
PER SARA PER LYUBA PER TUTT3
Osservatorio nazionale NUDM - Friday, May 22, 2026Siamo rete siamo grido siamo canto ed è solo stando insieme che possiamo sottrarci alle violenze e tornare a concederci il diritto alla vita che ci appartiene. Perché la violenza contro le persone che praticano sex work è violenza patriarcale.
Per Sara per Lyuba per tutt3 condividiamo il comunicato stampa:
Napoli, Imola, Venezia: sessismo e violenza
Mag 21, 2026
Il 19 maggio a Napoli sono state uccise due donne che lavoravano come sex worker. Sono state portate in un cantiere abbandonato da un cliente. Questo, non intenzionato a pagare la somma richiesta, ha abusato di loro per poi togliergli la vita. Da lì Sara Tkacz e Lyuba Hlyva non sono più uscite. A inizio mese, a Imola, un’altra sex worker è stata condotta in un seminterrato e stuprata dietro minacce di morte. Risale invece a fine 2025, a Venezia, lo stupro di una sex worker trans da parte di un agente di polizia.
Questi eventi sono avvenuti in luoghi tra loro distanti ma sono accomunati dalla violenza, dalla prevaricazione sessista, e dalla presunzione degli uomini di poter abusare; e di poterlo fare colpendo in particolare chi pratica lavoro sessuale, fino ad uccidere. Una presunzione coronata dalla complicità del silenzio puttanofobico: nessuna indignazione collettiva. Solo trafiletti o brevi articoli in testate locali. Vite spezzate con una brutalità che dovrebbe scuotere tuttə. E invece, quasi niente. Poche parole. Poco spazio. Ancora una volta vediamo conferma di come alcune esistenze vengano considerate meno di altre: nella vita, di fronte alla violenza, e anche nella morte.
Non è la prima volta, succede ogni anno, più volte all’anno. Succede tutti i giorni, perché anche quando non si arriva ai casi estremi d’omicidio puttanofobico la violenza che colpisce chi fa lavoro sessuale – ancor più se trans e razzializatə – non viene guardatə con gli stessi occhi, l’empatia si ritrae per lasciare spazio ad un doppio standard: come se chi si lavora nel sex work non sentisse, non soffrisse o non possa essere colpitə come tuttə le altrə. Nell’empatia che arretra, la rabbia collettiva si placa, e – in modo assordante – tace.
Ma noi non accettiamo che vengano ricordatə solo come un fatto di cronaca di secondo ordine destinato a sparire.
Noi siamo furiosə.
Non vogliamo essere vittimizzatə. Non cerchiamo un pietismo intriso di superiorità; pretendiamo, piuttosto, che questi casi inizino a essere riconosciuti per ciò che sono: non episodi isolati. Vogliamo che si prenda consapevolezza del fatto che questa distanza, costantemente reiterata, tra chi svolge lavoro sessuale e chi invece si percepisce come più “puro”, costringe molte persone a lavorare in condizioni di rischio reali e concrete. Non basta non uccidere per non avere responsabilità: bisogna iniziare a chiedersi perché quelle morti sembrino così lontane.
Le persone sex worker affrontano ogni giorno stigma, violenza e precarietà, dentro un sistema che le lascia senza protezione. Vengono aggredite, stuprate, criminalizzate, esposte ad abusi che troppo spesso restano invisibili. E quando vengono assassinate, il silenzio che segue le cancella una seconda volta.
Che piaccia o no, il sex work esiste.
E proprio perché esiste, chi lo esercita ha diritto a sicurezza, tutela, accesso alla salute, protezione dalla violenza e condizioni di vita dignitose.
Quante ancora? Perché è questo il punto: per troppe persone queste morti vengono considerate inevitabili. Quasi se la fossero cercata. Come se morire fosse un ‘rischio del mestiere’. Il ‘prevedibile’ prezzo da pagare. È facile pensarla in questo modo, ma i pensieri ‘facili’ spesso celano solo pregiudizio.
La violenza contro le persone che praticano sex work è violenza patriarcale. È la violenza di cui ogni padre, figlio, fratello, amico potrebbe essere responsabile, e che la società sceglie di non vedere, come se non la riguardasse. La violenza contro lə sex worker è abuso della polizia che reprime, criminalizza e ci abusa!
È violenza strutturale e razzista.
Noi lə piangiamo con rabbia. Lə ricordiamo e lottiamo con rabbia.
E pretendiamo che questa rabbia diventi politica.
Per Sara.
Per Lyuba.
Per tutte quelle che non hanno avuto giustizia.
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