A Santa Marta le donne indicano la trasformazione oltre il fossileAlla Conferenza internazionale per l’eliminazione dei combustibili fossili, in
corso a Santa Marta, la transizione giusta ha preso la forma concreta delle voci
delle donne. Donne indigene, afrodiscendenti, contadine, giovani attiviste,
rappresentanti dei territori e dei movimenti per la giustizia ecologica e
ambientale hanno riportato al centro del dibattito una questione politica
essenziale: uscire dal carbone, dal petrolio e dal gas non può significare
semplicemente cambiare tecnologia, sostituendo un modello estrattivo con un
altro. Deve voler dire trasformare i rapporti di potere, restituire voce alle
comunità e riconoscere che i territori non sono zone di sacrificio, ma luoghi di
vita, memoria e futuro.
Il punto di partenza del confronto è stato proprio l’allargamento del concetto
di “transizione giusta”. Nato nel movimento sindacale per garantire diritti e
lavoro nella riconversione energetica, oggi questo paradigma viene rivendicato
dalle comunità più esposte sui territori come qualcosa di più profondo: non solo
tutela occupazionale, ma giustizia climatica, di genere, diritti territoriali,
autodeterminazione, cura, riparazione e democrazia energetica. Le comunità, è
stato detto, non devono essere consultate a posteriori, quando i progetti sono
già decisi, ma devono avere potere reale sulle scelte che riguardano energia,
suolo, acqua e futuro dei territori in cui vivono.
Yuvelis Morales Blanco, dell’Alianza Colombia Libre de Fracking, ha riportato il
dibattito al Magdalena Medio, a Puerto Wilches, dove le comunità hanno resistito
all’avanzata del fracking e hanno legato la giustizia energetica alla giustizia
di genere e territoriale. La domanda posta dal territorio è semplice e radicale:
perché ogni volta che arriva un progetto estrattivo i diritti sembrano diventare
negoziabili? L’acqua, l’aria, la libertà delle donne, la possibilità di vivere
in pace non possono essere il prezzo del cosiddetto sviluppo. In un Paese che
produce petrolio, estrae carbone e gas, Santa Marta diventa così il luogo in cui
affermare che un futuro post-fossile non è un’utopia astratta, ma una
costruzione già in corso nelle comunità.
Dal continente africano, Sabla Samuel, del Fossil Fuel Treaty, ha mostrato come
questa stessa contraddizione attraversi altri territori del Sud globale. In
Africa, ha ricordato, grandi compagnie straniere continuano a estrarre ricchezza
ed energia mentre centinaia di milioni di persone non hanno accesso
all’elettricità o a modalità sicure di cottura degli alimenti. Il modello
fossile promette sviluppo, ma lascia debito, inquinamento, povertà energetica e
servizi pubblici indeboliti. In questo ciclo, sono soprattutto le donne a
sostenere il peso del collasso: quando lo Stato arretra, quando la sanità e
l’istruzione si svuotano, il lavoro di cura gratuito e invisibile diventa
l’ammortizzatore sociale di economie costruite sull’estrazione.
La stessa critica attraversa la discussione sui minerali necessari alla
transizione energetica. Le relatrici hanno messo in guardia dal rischio di usare
la crisi climatica come nuova giustificazione per espandere miniere,
infrastrutture e frontiere estrattive. La transizione non può diventare il volto
verde della stessa economia coloniale, affermano. Per questo è necessario
distinguere tra i minerali realmente necessari per garantire accesso universale
all’energia rinnovabile e quelli destinati ad alimentare data center,
militarizzazione, sovra-consumo e crescita illimitata. Riciclare, riparare,
ridurre i consumi dei Paesi ricchi, costruire sistemi energetici decentrati e
comunitari: qui si misura la differenza tra una riconversione giusta e un nuovo
ciclo di saccheggio.
La voce delle giovani generazioni ha portato nel dibattito un’altra parola:
immaginazione. Xiye Bastida, del popolo Otomi-Toltec e cofondatrice della
Re-Earth Initiative, ha parlato di “memorie del futuro”, cioè della capacità di
immaginare e custodire visioni di un mondo diverso. Un futuro post-fossile è un
fiume che torna ad avere pesci, una terra bonificata dalle miniere, una comunità
che riprende il baratto, una vicina che offre la frutta del proprio albero. Non
è nostalgia, ma politica: recuperare la possibilità di desiderare un mondo
diverso in una generazione cresciuta spesso tra fiumi contaminati, miniere e
promesse di collasso. Da questa prospettiva, il fracking è stato indicato come
una falsa soluzione. Non è energia di transizione, ma ulteriore dipendenza dal
gas fossile, con impatti pesanti su acqua, salute, sismicità e clima. Il
messaggio emerso a Santa Marta è netto: carbone, petrolio e gas devono essere
affrontati insieme, senza scorciatoie che rimandino l’uscita dal fossile o ne
cambino soltanto il linguaggio.
Le voci indigene hanno dato al confronto una profondità spirituale e politica.
Casey Camp Hornick, della Ponca Nation, negli Stati Uniti, ha ricordato che i
popoli indigeni non si presentano a questi tavoli come semplici parti
interessate, ma come titolari di diritti. La Ponca Nation ha sostenuto il
Trattato sui combustibili fossili come nazione sovrana e chiede di essere parte
dei luoghi in cui si decidono politiche e accordi. Non è una richiesta
simbolica, ma una condizione democratica: chi ha difeso la terra per generazioni
deve poter decidere sul futuro della terra.
Lo stesso principio è risuonato nel panel dedicato all’Amazzonia e ai territori
indigeni. “Il sangue della Madre Terra deve rimanere sotto il suolo” non è uno
slogan, ma una forma di conoscenza, ripetuta da decenni dai popoli che hanno
visto arrivare imprese petrolifere, militari, promesse di ricchezza e
devastazione. La difesa dell’Amazzonia è stata presentata non solo come tutela
di un ecosistema, ma come difesa del cuore vivente del mondo. Dove i governi
continuano a proporre nuove concessioni senza consenso, le comunità rispondono
rivendicando territori liberi da estrazione e il diritto di decidere.
Dora, Olivia, Abigail, Luane e Hani hanno portato testimonianze diverse ma
convergenti. Dai territori U’wa alla nazione Chapra, da Sarayaku all’Amazzonia
brasiliana e al Putumayo colombiano, il linguaggio cambia, ma la sostanza resta
la stessa: non può esserci giustizia climatica senza partecipazione reale dei
popoli indigeni, delle donne, dei giovani, delle comunità contadine. Le donne
indigene non vogliono essere presenza decorativa nei processi internazionali.
Rivendicano il ruolo di chi custodisce vita, memoria, conoscenza e soluzioni. Lo
hanno detto con forza: i territori non sono risorse naturali, sono beni di vita.
Chiamarli “risorse” significa già collocarli dentro una logica di consumo e
sfruttamento.
In queste parole, la transizione energetica smette di essere un’agenda tecnica e
diventa una trasformazione del pensiero. Non basta cambiare fonte energetica se
resta intatto il modo di guardare alla Terra come a un deposito da svuotare. Non
basta installare rinnovabili se le comunità vengono escluse, se il consenso
viene aggirato, se il potere resta nelle mani delle stesse imprese e degli
stessi governi che hanno costruito l’economia fossile. La trasformazione
richiesta a Santa Marta riguarda il rapporto tra esseri umani e natura, tra
Stato e territori, tra economia e cura, tra memoria ancestrale e scienza.
La conclusione politica è arrivata dalle parole di Susana Muhamad, che ha
collocato questa discussione dentro un tempo segnato da paura, autoritarismo e
privatizzazione del bene comune. Il capitalismo fossile, ha osservato, non
produce solo emissioni: produce alienazione, solitudine, perdita di senso,
soprattutto tra i giovani. Contro questa deriva non basta denunciare. Bisogna
ricostruire speranza, comunità e potere popolare. Serve un potere diverso,
capace di empatia, compassione, riconoscimento dell’altro e connessione con la
vita.
Per questo Santa Marta non è soltanto una conferenza sull’uscita dai
combustibili fossili. È uno spazio in cui si prova a nominare il mondo che viene
dopo: post-fossile, ma anche post-coloniale, post-estrattivo, post-capitalista.
Un mondo che, come hanno ricordato le donne dei territori, non deve essere
inventato da zero: esiste già nelle pratiche comunitarie, nei saperi indigeni,
nelle resistenze contadine, nelle reti femministe, nei movimenti giovanili, nei
popoli che continuano a difendere fiumi, foreste e montagne. La sfida politica,
ora, è dare forza a queste esperienze, trasformarle in decisioni vincolanti e
impedire che la transizione venga sequestrata da chi ha prodotto la crisi.
Francesca Palmi, Gea – Scuola di Giustizia Ecologica e ambientale
Link agli articoli precedenti:
https://www.pressenza.com/it/2026/04/dal-24-al-29-aprile-si-terra-in-colombia-la-prima-conferenza-internazionale-per-labbandono-dei-combustibili-fossili/
https://www.pressenza.com/it/2026/04/carovana-ecologista-emilia-romagna/
https://www.pressenza.com/it/2026/04/la-conferenza-di-santa-marta-e-il-legame-tra-combustibili-fossili-armi-e-guerre/
https://www.pressenza.com/it/2026/04/e-iniziata-a-santa-marta-in-colombia-la-conferenza-internazionale-per-leliminazione-dei-combustibili-fossili/
https://www.pressenza.com/it/2026/04/conferenza-di-santa-marta-il-trattato-sui-combustibili-fossili-come-nuova-frontiera-politica-globale/
Redazione Italia