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Lo stretto di Hormuz tra commercio globale, infrastrutture e conflitti: un quadro tra geografia e storia dello sviluppo
Insieme a Fabio Cremaschini, geografo e ricercatore dell’Università degli Studi di Genova, abbiamo ricostruito la complessa mappa di attori e interessi che ruotano attorno allo stretto di Hormuz, snodo logistico cruciale per il commercio energetico globale. Come noto, lo stretto di Hormuz è oggi al centro della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. In questo approfondimento allarghiamo lo sguardo all’intera regione: un’area trasformata negli ultimi cinquant’anni da un’imponente infrastrutturazione portuale, che ne ha ridefinito profondamente il volto, accompagnando l’ascesa dei paesi del Golfo sulla scena internazionale e il crescente coinvolgimento americano. Oggi, oltre al rischio di blocco dello stretto, sono porti e terminal petroliferi a finire nel mirino del conflitto. Ascolta la diretta
March 30, 2026
Radio Blackout - Info
Lo stretto di Hormuz tra commercio globale, infrastrutture e conflitti: un quadro tra geografia e storia dello sviluppo
Insieme a Fabio Cremaschini, geografo e ricercatore dell’Università degli Studi di Genova, abbiamo ricostruito la complessa mappa di attori e interessi che ruotano attorno allo stretto di Hormuz, snodo logistico cruciale per il commercio energetico globale. Come noto, lo stretto di Hormuz è oggi al centro della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. In questo approfondimento allarghiamo lo sguardo all’intera regione: un’area trasformata negli ultimi cinquant’anni da un’imponente infrastrutturazione portuale, che ne ha ridefinito profondamente il volto, accompagnando l’ascesa dei paesi del Golfo sulla scena internazionale e il crescente coinvolgimento americano. Oggi, oltre al rischio di blocco dello stretto, sono porti e terminal petroliferi a finire nel mirino del conflitto. Ascolta la diretta
March 30, 2026
Radio Blackout
Sardegna: non siamo in guerra, “siamo” la guerra
Noi in retrovia: il caso Sardegna Un veloce dossier su recenti e attuali traffici e movimenti guerreschi dal Porto di Cagliari a Capo Frasca, a Decimomannu e a Quirra   Denuncia Il porto di Cagliari pare venga usato per attività illecite La normativa italiana, a partire dalla legge 185/90, vieta esplicitamente l’esportazione di armamenti verso Paesi in guerra o responsabili
Da Cagliari un nuovo no alla guerra
Convocata dal Comitato di solidarietà per la Palestina, si è svolta venerdì 20 marzo a Cagliari una manifestazione per dire NO alla partecipazione dell’Italia alla guerra scatenata da Israele e USA in medio oriente, in aperta violazione del diritto internazionale e a spregio dei diritti umani. Una guerra che sta già seminando, oltre ai morti e al disastro ecologico, anche altre gravi conseguenze: il rincaro dei carburanti incide negativamente sulla distribuzione delle merci e chi ne paga le conseguenze è il consumatore, che vede i prezzi salire. Per i manifestanti c’è un altro NO importante da sottolineare: quello alla politica di riarmo europea. L’economia armata non può che portare ad un impoverimento economico, alimentare, ma anche ad una regressione culturale, con l’avanzata del militarismo nelle scuole e nelle università e con le proposte di ripristino del servizio di leva obbligatorio (su questo punto si può seguire la campagna del Movimento Nonviolento. https://www.movimentononviolento.it/campagne/obiezione-alla-guerra). Un NO alla repressione del dissenso, che un po’ in tutta Italia si sta scatenando. In Sardegna in particolare, dove semplici “deviazioni dal percorso” di cortei legalmente autorizzati, come quelli in sostegno alla Palestina dello scorso inizio autunno, vengono considerati grave reato per l’ordine pubblico. Alcune centinaia di manifestanti hanno percorso le vie del centro, scandendo slogan in solidarietà con le popolazioni colpite, contro l’imperialismo statunitense e la politica guerrafondaia e genocida di Israele. Oltre a numerose bandiere palestinesi, sventolavano anche alcune bandiere iraniane, in solidarietà non con il governo di quel paese, che pure è stato proditoriamente attaccato, ma col suo popolo, sottoposto ad un’ulteriore violenza. Il corteo è poi confluito in quella che, all’anagrafe municipale, è denominata piazza Yenne, ma che ormai da quasi cinque mesi è stata ribattezzata piazza dell’indignazione. Là dove ogni sera dalle sei e mezza alle otto, si ritrova il presidio giornaliero in solidarietà con la Palestina e contro il genocidio e le guerre. Dopo gli interventi finali, l’assembramento si è sciolto, dandosi appuntamento però per domenica o lunedì, per un altro NO. Carlo Bellisai
March 21, 2026
Pressenza
Guerra in Iran: “coalizione Epstein”?
La complicità delle grandi banche nei confronti di Epstein è un fatto, lo scrive Lorenzo Tecleme in un articolo dal titolo Jeffrey Epstein, la banca che lo ha sostenuto e la banalità del male apparso su Valori.it e racconta degli interessi tra banche come JP Morgan e altre nel supportare i traffici illegali e violenti di Epstein. La scoperta del contenuto dei files va messa in relazione con quanto sta accadendo con il nuovo fronte di guerra aperta scatenato da USA e Israele, in particolare rispetto alla percezione e ai posizionamenti di determinate composizioni rispetto alle scelte in politica estera di Trump. Gli USA attaccano l’Iran e l’attenzione globale si sposta: all’interno degli USA però ci sono reazioni soprattutto nell’area MAGA molto contrarie all’entrata in guerra, i detrattori di Trump parlano di “coalizione Epstein” per riferirsi a USA e Israele. Sono altre però le figure che dalla Silicon Valley hanno un ruolo di primo piano sia nel forgiare il nuovo ordine tecnologico globale sia nel sostenere Trump con capitali e narrazione mediatica, chi ha un ruolo di spicco come Musk ma anche Thiel infatti finanziano e supportano con infrastrutture tecnologiche le guerre di Trump. Ne parliamo proprio con Lorenzo Tecleme autore per Valori.
Iran: la guerra imperialista si intensifica
Continua e si intensifica la guerra all’Iran lanciata da un attacco congiunto Usa-Israele. Sul campo la capacità dell’Iran di mantenere una tenuta e una reazione non scontata su obiettivi significativi come basi americane e espandendo la risposta alle petrolmonarchie del Golfo. Questo significa che nonostante l’uccisione della guida suprema Khamenei al momento non è data la sua capitolazione, anzi. Non da ultimo l’arma della chiusura dello Stretto di Hormutz è particolarmente forte e scatenerà conseguenze su tutto il globo. Trump parlava di 4 ora di 8 settimane per chiudere il conflitto con il raggiungimento del suo probabile obiettivo, dunque un regime change per aprire la strada al progetto sionista nell’area. Questa guerra non conviene a nessuno se non a Israele e non è ancora chiaro il punto di caduta né la strategia americana. L’intervista svolta a Rassa Ghaffari, sociologa all’università di Genova di origine iraniana, Paese in cui ha vissuto e lavorato e dove continua a mantenere uno stretto contatto, ci parla di una situazione complessa e che lascia intravvedere delle rigidità significative che sostanziano quella che sta venendo definita da più parti una fase di “resistenza esistenziale” per i Paesi che rappresentano un freno all’avanzata sionista e un’opzione per chi resiste in Palestina. Il discorso del leader di Hezbollah di oggi si inserisce in questo quadro, così come ciò che viene raccontato da Rassa rispetto ai sentimenti anche contraddittori diffusi in Iran e alla consapevolezza che una guerra imperialista non sarà l’occasione per l’autodeterminazione e la liberazione dei popoli. Abbiamo affrontato insieme alcuni temi centrali come la strategia americana nel colpire luoghi legati alla repressione come caserme di polizia e prigioni e di come possa essere una tecnica per far accrescere il consenso della popolazione verso l’intervento estero, la questione della successione a Khamenei che indica aspetti interessanti in merito alla linea della Repubblica Islamica e molto altro.
Si riaccende il fronte tra Pakistan e Afghanistan
Tra il 26 febbraio e il 2 marzo sono avvenuti raid pakistani contro l’Afghanistan riaprendo il fronte tra i due Paesi, la guerra tra i due paesi è ancora in corso, e ancora non si hanno previsioni su una fine certa. Nonostante non sia slegato da ciò che sta accadendo nella regione e in Asia Occidentale, le ragioni del conflitto tra Pakistan e Afghanistan non sono sovrapponibili con la guerra in Iran, anche perchè quest’ultima è scoppiata dopo l’inizio degli attacchi pakistani a Kabul. Quasi immediatamente però, a seguito dell’attacco degli USA all’Iran, le proteste si sono accese in diversi territori dell’area. In particolare, le immagini dell’assalto da parte della popolazione pakistana al consolato americano a Karachi hanno fatto il giro del mondo. Le forze americane e quelle relative all’establishment pakistano hanno represso nel sangue la manifestazione. E’ significativo ricordare che il Pakistan ospita la seconda comunità sciita al mondo, dopo l’Iran e inoltre è in una faglia di interessi contrapposti che vedono la presenza cinese sul territorio come un elemento non indifferente per la linea Trump. Ne abbiamo parlato con Sara Tanveer, giornalista che scrive per diverse testate tra cui Altraeconomia e il Manifesto sul Pakistan.
March 5, 2026
Radio Blackout