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L’ontologia del caos nella guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran
di ALI ZOKAI. Teheran, 23 marzo Uno: La polvere e il fumo generati dai bombardieri hanno avvolto l’intera città; le esplosioni devastanti hanno bloccato ogni possibilità di espressione all’interno della società e la parola è rimasta soffocata in gola. Ora, dopo l’ascesa al potere di Mojtaba Khamenei e con l’estensione della guerra oltre i dieci giorni, la gioia diffusa dei primi giorni si è trasformata in ansia e disperazione; ci troviamo di fronte a una singolare impasse: il potere è apertamente passato nelle mani dei militari, che hanno intensificato, in tempo di guerra, la precedente governamentalità poliziesca; al contempo, la guerra ha ulteriormente frammentato una società iraniana già indebolita. Al di là della gioia popolare per gli attacchi contro figure del regime della Repubblica Islamica, questa guerra ha rafforzato le basi del dominio sul popolo e si può forse affermare che, in questo contesto, le lotte dal basso si siano trasformate in un edificio smarrito dietro la coltre di polvere. La via è un’altra: abbiamo bisogno di una fuga, di un’uscita collettiva, di un movimento verso la costituzione di consigli autogestiti; anche se minoritari, essi rappresentano quella voce la cui stessa flebile eco costituisce oggi una necessità urgente. Tale fuga deve necessariamente collocarsi al di fuori delle attuali relazioni di potere nazionaliste e campiste e, certamente, per opporsi alle politiche di controllo territoriale di Trump e Netanyahu, non deve ricadere sotto un regime militare-poliziesco. Occorre dunque adottare una politica plurale. Così come nei processi insurrezionali della rivoluzione del 1979 alcuni gruppi non solo dichiararono la propria indipendenza dal processo di formazione dello Stato, ma, invece di enfatizzare il nazionalismo e la costruzione di uno Stato postcoloniale fondamentalista, insistettero sulla formazione di consigli operai e comitati regionali autogestiti. Questi gruppi, pur assumendo una posizione anti-imperialista, resistettero anche alla costituzione di uno Stato centrale e furono infine repressi proprio attraverso il discorso anti-coloniale — e, paradossalmente, capitalistico — del potere centrale. Il nostro corpo collettivo, in questo frangente, appare come un’entità lacerata, simile a una massa informe ma ferita; il nichilismo diffuso nella società iraniana, risultato di una impoverimento sistematico, di un governo poliziesco e della violenza omicida, è giunto a una forma di complicità con una guerra il cui ruolo è la riorganizzazione dello Stato-capitale e delle macchine di governo nell’attuale contesto di caos ontologico. Questa guerra e tali macchine di governo, incapaci di produrre un nuovo ordine determinato, mirano alla creazione di ordini plurali e decentrati all’interno del caos. Gli attori definiti di un ordine ormai obsoleto, ciascuno già inscritto in un sistema di rappresentazione, sono scomparsi; ciò che resta è una sorta di teatro privo di centro, in cui ogni ruolo o polo di potere può rapidamente generare una nuova centralità e assumere una funzione inedita. Un caos puro, nel quale una figura come Trump sogna di essere l’attore principale, mentre la Repubblica Islamica, con un nichilismo apocalittico e una governamentalità suicida, contribuisce alla perpetuazione di una guerra senza fine — una guerra che, pur consapevole della propria inferiorità tecnologica, tenta, attraverso una strategia di logoramento, di destabilizzare i flussi di scambio, in particolare mediante la crisi delle transazioni petrolifere e del gas, mettendo così in discussione l’ordine energetico globale. Un teatro il cui esito rimane incerto. E tuttavia, in modo quasi spettrale, le singolarità della “moltitudine” vi appaiono debolmente rappresentate: proprio quelle che incarnano la possibilità di fuga dalle macchine di governo e dall’ordine fondato sui regimi di guerra. In questo contesto, è evidente che gli Stati Uniti non possiedono la piena capacità di produrre un ordine conforme ai propri desideri; ciò è chiaramente osservabile nell’andamento attuale della guerra. Tuttavia, tale incapacità, insieme alle forme di governamentalità della Repubblica Islamica, contribuisce a riprodurre e riorganizzare il caos presente. Pertanto, l’incapacità degli Stati Uniti, contrariamente a quanto sostenuto dai campisti, non implica necessariamente una diminuzione del male; piuttosto, comporta una riproduzione e redistribuzione del dominio in forme molteplici, all’interno delle quali nasce l’ordine attuale, il cui obiettivo è la soppressione totale delle potenzialità insite nelle lotte di classe contro lo Stato-capitale. Come sostengono Negri e Hardt nel loro libro Impero, dopo il declino dell’egemonia unilaterale degli Stati Uniti, il mondo multipolare risulta già intrinsecamente instabile e privo di egemonia. Tale instabilità può forse essere reinterpretata alla luce di un’ontologia del caos, dove dominio e governamentalità si riproducono attraverso relazioni dinamiche e immanenti. Quando un regime poliziesco assume il controllo attraverso i volti e le articolazioni militari del potere e, come è apparso evidente negli ultimi anni, traduce il proprio regime di guerra nella governance interna, producendo una realtà fondata sulla repressione sociale, le lotte si trasformano in un’aura interna di nichilismo. Invece di assistere a un movimento simultaneamente anti-bellico e democratico, capace di esprimere corpi collettivi e affetti sociali attivi nelle organizzazioni e nelle istituzioni, si osserva l’emergere di fautori della guerra come via di liberazione dalla dittatura e, al contempo, di una fazione che, sotto molteplici denominazioni — dai fondamentalisti all’“asse della resistenza”, fino al campismo e ad alcune correnti della sinistra ad esso vicine — mira a preservare l’ordine statale. La terza via, ossia la fuga da questa frammentazione repressiva, risulta smarrita; la polvere della guerra ha distrutto la bussola di queste linee di fuga. In generale, quando le dinamiche sociali vengono represse e molte vie vengono chiuse attraverso il controllo, la prigionia e la violenza omicida, si diffonde una disposizione all’inazione. Al posto di un corpo comune-singolare capace di investire nelle lotte dal basso, si afferma una forma di rivalsa priva del desiderio di creare una nuova società. Il sostegno ai bombardamenti da parte di una parte della popolazione iraniana deriva proprio da questa condizione: si tratta di un desiderio passivo, radicato in anni di lotte, sconfitte e resistenze fallite, tutte represse con estrema violenza. Per agire in una simile situazione, è dunque necessario opporsi al nichilismo dominante e, per questo, diventa imprescindibile una rifondazione dei valori. Tali valori, tuttavia, non devono basarsi su un’etica predefinita, ma su linee di lotta volte alla riorganizzazione contro regimi decentrati che, in forma dispersa ma totalizzante, insieme alla guerra e all’adozione di politiche economiche repressive — come le guerre tariffarie — hanno colonizzato la nostra vita. La guerra attuale non è dissimile da questo stesso nichilismo diffuso nella società iraniana. Contrariamente alla visione dell’opposizione di destra iraniana, che idealizza il ruolo degli Stati Uniti e di Israele e abbellisce questo conflitto caotico con uno scenario ottimistico predeterminato, tale guerra si inscrive nello stesso orizzonte ontologico del caos. L’instabilità dei poli di potere che, nell’ordine globale precedente, detenevano la leadership mondiale contribuisce alla redistribuzione di questo caos. Si può quindi affermare che la strategia di Trump sia intrappolata in una forma peculiare di nichilismo, che tenta di risolvere esclusivamente attraverso rivendicazioni di potenza militare. Egli ha più volte dichiarato che questa guerra durerà poche settimane, ma con la sua estensione a un conflitto regionale ha sostenuto di disporre di un esercito in grado di combattere fino alla fine del mondo. È evidente che tali affermazioni implicano, nella pratica, la continuazione della riproduzione del dominio in assenza di egemonia; una riproduzione che, incapace di generare un nuovo ordine, è costretta a mantenere i propri centri di potere attraverso l’organizzazione interna al caos. Per questo motivo, la guerra è diventata lo strumento principale per la perpetuazione delle diverse forme di governamentalità e delle loro articolazioni a livello globale. In un mondo multipolare e caratterizzato da un dominio decentrato, ciò può contribuire profondamente alla proliferazione di guerre senza fine — come, finora, è effettivamente avvenuto. Due: Come possiamo osservare nella situazione attuale, l’espansione del caos non è intrinsecamente in grado di distruggere le forze reazionarie; allo stesso modo, le intensità sociali nelle tonalità dei movimenti sociali non conducono necessariamente alla libertà. Al contrario, le politiche identitarie della destra possono frammentarle e reintegrarle in nuove composizioni di classe e in pratiche rinnovate di governamentalità. Pertanto, sebbene le intensità sociali e le lotte di classe siano anteriori ai regimi di potere e alle macchine di governo, esse necessitano di organizzazione e, con tale organizzazione, devono necessariamente confrontarsi con i nuovi nazionalismi, che presentano differenze significative rispetto a quelli del passato. Attualmente, in Iran, si possono distinguere due forme di nazionalismo, entrambe orientate alla perpetuazione dello stato di eccezione nel quadro dello Stato-capitale e dei regimi di guerra. Il primo è un nazionalismo emerso dall’interno del fondamentalismo islamico; il secondo è una forma di nazionalismo favorevole alle potenze imperialiste, che, attraverso il discorso dell’identità iraniana antica, ha già inscritto il marchio dell’autoritarismo nel proprio percorso. Il primo tipo, influenzato dal discorso dell’“asse della resistenza” (campismo), riduce l’intero campo politico alla securitizzazione, eliminando di fatto le classi e le lotte di classe e configurando la popolazione, designata come “nazione”, come una totalità priva di fratture, interamente assorbita nel governo e nelle sue forme di militarizzazione. In questa prospettiva, tutte le lotte e i movimenti non sono altro che una prosecuzione della guerra esterna all’interno dello spazio nazionale: una forma di cospirazionismo che sacrifica la popolazione. Il secondo nazionalismo è rappresentato da quelle forze che hanno imposto sulla società lo spettro del fascismo attraverso una ridefinizione dell’ideologia iranista, una sorta di fondamentalismo arcaicizzante. Al di là delle possibilità effettive di conquista del potere da parte di questi gruppi monarchici di matrice fascista, tale discorso e tali forze si sono radicati in modo molecolare nella società, aderendo ai corpi collettivi come un dispositivo repressivo. Il nazionalismo presente nella corrente monarchica assume per lo più la forma di un identitarismo nichilistico, incline ad accettare integralmente il dominio occidentale sull’Iran, senza alcuna critica, ad esempio, alle recenti dichiarazioni di Donald Trump sulla possibile presa di controllo dello Stretto di Hormuz e delle isole petrolifere. Questo nazionalismo è già istituzionalizzato nei regimi di potere esistenti e trova una sua rappresentazione strutturale nel regime israeliano e nel progetto di penetrazione regionale ad esso associato. Ne deriva un discorso bellicista che mira a instaurare uno stato di eccezione permanente attraverso crisi geopolitiche, cogliendo un momento in cui la società è già repressa e privata delle proprie capacità di auto-organizzazione. Di conseguenza, l’opposizione di destra iraniana non ha alcun interesse a una trasformazione sociale fondata su insurrezioni o sulla continuità delle mobilitazioni dal basso; essa vuole la guerra, poiché attraverso la crisi degli spazi sociali può più facilmente instaurare le proprie strutture di potere e le proprie macchine di governo. In questo tipo di nazionalismo si annida dunque una contraddizione fondamentale: il sostegno agli attacchi degli Stati Uniti e di Israele. Per questa ragione, i monarchici si oppongono all’eredità dell’anti-colonialismo e delle lotte anti-imperialiste in Iran, arrivando persino a negare il colpo di Stato anglo-americano contro il governo di Mohammad Mossadegh. È quindi necessario, in questo momento storico cruciale, procedere a una rifondazione dei valori e a una rilettura dell’eredità anti-coloniale, tenendo conto del fatto che le attuali macchine di governo differiscono profondamente dalle forme coloniali del passato, senza tuttavia ridurre l’intensità dei processi di territorializzazione e occupazione. Al contrario, con l’accelerazione tecnologica, assistiamo oggi a una crescente espansione della governamentalità e dell’accumulazione di capitale attraverso pratiche estrattive e occupazioni territoriali. In questo senso, il movimento monarchico risulta codificato attraverso le pratiche di occupazione territoriale israeliane e l’espansione delle basi militari e delle imprese statunitensi e transnazionali. D’altra parte, è noto che le reti di potere e le macchine di governo della Repubblica Islamica hanno costruito parte del proprio discorso sull’anti-colonialismo; strategie come quella della “profondità strategica” e la trasformazione delle forze militari in entità economiche derivano in larga misura da questa matrice discorsiva. Negli anni Settanta, il discorso anti-imperialista e anti-coloniale era riuscito ad attivare una “potenza costituente” contro il regime dipendente dall’imperialismo, dando origine a una forma di nazionalismo dal basso. Tuttavia, tale potenzialità emancipatrice si è rapidamente tradotta, con la rivoluzione del 1979, in una forma di governo poliziesco e, con la successiva riorganizzazione globale del potere, in un sistema capace di realizzare cicli di accumulazione attraverso reti militari sia interne che transnazionali. Il nazionalismo anti-coloniale si è così trasformato in un nazionalismo costruito e ibridato con il fondamentalismo. I nazionalisti monarchici, pur condividendo alcuni elementi con l’attuale sistema di governo — in particolare l’enfasi sull’autorità statale e la sacralizzazione della proprietà — rappresentano un nodo in cui si manifestano le molteplici articolazioni di un ordine di classe fondato su oppressione e sfruttamento. In tale contesto, le frontiere interne vengono continuamente prodotte e riprodotte attraverso processi di centralizzazione e marginalizzazione, assumendo forme molteplici e dinamiche. Di conseguenza, anche qualora si ritenesse possibile un cambiamento di regime — ipotesi di per sé discutibile — la guerra attuale mostra chiaramente come le macchine di governo siano in grado di riprodursi all’interno di un nuovo ordine. La presenza militare degli Stati Uniti e di Israele suggerisce strategie di occupazione finalizzate all’estrazione di risorse, come evidenziato, ad esempio, dall’approccio statunitense nei confronti dell’isola di Kharg. Tuttavia, tali processi estrattivi non si limitano alle risorse naturali, ma investono anche i territori sociali e le forme di vita collettiva. Siamo dunque di fronte a una svolta storica: da un lato, la negazione totale dell’eredità anti-coloniale della rivoluzione del 1979 e del periodo precedente; dall’altro, l’accettazione incondizionata delle forze armate, delle imprese e delle potenze occidentali — al punto che il movimento monarchico può essere considerato l’unico movimento popolare a sostenere apertamente l’esercito israeliano, accusato di pratiche genocidarie. Tale svolta è strettamente connessa al nichilismo menzionato in apertura: un atteggiamento che considera la rivoluzione priva di significato e, proprio per questo, si orienta verso la legittimazione del dispotismo monarchico e della dominazione occidentale. Diventa quindi necessario riconoscere nuovamente l’eredità anti-coloniale e, attraverso una sua genealogia critica, analizzare le trasformazioni dei sistemi di dominio a livello globale. Tuttavia, occorre anche estrarre da tale eredità il veleno del nazionalismo, poiché è evidente che, quando un movimento anti-coloniale viene reinscritto in un sistema poliziesco, esso finisce per produrre e moltiplicare nuove forme di dominio, sostenendo al contempo una governamentalità predatoria e neoliberale fondata sull’estrazione e sulle reti militari. È dunque necessario generare, a partire dalle lotte del passato, un corpo singolare che non mantenga alcuna continuità con quel passato — anzi, che possa persino porsi in opposizione ad esso. Tradire quell’eredità potrebbe essere l’unico modo per rigenerare le lotte a partire dal loro stesso interno e per creare nuovi spazi politici nel cuore del caos. Tre: I movimenti contro la guerra, come quelli dell’epoca della guerra del Golfo e del cambiamento di regime in Iraq, non sono di per sé sufficienti; essi non possono svolgere il ruolo di un «potere costituente» di fronte alle macchine della governance. Gli assi etici del «no alla guerra» non sono mai in grado di arrestare i dispositivi di potere né di creare una resistenza reale fondata sulla produzione del comune. I fini etici costruiti unicamente sul «né questo né quello» non hanno la capacità di tracciare linee di fuga dai regimi di potere. Per dare forma a possibilità collettive e ai limiti necessari per riconoscere le forze politico-sociali, occorre distruggere anche questi fini etici, affinché emerga un campo di possibilità e di limiti. La guerra inserisce le popolazioni in meccanismi di omogeneizzazione; le singolarità vengono rappresentate nell’ordine stabilito dal sovrano e le lotte della «moltitudine dei poveri» si trasformano in corpi funzionali alle macchine della governance. Di conseguenza, le lotte di classe e i regimi di guerra, nel loro intreccio, si trovano nella loro condizione più ambigua. L’accettazione delle tecnologie di guerra come fine delle lotte partigiane, pur essendo in parte realistica, conduce a un apocalitticismo oggi largamente diffuso. È necessario rovesciare questa prospettiva e orientare il vettore del sapere apocalittico verso la produzione di nuove possibilità. Nel mondo multipolare contemporaneo, con l’espansione dei regimi di guerra, è necessario rafforzare la biopolitica della resistenza, l’organizzazione delle singolarità e la produzione di interazioni sociali. Le lotte dal basso e la creazione di istituzioni di contropotere possono tracciare linee di fuga dai poteri dominanti e liberare l’opposizione alla guerra dai limiti dell’etica. La produzione di una soggettività contro la guerra e di un’anti-etica contagiosa rende possibile la combinazione delle lotte di classe con i movimenti contro la guerra. In Iran e nella regione, le lotte operaie e sociali represse negli ultimi anni sono un esempio della fragilità dei flussi produttivi e riproduttivi di fronte ai regimi di guerra. Solo l’organizzazione dei corpi dal basso e la diffusione delle lotte locali possono arretrare gli ordini securitari e gerarchici e creare nuovi territori. Lo studio e la produzione di sapere nel corso delle lotte ci liberano da una visione apocalittica, a condizione che emergano istituzioni capaci di mettere in crisi il rapporto tra Stato-capitale e i flussi produttivi e riproduttivi. È dunque necessario considerare, nel processo delle lotte, una forma di alternativa per trasformare le relazioni. Ad esempio, Antonio Negri e Michael Hardt, nella prima parte del libro Assembly, propongono un’idea proprio su questo mutamento delle relazioni: tenendo conto della trasformazione nella composizione del «lavoro» e della molteplicità delle singolarità della «moltitudine», essi rovesciano il rapporto tra la figura del leader e la moltitudine. Di conseguenza, le strategie si realizzano dal basso e la figura del leader svolge un ruolo di cooperazione a livello tattico. Per questo motivo, le lotte contro il regime di guerra non possono essere efficaci limitandosi a sottolineare valori liberali contro la guerra; nella situazione attuale, infatti, il regime di guerra non rappresenta un’interruzione della governance, ma ne costituisce piuttosto una modalità fondamentale di organizzazione su scala globale. Anche qui, una valorizzazione etica e trascendente della pace non è in grado né di combattere la guerra né di comprendere la logica delle dinamiche della biopotenza contemporanea. Perciò, una certa strategia di leadership e la sua emersione dall’interno dei flussi produttivi e riproduttivi rappresentano l’unica alternativa davanti a noi. Allo stesso modo, attraverso la partecipazione e il rafforzamento delle lotte, possiamo trasformare i movimenti del «no alla guerra» in movimenti contro i regimi di guerra. Le lotte contro i regimi di guerra sono inevitabilmente lotte contro le macchine della governance. Il rapporto tra regimi di guerra e interessi del capitale è diventato più ambiguo nella situazione attuale, e la crisi energetica derivante dalla guerra contro l’Iran ha ulteriormente accentuato tale ambiguità; tuttavia, come detto, i regimi di guerra operano a livello di riorganizzazione della biopotenza su scala globale, e una molteplicità di fattori interviene in questa riorganizzazione. In questa molteplicità e nei poli di potere, è forse possibile riconoscere uno dei poli attraverso le lotte, quello che è stato sottomesso alla sovranità e alla proprietà del capitale. Per questo esiste una pluralità di lotte parallele, ciascuna portatrice di una singolarità a livello locale; il pericolo principale è che queste lotte possano perdere le proprie singolarità nelle forme del nazionalismo contemporaneo o della frammentazione identitaria, venendo così assorbite nelle forme della governance. Questa è una delle crisi che colpiscono le lotte in Iran e nella regione e che impedisce la loro traduzione reciproca nello spazio del comune. Il ritorno dei nazionalismi contemporanei può essere analizzato attraverso lo strumento concettuale della «ri-nazionalizzazione»; Sandro Mezzadra e Brett Neilson la definiscono una forma di «inclusione differenziale». Questa forma di soggettivazione può delimitare territori sottoposti a violenze, discriminazioni e territorializzazioni sovrane. Allo stesso modo, la ri-territorializzazione nazionalista può produrre una nuova composizione del lavoro a diversi livelli e, mentre estende la governance disciplinare-controllo, segue le dinamiche dei cicli di scambio. Pertanto, i nazionalismi iraniani, sia nella forma del fondamentalismo islamico sia a livello secolare, non rappresentano un ritorno al passato, ma nuove forme di territorializzazione a livello della sovranità. Di conseguenza, invece di insistere su blocchi unitari, è necessario porre l’accento su forme di dinamica delle lotte aperte alle relazioni e alle interazioni; come afferma Baruch spinoza, le relazioni non si fondano necessariamente su una razionalità trascendente, ma sulla capacità di affezionare ed essere affetti. Pertanto, una politica di organizzazione contro i regimi di guerra deve creare un terreno per coordinare affetti e affezioni. Riferimenti: Michael Hardt and Antonio Negri. Empire. Cambridge, MA: Harvard University Press, 2000. Michael Hardt and Antonio Negri. Assembly. New York: Oxford University Press, 2017. Sandro Mezzadra. The Rest and the West: Capital and Power in a Multipolar World. Durham: Duke University Press, 2024. Spinoza, Baruch. Etica dimostrata secondo l’ordine geometrico. A cura di Emilia Giancotti. Torino: Einaudi, 2010. L'articolo L’ontologia del caos nella guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran proviene da EuroNomade.
March 24, 2026
EuroNomade
Call for abstract del secondo convegno “Negri oltre Negri”
La figura di Toni Negri rappresenta una delle esperienze più radicali e originali del pensiero politico contemporaneo. Filosofo e teorico della trasformazione sociale, Negri ha posto al centro della propria riflessione la relazione costitutiva tra produzione e potere, tra le forme della cooperazione sociale e i dispositivi di comando che cercano di catturarne e normalizzarne la potenza costituente. Nell’arco della sua produzione e attività teorica e militante, caratterizzata da un aperto confronto e dialogo – non esente da criticità e ambivalenze – con le teorie femministe e queer, le teorie postcoloniali e decoloniali e l’ecologia politica, Negri ha delineato una genealogia delle trasformazioni produttive del capitalismo e dei processi di soggettivazione che consente di leggere criticamente le trasformazioni della produzione contemporanea e di comprendere le traiettorie molteplici dello sfruttamento e dell’oppressione nell’attuale regime di guerra globale. In tal senso, il convegno intende interrogare il pensiero di Toni Negri come punto di incontro e di tensione tra diverse linee di critica radicale: marxista, femminista, postcoloniale, ecologista, foucaultiana. L’obiettivo è quello di aprire un dialogo tra filosofia politica, teoria critica dell’economia, studi postcoloniali e decoloniali, ecologia politica e teorie della soggettività, per ripensare – a partire da Negri e oltre Negri – le condizioni di possibilità di una politica della liberazione all’altezza del nostro tempo. Si richiedono proposte in italiano, francese, spagnolo o inglese Deadline per la presentazione delle proposte: 15/02/2026 Risposta alle proposte: 15/03/2026 Date del convegno: 18-19 giugno 2026 Il testo integrale dell’invito è scaricabile qui. La copertina è di Euronomade SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Call for abstract del secondo convegno “Negri oltre Negri” proviene da DINAMOpress.
January 29, 2026
DINAMOpress
Di che cosa Toni è il nome
Chi non è più giovanissimo sa che cosa voleva dire citare il nome di Toni Negri in Italia negli anni precedenti al suo successo planetario avvenuto più o meno all’altezza dei primi anni Duemila. Nella migliore delle ipotesi ci si trovava di fronte a un’alzata di spalle, nella peggiore a un anatema o a un’accusa di essere fiancheggiatore di un terrorista. Perchè il teorema Calogero – la cui istruttoria, è bene ricordarlo a chi non conosce la storia italiana degli anni Settanta, venne ridicolizzata in sede di dibattimento e la pressoché totalità delle accuse riconosciute come delle bizzarre fantasie cospirazioniste – ha in realtà scavato nel profondo dell’inconscio della nazione. E l’associazione di Toni Negri con un insieme indefinito di fatti di sangue degli anni Settanta («l’ideologo degli anni di piombo») è stato per molto tempo così forte da andare oltre ogni evidenza giudiziaria e verità storica. Poi certo, le cose sono cambiate e, come accade sempre a un paese così esterofilo come l’Italia, gli intellettuali rimossi e cacciati fuori dalla porta, sono finiti per rientrare dalla finestra, magari passando da Parigi, New York o Londra, o da qualche copertina di rotocalchi americani à la page. Ma fino all’uscita di Impero Negri continuava a essere nel senso comune reazionario e conservatore (ma anche PCI-ista, è bene ricordarlo ai nostalgici di quel partito) una figura quasi mefistofelica e dalla morale ambigua. > Se questo è quello che ha vissuto negli anni Ottanta e Novanta chiunque si sia > associato a lui o al suo nome, intellettualmente o politicamente, immaginiamo > che cosa dev’essere stato per una figlia che nel 1979, l’anno dell’arresto, > aveva 14 anni e che ha vissuto la devastante campagna di stampa contro Negri > negli anni dell’adolescenza: il mondo che parlava del proprio padre e che lo > identificava come il sommo responsabile di tutto quello che di negativo stava > accadendo a un paese. Dire «non volevo più essere la figlia di Toni Negri», non vuol dire altro che ammettere l’ingombro di un nome che, come tutti i nomi, non si è scelto, ma che può finire per sovradeterminare una vita, fino a paralizzarla. Perché può succedere che “essere la figlia di” esca dalla bocca dell’Altro come una sentenza su di sé. I nomi, però, anche quando in un momento particolare della storia (collettiva e soggettiva) sembra che creino un’associazione inevitabile e che diventino una gabbia dalla quale è impossibile uscire, sono anche qualcosa di molto poroso, che nel tempo può cambiare e di cui eventualmente – attraverso un lavoro senz’altro lungo e difficile – ci si può riappropriare. Lacan lo sapeva bene: il padre, è innanzitutto un nome. E i nomi possono voler dire tante cose: non solo perché nelle bocche degli altri “Toni Negri” vuol dire tante cose diverse, spesso anche in contraddizione tra loro. Ma perché per una figlia si tratta di interrogare – nel momento in cui tutte queste significazioni, dopo tanti anni, si sono esaurite – che cosa quel nome voglia dire per sé. Toni, mio padre è proprio questo e lo si capisce evidentemente già dal titolo: un film dove la figlia Anna scava dentro quel nome per interrogarlo e vedere che cosa c’è dentro. Non per il mondo attorno, non per le tantissime compagne e i tantissimi compagni che l’hanno conosciuto e che hanno fatto un pezzo di strada con lui, ma innanzitutto per lei stessa. E si potrebbe obiettare che questo è quello che Anna Negri aveva già fatto nel libro autobiografico Con un piede impigliato nella storia (Feltrinelli 2009 e ora DeriveApprodi). In realtà la bellezza di questo film è che non è né un documentario sulla vita di Toni Negri (di cui mancano pressoché del tutto diversi decenni importantissimi, a partire da tutto quello che è successo dopo gli anni Duemila, ma anche sull’esilio di Parigi si dice poco o nulla), sul quale esistono tre volumi di esaustiva autobiografia, né soltanto un film sul rapporto tra Anna e suo padre, che ricreerebbe un doppione del libro. Con grande sensibilità cinematografica, Anna Negri decide quel rapporto di rimetterlo in scena di fronte a una macchina da presa, con un gusto per il re-enactment non privo anche di qualche nota comica e persino ridicola, e per il quale Toni si mette in gioco con un’umiltà e dedizione davvero stupefacente (durante le riprese del film la sua salute è già piuttosto precaria). Quello che ne esce è un film pieno di momenti con un altissimo tasso di performance e di finzione (e Anna Negri lo sa bene perché include nel montaggio anche diversi dialoghi che parlano del film stesso e della sua messa in scena) ma che non per questo – o forse proprio per questo – non è privo di grandi attimi di verità. Anzi, forse i momenti più deboli del film sono proprio quelli propriamente documentaristi dove la regista si lascia andare a qualche illustrazione di troppo, sottomettendosi alla regola d’oro del senso comune documentaristico: cioè voce off più materiale d’archivio. Ma per la gran parte questo film non ci parla di un rapporto tra padre e figlia nel passato, ma ce lo mostra mettendolo in scena nel presente. > I momenti migliori sono infatti quelli dove la tensione tra i punti di vista > si fa più acuta, e dove i linguaggi di una figlia che vorrebbe parlare di > rapporti famigliari e di un padre che invece vede il registro pubblico e > privato in completa continuità si scontrano e per lo più non si capiscono. Ma dove anche a partire dall’incomprensione qualcosa accade. Perchè Toni non è certo colui che vuole rimuovere il privato della vita soggettiva a beneficio della dimensione collettiva e universalizzante, ma dove la dimensione privata è parte di quello stesso desiderio di liberazione che muove la collettività: l’uno sta dentro l’altro e viceversa. È per questo che il film non diventa mai quello che in casi analoghi sarebbe quasi certamente diventato: l’esposizione della vita privata della grande figura pubblica che mostra la verità che il discorso pubblico nasconde. E allora, la storia di un ragazzo calabrese che emigra in una città per cambiare sesso diventa l’occasione per Toni per mettere in discussione il presunto individualismo di Anna (che a detta sua non riesce ad accettare la radice comune e non individualista anche di un desiderio di transizione). Così come la celebre fotografia del militante dell’autonomia in via de Amicis a Milano che punta la pistola contro un agente di polizia diventa l’occasione per Anna per ammettere la sua difficoltà di fronte alla violenza del conflitto di classe italiano a cui Toni risponde: «perché fai fatica ad accettare che i tuoi genitori siano stati due rivoluzionari?». Ma il film è pieno di momenti memorabili, come quando Toni spiega che cosa sia per lui ancora oggi il comunismo («resto comunista non solo perchè è giusto distribuire la ricchezza in parti uguali, ma è anche giusto lavorare tutti ugualmente») o perché continui a usare l’espressione «i compagni delle BR», o perché il conatus di Spinoza parli in realtà di una dimensione comune e trans-individuale, o come quando alla fine del film parli dell’amore come una virtù della vecchiaia e non della gioventù («l’amore in gioventù è una cosa eccitata, spesso volgare, che ha più a che vedere con la ginnastica mentre quando sei vecchio l’amore è qualche cosa che veramente si lega alla vita»). > Ha ragione Ida Dominijanni a dire che «quella funzione paterna che Anna gli > imputa di non aver saputo o voluto esercitare nella vita» Toni Negri la > conquista nel film «di fotogramma in fotogramma», e che il film ce la mostra > più che raccontarcela. E che la sua figura ne esce in modo splendido, anche se in conseguenza di uno sguardo obliquo, molto diverso da quello che qualunque compagno o militante avrebbe mai saputo dare. Perché quello che Anna Negri vuole mostrare è una funziona paterna che non ha niente a che vedere con la comprensione, il rispecchiamento o la sentimentalità ma che prende corpo in una differenza non priva di spigoli («se noi abbiamo sbagliato, dimmelo tu come si fa oggi a lottare contro l’alienazione che tu stessa denunci»). E in effetti il film non si chiude con una riconciliazione, magari recitata a beneficio della macchina da presa, ma con due persone che in una barca in giro per Venezia guardano in due direzioni diverse, con anche un lieve sguardo malinconico. Che è anche un bel modo per mostrare al termine di film, che quello che ci unisce e ci separa, a volte è fatto di quella medesima sostanza comune a cui Toni ha dedicato tutta la vita. In copertina un fotogramma del film SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Di che cosa Toni è il nome proviene da DINAMOpress.
November 12, 2025
DINAMOpress
Masaniello, Spinoza e Negri: il divenire rivoluzionario del desiderio
di FRANCESCO FESTA. Philos Mettere insieme Masaniello, Spinoza e Negri significa dar vita a una genealogia politica coerentemente inscritta nella storia del materialismo moderno e contemporaneo. Tre figure lontane nel tempo e nello spazio, ma accomunate da una medesima tensione. Il pescatore che nel luglio 1647 guidò la rivolta popolare – forse fra le più significative dell’età moderna; il filosofo ebreo olandese del Seicento che fece del desiderio e dell’immanenza il cuore della sua filosofia; e il filosofo marxista del Novecento che, attraversando il ’68, il ’77 e i movimenti globali, vide in Spinoza – insieme a Machiavelli e Marx – un perno per ripensare il materialismo dei suoi giorni e il comunismo a venire. Eppure, se si segue il filo che li lega, ci si accorge che Masaniello, Spinoza e Negri sono momenti di un’unica costellazione rivoluzionaria. Masaniello incarna il corpo plebeo della moltitudine che insorge; Spinoza ne restituisce la forza in termini filosofici, fondando una teoria del desiderio come potenza costituente; Negri ne raccoglie l’eredità per leggere i movimenti di classe del Novecento e del nuovo millennio. Il punto di contatto decisivo è un aneddoto che, lungi dall’essere marginale, diventa cifra filosofica: Spinoza che si autoritrae nei panni di Masaniello. Johannes Colerus, il suo biografo, racconta di aver visto un disegno raffigurante un pescatore con la rete sulla spalla, simile al rivoluzionario napoletano. Van der Spijk, presso cui Spinoza alloggiava, confermò che si trattava di un autoritratto. Il filosofo perseguitato trovava così una maschera adeguata: il corpo plebeo e ribelle di Masaniello, il vinto che continua a vivere come simbolo. In quel travestimento si rivela il legame profondo fra pensiero e azione: la filosofia non si limita a descrivere la libertà, ma la incarna nel volto di chi ha osato guidare i lazzari contro un impero. Perché Masaniello? Masaniello è stato ripreso anche da Gilles Deleuze e Félix Guattari nell’Anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia (1972) quando parlano della “macchina desiderante”, ossia, quando il desiderio si sottrae ai dispositivi di controllo capitalistici – Stato, famiglia e capitale – e diviene produzione sociale di alterità, ossia, “potere costituente” – come ha scritto vent’anni dopo Negri in un saggio essenziale che porta lo stesso titolo, Il potere costituente. Saggio sulle alternative del moderno. “Il vivente veggente – scrivono Deleuze e Guattari – è Spinoza vestito da rivoluzionario”. Bene: perché Masaniello? La biografia di Masaniello ci restituisce, innanzitutto, una figura profondamente radicata nello spazio europeo, assai distante dalla ricostruzione di una rivolta antispagnola dai caratteri locali. La ribellione del 17 luglio 1647, guidata dal pescivendolo alla testa di un esercito di 150 mila lazzari, fu la prima insurrezione dell’età moderna con un’eco europea. Carrettieri, facchini, marinai, pescatori, tessitori, poveri e lazzaroni della seconda o terza città europea misero in scacco il Viceregno di Spagna, in protesta contro una gabella sul pane. Per comprendere l’entità di questa rivolta, durata nove giorni e poi repressa nel sangue, basti leggere un passo de I ribelli dell’Atlantico. La storia perduta di un’utopia libertaria (2004) di Peter Linebaugh e Marcus Rediker: “I rivoltosi misero il mondo a soqquadro: i rematori di galee divennero capitani, gli studenti ricevettero i libri, le prigioni si aprirono, i registri delle imposte vennero bruciati. Fu proibito ai nobili di portare abiti sfarzosi, mentre i loro palazzi furono devastati e gli arredi dati alle fiamme nelle strade. Uno degli insorti gridava: ‘questi beni sono usciti dal sangue del nostro cuore; e mentre bruciano, nel fuoco dell’inferno dovrebbero bruciare anche le anime e i corpi di quelle sanguisughe che li possiedono’. I ribelli decretarono che chi fosse stato sorpreso a saccheggiare poteva essere giustiziato perché ‘tutto il mondo sappia che non abbiamo intrapreso questa faccenda per arricchirci ma per rivendicare libertà comune’. Il prezzo del pane scese a livelli consoni a un’economia morale. Questa era l’essenza della rivolta.” Questa vicenda ebbe una risonanza enorme nei centri della marineria europea, come l’Inghilterra e l’Olanda. I mercanti inglesi, che avevano da poco eclissato i concorrenti italiani nei commerci con l’oriente, inviavano fino a 120 navi e 3 mila marinai a Napoli ogni anno. Furono proprio i marinai una delle principali fonti di informazioni sulla rivolta. Da qui la coniazione di medaglie ad Amsterdam, i drammi messi in scena clandestinamente a Londra e le prime narrazioni tradotte e diffuse: lo scopo era immedesimarsi e riconoscersi nella rivolta napoletana. Un esempio emblematico è la pièce The Rebellion of Naples del 1649: essa combinava eventi di Napoli e di Londra, mostrando la circolazione dell’esperienza insurrezionale e suggerendo l’unità del conflitto di classe nella diversità dei contesti. Il popolo aveva scoperto la propria forza: era un’insurrezione autonoma, fonte di timore per l’emergente Stato borghese e, al tempo stesso, esempio di speranza per i proletari in cerca di giustizia. In questo contesto, in uno dei suoi quaderni del 1649, Spinoza si rappresenta nelle vesti del pescivendolo Masaniello. Lo stesso Deleuze, nella “Prefazione” a L’anomalia selvaggia. Saggio su potere e potenza in Baruch Spinoza (1982) di Negri, sottolinea che “ciò che Negri aveva fatto incisivamente per Marx a proposito dei Grundrisse [si riferisce Marx oltre Marx. Quaderno di lavoro sui Grundrisse del 1979] lo fa ora per Spinoza: la totale rivalutazione del posto che il Breve Trattato e il Trattato teologico-politico occupano nell’opera di Spinoza. In questo senso Negri propone un’evoluzione di Spinoza: da un’utopia progressista a un materialismo rivoluzionario. Egli è probabilmente il primo a conferire pieno senso filosofico all’aneddoto secondo il quale Spinoza si era disegnato nel rivoluzionario napoletano Masaniello”. Spinoza e l’istituzione rivoluzionaria È proprio a partire dal gesto spinoziano di immedesimarsi nelle vesti di Masianello che Negri ha offerto alcune delle sue interpretazioni più radicali. Egli ne parla in due saggi fondamentali, entrambi reperibili in rete. Il primo è Starting from Masaniello… Deleuze and Spinoza, a political becoming (in A. Negri, Spinoza: then and now, a cura di Ed Emery, per i tipi di Polity press nel 2017), in cui Negri scrive che rientra nel “periodo intorno al 1968 (e fino ad oggi), quando la riscoperta del pensiero di Spinoza ha permesso di ristabilire l’idea di democrazia e di bene comune”. E il secondo Deleuze/Spinoza. Un devenir-politique, (pubblicato sulla rivista “Archives de philosophie”, 84/3, 2021, 51-63). Scrive Negri: “questo articolo si interroga sul significato del parallelo tra Spinoza e Masaniello tracciato da Gilles Deleuze e Félix Guattari in L’anti-Edipo. La sfida è quella di concepire una potenza rivoluzionaria irriducibile al modo in cui la rivoluzione era concepita dai partiti o dai gruppuscoli di estrema sinistra al tempo del Maggio ’68”. Dunque, Masaniello e il ’68. Ma, in realtà, Masaniello funge da architrave per il nesso tra rivoluzione e istituzione, desiderio e politica. L’aneddoto è la cifra del divenire rivoluzionario del pensiero: una metafora del modo in cui filosofia e vita si intrecciano. Non a caso, scrive Negri che “il vero problema della rivoluzione, una rivoluzione senza burocrazia, è quello di inventare nuovi rapporti sociali in cui entrano in gioco singolarità e minoranze attive, in uno spazio nomade senza proprietà né recinto”. Qui si apre la possibilità di pensare la rivoluzione non solo come insurrezione, ma come costruzione di istituzioni rivoluzionarie. Spinoza – secondo Negri – offre proprio questo concetto: l’idea di una “istituzione rivoluzionaria” che permetta di organizzare insieme insurrezione e trasformazione, connettendo il desiderio alla vita comune. È questa la “macchina astratta” che Deleuze e Guattari avevano colto e che, con Spinoza, diventa strumento teorico e politico dei movimenti del ’68. L’anti-Edipo si colloca così dentro il grande “rizoma” costruito a partire dal ‘68: un dispositivo che organizza il desiderio e ne fa una forza produttiva, non più subordinata alla logica della mancanza. Spinoza diventa l’autore di una vera “officina del desiderio” che trasforma la teoria delle passioni in linea d’azione. Dal che la formula “Spinoza in veste di rivoluzionario napoletano” non è caricatura, ma segno della sua capacità di incarnare il desiderio come potenza costituente, come istituzione di nuove forme di vita. È una filosofia che si oppone alla riduzione del desiderio a bisogno e alla sua appropriazione capitalistica, restituendolo invece come produzione reale, capace di resistere e trasformare. Spinoza occupa una posizione di comando nello sviluppo dell’anti-Edipo. Prima di tutto, nella lotta contro la mistificazione che Edipo impone – la situazione in cui la produttività del desiderio viene chiusa all’interno di un dispositivo che lo declassa a “bisogno dovuto alla mancanza” e lo considera dominato da una forza miracolosa, che ne espropria la creatività. Come direbbe Spinoza, è il “rifugio dell’ignoranza”: il capitale, infatti, è il corpo senza organi del capitalista, o meglio dell’essere capitalista. Questo corpo senza organi ricade sulla produzione-desiderio, la attrae e se ne appropria, riducendola a una fabbrica di fantasmi. È il trionfo del principio idealista che definisce il desiderio come mancanza, e non come produzione. Ma il desiderio resiste, e continua a produrre realtà. Le pagine dell’anti-Edipo che circondano la frase su “Spinoza in veste di rivoluzionario napoletano” rappresentano una sintesi dei libri III e IV dell’Etica, dove l’apparizione di un atto di repressione sociale non interrompe l’espressione del desiderio, ma ne stimola al contrario la produttività. Ciò che viene proposto è un vero processo di costituzione ontologica: le macchine desideranti si organizzano come macchine sociali e tecniche; la produzione desiderante si trasforma in produzione sociale; in breve, le macchine desideranti sono sia tecniche che sociali. È qui che si trova il loro principio e l’inizio della loro “istituzione del divenire”, perché esse non sono solo scintille isolate del divenire, ma anche tendenze, continuità del loro stesso farsi. Tornando a Masaniello Al decennio della rivolta seguì l’inverno della restaurazione. Masaniello venne sepolto – ucciso. Eppure la macchina astratta resta. E la virtualità del desiderio di rivoluzione è sempre lì. Del “virtuale” non si dirà che è “possibile”, ma che “è”. “Una vita è immanenza assoluta: potenza completa, beatitudine completa” osserva Deleuze nel suo ultimo scritto del 1995. Spinoza e Deleuze elevano questa virtualità come una sfida: Masaniello non scompare mai. Forse ritorna meno grossolano e meno violento. Ma è ancora lì. Come macchina inconscia e insurrezionale del desiderio che si erge sempre contro il padre, il bene e il potere. In questa genealogia, Masaniello, Spinoza e Negri si intrecciano come figure scandalose ed eccedenti. Masaniello, assassinato e vilipeso; Spinoza, scomunicato e perseguitato; Negri, imprigionato e osteggiato. Tutti e tre, in modi diversi, furono percepiti come pericolosi. Ma nessuno di loro è mai stato davvero sconfitto. Il fil rouge attraversa secoli. Dal Mercato di Napoli del 1647 all’Amsterdam spinoziana, fino alle piazze del ‘77 e ai movimenti globali. Sempre ritorna la stessa dinamica: la moltitudine che scopre la propria forza, resiste al dominio, istituisce nuove forme di vita. Le futur antérieur Masaniello–Spinoza–Negri prende forma dentro i conflitti sociali, riflettendo le tensioni di classe che li attraversano. Questo filo suggerisce che la sconfitta non è mai cancellazione: la repressione può soffocare una rivolta, imprigionare i militanti, perseguitare i filosofi, ma ciò che resta è la sedimentazione storica delle esperienze di resistenza, dei concetti prodotti dal conflitto, delle istituzioni nate nella lotta, che riemergono altrove, in altri tempi e in altre forme. Non si tratta di mitizzare né di attribuire ruoli, ma di riconoscere nelle vicende storiche e nelle biografie l’irruzione della materialità delle forze produttive e delle condizioni di vita, e al contempo la brutalità del dominio e del potere che cerca di inseguire e recuperare il passo dello sviluppo dell’intelligenza collettiva tramite la violenza di Stato nel tentativo di ripristinare l’ordine costituito. Ciò che resta, tuttavia, è un’eredità politica composta modi di vita, comunità, giustizia ed emancipazione, che attraversano epoche e territori, depositandosi come memoria di classe. Allo stesso modo, Spinoza e Negri sono attrezzi teorici capaci di svelare la continuità dei rapporti di potere: un intreccio microfisico di comando e resistenza, in cui ogni dispositivo di dominio ha anche e soprattutto le sue linee di fuga. Il potere è un rapporto: chi lo detiene incontra sempre la resistenza di chi lo subisce. E viceversa. È dentro questa tensione materiale che si giocano le possibilità di trasformazione. La rivoluzione, così, è pratica storica concreta, radicata nelle condizioni reali di oppressione e nell’organizzazione delle donne e degli uomini, dei corpi e dei desideri, nella sottrazione che crea nuove istituzioni. È la lotta di classe ed è l’irrompere di nuove forme di vita che spezzano l’ordine costituito. Questo è il materialismo storico all’altezza dei nostri tempi. Il futuro anteriore di una genealogia che interpella il presente. L'articolo Masaniello, Spinoza e Negri: il divenire rivoluzionario del desiderio proviene da EuroNomade.
August 23, 2025
EuroNomade
NEGRI OLTRE NEGRI: A PARIGI UN CONVEGNO INTERNAZIONALE CON INTERVENTI DA TUTTO IL MONDO
Si svolge a Parigi da giovedì 15 a venerdì 16 maggio il convegno internazionale “Negri au-delà de Negri. Subjectivités, travail et critique du capital” (“Negri oltre Negri. Soggettività, lavoro e critica del capitale”) organizzato dal Séminaire Capitalisme Cognitif. Ricercatori, militanti e attivisti da tutto il mondo si ritrovano per ricordare Toni Negri e discutere tra teoria, storia e politica del suo pensiero e della sua eredità. Il convegno “non è un tributo statico”, hanno specificato gli organizzatori nella loro introduzione ai lavori, “ma un rilancio collettivo per continuare a pensare, e a lottare, con Toni Negri”. Il programma, molto ricco, prevede diversi interventi divisi in sessioni tematiche e quattro plenarie, le cui presentazioni sono affidate a Carlo Vercellone, Michael Hardt, Sandro Mezzadra, Veronica Gago, Étienne Balibar e Judith Revel. In totale sono oltre cinquanta gli interventi previsti. Da Parigi il collegamento con Elia della nostra redazione, che sta seguendo i lavori Ascolta o scarica Matteo Polleri, del Séminaire Capitalisme Cognitif, spiega la nascita e gli scopi del convegno e traccia una prima valutazione al termine della prima sessione di lavori Ascolta o scarica Clicca qui per leggere il programma completo del convegno. 
May 15, 2025
Radio Onda d`Urto
Negri oltre Negri. Lavoro, soggettività e critica del capitale
Militante, intellettuale e interprete innovativo di Marx e del marxismo, Antonio Negri è stato una delle figure più influenti, ma controverse, del pensiero critico contemporaneo. La sua traiettoria ricca e transdisciplinare testimonia la straordinaria vitalità di una riflessione teorica e politica che, da oltre sessant’anni, è mossa da un unico obiettivo: “la ricostruzione di una forza di classe che, quanto prima, rivoluzioni questo folle mondo di sfruttamento e ingiustizia in cui viviamo”. Dalle inchieste operaie condotte negli anni Sessanta all’interno delle riviste operaiste Quaderni Rossi e Classe Operaia alla quadrilogia inaugurata da Impero (2000), passando per i lavori dedicati al formalismo giuridico, a Hegel, Keynes, Cartesio, Lenin, Marx, Spinoza e Foucault, fino ai più recenti sviluppi della sua teoria del “potere costituente” e del “comune”, Negri non ha mai separato l’esigenza di un’analisi materialista della congiuntura storica dalla passione rivoluzionaria. L’eredità teorica e politica del suo lavoro è enorme, molto complessa e in continua evoluzione, proprio come la realtà dei rapporti di sfruttamento e di dominio che ha continuamente cercato di cogliere e sovvertire. Data la sua immensa produzione intellettuale e considerando che qualsiasi selezione di testi sarebbe stata necessariamente arbitraria e incompleta, non forniremo una bibliografia di riferimento per la convegno. Ci proponiamo invece di delineare i principali sviluppi della sua carriera, per facilitare l’individuazione dei temi di discussione. Se ci limitiamo alle dimensioni della sua ricerca appena menzionate – ovvero l’analisi del capitalismo, le trasformazioni del lavoro e delle soggettività politiche – queste ci portano dall’epoca del regime fordista-keynesiano di accumulazione del capitale e della sua crisi alle cosiddette mutazioni “post-fordiste” legate al neoliberismo, all’ascesa del capitalismo cognitivo e al processo di globalizzazione del capitale. 1. La centralità dell’operaio di massa e lo sviluppo del primo operaismo La prima fase corrisponde alla formazione dell’Operaismo italiano, una delle correnti neomarxiste più innovative della seconda metà del XX secolo, con Negri, Raniero Panzieri, Mario Tronti e Romano Alquati tra i suoi principali fondatori. Questo primo Operaismo si struttura come una teoria della lotta di classe articolata su una serie di principi metodologici che, nella prospettiva di Negri, mantengono sempre una persistente validità, portandolo a opporsi con forza all’idea di una rottura tra il primo Operaismo e il cosiddetto “Post-Operaismo” che si sarebbe sviluppato a partire dagli anni Ottanta-Novanta. Quattro proposizioni riassumono il nucleo teorico, o l’invariante strutturale, dell’Operaismo di Negri: Una visione della dinamica del capitalismo che sottolinea la precedenza logica e storica dell’antagonismo del lavoro vivo rispetto alle trasformazioni del capitale. L’adozione di un approccio che adotta deliberatamente il punto di vista del lavoro, facendo del metodo della co-ricerca (cioè dell’indagine condotta con i lavoratori) lo strumento privilegiato per produrre conoscenza critica e organizzare la classe operaia. L’introduzione della nozione di “composizione di classe”, più precisamente di composizione tecnica e politica di classe, che, secondo Negri, costituisce “l’unica base materiale a partire dalla quale si può parlare di soggetto”. Una concezione del lavoro vivo come non-capitale, che Negri sviluppa in una teoria della potenziale “autonomia” del proletariato. Secondo questo approccio, mentre il capitale non può valorizzarsi senza lo sfruttamento del lavoro, il “lavoro vivo”, al contrario, potrebbe organizzare la produzione e la società al di fuori del capitale come relazione sociale. Nel corso degli anni Sessanta e della prima metà degli anni Settanta, questo approccio è stato applicato alla figura del lavoro chiamata dagli operaisti “operaio massa”, e combinato con la rilettura del Libro I de Il Capitale di Marx, e in particolare del capitolo su “Macchinismo e grande industria”, per definire i quadri analitici e i presupposti organizzativi e strategici della lotta di classe nel capitalismo industriale. A partire dai primi anni Settanta, le prospettive aperte dal femminismo marxista italiano, e in particolare dalle pensatrici militanti che collaborarono con la cattedra di Negri all’Università di Padova (come Mariarosa Dalla Costa, Leopoldina Fortunati e Alisa Del Re), giocarono a loro volta un ruolo fondamentale nella rilettura di Marx e nella comprensione delle trasformazioni del lavoro. In questo contesto, uno dei contributi di Negri, nella sua duplice veste di ricercatore accademico e militante rivoluzionario, è stato quello di evidenziare lo spostamento della “composizione di classe” dalla fabbrica alla metropoli. In questo periodo ha anche sviluppato una teoria del contropotere e del doppio potere, proponendo un rinnovamento originale della teoria di Lenin, nonché della teoria marxista del diritto costituzionale e dello Stato. Il lavoro teorico e l’organizzazione politica condotta da Negri e dai gruppi ispirati all’operaismo hanno indubbiamente alimentato l’intensità del conflitto sociale in Italia in quel periodo, quando le lotte portarono alla crisi del “compromesso fordista”. 2. La sconfitta dell’“operaio massa”, l’esperienza della repressione e dell’esilio: Verso l’elaborazione di un nuovo operaismo La prima fase dell’opera di Negri si conclude verso la fine degli anni Settanta ed è seguita dall’esperienza del carcere e dell’esilio in Francia. In quel momento, Negri diagnostica lucidamente l’esaurimento del ciclo di lotte dell’“operaio massa” – dovuto ai processi di robotizzazione e di esternalizzazione della produzione – che metteva irreversibilmente in discussione la centralità della fabbrica fordista. Allo stesso tempo, individua in modo perspicace come lo sviluppo della “fabbrica diffusa”, della terziarizzazione e del precariato vadano di pari passo con una crescente “intellettualizzazione” e “femminilizzazione” dei processi lavorativi. Secondo Negri, queste trasformazioni portano all’emergere di nuove soggettività politiche, che hanno trovato la loro prima e potente espressione nel movimento del ’77 in Italia – un laboratorio di idee e di lotte che è ancora considerato un importante riferimento per pensare il rinnovamento del pensiero e della prassi rivoluzionaria nella seconda metà del XX secolo. In questo contesto, Negri inizia l’analisi del passaggio dalla “composizione di classe” dell’“operaio massa” a quella dell’“operaio sociale”. Negri non ha mai abbandonato questa categoria, ma ha cercato di arricchirla progressivamente con nuove determinazioni, come il lavoro “immateriale”, “cognitivo”, “biopolitico”. Inoltre, da questa analisi della “composizione di classe postmoderna” Negri ha sviluppato il concetto di “moltitudine”, che rappresenta un tentativo di cogliere la soggettività politica della lotta di classe nel capitalismo globalizzato contemporaneo. In questo sforzo teorico, hanno giocato un ruolo essenziale la co-direzione della rivista Futur Antérieur con Jean-Marie Vincent, durante il suo esilio in Francia, e l’intenso dialogo con altre figure intellettuali di spicco dell’epoca, come Étienne Balibar, Giovanni Arrighi, Immanuel Wallerstein, Denis Berger, Félix Guattari, Gilles Deleuze, André Gorz e altri. In questa seconda fase del suo lavoro di ricerca, Negri è gradualmente portato ad avviare un profondo rinnovamento del primo Operaismo, secondo una logica che si sviluppa attorno a cinque assi principali: Il primo si basa sull’inchiesta operaia condotta nell’area metropolitana di Parigi. Analizzando i suoi bacini di “lavoro immateriale”, Negri e i suoi collaboratori si concentrano sulla nuova “composizione” del lavoro al centro dei processi economici che inizialmente hanno chiamato “post-fordismo” e successivamente definito “capitalismo cognitivo”. In questo quadro, l’accento è posto sulla potenziale autonomia e capacità di auto-organizzazione delle nuove figure lavorative, nonché sulla loro natura “biopolitica” e “riproduttiva”. Il secondo asse riguarda lo spostamento dell’asse di lettura dei testi di Marx. La posizione privilegiata occupata dal Capitale nel primo Operaismo viene sostituita dai cosiddetti Grundrisse, in particolare dal famoso “Frammento sulle macchine”, dove Marx sviluppa il concetto di “General Intellect” e l’ipotesi della “crisi della legge del valore”. A questo proposito, uno dei maggiori contributi di Negri rimane innegabilmente il libro Marx oltre Marx (1979). Il terzo asse riguarda l’integrazione della filosofia francese contemporanea nell’approccio dell’operaismo, in particolare le intuizioni di autori come Maurice Merleau-Ponty, Gilles Deleuze, Félix Guattari e Michel Foucault. Il dialogo con questi pensatori ha portato Negri a estendere il percorso aperto in Marx oltre Marx, sviluppando una concezione della storia, delle istituzioni e della soggettività che rompe con il paradigma dialettico hegeliano e con le visioni teleologiche dello sviluppo storico. Dalla lettura dell’opera di Foucault, Negri offre anche un’interpretazione originale della dimensione “biopolitica” insita nella resistenza del lavoro vivo alle tecnologie e ai dispositivi del “biopotere” capitalista. Il quarto asse riguarda il superamento di un approccio al rapporto capitale/lavoro che, nel primo Operaismo, si concentrava sul cosiddetto “centro” dell’economia globale. Nel libro Impero (2000), Hardt e Negri rinnovano l’operaismo attraverso un’analisi dei processi di globalizzazione capitalistica e dei nuovi orizzonti rivoluzionari che essi potrebbero aprire. Il concetto di “moltitudine” serve anche a comprendere meglio la proliferazione e la convergenza delle lotte all’interno dei movimenti di alter-globalizzazione in un orizzonte intersezionale che combina le dimensioni di classe, genere e razza su scala globale. Il quinto asse riguarda il tema del “Comune”, che Negri ha definito sia come espressione ontologica della cooperazione operaia, sia come la forma stessa attraverso cui una soggettività rivoluzionaria si organizza e crea alternative politiche. Questo asse di riflessione ha ispirato una serie di ricerche che hanno portato allo sviluppo della tesi del “Comune” come nuovo “modo di produzione”. Il convegno si propone di riunire studenti, ricercatori e attivisti, di diverse provenienze e generazioni, intorno ai vari temi sopra menzionati. L’obiettivo è proporre contributi che illuminino i concetti, le ipotesi e gli sviluppi del pensiero di Antonio Negri, evidenziandone la rilevanza e la capacità di anticipazione, ma anche le contraddizioni e i limiti che ha incontrato e/o le controversie che ha suscitato. Il programma del convegno, i partecipanti, i vari panel e gli orari della conferenza sono presentati qui sotto: Immagine di copertina tratta dalla locandina dell’evento SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress abbiamo attivato una nuova raccolta fondi diretta. Vi chiediamo di donare tramite paypal direttamente sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Negri oltre Negri. Lavoro, soggettività e critica del capitale proviene da DINAMOpress.
May 14, 2025
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