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Il riconoscimento della memoria ebraica, la rimozione della memoria russa
A chi è concesso avere paura? Da libertaria, niente mi è più lontano dell’autoritarismo di Vladimir Putin. La Russia contemporanea ha perpetuamente criminalizzato il dissenso e perseguito in ogni modo l’opposizione alla guerra. Ha inoltre liquidato Memorial, l’associazione nata per studiare i crimini staliniani. La nostalgia sovietica mi appartiene quanto […] L'articolo Il riconoscimento della memoria ebraica, la rimozione della memoria russa su Contropiano.
September 1, 2026
Contropiano
Hiroshima e Nagasaki: scelta militare o politica del terrore?
Le bombe atomiche esplose sulle città di Hiroshima e Nagasaki il 6 e 9 agosto del 1945 provocarono la morte diretta di 200.000 persone, oltre ai feriti, alle famiglie distrutte, al disastro ecologico e all’umiliazione di un intero popolo. Per il governo Truman fu un atto necessario per accelerare la fine della guerra e impedire in questo modo che centinaia di migliaia di soldati americani morissero in un’invasione del Giappone. Al di là della condanna morale per qualsiasi guerra e soprattutto per l’uso di un’arma di distruzione di massa, la tesi dell’allora governo degli Stati Uniti è stata ampiamente studiata e confutata da numerosi e attenti studi storici. Il governo giapponese era già pronto alla resa e almeno dall’aprile del 1945 lavorava incessantemente in quella direzione. L’amministrazione americana era pienamente informata di questa situazione. L’uso delle bombe non fu necessario per porre fine alla guerra; su questo concordano non solo gli storici, ma anche la maggioranza dei capi dell’esercito statunitense. Il generale Dwight Eisenhower si espresse con chiarezza: “I giapponesi erano pronti ad arrendersi e non era necessario colpirli con questa cosa orribile”. Il rapporto degli Stati Uniti sul Bombardamento Strategico (United States Strategic Bombing Survey) afferma: «In base alle indagini dettagliate su tutti i fatti e alla testimonianza dei leader giapponesi sopravvissuti, si ritiene che certamente prima del 31 dicembre 1945, e con ogni probabilità prima del 1° novembre 1945, il Giappone si sarebbe arreso anche se le bombe atomiche non fossero state sganciate, anche se la Russia non fosse entrata in guerra e anche se non si fosse pianificata o contemplata un’invasione.» Anche il generale George C. Marshall, difensore dell’uso della bomba, dichiarò che la decisione non fu di carattere militare, ma “politico”. Se c’è accordo tra la maggioranza degli studiosi su questo, differenti invece sono le interpretazioni delle vere ragioni che spinsero gli Stati Uniti, con il sostegno del governo britannico, a questa scelta terribile. Secondo alcuni studiosi si voleva sperimentare sul campo gli effetti di un’arma che aveva richiesto anni di lavoro e ingenti finanziamenti. Altri studi ritengono che la ragione principale fu che l’Unione Sovietica era diventata un grande impero, aveva occupato gran parte dell’Europa dell’Est e stava per invadere il Giappone. Dunque la bomba fu usata pensando all’Unione Sovietica e rappresenta non tanto la fine della Seconda Guerra Mondiale, quanto l’inizio della Guerra Fredda. Ma anche senza bisogno di uno studio di specialisti, qualsiasi persona può intuire che l’uso delle atomiche fu un atto di estrema crudeltà. Gli Stati Uniti non colpirono obiettivi strategici dal punto di vista militare, come fabbriche di armi, centrali elettriche, ponti o aeroporti. E se avessero voluto mostrare l’arma mostruosa di cui disponevano, sarebbe bastato lanciarla su postazioni militari o in zone semi-desertiche. In realtà le bombe erano dirette a coloro che non sarebbero morti: al popolo giapponese e al mondo intero. E questa è la caratteristica degli atti terroristici: colpire le persone innocenti per creare terrore. Si è voluto colpire la popolazione civile indifesa, scegliendo non una, ma due città densamente abitate. Non è stata una decisione per chiudere la guerra, ma un atto di deliberata crudeltà per mostrare la propria potenza e lanciare una minaccia e un avvertimento al mondo intero: «Per affermare il nostro dominio siamo capaci di fare cose orribili, senza alcun freno morale». Le due bombe atomiche furono un atto di terrorismo di Stato e hanno inoltre aperto la strada all’uso del nucleare e alla possibilità di usarlo di nuovo: un terrore che arriva fino ai giorni nostri e si manifesta con l’incubo di una possibile guerra nucleare. Se l’atomica fosse stata usata dalla Germania, senz’altro tutti l’avremmo considerata un crimine di guerra. La comunità internazionale avrebbe espresso la stessa condanna se a usare la bomba atomica fosse stata l’Unione Sovietica. Qualsiasi Stato potrebbe in futuro decidere di usare il nucleare giustificando la sua scelta con la paradossale necessità “umanitaria” di risolvere velocemente un conflitto per limitare il numero di vittime. La decisione di usare le bombe atomiche segnò la direzione di un cammino. Aprì un’epoca nella quale la superiorità militare, l’uso della forza e della crudeltà divennero strumenti centrali di una politica di predominio perseguita dagli Stati Uniti e sostenuta dai loro principali alleati. Da quel momento la logica del “vincere a ogni costo” divenne uno dei criteri dominanti della politica di potenza. Molti dei grandi conflitti e delle crisi che oggi viviamo affondano le loro radici anche in quella scelta. La riflessione su Hiroshima e Nagasaki non riguarda soltanto il passato, ma anche il modo in cui interpretiamo il presente e ci apriamo al futuro. Comprendere quanto accadde nel 1945 significa sviluppare uno sguardo critico anche sulle narrazioni con cui vengono giustificate le guerre. Una consapevolezza profonda di questa mentalità nichilista e distruttiva può aiutare a porre le basi per una civiltà fondata sulla cooperazione, sull’umanesimo e sulla nonviolenza.   Gerardo Femina
August 5, 2026
Pressenza
Fridtjof Nansen, eroe dell’impossibile
“L’impossibile è solo ciò che richiede più tempo”… di Bruno Lai 13 maggio 1930: muore Fridtjof Nansen. Noto anche come “Federico Nansen”, Fridtjof Nansen è una vera e propria forza della natura. È difficile trovare qualcun altro nella storia che abbia eccelso in ambiti così diversi: esploratore polare, scienziato d’avanguardia, diplomatico e Premio Nobel per la Pace. Nansen è diventato
Dante Corneli, il redivivo tiburtino
di Bruno Lai 6 maggio 1900: nasce Dante Corneli. Patriota antifascista, scrittore comunista ed antistalinista, per anni rese onore ai compagni vittime del terrore.   Negli anni Venti, Corneli è un giovane operaio di Tivoli, comunista convinto e attivo nelle lotte sindacali. Dopo l’ascesa al potere di Mussolini e le crescenti violenze delle squadre criminali fasciste, la sua posizione in
DALL’INTERNAZIONALE DELLE DONNE SOCIALISTE ALLA RESISTENZA: LE ORIGINI DELL’8 MARZO
Il 3 maggio 1908, a Chicago, Corrine Stubbs Brown presiedette la conferenza domenicale della sezione locale del Partito socialista in sostituzione dell’oratore ufficiale designato. Durante la conferenza, alla quale furono invitate a partecipare tutte le donne, si discusse dello sfruttamento dei datori di lavoro ai danni delle operaie in termini di basso salario e di orario di lavoro, delle discriminazioni sessuali e del diritto di voto alle donne. Alla fine dell’anno, il Partito socialista degli Usa raccomandò a tutte le sezioni locali di riservare l’ultima domenica di febbraio all’organizzazione di una manifestazione in favore del diritto di voto femminile. Così, negli Stati Uniti d’America fu celebrata la prima, ufficiale, “Woman’s Day – Giornata della donna”, il 23 febbraio 1909. Forti dell’ormai consolidata manifestazione della giornata della donna, le delegate socialiste statunitensi proposero alla seconda Conferenza internazionale delle donne socialiste – tenutasi nella Folkets Hus (Casa del popolo) di Copenaghen dal 26 al 27 agosto 1910, due giorni prima dell’apertura dell’VIII Congresso dell’Internazionale socialista – di istituire una giornata comune dedicata alla rivendicazione dei diritti delle donne. Mentre negli Stati Uniti la Giornata della Donna continuò a tenersi l’ultima domenica di febbraio, in alcuni paesi europei la giornata della donna si tenne per la prima volta domenica 19 marzo 1911 su scelta del Segretariato internazionale delle donne socialiste. In Francia la manifestazione si tenne il 18 marzo 1911, nel quarantennale della Comune di Parigi. In Russia si svolse per la prima volta il 3 marzo 1913 su iniziativa del Partito bolscevico con una manifestazione nella Borsa Kalašaikovskij fermata dalla polizia zarista che effettuò molti arresti. “Il primo 8 marzo vero e proprio è quello del 1914, in Germania, alla vigilia del primo conflitto mondiale”, spiega ai microfoni di Radio Onda d’Urto Elena Musiani, ricercatrice in Storia contemporanea e autrice, insieme a Elda Guerra, del libro Il movimento politico delle donne (Le Monnier, 2025). “La giornata si inseriva in una ricorrenza tradizionale delle socialiste e dei socialisti tedeschi, la ‘settimana rossa’, durante la quale si ricordavano le vittorie del 1848 e che si richiamava, in parte, anche alla Comune di Parigi”, aggiunge Musiani. In Russia, le celebrazioni della “Giornata della donna lavoratrice” dell‘8 marzo 1917 a Pietrogrado innescarono la “Rivoluzione di febbraio”: le donne della capitale guidarono una grande manifestazione che rivendicava la fine della guerra con il celebre slogan “pane, pace, libertà”. “Aleksandra Kollontaj, descrivendo l’8 marzo 1917, dice che queste donne, operaie e mogli di soldati, esigevano pane per i loro figli e il ritorno dei mariti dalla trincee”, afferma Elena Musiani nell’intervista sulla nostra emittente. “Kollontaj – aggiunge Musiani – la cita come una giornata memorabile della Rivoluzione del ’17”. Fu in seguito a questo episodio che, per stabilire un giorno comune a tutti i Paesi, il 14 giugno 1921 la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste, che si tenne a Mosca una settimana prima del III congresso dell’Internazionale comunista, fissò all’8 marzo la “Giornata internazionale dell’operaia”. L’8 marzo 1936 migliaia di donne lavoratrici riempirono in corteo le strade di Madrid – con alla testa la comunista Dolores Ibarruri – in sostegno al Fronte Popolare e alla Repubblica spagnola nella guerra e nella lotta contro i franchisti. In Italia, la storia dell’8 marzo seguì una traiettoria ancora differente. “Nel 1921, la seconda conferenza internazionale delle donne socialiste cerca di celebrare la giornata anche in Italia“, contestualizza Musiani ai nostri microfoni. “Il movimento socialista italiano si sta avviando alla scissione del Congresso di Livorno, con la nascita del Partito Comunista. Furono proprio le donne del Partito Comunista a organizzare il primo 8 marzo, ma purtroppo era destinato a morire sul nascere per via dell’avvento, imminente, del regime fascista. In Italia – prosegue la ricercatrice – dobbiamo aspettare il secondo dopoguerra, quando l’8 marzo italiano rinascerà su iniziativa dell’UDI, un’organizzazione nata dai Gruppi di Difesa della Donna, nella Resistenza“. Dopo la Seconda guerra mondiale la giornata venne adottata ufficialmente come festa nazionale da molti paesi socialisti e comunisti che facevano riferimento al blocco sovietico. L’8 maggio 1965, il Presidium del Soviet Supremo dell’Unione Sovietica decise che l’8 marzo dovesse essere considerato un giorno festivo non lavorativo, per rendere conto dell’impegno e dei successi delle donne nella costruzione del comunismo e per il loro contributo alla lotta per la pace. Negli stati capitalisti, proprio perché considerata una ricorrenza legata a una visione del mondo socialista, la Giornata della donna non era considerata una celebrazione ufficiale ma veniva comunque promossa dalle organizzazioni comuniste e socialiste, che organizzavano manifestazioni di piazza ogni 8 marzo. Questa spinta, insieme alla nuova “ondata” di movimenti femministi degli anni Settanta in tutto il mondo, portò l’Assemblea generale delle nazioni unite a proporre, con la risoluzione 32/142 del 16 dicembre 1977, che ogni paese al mondo, nel rispetto delle tradizioni storiche e dei costumi locali, dichiarasse un giorno all’anno “Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle Donne e per la pace internazionale”. Già celebrato in molti paesi, l’8 marzo fu scelto dalla maggior parte degli stati come data ufficiale per questa scadenza annuale. “L’intreccio con il movimento operaio e socialista è uno di quei rapporti che definiscono la complessità del movimento politico delle donne“, commenta Musiani. “Le donne socialiste in alcuni casi si sono scontrate con altre organizzazioni del movimento politico delle donne. Per le donne socialiste la lotta di classe era una priorità, e le donne lavoratrici non potevano aspettarsi nessuna forma di emancipazione da quella parte di movimento che consideravano borghese”, aggiunge la ricercatrice. Per Musiani, “la storia dell’8 marzo è significativa perché sottolinea che il movimento politico delle donne è un movimento politico a sé, non è la storia delle donne in politica. Si intreccia con le altre culture politiche della contemporaneità ma ha un suo sviluppo e ha delle sue tematiche“. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Elena Musiani, ricercatrice in Storia Contemporanea al Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’Università degli Studi di Bologna, responsabile scientifica dell’Archivio di storia delle donne di Bologna e autrice – insieme a Elda Guerra – del libro Il movimento politico delle donne (Le Monnier, 2025). Ascolta o scarica.
March 14, 2026
Radio Onda d`Urto