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Il CCS è un vero imbroglio, lo si metta definitivamente nel cassetto
Cattura diretta di CO2 nell’aria, il più grande impianto al mondo rischia il fallimento Il Coordinamento ravennate “Per il Clima – Fuori dal Fossile” critica la strategia della cattura e stoccaggio della CO₂ alla luce delle difficoltà dell’impianto islandese “Mammoth” e delle nuove scelte di investimento in Europa. La tecnologia CCS continua a essere presentata come soluzione alla transizione energetica nonostante risultati deludenti e costi elevati. Nel comunicato si richiama anche il progetto di Ravenna e gli investimenti nel Regno Unito. ____________ Comunicato Stampa La Campagna Per il Clima – Fuori dal Fossile non ha mai creduto alla strategia della “cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica” ed ha sempre denunciato lo spreco di risorse, ben altrimenti utilizzabili. Da qualche tempo a questa parte, le nostre preoccupazioni e le nostre convinzioni stanno avendo la più amara e inequivocabile delle conferme. Il famoso impianto inaugurato nel 2024 in Islanda prometteva di catturare 36mila tonnellate di anidride carbonica l’anno. La pionieristica tecnologia, fino ad un paio di anni fa, veniva riconosciuta come una delle possibili soluzioni per estrarre l’anidride carbonica dall’ambiente, e di conseguenza combattere il cambiamento climatico. Il vantaggio di questa tecnologia, rispetto ai più noti sistemi di CCS come quello in sperimentazione a Ravenna (il quale – come ben si sa, ma raramente si dice – cattura solo l’anidride carbonica emessa da una piccola percentuale degli insediamenti industriali, e quindi una quota assolutamente irrisoria della CO2 totale) starebbe nella sua capacità di prelevare il gas climalterante direttamente dall’aria, e quindi contribuire a ridurne la quantità presente in atmosfera. Non sono neppure due anni da quando, in Islanda, è stato messo in funzione il più grande impianto al mondo di questo tipo, chiamato Mammoth, che a pieno regime avrebbe dovuto ripulire 36.000 tonnellate di anidride carbonica ogni anno. Un obiettivo di grandi ambizioni, ma che – chiariamolo subito – avrebbe una qualche utilità reale se applicato su larghissima scala, cioè solamente se riprodotto per migliaia di volte a livello mondiale, con occupazione sconfinata di spazi e spaventoso consumo di suolo. Il sistema aspira l’aria e la immette in un filtro, legando poi le molecole di CO2. Quando il filtro è saturo, il modulo dopo adeguato riscaldamento (ma si consideri che in Islanda hanno una gran quantità di energia geotermica, molto più di noi), la inietta nel sottosuolo, dove nel tempo, si mineralizza e si trasforma in roccia. Come dicevamo, il mega impianto islandese si avvale dell’alimentazione con energia geotermica, fonte rinnovabile di calore sotterraneo, abbondantissima in Islanda, tanto è vero che costituisce quasi il trenta per cento del mix elettrico nazionale. Da noi un impianto simile dovrebbe utilizzare in grandissima parte energie non rinnovabili. Anche nelle favorevoli condizioni islandesi, tuttavia, emerge che l’operazione si sta dimostrando fallimentare. L’impianto non riesce a catturare abbastanza carbonio neppure da compensare le proprie emissioni (circa 1.700 tonnellate di CO2 l’anno). Infatti, nel 2024 Mammoth avrebbe catturato la ridicola quantità di 92 tonnellate di CO2. Nel 2025 giunge notizia che l’azienda pare voglia lasciare a casa 500 dipendenti. Recentemente, poi, dagli U.S.A., che avevano annunciato un investimento da mezzo miliardo nella stessa tecnica, giunge la notizia della rinuncia ad un progetto di un grande impianto in Louisiana. Intanto, alcuni mesi orsono, prima ancora che succedesse tutto questo, nel Regno Unito si sono stretti accordi con ENI per il progetto Liverpool Bay CCS; cioè si mobilitano 21,7 miliardi di sterline (!!!) destinati ai primi due impianti CCS del Paese. > Secondo Ed Miliband, Segretario di Stato per la Sicurezza Energetica “Oggi > manteniamo la nostra promessa di lanciare un’industria dell’energia pulita > completamente nuova nel nostro paese – incentrata sulla cattura e lo > stoccaggio di CO 2 – con l’obiettivo di creare migliaia di posti di lavoro…”.- > Dal canto suo, l’ineffabile Ing. De Scalzi, L’Amministratore Delegato di Eni, > i cui poteri ormai possono competere con quelli dei personaggi più potenti del > mondo, dichiara che “Eni si è affermata come un operatore di primo piano in UK > per il ruolo chiave che svolge nelle attività di trasporto e stoccaggio di CO > 2 come leader del consorzio del progetto HyNet, che diventerà uno dei primi > cluster a basse emissioni di CO 2 al mondo. La CCS avrà un ruolo cruciale > nell’affrontare la sfida della decarbonizzazione, eliminando in modo sicuro le > emissioni di CO2”. Eni in pratica ritiene che la CCS svolgerà un ruolo cruciale nella transizione energetica, a dispetto delle evidenze. Ricordiamo, infatti, che la storia degli impianti di CCS, da quando sono stati pensati (i primi progetti pionieristici risalgono agli anni ’70 del secolo scorso), è tutta una storia di delusioni e di denaro buttato. E il disastro dell’impianto islandese non è che l’ultimo in ordine di tempo. Allora ci chiediamo:  le istituzioni e in generale la politica nostrana, sia nazionale che regionale e locale, si prendano almeno la briga di leggere i giornali e acculturarsi un po’ sui temi energetici ? Quindi, com’è possibile che nell’informazione corrente, gli impianti di CCS (come quello che ci tocca ospitare e che si vorrebbe in procinto di grande espansione) vengano ancora presentati come una proposta sensata per transizione ecologica ? Lanciamo un vero e proprio appello: lasciamo ENI nel cassetto e archiviamo l’inutile e dannoso CCS di Ravenna. Chiediamo risposte. Coordinamento ravennate “Per il Clima – Fuori dal Fossile”   More info: “La falsa soluzione di Ravenna”, il rapporto di Re:Common sul primo progetto di cattura e stoccaggio di CO2 (CCS) promosso da Eni e Snam in Emilia Romagna (ottobre 2024). Osservazioni alla VIA di CCS Pianura Padana – Rete di Trasporto CO2, Gasdotti Ferrara-Casalborsetti e Ravenna-Casalborsetti (settembre 2024). Redazione Romagna
February 13, 2026
Pressenza
Le pericolose ambizioni di Eni e Snam sulla cattura di carbonio
Tratto da Altreconomia – Febbraio 2026 Che cosa c’è che non va nei progetti di cattura e stoccaggio della CO2 in programma in Emilia Romagna e Veneto? ReCommon ha provato a spiegarlo nel dettaglio usando documenti e foto pubbliche e immagini satellitari rielaborate da PlaceMarks. Così è nato “Un futuro per niente remoto”, visionabile a questo link. Ravenna CCS è il progetto di cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica promosso da una joint venture tra le due grandi corporation fossili italiane a controllo pubblico: ENI e Snam. Attualmente nella sua fase pilota, mira a realizzare una serie di infrastrutture su terra e in mare per raccogliere e trasportare la CO2 dall’Emilia Romagna e dal Veneto verso i giacimenti esausti di ENI nell’Alto Adriatico. Ravenna CCS si collega a un altro progetto promosso da Snam, il “CCS Pianura Padana”, che prevede di costruire una rete di circa 100 chilometri di gasdotti dedicati al trasporto dell’anidride carbonica per convogliare quella raccolta inizialmente dalle zone industriali di Ferrara e di Ravenna, e successivamente anche dal polo industriale di Marghera, verso l’impianto di raccolta e liquefazione che verrà costruito a Casalborsetti, da cui sarà infine trasportata e iniettata nei giacimenti esauriti sul fondo del mare Adriatico. La raccolta della CO2 da questi impianti avverrebbe nella cosiddetta Fase 2, in cui ENI e Snam promettono di trasportare e sotterrare fino a 4 milioni di tonnellate di CO2 l’anno entro il 2030. Secondo lo Studio CCUS pubblicato dal Mase a luglio 2025, la CO2 dovrebbe essere trasportata inoltre anche in forma liquida, via treno, autobotte e nave verso il Ravenna Hub. E siccome le multinazionali fossili italiane ragionano in grande, sulla carta ci dovrebbe essere una fase ulteriore denominata Callisto in cui, assieme alla società francese Air Liquide, si ipotizza di raccogliere e stoccare fino a 16 milioni di tonnellate di CO2 l’anno proveniente addirittura dal distretto industriale di Fos e Etang de Berre in Francia. Tutte queste mega-opere non devono preoccupare solo per l’incertezza che avvolge lo strumento in sé – molto costoso e spesso non efficace – ma anche per i quasi certi impatti sul territorio. A Ferrara il gasdotto per il trasporto della CO2, nella sua sezione iniziale, attraverserà – a pochissimi metri dalle abitazioni – Pontelagoscuro e quello noto come il “Villaggio marchigiano”. Il rischio di avere un’infrastruttura così vicina alle abitazioni viene raccontato da un’inchiesta dell’Huffington Post che ha raccolto le testimonianze dei residenti di Satartia, nel Mississippi, dove nel febbraio 2020, in seguito alla rottura di un gasdotto per il trasporto di CO2, l’intera popolazione è stata evacuata assieme ad altre 250 persone che vivevano nei paraggi. Nessuno tra i soccorritori e il personale medico era preparato ad affrontare le conseguenze dell’esposizione prolungata a un’alta concentrazione di CO2. Il CCS, inoltre, andrebbe a incidere su un territorio dove sono presenti molte aree Natura 2000, zone di pregio naturalistico e alta biodiversità protette dalla normativa italiana e europea ma minacciate dalle numerose forme di estrattivismo presenti in Emilia Romagna e, tra queste, gli immancabili interessi fossili di Snam: l’installazione di una nave rigassificatrice a 8,5 chilometri dalla costa ravennate e la Linea Adriatica, mega gasdotto che risale la dorsale appenninica attraversando tutta la penisola. Il tutto in un’area caratterizzata da un rischio sismico medio-alto, con possibilità che si verifichino forti terremoti che potrebbero provocare gravi danni alle tubazioni di acqua, gas naturale e CO2. Un trabocco all’interno dell’area naturale Pialasse Baiona, Risega e Pontazzo, nei pressi dell’area industriale di Ravenna © Carlo Dojmi di Delupis/ReCommon Per entrare nel dettaglio, sono 12 i siti Natura 2000 che si potrebbero subire conseguenze legate alla costruzione e al funzionamento del gasdotto per il trasporto della CO2, chiaramente visibili nel set di mappe elaborate da ReCommon e PlaceMarks.Questa ulteriore infrastruttura andrebbe a insistere su un’area che sappiamo essere soggetta a eventi climatici estremi sempre più frequenti, come le alluvioni del 2023 e del 2024, che hanno provocato allagamenti e danni ingenti alle comunità del luogo. E poi c’è la subsidenza, ovvero un processo di abbassamento verticale del suolo che può avere cause sia naturali che artificiali o antropiche. Nel caso della regione geografica del Polesine, tra il Veneto e l’Emilia Romagna, la causa principale sono le estrazioni di fluidi dal sottosuolo (acqua, petrolio, gas) avvenute a partire dagli Anni Quaranta del secolo scorso. È un fenomeno con effetti significativi. Grazie all’importante studio del professor Bernard Schrefler per l’Accademia Galileiana di Scienze, Lettere e Arti in Padova, sappiamo che le esondazioni e l’accumulo d’acqua durante le alluvioni che hanno colpito l’Emilia Romagna nel 2023 e 2024 sono state favorite dalla subsidenza indotta dall’estrazione di gas su terra e in mare, portata avanti da ENI e che, a partire dagli anni ’50, hanno interessato le aree intorno a Ravenna ma anche il suo entroterra e il Bolognese. Le proiezioni del servizio climatico CoCliCo – Coastal Climate Core Services sulle aree costiere stimano che entro il 2100 buona parte della Pianura padana sarà sommersa dal mare. Una buona parte di queste terre, compresa la provincia di Ferrara, sono state “sottratte” al mare con gli interventi di bonifica realizzati all’inizio del secolo scorso, ma il mare se le sta sta riprendendo. Tra queste anche la zona che dovrebbe essere attraversata dai tubi per il trasporto della CO2 e le altre infrastrutture. Sarà davvero possibile garantire l’integrità e lo stoccaggio “permanente” dell’anidride carbonica per le prossime migliaia di anni?
February 1, 2026
ReCommon
Azione legale contro il progetto CCS di ENI in Inghilterra
HyNot, un gruppo di attivisti e attiviste dell’area di Liverpool, in Inghilterra, ha presentato ricorso contro la decisione del governo britannico di consentire a ENI di stoccare l’anidride carbonica nella Baia di Liverpool attraverso il progetto HyNet. Con l’opera il Cane a sei zampe intende produrre  idrogeno blu (cioè prodotto da combustibile fossile con l’aggiunta di un sistema di cattura della CO2) dal gas fossile utilizzato presso la raffineria di Stanlow, nel distretto industriale di Liverpool. Le emissioni di anidride carbonica catturate da questo processo, e da altre industrie locali ad alta intensità di carbonio, saranno convogliate attraverso 60 km di condutture lungo la costa del Galles settentrionale per essere stoccate nei giacimenti di petrolio e gas esauriti nella baia di Liverpool. Nel ricorso giudiziario, HyNot sostiene che le decisioni del segretario di Stato per la Sicurezza Energetica e Net Zero e dell’Autorità per la Transizione del Mare del Nord di concedere l’autorizzazione al progetto HyNet sono illegittime. I motivi del ricorso sono molteplici, in primis l’assenza di valutazione di incidenti gravi e disastri e/o e la mancata consultazione pubblica legittima. Non sarebbero stati inoltre rispettati i requisiti del Regolamento sulle attività petrolifere offshore (conservazione degli habitat) del 2001 e del Regolamento sulla conservazione degli habitat e delle specie marine offshore del 2017, così come si non si sarebbero tenuti in debita considerazione gli effetti cumulativi dello schema HyNet sui cambiamenti climatici. Il gruppo di attivisti e attiviste di HyNot (foto HyNot) “Stiamo portando HyNet in tribunale perché crediamo che il progetto continuerà a legare il nostro Paese all’utilizzo dei combustibili fossili e minerà la sicurezza energetica attraverso la continua dipendenza dal gas importato. HyNet non aiuterà a combattere la crisi climatica”, ha dichiarato Catherine Green, esponente di HyNot. “L’idrogeno blu non è verde, non è economico e non è una soluzione energetica sostenibile. La cattura e lo stoccaggio del carbonio sono inefficaci, ad alta intensità energetica e costosi. Il trasporto e lo stoccaggio dell’idrogeno e dell’anidride carbonica destano inoltre gravi preoccupazioni per la salute, la sicurezza e l’ambiente”. Il governo ha promesso 22 miliardi di sterline di sussidi in 25 anni per la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica, che non è stata sperimentata e non è stata provata su questa scala in nessuna parte del mondo. La maggior parte dei sussidi andranno alle aziende produttrici di combustibili fossili e arriveranno dai proventi delle bollette energetiche, tra le più alte d’Europa, fa notare ancora  Hynot. La campagna auspica che il governo britannico cambi idea sul progetto e investa in soluzioni climatiche collaudate come le energie rinnovabili, l’elettrificazione più rapida, la riduzione dei rifiuti e l’efficienza energetica. Visti i rischi di corrosione delle condutture, di perdite pericolose e di scoppi nel trasporto di CO₂, ci sono dubbi sull’idoneità del sito della Baia di Liverpool per lo stoccaggio a lungo termine sotto il fondale marino. Il rilascio in mare aperto provocherebbe l’acidificazione del mare con profonde conseguenze per la fauna e l’ambiente. ENI è stata responsabile di perdite di petrolio dallo stesso giacimento nel 2017 e nel 2022. Una delle tante preoccupazioni di HyNot è la scarsa conoscenza che il pubblico ha del progetto HyNet e la difficoltà di esprimere le proprie preoccupazioni attraverso il processo di pianificazione, spesso molto tecnico e poco trasparente. I permessi di pianificazione per le diverse parti dello schema HyNet sono stati spezzettati in oltre dieci richieste attraverso almeno quattro processi diversi. Una prima decisione in merito al ricorso è attesa da una corte di Londra entro le prossime settimane.
September 11, 2025
ReCommon
Londra chiama ENI per stoccare CO2, ma sui carbonodotti restano molti dubbi
di Eva Pastorelli e Antonio Tricarico – pubblicato su Domani E alla fine i sussidi arriveranno, e anche abbondanti. Il Liverpool Bay CCS, il primo progetto su larga scala di Eni per la cattura e lo stoccaggio del carbonio ha strappato il sostegno finanziario del governo inglese per la realizzazione del carbonodotto che dovrà raccogliere l’anidride carbonica catturata su una ventina di siti industriali della Baia di Liverpool nell’ambito dello schema HyNet North-West. Una volta catturata e trasformata per il trasporto, la CO2 arriverà al terminal di Point of Ayr, sulla costa del Nord del Galles, per poi andare sotto il mare e raggiungere tre giacimenti di gas quasi esauriti operati da Eni, giacimenti che saranno riempiti con il gas killer del clima. Piattaforma a largo di Liverpool, foto Hynot/Archivio ReCommon. Nuovi tubi per la CO2 saranno posati per 35 km, mentre altri 149 km di gasdotti esistenti saranno riadattati. L’obiettivo di Eni è arrivare a stoccare 4,5 milioni di tonnellate di anidride carbonica l’anno in una prima fase del progetto, per poi raggiungere fino a 10 milioni a pieno regime. Liverpool Bay CCS è uno dei due progetti prioritari del governo inglese per far avanzare la tecnologia della cattura e dello stoccaggio del carbonio. Il secondo schema nel nord-est del paese, noto come Teesside e promosso da BP, Equinor e Total, ha già raggiunto un accordo per ottenere sussidi pubblici. In entrambi è prevista anche la produzione di idrogeno dal gas fossile, anch’essa sussidiata. Il governo precedente dei Tories aveva messo in cantiere ben 4 progetti prioritari, tra cui anche quello di Bacton, nel sud-est del paese, sempre operato da Eni. Tuttavia il governo laburista, viste le ristrettezze di bilancio in seguito alle nuove priorità internazionali, ha di fatto puntato solo sui due che erano in fase più avanzata. UNA SOLUZIONE DISCUTIBILE La benedizione finanziaria del governo di Keir Starmer per il colosso energetico italiano arriva in un momento importante per l’azienda, sempre più attiva sul mercato del Regno Unito. Dopo l’accordo siglato l’anno scorso cone l’azienda britannica Ithaca Energy, controllata dalla oil major israeliana Delek e partecipata per il 38,7 per cento da Eni, il gruppo italiano è diventato il secondo produttore di petrolio e gas nel mare del Nord e mira a superare il consorzio Shell-Equinor nei prossimi anni. Una mossa ampiamente contestata da chi si oppone all’ulteriore sviluppo di combustibili fossili nei paesi rivieraschi, con una campagna per prevenire lo sfruttamento del grande giacimento di Rosebank, anche da parte della già citata Ithaca. Proprio Ithaca è accusata di complicità con il genocidio del popolo palestinese, poiché la Delek ha un accordo preferenziale di fornitura di combustibili all’esercito israeliano e a diverse colonie illegali nei territori palestinesi, da cui deriva il suo inserimento nella lista nera dell’Onu. Lo schema del progetto di HyNet è molto articolato e ha richiesto numerose autorizzazioni. Parliamo di un’area industriale molto energivora, che assorbe fino al 5 per cento della domanda del paese. Vi sarà la produzione di idrogeno nella raffineria di Stanlow, ex proprietà di Shell, quindi filtri per la cattura della CO2 saranno installati in numerose imprese, da cementifici, a centrali elettriche, industrie del vetro e del riciclo. L’idrogeno dovrebbe avere delle sue condutture per alimentare alcune delle stesse industrie. Nonostante sia presentato come a basso impatto climatico, in realtà sarà prodotto da gas fossile e non necessariamente farà diminuire le emissioni climalteranti. Il piano di portarlo addirittura nelle caldaie delle famiglie nel villaggio di Whitby è fallito sul nascere, di fronte alle proteste dei locali per le preoccupazioni sulla sicurezza di bruciare l’idrogeno – il potente combustibile dei razzi spaziali – nelle case. Qualcosa che, per altro, energeticamente non ha proprio senso ed è sconsigliato dai più grandi esperti a livello internazionale. Poi ci sono le condutture della CO2, quelle che gestirà Eni. Anche sulla sicurezza di queste non mancano le preoccupazioni. Nel 2023 un carbonodotto è esploso a Satartia in Mississipi con decine di feriti e negli ultimi 15 anni sono state documentate ben 76 fuoriuscite della CO2 negli Usa. Per altro l’iniezione della CO2 in campi quasi esauriti è una tecnica usata da decenni per favorire la fuoriuscita della rimanenza di idrocarburi da sfruttare, più che per ridurre le emissioni climalteranti in atmosfera, e non è affatto provato che i giacimenti terranno ben imprigionate queste nei secoli a venire. L’OPPOSIZIONE AL PROGETTO La fase autorizzativa per HyNet è quasi completa, anche se manca ancora a livello locale il via libera sui tracciati da alcune delle contee. Ed il tema della CO2 trasportata verso il mare ha destato alcune proteste nel Nord del Galles, a partire dalla parlamentare gallese Carolyn Thomas, la quale nel suo buon italiano ci ha raccontato che il tema è stato anche sollevato alla Seneed, il parlamento di Cardiff. Nel caso di Teesside si è già passati alle carte bollate, e un ricorso amministrativo è pendente in tribunale. La coalizione “HyNot” che racchiudere attivisti in tutta la regione metropolitana di Liverpool è sul piede di guerra e la strada per Eni, tra i rischi tecnologici di quello che molti definiscono il bluff della cattura della CO2 e possibili ricorsi legali, non sarà così facile come viene invece spiegato dal management agli investitori internazionali, il tutto con il fine di quotare sul mercato una società satellite che in prospettiva si occuperebbe del solo business del carbonio. I sussidi previsti per la cattura, il trasporto e lo stoccaggio della CO2 di HyNet possono arrivare fino a 6 miliardi di sterline nella vita del progetto. Un bell’aiuto per Eni, che a seguito del calo del prezzo del petrolio e di ricavi minori nel primo trimestre dell’anno ha deciso qualche giorno fa di, ridurre i suoi investimenti per il 2025 da 9 a 8,5 miliardi, mentre il flusso di cassa operativo è ora previsto in calo quest’anno da 13 a 11 miliardi.
May 9, 2025
ReCommon