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Il 26 agosto abbiamo appreso della designazione da parte dell’amministrazione Trump del collettivo Autistici/Inventati come soggetto fiancheggiatore del “terrorismo”. Solidarietà a A/I. L'articolo SolidarietA\I sembra essere il primo su StorieInMovimento.org.
September 2, 2026
StorieInMovimento.org
I femminicidi non sono numeri ci vogliamo contare viv3
Reato di femminicidio: una legge introdotta per dare riconoscimento giuridico al femminicidio sta offrendo a chi nega l’esistenza del femminicidio un numero ufficiale da brandire per negarlo (legge 2 dicembre 2025, n. 181 art. 577-bis) Non è una questione terminologica. È un arretramento politico e culturale! Quando nel marzo 2025 il governo Meloni annunciò il reato autonomo di femminicidio, la risposta di Non Una Di Meno e della rete Dire dei Centro Antiviolenza fu molto chiara: non avevamo bisogno dell’ennesima risposta penale e carceraria presentata come soluzione alla violenza patriarcale. «Vogliamo giustizia da vivə, non ergastoli da mortə». Servivano e servono educazione sessuo-affettiva e al consenso, finanziamenti strutturali ai centri antiviolenza, welfare, autonomia economica e abitativa, formazione, prevenzione, strumenti che permettano alle donne di uscire vive dalla violenza. E NUDM contestò anche il metodo: una misura costruita senza un confronto reale con i centri antiviolenza e con chi sulla violenza maschile lavora ogni giorno. Ci fu risposto, sostanzialmente, che finalmente lo Stato «riconosceva» il femminicidio. Bene (o male) Sui social le notizie pubblicate dai quotidiani sono inondate di commenti che mostrano, a pochi mesi dall’entrata in vigore della norma, un effetto che troviamo estremamente pericoloso. Il Viminale dice che nei primi sei mesi del 2026 sono stati registrati 8 casi ai sensi del nuovo art. 577-bis. E sotto gli articoli di questi giorni è un diluvio di «BASTA MENZOGNE, I FEMMINICIDI SONO OTTO». Otto in sei mesi. Otto, punto. Perché se esiste il reato di femminicidio, il ragionamento diventa apparentemente semplicissimo: è femminicidio solo ciò che viene registrato come 577-bis. Peccato che non funzioni così. Nello stesso semestre il Viminale registrava 34 donne uccise. L’Osservatorio nazionale Femminicidi Lesbicidi Trans*cidi di Non Una Di Meno, che analizza i casi e le relazioni di potere nelle quali avvengono invece di limitarsi alla rubrica penale applicata, all’8 agosto registrava già 40 femminicidi. E quindi siamo arrivatə a un paradosso piuttosto feroce: una legge introdotta per “dare riconoscimento giuridico al femminicidio” sta offrendo a chi nega l’esistenza del femminicidio un numero ufficiale da brandire per negarlo. Non è una questione terminologica. È un arretramento politico e culturale. Il concetto di femminicidio è servito precisamente a fare ciò che la parola «omicidio» non faceva: rendere visibile che una parte delle donne viene uccisa dentro rapporti di genere, possesso, controllo, dominio, violenza domestica, rifiuto della separazione e dell’autodeterminazione. È stato necessario nominare quel fenomeno per poterlo vedere, studiare e combattere. Ora rischiamo il percorso inverso: dalla categoria politica e sociale siamo passati alla fattispecie penale e dalla fattispecie penale stiamo tornando a sentirci dire che tutti gli altri «sono semplicemente omicidi». Esattamente il punto da cui eravamo partitə. Lə compagnə avevano avvertito che non si combatte un fenomeno strutturale aggiungendo un reato al codice penale e promettendo l’ergastolo quando una donna è già morta. Oggi possiamo aggiungere qualcosa: non solo il penale non basta a prevenire il femminicidio; se trasformiamo la definizione penale nella definizione del fenomeno, rischiamo persino di renderne invisibile una parte. E mentre discutiamo se siano 8, 34 o 40, continuano a mancare proprio le politiche che il movimento chiedeva: prevenzione, educazione, CAV adeguatamente finanziati, autonomia e protezione. Ma almeno abbiamo l’ergastolo. Da mortə. #Femminicidio #ViolenzaMaschile #ViolenzaDiGenere #NonUnaDiMeno #CentriAntiviolenza #EducazioneSessuoaffettiva #Patriarcato Share Post Share L'articolo I femminicidi non sono numeri ci vogliamo contare viv3 proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
Otto femminicidi in un mese. “Cosa manca ancora per salvare le donne in pericolo”
Codice Rosso, ammonimento, braccialetto elettronico: gli strumenti, e i limiti, della legge contro la violenza di genere. L’avvocata Tatiana Montella di Lucha y Siesta: “La chiave sono i centri antiviolenza” Tra luglio e il 19 agosto di quest’anno sono almeno otto gli omicidi nei quali gli inquirenti hanno contestato, riconosciuto o stanno valutando l’ipotesi di femminicidio: Luigia Fortunato (Marche), Tania Sperindio (Rimini), Dafne Rebaudo (Roma), Daniela Florea (Torino), Tania Terrin (Venezia), Ornella Forastefano (Cosenza), Joanna Rouissi (Colleferro) e Carmela Bifano, ancora oggetto di accertamenti. Storie diverse, anticamera però tutte della stessa domanda: quali sono gli strumenti a disposizione per contrastare la violenza di genere? Tatiana Montella, avvocata dei centri antiviolenza di Lucha y Siesta, dice: “Una donna fatica a navigare da sola il labirinto tra prevenzione e cautela. La denuncia deve sempre essere inserita in un percorso affiancato dai centri antiviolenza”. Spiegando poi nel dettaglio quali sono le azioni da intraprendere. Ma avverte: “Le vittime non vanno lasciate sole di fronte alla macchina processuale. E bisogna fare attenzione a non trasformare le leggi in meri adempimenti burocratici. La chiave è la rete”. Qual è il primo strumento legale a cui si può ricorrere? “Il contatto con un centro antiviolenza. Non si parla di emergenze individuale, ma di un fenomeno sistemico e strutturale di potere e controllo. Le operatrici precedono e affiancano l’azione giudiziaria, garantendo che la scelta di denunciare sia consapevole, protetta e supportata, sia economicamente che psicologicamente”. La denuncia è sempre la strada migliore? “È uno strumento fondamentale e un atto di grande coraggio. Ma non può essere un’azione isolata: il rischio di vittimizzazione secondaria e di ritorsione è alto. Serve applicare i codici di valutazione del rischio (come il S.A.R.A., cioè lo Spousal Assault Risk Assessment) e calcolare la pericolosità dell’aggressore, non solo la vulnerabilità della donna”. Quando viene applicato il Codice Rosso? “Quando serve una procedura d’urgenza, cioè nei casi più gravi. Obbliga la polizia giudiziaria a riferire subito la notizia di reato al pubblico ministero, che deve ascoltare la vittima entro tre giorni dalla denuncia. È una legge che ha accelerato la macchina, ma che ha anche creato una pericolosa illusione di tutela: se il personale che svolge il colloquio non è formato sulle dinamiche della violenza di genere, rischia di diventare un mero adempimento burocratico”. Cosa cambia con la Legge sul femminicidio (181/2025) e perché la creazione di un reato autonomo? “La Legge riconosce la matrice di genere: odio, discriminazione, prevaricazione. Moltiplica gli inasprimenti penali. Ma, seppur recuperando le istanze femministe di riconoscimento simbolico, ha il limite di agire su un piano repressivo senza intervenire sulla prevenzione primaria. Un esempio lampante è la cancellazione o il depotenziamento dei percorsi educativi sulle relazioni di genere e sul rispetto nelle scuole”. Qual è il provvedimento più efficace? “L’allontanamento (con distanza minima di 500 metri dalla vittima e dai luoghi da lei frequentati), perché sposta il peso dalla vittima all’aggressore, rompe la geografia del controllo. Ma è necessario verificare che il divieto venga rispettato, l’allontanamento è il momento di massimo pericolo di escalation totale. E serve aggiungere l’attivazione obbligatoria del Piano di sicurezza personalizzato elaborato dal centro antiviolenza”. Misure di prevenzione e misure cautelari: come si differenziano? “Le prime scattano quando emergono indizi di pericolosità, sono misure di natura amministrativa. L’esempio classico è l’ammonimento del questore: la donna segnala le minacce o le persecuzioni, senza sporgere denuncia. Le misure cautelari sono provvedimenti penali, usate quando c’è un processo in corso (divieto di avvicinamento, arresti domiciliari, custodia in carcere, applicazione del braccialetto elettronico). Il giudice le applica per evitare che l’indagato scappi, che inquini le prove o per evitare la reiterazione del reato”. Basta un ammonimento per essere protette? “No, anzi. Se l’aggressore viola l’ammonimento, la donna deve ricominciare da capo. In questo lasso di tempo, che può durare settimane, la donna è esposta a un rischio altissimo di escalation. Le operatrici del Centro riconoscono il preludio a un possibile femminicidio, e spingono con forza le istituzioni a passare immediatamente alle misure cautelari”. Qual è lo scarto maggiore tra quello che la Legge prevede sulla carta e quello che accade nei tribunali? “La persistenza di stereotipi di genere in aula. Ancora oggi, condotte di controllo coercitivo vengono minimizzate come ‘litigi familiari’; e la violenza viene usata per colpevolizzare la donna. Bisogna lavorare in maniera strutturale sulla dimensione culturale e simbolica anche di chi applica la legge”. L’intervista è stata pubblicata su la Repubblica del 21 agosto 2026 https://www.repubblica.it/cronaca/2026/08/21/news/otto_femminicidi_in_un_mese_l_esperta_cosa_manca_ancora_per_salvare_le_donne_in_pericolo-425539383/ Share Post Share L'articolo Otto femminicidi in un mese. “Cosa manca ancora per salvare le donne in pericolo” proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
Cosa devono ancora fare le donne per restare a vive?
Il 13 luglio nelle Marche il femminicidio di Luigia Fortunato uccisa a coltellate dall’ex compagno. Questo femminicidio rimane uno spartiacque perché non viene riconosciuta la matrice dell’uccisione della donna tramutato in omicidio. Le dichiarazioni della ministra Roccella segnano un cambio di passo. “Cioè che caratterizza la fattispecie del femminicidio è la risposta affermativa a una domanda: a parità di situazione e di condizioni un uomo sarebbe stato ucciso?” In merito alla fattispecie di reato di femminicidio interviene la presidenza del centro antiviolenza di Ancona sulle dichiarazioni della ministra Roccella e del giudice che non ha riconosciuto il femminicidio. Le dichiarazioni del centro antiviolenza di Ancona: “Non dobbiamo però far passare il messaggio che se non c’è denuncia non ci sarà mai il femminicidio.” La legale della famiglia: “Grave vittimizzarla ancora” Luigia Fortunato non aveva attivato nessun percorso e l’ex compagno nessuna denuncia in merito a maltrattamenti eppure è stata uccisa. Uccisa da una decina di coltellate. Lei aveva interrotto la relazione con lui. Dovremo presupporre che Luigia Fortunato se la sia andata a cercare perché non ha svolto esattamente ciò che da sempre dicono alle donne? Nel femminicidio di Luigia Fortunato ci sono già i presupposti di come la comunicazione sulla violenza patriarcale è cambiata si rivittimizza la donna perché non è stata brava ed efficiente nell’Inter come se fosse un compitino da svolgere per essere riconosciuta da morta tra l’altro la buona vittima. Anche da morte uccise barbaramente hanno la colpa. Arriviamo a questa maledetta settimana 4 femminicidi in 4 giorni. Ultimi casi registrati Tania Terrin: 39 anni, uccisa dall’ex compagno nella notte di Ferragosto a Campognara (Venezia). Cosenza: Un’anziana è stata assassinata con colpi di pietre nelle campagne della zona. Roma: una donna di circa 50 anni è stata accoltellata in casa davanti a uno dei figli. Daniela Florea Joanna Rouissi e Ornella Florestefano. Dei quattro femminicidi solo una donna uccisa diventa il contenuto virale. La causa che ha scaturito l’attivazione rispetto alle altre è che Tania Terrin ha fatto esattamente tutto ciò che viene richiesto ad una donna vittima di violenza ha attivato tutti i canali a disposizione. Ha allertato tutti ma niente è stato fatto. La rabbia ha pervaso tutte. Alle donne si chiede sempre di eseguire perfettamente tutto ciò che devono fare ma non è mai abbastanza mentre sappiamo che l’85% degli uomini coinvolti nel reato di violenza di genere sono recidivi. La risposta è già tutta qui un sistema che assolve gli uomini e scarica sulle donne e le responsabilità della propria vita. Abbiamo introdotto leggi e inasprito le pene dettato ciò che si deve fare in maniera dettagliata. Abbiamo avuto braccialetti elettronici che non funzionano perché non hanno la copertura di rete vedi il femminicidio nelle Marche di Concetta Marruocco anche lei ha denunciato era stato in protezione in una casa di accoglienza per qualche mese e con il processo in corso nonostante le decine di denunce non è riuscita a restare viva, nonostante le operatrici antiviolenza avessero più volte avvisato le forze dell’ordine dell’alta pericolosità del soggetto. Il braccialetto elettronico ha dato l’allarme quando l’ex compagno era pochi metri da lei non lasciandole scampo. Il braccialetto elettronico funzionava ad intermittenza non è mai stato dato ascolto nonostante le segnalazioni. Cosa devono ancora fare le donne per restare a vive? Cosa ancora le dovete chiedere per essere ascoltate quali altri compiti le dovete addossare per poter vivere in pace e soprattutto vive? Non serve assolutamente a nulla dire che sono aumentate le denunce perché hanno capito cosa devono fare. Questa è rivittimizzazione le donne da sempre hanno denunciato la violenza dentro e fuori casa, sui luoghi di lavoro ovunque è solo da qualche decennio che abbiamo cambiato la comunicazione dandogli il nome giuridico. Non è responsabile la donna ma il sistema che protegge il potere maschile rimanendo integro come da sempre non è stato neanche minimamente spartito né intaccato. Riflessioni di Marte dalla sua pagina instagram https://www.instagram.com/marte_manca/ Share Post Share L'articolo Cosa devono ancora fare le donne per restare a vive? proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
La riproduzione tra militarizzazione e prefigurazione http://storieinmovimento.org/2026/07/22/la-riproduzione-tra-militarizzazione-e-prefigurazione/?pk_campaign=feed&pk_kwd=la-riproduzione-tra-militarizzazione-e-prefigurazione #Spermopolitica #riproduzione #corporeità #attivismo #giustizia #Palestina #Blog
La riproduzione tra militarizzazione e prefigurazione
A breve sarà in distribuzione "Corpo a corpo", il numero 70 di «Zapruder». Per annunciarlo abbiamo chiesto a Elisa Bosisio, Maddalena Fragnito, Federica Timeto di tornare a riflettere sulla loro pubblicazione "Spermopolitica. Giustizia riproduttiva e resistenza in Palestina" L'articolo La riproduzione tra militarizzazione e prefigurazione sembra essere il primo su StorieInMovimento.org.
2026 fuga dalla scuola-zombie. La nuova riforma degli Istituti tecnici http://storieinmovimento.org/2026/07/09/2026-fuga-dalla-scuola-zombie-la-nuova-riforma-degli-istituti-tecnici/?pk_campaign=feed&pk_kwd=2026-fuga-dalla-scuola-zombie-la-nuova-riforma-degli-istituti-tecnici #scuolapubblica #didattica #AkaCisco #scuola #Blog
Un ricordo di Carlo Ginzburg http://storieinmovimento.org/2026/06/19/un-ricordo-di-carlo-ginzburg/?pk_campaign=feed&pk_kwd=un-ricordo-di-carlo-ginzburg #soggettisubalterni #CarloGinzburg #microstoria #farestoria #Blog