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Intervista ad Antonio Negri. Lo sciame, diciotto anni dopo
Nel 2008 Claudio Calia aveva trentun anni e leggeva Antonio Negri «da più di metà» della propria vita, spesso con fatica. È primavera. Intervista ad Antonio Negri, pubblicato allora da BeccoGiallo e oggi riproposto da DeriveApprodi (introduzione Luca Casarini, Euro 18,00), nasceva dal tentativo di costruire una via di ingresso a quel pensiero: «non una semplificazione, ma un punto di ingresso». Calia lo definiva scherzosamente un «Antonio Negri for dummies». Sono passati diciotto anni, Negri è morto nel 2023 e quel for dummies suona oggi desueto. È diventato storia anche il mondo in cui il libro era nato: Genova, i social forum, il movimento dei movimenti, l’onda lunga di Impero (2000) e Moltitudine (2004) (scritti con Michael Hardt), e l’ipotesi che dalle trasformazioni del lavoro globale stesse emergendo un nuovo soggetto politico. La domanda oggi è diversa: non più soltanto come rendere Negri accessibile, ma che cosa resta leggibile del suo pensiero e a chi parla ancora questo fumetto. Calia nell’intervista a fumetti semplificava, necessariamente, ma individuava con precisione alcuni snodi centrali del pensiero negriano: le trasformazioni della composizione di classe, il passaggio dall’operaio sociale alla moltitudine, il potere costituente, la cooperazione sociale. Non era del resto un osservatore neutrale. L’autore proviene da un’area politica sulla quale Negri ha esercitato una forte influenza, ha collaborato con Radio Sherwood e aveva già raccontato Porto Marghera in Porto Marghera. La legge non è uguale per tutti (2007). Questa prossimità non ha trasformato il libro in un’agiografia, ma ne ha certamente orientato lo sguardo. È primavera, inoltre, non è propriamente una biografia. Calia incontra Negri, lo interroga, ne segue la vita, ma continuamente la biografia si apre alla teoria e la teoria alla storia: il Veneto cattolico dell’infanzia del piccolo Toni, il kibbutz israeliano, l’operaismo, Porto Marghera, l’Autonomia, il 7 aprile, il carcere, l’esilio francese, fino a Impero e alla moltitudine. Alcune battute e riflessioni attribuite a Negri provengono da suoi libri precedenti: l’intervista quindi è già montaggio, costruzione, interpretazione. Nel panorama italiano del 2008 l’esperimento non aveva precedenti diretti: non semplicemente un fumetto dedicato a un filosofo, ma una lunga intervista a fumetti con un filosofo vivente, chiamato a raccontare insieme vita e pensiero. E nel libro c’è anche Calia: arriva, domanda, ascolta, entra nella scena. Anche dal punto di vista grafico ci confrontiamo con il Calia di allora: bianco e nero, segno essenziale, passaggi dalla figurazione all’astrazione. Uno stile che negli anni verrà affinato con un uso parsimonioso del colore e il passaggio al digitale. Le sei tavole aggiunte nel 2026 permettono di confrontare il Calia di allora con quello di oggi. Il segno è diventato più sicuro, anche nel ritratto di Negri in copertina, raffigurato con i suoi occhi da ragazzo svelto e curioso fino alla fine della vita. Quasi l’opposto dell’horror vacui di Jacovitti: Calia sottrae dove Jacovitti riempie. Parlo di Jacovitti non a caso perché in un’intervista alla rivista «Carta» del 2008 Negri raccontava che alla proposta di diventare protagonista di un fumetto gli era inizialmente «scappato da ridere». Si era ricreduto leggendo Porto Marghera, riconoscendovi un fumetto «maturo, emancipato», capace di «articolare un discorso». E, interrogato su quale altro disegnatore avrebbe voluto, faceva i nomi di Hugo Pratt e soprattutto di Jacovitti. Poco dopo ricordava Il Vittorioso, L’Intrepido, Topolino e la convinzione, nel dopoguerra, di essere ormai troppo grande per leggere cose «da bambini». In poche battute c’è un’intera storia culturale italiana. Negri, nato nel 1933, per riconoscere la maturità del lavoro di Calia lo definisce ancora una «forma letteraria» capace di andare oltre il «semplice segno grafico». Calia, nato nel 1976, non ha alcun bisogno di promuovere il fumetto a qualcos’altro: per lui è già un linguaggio con cui fare reportage, storia, intervista e filosofia. Oggi, dopo la guerra di Gaza, è inevitabile leggere con particolare attenzione ciò che Negri racconta della propria formazione politica, anche se sarebbe improprio dedurne una posizione attuale sulla questione palestinese. Poco più che ventenne, Negri arriva in Israele e vive nel kibbutz Nachsonim, legato al Mapam. Lavora e discute di politica; Souzy, matematico ebreo egiziano e comunista, diventa il suo «istruttore politico». È lì che Negri incontra materialmente qualcosa che riconosce come comunismo. In Storia di un comunista (2015) tornerà su quell’esperienza senza nasconderne le contraddizioni. Ricorderà le discussioni sui massacri del 1948 e sull’esodo palestinese, il «fortissimo senso di colpa» presente nel kibbutz, i tentativi del Mapam di costruire rapporti con arabi e drusi e l’ipotesi di «uno Stato con due nazioni». Viaggiando nel paese, vedrà poi la militarizzazione, le discriminazioni e la condizione dei beduini, per la quale userà la parola «apartheid». E tuttavia non rinnega né il kibbutz né quell’Israele, che continua a considerare una tappa decisiva verso una concezione materialista della vita. È proprio questa compresenza a risultare oggi interessante: Negri può riconoscere insieme l’esperimento socialista e la violenza esercitata sui palestinesi, senza cancellare l’uno per riconoscere l’altra. Il comunismo, per lui, non è un’origine innocente da riscoprire sotto la storia, ma un esperimento politico: qualcosa che si produce modificando materialmente il lavoro, la proprietà, le relazioni e la vita comune. Poiché si tratta di una intervista politico-filosofica mi sembra legittimo entrare anche in questo aspetto del lavoro di Calia. Negri rimane un marxista – seppure di un marxismo attraversato dalla lezione di Tronti e dell’operaismo –  fino alla fine della sua vita: la moltitudine non è semplicemente una folla connessa, ma il risultato di una trasformazione della composizione di classe. Nel fumetto, tuttavia, la sequenza operaio professionale–operaio massa–operaio sociale–moltitudine tende ad assumere una linearità quasi necessaria: alle lotte segue la risposta capitalistica, alla risposta capitalistica una nuova composizione di classe, e a questa nuove lotte, fino alla possibilità del comunismo. L’attribuzione alla composizione di classe di una potenzialità politica destinata a tradursi nel potere costituente è chiarissima. Negri insiste sul carattere non dialettico e non teleologico del processo, ma vi resta una traccia dello storicismo che vorrebbe superare: un soggetto che cambia forma attraverso il conflitto e conserva la capacità di produrre un ordine nuovo. Non è casuale che È primavera si apra e si chiuda con uno sciame. Sciame. Didattica del militante è il titolo di un testo teatrale scritto da Negri nel 2006, e proprio dalla sua produzione teatrale Calia riprende alcuni materiali del fumetto. Nel 2008 lo sciame poteva rappresentare soprattutto una potenza: singolarità capaci di cooperare senza ricostituire il corpo compatto del vecchio soggetto rivoluzionario. Diciotto anni dopo viene da chiedersi perché la crescente cooperazione sociale individuata da Negri non sembri essersi tradotta nella potenza politica che la teoria della moltitudine prometteva. La nuova edizione, però, non si limita a riprodurre il libro di allora. Calia ha aggiunto nel 2026 sei tavole finali, un vero sesto capitolo. Si aprono con la morte di Negri, il 16 dicembre 2023. Il filosofo anziano riflette sulla propria vita: può «difendere ciascun momento» della propria attività, ma, guardandola nel suo insieme, ammette anche: «No, non funzionava». Le pagine successive spostano progressivamente il discorso. Dal «rifiuto del lavoro e dell’autorità» come inizio della politica liberatoria si passa al potere, definito attraverso la presenza continua della morte, e infine all’amore, «la passione più forte», quella che crea «l’esistenza comune». Poi Negri scompare dalle vignette. Restano gli scaffali, l’acqua, una barca, Venezia. L’ultima pagina dice: «Venezia non è mai stata una città, è sempre stata un’eccezione. Un luogo che il mondo ha costruito contro la propria logica». Il libro del 2008 terminava dentro un pensiero ancora vivo e militante; il nuovo finale del 2026 introduce la morte, il bilancio, perfino il dubbio. Dopo classe, conflitto, moltitudine e potere costituente, Calia lascia come residuo l’amore e il comune. Il Negri che riappare nelle tavole finali non è il profeta riconciliato con la propria storia, ma qualcuno che continua a difendere ciò che ha fatto e insieme può dire che qualcosa «non funzionava». È una crepa piccola ma importante nella continuità del racconto.   L'articolo Intervista ad Antonio Negri. Lo sciame, diciotto anni dopo proviene da Pulp Magazine.
August 18, 2026
Pulp Magazine
La fabbrica del nemico
di Vincenzo Scalia Da Vannacci e Cruciani all’apologia della giustizia fai-da-te, cresce una cultura politica che sdogana l’uso della forza e alimenta la paura, mentre il potere continua a indicare …
Il divenire geopolitico della sovranità
di UGO ROSSI. Relazione presentata al convegno Negri oltre Negri (II). Forma stato, potere costituente e Impero nel regime di guerra globale, Università di Salerno, 18-19 giugno 2026. Premessa La critica della sovranità – intesa come espressione giuridico-politica della ragione di Stato, contro le istanze di trasformazione  e di continua innovazione istituzionale messe in campo dalla moltitudine – rappresenta un tema centrale – se non il tema chiave – nel pensiero politico di Antonio Negri. Si fa riferimento qui in particolare alla produzione teorica negriana che va dalla pubblicazione a firma singola di La Forma Stato nel 1977, passando per L’Anomalia Selvaggia nel 1981 e Il Potere Costituente nel  1992, fino a giungere a Labor of Dionysus nel 1994, il primo della serie di libri (cinque in tutto, oltre a saggi più brevi) scritti insieme a Michael Hardt,  che termina con Assembly, apparso nel 2017. In questa fase, Empire, pubblicato nel 2000, spicca in modo particolare perché il libro – un vero e proprio tour de force di confronto serrato con il dibattito critico sulla globalizzazione, allora in piena fase ascendente – è  costruito nella sua proposta interpretativa intorno alla critica della sovranità associata all’avvento del nuovo ordine “imperiale” del capitalismo globale. Da parte sua, Assembly, scritto all’indomani della crisi del 2008 e alla luce della grande emergenza del ciclo di movimenti globali originatosi nel 2011 (da Occupy Wall Street alle primavere arabe alle acampadas spagnole, fino agli esperimenti municipalisti in Europa e nelle Americhe e all’insurrezione post-nazionale e confederalista del Rojava curdo nel corso degli anni 2010), è il lavoro dove si trova traccia delle indicazioni più puntuali sulla pratica di una politica moltitudinaria, alternativa all’idea di sovranità. Il filo conduttore che lega queste opere è la critica “ontologica” della sovranità. Si dice “ontologica” perché la critica di Negri e poi di Hardt-Negri è rivolta alla sovranità in quanto tale, alla sua essenza e a come questa si manifesta nelle diverse articolazioni della politica moderna e contemporanea: dalla versione realista che individua nella figura del sovrano il custode supremo della ragione di Stato (da Hobbes a Carl Schmitt e la sua idea dello stato d’eccezione come momento rivelatore del potere decisionale del sovrano), fino alla teoria democratico-rappresentativa della sovranità, che individua nel “popolo” unitariamente inteso il soggetto capace di rappresentare la “volontà generale” (nella formulazione originaria di Jean Jacques Rousseau).  Il tema della critica della sovranità è a tal punto centrale nel pensiero negriano che si può affermare che come in Marx e in Marx-Engels la “critica dell’economia politica” rappresenta il filo rosso che tiene insieme la loro opera, in Negri e in Hardt-Negri tale ruolo spetta appunto alla “critica della sovranità”. L’intervento che segue offre una rivisitazione del tema negriano della critica della sovranità alla luce dell’attuale congiuntura politico-economica. La congiuntura attuale, così come ha preso forma negli ultimi cinque anni, nel periodo che  intercorre tra la fine della pandemia di Covid, l’inizio dell’invasione della Russia in Ucraina e le attuali guerre in Medio Oriente/Asia Occidentale, è segnata da ciò che denomino “divenire geopolitico della sovranità”. Il divenire geopolitico della sovranità è l’esito di un contesto segnato da una prolungata instabilità nei mercati internazionali, dall’esplosione di tensioni e rivalità strategiche, commerciali e tecnologiche tra gli Stati, con forti ripercussioni sulle economie nazionali (ad esempio, aumento generalizzato del costo della vita), e dal conseguente moltiplicarsi di guerre e cosiddette “operazioni” militari in regioni cruciali del pianeta dal punto di vista geopolitico ed energetico, tale da imporre un vero e proprio “regime di guerra” sul mondo contemporaneo. In una prospettiva più lunga, le origini dell’attuale congiuntura politico-economica possono essere fatte risalire alla crisi immobiliare e finanziaria del 2008 negli Stati Uniti e alla successiva crisi dell’Eurozona tra fine anni 2000 e inizio anni 2010. La crisi di fine anni 2000 ha segnato infatti uno spartiacque fondamentale nell’esaurirsi della parabola ascendente della globalizzazione, che si può definire “globalista”, a guida atlantica (statunitense in particolare), e nell’avvio di una fase segnata da un riassetto delle relazioni interstatali in senso multipolare, caratterizzata da revanchismi nazionali e imperialistici che hanno condotto fino al “regime di guerra” che oggi abbiamo davanti.  Nella congiuntura attuale si sono trovate a coesistere principalmente due distinte modalità politico-strategiche di affermazione della sovranità, che convergono in quel che denomino “divenire geopolitico della sovranità”: 1. Una modalità di matrice conservatrice-reazionaria: vale a dire, quel che è noto come “sovranismo” nel discorso pubblico. A mio avviso, si possono distinguere due versioni di sovranismo, emerse entrambe nel corso degli anni 2010: una “domestica” (di tipo difensiva) e un’altra “esterna” (di tipo offensiva). Il sovranismo “domestico” – esemplificato da leader attivi in paesi medio-grandi come Orban, Bolsonaro, Modi, Farage – è fondato principalmente sulla difesa del proprio territorio e dunque dei propri confini nazionali, sul nazionalismo economico, sulla promozione dei valori tradizionali e dell’identità nazionale minacciata dall’immigrazione straniera. Il sovranismo “esterno” dal canto suo, esemplificato dalla seconda Presidenza Trump e con proprie peculiarità da Putin in Russia, è sì anch’esso caratterizzato dal nazionalismo economico e dall’identitarismo nazionale, ma è al tempo stesso orientato anzitutto al disconoscimento dell’autorità rappresentata dalle organizzazioni internazionali (a partire dalle Nazioni Unite) e dal sistema di relazioni multilaterali ad esse collegato.  A dispetto delle previsioni iniziali che attribuivano a Trump una linea isolazionista in materia di politica estera, il sovranismo statunitense si origina – al di là delle sue motivazioni ideologiche (il “ritorno al fascismo”) – da una duplice necessità strategica dell’amministrazione statunitense: sul piano energetico, di ricostruire una propria filiera transnazionale delle risorse minerarie di valore strategico (i cosidetti critical minerals), contrastando la posizione di quasi monopolio conquistata dalla Cina negli scorsi anni nel controllo delle “terre rare” e delle materie prime critiche; sul piano tecnologico, di affermare il proprio controllo sulle infrastrutture materiali e immateriali che sovrintendono i flussi di global data del capitalismo delle piattaforme, come le monete digitali, la cybersecurity e le infrastrutture digitali urbane.     2. Una seconda modalità di manifestazione della sovranità è di matrice tecnocratica, associabile in primo luogo all’Unione Europea e con proprie peculiarità alla Cina e ad altri paesi che perseguono strategie di cosiddetto “tecno-nazionalismo”. Nel contesto dell’UE, tale modalità di sovranità è emersa con forza negli anni della transizione post-pandemica. Come nel caso del sovranismo esterno dell’amministrazione Trump, la sovranità tecnocratica si origina da una spinta al tempo stesso tecnologica, infrastrutturale ed energetica. Da un lato, il boom dell’Intelligenza Artificiale generativa nella prima metà degli anni 2020 ha imposto un’accelerazione nell’investimento statale in tecnologie digitali e in produzioni e infrastrutture strategiche come i semiconduttori e le fibre ottiche. A partire dal 2025, l’Unione Europea ha intensificato la strategia di sovranità tecnologica con l’approvazione di una serie di documenti strategici che hanno l’obiettivo di rafforzare la competitività europea e ridurre la dipendenza da fornitori esteri.   Al tempo stesso, la crisi energetica innescata dapprima dall’invasione della Russia in Ucraina e poi dalla crisi dello Stretto di Hormuz generata dall’offensiva bellica di Israele e Stati Uniti contro l’Iran hanno imposto un’accelerazione nella strategia di sovranità energetica in seno all’Unione Europea, nel senso della fuoriuscita dalla dipendenza dai combustibili fossili e nello sviluppo di filiere di energie cosiddette “pulite”. In modo simile all’Unione Europea, sebbene non utilizzi esplicitamente il termine “sovranità”, l’ultimo piano quinquennale approvato dalla Cina per gli anni 2026-2030 è incentrato su strategie di autosufficienza energetica e tecnologica, in funzione dell’obiettivo di raddoppiare le dimensioni dell’economia nazionale entro il 2035. Come si vede, le motivazioni che sono dietro l’emergere delle due modalità di sovranità appena indicate sono simili, se non addirittura coincidenti. Tali motivazioni sono rivelatrici di quella che David Harvey ha denominato “geopolitica del capitalismo”, in un saggio apparso nell’ormai lontano 1985. Secondo Harvey, la geopolitica del capitalismo si origina dalla frizione che viene a crearsi tra la tendenza del capitale a un’espansione fluida e irrispettosa dei confini nazionali, da un lato, e l’interesse strategico degli stati nazionali, con il loro ancoraggio a territori, confini e popolazioni, dall’altro. Ciò che denomino “divenire geopolitico della sovranità” è dunque l’esito della dialettica, ancora oggi irrisolta, tra logiche capitalistiche di espansione dei mercati in ambito tecnologico, energetico e infrastrutturale e logiche statuali di competizione per il dominio globale.   Al tempo stesso, il fenomeno del “divenire geopolitico della sovranità”, nel disvelare la forma assunta dalla geopolitica del capitalismo al tempo del regime di guerra globale, ha l’effetto di dissolvere le illusioni per una sovranità nazionale rivendicata in nome del “popolo”, a lungo coltivate da settori significativi della sinistra, a livello internazionale e anche in Italia, rappresentata negli scritti di teoriche e teorici come Jodi Dean, Chantal Mouffe, Slavoj Zizek. La “geopoliticizzazione” della sovranità che oggi occupa la sfera pubblica e il suo immaginario lascia poco spazio per una sua rivendicazione in senso democratico e popolare. La fine dell’illusione della sovranità popolare apre invece la strada alla pratica di una politica non-sovrana dei futuri possibili, oltre il regime di guerra presente. “Pensare oltre lo Stato” la transizione energetica e climatica e inventare quelle che Hardt e Negri hanno chiamato “istituzioni non sovrane” è la sfida che si pone oggi ai movimenti collettivi che lottano per la giustizia sociale e ambientale. L'articolo Il divenire geopolitico della sovranità proviene da EuroNomade.
June 26, 2026
EuroNomade
Toni Negri: la resistenza al regime di guerra e ai nuovi fascismi
di GISO AMENDOLA. All’indomani delle giornate su Toni Negri a Salerno, pubblichiamo la presentazione di Giso Amendola. Seguiranno altri contributi provenienti dalla due giorni Gli anni Novanta erano appena trascorsi: al centro della scena, la globalizzazione neoliberista, l’impressione della costruzione di uno spazio sovranazionale liscio e unificato nel segno del dominio del mercato, o, in altri termini, della fine della storia proclamata dieci anni prima. Ma quel decennio è anche ricco di trasformazioni interne ai movimenti sociali, che superano l’impasse del decennio precedente e fanno emergere una nuova composizione transnazionale. In questo contesto, esce, nel 2000, Empire, di Toni Negri e Michael Hardt. La globalizzazione viene passata a contropelo dal metodo operaista: l’ipotesi assunta, come tendenza di carattere generale, è quella della formazione di un nuovo ordine mondiale, non interpretabile con le categorie ereditate dalla storia degli stati nazionali, e, in particolare, non più leggibile alla luce della centralità del concetto di sovranità. La crisi degli stati nazionali e la costruzione della governance imperiale sono riportate, appunto seguendo la lezione operaista della priorità delle lotte, alla rottura prodotta dai movimenti di decolonizzazione. Oggi sarebbe facile archiviare quest’ipotesi alla luce degli anni terribili che sono intercorsi. All’ordine del giorno c’è la destrutturazione radicale di ogni ipotesi di ordine globale. La frammentazione in blocchi segna lo spazio transnazionale molto più che la produzione di reti. Soprattutto: la nuova forma di postsovranità imperiale che sembrava in formazione subisce il contraccolpo del ritorno dei nazionalismi e alla centralità del regime di guerra. E non c’è dubbio che Impero sia un libro, per molti versi, datato e legato a un momento “alto” dello sviluppo del multilateralismo liberale, oggi irreparabilmente frantumato. Eppure, non ci sembra affatto il momento di abbandonare quel lungo progetto di ricerca che da Impero si è sviluppato attraverso altri 25 anni di lavoro teorico e di militanza. A Salerno dedichiamo due giorni di dibattito proprio al Negri “globale” in un seminario internazionale, Negri oltre Negri (II), che prende il testimone dal primo seminario della serie, tenutosi a Parigi lo scorso anno. Lo facciamo perché pensiamo che quel lavoro, proprio nel confronto con il regime di guerra, possa produrre frutti politici ancora impensati. Riguardo all’ordine globale, per esempio: che non ci sia alcun ordine giuridico mondiale all’orizzonte, è un fatto innegabile. Ma le spiegazioni in termini di deglobalizzazione e ritorno dello Stato non spiegano nulla della crisi contemporanea. Il capitale mondiale si sviluppa attraverso un altissimo grado di interdipendenza, moltiplicando reti e connessioni: una interdipendenza di fronte al quale le pretese di comando nazionali si infrangono. Semmai, il comando si riarticola intorno a grandi blocchi, che conservano ben poco della classica forma statale: pensare la frizione continua e probabilmente irrisolvibile tra la logica dei blocchi e le connessioni globali del capitale, è così una chiave essenziale per comprendere la guerra come caratteristica costante di un multilateralismo centrifugo e non stabilizzabile L’interdipendenza però è anche, vista dal basso, la condizione chiave della produzione contemporanea. La centralità della riproduzione sociale, ormai innegabile dopo la crisi pandemica, ci racconta della forza della cooperazione nel capitalismo contemporaneo, una cooperazione continuamente sfruttata, formattata e disciplinata dentro le piattaforme estrattivistiche, ma in ogni caso una cooperazione che installa il comune come motore della produzione contemporanea. Un comune che si produce continuamente attraverso le differenze e l’eterogeneità delle soggettività contemporanee. Impossibile evitare allora la sfida politica lanciata ancora dalla moltitudine e dai problemi che la moltitudine pone alla soggettività politica. Come trasformare l’eterogeneità che vive nella cooperazione sociale contemporanea e che sfida continuamente le gerarchie tradizionali di classe, razza e genere, in soggettività politica che possa reggere l’impatto del regime di guerra? Come trasformare l’intersezionalità che vive e anima i movimenti sociali globali del nostro presente, a partire dai movimenti ecologisti e femministi, in qualcosa in più che una troppo fragile logica della semplice alleanza tra lotte, senza riprodurre l’impossibile pretesa di sintesi dall’alto del soggetto tradizionale? Nell’opera di Toni Negri c’è questo filo continuo: cercare nelle differenze la continua produzione del comune, per far saltare il tavolo di chi, sulle differenze, vuole imporre invece le parole d’ordine del comando e della guerra. Più che un seminario, probabilmente cercheremo a Salerno un’approssimazione nella costruzione di questo comune degli affetti e della cooperazione. questo testo è stato pubblicato sulla pagina on line del manifesto il 17 giugno 2026 L'articolo Toni Negri: la resistenza al regime di guerra e ai nuovi fascismi proviene da EuroNomade.
June 24, 2026
EuroNomade
Negri oltre Negri (II). Forma stato, potere costituente e Impero nel regime di guerra globale
La figura di Antonio Negri rappresenta una delle esperienze più radicali e originali del pensiero politico contemporaneo. Filosofo e teorico della trasformazione sociale, Negri ha posto al centro della propria riflessione la relazione costitutiva tra produzione e potere, tra le forme della cooperazione sociale e i dispositivi di comando che cercano di catturarne e normalizzarne la potenza costituente. Nei suoi testi – da La forma Stato (1977) a Il potere costituente (1992), fino a Impero (2000, con Michael Hardt) e ai successivi Moltitudine, Comune, Assemblea (sempre con Hardt) – Negri interpreta il capitalismo come un processo dinamico di sussunzione della vita stessa entro i meccanismi della valorizzazione, dove produzione e riproduzione, economia e politica, lavoro e vita, diventano dimensioni sempre più indistinte. Se nelle società industriali il potere si esercitava principalmente attraverso la disciplina dei corpi e l’organizzazione della fabbrica, nelle società postfordiste e digitali il comando si estende ai linguaggi, ai saperi, agli affetti e alle forme di relazione, trasformando la cooperazione sociale in produzione biopolitica. In questo orizzonte, il lavoro non è più soltanto forza produttiva ma produzione di soggettività, e la lotta politica si sposta sul terreno della vita, del desiderio e della conoscenza. Oggi, nel contesto di un regime di guerra globale, di una finanziarizzazione diffusa e di un comando algoritmico che governa la cooperazione sociale, la riflessione di Negri acquista una nuova centralità. La sua analisi consente di leggere criticamente le trasformazioni della produzione contemporanea – cognitiva, digitale, affettiva ed ecologica – e di comprendere le nuove forme di sfruttamento, estrazione e soggettivazione che attraversano la moltiplicazione delle forme di sfruttamento e oppressione. In questo quadro, la portata teorica e politica del pensiero negriano non può essere compresa appieno senza confrontarsi con l’irruzione di nuove soggettività e con le rotture epistemologiche determinate da altre genealogie critiche che, a partire dagli anni Settanta, hanno messo in questione le categorie della modernità politica. Il convegno – in programma giovedì 18 e venerdì 19 giugno in Aula SP/A Edificio D2 al campus di Fisciano – intende dunque interrogare il pensiero di Toni Negri come punto di incontro e di tensione tra diverse linee di critica radicale: marxista, femminista, postcoloniale, ecologista, foucaultiana. L’obiettivo è quello di aprire un dialogo tra filosofia politica, teoria critica dell’economia, studi postcoloniali e decoloniali, ecologia politica e teorie della soggettività, per ripensare – a partire da Negri e oltre Negri – le condizioni di possibilità di una politica della liberazione all’altezza del nostro tempo. Programma della due giorni L'articolo Negri oltre Negri (II). Forma stato, potere costituente e Impero nel regime di guerra globale proviene da EuroNomade.
June 17, 2026
EuroNomade
Negri oltre Negri (II). Forma stato, potere costituente e Impero nel regime di guerra globale
La figura di Antonio Negri rappresenta una delle esperienze più radicali e originali del pensiero politico contemporaneo. Filosofo e teorico della trasformazione sociale, Negri ha posto al centro della propria riflessione la relazione costitutiva tra produzione e potere, tra le forme della cooperazione sociale e i dispositivi di comando che cercano di catturarne e normalizzarne la potenza costituente. Nei suoi testi – da La forma Stato (1977) a Il potere costituente (1992), fino a Impero (2000, con Michael Hardt) e ai successivi Moltitudine, Comune, Assemblea (sempre con Hardt) – Negri interpreta il capitalismo come un processo dinamico di sussunzione della vita stessa entro i meccanismi della valorizzazione, dove produzione e riproduzione, economia e politica, lavoro e vita, diventano dimensioni sempre più indistinte. Se nelle società industriali il potere si esercitava principalmente attraverso la disciplina dei corpi e l’organizzazione della fabbrica, nelle società postfordiste e digitali il comando si estende ai linguaggi, ai saperi, agli affetti e alle forme di relazione, trasformando la cooperazione sociale in produzione biopolitica. In questo orizzonte, il lavoro non è più soltanto forza produttiva ma produzione di soggettività, e la lotta politica si sposta sul terreno della vita, del desiderio e della conoscenza. Oggi, nel contesto di un regime di guerra globale, di una finanziarizzazione diffusa e di un comando algoritmico che governa la cooperazione sociale, la riflessione di Negri acquista una nuova centralità. La sua analisi consente di leggere criticamente le trasformazioni della produzione contemporanea – cognitiva, digitale, affettiva ed ecologica – e di comprendere le nuove forme di sfruttamento, estrazione e soggettivazione che attraversano la moltiplicazione delle forme di sfruttamento e oppressione. In questo quadro, la portata teorica e politica del pensiero negriano non può essere compresa appieno senza confrontarsi con l’irruzione di nuove soggettività e con le rotture epistemologiche determinate da altre genealogie critiche che, a partire dagli anni Settanta, hanno messo in questione le categorie della modernità politica. Il convegno – in programma giovedì 18 e venerdì 19 giugno in Aula SP/A Edificio D2 al campus di Fisciano (Salerno) – intende dunque interrogare il pensiero di Toni Negri come punto di incontro e di tensione tra diverse linee di critica radicale: marxista, femminista, postcoloniale, ecologista, foucaultiana. L’obiettivo è quello di aprire un dialogo tra filosofia politica, teoria critica dell’economia, studi postcoloniali e decoloniali, ecologia politica e teorie della soggettività, per ripensare – a partire da Negri e oltre Negri – le condizioni di possibilità di una politica della liberazione all’altezza del nostro tempo. Leggi e scarica il programma completo della due giorni * Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Negri oltre Negri (II). Forma stato, potere costituente e Impero nel regime di guerra globale proviene da DINAMOpress.
June 17, 2026
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L’ontologia del caos nella guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran
di ALI ZOKAI. Teheran, 23 marzo Uno: La polvere e il fumo generati dai bombardieri hanno avvolto l’intera città; le esplosioni devastanti hanno bloccato ogni possibilità di espressione all’interno della società e la parola è rimasta soffocata in gola. Ora, dopo l’ascesa al potere di Mojtaba Khamenei e con l’estensione della guerra oltre i dieci giorni, la gioia diffusa dei primi giorni si è trasformata in ansia e disperazione; ci troviamo di fronte a una singolare impasse: il potere è apertamente passato nelle mani dei militari, che hanno intensificato, in tempo di guerra, la precedente governamentalità poliziesca; al contempo, la guerra ha ulteriormente frammentato una società iraniana già indebolita. Al di là della gioia popolare per gli attacchi contro figure del regime della Repubblica Islamica, questa guerra ha rafforzato le basi del dominio sul popolo e si può forse affermare che, in questo contesto, le lotte dal basso si siano trasformate in un edificio smarrito dietro la coltre di polvere. La via è un’altra: abbiamo bisogno di una fuga, di un’uscita collettiva, di un movimento verso la costituzione di consigli autogestiti; anche se minoritari, essi rappresentano quella voce la cui stessa flebile eco costituisce oggi una necessità urgente. Tale fuga deve necessariamente collocarsi al di fuori delle attuali relazioni di potere nazionaliste e campiste e, certamente, per opporsi alle politiche di controllo territoriale di Trump e Netanyahu, non deve ricadere sotto un regime militare-poliziesco. Occorre dunque adottare una politica plurale. Così come nei processi insurrezionali della rivoluzione del 1979 alcuni gruppi non solo dichiararono la propria indipendenza dal processo di formazione dello Stato, ma, invece di enfatizzare il nazionalismo e la costruzione di uno Stato postcoloniale fondamentalista, insistettero sulla formazione di consigli operai e comitati regionali autogestiti. Questi gruppi, pur assumendo una posizione anti-imperialista, resistettero anche alla costituzione di uno Stato centrale e furono infine repressi proprio attraverso il discorso anti-coloniale — e, paradossalmente, capitalistico — del potere centrale. Il nostro corpo collettivo, in questo frangente, appare come un’entità lacerata, simile a una massa informe ma ferita; il nichilismo diffuso nella società iraniana, risultato di una impoverimento sistematico, di un governo poliziesco e della violenza omicida, è giunto a una forma di complicità con una guerra il cui ruolo è la riorganizzazione dello Stato-capitale e delle macchine di governo nell’attuale contesto di caos ontologico. Questa guerra e tali macchine di governo, incapaci di produrre un nuovo ordine determinato, mirano alla creazione di ordini plurali e decentrati all’interno del caos. Gli attori definiti di un ordine ormai obsoleto, ciascuno già inscritto in un sistema di rappresentazione, sono scomparsi; ciò che resta è una sorta di teatro privo di centro, in cui ogni ruolo o polo di potere può rapidamente generare una nuova centralità e assumere una funzione inedita. Un caos puro, nel quale una figura come Trump sogna di essere l’attore principale, mentre la Repubblica Islamica, con un nichilismo apocalittico e una governamentalità suicida, contribuisce alla perpetuazione di una guerra senza fine — una guerra che, pur consapevole della propria inferiorità tecnologica, tenta, attraverso una strategia di logoramento, di destabilizzare i flussi di scambio, in particolare mediante la crisi delle transazioni petrolifere e del gas, mettendo così in discussione l’ordine energetico globale. Un teatro il cui esito rimane incerto. E tuttavia, in modo quasi spettrale, le singolarità della “moltitudine” vi appaiono debolmente rappresentate: proprio quelle che incarnano la possibilità di fuga dalle macchine di governo e dall’ordine fondato sui regimi di guerra. In questo contesto, è evidente che gli Stati Uniti non possiedono la piena capacità di produrre un ordine conforme ai propri desideri; ciò è chiaramente osservabile nell’andamento attuale della guerra. Tuttavia, tale incapacità, insieme alle forme di governamentalità della Repubblica Islamica, contribuisce a riprodurre e riorganizzare il caos presente. Pertanto, l’incapacità degli Stati Uniti, contrariamente a quanto sostenuto dai campisti, non implica necessariamente una diminuzione del male; piuttosto, comporta una riproduzione e redistribuzione del dominio in forme molteplici, all’interno delle quali nasce l’ordine attuale, il cui obiettivo è la soppressione totale delle potenzialità insite nelle lotte di classe contro lo Stato-capitale. Come sostengono Negri e Hardt nel loro libro Impero, dopo il declino dell’egemonia unilaterale degli Stati Uniti, il mondo multipolare risulta già intrinsecamente instabile e privo di egemonia. Tale instabilità può forse essere reinterpretata alla luce di un’ontologia del caos, dove dominio e governamentalità si riproducono attraverso relazioni dinamiche e immanenti. Quando un regime poliziesco assume il controllo attraverso i volti e le articolazioni militari del potere e, come è apparso evidente negli ultimi anni, traduce il proprio regime di guerra nella governance interna, producendo una realtà fondata sulla repressione sociale, le lotte si trasformano in un’aura interna di nichilismo. Invece di assistere a un movimento simultaneamente anti-bellico e democratico, capace di esprimere corpi collettivi e affetti sociali attivi nelle organizzazioni e nelle istituzioni, si osserva l’emergere di fautori della guerra come via di liberazione dalla dittatura e, al contempo, di una fazione che, sotto molteplici denominazioni — dai fondamentalisti all’“asse della resistenza”, fino al campismo e ad alcune correnti della sinistra ad esso vicine — mira a preservare l’ordine statale. La terza via, ossia la fuga da questa frammentazione repressiva, risulta smarrita; la polvere della guerra ha distrutto la bussola di queste linee di fuga. In generale, quando le dinamiche sociali vengono represse e molte vie vengono chiuse attraverso il controllo, la prigionia e la violenza omicida, si diffonde una disposizione all’inazione. Al posto di un corpo comune-singolare capace di investire nelle lotte dal basso, si afferma una forma di rivalsa priva del desiderio di creare una nuova società. Il sostegno ai bombardamenti da parte di una parte della popolazione iraniana deriva proprio da questa condizione: si tratta di un desiderio passivo, radicato in anni di lotte, sconfitte e resistenze fallite, tutte represse con estrema violenza. Per agire in una simile situazione, è dunque necessario opporsi al nichilismo dominante e, per questo, diventa imprescindibile una rifondazione dei valori. Tali valori, tuttavia, non devono basarsi su un’etica predefinita, ma su linee di lotta volte alla riorganizzazione contro regimi decentrati che, in forma dispersa ma totalizzante, insieme alla guerra e all’adozione di politiche economiche repressive — come le guerre tariffarie — hanno colonizzato la nostra vita. La guerra attuale non è dissimile da questo stesso nichilismo diffuso nella società iraniana. Contrariamente alla visione dell’opposizione di destra iraniana, che idealizza il ruolo degli Stati Uniti e di Israele e abbellisce questo conflitto caotico con uno scenario ottimistico predeterminato, tale guerra si inscrive nello stesso orizzonte ontologico del caos. L’instabilità dei poli di potere che, nell’ordine globale precedente, detenevano la leadership mondiale contribuisce alla redistribuzione di questo caos. Si può quindi affermare che la strategia di Trump sia intrappolata in una forma peculiare di nichilismo, che tenta di risolvere esclusivamente attraverso rivendicazioni di potenza militare. Egli ha più volte dichiarato che questa guerra durerà poche settimane, ma con la sua estensione a un conflitto regionale ha sostenuto di disporre di un esercito in grado di combattere fino alla fine del mondo. È evidente che tali affermazioni implicano, nella pratica, la continuazione della riproduzione del dominio in assenza di egemonia; una riproduzione che, incapace di generare un nuovo ordine, è costretta a mantenere i propri centri di potere attraverso l’organizzazione interna al caos. Per questo motivo, la guerra è diventata lo strumento principale per la perpetuazione delle diverse forme di governamentalità e delle loro articolazioni a livello globale. In un mondo multipolare e caratterizzato da un dominio decentrato, ciò può contribuire profondamente alla proliferazione di guerre senza fine — come, finora, è effettivamente avvenuto. Due: Come possiamo osservare nella situazione attuale, l’espansione del caos non è intrinsecamente in grado di distruggere le forze reazionarie; allo stesso modo, le intensità sociali nelle tonalità dei movimenti sociali non conducono necessariamente alla libertà. Al contrario, le politiche identitarie della destra possono frammentarle e reintegrarle in nuove composizioni di classe e in pratiche rinnovate di governamentalità. Pertanto, sebbene le intensità sociali e le lotte di classe siano anteriori ai regimi di potere e alle macchine di governo, esse necessitano di organizzazione e, con tale organizzazione, devono necessariamente confrontarsi con i nuovi nazionalismi, che presentano differenze significative rispetto a quelli del passato. Attualmente, in Iran, si possono distinguere due forme di nazionalismo, entrambe orientate alla perpetuazione dello stato di eccezione nel quadro dello Stato-capitale e dei regimi di guerra. Il primo è un nazionalismo emerso dall’interno del fondamentalismo islamico; il secondo è una forma di nazionalismo favorevole alle potenze imperialiste, che, attraverso il discorso dell’identità iraniana antica, ha già inscritto il marchio dell’autoritarismo nel proprio percorso. Il primo tipo, influenzato dal discorso dell’“asse della resistenza” (campismo), riduce l’intero campo politico alla securitizzazione, eliminando di fatto le classi e le lotte di classe e configurando la popolazione, designata come “nazione”, come una totalità priva di fratture, interamente assorbita nel governo e nelle sue forme di militarizzazione. In questa prospettiva, tutte le lotte e i movimenti non sono altro che una prosecuzione della guerra esterna all’interno dello spazio nazionale: una forma di cospirazionismo che sacrifica la popolazione. Il secondo nazionalismo è rappresentato da quelle forze che hanno imposto sulla società lo spettro del fascismo attraverso una ridefinizione dell’ideologia iranista, una sorta di fondamentalismo arcaicizzante. Al di là delle possibilità effettive di conquista del potere da parte di questi gruppi monarchici di matrice fascista, tale discorso e tali forze si sono radicati in modo molecolare nella società, aderendo ai corpi collettivi come un dispositivo repressivo. Il nazionalismo presente nella corrente monarchica assume per lo più la forma di un identitarismo nichilistico, incline ad accettare integralmente il dominio occidentale sull’Iran, senza alcuna critica, ad esempio, alle recenti dichiarazioni di Donald Trump sulla possibile presa di controllo dello Stretto di Hormuz e delle isole petrolifere. Questo nazionalismo è già istituzionalizzato nei regimi di potere esistenti e trova una sua rappresentazione strutturale nel regime israeliano e nel progetto di penetrazione regionale ad esso associato. Ne deriva un discorso bellicista che mira a instaurare uno stato di eccezione permanente attraverso crisi geopolitiche, cogliendo un momento in cui la società è già repressa e privata delle proprie capacità di auto-organizzazione. Di conseguenza, l’opposizione di destra iraniana non ha alcun interesse a una trasformazione sociale fondata su insurrezioni o sulla continuità delle mobilitazioni dal basso; essa vuole la guerra, poiché attraverso la crisi degli spazi sociali può più facilmente instaurare le proprie strutture di potere e le proprie macchine di governo. In questo tipo di nazionalismo si annida dunque una contraddizione fondamentale: il sostegno agli attacchi degli Stati Uniti e di Israele. Per questa ragione, i monarchici si oppongono all’eredità dell’anti-colonialismo e delle lotte anti-imperialiste in Iran, arrivando persino a negare il colpo di Stato anglo-americano contro il governo di Mohammad Mossadegh. È quindi necessario, in questo momento storico cruciale, procedere a una rifondazione dei valori e a una rilettura dell’eredità anti-coloniale, tenendo conto del fatto che le attuali macchine di governo differiscono profondamente dalle forme coloniali del passato, senza tuttavia ridurre l’intensità dei processi di territorializzazione e occupazione. Al contrario, con l’accelerazione tecnologica, assistiamo oggi a una crescente espansione della governamentalità e dell’accumulazione di capitale attraverso pratiche estrattive e occupazioni territoriali. In questo senso, il movimento monarchico risulta codificato attraverso le pratiche di occupazione territoriale israeliane e l’espansione delle basi militari e delle imprese statunitensi e transnazionali. D’altra parte, è noto che le reti di potere e le macchine di governo della Repubblica Islamica hanno costruito parte del proprio discorso sull’anti-colonialismo; strategie come quella della “profondità strategica” e la trasformazione delle forze militari in entità economiche derivano in larga misura da questa matrice discorsiva. Negli anni Settanta, il discorso anti-imperialista e anti-coloniale era riuscito ad attivare una “potenza costituente” contro il regime dipendente dall’imperialismo, dando origine a una forma di nazionalismo dal basso. Tuttavia, tale potenzialità emancipatrice si è rapidamente tradotta, con la rivoluzione del 1979, in una forma di governo poliziesco e, con la successiva riorganizzazione globale del potere, in un sistema capace di realizzare cicli di accumulazione attraverso reti militari sia interne che transnazionali. Il nazionalismo anti-coloniale si è così trasformato in un nazionalismo costruito e ibridato con il fondamentalismo. I nazionalisti monarchici, pur condividendo alcuni elementi con l’attuale sistema di governo — in particolare l’enfasi sull’autorità statale e la sacralizzazione della proprietà — rappresentano un nodo in cui si manifestano le molteplici articolazioni di un ordine di classe fondato su oppressione e sfruttamento. In tale contesto, le frontiere interne vengono continuamente prodotte e riprodotte attraverso processi di centralizzazione e marginalizzazione, assumendo forme molteplici e dinamiche. Di conseguenza, anche qualora si ritenesse possibile un cambiamento di regime — ipotesi di per sé discutibile — la guerra attuale mostra chiaramente come le macchine di governo siano in grado di riprodursi all’interno di un nuovo ordine. La presenza militare degli Stati Uniti e di Israele suggerisce strategie di occupazione finalizzate all’estrazione di risorse, come evidenziato, ad esempio, dall’approccio statunitense nei confronti dell’isola di Kharg. Tuttavia, tali processi estrattivi non si limitano alle risorse naturali, ma investono anche i territori sociali e le forme di vita collettiva. Siamo dunque di fronte a una svolta storica: da un lato, la negazione totale dell’eredità anti-coloniale della rivoluzione del 1979 e del periodo precedente; dall’altro, l’accettazione incondizionata delle forze armate, delle imprese e delle potenze occidentali — al punto che il movimento monarchico può essere considerato l’unico movimento popolare a sostenere apertamente l’esercito israeliano, accusato di pratiche genocidarie. Tale svolta è strettamente connessa al nichilismo menzionato in apertura: un atteggiamento che considera la rivoluzione priva di significato e, proprio per questo, si orienta verso la legittimazione del dispotismo monarchico e della dominazione occidentale. Diventa quindi necessario riconoscere nuovamente l’eredità anti-coloniale e, attraverso una sua genealogia critica, analizzare le trasformazioni dei sistemi di dominio a livello globale. Tuttavia, occorre anche estrarre da tale eredità il veleno del nazionalismo, poiché è evidente che, quando un movimento anti-coloniale viene reinscritto in un sistema poliziesco, esso finisce per produrre e moltiplicare nuove forme di dominio, sostenendo al contempo una governamentalità predatoria e neoliberale fondata sull’estrazione e sulle reti militari. È dunque necessario generare, a partire dalle lotte del passato, un corpo singolare che non mantenga alcuna continuità con quel passato — anzi, che possa persino porsi in opposizione ad esso. Tradire quell’eredità potrebbe essere l’unico modo per rigenerare le lotte a partire dal loro stesso interno e per creare nuovi spazi politici nel cuore del caos. Tre: I movimenti contro la guerra, come quelli dell’epoca della guerra del Golfo e del cambiamento di regime in Iraq, non sono di per sé sufficienti; essi non possono svolgere il ruolo di un «potere costituente» di fronte alle macchine della governance. Gli assi etici del «no alla guerra» non sono mai in grado di arrestare i dispositivi di potere né di creare una resistenza reale fondata sulla produzione del comune. I fini etici costruiti unicamente sul «né questo né quello» non hanno la capacità di tracciare linee di fuga dai regimi di potere. Per dare forma a possibilità collettive e ai limiti necessari per riconoscere le forze politico-sociali, occorre distruggere anche questi fini etici, affinché emerga un campo di possibilità e di limiti. La guerra inserisce le popolazioni in meccanismi di omogeneizzazione; le singolarità vengono rappresentate nell’ordine stabilito dal sovrano e le lotte della «moltitudine dei poveri» si trasformano in corpi funzionali alle macchine della governance. Di conseguenza, le lotte di classe e i regimi di guerra, nel loro intreccio, si trovano nella loro condizione più ambigua. L’accettazione delle tecnologie di guerra come fine delle lotte partigiane, pur essendo in parte realistica, conduce a un apocalitticismo oggi largamente diffuso. È necessario rovesciare questa prospettiva e orientare il vettore del sapere apocalittico verso la produzione di nuove possibilità. Nel mondo multipolare contemporaneo, con l’espansione dei regimi di guerra, è necessario rafforzare la biopolitica della resistenza, l’organizzazione delle singolarità e la produzione di interazioni sociali. Le lotte dal basso e la creazione di istituzioni di contropotere possono tracciare linee di fuga dai poteri dominanti e liberare l’opposizione alla guerra dai limiti dell’etica. La produzione di una soggettività contro la guerra e di un’anti-etica contagiosa rende possibile la combinazione delle lotte di classe con i movimenti contro la guerra. In Iran e nella regione, le lotte operaie e sociali represse negli ultimi anni sono un esempio della fragilità dei flussi produttivi e riproduttivi di fronte ai regimi di guerra. Solo l’organizzazione dei corpi dal basso e la diffusione delle lotte locali possono arretrare gli ordini securitari e gerarchici e creare nuovi territori. Lo studio e la produzione di sapere nel corso delle lotte ci liberano da una visione apocalittica, a condizione che emergano istituzioni capaci di mettere in crisi il rapporto tra Stato-capitale e i flussi produttivi e riproduttivi. È dunque necessario considerare, nel processo delle lotte, una forma di alternativa per trasformare le relazioni. Ad esempio, Antonio Negri e Michael Hardt, nella prima parte del libro Assembly, propongono un’idea proprio su questo mutamento delle relazioni: tenendo conto della trasformazione nella composizione del «lavoro» e della molteplicità delle singolarità della «moltitudine», essi rovesciano il rapporto tra la figura del leader e la moltitudine. Di conseguenza, le strategie si realizzano dal basso e la figura del leader svolge un ruolo di cooperazione a livello tattico. Per questo motivo, le lotte contro il regime di guerra non possono essere efficaci limitandosi a sottolineare valori liberali contro la guerra; nella situazione attuale, infatti, il regime di guerra non rappresenta un’interruzione della governance, ma ne costituisce piuttosto una modalità fondamentale di organizzazione su scala globale. Anche qui, una valorizzazione etica e trascendente della pace non è in grado né di combattere la guerra né di comprendere la logica delle dinamiche della biopotenza contemporanea. Perciò, una certa strategia di leadership e la sua emersione dall’interno dei flussi produttivi e riproduttivi rappresentano l’unica alternativa davanti a noi. Allo stesso modo, attraverso la partecipazione e il rafforzamento delle lotte, possiamo trasformare i movimenti del «no alla guerra» in movimenti contro i regimi di guerra. Le lotte contro i regimi di guerra sono inevitabilmente lotte contro le macchine della governance. Il rapporto tra regimi di guerra e interessi del capitale è diventato più ambiguo nella situazione attuale, e la crisi energetica derivante dalla guerra contro l’Iran ha ulteriormente accentuato tale ambiguità; tuttavia, come detto, i regimi di guerra operano a livello di riorganizzazione della biopotenza su scala globale, e una molteplicità di fattori interviene in questa riorganizzazione. In questa molteplicità e nei poli di potere, è forse possibile riconoscere uno dei poli attraverso le lotte, quello che è stato sottomesso alla sovranità e alla proprietà del capitale. Per questo esiste una pluralità di lotte parallele, ciascuna portatrice di una singolarità a livello locale; il pericolo principale è che queste lotte possano perdere le proprie singolarità nelle forme del nazionalismo contemporaneo o della frammentazione identitaria, venendo così assorbite nelle forme della governance. Questa è una delle crisi che colpiscono le lotte in Iran e nella regione e che impedisce la loro traduzione reciproca nello spazio del comune. Il ritorno dei nazionalismi contemporanei può essere analizzato attraverso lo strumento concettuale della «ri-nazionalizzazione»; Sandro Mezzadra e Brett Neilson la definiscono una forma di «inclusione differenziale». Questa forma di soggettivazione può delimitare territori sottoposti a violenze, discriminazioni e territorializzazioni sovrane. Allo stesso modo, la ri-territorializzazione nazionalista può produrre una nuova composizione del lavoro a diversi livelli e, mentre estende la governance disciplinare-controllo, segue le dinamiche dei cicli di scambio. Pertanto, i nazionalismi iraniani, sia nella forma del fondamentalismo islamico sia a livello secolare, non rappresentano un ritorno al passato, ma nuove forme di territorializzazione a livello della sovranità. Di conseguenza, invece di insistere su blocchi unitari, è necessario porre l’accento su forme di dinamica delle lotte aperte alle relazioni e alle interazioni; come afferma Baruch spinoza, le relazioni non si fondano necessariamente su una razionalità trascendente, ma sulla capacità di affezionare ed essere affetti. Pertanto, una politica di organizzazione contro i regimi di guerra deve creare un terreno per coordinare affetti e affezioni. Riferimenti: Michael Hardt and Antonio Negri. Empire. Cambridge, MA: Harvard University Press, 2000. Michael Hardt and Antonio Negri. Assembly. New York: Oxford University Press, 2017. Sandro Mezzadra. The Rest and the West: Capital and Power in a Multipolar World. Durham: Duke University Press, 2024. Spinoza, Baruch. Etica dimostrata secondo l’ordine geometrico. A cura di Emilia Giancotti. Torino: Einaudi, 2010. L'articolo L’ontologia del caos nella guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran proviene da EuroNomade.
March 24, 2026
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Call for abstract del secondo convegno “Negri oltre Negri”
La figura di Toni Negri rappresenta una delle esperienze più radicali e originali del pensiero politico contemporaneo. Filosofo e teorico della trasformazione sociale, Negri ha posto al centro della propria riflessione la relazione costitutiva tra produzione e potere, tra le forme della cooperazione sociale e i dispositivi di comando che cercano di catturarne e normalizzarne la potenza costituente. Nell’arco della sua produzione e attività teorica e militante, caratterizzata da un aperto confronto e dialogo – non esente da criticità e ambivalenze – con le teorie femministe e queer, le teorie postcoloniali e decoloniali e l’ecologia politica, Negri ha delineato una genealogia delle trasformazioni produttive del capitalismo e dei processi di soggettivazione che consente di leggere criticamente le trasformazioni della produzione contemporanea e di comprendere le traiettorie molteplici dello sfruttamento e dell’oppressione nell’attuale regime di guerra globale. In tal senso, il convegno intende interrogare il pensiero di Toni Negri come punto di incontro e di tensione tra diverse linee di critica radicale: marxista, femminista, postcoloniale, ecologista, foucaultiana. L’obiettivo è quello di aprire un dialogo tra filosofia politica, teoria critica dell’economia, studi postcoloniali e decoloniali, ecologia politica e teorie della soggettività, per ripensare – a partire da Negri e oltre Negri – le condizioni di possibilità di una politica della liberazione all’altezza del nostro tempo. Si richiedono proposte in italiano, francese, spagnolo o inglese Deadline per la presentazione delle proposte: 15/02/2026 Risposta alle proposte: 15/03/2026 Date del convegno: 18-19 giugno 2026 Il testo integrale dell’invito è scaricabile qui. La copertina è di Euronomade SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Call for abstract del secondo convegno “Negri oltre Negri” proviene da DINAMOpress.
January 29, 2026
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Di che cosa Toni è il nome
Chi non è più giovanissimo sa che cosa voleva dire citare il nome di Toni Negri in Italia negli anni precedenti al suo successo planetario avvenuto più o meno all’altezza dei primi anni Duemila. Nella migliore delle ipotesi ci si trovava di fronte a un’alzata di spalle, nella peggiore a un anatema o a un’accusa di essere fiancheggiatore di un terrorista. Perchè il teorema Calogero – la cui istruttoria, è bene ricordarlo a chi non conosce la storia italiana degli anni Settanta, venne ridicolizzata in sede di dibattimento e la pressoché totalità delle accuse riconosciute come delle bizzarre fantasie cospirazioniste – ha in realtà scavato nel profondo dell’inconscio della nazione. E l’associazione di Toni Negri con un insieme indefinito di fatti di sangue degli anni Settanta («l’ideologo degli anni di piombo») è stato per molto tempo così forte da andare oltre ogni evidenza giudiziaria e verità storica. Poi certo, le cose sono cambiate e, come accade sempre a un paese così esterofilo come l’Italia, gli intellettuali rimossi e cacciati fuori dalla porta, sono finiti per rientrare dalla finestra, magari passando da Parigi, New York o Londra, o da qualche copertina di rotocalchi americani à la page. Ma fino all’uscita di Impero Negri continuava a essere nel senso comune reazionario e conservatore (ma anche PCI-ista, è bene ricordarlo ai nostalgici di quel partito) una figura quasi mefistofelica e dalla morale ambigua. > Se questo è quello che ha vissuto negli anni Ottanta e Novanta chiunque si sia > associato a lui o al suo nome, intellettualmente o politicamente, immaginiamo > che cosa dev’essere stato per una figlia che nel 1979, l’anno dell’arresto, > aveva 14 anni e che ha vissuto la devastante campagna di stampa contro Negri > negli anni dell’adolescenza: il mondo che parlava del proprio padre e che lo > identificava come il sommo responsabile di tutto quello che di negativo stava > accadendo a un paese. Dire «non volevo più essere la figlia di Toni Negri», non vuol dire altro che ammettere l’ingombro di un nome che, come tutti i nomi, non si è scelto, ma che può finire per sovradeterminare una vita, fino a paralizzarla. Perché può succedere che “essere la figlia di” esca dalla bocca dell’Altro come una sentenza su di sé. I nomi, però, anche quando in un momento particolare della storia (collettiva e soggettiva) sembra che creino un’associazione inevitabile e che diventino una gabbia dalla quale è impossibile uscire, sono anche qualcosa di molto poroso, che nel tempo può cambiare e di cui eventualmente – attraverso un lavoro senz’altro lungo e difficile – ci si può riappropriare. Lacan lo sapeva bene: il padre, è innanzitutto un nome. E i nomi possono voler dire tante cose: non solo perché nelle bocche degli altri “Toni Negri” vuol dire tante cose diverse, spesso anche in contraddizione tra loro. Ma perché per una figlia si tratta di interrogare – nel momento in cui tutte queste significazioni, dopo tanti anni, si sono esaurite – che cosa quel nome voglia dire per sé. Toni, mio padre è proprio questo e lo si capisce evidentemente già dal titolo: un film dove la figlia Anna scava dentro quel nome per interrogarlo e vedere che cosa c’è dentro. Non per il mondo attorno, non per le tantissime compagne e i tantissimi compagni che l’hanno conosciuto e che hanno fatto un pezzo di strada con lui, ma innanzitutto per lei stessa. E si potrebbe obiettare che questo è quello che Anna Negri aveva già fatto nel libro autobiografico Con un piede impigliato nella storia (Feltrinelli 2009 e ora DeriveApprodi). In realtà la bellezza di questo film è che non è né un documentario sulla vita di Toni Negri (di cui mancano pressoché del tutto diversi decenni importantissimi, a partire da tutto quello che è successo dopo gli anni Duemila, ma anche sull’esilio di Parigi si dice poco o nulla), sul quale esistono tre volumi di esaustiva autobiografia, né soltanto un film sul rapporto tra Anna e suo padre, che ricreerebbe un doppione del libro. Con grande sensibilità cinematografica, Anna Negri decide quel rapporto di rimetterlo in scena di fronte a una macchina da presa, con un gusto per il re-enactment non privo anche di qualche nota comica e persino ridicola, e per il quale Toni si mette in gioco con un’umiltà e dedizione davvero stupefacente (durante le riprese del film la sua salute è già piuttosto precaria). Quello che ne esce è un film pieno di momenti con un altissimo tasso di performance e di finzione (e Anna Negri lo sa bene perché include nel montaggio anche diversi dialoghi che parlano del film stesso e della sua messa in scena) ma che non per questo – o forse proprio per questo – non è privo di grandi attimi di verità. Anzi, forse i momenti più deboli del film sono proprio quelli propriamente documentaristi dove la regista si lascia andare a qualche illustrazione di troppo, sottomettendosi alla regola d’oro del senso comune documentaristico: cioè voce off più materiale d’archivio. Ma per la gran parte questo film non ci parla di un rapporto tra padre e figlia nel passato, ma ce lo mostra mettendolo in scena nel presente. > I momenti migliori sono infatti quelli dove la tensione tra i punti di vista > si fa più acuta, e dove i linguaggi di una figlia che vorrebbe parlare di > rapporti famigliari e di un padre che invece vede il registro pubblico e > privato in completa continuità si scontrano e per lo più non si capiscono. Ma dove anche a partire dall’incomprensione qualcosa accade. Perchè Toni non è certo colui che vuole rimuovere il privato della vita soggettiva a beneficio della dimensione collettiva e universalizzante, ma dove la dimensione privata è parte di quello stesso desiderio di liberazione che muove la collettività: l’uno sta dentro l’altro e viceversa. È per questo che il film non diventa mai quello che in casi analoghi sarebbe quasi certamente diventato: l’esposizione della vita privata della grande figura pubblica che mostra la verità che il discorso pubblico nasconde. E allora, la storia di un ragazzo calabrese che emigra in una città per cambiare sesso diventa l’occasione per Toni per mettere in discussione il presunto individualismo di Anna (che a detta sua non riesce ad accettare la radice comune e non individualista anche di un desiderio di transizione). Così come la celebre fotografia del militante dell’autonomia in via de Amicis a Milano che punta la pistola contro un agente di polizia diventa l’occasione per Anna per ammettere la sua difficoltà di fronte alla violenza del conflitto di classe italiano a cui Toni risponde: «perché fai fatica ad accettare che i tuoi genitori siano stati due rivoluzionari?». Ma il film è pieno di momenti memorabili, come quando Toni spiega che cosa sia per lui ancora oggi il comunismo («resto comunista non solo perchè è giusto distribuire la ricchezza in parti uguali, ma è anche giusto lavorare tutti ugualmente») o perché continui a usare l’espressione «i compagni delle BR», o perché il conatus di Spinoza parli in realtà di una dimensione comune e trans-individuale, o come quando alla fine del film parli dell’amore come una virtù della vecchiaia e non della gioventù («l’amore in gioventù è una cosa eccitata, spesso volgare, che ha più a che vedere con la ginnastica mentre quando sei vecchio l’amore è qualche cosa che veramente si lega alla vita»). > Ha ragione Ida Dominijanni a dire che «quella funzione paterna che Anna gli > imputa di non aver saputo o voluto esercitare nella vita» Toni Negri la > conquista nel film «di fotogramma in fotogramma», e che il film ce la mostra > più che raccontarcela. E che la sua figura ne esce in modo splendido, anche se in conseguenza di uno sguardo obliquo, molto diverso da quello che qualunque compagno o militante avrebbe mai saputo dare. Perché quello che Anna Negri vuole mostrare è una funziona paterna che non ha niente a che vedere con la comprensione, il rispecchiamento o la sentimentalità ma che prende corpo in una differenza non priva di spigoli («se noi abbiamo sbagliato, dimmelo tu come si fa oggi a lottare contro l’alienazione che tu stessa denunci»). E in effetti il film non si chiude con una riconciliazione, magari recitata a beneficio della macchina da presa, ma con due persone che in una barca in giro per Venezia guardano in due direzioni diverse, con anche un lieve sguardo malinconico. Che è anche un bel modo per mostrare al termine di film, che quello che ci unisce e ci separa, a volte è fatto di quella medesima sostanza comune a cui Toni ha dedicato tutta la vita. In copertina un fotogramma del film SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Di che cosa Toni è il nome proviene da DINAMOpress.
November 12, 2025
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