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Nuovi insediamenti illegali in Cisgiordania ,la colonizzazione accelera
All’ombra delle guerre nell’ Asia occidentale , dall’Iran al Libano, e nel silenzio della comunità internazionale il governo di estrema destra di Israele sta promuovendo una politica sistematica di esproprio e occupazione delle terre palestinesi. L’ultimo via libera è del primo aprile scorso – ma è rimasto segreto per diversi giorni ,sono almeno 34 i nuovi insediamenti approvati dall’esecutivo,che portano il dato complessivo di quelli approvati dall’insediamento dell’attuale governo da 69 a 103.  I verbali che certificano la decisione del governo sono secretati e già si stanno attivando le procedure per costruire le infrastrutture idriche ed elettriche per servire i nuovi insediamenti. L’obiettivo dichiarato è di raggiungere il milione di coloni entro il 2050 ,rinchiudendo la popolazione palestinese residente in enclave non comunicanti ,fidando nell’assenso internazionale all’annessione . Il processo di espansione coloniale sionista è in atto anche a Gaza dove l’esercito si sta preparando a nuove offensive nell’intento di spingere i palestinesi di Gaza vrso Rafah e poi nel Sinai .Israele occupa già metà della striscia e dalla cosidetta tregua sono stati uccisi almeno 740 palestinesi . Intanto l’approvazione della legge che prevede la pena di morte per i palestinesi certifica l’egemonia del kahanismo ,che si fonda anche sullo stato etnico per soli ebrei e sull’apartheid. La flebile reazione dei paesi alleati con Israele riflette la visione suprematista con cui i governi occidentali guardano alla questione palestinese .La pena di morte viene comunque già applicata sul terreno e nelle carceri israeliane contro i prigionieri palestinesi nella totale impunità. L’aggressione in Libano costituisce un ulteriore tassello del progetto di espansione sionista teso a creare di fatto il grande Israele, la velocizzazione del progetto del controllo totale del territorio del sud del Libano si concretizza con la distruzione sistematica delle abitazioni e delle strutture di collegamento come ponti e strade .Si verifica anche l’uso di pesticidi e sostanze chimiche per rendere inabitabile la zona . Anche nel sud della Siria le forze israeliane hanno condotto una serie di raid e incursioni rapendo tre civili nel giro di poche ore, in quella che fonti locali hanno descritto come una nuova escalation dell’attività militare in territorio siriano. Stanno creando insediandiamenti per ora solo militari ,ma lo scopo è quellodi certificare una “conquista territoriale”, con Israele che agisce per erodere la sovranità siriana nel sud-ovest del Paese. Ne parliamo con Eliana Riva storica e giornalista.
April 15, 2026
Radio Blackout - Info
Nuovi insediamenti illegali in Cisgiordania ,la colonizzazione accelera
All’ombra delle guerre nell’ Asia occidentale , dall’Iran al Libano, e nel silenzio della comunità internazionale il governo di estrema destra di Israele sta promuovendo una politica sistematica di esproprio e occupazione delle terre palestinesi. L’ultimo via libera è del primo aprile scorso – ma è rimasto segreto per diversi giorni ,sono almeno 34 i nuovi insediamenti approvati dall’esecutivo,che portano il dato complessivo di quelli approvati dall’insediamento dell’attuale governo da 69 a 103.  I verbali che certificano la decisione del governo sono secretati e già si stanno attivando le procedure per costruire le infrastrutture idriche ed elettriche per servire i nuovi insediamenti. L’obiettivo dichiarato è di raggiungere il milione di coloni entro il 2050 ,rinchiudendo la popolazione palestinese residente in enclave non comunicanti ,fidando nell’assenso internazionale all’annessione . Il processo di espansione coloniale sionista è in atto anche a Gaza dove l’esercito si sta preparando a nuove offensive nell’intento di spingere i palestinesi di Gaza vrso Rafah e poi nel Sinai .Israele occupa già metà della striscia e dalla cosidetta tregua sono stati uccisi almeno 740 palestinesi . Intanto l’approvazione della legge che prevede la pena di morte per i palestinesi certifica l’egemonia del kahanismo ,che si fonda anche sullo stato etnico per soli ebrei e sull’apartheid. La flebile reazione dei paesi alleati con Israele riflette la visione suprematista con cui i governi occidentali guardano alla questione palestinese .La pena di morte viene comunque già applicata sul terreno e nelle carceri israeliane contro i prigionieri palestinesi nella totale impunità. L’aggressione in Libano costituisce un ulteriore tassello del progetto di espansione sionista teso a creare di fatto il grande Israele, la velocizzazione del progetto del controllo totale del territorio del sud del Libano si concretizza con la distruzione sistematica delle abitazioni e delle strutture di collegamento come ponti e strade .Si verifica anche l’uso di pesticidi e sostanze chimiche per rendere inabitabile la zona . Anche nel sud della Siria le forze israeliane hanno condotto una serie di raid e incursioni rapendo tre civili nel giro di poche ore, in quella che fonti locali hanno descritto come una nuova escalation dell’attività militare in territorio siriano. Stanno creando insediandiamenti per ora solo militari ,ma lo scopo è quellodi certificare una “conquista territoriale”, con Israele che agisce per erodere la sovranità siriana nel sud-ovest del Paese. Ne parliamo con Eliana Riva storica e giornalista.
April 15, 2026
Radio Blackout
In Cisgiordania ormai è pulizia etnica. 36mila palestinesi sfollati. Aggressioni di coloni e militari israeliani
La famiglia palestinese Bani Awda si stava avvicinando alla cittadina di Tammun proprio mentre una unità speciale di polizia sotto copertura stava entrando in città per effettuare un’irruzione di arresto. I militari hanno aperto il fuoco. Nel giro di pochi istanti, Bani Awda, 37 anni, sua moglie Wa’ad, 35 anni, […] L'articolo In Cisgiordania ormai è pulizia etnica. 36mila palestinesi sfollati. Aggressioni di coloni e militari israeliani su Contropiano.
March 18, 2026
Contropiano
Intervista a Serena Baldini di “Vento di Terra”, ONG attiva da anni in Palestina
Cara Serena, raccontaci della ONG Vento di Terra. Vento di Terra nasce nel 2006 in Palestina da un gruppo di giovani, con l’idea di restituire diritti e potere alle persone schiacciate dall’occupazione militare. Ora lavoriamo anche in Afghanistan, Giordania, Camerun e Albania, laddove i diritti sono negati. Quali sono state le maggiori difficoltà? Il settore della cooperazione è cambiato tantissimo: prima lavoravamo con i Comuni italiani, invitavamo i bambini palestinesi qui, ma ora quel tipo di supporto è scomparso, le risorse non ci sono più o non si vogliono spendere in questa direzione. Dal 7 ottobre 2023 la nostra agenzia per la cooperazione ha congelato tutti i fondi riguardo alla Palestina, anche per i progetti già approvati. La burocrazia che rallentava i progetti c’è sempre stata, ma ora si sono aggiunte le decisioni politiche. Rendere conto sui progetti va bene, ma (ora soprattutto per la Palestina) avere gli occhi puntati continuamente addosso toglie il fiato. In fondo l’accusa, neanche troppo velata, fatta alle ONG è stata quella “Mandate soldi ai terroristi”, anche se non c’è mai stata alcuna prova in questo senso. Come vi finanziate? In buona parte ancora attraverso progetti finanziati dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione  che però ha deciso di uscire completamente da Gaza. Per Gaza grazie ai nostri donatori privati, ma anche alle Nazioni Unite o ad alcune fondazioni private.  Ricordo nel passato le vostre famose scuole, quella di gomme e quella di sabbia. Ci sono ancora? Sì, pensa che quella di gomme creata nel 2009 secondo le autorità israeliane doveva essere demolita appena dopo la costruzione. In quel caso la visibilità sui media a livello internazionale ci ha protetto molto. Ma sono state distrutte altre scuole in area C e tante comunità hanno subito violenze ed espulsioni continue, in base al piano di ricollocamento forzato di Israele. Oggi le violenze si sono moltiplicate, non c’è paragone tra l’aggressività dei coloni attuale e quella di alcuni anni fa. I coloni sono 700.000 e sono organizzati, vanno in giro armati a terrorizzare la popolazione palestinese. Hai avuto esperienze dirette di incursioni dei coloni? Sì. Avremmo dovuto lavorare con due comunità beduine a nord di Gerico, una zona bellissima, colline dove immagineresti di poter fare un trekking; in realtà sono occupate da coloni che iniziano con un caravan e un uomo armato che si piazza in cima a una collina e poco dopo iniziano le costruzioni. Sono coloni estremisti, si chiamano “Hill boys”, vanno in giro a terrorizzare, picchiare, minacciare, a volte sono bande di ragazzini. Più volte i palestinesi in auto sono stati accerchiati da queste bande che tirano pietre. A dicembre mi sono proprio trovata in una situazione di questo genere: li abbiamo visti da lontano, in mezzo alla strada e in questi casi è incredibile come i palestinesi reagiscano con apparente tranquillità. “Normalità”, del tipo, andiamo avanti? Torniamo indietro? O si chiede all’altra auto come gli è andata, oppure si va avanti col sorriso sperando di limitare i danni. E’ pazzesco. Perché ho detto “avremmo dovuto lavorare con due comunità…” Perché quelle due comunità sono state costrette ad abbandonare le loro baracche e le hanno rifatte, in qualche modo, ancora più povere, altrove. Avremmo dovuto riabilitare le loro scuole, ora stiamo montando una tenda dedicata ai bambini nell’area dove si sono spostati e allestendo tre classi aggiuntive nella scuola dove alcuni di loro sono stati accolti. È ancora vero che, in situazioni come quelle che descrivevi prima, il fatto che ci sia un internazionale tuteli i palestinesi? Non è più vero come un tempo. A volte ci sono anche gruppi israeliani che difendono i palestinesi. Ora davvero, sia coloni che esercito, non guardano in faccia nessuno. Se un tempo poteva esserci l’intervento di un soldato che cercava di calmare un colono, questo non avviene assolutamente più. Come vedi la società israeliana? Quanto contano coloro che si oppongono al governo, all’occupazione? Il mio osservatorio è il dialogo che abbiamo con israeliani che però fanno parte di quella piccola minoranza che è a fianco dei palestinesi. La mia impressione è che se i contrari al governo Netanyahu sono tanti, questo non vuol dire che siano contro l’occupazione; da questo siamo ben lontani. Il 7 ottobre è una ferita ancora aperta. È difficile: i nostri amici ci raccontano come la maggior parte degli israeliani non riesca a riconoscere i palestinesi come esseri umani, come l’apartheid sia feroce e diffuso. E molti non si rendono conto di questa brutalità: chi sta a Tel Aviv non vede il muro, i check point, le colonie. Eppure, i nostri amici israeliani sono convinti che questa attuale politica faccia un male enorme al loro Stato: un sacco di israeliani stanno andando via perché non riescono a vivere in quel contesto. Ma vanno tutti tre anni nell’esercito. Sì, Israele è una società militarizzata, il lavaggio del cervello inizia fin dall’asilo, i soldati sono figure di riferimento, educative. Chi capisce che quello che viene fatto dal governo israeliano, dal suo esercito è criminale, fa comunque fatica ad uscirne, è una rottura che isola dal lavoro, dalla famiglia, dalla società intera. Lo stigma è forte. C’è chi finisce in carcere e addirittura chi si toglie la vita.  Veniamo a Gaza. Cosa facevate e cosa riuscite ancora a fare? Siamo arrivati a Gaza nel 2011, ancora con le comunità beduine. Hanno perso la loro identità nomade, non possono più pascolare le greggi, non c’è spazio. Lì abbiamo iniziato a costruire un centro per l’infanzia, formando un team di educatrici. Potevamo entrare coordinandoci con le autorità israeliane e con Hamas, ci volevano i due permessi. Ce li hanno sempre concessi. L’ultima volta sono andata nel settembre del 2023 e avrei dovuto tornare ad ottobre; avevo il volo il 7 ottobre. Quel giorno non riuscivo a capire cosa stesse succedendo, il tempo si era fermato.  Com’erano le manifestazioni della Marcia del ritorno del 2018, quando i palestinesi andavano ogni settimana al confine di Gaza a protestare? E’ stato un movimento enorme, pacifico, molto partecipato, anche con famiglie e bambini. I palestinesi si avvicinavano a questa zona “limite” e lì ricevevano gli spari dell’esercito israeliano; molti hanno perso l’uso degli arti inferiori. Guardate “Erasmus in Gaza” se potete. Quali erano i rapporti con Hamas? C’era sicuramente un controllo di sicurezza quando entravamo a Gaza, ma non abbiamo mai avuto problemi. Certo eravamo controllati, ma non era qualcosa di oppressivo. Lavorando poi in ambito educativo ci rapportavamo con il Ministero dell’Educazione, l’ala politica del movimento e si dialogava con loro in maniera molto aperta, stando su temi di educazione inclusiva. Dimostravano un sincero interesse alla possibilità che la comunità potesse avere servizi migliori. Essendo queste scuole dell’infanzia, le educatrici erano formate e pagate da noi (certo non attraverso le rette che tenevamo bassissime). Quella che avevamo costruito a Gaza era una scuola bellissima, l’edificio più bello del villaggio, che ora è stata rasa al suolo. In Cisgiordania invece le scuole primarie che abbiamo costruito sono entrate a tutti gli effetti nel sistema educativo pubblico palestinese. Avevi o no la sensazione che i bambini di Gaza soffrissero della condizione di accerchiamento e di reclusione? Difficile dirlo; a Gaza c’era una tale energia vitale, bellezza, attaccamento alla vita che secondo me spiega la loro resistenza in questo periodo. Certo sono bambini che hanno vissuto quasi ogni anno delle operazioni militari israeliane, anche prima di questo orrore. Il villaggio dove lavoravamo noi era al nord e sfollavano ogni volta che c’era un attacco. Gli psicologi di Gaza con i quali collaboravamo ci dicevano che le categorie occidentali a Gaza servono poco, come parlare di post-trauma, quando la normalità è un susseguirsi continuo di attacchi. L’essere umano poi tira fuori delle risorse incredibili e lì a Gaza hanno sviluppato una capacità di fronteggiare situazioni per noi inimmaginabili, ma i segni da qualche parte rimangono. Quindi lo stress, il senso di insicurezza, la perdita sono quotidiani nelle famiglie. E adesso? Le persone ci sono tutte e questo è fondamentale. Tutto lo staff ha perso la casa, è sfollato, ma nel tempo le nostre persone si sono ritrovate in piccoli gruppi e si sono “ricomposte” le equipe. Stanno lavorando. È incredibile, ma ce la fanno. Ora sosteniamo sei scuole d’emergenza per la fascia primaria, dai 6 ai 13 anni e tre scuole della fascia prescolare. Sono tende o edifici non completamente demoliti, scuole di emergenza, ma i bimbi sono iscritti regolarmente e vi sono servizi integrativi come attività ricreative e servizio psicologico, di gruppo o individuale. Spazi Temporanei di Apprendimento ad Al-Nuseirat, Gaza City e Khan Younis. Considerate che la scuola per la popolazione palestinese è sempre stata importantissima; si poteva non mangiare, ma la scuola era fondamentale. Quindi sono tanti gli insegnanti, i professionisti che si sono inventati nuove forme di scuola. Non siamo soli, riusciamo ad accogliere ogni giorno 960 bambini e il nostro personale è composto da 45 persone. Un altro problema: come fate con il materiale didattico? Bella domanda. Abbiamo sempre acquistato dentro Gaza, fare entrare del materiale autonomamente è un sistema talmente lento e complesso che non ce l’avremmo fatta. Si sono riaperti alcuni canali commerciali e alcuni importatori che vendevano prima del 7 ottobre ricominciano ad avere dei prodotti. In questo modo possiamo avere una fattura e pagare con un trasferimento bancario. Abbiamo distribuito sia cibo che materiale educativo. I costi però sono inaccessibili per le famiglie.  E la corrente elettrica? Figurati che era un disastro anche prima, prima del 7 ottobre la gente aveva l’elettricità per 4 ore al giorno. Chi era fortunato aveva il generatore o pannelli solari. All’inizio siamo stati a lungo senza notizie, non si potevano ricaricare i telefoni. Adesso la situazione è un po’ migliorata e si usano i pannelli solari. Gli aiuti non entrano. No, è pazzesco, entrano col contagocce. Sono stata a Rafah anche con la delegazione parlamentare. La Croce Rossa egiziana ha riempito magazzini enormi di materiale, anche refrigerato, con medicinali e altro. Ci sono centinaia di camionisti egiziani che aspettano sotto il sole anche da mesi. L’Egitto in tutta questa storia ha avuto un ruolo: esiste al Cairo una sorta di agenzia che facilita gli ingressi in Egitto, lo faceva anche prima del 7 ottobre. In questi ultimi due anni, la gente è uscita da Gaza pagando 5.000 euro. Conosco direttamente chi è uscito in questo modo e ha dovuto pagare in contanti tutti quei soldi. E’ un mercato degli esseri umani, pensate a 5.000 euro moltiplicati per, si stima, 150.000 persone che sono uscite da Gaza. Come avvengono invece i trasferimenti di soldi? È stato complicatissimo, all’inizio c’era bisogno di far arrivare contanti, così c’erano degli strozzini che vendevano il denaro e se tu mandavi sul conto di un abitante di Gaza 100 euro ne otteneva 60. Adesso ci sono dei metodi di pagamento elettronico alternativi, attraverso i telefonini e in questo sono stati bravissimi.  Io sono a dir poco meravigliata, quando parlando con persone del nostro staff sento nelle loro parole dell’entusiasmo. Fanno un lavoro in cui credono, avvertono un grande senso per quello che stanno facendo per i piccoli e per le loro famiglie. Che cosa possiamo fare qua? Mantenere l’attenzione su quello che avviene lì, far capire che nulla è risolto, spiegare e raccontare soprattutto ai giovani, ma anche ai bambini, quello che avviene in quella parte di mondo. Dobbiamo avere presente che l’attuale prospettiva è portare avanti il genocidio, l’annientamento, la cancellazione di un popolo. In Palestina sta crollando l’intero stato di diritto mondiale. Lottare con loro e per loro è farlo per tutto il mondo. La Palestina libera tutti e tutte. Che cosa provi nei confronti del popolo israeliano? Dobbiamo riuscire a capire il dolore che c’è anche in loro. So benissimo che la proporzione tra ciò che subisce una parte e l’altra è imparagonabile, ma non possiamo non riconoscere che anche la popolazione israeliana fatica. Se non vediamo quel pezzo lì, non andiamo da nessuna parte, e penso che da soli non ce la facciano a uscire da questa situazione.  I coloni armati sono dei criminali istituzionalizzati ai quali la società israeliana sempre più razzista sta dando spazio. Ma, ripeto, dobbiamo riuscire a vedere che esiste un’altra parte. Il vero nemico da cui liberarsi è il sionismo. Su questo, gli ebrei nel mondo hanno una visione ben diversa da chi vive in Israele immerso nella paura e nella propaganda.   Andrea De Lotto
March 17, 2026
Pressenza
Cisgiordania i coloni continuano assalti ed espropri ,si prepara l’annessione
Sono continuati anche ieri i porogrom contro i palestinesi nei villaggi della zona di Masafer Yatta con un coordinamento sempre più stretto fra militari e coloni ,quando i coloni attaccano un villaggio i soldati bloccano le strade e impediscono anche l’arrivo delle ambulanze. La resistenza si manifesta nei villaggi dove risiedono dei giovani ma la violenza dei coloni è aumentata si accaniscono contro il bestiame ,gli ulivi,i pozzi d’acqua ,i pannelli fotovoltaici allo scopo di rendere impossibile la permanenza degli abitanti palestinesi. Nei villaggi isolati e dove non c’è la presenza dei solidali stranieri i coloni hanno gioco facile a cacciare i residenti ,dopo il 7 ottobre il processo di annessione si è ulteriormente accelerato e le operazioni militari prendono di mira i campi profughi. A Tulkarem e Jenin si contano quasi 40000 profughi senza tetto le cui case sono state demolite e si annunciano ulteriori demolizioni di strutture abitative. Ne parliamo con una compagna che si trova in Cisgiordania
January 28, 2026
Radio Blackout - Info
Non esiste la “violenza dei coloni”. È la violenza israeliana
25 giugno. Il villaggio di Kafr Malek si trova sui ripidi pendii del Tall Asur, la cui cima è la quarta più alta tra le montagne della Palestina. Il 23 giugno, Amar Hamayel, un abitante del villaggio, è stato colpito alla schiena. Testimoni affermano che i soldati gli hanno sparato […] L'articolo Non esiste la “violenza dei coloni”. È la violenza israeliana su Contropiano.
December 29, 2025
Contropiano
La lobby israeliana si sta sciogliendo sotto i nostri occhi
Il mese scorso, un membro di spicco dell’organizzazione ebraica J Street, che aveva lavorato per Obama e Harris, ha spiegato che la tradizione del Congresso di sostenere Israele “a prescindere da tutto” è stata imposta da un “gruppo ben finanziato di ebrei“. “Un piccolo gruppo di ebrei americani, organizzato e […] L'articolo La lobby israeliana si sta sciogliendo sotto i nostri occhi su Contropiano.
December 6, 2025
Contropiano
Contro la violenza dei coloni in Cisgiordania servono scelte vincolanti
La violenza dei coloni israeliani in Cisgiordania contro la popolazione palestinese è in costante escalation. Le cronache e i rapporti delle organizzazioni per i diritti umani documentano migliaia di attacchi negli ultimi due anni, registrando un record assoluto proprio lo scorso ottobre con almeno 264 attacchi in un mese: incursioni armate nei villaggi, pestaggi, distruzione sistematica di case, campi e infrastrutture, furti e saccheggi. Uno degli episodi più recenti è avvenuto nella zona di Ein al-Dujuk, vicino a Gerico: quattro attivisti – un canadese e tre italiani – sono stati aggrediti nel sonno, picchiati e derubati da un gruppo di coloni mascherati, armati di bastoni e fucili. È l’ennesima prova di una violenza di tipo squadrista, resa possibile dall’impunità garantita dalle autorità israeliane, che mira strategicamente a terrorizzare la popolazione palestinese per spingerla ad abbandonare la propria terra. Ogni giorno palestinesi subiscono gli stessi attacchi terroristici – spesso ancora più violenti e con esito letale – lontano dalle telecamere e dall’attenzione dei governi occidentali: «Siamo stati aggrediti nel sonno, picchiati, derubati di documenti, telefoni, carte di credito e di tutti i nostri effetti personali. Quello che è accaduto a noi è la realtà quotidiana dei palestinesi: siamo qui a supporto della popolazione e per documentare quanto accade, perché la nostra esperienza sia cassa di risonanza della loro quotidianità.», ci ha raccontato uno dei volontari aggrediti. Di fronte all’aggressione a Ein al-Dujuk, il Ministro degli Esteri Antonio Tajani si è limitato a un commento generico, minimizzando l’accaduto, condannando timidamente a Israele e invitandolo a fermare le azioni dei coloni in Cisgiordania. Non è sufficiente: il governo Meloni deve assumere decisioni concrete, all’altezza della gravità delle violazioni del diritto internazionale da parte dell’entità sionista. «L’Italia deve agire nei confronti di Israele alla stregua di quanto la comunità internazionale fece contro il regime di apartheid sudafricano, adottando misure non simboliche ma vincolanti, per isolare un regime criminale» ha dichiarato Maria Elena Delia, portavoce italiana di GMTG/GSF. «Per questo chiediamo che il governo italiano assuma immediatamente i seguenti impegni concreti»: * embargo sulle armi e sui componenti militari destinati a Israele; * sospensione degli accordi di cooperazione politica, commerciale, militare, di sicurezza e ricerca strategica che rafforzano l’occupazione; * disinvestire e smantellare ogni forma di collaborazione nelle arene politiche, culturali e sportive, finché non sarà messo fine all’occupazione e i responsabili del genocidio saranno perseguiti e chiamati a rispondere dei propri crimini. A Gaza, intanto, centinaia di migliaia di persone affrontano l’inverno in tende allagate e insicure, con accesso limitato a cibo, acqua e cure mediche. Chiediamo con forza al ministro Tajani di utilizzare tutti gli strumenti a disposizione del governo per ottenere l’apertura di corridoi umanitari permanenti e rimuovere gli ostacoli politici e burocratici all’ingresso degli aiuti. La credibilità di una nazione si misura sulla capacità di trasformare le dichiarazioni di facciata in scelte concrete, nel rispetto degli obblighi internazionali che l’Italia ha sottoscritto e ratificato. Global Movement to Gaza
December 4, 2025
Pressenza
Cisgiordania: aggressione da parte dei coloni ai danni di attivistx internazionali
Una decina di coloni israeliani, con il volto coperto, all’alba di domenica, ha fatto irruzione in un’abitazione a Ein Al-Duyuk, vicino a Jericho, che ospitava 4 attivistx internazionali che si trovano in Cisgiordania per supportare la popolazione palestinese. Dopo essere entrati, i coloni hanno aggredito le persone che stavano riposando all’interno, rubando loro i passaporti, i telefoni cellulari, e tutti i loro averi. Tre degli attivisti feriti sono cittadini italiani, mentre una quarta persona ha la cittadinanza canadese. Ascolta il racconto dell’aggressione.
December 1, 2025
Radio Blackout - Info
Cisgiordania. Si stanno prendendo tutto…
All’alba. Ruspe, elicotteri, blindati. La nuova operazione terroristica dell’Idf – battezzata “Cinque pietre” – piomba su Tubas e sui villaggi attorno nella Cisgiordania settentrionale. Sessanta arresti, decine di case devastate, una trentina di civili costretti ad abbandonare le loro abitazioni. A essere trascinato via, tra gli altri, anche Samir Basharat, […] L'articolo Cisgiordania. Si stanno prendendo tutto… su Contropiano.
November 28, 2025
Contropiano