferito di essersi sentito discriminat nell’ultimo anno a causa della propria identità di genere • il 27% ha riferito di essere stat fisicamente minacciat nell’ultimo anno a causa della propria identità di genere. • Il 66% ha affermato che le leggi omobitransfobiche hanno influito negativamente sulla loro salute mentale • il 41% dei giovani LGBTQ+ d’America aveva dichiarato di aver preso seriamente in considerazione il suicidio nell’ultimo anno. • Tra le persone intervistate, coloro che si sono identificatx come trans, non binarix e/o persone di colore hanno riportato tassi più elevati di ideazione suicidaria rispetto ai coetanei. • Il “Clinical social worker Caitlin Ryan’s Family Acceptance Project” della San Francisco State University ha condotto il primo studio sugli effetti dell’accettazione da parte della famiglia sulla salute ed il benessere dei giovani LGBT+, tra cui il suicidio, il virus dell’HIV/AIDS e la condizione di “senza fissa dimora”. La loro ricerca dimostra che i giovani LGBT+ che sperimentano alti livelli di rifiuto da parte delle loro famiglie durante l’adolescenza (se confrontato con quei giovani che hanno sperimentato poco o nessun rifiuto da parte dei genitori e gli operatori sanitari) erano più di otto volte sottoposti alla probabilità di aver tentato il suicidio, più di sei volte propense a denunciare alti livelli di depressione. Share Post Share L'articolo Suicidio o assassinio di stato e dell’odio sociale? proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
Sulla cultura dello stupro e maschilità
Ancora una riflessione a partire dai fatti di cronaca Secondo me una parte enorme della difficoltà collettiva nel guardare davvero la violenza sessuale sta qui: nel fatto che figure come Silvio Berlusconi o Jeffrey Epstein non vengono percepite fino in fondo come totalmente estranee all’immaginario dominante della maschilità. Anzi, continuano in qualche modo ad affascinare nonostante ciò che è emerso sulle loro pratiche sessuali e relazionali, ma anche attraverso quelle pratiche. E questo non perché “gli uomini vogliono essere stupratori”, banalizzazione moralistica che non spiega nulla. Ma perché la nostra cultura continua a intrecciare profondamente desiderio, potere e accesso ai corpi. L’uomo ricco circondato da ragazze giovanissime, l’adulto che supera i limiti e proprio per questo appare potente, il capo che “può permetterselo”, il vecchio che continua ad avere accesso a corpi giovani come prova di successo, prestigio e virilità. Tutto questo non viene soltanto tollerato: viene continuamente erotizzato, raccontato, reso aspirazionale. E allora forse bisogna dirlo chiaramente: il problema non è solo la violenza esplicita. Il problema è che il dominio maschile continua a essere culturalmente desiderabile. Anche in forme apparentemente “soft”, ironiche o glamour. Ed è per questo che molti scandali non producono vere fratture culturali. Perché metterebbero in discussione non soltanto alcuni individui, ma una pedagogia intera della maschilità. Guardando insieme mesi di cronaca locale — non i grandi casi nazionali, ma proprio la massa continua di articoletti di provincia, trafiletti, arresti, denunce, misure cautelari — la sensazione è devastante. Non perché emerga qualcosa di nuovo, ma perché si accumula continuamente la conferma materiale di quello che femministe e movimenti antiviolenza dicono da decenni: la violenza sessuale non è una deviazione della società. È dentro la società. Dentro le sue gerarchie normali, i suoi desideri educati, i suoi modelli di potere. E infatti la cosa che colpisce guardando decine di casi insieme è che la violenza raramente arriva da un “fuori” mostruoso. Arriva molto più spesso da uomini perfettamente integrati nella normalità sociale: compagni, ex, mariti, insegnanti, allenatori, medici, colleghi, uomini adulti che si muovono dentro rapporti di fiducia o autorità. Moltissimi casi parlano molto più di potere che di sesso. Il sesso diventa linguaggio del controllo, dell’umiliazione, dell’accesso garantito al corpo altrui. E sì, esistono anche aggressioni in strada. In questi mesi ce ne sono state diverse: donne aggredite vicino alle stazioni, all’uscita di locali, sui mezzi pubblici, nelle zone della movida. A Milano pochi giorni fa una ragazza è stata violentata fuori da una discoteca dopo essere stata seguita da un gruppo di uomini. E proprio questi casi mostrano un’altra continuità importante: anche quando la violenza avviene nello spazio pubblico, raramente nasce dal nulla. Nasce dentro una cultura che educa alcuni uomini a percepire determinati corpi come accessibili, disponibili, attraversabili. Anche il digitale amplifica tutto questo. Revenge porn, gruppi Telegram, immagini condivise senza consenso, adescamento, molestie continue, controllo tramite chat e geolocalizzazione. Online e offline ormai sono la stessa infrastruttura del dominio. E infatti tantissime violenze non iniziano dal gesto estremo, ma da una lunga educazione alla disponibilità del corpo altrui: il ricatto emotivo, l’insistenza normalizzata, la pressione sessuale continua, il senso di diritto frustrato quando arriva un rifiuto. E guardando la geografia dei casi si vede chiaramente anche un’altra cosa: la violenza segue le linee della vulnerabilità sociale. Minori, persone disabili, donne economicamente dipendenti, migranti, persone trans, persone isolate, sex worker. Non perché siano “fragili per natura”, ma perché hanno meno protezione sociale, meno credibilità, meno possibilità di essere credute immediatamente. Poi c’è il linguaggio mediatico, che continua ossessivamente a trasformare tutto in psicologia individuale: il raptus, la gelosia, “amava troppo”, “era ossessionato”. Ma questa non è ossessione individuale che compare dal nulla. È una cultura intera che continua a insegnare a troppi uomini che desiderare significa ottenere, insistere, superare limiti, possedere. E che il potere renda tutto questo più legittimo, più affascinante, persino più virile. Ed è forse questo il punto più disturbante che emerge guardando tutta questa cronaca insieme. Non solo la presenza della violenza, ma la difficoltà collettiva ad abbandonare il fascino del dominio maschile stesso. Anche quando quel dominio mostra apertamente il proprio volto predatorio. Share Post Share L'articolo Sulla cultura dello stupro e maschilità proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
PER SARA PER LYUBA PER TUTT3
Siamo rete siamo grido siamo canto ed è solo stando insieme che possiamo sottrarci alle violenze e tornare a concederci il diritto alla vita che ci appartiene. Perché la violenza contro le persone che praticano sex work è violenza patriarcale. Per Sara per Lyuba per tutt3 condividiamo il Comunicato stampa: Napoli, Imola, Venezia, Alessandria: contro ogni prassi di violenza sessista. Comunicato Stampa Mag 21, 2026  È del 19 maggio la notizia che a Napoli sono state uccise due donne che lavoravano come s3x worker. Sono state portate in un cantiere abbandonato da un cliente. Questo, non intenzionato a pagare la somma richiesta, ha abusat0 di loro per poi togliergli la vita. Da lì Sara Tkacz e Lyuba Hlyva non sono più uscite. A inizio mese, a Imola, un’altra s3x worker è stata condotta in un seminterrato e stuprⱯta dietro minacce di morte.  Risale invece a fine 2025, a Venezia, il ricatto a due ragazze trans migranti fermate per una segnalazione di furto, da parte di un vice ispettore di polizia che ha preteso prestazioni s3ssuali in cambio di non procedere con la denuncia. Quando le due ragazze si sono rifiutate, il graduato ne ha seguita una in bagno e l’ha violentatⱯ. L’ha inoltre ricontattata nuovamente dopo il rilascio, estrapolando il suo numero dai verbali. Non sappiamo se queste sorelle siano o meno sex worker, ma ci sembra un caso emblematico delle prassi di ricatto, che il più delle volte restano sommerse, da parte di uno stato che da una parte moralizza e vittimizza, e dall’altra si sente in diritto di abusare impunemente di chi marginalizza.  Sono soprattutto le persone migranti e povere, sia trans che donne cis, a conoscere bene queste realtà striscianti, a prescindere dal fatto che scelgano o meno il lavoro s3ssuale o che si trovino in condizioni di tratta. Le s3x worker sono Ɐmmazzate continuamente. Ad Alessandria l’autunno scorso è stata ucc1sa Brenda Romina, una lavoratrice s3ssuale peruviana transfem di 27 anni, nell’appartamento in cui lavorava, da due uomini cis. La cronaca nera misgendera, parla di prostituzione maschile e menziona altri casi analoghi in diverse regioni del nord Italia, senza aggiungere altro: solo meri dati spersonalizzanti che rafforzano il senso di stigma e impotenza. Questi eventi sono avvenuti in luoghi tra loro distanti ma sono accomunati dalla vi0lenza, dalla prevaricazione sessista, e dalla presunzione degli uomini di poter abusⱯre; e di poterlo fare colpendo in particolare chi pratica lavoro s3ssuale, fino ad uccidere. Una presunzione coronata dalla complicità del silenzio puttⱯnofobico: nessuna indignazione collettiva. Solo trafiletti o brevi articoli in testate locali. Vite spezzate con una brutalità che dovrebbe scuotere tuttə. E invece, quasi niente. Poche parole. Poco spazio. Ancora una volta vediamo conferma di come alcune esistenze vengano considerate meno di altre e di come la nostra empatia sia selettiva: nella vita, di fronte alla violenza e anche nella morte.  Non è la prima volta, succede ogni anno, più volte all’anno. Solo nella città di Roma, dal 2019 al 2023 sono avvenuti un transicidio all’anno di lavoratrici s3ssuali migranti nei giardini pubblici. Succede tutti i giorni, perché anche quando non si arriva ai casi estremi di om1cidio puttⱯnofobico la violenza che colpisce chi fa lavoro sessuale – ancor più se  trans e razzializatə – non viene guardatə con gli stessi occhi, l’empatia si ritrae per lasciare spazio ad un doppio standard: come se chi lavora nel s3x work non sentisse, non soffrisse o non possa essere colpitə come tuttə le altrə.  Nell’empatia che arretra, la rabbia collettiva si placa, e – in modo assordante – tace. Ma noi non accettiamo che vengano ricordatə solo come un fatto di cronaca di secondo ordine destinato a sparire.  Noi siamo furiosə.  Non vogliamo essere vittimizzatə. Non cerchiamo un pietismo intriso di superiorità; pretendiamo, piuttosto, che questi casi inizino a essere riconosciuti per ciò che sono: non episodi isolati. Vogliamo che si prenda consapevolezza del fatto che questa distanza, costantemente reiterata, tra chi svolge lavoro s3ssuale e chi invece si percepisce come più “purə”, costringe molte persone a lavorare in condizioni di rischio reali e concrete. Non basta non ucc1dere per non avere responsabilità: bisogna iniziare a chiedersi perché quelle mort1 sembrino così lontane. Le persone s3x worker affrontano ogni giorno stigma, violenza e precarietà, dentro un sistema che le lascia senza protezione. Vengono aggred1te, stuprⱯte, criminalizzate, esposte ad abusi che troppo spesso restano invisibili. E quando vengono assⱯssinate, il silenzio che segue le cancella una seconda volta.  Che piaccia o no, il sex work esiste.  E proprio perché esiste, chi lo esercita ha diritto a sicurezza, tutela, accesso alla salute, protezione dalla v1olenza e condizioni di vita dignitose.  Quante ancora? Perché è questo il punto: per troppe persone queste morti vengono considerate inevitabili. Quasi se la fossero cercata. Come se morire fosse un ‘rischio del mestiere’. Il ‘prevedibile’ prezzo da pagare. È facile pensarla in questo modo, ma i pensieri ‘facili’ spesso celano solo pregiudizio.  La violenzⱯ contro le persone che praticano s3x work è violenza patriarcale, capitalista e coloniale.  È la violenzⱯ di cui ogni padre, figlio, fratello, amico potrebbe essere responsabile, e che la società sceglie di non vedere, come se non la riguardasse.  La violenza contro lə s3x worker è abuso della polizia che reprime, criminalizza e ci abusa!  È violenza strutturale e razzista.  Noi lə piangiamo con rabbia. Lə ricordiamo e lottiamo con rabbia. E pretendiamo che questa rabbia diventi politica. Per Sara. Per Lyuba. Per tutte quelle che non hanno avuto giustizia. Firme Comitato per i diritti civili delle prostitute Aps Ombre rosse Cooperativa Be Free Zoccole Dure SWIPE aps Brigada Callejera de Apoyo a la Mujer Elisa Martinez Nodo Solidale Conigli Bianchi ATN Trans Napoli FVG Pride Santa Carne – Vicenza CID-Casa Internazionale delle Donne Trieste NUDM Trieste  Marciona  Euphoria Trans  MIT Libellula Italia APS Cagne Sciolte  Ora d’Aria Aps NAGA ODV Brescia chekpoint Padova Hardcore  Ambulatorio popolare Roma Est Nodo Solidale Non una di meno Roma  CSOAT AURO E MARCO Transenne.noblogs.org Assemblea Corpi e Terra non unə di meno  Amatransvenezia.noblogs.org Dissidente  lucha y siesta Micc3 FactoryA Osservatorio nazionale Femminicidi Lesbicidi Trans*cidi Non una di meno Share Post Share L'articolo PER SARA PER LYUBA PER TUTT3 proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
CIAO RENATA
Renata ci hai lasciat3 pochi giorni prima del 25 aprile. Un’altra delle molte manifestazioni che avresti attraversato. Da sempre compagna femminista, da sempre presente nel movimento transfemminista Non Una Di Meno, sempre fieramente antifascista. Da alcuni anni eri con noi, compans dell’Osservatorio contro la violenza di genere di Non Una Di Meno, una presenza costante e attiva. Ti ricordiamo nelle call con la tua voce, particolare e subito riconoscibile, con i tuoi interventi mai banali e sempre costruttivi, con la passione, l’affetto che sapevi trasmetterci. Ci stringiamo strette e non lasceremo andare le idee, gli affetti e le lotte che abbiamo condiviso. Il modo migliore per ricordarti, con l’impegno a continuare e fare meglio, con la forza che ci hai lasciata. Con tanto amore e con la solita rabbia Le compans dell Osservatorio Share Post Share L'articolo CIAO RENATA proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
Per Beatrice, per Giorgio, per Cloe e per tutt lu altru
Ci uniamo a quantə hanno preso parola su questo ulteriore dolore che abbiamo vissuto quando abbiamo appreso della morte di Beatrice a Vittoria, Ragusa. Un dolore che si è fatto più intenso leggendo così tanti titoli di giornale che la misgenderavano, non riconoscevano la sua identità di genere e il suo nome, esattamente i motivi per cui Beatrice ha deciso di lasciarci.  Lei vive nel nostro ricordo e nella nostra lista di nomi come un monito perchè “MAI PIÛ SI RIPETA”. Ringraziamo anche chi l’ha ricordata, nominata e chi ne ha parlato a partire proprio da quel riconoscimento che in vita è diventato oggetto di bullismo e di discriminazione impedendo di fatto la sua libera espressione e la sua autodeterminazione.  Riconosciamo l’importanza, infatti, che al nostro lavoro di monitoraggio e di analisi non possano che aggiungersi le voci di lotta dalle piazze, le riflessioni nelle assemblee, nelle scuole.  La rabbia di Cloe brucia ancora, ma anche quella di Andrea, di Giorgio, di Beatrice e di tante troppe persone giovani come loro che ci hanno lasciato e che lo hanno fatto non perchè non fossero consapevoli delle loro identità ma perchè queste erano ostacolate da una cultura patriarcale e binaria imposta ai nostri corpi dalla nascita. Purtroppo, non si vanno mai a cercare i perchè e quando lo si fa non si risponde a quelle domande che interrogano le responsabilità di tuttə.  Perchè? Cosa fare perchè si possa vivere con euforia il proprio sentire? Cosa fare perché le diversità siano considerate tutte legittime espressioni delle nostre esistenze? Per fare in modo che le persone giovani e le esistenze di tutte le altre non siano marginalizzate, scacciate, bullizzate e la loro felicità, creatività, vitalità interrotta dalla violenza patriarcale?  Queste sono le vere domande da porsi!  Questo è quello che questi gesti ci chiedono. Più delle ipocrite lacrime del giorno dopo servono cambiamenti radicali e strutturali nella nostra società che consentano ad ognunə di essere se stessə. E chiudiamo con questo slogan a cui ci piace cambiare il finale  SIAMO IL GRIDO ALTISSIM E FEROCE  DI TUTTE LE PERSONE DI CUI CANTIAM LA VOCE Share Post Share L'articolo Per Beatrice, per Giorgio, per Cloe e per tutt lu altru  proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
La cultura dello stupro come tecnica di potere
Dalla guerra alle carceri, dai centri di detenzione ai tribunali, la violenza sessuale emerge come dispositivo politico e strumento di dominio. Un’analisi che intreccia genealogia storica, conflitti contemporanei, contesto italiano e il dibattito sul consenso e sul ddl Bongiorno. LA VIOLENZA SESSUALE COME LINGUAGGIO DEL POTERE Quello che stiamo osservando oggi non è una semplice somma di casi di violenza sessuale, né una nuova emergenza morale. È qualcosa di più profondo: la piena visibilità politica della cultura dello stupro come tecnica di potere, esercitata senza più bisogno di nascondimento da uomini che occupano posizioni centrali nei rapporti di dominio globali. Per cultura dello stupro non intendiamo una predisposizione individuale o una devianza psicologica. Intendiamo un sistema di norme, pratiche, silenzi e impunità che rende la violenza sessuale uno strumento legittimo di controllo, punizione e annientamento simbolico. Uno strumento che non riguarda il desiderio, ma la gerarchia. Non il sesso, ma il potere. Se guardiamo insieme Palestina, Iran e Libia, questa grammatica appare con chiarezza. Nei territori palestinesi occupati, nelle carceri e nei centri di detenzione, la violenza è parte di un apparato repressivo che non mira solo a contenere, ma a spezzare: il corpo come luogo di dominio. In Iran, la repressione delle proteste esplose dopo l’uccisione di Mahsa Amini ha mostrato come la violenza sui corpi – inclusa quella sessuale – venga usata come strumento di intimidazione politica. In Libia, nei centri di detenzione per persone migranti, la violenza sessuale è parte di un’economia della cattura: serve a disciplinare, disumanizzare, rendere i corpi definitivamente disponibili. Colonialismo, imperialismo e militarismo condividono questa logica. La violenza sessuale non è un effetto collaterale della guerra, è uno dei suoi linguaggi. DALLA GUERRA AL DIRITTO INTERNAZIONALE Questa consapevolezza è stata messa a fuoco dalla letteratura femminista e postcoloniale che ha analizzato la violenza sessuale come strumento di conquista e riorganizzazione violenta dei rapporti sociali. Ma diventa patrimonio esplicito del diritto internazionale negli anni Novanta, con le guerre nella ex Jugoslavia. Durante il conflitto bosniaco, l’esistenza dei cosiddetti campi di stupro rese impossibile continuare a considerare la violenza sessuale come un “eccesso” della guerra. Le inchieste internazionali e i processi del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia segnarono una svolta storica: lo stupro venne riconosciuto come crimine di guerra e crimine contro l’umanità, strumento intenzionale della strategia bellica e della pulizia etnica. Nel 1995, la Conferenza mondiale delle donne di Pechino recepisce questa svolta, riconoscendo la violenza sessuale come violazione dei diritti umani e come dispositivo strutturale del potere. È dentro questo nuovo paradigma internazionale che molti ordinamenti nazionali vengono messi sotto pressione. Anche l’Italia arriva a riformare la propria legislazione solo nel 1996, riconoscendo la violenza sessuale come reato contro la persona e non più contro la morale. Una riforma tardiva, frutto di decenni di lotte femministe, ma resa ormai inevitabile dal mutamento del quadro internazionale dei diritti umani. LE DENUNCE: LA VIOLENZA SUI CORPI DETENUTI Questa grammatica della violenza non appartiene solo al passato né ai conflitti lontani. La ritroviamo oggi nei contesti di detenzione, repressione e controllo delle popolazioni. Negli ultimi anni sono emerse denunce di violenze sessuali subite anche da uomini in questi contesti. Non episodi isolati, ma pratiche ricorrenti documentate da testimonianze di ex detenuti e sopravvissuti. Nel caso dei prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, uomini rilasciati dopo lunghi periodi di detenzione amministrativa hanno raccontato percosse, umiliazioni sistematiche, strip search coercitive, minacce di stupro e violenze a sfondo sessuale durante interrogatori e detenzione. Queste testimonianze sono state rilanciate anche dalla stampa italiana, attraverso inchieste e traduzioni. In questo quadro si colloca anche la denuncia dell’attivista italiano Antonio La Piccirella, membro della Global Sumud Flotilla, che ha presentato un esposto alla Procura di Roma dopo l’abbordaggio dell’imbarcazione e la detenzione dell’equipaggio. Nella denuncia si parla di percosse, ammanettamenti, perquisizioni degradanti e trattamenti inumani e degradanti. Denunce analoghe emergono con forza anche nel contesto iraniano. Dopo la repressione delle proteste del 2022–2023, uomini e ragazzi arrestati dalle forze di sicurezza hanno raccontato di essere stati torturati e sottoposti a stupri e violenze sessuali durante la detenzione, utilizzati come strumenti di punizione e intimidazione. Tutto questo è documentato da Amnesty International e Human Rights Watch con rapporti molto chiari del 2023 e 2024. Sappiamo che proprio in questi giorni la repressione in Iran sta uccidendo, incarcerando, torturando ancora.  Anche nei centri di detenzione per migranti in Libia, sopravvissuti uomini hanno denunciato violenze sessuali sistematiche subite durante la prigionia. Le testimonianze raccolte negli ultimi anni parlano di stupri, abusi a sfondo sessuale e torture utilizzate come strumenti di controllo e ricatto.  Un altro caso emblematico è quello di Mazen Al-Hamada, attivista e artista siriano sopravvissuto alle carceri del regime di Assad. Durante la detenzione ha subito torture sistematiche, comprese violenze a sfondo sessuale, che ha poi denunciato pubblicamente.  Queste denunce non producono simmetria tra le esperienze di violenza, né mettono in discussione il carattere strutturale della violenza maschile contro le donne. Rendono però visibile un dato politico decisivo: la violenza sessuale è una tecnologia di dominio, impiegata contro tutti i corpi resi vulnerabili da guerra, detenzione e repressione. LA SCUOLA: CONSENSO, VIOLENZA E DISCIPLINAMENTO Questa cultura non resta confinata ai contesti di guerra o di detenzione. Il militarismo, come forma di organizzazione del potere, produce una pedagogia della violenza che filtra nei contesti civili, normalizzando la gerarchia, il controllo dei corpi e l’impunità. La scuola è uno dei luoghi in cui questa pedagogia si rende oggi più visibile. Negli ultimi anni, in diversi istituti italiani, ragazzine hanno denunciato l’esistenza di vere e proprie “liste dello stupro”, elenchi informali in cui i loro nomi vengono associati a giudizi sessuali, disponibilità presunte, minacce e fantasie di violenza. Non si tratta di episodi isolati né di “ragazzate”, ma di pratiche di potere che riproducono precocemente la cultura dello stupro: il corpo come oggetto di valutazione, il consenso come irrilevante, l’umiliazione come forma di controllo sociale. Questo clima convive con un machismo diffuso, raramente nominato come tale, che viene spesso rimosso o spostato altrove attraverso il panico sociale contro figure come i cosiddetti “maranza”. Una retorica razzializzante e classista che consente di esternalizzare la violenza, attribuendola a soggetti “altri”, mentre si evita di interrogare le dinamiche di dominio maschile che attraversano quotidianamente le scuole, le relazioni tra pari e le istituzioni educative. A questo si affianca un processo crescente di militarizzazione degli spazi scolastici, denunciato da tempo dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole: presenza delle forze armate nei percorsi di orientamento, progetti di educazione alla “difesa”, normalizzazione del linguaggio bellico e securitario. Un immaginario che rafforza l’idea dell’autorità come comando e della forza come soluzione, invece di promuovere pratiche di responsabilità, cura e conflitto non violento. In questo quadro, il contrasto sistematico all’educazione sessuale, affettiva e di genere, portato avanti dall’attuale governo, non è un dettaglio culturale ma una scelta politica precisa. Rifiutare strumenti che permettono a ragazze e ragazzi di nominare il consenso, il limite, il desiderio e la responsabilità significa lasciare campo libero alle forme più brutali e informali di apprendimento: quelle fondate sul dominio, sull’umiliazione e sulla paura. Ciò che accade nelle scuole non è separato da ciò che vediamo agire su scala globale. È la stessa struttura di potere che si riproduce in forme diverse: la violenza come linguaggio, il corpo come territorio, il silenzio come condizione dell’impunità. CONSENSO, DIRITTO E PERCHÉ IL DDL BONGIORNO VA FERMATO La legge del 1996 ha segnato una svolta storica, spostando la violenza sessuale dal terreno della morale a quello della tutela della persona. Ma negli anni successivi è stata soprattutto la giurisprudenza a spingersi più avanti, chiarendo che il consenso non è una formula astratta né un atto isolato, bensì un processo situato: deve essere libero, continuo, revocabile, privo di costrizione. Le sentenze hanno riconosciuto che il silenzio, la paralisi, la paura, lo shock o l’asimmetria di potere non possono essere letti come consenso e che la violenza può manifestarsi anche in assenza di una resistenza fisica esplicita. Il ddl Bongiorno interviene su questo impianto in un contesto politico segnato da attacchi all’educazione di genere, ai diritti riproduttivi e agli spazi di autodeterminazione. Il rischio non è astratto: è quello di riportare la violenza sessuale su un terreno prevalentemente probatorio, rafforzando l’idea che spetti alla persona che denuncia dimostrare attivamente la propria non volontà. In termini concreti, questo significa moltiplicare le domande, gli interrogatori, i passaggi processuali, aumentando il carico su chi già oggi attraversa percorsi giudiziari spesso lunghi e traumatici. Non è un’ipotesi teorica. È un problema strutturale già presente: i processi si trasformano frequentemente in esperienze di esposizione, sospetto e colpevolizzazione per le vittime. In questo quadro, una riforma che indebolisce l’asse interpretativo costruito negli anni dalla giurisprudenza rischia di aggravare una situazione già critica, scoraggiando ulteriormente le denunce. I dati sull’accesso alla giustizia, infatti, sono incompleti e preoccupanti: oltre 4,6 milioni di donne italiane tra i 16 e i 75 anni hanno subito violenza sessuale nella vita, mentre le denunce registrate ogni anno sono solo poche migliaia: il confronto tra questi numeri rende evidente un sommerso enorme, in cui la stragrande maggioranza delle violenze non entra mai nel circuito giudiziario. Ma anche questa fotografia è parziale: restano fuori persone trans, bambine e adolescenti, donne senza cittadinanza italiana e l’intero universo maschile, a causa di un sistema di raccolta dati che non disaggrega, non integra e produce invisibilità, come denunciato dalle reti femministe e dai centri antiviolenza, nonostante la legge 53/2022. Le conseguenze diventano ancora più evidenti se guardiamo ai corpi che il diritto fatica storicamente a riconoscere. Cosa accadrà a quelle persone con disabilità, che possono non essere in grado di esprimere o dimostrare una “non volontà” secondo criteri normativi astratti? A chi è stat* drogat* o sedat*? A chi, per paura, shock o trauma, si “paralizza”? A chi si trova dentro relazioni di potere – familiari, lavorative, educative, sanitarie – in cui reagire apertamente significa esporsi a ritorsioni o a danni ulteriori? Quante volte dovranno raccontare la propria esperienza? Quante domande dovranno subire? In quante sedi? È per questo che questa riforma non è un dettaglio tecnico né una semplice modifica normativa. È emblematica. Dice molto del tempo politico che stiamo attraversando e del modo in cui si intendono governare i corpi: non ampliando le tutele, ma spostando il peso della prova su chi subisce violenza. Per questo oggi è necessario fermarsi e fermarla. La campagna No sui nostri corpi nasce da questa consapevolezza: dal rifiuto di una riforma calata dall’alto, in questo clima politico, su una materia che riguarda direttamente libertà, sicurezza e autodeterminazione. Aderire alle iniziative del 15 e del 28 febbraio, che mettono in rete D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza, i centri antiviolenza e Non Una Di Meno, significa riconoscere che la difesa del consenso non è solo una questione giuridica, ma un terreno di conflitto politico. Queste mobilitazioni guardano allo sciopero femminista e transfemminista dell’8 e 9 marzo non come a una ricorrenza simbolica, ma come a un passaggio necessario. Perché la violenza non è un’emergenza da gestire, ma una struttura da smontare. E questa riforma, oggi, è uno dei suoi nodi. Come ricorda bell hooks, il femminismo non è un recinto identitario, ma una pratica di liberazione per tutt*. Oggi questa pratica passa anche dalla capacità di dire no: non ora, non così, non sui nostri corpi. Riflessioni di Babs Mazzotti Share Post Share L'articolo La cultura dello stupro come tecnica di potere proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
Insieme
Un altro anno passato a cercare fra le pieghe delle cronache le informazioni sulle violenze e morti per violenza machista di genere e sui generi. Un anno nel quale le persone ricche e per questo potenti espandono senza più alcun pudore guerra, nuovo colonialismo, dominio nascondendosi dietro vecchie parole d’ordine spacciate per valori morali. Così, molte persone, anche legittimamente spaventate e stanche, tornano a desiderare rifugio in ciò che continuano a ripeterci sia tale: la religione, la famiglia “naturale”, la casa, i beni, le proprietà, i nazionalismi. Chi, mentre tutto crolla, non vorrebbe un legittimo rifugio? Qualche mese fa un ministro della repubblica ci invitò a rifugiarci in casa, in chiesa o in farmacia se soggett3 a violenza quale casa come rifugio intende il ministro? La casa, bene ormai di lusso per molt3 che non possono averne una? La casa dove il 93 per cento dei femminicidi di quest’anno è avvenuto per mano  di un familiare? La casa dove oltre il 90 per cento degli stupri in età minorile avviene? Cosa aggiungere su chiese e farmacie? o sulle forze dell’ordine quando proviamo a denunciare? Noi però siamo un osservatorio, ed osserviamo la violenza sempre maggiore su e tra persone giovanissime ma anche la sempre maggior frequenza di denuncia pubblica delle stesse, superando la paura dell’ulteriore violenza che questo può e spesso comporta. Osserviamo l’impennata dei femminicidi di donne anziane e malate o di donne e persone con disabilità (oltre diciassette quest’anno) e leggiamo con orrore le giustificazioni che a queste uccisioni vengono addotte sui giornali e oltre, letti come atti di pietà ed altruismo anche quando la donna o persona uccisa non ha espresso in alcun modo il desiderio di morire. La grazia concessa dal Presidente Mattarella, a fine anno, a un marito che ha ucciso la moglie malata ci è sembrata quasi un “viatico” a questa forma di femminicidio, che però è tale perché esclude completamente la scelta libera e consapevole delle donne, una scelta mai espressa da loro in modo chiaro e concreto.   Osserviamo l’aumento costante delle violenze contro le persone lgbtqiak+ con un particolare accanimento contro le persone trans. Osserviamo un aumento di odio e prevaricazione nel linguaggio, nelle azioni e nelle relazioni fra persone di ogni età, sia fra pari che intergenerazionali.  Osserviamo come si aumentino  gli strumenti di repressione usando la sicurezza come scusa, i nostri corpi come paravento e parole di odio come benzina, anziché ammettere quanto la cultura, i servizi, la educazione alle relazioni e l’empatia siano gli unici antidoti alla violenza. Non si spegne il fuoco con la benzina, con la benzina si alimentano le guerre e lo sfruttamento di tutto e di tutt3. Osserviamo che chi ci uccide, chi ci stupra, chi ci molesta, chi ci sfrutta, chi ci deride; molto prima di ogni altra caratteristica, ha in comune una cosa e non è il lavoro, la provenienza, l’età, il titolo di studi, peso, altezza, tifo sportivo, hobby o altro; ha in comune il vedere il mondo attorno a sé diviso fra chi possiede e chi è possedut3, fra chi comanda e chi deve obbedire, fra vite che valgono e quelle non valgono, perché alla fine il patriarcato è tutto qui e tutta qui  è la sua miseria. Iniziamo questo 2026 con il mondo in frantumi e la consapevolezza sempre maggiore di chi e come lo ha e lo sta distruggendo, di quale enorme legame con la violenza che subiamo quotidianamente personalmente ci sia. Il transfemminismo è pratica, la pratica di non dimenticare nessun3, la pratica di non pensarci in guerra contro la guerra ma di costruire invece nuovi strumenti, nuove parole, nuovi modi di vivere e stare. La nostra rabbia è collettiva, non esclude, non sceglie chi ha diritto a vivere. E’ una rabbia piena di amore, generativa, collettiva, antieroica, antiabilista. Se impariamo nuovamente a credere nell’idea di “insieme” apparirà chiarissimo che insieme siamo liber3. BUON 2026 INSIEME L3 compagn3 dell’osservatorio Share Post Share L'articolo Insieme proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
SIAMO RETE, SIAMO GRIDO, SIAMO CANTO
Viviamo un’epoca davvero faticosa. Attorno a noi sembra che tutto crolli, deragli. Siamo sempre piu pover3, sempre piu stanch3, piu spaventat3. Più in guerra.  La guerra è entrata nel  linguaggio, nell’economia, nelle scuole, nel bilancio dello stato e di conseguenza nella gestione dei servizi alla salute, nel welfare, nella distruzione dell’ambiente e nell’orizzonte collettivo militarizzando l’esistente, cambiando i nostri ruoli, le relazioni. E se la guerra non fosse una condizione imprescindibile dettata dalle contingenze? Se fosse invece la risposta che chi comanda utilizza per sedare ogni dissenso?  Immaginiamo insieme per un attimo che “noi minoranze” prendiamo coscienza di non esserlo. Che invece di percepirci come persone singole in competizione con ogni altra nelle stesse condizioni riconosciamo proprio nelle altre persone che vivono la stessa oppressione delle alleate, cosa accadrebbe? Immaginiamo che lo stesso legame e la stessa fiducia che viviamo quando siamo insieme la provassimo ogni giorno per le strade, nei nostri palazzi o luoghi di lavoro, studio, svago. Cosa succederebbe? In questo mondo militarizzato la cultura e la società le si creano a suon di proclami e paura. Paura del domani, del presente, delle altre persone e anche di noi stess3, delle nostre capacità, dei nostri corpi, delle nostre relazioni mentre chi detiene il potere,intanto, della nostra paura e isolamento si nutre aumentando i profitti e impoverendo le nostre vite praticamente e moralmente. E così, ogni novembre il presidente del consiglio – quel presidente che pretende di essere chiamato al maschile perché simbolo di potere e prestigio – annuncia a gran voce un nuovo intervento legislativo epocale contro la violenza di genere! Lo scorso novembre ci fu l’istituzione dell’ergastolo di default nei casi di femminicidio, quest’anno la legge sul consenso.. mentre prepara il ddl disforia.  Intanto molti componenti del suo governo, partito e coalizione riempiono le cronache di azioni, asserzioni e pratiche violente.  Tagliano i finanziamenti ai centri antiviolenza autonomi e sovvenzionano nuovi centri dedicati a uomini maltrattanti che spesso barattano il percorso con lo sconto di pena, tagliano le politiche sociali che sosterrebbero i percorsi di fuoriuscita dalla violenza aperti a tutte le soggettività, tolgono tutele come la possibilità di richiesta di asilo politico alle donne vittime di tratta e a persone trans, lesbiche, gay, bi o non binarie che nei propri paesi di provenienza sarebbero in carcere o in attesa di pena di morte. Creano leggi come la legge Caivano che riempie le carceri di persone giovani e giovanissime che, rispetto ai figli di politici o ricchi che compiono gli stessi atti, hanno la colpa di essere povere e quindi perseguibili.  Intanto promuovono la cultura della ipersessualizzazione delle donne sin da bambine, della ruolizzazione di genere, del possesso e dell’onore, dell’amore romantico e della famiglia e vietano o disincentivano la educazione alla diversità di genere e a quella sessuoaffettiva nelle scuole, con la scusa che sia giusto e normale che sia la famiglia di origine a decidere cosa le persone piccole e giovani debbano conoscere o pensare. La Famiglia, al quale altare è stato immolato anche il ministero delle pari opportunità, ora Ministero della famiglia, della natalità e pari opportunità e che è il fulcro nel quale la violenza nasce secondo i dati del ministero degli interni stesso. Intanto le persone trans e non binarie sono attaccate da provvedimenti che ne minano la salute, le persone LGTBQIPA+ sono derise, misgenderate, aggredite nei percorsi di formazione, nello spazio pubblico e al lavoro quando riescono a trovarlo.  Intanto le donne e tutte le persone con utero devono lottare per il riconoscimento delle malattie cosiddette invisibili, per il diritto ad un aborto libero, sicuro e gratuito per tutt, o anche “solo” per non essere molestate, derise, sminuite, violentate e uccise ogni giorno. Nell’epoca del liberismo guerrafondaio le persone sono cose e il loro valore e uso è preteso e deciso dai soliti maschi bianchi cis etero e machi al potere. Così devono sparire via via tutte le persone che non sono loro. L’osservatorio nasce per cercare di non dimenticare nessun, nessuna persona soggetta a violenza patriarcale, per gridare ogni vita, ogni speranza, ogni desiderio. Perché per noi e per il transfemminismo per come lo viviamo, ogni vita, ogni speranza, ogni desiderio contano mentre la violenza mangia la vita di chi la subisce ma anche la vita di chi la agisce.  Siamo un osservatorio e quello che vediamo è che chi agisce violenza occupa tutte le classi sociali, età, territorio, provenienza geografica, percorso di studi. L’unica costante é che é per la stragrande maggioranza delle volte un maschio cis etero e che le violenze fra e da parte di persone giovani stanno aumentando enormemente, chiara conseguenza di un’epoca nella quale l’unico valore che si sostiene è quello del diritto proprietario e del desiderio di possesso mentre si svilisce la cultura, la cura e l’empatia così come aumentano le violenze sulle donne anziane, un peso da eliminare. Oggi portiamo con noi una rete come simbolo di legame, perché è solo stando insieme che possiamo sottrarci alle violenze e tornare a concederci il diritto alla vita che ci appartiene. Non deve per forza essere solo la rabbia a muoverci, soprattutto in un’epoca nella quale tutto attorno a noi lo è. Può essere anche la vita, la bellezza (della vita) che resiste, il riconoscimento reciproco, la fiducia, la solidarietà e il desiderio di uscire dalle proprie tane. Tocchiamoci, annusiamoci (con consenso ovviamente), conosciamoci e supportiamoci. Gridiamo insieme la nostra rabbia ma cantiamo anche insieme la nostra vita ed esistenza, così che ogni voce trovi la sua propria melodia, lo spazio e dilaghi. La rete che portiamo è fatta di occhi, bocche simboli e piccoli suoni, siamo noi. Non sovrasteremo le urla che nel quotidiano ci circondano sommergendoci ma abbiamo detto che siamo e saremo marea e La marea cura, segue i ritmi che tutto in natura vive, torniamo a sentirci parte a costruire alternative radicali, comunità resistenti, cercare l3 altr3, difenderci e accoglierci a vicenda perché noi siamo grido, ma anche canto e vita e “perché non era previsto che sopravvivessimo” Share Post Share L'articolo SIAMO RETE, SIAMO GRIDO, SIAMO CANTO proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
TDOR 2025 R di Ricordo Rabbia e Rivolta
Allerta (TW): il linguaggio usato e le notizie riportate in questo articolo/intervento rimandano a situazioni di estrema violenza  di Mari Casalucci Vaffanculo America! Non voglio il tuo odio. Non voglio le decorazioni militari e le medaglie che mi hai conferito.Non voglio la pensione per il mio servizio militare e le invalidità connesse al servizio. Non voglio la tua assistenza sanitaria per curare le malattie mentali che mi hai causato. Non voglio altri ricoveri in reparti psichiatrici per tenermi in vita in una nazione che disprezzo. Non voglio essere sepolt in nessuno dei tuoi cimiteri militari e veterani. Non voglio essere sepolt in nessun luogo sul suolo americano. Non voglio onori militari. Non voglio che le mie ceneri siano conservate sul suolo americano. Voglio che le mie ceneri siano disperse in acque internazionali e voglio che a disperderle sia solo mia moglie. Non voglio la vostra bandiera. La mia morte non è una resa. La mia morte come parte della popolazione transgender non significa che avete vinto. Segna solo la fine della nostra relazione. Questa non è la terra della libertà. L’odio dimostrato fin troppo spesso cancella ogni pretesa di grandezza passata. Siete un pozzo nero di fanatici che adorano un dio che non esiste e non è mai esistito. Godetevi la vostra nuova famiglia reale e il vostro dittatore. Mi rifiuto di partecipare ulteriormente. L’uomo bianco ha decimato e massacrato le popolazioni indigene sulle terre che ora chiamate America. Non potete cancellare le persone non binarie e transgender perché ogni giorno ne fate nascere altre. Questa la lettera di addio di Elisa Rae Shupe, prima soggettività non-binary ad ottenere sul proprio passaporto statunitense la “X” sul marcatore di genere, trovata avvolta nella bandiera trans nel parcheggio di un ospedale per veteran3 a Syracuse, nello Stato di New York il  27 gennaio 2025. I media mainstream hanno cercato inutilmente di ignorarla silenziando questo messaggio che aveva lasciato.  Shupe nasce nel 1963, vive violenze a scuola e in famiglia, nell’82 entra nell’esercito fino al suo ritiro nel 2000. Diventa attivista per i diritti delle persone trans. La sua storia viene strumentalizzata dai gruppi conservatori anti-trans che sfruttano la fragilità di un periodo della sua vita per tuonare teorie pseudoscientifiche sulla “detransizione di genere”. Shupe si ribella e cambia nuovamente il suo nome e i pronomi di riferimento, scrive un libro e prova ad andare avanti con la sua vita. La vittoria di Trump però, e la sua firma sull’ordine esecutivo che mira a cancellare le identità trans e non-binarie dalla carta dei diritti negli Stati Uniti, hanno rappresentato l’ultimo colpo per il suo equilibrio spingendolx a salire all’ultimo piano di quel parcheggio. Nella sua lettera emerge una lucida consapevolezza e una rabbia contagiosa. Il suo è un urlo di rivolta contro un sistema marcio e ipocrita, un rifiuto a starci, a finanziarlo, a restare in silenzio come lo era stato quello di Cloe Bianco.  Come non ricordare Sam Nordquist, un ragazzo di 24 anni molto attivo nell’assistenza alle persone disabilizzate nello Stato di New York, lo stesso dove Shupe aveva deciso di farla finita il 27 gennaio. Era trans,razializzatx e aveva un corpo grasso. Era scomparso a Capodanno scorso. Il giorno di San Valentino viene ritrovato morto. Era stato rapito e torturato brutalmente tanto che la madre riconosce i tatuaggi.  Perchè richiamo questi due casi degli Stati Uniti. Perchè le vite delle persone trans, intersex, non binarie sono costantemente attaccate dai regimi e dalle dittature di destra che si sono affermate nel mondo, perchè la paura per i disastri dell’oggi e del domani tutti figli del sistema capitalista, estrattivista e coloniale deve individuare delle cause che portino lontano dai veri responsabili. E cosa c’è di più pauroso, di più pericoloso dello strano, del queer, del mostro, della diversità non conosciuta, dell’animale che si libera, delle persone che decidono di vivere in un bosco, di chi vive in una favelas ai margini di una grande cittá, di chi resiste e difende la terra dove vive, di chi resiste cioè a un sistema che vuole tuttx ben allineat all’interno di ruoli e destini imposti?  L’organizzazione sociale è una potente macchina globale, che manipola, impone, reprime e arriva ad uccidere con i suoi eserciti, le polizie ma anche persone individuali o gruppi collettivi che si fanno strumento violento della riproduzione del sistema. Gli assassinii di genere (femminicidi, transcidi, puttanocidi, istigazioni al suicidio) non sono altro che azioni del braccio armato extragiudiziale e non irregimentato istituzionalmente dell’eterocispatriarcato. Per imporre capitalismo e colonialismo si sono usati roghi, false denunce, lapidazioni di piazza, tutte per sconfiggere il “male”, il demonio rappresentabile in qualsiasi forma di diversità che si sottrasesse nello spazio pubblico o privato alle norme del potere. La repressione anche oggi è fortissima e, con lentezza spietata, ha cambiato il valore di parole come rivoluzione e resistenza, la legittimità cioè di costruire alternative a questo sistema. La violenza viene agita attraverso la psichiatrizzazione, la discriminazione, la marginalizzazionee e l’odio sociale alimentato da quei politici al governo che arrivano a chiamarci “schifezze” e che usano e strumentalizzano i corpi trans per imporre le loro politiche.  I dati del TMM (trans murder monitoring 2025) che si riferiscono all’ultimo anno (1 ottobre 24- 30 settembre 25) ci danno il quadro della fase che stiamo atraversando.  * 281 persone trans e non binarie uccise, una dimunuzione rispetto all’anno precedente in cui il monitoraggio aveva elencato 350 casi. Ma, ci allerta lo stesso TMM questo non corrisponde necessariamente a maggiore sicurezza ma piuttosto all’invisibilità crescente degli assassinnii se si vanno ad analizzare nei motori di ricerca gli algoritmi che mostrano invece un crescente disiteresse verso queste morti sempre più difficili da identificare e verificare. Ne sono testimonianza l’uso del nome/genere imposto alla nascita nelle notizie relegate alla cronaca nera. Perchè anche questo succede, la cancellazione oltre la morte. Molte persone tra giornalisti, famiglie e persone vicine ritornano ad usare il nome assegnato alla nascita cancellando e uccidendo per la seconda volta le persone trans.  * Le persone che fanno lavoro sessuale restano il gruppo più colpito con il 34% rispetto a chi svolge altre mansioni.  * C’è una tendenza preoccupante in aumento all’assassinio di persone attiviste e leader del movimento (14% dei casi), il doppio dell’anno precedente.  * Il 90% dei casi presi in considerazione sono femminicidi, l’88% persone trans razializzate * Il 24% aveva tra 19–25, 25% 26–30, 26% 31–40, e 5% sotto il 18, un dato che ci racconta quanto sia ancora breve l’aspettativa di vita nella nostra comunità.  * IL 68% delle uccisioni sono nell’Abya Yala, quella parte del mondo chiamata America latina e ai Caraibi con il Brasile per il 18esimo anno il paese più colpito con il 30% dei casi totali. Ma questo può forse voler dire che in territori come l’Africa dove nessuna strage e genocidio fa notizia la situazine non sia grave? * 25% delle uccisioni sono avvenute in strada e solo il 22% nella casa della vittima, il che dimostra che, a differenza dei femminicidi di persone non trans, l’assassinx è nello spazio pubblico e nella maggioranza dei casi non ha le chiavi di casa  Sono riportati dal TMM solo 5 casi in Europa, nessunx in Italia  Questo è determinato dal fatto che il TMM continua a rifiutare, nonostante i nostri costanti solleciti, l’inserimanto delle persone suicidate dall’odio sociale, dagli ostacoli all’autodeterminazione e ai percorsi di affermazione di genere, o dalle  resistenze da parte delle famiglie, giustificando il loro rifiuto con motivi tecnici e non per posizionamento politico. Le famiglie poi sono per la maggior parte poco preparate all’accoglienza in un sistema che ci considera fuori norma e quindi psichiatrizzabili e marginalizzabili, rendendoci costantemente vulnerabili ed esposte alla violenza e alle aggressioni nello spazio pubblico e privato. Basti pensare che nel nostro paese NON sono ancora considerate reato le cosiddette “terapie di riconversione”, in cui si cerca di convincere una persona a non essere quello che è, e le mutilazioni genitali su neonati intersex, tendenti a ricollocare in una imposizione di genere quei genitali che non corrispondono agli standard decisi.  E noi persone trans e non binarie siamo ancora costrette a percorsi di affermazione di genere psichiatrizzanti che prescindono dall’autodeterminazione sui nostri corpi riconosciuta invece da molti paesi d’Europa e del mondo  I dati dei suicidi o dei percorsi di vita fermati dal transodio vengono invece monitorati dall’osservatorio di NUDM dall’inizio del suo prezioso lavoro nel 2020.  La morte per suicidio delle persone trans e non binarie è un omicidio sociale, di cui tuttə siamo complici e/o spettatorə e per questo ci riguarda, va nominata e monitorata così come fa l’osservatorio di NUDM. È una sconfitta di tutt e una vergogna per il sistema che ne è responsabile. E dobbiamo lavorare perchè percorsi di educazione alla diversità, sportelli, sostegni, consultorie transfemministe e centri antiviolenza aperti a tutte le soggettività nascano e prolifichino come funghi in una rete in grado di sostenere chi vive quotidianamente una violenza cosi profonda e per cancellare alla radice la “cultura” (e mi fa fatica chiamarla tale) patricapitalista che sostiene questo sistema ormai marcio fin nelle radici più profonde, riuscendo a sopravvivere solo con genocidi, violenze e guerre.  E nelle giornate del TDOR non possiamo fermarci alla parola RICORDO e quella R finale dice RABBIA, RESISTENZA e RIVOLTA.  Non c’è voglia di fare silenzio, ma di fare un gran rumore in questa giornata perchè non possiamo perdonare e non possiamo dimenticare Giorgio Marziani, 14 anni che il 6 gennaio è stato suicidato a Caserta da transodio, discriminazioni di genere e bullismo. Né vogliamo dimenticare Alexandra Garufi, 21 anni, tiktoker che ci ha lasciato il 19 marzo a Sesto San Giovanni, dopo aver vissuto violenze verbali continue sul suo profilo social. La Procura di Monza ha aperto un fascicolo di inchiesta per istigazione al suicidio riguardo alla morte di Alexandra, che raccontava online con coraggio e determinazione il percorso alla scoperta della propria identità di genere.  E vogliamo ricordare qui Thiago Elar, tiktoker trans, 27 anni. “Cause naturali”, secondo la stampa nazionale che continua tra l’altro ad usare il suo dead name. Nei suoi video, condivideva la propria storia: un racconto fatto di sofferenze, ma anche di resistenza, battaglie più o meno silenziose e il desiderio di essere riconosciuto per quello che era. Un desiderio che spesso si è scontrato con un senso di invisibilità e negazione. Dai suoi racconti social è emerso un rapporto difficile con la famiglia, la stessa famiglia che pubblica il necrologio con il suo dead name uccidendo Thiago un’altra volta. “Sto qui da un anno e quattro mesi. Qui mi stanno accoppando. Io non ce la faccio più…”, aveva confidato in uno dei suoi ultimi video. Ma voglio ricordare anche Mirella Souza, 44 anni. Morta a Pisa il 14 agosto 2025 dopo un’iniezione di olio illegale iniettato dai cosiddetti bombaderos. Si tratta del cosiddetto silicone liquido industriale vietato in Italia dal 1993. Nel caso si arrivasse a un processo, l’associazione Consultorio Transgenere si costituirà parte civile perché per una persona trans l’adeguamento del corpo al genere in cui si identifica è vitale e, non avendo i soldi per farlo, costringe a scelte con conseguenze anche mortali. L’olio al silicone è purtroppo ancora molto diffuso in una parte della collettività trans* da parte di soggetti che vivono in condizioni di povertà, marginalizzazione e stigma sociale di cui le istituzioni non si fanno assolutamente carico. Vogliamo l’apertura delle case di accoglienza e delle case rifugio per le persone trans che stanno vivendo situazioni di violenza. Vogliamo accesso ai lavori, ai servizi, alla vita. Abbiamo il diritto ad una nuova legge basata su autodeterminazione e consenso informato perché la 164 è obsoleta, inadeguata e superata dai fatti. Vogliamo che le nostre elaborazioni siano accolte, assunte e non strumentalizzate per pulire le coscienze di altri movimenti: le nostre identità non sono beni di consumo, né tanto meno pubblicità gratuita. E non basta inserire nei documenti il nostro acronimo, per altro spesso ritagliato a seconda delle esigenze, per sentirsi alleat3.  Siamo persone trans, non binarie e intersex.  Le nostre bandiere rappresentano le nostre lotte e non sono emblemi per la propaganda capitalista, egemone e coloniale.  Autodeterminazione e liberazione per i corpi tutti! Ci vogliamo viv e vogliamo tutto!  Share Post Share L'articolo TDOR 2025 R di Ricordo Rabbia e Rivolta proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
FEMMINICIDI E ABILISMO
L’Osservatorio Femminicidi Lesbicidi Transcidi (FLT) in Italia di Non Una Di Meno monitora gli eventi, riportati dai media, che possono essere qualificati come femminicidi, lesbicidi e trans*cidi. Eventi in cui l’uccisione di una persona avviene per motivi riconducibili a relazioni di potere e alla violenza eterocispatriarcale e di genere. Nel 2023 l’Osservatorio ha registrato 120 tra femminicidi, lesbicidi, transcidi, puttanocidi e suicidi di stato. Di questi, 16 casi riguardavano donne con disabilità di età compresa tra i 67 e i 90 anni. Sono 170 gli articoli usciti sui 16 casi di femminicidio di donne con disabilità, da questi risulta difficile estrapolare informazioni sulle vittime. Spesso restituiscono una narrazione sconfortante in cui le indagini si focalizzano nella ricerca di malattie e problemi economici ignorando le violenze fisiche o psicologiche subite. Non viene fatta alcuna analisi del rapporto tra la vittima e l’assassino, anzi, la narrazione proposta è volta a salvare e ricomporre l’immaginario della famiglia spezzata, ricalcando il “gesto altruistico” agito fino a quel momento dall’assassino nel suo presunto lavoro di cura, finendo per, di fatto, deresponsabilizzarlo.  I femminicidi delle donne disabili e disabilizzate, soprattutto in età avanzata e uccise da familiari, partner o figli, vengono spesso non considerati tali o comunque invisibilizzati. Nella maggior parte dei casi avvengono in contesti familiari dove la cura verso la donna viene vissuta come un peso.  Questi femminicidi, considerati di serie b, restano dunque nell’ombra. La parola femminicidio infatti non appare nelle sentenze giudiziarie e neanche nella stampa, che si ostina a raccontarli come tragedie familiari. Molti di questi casi che vedono coinvolte donne anziane e disabili, vengono chiusi come omicidi – suicidi. Non si approfondiscono le ragioni per cui le donne vengono uccise, a favore di una narrazione che parla di un gesto disperato ed eroico che mimetizza il crimine. Non a caso, spesso, l’uomo viene definito un buon marito o un buon figlio. L’infantilizzazione e la patologizzazione nei femminicidi di donne disabili avviene adottando il  punto di vista del femminicida.  Oltre al fattore abilista, vi è anche l’aspetto ageista nei casi di donne anziane: infatti i femminicidi di donne anziane spariscono rapidamente dalla cronaca, paragonato a quanto succede per i femminicidi  di donne giovani (in ogni caso anch’essi raccontati in modo estremamente problematico e strumentalizzato). Nel 2024 sono finora 2 i femminicidi di donne con disabilità: Teresa Sartori, 81 anni, uccisa dal figlio l’8 gennaio e Alessandra Mazza, 35 anni, uccisa dal padre il 14 febbraio. Il femminicidio di Teresa e quello di Alessandra sono stati raccontati con due pesi e due misure: nel primo, gli articoli dedicati sono stati 7, tutti scarni, dai quali emerge una narrazione ageista e un evidente focus sulla fatica e lo stress provati dal figlio di Teresa nell’accudirla. Teresa è stata uccisa a coltellate. Il secondo caso di Alessandra Mazza, ottiene invece una certa copertura mediatica. In questo caso, la narrazione patriarcale e abilista falsa il caso di femminicidio assolvendo il padre. Le informazioni vengono manipolate, soprattutto nei programmi televisivi che montano servizi ad hoc in cui la vittima viene infantilizzata e la sua disabilità psichica viene patologizzata: il suo corpo viene problematizzato per il solo fatto di non essere considerato adatto alla produzione e riproduzione sociale in un’ottica patriarcale. Il sottotesto che in entrambi i femminicidi passa è l’altruismo del femminicida nel farsi carico della vittima. Per l’ennesima volta le donne con disabilità vengono ritenute un peso per una società patriarcale che capitalizza su corpi abili. In una prospettiva patriarcale, l’esistenza delle donne è valida solo finché risulta funzionale ai processi di produzione e/o riproduzione. Nel momento in cui questo viene  meno, nel momento in cui le donne si sottraggono al ruolo patriarcale imposto, diventano un peso considerato inutile, la loro vita perde così tanto valore che può essere interrotta da chiunque, senza subirne particolari conseguenze. Se questo atroce meccanismo è vero per tutte le persone socializzate donne, lo è per forza di cose ancora di più nel caso di donne disabilizzate e disabili. Share Post Share L'articolo FEMMINICIDI E ABILISMO proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
Liberiamo nodi, tessiamo trame
Intervento all’Assemblea Nazionale di Non Una di Meno a Genova, 12-13 aprile 2025 Audre Lorde in «Poetry Is Not a Luxury» diceva: «La poesia non è un lusso. È una necessità, vitale per la nostra esistenza. Forma la qualità della luce tramite cui esprimiamo le nostre speranze e i nostri sogni diretti alla sopravvivenza e al cambiamento, che diventano dapprima linguaggio, poi idee, poi azioni tangibili. I nostri sogni puntano verso la via della libertà. Le nostre poesie ci hanno dato la forza e il coraggio di vedere, di sentire, di parlare, di osare. Se ciò che abbiamo bisogno di sognare, lo consideriamo un lusso allora abbiamo rinunciato al futuro dei nostri mondi» Nei momenti di confronto sovente discutiamo di cosa generi e di come si generi la violenza che viviamo e di quali strumenti pensiamo possano essere utili a contrastarla. Vogliamo portare a questa assemblea alcuni timori e riflessioni, nell’idea e nella fiducia che sapremo affrontarli.  Come rete abbiamo alle spalle quasi dieci anni di lotta e dobbiamo riconoscerci l’enorme percorso fatto insieme. Molte cose sono diverse da allora così come lo siamo noi e la nostra consapevolezza collettiva e personale. Dal Covid in avanti il quotidiano,già opprimente, è diventato un rutilante susseguirsi di fatti pericolosi e gravi, di narrazioni manipolate che hanno occupato ogni nostra energia dandoci, a volte, un enorme senso di impotenza. Le guerre, il genocidio in Palestina, la crisi climatica e la devastazione ambientale, l’odio razziale, i CPR, la distruzione della sanità, della scuola, dello stato sociale, la militarizzazione delle vite e del linguaggio,la repressione violenta e incondizionata,la morte dell’informazione, l’impoverimento delle famiglie, gli attacchi sempre più forti alla comunità trans e non binaria e soprattutto all’infanzia, trans e cis, lo sfruttamento dei corpi tutti  e della terra per estrarne  profitti, tutte forme di quella violenza patriarcale che ha nella politica istituzionale la sua perfetta e continua espressione. I femminicidi sono costanti mentre gli omicidi continuano a decrescere, la violenza domestica è vorticosamente in aumento come lo è la violenza su e fra persone piccole e molto giovani. Ma è sempre la narrazione mainstream a decidere quali e quante violenze hanno diritto di attenzione. Un’attenzione morbosa, rivittimizzante, razzista, ageista, transodiante, classista e abilista. E no, non sono parole messe in fila per correttezza politica vuota e borghese. Sono le nostre vite, è il nostro diritto e desiderio di vederle riconosciute almeno da chi abbiamo vicin3 nella vita, nella lotta e nella liberazione dalle oppressioni. Sappiamo bene su chi si riversa prima e di più tutta questa violenza. Lo sappiamo e non siamo sol3 a vederlo. In questo clima da fine del mondo c’è un mondo che effettivamente deve finire e lo sa e, per questo, resiste con ogni mezzo e ferocia: è il mondo della violenza patriarcale e capitalista che pretende di possedere e usare tutto ciò che esiste ed sterminare tutto ciò che gli sfugge. Correndo affannosamente dietro alle impellenze (seppure vere e legittime) di una agenda di atrocità ed emergenze dettato da altri,rischiamo di non avere il tempo e il modo di costruire  il riconoscimento e l’empatia  solidale fra oppress3, la cura, le strategie, le pratiche quotidiane, la politica, che servono per costruire e affermare le alternative, per farlo insieme con quell’intelligenza collettiva che ci sostiene e che è consapevole che il nostro lavoro politico quotidiano deve muoversi, attraversare e farsi attraversare  da tutto quanto è molto oltre le nostre bolle ma si nutre di un obiettivo comune, la poesia per tutt3. Insieme avevamo scritto un piano! Un piano che forse i tanti nodi territoriali che sono “nati” in periodi recenti non hanno avuto modo di conoscere. Lo avevamo costruito insieme e quella costruzione era stata la pratica fondante della visione che ci ha nutrito a lungo, ora forse abbiamo bisogno di riginerarci verso un nuovo piano e nuove pratiche adatte al tempo che viviamo senza lasciare indietro nessun3.   Sentiamo il bisogno di parlare insieme di come si faccia resistenza alla militarizzazione dell’esistenza in maniera transfemminista e non mac(h)ista. Di come prenderci cura delle oppressioni multiple che viviamo e di come farlo praticamente, nel medio e lungo termine. Di cosa significhi nelle pratiche (nel vissuto quotidiano?)costruire una visione che politica transfemminista e intersezionale che rendano la vita quotidiana più sostenibile per le molte persone, anche fra noi, per la quale non lo è, in un momento storico nel quale i fascismi si sono ampiamente affermati dimostrandoci che ciò che non abbiamo accettato che stesse accadendo, è già accaduto.  Reimparare ad aspettarci, a rispettare tempi e priorità delle persone, delle assemblee, delle città, della rete, dell’autonomia e delle diversità senza appiattirle, tentare omogeneizzazioni, marginalizzare, separarsi.  Darci il tempo di accogliere e crescere con chi nella nostra rete arriva o chi arriverebbe ma non sa correre o non può o non vuole ma anche di chi non riesce più ad aspettare. Ad usare gli strumenti che abbiamo e portiamo avanti con impegno e costanza, come l’osservatorio, perchè le persone che si danno il tempo di analizzare, riflettere, trovare parole, comunicare sono già pratica di cambiamento. Concediamoci di sbagliare, di cambiare idea, di aspettare e di discutere ancora, siamo rivoluzionari3! Così da diventare rivoluzione. Non diventiamo le parole della guerra e della rabbia che ci rovesciano addosso. Non spostiamo la rabbia nelle nostre relazioni politiche perché frustrat3 dall’impotenza di un esterno che sembra immutabile, resistere a questo vuol dire già costruire alternative! Inventiamo nuove pratiche ma lasciamo anche spazio a nuove pratiche di altr3. Sempre Audre Lorde diceva che “non si smantella la casa del padrone con gli attrezzi del padrone”.  Gli attrezzi del transfemminismo che desideriamo e che possiamo costruire  insieme sono la cura, l’analisi, la rete, l’antiperformativismo come risposta alla performatività patriarcale, il non giudizio fra oppress3, l’ascolto attivo, il partire da sé, la e le culture, il riconoscimento di pensieri altri, il riconoscimento della legittimità del desiderio, del piacere, la poesia, l’ironia, l’allegria, l’artivismo, le mille pratiche di mutuo aiuto concrete e legate alle vite e ai territori che viviamo, la rinuncia alle bandiere, alle parole d’ordine, alla guerra.  Riprendiamo in mano i nostri strumenti, inventiamone altri mille. Cospiriamo. Facciamo un nuovo piano. Non abbiamo nessuna intenzione di lasciarci  sopraffare dalla volontà di appropriazione di tutto e tutt3  dell’estrema destra che sfrutta e alimenta il dilagante qualunquismo. Il loro attacco all’esistenza non sarà mai abbastanza feroce da fermare la marea che nasce dalla consapevolezza e dalla pratica. Ricordate? Se cado io ci sei tu, se cadi tu ci saranno altr3 ci dicevamo, con tutta la nostra rabbia, la nostra gioia, la nostra poesia,  non per noi sol3, non solo per noi. Per tutt3, tutto. Share Post Share L'articolo Liberiamo nodi, tessiamo trame proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
Lotto, Boicotto, Sciopero – Osservatorio nelle piazze dell’8 marzo 2025
Le parole e i dati che andiamo a riportare qui di seguito sono riprese testualmente dalle relazioni del Ministero degli interni e dal Ministero della Sanità e relative relazioni dell’Istat. Nel mondo nel 2023 ogni dieci minuti, un partner o un familiare ha ucciso una donna intenzionalmente. In Italia il 31,5% delle donne ha subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di queste violenze sono esercitate da partner o ex partner, parenti o amici. Il 94,3% delle donne italiane è vittima di italiani, 56,2% delle donne straniere è vittima di italiani. Nel 2023 ci sono stati 16.947 accessi delle donne in Pronto Soccorso (PS) con indicazione di violenza, il 17,3% in più rispetto al 2022. Le persone piccole (che nel linguaggio istituzionale continuano ad essere chiamate minorenni n.d.r.) fanno registrare il tasso più elevato. Le chiamate al 1522, il numero nazionale di emergenza Antiviolenza e Antistalking nei primi due trimestri 2024 evidenziano che il numero delle chiamate è aumentato dell’83,5%. Le minacce, gli atti persecutori, lo stalking costituiscono le forme di violenza maggiormente diffuse. Di rilievo anche le chiamate per violenza economica. Il 23 dicembre 2024 è stato emanato il decreto che rende disponibili le risorse finanziarie (pari a 30 milioni di euro) per il reddito di libertà a favore delle donne vittime di violenza, può essere erogato per un massimo di dodici mesi consecutivi, per una sola volta, senza possibilità di rinnovo. 500 euro al mese, per massimo un anno, solo per donne, solo per 5000 donne in tutta Italia. Ecco il “reddito di libertà”. Le parole usate nelle relazioni ministeriali evidenziano in modo palese quanto come Osservatorio contro femminicidi, transcidi, lesbicidi, puttanocidi, suicidi indotti asseriamo da anni, ovvero che l’assassino, il violento ha le chiavi di casa, che è bianco, italiano, di qualsiasi età e ceto sociale e confermano con altrettanta chiarezza che chi ha responsabilità politica sa perfettamente che la violenza di genere si potrebbe limitare e scalfire fino a sconfiggerla. Ci dicono anche che non vengono considerati morti per violenza patriarcale sistemica i transcidi, soprattutto di persone che lavorano nel mercato sessuale, i suicidi indotti dalla violenza sociale e istituzionale così come i suicidi di donne schiacciate dalla violenza. Non ci sono dati per le persone trans, non binarie e intersex perché si continua da una parte a non monitorare e dall’altra ad avere remore rispetto alla denuncia dovute allo stigma e all’odio sociale e istituzionale esistente. Non sono considerati femminicidi quelli delle donne uccise da parenti psichiatrici, non volendo riconoscere quanto spesso le vittime abbiano ripetutamente chiesto aiuto nel gestire la relazione con persone che necessitano sostegno da chi ha competenze professionali specifiche, e sono invece abbandonate dallo stato “alle cure materne”. Madri alle quali viene delegato un compito inaffrontabile. La violenza patriarcale, così come le altre oppressioni, non è immutabile. Si può eroderla sostenendo la Sanità pubblica, finanziando percorsi nelle scuole, sostenendo le persone che lo necessitano nel diritto alla casa, del reddito e dell’inserimento lavorativo, accogliendo le moltissime persone che necessitano di asilo, smettendo di perseguitare, rinchiudere e torturare chi migra, richiedendo narrazioni corrette rispetto alla violenza, immaginando percorsi di educazione affettiva e sessuale, garantendo percorsi di affermazione di genere fondati sul consenso informato fuori dalla psichiatrizzazione, dalla patologizzazione e dalle decisioni dei tribunali, riconoscendo e accogliendo le rivendicazioni delle persone trans piccole, delle persone non binarie e mettendo fine agli interventi alla nascita sui corpi di persone intersex. Ci è chiaro inoltre che i cosiddetti “femminismi” escludenti e trans-odianti sono di fatto al servizio del pensiero delle destre globali così come lo sono i femminismi che non prendono coscienza di quanto il capitalismo uccida, riduca in schiavitù milioni di persone, distrugga i territori ed ogni forma di vita che li abita. La violenza patriarcale si può sconfiggere smettendo di discriminare le persone per genere, orientamento, provenienza, colore, classe sociale, abilità. Si potrebbe eliminare se si riflettesse su cosa significa immaginare un futuro e cosa significa un futuro collettivo. Ma sappiamo che non succederà se non lo facciamo succedere, non con questa ferocia machista estrattiva travestita da fascismo da impero. Audre Lorde diceva che “Lo strumento del padrone non smantellerà mai la casa del padrone. Potrebbe permetterci temporaneamente di batterlo al suo stesso gioco, ma non ci permetterà mai di realizzare un cambiamento genuino.” Quindi starà a ognun di noi, singolarmente e collettivamente, continuare a costruire strumenti alternativi per immaginare e avere una vita dignitosa e libera per tuttə, starà a ognun di noi, singolarmente e collettivamente, pretendere ciò di cui necessitiamo come società e persone. Starà ad ognun di noi scegliere da che parte stare. Intanto noi , come Osservatorio, continueremo a cercare ogni storia, ricordare ogni nome, ogni viso di ogni persona uccisa o morta per violenza patriarcale perché la rivoluzione transfemminista alla fine è non prevaricare, non usurpare, non lasciare nessun da sol, è smettere di essere sol. Buon 8 marzo a tutt Share Post Share L'articolo Lotto, Boicotto, Sciopero – Osservatorio nelle piazze dell’8 marzo 2025 proviene da Osservatorio nazionale NUDM.