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VERONA: SABATO 24 OTTOBRE LA PIAZZA RICORDA MOUSSA DIARRA A DUE ANNI DALL’OMICIDIO DI STATO.
Il 20 ottobre di due anni fa a Verona è stato ucciso Moussa Diarra da un agente della polizia ferroviaria. La Comunità Maliana e il Comitato Verità e Giustizia per Moussa, insieme alla cittadinanza, alle associazioni locali e al fratello di Moussa Djemagan, si sono ritrovati oggi pomeriggio nel piazzale della stazione di Porta Nuova, per non dimenticare quanto accadde esattamente due anni fa, quando nelle prime ore della giornata fu assassinato il giovane maliano. Diverse decine di persone si sono presentate all’appuntamento, dove la salma di Moussa è stata disegnata sul suolo con della vernice bianca. Sabato prossimo nuovo presidio sempre a Porta Nuova, ritrovo tra le ore 10 e le ore 14. Qui l’audio del collegamento di sabato 24 ottobre Ascolta o scarica  Il collegamento in diretta con il presidio con Rachele del Comitato Verità e Giustizia. Ascolta o scarica Pubblichiamo il comunicato stampa che il Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra ha inviato alla redazione.
October 24, 2026
Radio Onda d`Urto
ROTTA BALCANICA: IL PATTO EUROPEO SULLA MIGRAZIONE HA PEGGIORATO LE CONDIZIONI DEI RICHIEDENTI ASILO DETENUTI IN BULGARIA
Il Collettivo Rotte Balcaniche denuncia in una lettera aperta il rapido deterioramento delle condizioni detentive e il mancato rispetto dei diritti umani più basilari dei richiedenti asilo nel centro chiuso di Pastrogor, in Bulgaria. In quel luogo, attivisti e attiviste del Collettivo stanno raccogliendo le segnalazioni dei richiedenti asilo sono trattenuti e soggetti a restrizioni della libertà personale, divieti di visita e rigidi controlli mentre attendono l’esame della loro domanda. Le condizioni umanitarie, riportano le testimonianze dei detenuti raccolte dal Collettivo, sono in rapido deterioramento anche in seguito all’approvazione del Patto Europeo sulla Migrazione e l’Asilo. Tra le violazioni denunciate la mancata assistenza medico-sanitaria, la scarca qualità alimentare che provoca la perdita di peso delle persone rinchiuse, il divieto arbitrario di visita imposto anche ad attiviste ed attivisti del Collettivo che, oltre al sostegno materiale, raccolgono le denunce dei richiedenti asilo. Non sono mancate inoltre le violenze fisiche degli agenti di polizia contro chi ha provato a protestare sia all’interno che all’esterno del centro di Pastrogor. Anche alcuni membri del Collettivo sono stati arrestati per la loro attività di osservazione e denuncia e per essersi mobilitati con presidi e manifestazioni, alle quali i piccoli paesi della Bulgaria sud orientale non erano abituati. Ci riporta quanto osservato in Bulgaria, Giovanni del Collettivo Rotte Balcaniche. Ascolta o scarica Pubblichiamo la lettera che il Collettivo Rotte Balcaniche ci ha inviato in redazione. 
October 22, 2026
Radio Onda d`Urto
VERONA RICORDA MOUSSA DIARRA A DUE ANNI DALL’OMICIDIO. IN SETTIMANA DOPPIO PRESIDIO ALLA STAZIONE PORTA NUOVA
Il Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra ha indetto un doppio appuntamento in questa settimana per non dimenticare quanto accaduto alla stazione di Verona Porta Nuova due anni fa. Gli appuntamenti sono fissati entrambi in piazzale XXV aprile, davanti alla stazione ferroviaria Porta Nuova. Il primo presidio si svolgerà martedì 20 ottobre, giorno dell’anniversario della morte, tra le ore 17 e le ore 20. Il secondo sabato, sempre davanti alla stazione, tra le ore 10 e le ore 14. “In questo periodo si sono tenuti presidi e manifestazioni, i legali hanno lavorato, la GIP ha sospettato un depistaggio e chiesto nuove indagini e il corpo di Moussa è tornato in Mali” ha scritto in un comunicato il Comitato. “Due anni senza Moussa, che è mancato alla sua famiglia e a chi lo aveva conosciuto e condiviso con lui l’esperienza del Ghibellin Fuggiasco e le traversie infinite che caratterizzano la vita di una persona migrante in Italia, e che lo avevano portato a sfinimento e disperazione. Un periodo che ha visto anche la prima sentenza di condanna nel processo per le torture alla questura di Verona, che sembra non c’entrare nulla con Moussa ma che è un altro esempio di razzismo istituzionale, oltre a vedere tra gli intercettati anche l’agente che gli ha sparato”. La presentazione dei due presidi con Alberto del Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra. Ascolta o scarica
October 19, 2026
Radio Onda d`Urto
USA, Amnesty International chiede l’abolizione dell’Ice
In un nuovo rapporto sugli Usa diffuso oggi, Amnesty International ha denunciato massicce violazioni dei diritti umani commesse dall’Agenzia per il controllo delle dogane e dell’immigrazione (Ice), dall’Agenzia delle dogane e della polizia di frontiera (Cbp) e da altre agenzie federali durante quattro operazioni militarizzate e su vasta scala contro l’immigrazione a Chicago, Minneapolis-St Paul, New Orleans e Washington DC, ordinate dall’amministrazione Trump. Il rapporto, intitolato “Noi avevamo i fischietti, loro le armi”, denuncia il sistema di detenzioni ed espulsioni voluto dall’amministrazione Trump, alimentato da narrazioni false, xenofobe e razziste, i cui obiettivi sono arrestare e cacciare dagli Usa il maggior numero possibile di persone migranti, richiedenti asilo e rifugiate e, in forma più ampia, seminare la paura all’interno delle comunità migranti residenti negli Usa. “Il nostro rapporto documenta un agghiacciante schema di violazioni dei diritti umani. Che l’Ice violasse i diritti umani non era una novità, ma il livello ha raggiunto un nuovo, pericoloso picco”, ha dichiarato Nadia Daar, direttrice generale di Amnesty International Usa. L’amministrazione Usa è responsabile di uccisioni illegali, alcune delle quali potrebbero costituire esecuzioni extragiudiziali; detenzioni arbitrarie e discriminatorie in isolamento dal mondo esterno, comprese possibili sparizioni forzate e che potrebbero in alcuni casi corrispondere a tortura; repressione violenta delle proteste pacifiche e altro ancora. Sulla base di quanto ha verificato, oggi Amnesty International si è unita a coloro che chiedono l’immediata abolizione dell’Ice. Le violazioni commesse dall’Ice non sono state isolate né eccezionali, bensì parte di uno schema ricorrente da cui sono derivate conseguenze devastanti per le persone migranti e per le loro intere comunità. “Quando agenti federali dal volto coperto e armati attaccano impunemente le persone in mezzo alla strada non rendono le nostre comunità più sicure: al contrario, mettono in pericolo chiunque. L’Ice non è riformabile. Se l’amministrazione Usa vuole avere un sistema di gestione dell’immigrazione che rispetti le norme e gli standard del diritto internazionale sui diritti umani, allora l’Ice dev’essere abolita e occorre ripartire da capo”, ha aggiunto Daar. L’Ice venne creata nel 2003, quando dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 s’impose un modello di sicurezza estremamente problematico. Da allora, Amnesty International e altre organizzazioni hanno denunciato le violazioni dei diritti umani commesse dall’agenzia e la preoccupante assenza di supervisione e di assunzione di responsabilità. Ma è dal gennaio 2025 che la dimensione e l’orrore delle operazioni dell’Ice, finanziate da miliardi di dollari e alimentate da una persistente impunità, hanno raggiunto nuovi livelli. In tutte e quattro le operazioni dell’Ice esaminate, Amnesty International ha riscontrato arresti arbitrari basati sulla discriminazione razziale; minacce, intimidazioni, trattamenti degradanti e uso ingiustificato della forza; ricorso alla forza letale e conseguenti uccisioni illegali che dovrebbero essere indagate come esecuzioni extragiudiziali; repressione delle proteste mediante l’uso di armi meno letali come i gas lacrimogeni e gli spray al peperoncino; uso illegale di tecnologie di sorveglianza e di riconoscimento facciale; condizioni di detenzione inumane e diniego del giusto processo, che dovrebbero essere indagate come tortura; detenzioni illegali in isolamento dal mondo esterno e possibili sparizioni forzate. Gli agenti federali dell’Ice hanno operato all’interno di un contesto istituzionale, ampiamente sostenuto e ampliato dall’amministrazione Trump, nel quale prassi violente e discriminatorie in materia d’immigrazione sono state incoraggiate da alti funzionari dello Stato, compreso lo stesso presidente Trump. Gli agenti hanno frequentemente operato senza identificarsi e col volto coperto; le garanzie per prevenire e punire comportamenti illegali sono state indebolite se non smantellate; alle violazioni dei diritti umani hanno raramente fatto seguito indagini concrete e accertamento delle responsabilità. Liish Kozlowski, deputata del Minnesota, ha raccontato uno dei tanti casi di profilazione razziale da parte dell’Ice: “Mia cugina era a bordo della sua automobile insieme al marito. Stava andando al lavoro. Improvvisamente sono comparsi gli agenti dell’Ice, alla ricerca di persone nere e marroni. Hanno rotto il finestrino dal suo lato iniziando a urlarle di tutto. Lei era incinta. Suo marito ha detto: ‘Lei è nativa americana, ecco la sua carta d’identità’. Un agente dell’Ice ha risposto: ‘Non me ne frega un c…, ora questa terra è nostra’”. “Applicare la profilazione razziale, portare via persone in mezzo alla strada, separare i nuclei familiari e mettere le persone arbitrariamente in carcere sono prassi non solo crudeli e illegali, ma anche profondamente dannose: provocano paura, stress psicologico e problemi di salute di lunga durata ai figli, ad altri familiari e a intere comunità”, ha commentato Ana Piquer, direttrice di Amnesty International per le Americhe. Il rapporto descrive come le comunità si siano unite per resistere e proteggersi a vicenda. Queste reti solidali hanno svolto un ruolo essenziale per denunciare le violazioni dei diritti umani: hanno tutelato i vicini di casa, hanno organizzato seminari su come monitorare il rispetto della Costituzione, hanno allestito sistemi di risposta rapida, ad esempio accompagnare i bambini e le bambine ai pullman scolastici e altro ancora. Le proteste sono state un importante strumento di resistenza e proprio per questo sono state spesso oggetto di ulteriori azioni illegali da parte dell’Ice e del Cbp. A Chicago, per esempio, il centro di smistamento e di processamento delle persone migranti di Broadview è diventato il luogo simbolo delle proteste. Il reverendo David Black, che si recava spesso a Broadview per dire messa, ha raccontato: “L’escalation di violenza dell’Ice e del Cbp mentre stavamo soltanto pregando e cantando è stata una cosa terribile.” Durante una delle funzioni religiose che stava dirigendo, il reverendo Black si è rivolto a tre agenti federali che si trovavano sul tetto della struttura, chiedendo loro di pentirsi. Per tutta risposta, lo hanno colpito al volto, alle braccia e al tronco con pallottole esplodenti di spray al peperoncino. Per redigere il suo rapporto, Amnesty International ha intervistato 154 persone, che hanno permesso di concludere che le violazioni dei diritti umani riscontrate non sono state casi locali isolati, ma hanno fatto parte di uno schema applicato a livello nazionale. “Spezza il cuore vedere il dolore e la sofferenza causati dalla demonizzazione e dalla criminalizzazione delle persone migranti da parte dell’amministrazione Trump, ma sono speranzosa: le comunità si sono strette a protezione delle persone colpite e, in alcuni casi, hanno costretto a fare marcia indietro. Ora occorre chiamare le autorità di governo a rispondere di questo regno del terrore. Dobbiamo continuare a chiedere un sistema di gestione dell’immigrazione basato sui diritti e sulla dignità, non sulla crudeltà”, ha concluso Daar.   Amnesty International
September 24, 2026
Pressenza
Bruxelles, la protesta dei sopravvissuti: «Fermate la tortura finanziata dall’Europa»
Oltre 2.000 persone in piazza contro le politiche europee in Libia. Non sono mai rimasti in silenzio. E non accettano che ciò che accade in Libia continui a essere raccontato come una conseguenza inevitabile delle migrazioni. Il 12 settembre, davanti al Parlamento Europeo di Bruxelles, oltre 2.000 persone si sono riunite per denunciare il sistema di detenzione, violenza e sfruttamento che da anni colpisce migliaia di persone in Libia. Tra loro, molti sopravvissuti a quei luoghi e a quelle violenze, insieme a familiari di persone ancora detenute, scomparse o intrappolate nel Paese. Una mobilitazione che ha chiamato direttamente in causa le responsabilità dell’Unione Europea, che finanzia, forma e sostiene le autorità libiche impegnate nell’intercettazione delle persone in mare e nel loro trasferimento forzato verso la Libia. Una politica di esternalizzazione delle frontiere che contribuisce a mantenere in piedi un sistema segnato da detenzione arbitraria, torture, violenza sessuale, estorsioni e sfruttamento. Le immagini della giornata raccontano una piazza attraversata da cartelli, voci, corpi e volti. Ma soprattutto raccontano la presenza di chi quelle violenze le ha vissute sulla propria pelle. “Non stiamo dimenticando quello che è successo in Libia”, ha detto David Yambio, uno dei portavoce di Refugees in Libya. Una memoria che diventa anche impegno per chi oggi non può essere in quella piazza perché è ancora detenuto nei centri libici. Il messaggio della protesta non è stato rivolto soltanto all’Unione Europea. Dalla piazza è arrivato un appello anche all’Unione Africana e ai governi africani, chiamati a non rimanere in silenzio davanti alla violenza che colpisce migliaia di persone sul continente. Una presa di parola che allarga il campo della responsabilità e mette in discussione il silenzio delle istituzioni africane di fronte a un sistema che continua a produrre detenzione, sfruttamento e violenza. Uno degli slogan della protesta è stato netto: “Stop enslaving our sisters and brothers in Libya. They are not slaves. Fermate la schiavitù delle nostre sorelle e dei nostri fratelli in Libia. Non sono schiavi.” Il 3 ottobre, a Berlino, Refugees in Libya, insieme all’Alliance with Refugees in Libya, all’European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR) e alla Spore Initiative, riunirà sopravvissuti, comunità migranti e della diaspora, organizzazioni antirazziste, avvocati, giornalisti e attivisti per ripercorrere cinque anni di lotta e interrogarsi su ciò che accade oggi e sulle possibilità di costruire nuove forme di azione. La data ha una forte valenza simbolica: il 1° ottobre 2021, dopo i raid di massa a Gargaresh, migliaia di persone furono arrestate a Tripoli. Molte vennero trasferite nei centri di detenzione, mentre altre si radunarono davanti all’ufficio dell’UNHCR. Da quella mobilitazione nacque la “Protesta dei 100 Giorni”, una lunga occupazione per chiedere protezione, evacuazione, libertà e la fine delle violenze. Cinque anni dopo, quella lotta continua anche sul terreno della giustizia internazionale. Il procedimento contro Khaled El Hishri, ex funzionario della prigione di Mitiga, rappresenta un passaggio importante: la Corte penale internazionale ha confermato tutti i 17 capi d’accusa per crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Per i sopravvissuti, però, il caso non riguarda soltanto ciò che è avvenuto dentro Mitiga. Porta con sé una domanda più ampia: chi ha costruito, finanziato e sostenuto il sistema che ha reso possibili quelle violenze? È proprio questo uno dei nodi che saranno affrontati a Berlino. Il procedimento può offrire uno spazio per la ricerca di giustizia, ma anche diventare uno strumento di organizzazione e di lotta fuori dalle aule giudiziarie. Al centro ci sarà la partecipazione dei sopravvissuti, affinché non vengano ridotti al ruolo di testimoni, ma possano essere protagonisti del percorso politico e giudiziario. La giornata sarà anche un’occasione per mettere in relazione questa esperienza con altre lotte: quelle dei movimenti guidati da persone migranti, delle comunità della diaspora africana, dei movimenti antirazzisti e delle realtà impegnate contro le frontiere. Una mostra multimediale accompagnerà l’incontro, riportando nello spazio fotografie, testimonianze e materiali della Protesta dei 100 Giorni. Non si tratta quindi di ricordare qualcosa che è finito cinque anni fa. Le persone per cui si protestava allora sono ancora detenute. Le persone continuano a essere intercettate in mare e riportate in Libia. Le violenze continuano. E, come ribadisce Refugees in Libya, la lotta continua. “We want justice. We want accountability. And we will keep coming back until our people are free. Vogliamo giustizia. Vogliamo responsabilità. E continueremo a tornare finché la nostra gente non sarà libera.”     Melting Pot Europa
September 16, 2026
Pressenza
CARCERE: RIPRENDE IL PROCESSO SULLE TORTURE DI STATO A SANTA MARIA CAPUA VETERE (CE)
E’ ripreso lunedì 7 settembre nell’aula bunker di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, il maxi processo sulle torture nel carcere casertano avvenute durante l’aprile del 2020, in piena pandemia. A luglio i Pm avevano chiesto complessivamente quasi 800 anni di reclusione – e condanne fino a 21 anni – per gli oltre 100 imputati tra agenti della polizia penitenziaria, funzionari e medici. Una struttura intera, dunque, accusata di tortura, lesioni personali, abusi, depistaggio, falso favoreggiamento, morte come conseguenza di altro reato. All’udienza si è presentata, tra le parti civili, anche l’Associazione Antigone, l’organizzazione che si occupa della tutela dei diritti umani nelle diroccate e violente galere italiane. Sulle violenze sistemiche nel carcere di Santa Maria Capua Vetere abbiamo intervistato Paolo Conte, Presidente dell’associazione Antigone Campania. Ascolta o scarica Sul tema segnaliamo l’articolo pubblicato da Osservatorio Repressione.
September 10, 2026
Radio Onda d`Urto
CISGIORDANIA: BRUTALI AGGRESSIONI DI COLONI ED ESERCITO ISRAELIANI. 4 PALESTINESI UCCISI
Situazione sempre più brutale nei villaggi palestinesi della Cisgiordania occupata. Solo questa mattina, venerdì 24 luglio, 4 palestinesi sono stati uccisi dalle forze di occupazione israeliane durante un attacco dei coloni al villaggio di Tell, a sud-ovest di Nablus. I residenti palestinesi hanno respinto in un primo momento i coloni israeliani che dopo mezz’ora hanno attaccato nuovamente la parte occidentale della città, questa volta protetti dai militari. Durante l’attacco è morto anche un colono israeliano. Chiusi dai militari i check point di ingresso che circondano la città di Nablus, il capo di stato maggiore delle Idf ha ordinato un “massiccio dispiegamento” nella Cisgiordania occupata. Dall’inizio dell’anno sono 82 i palestinesi ammazzati nei governatorati della Cisgiordania occupata, di cui 21 per mano di coloni israeliani. L’intervisa a Damiano Censi, coordinatore del progetto di Medeterranea in Palestina. Ascolta o scarica Gli aggiornamenti da Nablus che abbiamo ricevuto da Fabian Odeh, cittadino italo-palestinese che vive a Brescia e nostro collaboratore. Ascolta o scarica Dal campo profughi di Dehisheh, Betlemme, è giunta alla nostra redazione anche la testimonianza di Anna Fazi della Casa per la pace di Milano, che dal 2010 accompagna viaggi in Cisgiordania. Ascolta o scarica.
July 24, 2026
Radio Onda d`Urto
Israele occupa e rapisce. In Siria…
Nella città di confine siriana di Quneitra, Israele sta occupando terreni, attaccando e rapendo i residenti, aggredendoli con cani da combattimento e irrorando agenti chimici sui campi agricoli. Il governo siriano rimane in silenzio. Il 19 maggio, il quindicenne Omar al-Ajraf si era recato con il suo amico, Sanad al-Mousa, […] L'articolo Israele occupa e rapisce. In Siria… su Contropiano.
June 15, 2026
Contropiano
Non sono arrabbiati con Ben-Gvir perché è malvagio, ma perché è “onesto”
Attualmente, funzionari occidentali e israeliani agitano il dito con finta indignazione contro il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir, per essersi vantato pubblicamente dei maltrattamenti inflitti agli attivisti di una flottiglia che cercava di portare aiuti umanitari a Gaza. L’account Twitter di Ben-Gvir ha condiviso un video in cui […] L'articolo Non sono arrabbiati con Ben-Gvir perché è malvagio, ma perché è “onesto” su Contropiano.
May 22, 2026
Contropiano
Un mostro che contiene molti mostri
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Nicolas Messifet su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Il monitor interno dal quale chi assiste all’udienza del processo a El – Hisri, uno dei capi torturatori del lager di Mitiga in Libia, ogni tanto mostra la faccia dell’imputato. Non ha segni di tortura, non sembra stare male, non ha stracci addosso o catene ai polsi come le sue vittime: solo quegli occhi che guardano fisso, che non si abbassano nemmeno quando la procuratrice della Corte Penale Internazionale descrive lo stupro di una donna compiuto davanti al figlio piccolo, costretto da El Hisri a guardare. I giudici che con i loro staff di investigatori hanno lavorato quindici anni a raccogliere prove, testimonianze, foto, video, documenti ufficiali e tantissimo altro materiale, lo definiscono un processo “storico” – a “milestone” – per provare a fare giustizia contro un vero e proprio sistema di violazione permanente dei diritti umani. Il “sistema Libia” appunto, che però non potrebbe esistere se non fosse stato congegnato anche a partire da “menti” italiane ed europee. El Hisri, detto Al Bouti, è un pari grado di Almasri, quello fatto fuggire dal governo italiano e riportato con il Falcon dei servizi segreti proprio a Mitiga, dove la maggior parte dei crimini contro l’umanità e crimini di guerra sono stati compiuti. Il nome di Almasri è stato pronunciato già dalle prime battute durante la lettura dei diciassette capi di imputazione. È chiaro, da dentro questo tribunale, perché Almasri non doveva arrivarci alla sbarra. Il “sistema Libia” è fondato su una complicità evidente tra livelli istituzionali e milizie criminali che si sono spartite la Libia dopo la destituzione violenta di Gheddafi del 2011. L’inchiesta della CPI parte da quel momento, e documenta le atrocità commesse dall’imputato e dai suoi complici fino al 2020. Si passa dunque, dal 2017, anno della stipula del patto Italia-Libia, sottoscritto da Minniti e Gentiloni, con i clan di signorotti della guerra tra cui anche la milizia “Rada”, una tra le più potenti- si parla di 1.500 soldati inquadrati militarmente e forniti di armi, mezzi e soldi-quella che controlla la prigione di Mitiga, nordest di Tripoli e, cosa assai rilevante, l’aeroporto internazionale, peraltro ricostruito grazie ai lavori forzati dei migranti prigionieri. Un processo come questo non è la semplice descrizione in generale di tutto ciò che già sappiamo, atrocità comprese. No. Il primo livello è la responsabilità individuale dell’imputato, con prove, riscontri, volti, referti medici, circostanze precise. Ascoltare la descrizione di torture, stupri e violenze di ogni genere, delle quali El Hisri è personalmente responsabile, è dura. All’entrata, dopo controlli rigidi per l’accesso, distribuiscono un vademecum dove te lo scrivono che potrebbe essere troppo dura assistere, ascoltare. Che puoi uscire in qualsiasi momento. Il secondo livello, quello che stabilisce la relazione tra un crimine efferato e la categoria dei crimini contro l’umanità, è il carattere strutturale, pianificato, nel quale ogni singolo atto criminale è inserito, e la funzione che svolge nell’assicurare potere di vita e di morte sulle persone che lo subiscono. E qui il lavoro approfondito e puntuale dei giudici ci offre una prima importante verità: le prime vittime di El Hisri, di Almasri, del capo supremo della Rada, Al Kora, sono stati i cittadini libici. Sono libici quelli sequestrati e torturati per primi, oppositori politici, avvocati, giornalisti, studenti o anche persone che possedevano dei terreni, una casa, dei soldi. Si capisce la parabola dunque che porta a ciò che oggi conosciamo del sistema Libia: dopo la caduta di Gheddafi, si formano i gruppi armati che con la scusa della “rivoluzione”, cominciano ad accaparrarsi il potere e materialmente pezzi di territorio. Nel caso della “Rada” ad esempio, è un quartiere di Tripoli che gli dà i natali, e da lì la conquista di un’area strategica come quella dell’aeroporto e fin sulla costa con l’accesso al mare, trasforma quattro banditi di un clan familiare, in uomini che comandano. Che negoziano un pezzetto di quello che altri, simili a loro ma magari più scaltri, hanno già preso in cambio della fedeltà all’Occidente. In uno degli ultimi rapporti dell’Onu sulla Libia, concentrato sulle violazioni dell’embargo sulle armi, si parla del clan di Dbaibaba, attuale premier del governo di Tripoli riconosciuto dall’Unione Europea, come uno dei più criminali e potenti. Stessa cosa se si osserva la “carriera” del ministro degli Interni Trebelsi, l’amicone di Piantedosi, segnalato dalla segreteria di stato americana già durante la prima presidenza Trump come “trafficante e contrabbandiere”. La Rada ha gestito la sua prigione, il suo lager, a partire dall’eliminazione dei dissidenti libici e dell’imposizione del regno del terrore a Tripoli, offrendo sul “mercato” le sue capacità. Rada “Security Defence Force”. Rada “polizia giudiziaria”. Tutti titoli assegnati dai vari governi ufficiali. Ma d’altronde non era il prefetto Caravelli, capo dei servizi segreti esterni a dichiarare che “con la Rada ottima collaborazione”? Questo strutturazione della milizia inizialmente impegnata contro i cittadini libici, anch’essi torturati, ammazzati, anche le donne libiche stuprate, anche i bambini libici violentati e terrorizzati e chissà cos’altro, viene poi dal 2017 impiegata per i migranti. Le pratiche disumane sono rielaborate per il nuovo business, quello di fermare profughi e rifugiati che tentano di raggiungere l’Italia e l’Europa via mare. Ma chi suggerisce alla Rada di fare questo? In cambio di che cosa, di quanti soldi? Chi suggerisce la creazione di un nuovo sistema di respingimento di massa, articolato nella cattura in mare di chi prova a fuggire, e nella successiva deportazione e internamento nei lager? Chi regala mezzi, addestramenti, ruoli ai vari El Hisri per fare tutto questo? Ascoltando le accuse ci si rende conto di cosa abbiamo fatto, noi che apparteniamo ai paesi “civili”, noi che abbiamo i governi “democratici”: abbiamo alimentato gli orrori, le atrocità che prima sono state compiute contro la società civile libica per trasformarli e strutturarli in “orrori funzionali”, utili alla nostra “guerra” ai migranti. Ascoltando l’excursus dei procuratori della Corte, che puntualmente delineano lo sviluppo e il ruolo di una milizia e dei suoi capi, si capisce che El Hisri è solo quello che si è fatto prendere. Non è lui il “mostro” in mezzo a quelli “normali”. Lui è solo un mostro meno potente di tutti gli altri. Viene spontaneo, dinnanzi al primo processo di questo livello che finalmente si celebra, dopo decine di migliaia di morti in mare e nel deserto, pensare a una Norimberga. Ma Norimberga non si può fare solo con un criminale che altrimenti rischia di diventare un capro espiatorio. Qui mancano quelli potenti, quelli che non si sporcano le mani. Quelli che in Libia ci vanno con l’aereo di stato, quelli che il quartiere di El Hisri manco sanno dov’è. E dopo il primo giorno, è tutto. -------------------------------------------------------------------------------- [Dalla Corte Penale Internazionale, Luca Casarini] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un mostro che contiene molti mostri proviene da Comune-info.
May 20, 2026
Comune-info