Le pericolose ambizioni di Eni e Snam sulla cattura di carbonio

ReCommon - Sunday, February 1, 2026

Tratto da Altreconomia – Febbraio 2026

Che cosa c’è che non va nei progetti di cattura e stoccaggio della CO2 in programma in Emilia Romagna e Veneto? ReCommon ha provato a spiegarlo nel dettaglio usando documenti e foto pubbliche e immagini satellitari rielaborate da PlaceMarks. Così è nato “Un futuro per niente remoto”, visionabile a questo link.

Ravenna CCS è il progetto di cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica promosso da una joint venture tra le due grandi corporation fossili italiane a controllo pubblico: ENI e Snam. Attualmente nella sua fase pilota, mira a realizzare una serie di infrastrutture su terra e in mare per raccogliere e trasportare la CO2 dall’Emilia Romagna e dal Veneto verso i giacimenti esausti di ENI nell’Alto Adriatico. Ravenna CCS si collega a un altro progetto promosso da Snam, il “CCS Pianura Padana”, che prevede di costruire una rete di circa 100 chilometri di gasdotti dedicati al trasporto dell’anidride carbonica per convogliare quella raccolta inizialmente dalle zone industriali di Ferrara e di Ravenna, e successivamente anche dal polo industriale di Marghera, verso l’impianto di raccolta e liquefazione che verrà costruito a Casalborsetti, da cui sarà infine trasportata e iniettata nei giacimenti esauriti sul fondo del mare Adriatico.

La raccolta della CO2 da questi impianti avverrebbe nella cosiddetta Fase 2, in cui ENI e Snam promettono di trasportare e sotterrare fino a 4 milioni di tonnellate di CO2 l’anno entro il 2030. Secondo lo Studio CCUS pubblicato dal Mase a luglio 2025, la CO2 dovrebbe essere trasportata inoltre anche in forma liquida, via treno, autobotte e nave verso il Ravenna Hub. E siccome le multinazionali fossili italiane ragionano in grande, sulla carta ci dovrebbe essere una fase ulteriore denominata Callisto in cui, assieme alla società francese Air Liquide, si ipotizza di raccogliere e stoccare fino a 16 milioni di tonnellate di CO2 l’anno proveniente addirittura dal distretto industriale di Fos e Etang de Berre in Francia.

Tutte queste mega-opere non devono preoccupare solo per l’incertezza che avvolge lo strumento in sé – molto costoso e spesso non efficace – ma anche per i quasi certi impatti sul territorio.

A Ferrara il gasdotto per il trasporto della CO2, nella sua sezione iniziale, attraverserà – a pochissimi metri dalle abitazioni – Pontelagoscuro e quello noto come il “Villaggio marchigiano”. Il rischio di avere un’infrastruttura così vicina alle abitazioni viene raccontato da un’inchiesta dell’Huffington Post che ha raccolto le testimonianze dei residenti di Satartia, nel Mississippi, dove nel febbraio 2020, in seguito alla rottura di un gasdotto per il trasporto di CO2, l’intera popolazione è stata evacuata assieme ad altre 250 persone che vivevano nei paraggi. Nessuno tra i soccorritori e il personale medico era preparato ad affrontare le conseguenze dell’esposizione prolungata a un’alta concentrazione di CO2.

Il CCS, inoltre, andrebbe a incidere su un territorio dove sono presenti molte aree Natura 2000, zone di pregio naturalistico e alta biodiversità protette dalla normativa italiana e europea ma minacciate dalle numerose forme di estrattivismo presenti in Emilia Romagna e, tra queste, gli immancabili interessi fossili di Snam: l’installazione di una nave rigassificatrice a 8,5 chilometri dalla costa ravennate e la Linea Adriatica, mega gasdotto che risale la dorsale appenninica attraversando tutta la penisola. Il tutto in un’area caratterizzata da un rischio sismico medio-alto, con possibilità che si verifichino forti terremoti che potrebbero provocare gravi danni alle tubazioni di acqua, gas naturale e CO2.

Un trabocco all’interno dell’area naturale Pialasse Baiona, Risega e Pontazzo, nei pressi dell’area industriale di Ravenna © Carlo Dojmi di Delupis/ReCommon

Per entrare nel dettaglio, sono 12 i siti Natura 2000 che si potrebbero subire conseguenze legate alla costruzione e al funzionamento del gasdotto per il trasporto della CO2, chiaramente visibili nel set di mappe elaborate da ReCommon e PlaceMarks.Questa ulteriore infrastruttura andrebbe a insistere su un’area che sappiamo essere soggetta a eventi climatici estremi sempre più frequenti, come le alluvioni del 2023 e del 2024, che hanno provocato allagamenti e danni ingenti alle comunità del luogo.

E poi c’è la subsidenza, ovvero un processo di abbassamento verticale del suolo che può avere cause sia naturali che artificiali o antropiche. Nel caso della regione geografica del Polesine, tra il Veneto e l’Emilia Romagna, la causa principale sono le estrazioni di fluidi dal sottosuolo (acqua, petrolio, gas) avvenute a partire dagli Anni Quaranta del secolo scorso. È un fenomeno con effetti significativi.

Grazie all’importante studio del professor Bernard Schrefler per l’Accademia Galileiana di Scienze, Lettere e Arti in Padova, sappiamo che le esondazioni e l’accumulo d’acqua durante le alluvioni che hanno colpito l’Emilia Romagna nel 2023 e 2024 sono state favorite dalla subsidenza indotta dall’estrazione di gas su terra e in mare, portata avanti da ENI e che, a partire dagli anni ’50, hanno interessato le aree intorno a Ravenna ma anche il suo entroterra e il Bolognese.

Le proiezioni del servizio climatico CoCliCo – Coastal Climate Core Services sulle aree costiere stimano che entro il 2100 buona parte della Pianura padana sarà sommersa dal mare. Una buona parte di queste terre, compresa la provincia di Ferrara, sono state “sottratte” al mare con gli interventi di bonifica realizzati all’inizio del secolo scorso, ma il mare se le sta sta riprendendo. Tra queste anche la zona che dovrebbe essere attraversata dai tubi per il trasporto della CO2 e le altre infrastrutture. Sarà davvero possibile garantire l’integrità e lo stoccaggio “permanente” dell’anidride carbonica per le prossime migliaia di anni?