2026 fuga dalla scuola-zombie. La nuova riforma degli Istituti tecnici
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2026 fuga dalla scuola-zombie. La nuova riforma degli Istituti tecnici
La Riforma degli Istituti tecnici che entrerà in vigora a settembre, ci riguarda
da vicino. Abbiamo chiesto al prof. AkaCisco di commentarla per noi. Buona
lettura!
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tecnici sembra essere il primo su StorieInMovimento.org.
Un ricordo di Carlo Ginzburg
Da storiche e storici non possiamo esimerci dal ringraziare Carlo Ginzburg,
scomparso lo scorso 16 giugno, per averci dato una continua, costante,
imprescindibile lezione sul metodo della disciplina.
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StorieInMovimento.org.
Suicidio o assassinio di stato e dell’odio sociale?
**Allerta**
i contenuti di questo articolo sono estremamente sensibili (suicidio, morte,
femminicidio)
La decisione di pubblicare questa riflessione è mossa dal desiderio di prevenire
le condizioni che portano una persona anche molto giovane di essere indotta a
non vedere altro sbocco se non la propria stessa assenza.
Come Osservatorio abbiamo fatto una riflessione su suicidi che, spesso, a
distanza di anni, per dettagli investigativi non presi in considerazione o veri
e propri depistaggi diventano femminicidi, suicidi di persone trans e queer che
definiamo suicidi di stato e dell’odio sociale, istigazione al suicidio basate
su motivazioni di genere e patriarcali.
“Occorre iniziare a parlare dei suicidi delle persone transgender come di
omicidi di Stato” scrive Camilla Vivian su “Il Fatto Quotidiano” nell’articolo
del 4 novembre 2023. Ecco noi dell’Osservatorio abbiamo cominciato a farlo da
quando esistiamo!
E speriamo che giurisprudenza, istituzioni e il mondo della comunicazione
accolgano queste grida! Che si esca dallo stigma, dalle difficoltà e dalla
psichiatrizzazione imposta; che si abbia il diritto a case di accoglienza non
più basate sul genere assegnato alla nascita come prima risposta alle violenze
domestiche e sociali, ad interventi di sostegno ai percorsi di affermazione di
genere quando richiesti, al cambiamento radicale della cultura nella nostra
società, alla fine degli attacchi alla comunità LGTNBQIPAK+ da parte delle
destre al governo e del transodio e della violenza dilagante.
Invece di favorire e promuovere l’educazione alle diversità di genere,
l’educazione a relazioni affettive e sessuali basate su consenso e
autodeterminazione, il governo emana decreti e leggi tendenti ad impedire che
questo si verifichi. E se di diversità non si può parlare a scuola e men che
meno in famiglia, come si può pensare che il bullismo, le discriminazioni, le
violenze, le molestie e gli abusi rispetto alle persone trans, non binarie,
intersex finiscano?
Basti pensare che uno studio del 2019 pubblicato sulla rivista Health Services
Research e condotto presso la Harvard T.H. Chan School of Public Health di
Boston mostra che il 57 percento delle persone della comunità LGBTQIPAK+ ha
fatto esperienza almeno una volta di una discriminazione (anche sul fronte
dell’assistenza medica), il 53% di micro-aggressioni, il 51% di molestie
sessuali, il 51% di violenza, il 34% di molestie riguardanti l’uso dei servizi
igienici.
Un’indagine su oltre 3,700 giovani lesbiche, gay, bisessuali e persone trans nel
Regno Unito ha rivelato che 8 su 10 hanno commesso atti di autolesionismo e
quasi la metà ha tentato il suicidio. I risultati evidenziano che se le
aggressioni LGBT+ sono diminuite negli ultimi 5 anni, l’impatto sul benessere e
la formazione dei giovani resta significativo. Lo studio, realizzato
dall’organizzazione Stonewall, rivela che tra le persone trans giovani che
frequentano la scuola, uno su dieci (il 9%) ha ricevuto minacce di morte, l’84%
di loro dichiara di aver agito autolesionismo e il 45% di aver tentato il
suicidio.
In Italia non esistono ricerche sulla popolazione trans e non binaria anche se
la popolazione è aumentata in 40 anni se consideriamo gli unici dati
disponibili, tratti dalle persone che si rivolgono ai centri per i percorsi di
affermazione di genere. Si stima interessi lo 0,5-1% della popolazione generale,
quindi circa 500mila persone, contro una diffusione dello 0,002-0,005% negli
anni ’80. E questi sono dati ovviamente di massima visto che tante persone non
riescono o decidono di non accedere a questi centri sia per questioni economiche
che per questioni di distanze o di inesistenza dei servizi nel loro territorio,
sia per scelta perché contro la psichiatrizzazione e patologizzazione della
propria esistenza.
Le vite che vi raccontiamo valgono più di ogni nostra interpretazione e ci
arrivano da molto lontano nel tempo:
• 1353, Venezia. Rolandina, giovane donna trans vende uova in giro e vuole
aprire una bottega tutta sua. Per questo fa anche lavoro sessuale. È amata e
rispettata. Poi un giorno arriva una denuncia per sodomia e sorge il sospetto
che la giovane sia trans. Inizia così un processo perché a Venezia la sodomia è
reato (questa la parola che si usava per tutte le diversità e anche per rapporti
anali etero). Rolandina è la prima trans documentata nell’occidente cristiano.
Viene messa al rogo.
• 1591 XICA Manicongo: La storia di Xica inizia nel 1591, quando l’Inquisizione
portoghese arrivò a Salvador de Bahía. Xica vestiva infatti in modo non
accettato dalla colonizzazione e fu denunciata, perseguitata e costretta a
vestire come un “uomo” come unica possibilità di non bruciare sul rogo. Il suo
nome originale fu cancellato e sostituito con “Francisco” al momento del suo
battesimo. “Manicongo” era un titolo dato ai governanti del Regno del Congo, ma
i portoghesi lo trasformarono in un termine generico per indicare le persone
ridotte in schiavitù provenienti da quella regione. Più di 400 anni dopo, la
comunità trans di Rio de Janeiro ha riscoperto la sua storia, ribattezzandola
Xica, un nome che riflette chi era, non ciò che fu costretta a diventare.
Veterane della scuola di samba, persone cresciute in un mondo in cui il nome di
Xica non veniva mai pronunciato, ora indossano con orgoglio l’azzurro, il rosa e
il bianco della bandiera trans.
La morte per suicidio delle persone trans è un omicidio sociale, di cui tuttə
siamo complici o spettatorə Per questo nell’osservatorio di NUDM usiamo spesso
la perifrasi “suicidatə dallo stato e dall’odio sociale”.
Il suicidio di Cloe Bianco,58 anni, avvenuto il 15 giugno 2022 è stato un chiaro
segnale di quanto la discriminazione, la marginalizzazione e la violenza
sistemica siano stati fattori che hanno contribuito alla decisione di togliersi
la vita.
Sul suo blog Cloe aveva scritto: «Oggi la mia libera morte, così tutto termina
di ciò che mi riguarda. Subito dopo la pubblicazione di questo comunicato, porrò
in essere la mia autochirìa, ancor più definibile come la mia libera morte. In
quest’ultimo giorno ho festeggiato con un pasto sfizioso e ottimi nettari di
Bacco, gustando per l’ultima volta vini e cibi che mi piacciono. Questa semplice
festa della fine della mia vita è stata accompagnata dall’ascolto di buona
musica nella mia piccola casa con le ruote, dove ora rimarrò. Cioè il modo più
aulico per vivere al meglio la mia vita e concluderla con lo stesso stile. Qui
finisce tutto. Addio. Se mai qualcuna o qualcuno leggerà questo.”
Nel 2015 Cloe si presenta in abiti femminili nell’Istituto in cui prestava
servizio come supplente a San Donà di Piave (Venezia) decidendo di vivere ed
esprimere pubblicamente la sua identità. 3 giorni di sospensione e spostamento a
lavori di segreteria sono la risposta immediata della dirigenza, scelta che un
anno dopo viene confermata con un provvedimento di “demansionamento”.
Nel 2018 aveva presentato due ricorsi contro l’Ufficio scolastico di Mestre per
discriminazione impugnando le decisioni dell’Ufficio scolastico regionale e
presentando due ricorsi straordinari al Presidente della Repubblica contro il
Ministero dell’Istruzione. Recentemente, a gennaio 2026 la notizia che il
Consiglio di Stato ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da Cloe. Nel
linguaggio giuridico in effetti la sentenza riconosce la sua identità trans,
come lei aveva chiesto, in vita e oltre la vita. Ma è un riconoscimento che non
fa giustizia ma soprattutto che non evidenzia le responsabilità inequivocabili
della sua marginalizzazione nel suo posto di lavoro, nelle relazioni sociali,
nel territorio che attraversava, nei percorsi in cui siamo costrettx in quella
che è la nostra autodeterminazione di genere.
La storia si ripete. Anche la Procura di Belluno, infatti, aveva aperto un
fascicolo contro ignoti e senza ipotesi di reato dopo il rogo del camper. Ma,
esclusa immediatamente la pista di femminicidio, non ha tenuto presente la tesi
che il suicidio di Cloe Bianco sia stato provocato da pressioni esterne
stabilendo che “nessuno può essere incolpato per la morte” di Cloe, che avrebbe
deciso da sola di porre fine alla sua vita come se non fossero assolutamente
visibili le responsabilità delle istituzioni che hanno portato al suo gesto.
Non vogliamo e non possiamo dimenticare! E continueremo a gridare che “la rabbia
di Cloe brucia ancora, resistenza trans in ogni scuola!” E quanta responsabilità
e quanto si debba parlare di suicidi indotti, veri e propri atti di Resistenza e
di lotta, ce lo raccontano le storie di altre persone trans.
Vogliamo raccontarvene alcune di queste storie:
• Nicole, 22 Agosto 2014, Avenza (Carrara), 37 anni. E ad ucciderla per la
seconda volta non sono
solo le istituzioni, i tribunali, i consigli di stato, i ministeri e le
istituzioni in genere ma spesso anche quella che viene evocata dalla destra nel
suo slogan preferito: Dio, padre e famiglia! Sì, proprio la famiglia che la
veste da uomo con il suo nome maschile assegnato alla nascita sulla bara, sulla
lapide e sui manifesti mortuari. Nicole per noi è ancora viva! Lo stesso succede
ad Irma detta “La dolce”, originaria di Pietrasanta (Lucca), scomparsa per un
infarto all’età di 66 anni. “Apparteneva a una famiglia davvero molto ricca.
Tutti la conoscevano come Irma, abitava a Torre del Lago, ma quando andava a
trovare l’anziana madre si vestiva da uomo. Quando la mamma morì, Irma confessò
che per lei era iniziata la vita. Poteva essere sé stessa, sempre. Poi morì per
infarto e la sorella, che pure sapeva, le fece un funerale anonimo, privato, e
la vestì da uomo. Fu una cattiveria per tutelare l’ipocrisia della famiglia
ricca. E poi Gianna, 49 anni, nel 2021 ad Andria, muore dopo una caduta per le
scale nel luogo precario in cui abitava. “Con la sua dipartita cadono il muro di
pregiudizi nei suoi confronti e la cultura dello scarto» racconta sui social la
sindaca Giovanna Bruno. E la sorella di Gianna, Natalina: «Ora non servono più
le parole, perché quando ha chiesto aiuto le sono state sbattute in faccia tante
porte, anzi portoni» scrive. Ancora una volta una storia di marginalizzazione
causata dalle discriminazioni di genere, ancora una volta una fine tragica e
annunciata ed ecco che non sono più solo i giornali, è la sua stessa famiglia a
cui fa vergogna la sua vita ad utilizzare per i cartelli che ne annunciano la
scomparsa il nome assegnato alla nascita che lei aveva deciso di cambiare
aggiungendo violenza a violenza. Ed è Taffo, l’agenzia funeraria di Roma, a
restituirle il nome sui manifesti e ricordarla con il nome di Gianna dandole un
rispettoso ultimo saluto”.
• Leelah Alcorn, ragazza trans USA,28 dicembre del 2014. Pubblica una lettera
d’addio sul suo blog su Tumblr, descrivendo le norme sociali che colpiscono le
persone trans e esprimendo la speranza che la sua morte possa creare un dialogo
sulla discriminazione, l’abuso e la mancanza di sostegno che si vive.
• Samuelle Daves, 41 anni, Riva del Garda attivista trans morta suicida al suo
41esimo compleanno, nel 2015. Era ospite fissa sulle poltrone del programma
“Grand Hotel” condotto da Piero Chiambretti. Aveva, un anno prima della sua
decisione di lasciarci, presentato al Tribunale di Rovereto la richiesta di
iscrizione con il nome da lei scelto. «Ho appena compiuto 40 anni e, dopo un
lungo percorso volto al definitivo riconoscimento del mio essere donna, anima e
corpo, per il mio compleanno ho deciso di cambiarlo. Non ricordo un solo giorno
della mia vita in cui non mi sia sentita femmina. Durante il periodo
universitario divenni rappresentante degli studenti ma dovetti scontrarmi con i
militanti di un movimento di destra, che chiesero le mie dimissioni quando
vennero a sapere che frequentavo un ragazzo. Nel 1999 mi laureai e dovetti fare
i conti con parte della famiglia, che voleva che “smettessi di giocare”. Mi
trasferii a Milano dove all’inizio vissi una vita staccata dal mondo reale,
parallela. Ancora oggi subisco però discriminazioni. La variazione del nome
nasce dal bisogno di rispettare la mia persona che deve essere riconosciuta per
quel che è. Dentro e fuori. Dunque, “nomen est omen”.” Ma il giorno del suo 41
compleanno, a un anno dalla richiesta di cambio del nome ci ha lasciati. La sua
è stata una battaglia per i diritti e il rispetto della diversità, ha voluto
fare di un gesto privatissimo un fatto politico e una denuncia pubblica.
• E come per tanti femminicidi che dopo anni si scopre non siano suicidi da
archiviare anche Carolina Gurumendi, donna trans, 34 anni, proveniente
dall’Ecuador, viene suicidata il 9 dicembre 2016. La differenza è che per le
persone razzializzate, che svolgono o hanno svolto lavoro sessuale (doppio
stigma) nonostante abbiano segni che potrebbero far pensare alla necessità di
ulteriori indagini come possibili transcidi (era ferita alla testa, avvolta in
una coperta, vicino al corpo c’erano delle siringhe e il suo fidanzato era stato
già denunciato e processato per stalking proprio da Carolina) quasi sempre si
procede all’archiviazione. Le notizie spariscono dai giornali, spesso le
famiglie sono lontane, in altri paesi e non possono permettersi di pagare
avvocatx per richiedere la riapertura dei casi. Lavorava come badante – dice una
parente – ma per i giornali è una prostituta, pubblicano il suo dead name e
persino il suo indirizzo. Nella gerarchia del valore delle vite “per loro” non
merita approfondimenti e seguimento come del resto fanno le indagini che si
chiudono con “morte naturale dovuta a malore”.
• 2019 Jessica Lowe, una ragazza inglese che all’età di sette anni sosteneva di
essere una bambina. Così, quando di anni ne aveva quindici, la ragazzina è stata
accompagnata al Tavistock and Portman Centre, l’istituto fiore all’occhiello
della sanità britannica. Ne è seguito l’avvio di un “trattamento” che prevedeva
un’attesa di circa due anni, un tunnel che – unitamente a tutta una serie di
effetti collaterali sul versante sanitario – ha portato la povera Jessica al
suicidio. Ma il suo suicidio è stato strumentalizzato da Provita e destra e il
fatto che fosse stata costretta a rivolgersi a un sito online per il suo
percorso di affermazione di genere negato nei fatti da troppe attese dal
servizio sanitario pubblico si risolve in un attacco ai percorsi che dovrebbero
essere invece garantiti all’infanzia trans.
• E poi Sasha, 15 anni, il 9 giugno 2022 ragazzo trans suicidato. Vicino da poco
al mondo del Pride e dell’attivismo. All’ultimo evento organizzato dal Catania
Pride ha scelto di essere presente e in prima persona come volontario e ha
aiutato nel sistemare e montare tutto per l’attività. Lu compa hanno avuto modo
di parlare con lui, di conoscerlo e sentire la sua storia. La notizia del suo
suicidio ha colpito tutta la comunità e, in merito alla sua identità, leggere
sui giornali e sulla stampa locale di “una ragazzina” fa veramente rabbia. Lui
era un ragazzo, e il suo nome era Sasha e come tale va ricordato. Sasha
suicidato dallo stato e dall’odio sociale
• E Chiara, il 27 ottobre 2022 a P, Napoli siamo di fronte ad un altro suicidio
di stato. Chiara, una ragazza trans di 19 anni si toglie la vita. A 17 anni si
era rivolta al numero verde contro l’omotransfobia per raccontare la violenza,
il bullismo e l’emarginazione che subiva per aver deciso di affermare la sua
identità. «A volte mi chiedo – scrisse Chiara in una lettera – cosa ci sia di
sbagliato in me. In fondo sono sempre un essere umano. Io mi sento una donna,
vorrei riconoscermi, vestire al femminile e non da maschio, vorrei avere più
spazio, essere tranquilla e non avere paura. Mi sento in un labirinto senza
uscita». La non accettazione della famiglia, il bullismo a scuola che l’aveva
portata a lasciare gli studi e le difficoltà per l’assenza di protocolli di
protezione, la mancanza di comunità per persone minori trans qualsivoglia sia il
genere assegnato alla nascita, il rischio di incontrare operatorx impreparati ad
accogliere le identità senza pregiudizi».
• 11 Novembre 2023, Un ragazzo di 13 anni si suicida a causa dell’odio sociale,
dei commenti omofobi di studenti nella scuola Vittorio Emanuele Orlando a
Palermo. Aveva cambiato scuola ma né nella vecchia, né nella nuova probabilmente
è mai stato fatto un lavoro di educazione alla diversità e per lo sradicamento
reale delle norme eterocis imposte dal sistema. Invece di favorire e promuovere
l’educazione alle diversità di genere, l’educazione a relazioni affettive e
sessuali basate su consenso e autodeterminazione, il governo emana decreti e
leggi tendenti ad impedire che questo si verifichi. E se di diversità non si può
parlare come si può pensare che il bullismo, le discriminazioni, le violenze, le
molestie e gli abusi rispetto alle persone trans finiscano e che quindi non ci
sia una sofferenza notevole non certo dovuta al fatto di essere una giovane
persona trans ma piuttosto alle reazioni che a queste espressioni di genere ci
sono. Responsabili di quelle parole che hanno fatto tanto male non sono solo “i
compagni di scuola” ma questo tutto che siamo. L’intera comunità è responsabile
di queste morti poiché l’odio sociale pesa sulle nostre vite e in ogni scelta,
strada e spazio che attraversiamo e abitiamo. E non servono a nulla il carcere,
le sospensioni, le punizioni, i metal detector se non cominciamo a costruire una
giustizia trasformativa che impedisca che altre persone adolescenti non ci siano
più. Perché mai più si ripeta!
• Nicole, trans suicida, 2023. La ricordiamo con le parole della madre “Nicole
sin da bambina ha dovuto affrontare insulti dolorosi. Desiderosa di integrarsi
ed essere accettata, si era imposta in principio di adottare un comportamento in
linea con il genere assegnato alla nascita, facendo del suo meglio per
conformarsi agli stereotipi maschili. La sua lotta silenziosa è diventata sempre
più difficile, e la ricerca di un’accoglienza autentica è diventata un cammino
doloroso. Spesso gli uomini la trattavano come un oggetto sessuale senza alcuna
gentilezza o pudore. Questo contribuiva a una sensazione di solitudine e
disperazione che si rifletteva nelle sue ultime parole struggenti, quelle che ci
ha lasciato prima di compiere il suo gesto estremo non dimenticandosi di dire a
noi e agli amici veri che ci ama. Ora che Nicole non c’è più noi sentiamo il
dovere di risarcirla continuando a lottare per lei e per le persone che, come
lei, non si sentono accolte e comprese. Noi speriamo che la storia e la morte di
Nicole possano ispirare cambiamenti positivi nell’atteggiamento della società
verso le persone trans”.
• E che sia lo stigma sociale e gli attacchi istituzionali alla comunità a
incentivare le violenze è mostrato dalla storia di Nex Benedict ragazzu non
binariu suicidato dall’odio sociale e di stato negli stati uniti nello stato di
Oklaoma l’8 febbraio del 2024. La madre ha dichiarato che Nex è stat bullizzatx
per oltre un anno nella sua scuola. Nel 2022 l’Oklahoma si è distinto per essere
il primo stato negli USA a proibire l’uso del genere non binario nei certificati
di nascita. Allu studentx è proibito usare un bagno che non corrisponda al
genere assegnato alla nascita e alle persone minori vengono vietati percorsi di
affermazione di genere. La nuova legge presentata per il 2024 per i curricoli
delle scuole pubbliche descrive il genere come un carattere biologicamente
immutabile e vieta il cambio di genere nei certificati di nascita, il divieto di
usare nomi e pronomi di elezione.
• Il 27 maggio 2024, Federico, un ragazzo trans si è suicidato dopo essere stato
violentato in ospedale a Vizzolo Predabissi. «Tutti i giornali l’hanno chiamato
“donna” e l’hanno identificato con i suoi vecchi pronomi femminili», hanno
denunciato le persone a lui vicine. Non è l’unico caso di narrazione non
rispettosa delle identità, come già avvenne per #CloeBianco. Citiamo a questo
proposito questa frase di Elena Miglietti di Giulia giornaliste: «Penso non sia
una questione di aggiornamento, se non lo fai è perché vuoi parlarne in quel
modo. Ed è così che il linguaggio diventa politica».
• 2025, 6 gennaio Giorgio Marziani, a Caserta 14 anni, suicidio indotto da
transodio, discriminazioni di genere e bullismo
• 2025, 27 gennaio Elisa Rae Shupe, USA: la prima persona non-binary negli Stati
Uniti ad ottenere il cambio del proprio indicatore di genere sui documenti, è
stata trovata nel parcheggio di un ospedale specializzato nell’assistenza a3
veteran3 di guerra, il corpo ancora avvolto nella sua bandiera trans. Fin
dall’infanzia ha subito abusi a scuola; la madre in particolare riservava alla
sua persona violenza verbale e insulti omofobici. Prima di andarsene. La sua
storia si distingue per la strumentalizzazione dei gruppi conservatori
anti-trans, i quali hanno sfruttato il suo caso e la sua fragilità per portare
avanti teorie pseudoscientifiche sulla detransizione di genere. La vittoria di
Trump però, e la sua firma sull’ordine esecutivo che mira a cancellare le
identità trans e non-binarie dalla carta dei diritti negli Stati Uniti, hanno
rappresentato l’ultimo colpo per il suo equilibrio, che alla fine l’ha spint a
salire all’ ultimo piano di quel parcheggio. Shupe aveva spedito via mail una
lettera d’addio che i media mainstream hanno cercato inutilmente di ignorare o
silenziare.
“Vaffanculo America! Non voglio il tuo odio.
Non voglio le decorazioni militari e le medaglie che mi hai conferito.
Non voglio altri ricoveri in reparti psichiatrici per tenermi in vita in una
nazione che disprezzo. Non voglio essere sepolt in nessun luogo sul suolo
americano.
Voglio che le mie ceneri siano disperse in acque internazionali e voglio che a
disperderle sia solo mia moglie.
Non voglio la vostra bandiera. La mia morte non è una resa. La mia morte come
parte della popolazione transgender non significa che avete vinto. Segna solo la
fine della nostra relazione. Questa non è la terra della libertà. L’odio,
dimostrato fin troppo spesso, cancella ogni pretesa di grandezza passata. Siete
un pozzo nero di fanatici che adorano un dio che non esiste e non è mai
esistito. Godetevi la vostra nuova famiglia reale e il vostro dittatore. Mi
rifiuto di partecipare ulteriormente. L’uomo bianco ha decimato e massacrato le
popolazioni indigene sulle terre che ora chiamate America. Non potete cancellare
le persone non binarie e transgender perché ogni giorno ne nascono altre.”
• 14 febbraio 2025: Come non ricordare Sam Nordquist, un ragazzo di 24 anni
molto attivo nell’ assistenza alle persone disabilizzate nello Stato di New
York. Viveva esposto a discriminazioni multiple: era trans, era una persona
nera, aveva un corpo grasso. Era scomparso a Capodanno senza lasciare traccia.
Moltissime le richieste disperate della madre e della famiglia per avere sue
notizie. Il giorno di San Valentino viene ritrovato morto. Era stato rapito e
torturato brutalmente tanto che la madre lo riconosce solo dai tatuaggi.
Attualmente sono sotto accusa cinque persone, tutte già arrestate. I motivi sono
da ricollegare all’identità di genere di Sam e si chiamano transodio. Persone
normalissime che diventano paladine dell’ordine sbraitato da Trump e dai suoi
cortigiani.
• 2025, 19 marzo, Sesto San Giovanni (Milano), Alexandra Garufi, 21 anni. la
Procura di Monza ha aperto un fascicolo di inchiesta per omessa custodia di arma
da fuoco e istigazione al suicidio riguardo alla morte di Alexandra, tiktoker
che raccontava online il percorso alla scoperta della propria identità di
genere. Violenze verbali continue sul suo profilo social.
• 21 luglio 2025, Thiago Elar, tiktoker trans, 27 anni. “Cause naturali”,
secondo la stampa nazionale che continua tra l’altro ad usare il suo dead name.
Morte indotta dall’abbandono, dalle discriminazioni, dal transodio sociale
diciamo noi. Nei suoi video, condivideva la propria storia: un racconto fatto di
sofferenze, ma anche di resistenza, battaglie più o meno silenziose e il
desiderio di essere riconosciuto per quello che era. Un desiderio che spesso si
è scontrato con un senso di invisibilità e negazione. Accorati gli appelli
d’aiuto. Dai suoi racconti social era emerso un rapporto difficile con la
famiglia che, diceva, lo aveva abbandonato. Chiedeva di essere chiamato con il
suo nome di elezione, Chiedeva amore, riconoscimento e libertà. “Sto qui da un
anno e quattro mesi. Qui mi stanno accoppando. Io non ce la faccio più…”, aveva
confidato in uno dei suoi ultimi video.
• Paolo, 11 settembre 2025, 14 anni, a Santi Cosma e Damiano (Latina)si è
suicidato proprio nel giorno in cui avrebbe dovuto ricominciare ad andare a
scuola perché vittima di bullismo. Paolo è stato ucciso da una cultura dell’odio
che ancora troppo spesso viene tollerata, minimizzata, e addirittura veicolata
da esponenti di destra che stanno nelle istituzioni. “Anche la prof mi bullizza”
aveva scritto. In procura a Cassino è aperto un fascicolo per istigazione al
suicidio. E intanto la dirigente dell’istituto viene sospesa, con un
provvedimento del ministero, per tre giorni. L’indagine interna nella scuola
avviata dagli ispettori del ministero ha messo in rilievo che ci sono state
omissioni e bugie da parte dell’istituto Pacinotti e adesso si attende la
decisione da parte dell’ufficio regionale scolastico su per altri due
procedimenti disciplinari chiesti, oltre che per la dirigente scolastica, anche
per la vicepreside e per la responsabile della succursale. “Le insegnanti di
Paolo sono delle grandissime bugiarde”, aveva detto il padre Giuseppe Mendico,
il 29 dicembre 2025 a Repubblica. “Ci sono delle chat – aggiunge – che parlano
proprio dell’ultimo episodio in cui Paolo è stato sbattuto al muro. Quelle chat
inchioderanno le insegnanti”. L’indagine interna nella scuola avviata dagli
ispettori del ministero ha messo in rilievo che ci sono state omissioni e bugie
da parte dell’istituto Pacinotti e adesso si attende la decisione da parte
dell’ufficio regionale scolastico su per altri due procedimenti disciplinari
chiesti, oltre che per la dirigente scolastica, anche per la vicepreside e per
la responsabile della succursale. E poi ci sono i casi velocemente archiviati
come suicidi ma il cui contesto continuerebbe a richiedere approfondimenti di
indagini
• 5 aprile 2023, Janaina, Piacenza, 24 anni, trovata impiccata sul balcone.
L’unico articolo emerso sul caso parla di una “persona di 24 anni di nazionalità
straniera”. Poi il silenzio scende e non va oltre un trafiletto di 3 righe. Non
si sa né il cognome né altro se non che il caso è stato velocemente archiviato
come suicidio.
• 25 maggio 2023, Rimini. Bruna Cancio Dos Santos “caduta dal balcone” del
residence in cui viveva, intestato ad altra persona. Aveva addosso solo una
canotta e dei tagli sulle braccia. Una delle finestre di casa è stata trovata
rotta e i vetri erano sparsi dappertutto. Bruna era arrivata dal Brasile da un
anno. Nei giornali leggiamo: “caduta dal balcone trans”, “la trans”, “la
transessuale morta”, “la sudamericana”, “la transessuale”, “esercitava la
prostituzione”. Normalmente una persona che voglia suicidarsi lo fa aprendo le
porte del balcone o no? La famiglia di Bruna, dal Brasile, oltre a richiedere la
restituzione della salma, per cui è stata organizzata una raccolta fondi senza
alcun aiuto da parte istituzionale, ha continuato a richiedere che le indagini
potessero continuare perché hanno detto che: “Bruna non era né depressa né aveva
mai manifestato desideri suicidi”. Anche in questo caso, i risultati di autopsia
e indagini non vengono diffusi a mezzo stampa e non si sa più nulla, come spesso
purtroppo succede in caso di persone trans, razializzate e sex worker.
• Le persone trans nei titoli di giornale e negli articoli sono spesso
misgenderate e perdono il loro nome, che viene invece sostituito da definizioni
che rimandano male o in maniera sensazionalistica alla loro identità di genere o
ai luoghi di provenienza. Il 17 giugno 2023 Roma Today esce con un titolo
vergognoso: “Il cadavere di un uomo con la parrucca da donna …” per raccontare
di una persona trans uccisa a Roma. Si aggiunge solo “30-35 anni, di origine
nordafricana”. È stata ritrovata nel parco Madre Teresa di Calcutta in via delle
gardenie, chiamato anche il parco dell’amore. Due giorni prima nello stesso
luogo un’altra donna trans, sex worker, era stata aggredita ma era riuscita a
salvarsi. Anche su questo caso non si hanno notizie di ulteriori indagini, né si
indaga sul nome.
• 9 febbraio 2026, Vittoria, Ragusa ragazza trans suicida. Una ragazza trans di
14 anni l’hanno indotta al suicidio, la famiglia la rifiutava e a scuola subiva
bullismo. Il suo nome è Beatrice e così la nominiamo e la ricordiamo perché mai
più si ripeta.
• Catania aprile 2026: Claudia si toglie la vita. A scuola la bullizzavano “Sei
maschio o femmina? Grande la reazione della componente studentesca nella
manifestazione del 20 aprile. Parole di insegnamento a tutta la comunità mentre
la dirigente della scuola superiore non assume nessuna responsabilità e chiude i
cancelli della scuola invece di aprirli alla riflessione e al dialogo con chi
quella scuola la frequenta con chi in quella scuola è profondamente toccatx
dalla storia di una ragazza che in quella scuola non ha trovato la strada per
continuare a vivere
E sui tribunali anche si dovrebbero accendere i fari. Noi siamo persone che non
credono che siano le pene e il carcere a modificare la melma patriarcale che sta
alla base di questa violenza ma non possiamo non notare che non c’è stato
ergastolo per Cristian Losso, ex bancario di 43 anni, cliente di Alves Rabacchi,
trans ed escort di origine brasiliana uccisa il 20 luglio in via Plana a Milano
con decine di coltellate. Condannato a 18 anni (sentenza Corte d’appello 2022)
in quanto sono state riconosciute le attenuanti generiche “l’incensuratezza
dell’imputato”, “la sua immediata ammissione di colpa” e “le osservazioni sulla
sua personalità”. Il consulente tecnico, pur ammettendo che l’assassino fosse
perfettamente capace di intendere e di volere, aveva tracciato il ritratto di
una personalità narcisistica e istrionica con un disturbo cronico causato da
abuso grave di alcol, cocaina e psicofarmaci, tanto che nelle motivazioni della
sentenza si legge che “occorre considerare lo stato di grave malessere in cui
versava l’imputato”.
Ancora e sempre le vite non hanno lo stesso valore né quando si agisce la
violenza né quando la si subisce.
E vogliamo concludere con la pubblicazione dei risultati di queste ricerche
significative rispetto alle affermazioni che in questo nostro articolo vengono
sostenute:
1. Studio del Williams Institute della UCLA School of Law pubblicato sulla
rivista Psychiatry Research agosto 2023. I dati esaminati sono quelli della
Transgender Population Health Survey degli Stati Uniti. In Italia non
abbiamo nessuna ricerca in questo senso visto che non esistiamo o meglio
dobbiamo essere eliminatx:
• 81% di persone adulte transgender ha preso in considerazione il suicidio
contro il 35% di persone adulte cis.
• 42% delle persone adulte trans hanno tentato il suicidio, rispetto a solo
l’11% di quelle cis.
• il 56% delle persone adulte trans ha praticato autolesionismo, rispetto al 12%
di quelle cis.
• il 17% delle donne trans e il 25% degli uomini trans hanno riferito di essere
a rischio alcolismo, la percentuale sale al 45% tra le persone trans non
binarie.
• il 33% delle donne trans e il 18% degli uomini trans hanno riferito di fare un
uso problematico di droghe, la percentuale schizza al 42% tra le persone trans
non binarie.
• L’82% degli adulti trans ha affermato di aver cercato un trattamento per la
salute mentale, rispetto a solo il 47% degli adulti cis.
• Gli adulti trans non binari hanno riportato un consumo di droghe più
problematico, più disagio psicologico, più ipotesi di suicidio e più
autolesionismo rispetto agli uomini trans, con tassi da tre a sei volte
superiori a quelli degli uomini trans.
Le persone trans hanno affermato di avere una probabilità significativamente
maggiore di sperimentare una cattiva salute mentale durante la loro vita
rispetto alle persone cis.
Uno degli autori dello studio, Ilan H. Meyer, ha affermato: “La mancanza di
riconoscimento sociale e accettazione delle identità di genere al di fuori del
binarismo uomo/donna cisgender e l’aumento degli attacchi politicamente motivati
contro gli individui transgender aumentano lo stigma e il pregiudizio e la
relativa esposizione alle minoranze, che contribuisce agli alti tassi di uso di
sostanze e suicidi che vediamo tra le persone transgender”.
2. Studio del maggio 2023 di The Trevor Project, organizzazione che lavora nel
prevenire i tentativi di suicidio tra i giovani LGBTQ+. Trevor Project ha
intervistato più di 60.000 giovani trans e non binari di età compresa tra 13
e 24 anni. Ha analizzato la loro salute mentale tra il 2018 il 2022, un
periodo in cui 19 governi statali USA hanno promulgato 48 leggi pensate per
le persone trans, leggi che prevedevano restrizioni all’assistenza sanitaria
in caso di percorso di affermazione di genere o leggi che impedivano a
studentx trans di giocare nelle squadre sportive scolastiche. «Abbiamo
riscontrato un aumento molto netto e statisticamente significativo nei tassi
di tentativi di suicidio dopo l’emanazione delle leggi», spiega Ronita Nath,
tra gli autori dello studio. Un piccolo aumento è
3. stato osservato negli Stati in questione subito dopo l’emanazione delle
leggi e un aumento consistente è stato rilevato a due o tre anni di
distanza. Tra le persone trans tra i 13 e i 17 anni la probabilità di un
tentativo di suicidio a due anni dall’entrata in vigore di una legge
anti-trans è più altra del 72%.
4. Per come è strutturato, lo studio non si limita a mostrare solo un generico
collegamento tra le leggi discriminatorie e un aumento dei suicidi, ma è in
grado di fornire forti prove del fatto che sono proprio le leggi a causare
questi tentativi di suicidio. «le persone giovani trans e non binarie non
sono intrinsecamente inclini a un rischio di suicidio più elevato a causa
della loro identità di genere», spiega la dottora Brittany Charlton della
Harvard Medical School, «Sono esposti a un rischio più elevato a causa del
modo in cui vengono maltrattati e stigmatizzati dagli altri, anche tramite
l’implementazione di politiche discriminatorie come quelle esaminate nello
studio». Questo, si spera, avrà un impatto nella decisione della Corte
Suprema che sarà presto chiamata a esaminare il primo caso che prende in
considerazione il divieto di assistenza durante la transizione per persone
minori trans.
Tra le persone giovani trans e non binarie:
• I tassi di ansia e depressione erano, in media, del 18,5% più alti
• Il 64% delle persone giovani trans e non binarie ha riferito di essersi
sentito discriminat nell’ultimo anno a causa della propria identità di genere
• il 27% ha riferito di essere stat fisicamente minacciat nell’ultimo anno a
causa della propria identità di genere.
• Il 66% ha affermato che le leggi omobitransfobiche hanno influito
negativamente sulla loro salute mentale
• il 41% dei giovani LGBTQ+ d’America aveva dichiarato di aver preso seriamente
in considerazione il suicidio nell’ultimo anno.
• Tra le persone intervistate, coloro che si sono identificatx come trans, non
binarix e/o persone di colore hanno riportato tassi più elevati di ideazione
suicidaria rispetto ai coetanei.
• Il “Clinical social worker Caitlin Ryan’s Family Acceptance Project” della San
Francisco State University ha condotto il primo studio sugli effetti
dell’accettazione da parte della famiglia sulla salute ed il benessere dei
giovani LGBT+, tra cui il suicidio, il virus dell’HIV/AIDS e la condizione di
“senza fissa dimora”. La loro ricerca dimostra che i giovani LGBT+ che
sperimentano alti livelli di rifiuto da parte delle loro famiglie durante
l’adolescenza (se confrontato con quei giovani che hanno sperimentato poco o
nessun rifiuto da parte dei genitori e gli operatori sanitari) erano più di otto
volte sottoposti alla probabilità di aver tentato il suicidio, più di sei volte
propense a denunciare alti livelli di depressione.
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L'articolo Suicidio o assassinio di stato e dell’odio sociale? proviene da
Osservatorio nazionale NUDM.
Sulla cultura dello stupro e maschilità
Ancora una riflessione a partire dai fatti di cronaca
Secondo me una parte enorme della difficoltà collettiva nel guardare davvero la
violenza sessuale sta qui: nel fatto che figure come Silvio Berlusconi o Jeffrey
Epstein non vengono percepite fino in fondo come totalmente estranee
all’immaginario dominante della maschilità. Anzi, continuano in qualche modo ad
affascinare nonostante ciò che è emerso sulle loro pratiche sessuali e
relazionali, ma anche attraverso quelle pratiche.
E questo non perché “gli uomini vogliono essere stupratori”, banalizzazione
moralistica che non spiega nulla. Ma perché la nostra cultura continua a
intrecciare profondamente desiderio, potere e accesso ai corpi. L’uomo ricco
circondato da ragazze giovanissime, l’adulto che supera i limiti e proprio per
questo appare potente, il capo che “può permetterselo”, il vecchio che continua
ad avere accesso a corpi giovani come prova di successo, prestigio e virilità.
Tutto questo non viene soltanto tollerato: viene continuamente erotizzato,
raccontato, reso aspirazionale.
E allora forse bisogna dirlo chiaramente: il problema non è solo la violenza
esplicita. Il problema è che il dominio maschile continua a essere culturalmente
desiderabile. Anche in forme apparentemente “soft”, ironiche o glamour. Ed è per
questo che molti scandali non producono vere fratture culturali. Perché
metterebbero in discussione non soltanto alcuni individui, ma una pedagogia
intera della maschilità.
Guardando insieme mesi di cronaca locale — non i grandi casi nazionali, ma
proprio la massa continua di articoletti di provincia, trafiletti, arresti,
denunce, misure cautelari — la sensazione è devastante. Non perché emerga
qualcosa di nuovo, ma perché si accumula continuamente la conferma materiale di
quello che femministe e movimenti antiviolenza dicono da decenni: la violenza
sessuale non è una deviazione della società. È dentro la società. Dentro le sue
gerarchie normali, i suoi desideri educati, i suoi modelli di potere.
E infatti la cosa che colpisce guardando decine di casi insieme è che la
violenza raramente arriva da un “fuori” mostruoso. Arriva molto più spesso da
uomini perfettamente integrati nella normalità sociale: compagni, ex, mariti,
insegnanti, allenatori, medici, colleghi, uomini adulti che si muovono dentro
rapporti di fiducia o autorità. Moltissimi casi parlano molto più di potere che
di sesso. Il sesso diventa linguaggio del controllo, dell’umiliazione,
dell’accesso garantito al corpo altrui.
E sì, esistono anche aggressioni in strada. In questi mesi ce ne sono state
diverse: donne aggredite vicino alle stazioni, all’uscita di locali, sui mezzi
pubblici, nelle zone della movida. A Milano pochi giorni fa una ragazza è stata
violentata fuori da una discoteca dopo essere stata seguita da un gruppo di
uomini. E proprio questi casi mostrano un’altra continuità importante: anche
quando la violenza avviene nello spazio pubblico, raramente nasce dal nulla.
Nasce dentro una cultura che educa alcuni uomini a percepire determinati corpi
come accessibili, disponibili, attraversabili.
Anche il digitale amplifica tutto questo. Revenge porn, gruppi Telegram,
immagini condivise senza consenso, adescamento, molestie continue, controllo
tramite chat e geolocalizzazione. Online e offline ormai sono la stessa
infrastruttura del dominio. E infatti tantissime violenze non iniziano dal gesto
estremo, ma da una lunga educazione alla disponibilità del corpo altrui: il
ricatto emotivo, l’insistenza normalizzata, la pressione sessuale continua, il
senso di diritto frustrato quando arriva un rifiuto.
E guardando la geografia dei casi si vede chiaramente anche un’altra cosa: la
violenza segue le linee della vulnerabilità sociale. Minori, persone disabili,
donne economicamente dipendenti, migranti, persone trans, persone isolate, sex
worker. Non perché siano “fragili per natura”, ma perché hanno meno protezione
sociale, meno credibilità, meno possibilità di essere credute immediatamente.
Poi c’è il linguaggio mediatico, che continua ossessivamente a trasformare tutto
in psicologia individuale: il raptus, la gelosia, “amava troppo”, “era
ossessionato”. Ma questa non è ossessione individuale che compare dal nulla. È
una cultura intera che continua a insegnare a troppi uomini che desiderare
significa ottenere, insistere, superare limiti, possedere. E che il potere renda
tutto questo più legittimo, più affascinante, persino più virile.
Ed è forse questo il punto più disturbante che emerge guardando tutta questa
cronaca insieme. Non solo la presenza della violenza, ma la difficoltà
collettiva ad abbandonare il fascino del dominio maschile stesso. Anche quando
quel dominio mostra apertamente il proprio volto predatorio.
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L'articolo Sulla cultura dello stupro e maschilità proviene da Osservatorio
nazionale NUDM.
PER SARA PER LYUBA PER TUTT3
Siamo rete siamo grido siamo canto ed è solo stando insieme che possiamo
sottrarci alle violenze e tornare a concederci il diritto alla vita che ci
appartiene. Perché la violenza contro le persone che praticano sex work è
violenza patriarcale.
Per Sara per Lyuba per tutt3 condividiamo il Comunicato stampa:
Napoli, Imola, Venezia, Alessandria: contro ogni prassi di violenza sessista.
Comunicato Stampa
Mag 21, 2026
È del 19 maggio la notizia che a Napoli sono state uccise due donne che
lavoravano come s3x worker. Sono state portate in un cantiere abbandonato da un
cliente. Questo, non intenzionato a pagare la somma richiesta, ha abusat0 di
loro per poi togliergli la vita. Da lì Sara Tkacz e Lyuba Hlyva non sono più
uscite. A inizio mese, a Imola, un’altra s3x worker è stata condotta in un
seminterrato e stuprⱯta dietro minacce di morte.
Risale invece a fine 2025, a Venezia, il ricatto a due ragazze trans migranti
fermate per una segnalazione di furto, da parte di un vice ispettore di polizia
che ha preteso prestazioni s3ssuali in cambio di non procedere con la denuncia.
Quando le due ragazze si sono rifiutate, il graduato ne ha seguita una in bagno
e l’ha violentatⱯ. L’ha inoltre ricontattata nuovamente dopo il rilascio,
estrapolando il suo numero dai verbali. Non sappiamo se queste sorelle siano o
meno sex worker, ma ci sembra un caso emblematico delle prassi di ricatto, che
il più delle volte restano sommerse, da parte di uno stato che da una parte
moralizza e vittimizza, e dall’altra si sente in diritto di abusare
impunemente di chi marginalizza. Sono soprattutto le persone migranti e povere,
sia trans che donne cis, a conoscere bene queste realtà striscianti, a
prescindere dal fatto che scelgano o meno il lavoro s3ssuale o che si trovino in
condizioni di tratta.
Le s3x worker sono Ɐmmazzate continuamente. Ad Alessandria l’autunno scorso è
stata ucc1sa Brenda Romina, una lavoratrice s3ssuale peruviana transfem di 27
anni, nell’appartamento in cui lavorava, da due uomini cis. La cronaca nera
misgendera, parla di prostituzione maschile e menziona altri casi analoghi in
diverse regioni del nord Italia, senza aggiungere altro: solo meri dati
spersonalizzanti che rafforzano il senso di stigma e impotenza.
Questi eventi sono avvenuti in luoghi tra loro distanti ma sono accomunati dalla
vi0lenza, dalla prevaricazione sessista, e dalla presunzione degli uomini di
poter abusⱯre; e di poterlo fare colpendo in particolare
chi pratica lavoro s3ssuale, fino ad uccidere. Una presunzione coronata dalla
complicità del silenzio puttⱯnofobico: nessuna indignazione collettiva. Solo
trafiletti o brevi articoli in testate locali.
Vite spezzate con una brutalità che dovrebbe scuotere tuttə. E invece, quasi
niente. Poche parole. Poco spazio. Ancora una volta vediamo conferma di come
alcune esistenze vengano considerate meno di altre e di come la nostra empatia
sia selettiva: nella vita, di fronte alla violenza e anche nella morte.
Non è la prima volta, succede ogni anno, più volte all’anno.
Solo nella città di Roma, dal 2019 al 2023 sono avvenuti un transicidio all’anno
di lavoratrici s3ssuali migranti nei giardini pubblici.
Succede tutti i giorni, perché anche quando non si arriva ai casi estremi
di om1cidio puttⱯnofobico la violenza che colpisce chi fa lavoro sessuale –
ancor più se trans e razzializatə – non viene guardatə con gli stessi occhi,
l’empatia si ritrae per lasciare spazio ad un doppio standard: come se
chi lavora nel s3x work non sentisse, non soffrisse o non possa essere
colpitə come tuttə le altrə.
Nell’empatia che arretra, la rabbia collettiva si placa, e – in modo assordante
– tace.
Ma noi non accettiamo che vengano ricordatə solo come un fatto di cronaca di
secondo ordine destinato a sparire.
Noi siamo furiosə.
Non vogliamo essere vittimizzatə. Non cerchiamo un pietismo intriso di
superiorità; pretendiamo, piuttosto, che questi casi inizino a essere
riconosciuti per ciò che sono: non episodi isolati.
Vogliamo che si prenda consapevolezza del fatto che questa distanza,
costantemente reiterata, tra chi svolge lavoro s3ssuale e chi invece si
percepisce come più “purə”, costringe molte persone a lavorare in condizioni di
rischio reali e concrete.
Non basta non ucc1dere per non avere responsabilità: bisogna iniziare a
chiedersi perché quelle mort1 sembrino così lontane.
Le persone s3x worker affrontano ogni giorno stigma, violenza e precarietà,
dentro un sistema che le lascia senza protezione. Vengono aggred1te, stuprⱯte,
criminalizzate, esposte ad abusi che troppo spesso restano invisibili. E quando
vengono assⱯssinate, il silenzio che segue le cancella una seconda volta.
Che piaccia o no, il sex work esiste.
E proprio perché esiste, chi lo esercita ha diritto a sicurezza, tutela, accesso
alla salute, protezione dalla v1olenza e condizioni di vita dignitose.
Quante ancora?
Perché è questo il punto: per troppe persone queste morti vengono considerate
inevitabili. Quasi se la fossero cercata. Come se morire fosse un ‘rischio del
mestiere’. Il ‘prevedibile’ prezzo da pagare. È facile pensarla in questo modo,
ma i pensieri ‘facili’ spesso celano solo pregiudizio.
La violenzⱯ contro le persone che praticano s3x work è violenza patriarcale,
capitalista e coloniale.
È la violenzⱯ di cui ogni padre, figlio, fratello, amico potrebbe essere
responsabile, e che la società sceglie di non vedere, come se non la
riguardasse.
La violenza contro lə s3x worker è abuso della polizia che reprime, criminalizza
e ci abusa!
È violenza strutturale e razzista.
Noi lə piangiamo con rabbia. Lə ricordiamo e lottiamo con rabbia.
E pretendiamo che questa rabbia diventi politica.
Per Sara.
Per Lyuba.
Per tutte quelle che non hanno avuto giustizia.
Firme
Comitato per i diritti civili delle prostitute Aps
Ombre rosse
Cooperativa Be Free
Zoccole Dure
SWIPE aps
Brigada Callejera de Apoyo a la Mujer Elisa Martinez
Nodo Solidale
Conigli Bianchi
ATN Trans Napoli
FVG Pride
Santa Carne – Vicenza
CID-Casa Internazionale delle Donne Trieste
NUDM Trieste
Marciona
Euphoria Trans
MIT
Libellula Italia APS
Cagne Sciolte
Ora d’Aria Aps
NAGA ODV
Brescia chekpoint
Padova Hardcore
Ambulatorio popolare Roma Est
Nodo Solidale
Non una di meno Roma
CSOAT AURO E MARCO
Transenne.noblogs.org
Assemblea Corpi e Terra non unə di meno
Amatransvenezia.noblogs.org
Dissidente
lucha y siesta
Micc3
FactoryA
Osservatorio nazionale Femminicidi Lesbicidi Trans*cidi Non una di meno
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L'articolo PER SARA PER LYUBA PER TUTT3 proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
Daddy issues
Nel numero 69 osserviamo una modalità del potere che si mostra affabile,
amichevole, familiare, persino amorevole: il paternalismo.
L'articolo Daddy issues sembra essere il primo su StorieInMovimento.org.
Il SIMposio 2026
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