MEDIO ORIENTE: TRA PALESTINA, SIRIA E LIBANO, 1000 CHILOMETRI QUADRATI GIA’ INGLOBATI PER LA “SICUREZZA” DI ISRAELESi riapre, pericolosamente, un altro fronte di guerra ai confini orientali del
Mediterraneo. Nel sud della Siria, a Daraa, scontri aperti tra milizie locali e
quelle governative di Al Jolani, l’ex jihadista scelto da Usa, Turchia e Ue per
gestire quel che resta del Paese. In mezzo al caos ci sguazza Tel Aviv, che ha
lanciato colpi di artiglieria dalle alture del Golan occupate da mezzo secolo e
da Quneitra, occupata invece nelle ore convulse seguite alla caduta di Assad.
L’obiettivo di Tel Aviv è approfittare del caos per rubare un altro pezzo di
territorio siriano, arrivando alle porte di Damasco, spingendo sul fuoco della
settarizzazione della Siria, in particolare strumentalizzando parte della
comunità drusa. “L’aggressione sionista contro la Siria è un’estensione di
quella in Palestina e Libano, un tentativo di realizzare il mito del ‘Grande
Israele'”. Così Abu Ubaida, portavoce militare delle Brigate Qassam, il braccio
armato di Hamas. “Dobbiamo stroncare sul nascere questo mito e contrastarlo
prima sia troppo tardi” aggiunge il movimento islamico palestinese.
Tra Palestina (Gaza), Siria e Libano, Israele ha rubato circa 100 chilometri
quadrati di territorio ai Paesi vicini, con la scusa sempiterna della
“sicurezza”.
Intanto continua il genocidio israeliano nella Striscia di Gaza. 4 palestinesi
uccisi in un attacco israeliano a Deir al-Balah: tra loro un bambino di soli
otto anni. 8 i feriti. Dall’entrata in vigore del farlocco cessate il fuoco
dell’11 ottobre dello scorso anno uccisi 1.048 palestinesi, 3400 i feriti, 786 i
corpi recuperati sotto le macerie. Allargando lo sguardo all’inizio del
genocidio conclamato, ottobre 2023, le vittime palestinesi accertate sono
73.058; più dell’intera popolazione residente in una media città italiana, come
Potenza o Asti, spazzata via per sempre.
Da Gaza alla Cisgiordania, dove un ragazzino di soli 15 anni è stato ucciso da
spari alla testa dei soldati occupanti, asserragliati dentro un fortino – check
point vicino Al Bireh. Altri militari hanno poi fatto irruzione nell’Università
di Birzeit, a nord di Ramallah. Colpita la Facoltà di Scienze Motorie; distrutti
arredi e attrezzature. Una pratica, quella di aggressioni e distruzioni di beni
studenteschi, oltre alla confisca di materiali e attrezzature, sempre più
frequente, non solo contro le università, ma pure contro le scuole superiori.
Solo oggi arrestati 4 studenti che si stavano recando a sostenere il primo
giorno del Tawjihi, l’esame di maturità, fondamentale per determinare poi
l’accesso agli atenei. Salgono così a 65 gli studenti arrestati in tempo
d’esami, come denuncia la Società palestinesi per i diritti dei prigionieri.
Vi proponiamo un passaggio del comunicato odierno della Società palestinese.
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Le scosse telluriche del caos generato prima da Israele e poi dagli Usa oggi si
riverberano anche in Iraq. Baghdad ha lanciato un ultimatum alle potenti milizie
armate sciite; disarmare entro il 30 settembre. L’annuncio giunge alla vigilia
della visita negli Stati Uniti del nuovo primo ministro, Ali Al-Zaidi. Proprio
Washington sta esercitando pressioni sul governo iracheno affinché consegnino le
armi. Alcuni di questi gruppi avevano ripetutamente preso di mira le strutture
statunitensi in Iraq nel corso del conflitto scaturito dall’offensiva
israelo-americana contro Teheran.
Andiamo proprio a Teheran. In vigore una nuova sospensione degli attacchi tra
Usa e Iran dopo un week end di alta tensione: raid iraniani su basi Usa in
Bahrein e Kuwait, a seguito degli attacchi aerei disposti da Trump in alcune
aree militari iraniane, a loro volta replica ai colpi contro una nave
commerciale battente bandiera di Singapore che non stava rispettando la rotta
voluta dall’Iran. Una situazione molto complicata, a cui – per ora – viene messa
un’altra pezza. E’ giallo però sul nuovo incontro, che fonti Usa in mattinata
hanno dato per certo già domani a Doha. Teheran smentiva, affermando che ‘non
sono previsti incontri tecnici dei gruppi di lavoro per questa settimana’,
mentre Trump confermava: “L’Iran ha richiesto un incontro. Si svolgerà domani a
Doha’, ha scritto il tycoon, salvo poi correggersi; “Witkoff e Kushner saranno a
Doha…ma solo in settimana”.
Il tutto mentre i Pasdaran hanno attaccato il Kurdistan iraniano. Le Unità di
difesa del Kurdistan orientale (YRK) si sono scontrate con Teheran nella zona di
confine di Mahabad. L’organizzazione guerrigliera legata all’esperienza del
confederalismo democratico ha dichiarato che qualsiasi ulteriore attacco non
resterà impunito,: “Non accettiamo attacchi. Se ciò dovesse ripetersi, daremo la
risposta necessaria. Proteggere vita e beni del popolo è una delle nostre
responsabilità fondamentali”.
Infine il Libano. Qui Tel Aviv ha colpito almeno 3 volte nella notte via cielo e
terra a sud, tra Nabatieh e Mayfadoun, mentre oggi pomeriggio intensi raid
d’artiglieria su alcuni edifici di Deir Syrian, lungo il fiume Litani. Tutto
questo nonostante l’accordo voluto dagli Usa e firmato da Netanyahu con Beirut,
ma senza il sostegno di buona parte della rappresentanza politica libanese e in
particolare dei partiti sciiti. Contrario pure il presidente del Parlamento
Nabih Berri, terza carica dello Stato, la più alta sciita, alleato di Hezbollah
con il suo partito Amal. “Questo accordo non sarà adottato né attuato nella sua
forma attuale, è un diktat contro i diritti del Libano”.
L’intervista su Radio Onda d’Urto a Mauro Pompili, giornalista freelance da
Beirut. Ascolta o scarica