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2/ Sicilia in fiamme e assetata: mafia, politica, “sgovernance”. I dati scientifici smentiscono la propaganda di Schifani
Attribuire ogni responsabilità degli incendi al cambiamento climatico rischia di trasformarsi in un comodo alibi. Il riscaldamento globale costituisce il contesto nel quale gli incendi diventano più devastanti, ma non può giustificare l’assenza di manutenzione dei boschi, le inefficienze delle reti idriche, il degrado degli invasi, il consumo indiscriminato di suolo o la cronica carenza di pianificazione territoriale. La crisi climatica impone un salto di qualità nelle politiche pubbliche. Richiede una pubblica amministrazione capace di integrare adattamento climatico, tutela della biodiversità, gestione sostenibile delle risorse idriche, pianificazione forestale e contrasto all’illegalità ambientale. Significa passare da una cultura dell’emergenza a una cultura della prevenzione, nella quale ogni euro investito prima del disastro evita costi economici, ambientali e sociali molto più elevati dopo il suo verificarsi. La vera sfida non consiste semplicemente nello spegnere gli incendi, ma nel costruire una Sicilia meno vulnerabile. Perché il cambiamento climatico non può più essere evitato nelle sue manifestazioni già in atto, mentre la vulnerabilità del territorio dipende ancora, in larga misura, dalle scelte della politica e dalla qualità delle istituzioni. Nessun territorio può impedire l’arrivo di un’ondata di calore. Ogni territorio, però, può decidere quanto essere preparato ad affrontarla. Ed è proprio in questa scelta che si misura la responsabilità di una classe dirigente. I NUMERI DELLA CRISI: UN CLIMA SEMPRE PIÙ ESTREMO Ogni dibattito pubblico sulla crisi ambientale dovrebbe partire dai fatti. I dati scientifici, infatti, consentono di distinguere ciò che dipende da processi globali da ciò che è riconducibile alle responsabilità delle istituzioni. Nel caso della Sicilia il quadro è particolarmente eloquente: la crisi climatica costituisce il contesto entro il quale si sviluppano gli incendi, ma la loro intensità e le loro conseguenze sono amplificate da criticità strutturali che riguardano la gestione del territorio. Il Mediterraneo è riconosciuto dall’Ipcc come uno dei principali climate hotspot del pianeta. L’aumento della temperatura media nell’area è superiore alla media globale e la Sicilia rappresenta uno dei territori europei maggiormente esposti agli effetti del riscaldamento climatico. Negli ultimi vent’anni le ondate di calore sono diventate progressivamente più frequenti, più intense e più durature. Nell’estate del 2023, in provincia di Siracusa, sono stati registrati valori prossimi ai 49 °C, tra i più elevati mai rilevati in Europa. Parallelamente, le precipitazioni tendono a concentrarsi in episodi brevi e violenti, alternati a periodi di siccità sempre più lunghi. Questa nuova dinamica climatica riduce la disponibilità idrica, aumenta lo stress della vegetazione e crea condizioni ideali per la propagazione degli incendi. GLI INCENDI NON SONO PIÙ UN’EMERGENZA OCCASIONALE I dati del sistema europeo “Effis” (European Forest Fire Information System) mostrano come l’Italia sia ormai stabilmente uno dei Paesi mediterranei più colpiti dagli incendi boschivi e la Sicilia rappresenti uno degli epicentri di questa emergenza. Negli ultimi anni decine di migliaia di ettari di boschi, macchia mediterranea, aree agricole e siti appartenenti alla rete Natura 2000 sono stati interessati dal fuoco. Non si tratta più di eventi eccezionali ma della manifestazione ricorrente di una vulnerabilità strutturale. Ogni ettaro percorso dal fuoco produce effetti che durano decenni: perdita di biodiversità, erosione del suolo, diminuzione della capacità di assorbire anidride carbonica, riduzione della disponibilità idrica, maggiore rischio di frane e impoverimento del paesaggio. L’incendio, dunque, non rappresenta soltanto una catastrofe ambientale, ma anche un enorme costo economico e sociale. LA CRISI DELL’ACQUA L’acqua costituisce l’indicatore più evidente della distanza tra gli effetti del cambiamento climatico e la capacità delle istituzioni di adattarsi. Secondo i dati Istat e Ispra, le reti acquedottistiche siciliane disperdono mediamente oltre il 50% dell’acqua immessa, con valori che in numerosi comuni superano il 60%. Ciò significa che oltre metà della risorsa disponibile viene perduta prima ancora di raggiungere famiglie, imprese e aziende agricole. Parallelamente, numerosi invasi artificiali hanno progressivamente perso parte della loro capacità di accumulo a causa del mancato dragaggio e dell’insufficiente manutenzione. Il risultato è paradossale: mentre il cambiamento climatico riduce la disponibilità della risorsa idrica, una quota enorme dell’acqua già disponibile continua a essere dispersa o non può essere immagazzinata. La crisi climatica, quindi, non crea soltanto nuovi problemi: rende molto più gravi quelli che esistevano già. IL SUOLO: UNA RISORSA CHE CONTINUA A SCOMPARIRE Il suolo rappresenta una delle principali infrastrutture naturali di adattamento al cambiamento climatico. È il suolo che assorbe l’acqua piovana, immagazzina carbonio, sostiene la biodiversità, regola il microclima e garantisce la fertilità agricola. Secondo il Rapporto Ispra 2024, l’Italia continua però a consumare territorio a un ritmo superiore rispetto al decennio precedente, impermeabilizzando circa 78 km² in un solo anno. Anche la Sicilia registra una continua riduzione delle superfici agricole e naturali. La diffusione delle energie rinnovabili costituisce una priorità assoluta, ma richiede una pianificazione coerente con gli obiettivi della tutela del territorio. L’utilizzo prioritario di aree industriali dismesse, ex cave, ex discariche, parcheggi, coperture di edifici e altre superfici già artificializzate consentirebbe di accelerare la transizione energetica senza compromettere ulteriormente il patrimonio agricolo e paesaggistico. La lotta contro il cambiamento climatico non può trasformarsi in un nuovo fattore di consumo di suolo. UNA QUESTIONE DEMOCRATICA, NON SOLTANTO AMBIENTALE La crisi degli incendi boschivi non riguarda esclusivamente la protezione dell’ambiente. Essa interroga la qualità della democrazia, l’efficienza delle istituzioni e la capacità dello Stato di garantire diritti fondamentali. La Costituzione italiana, dopo la riforma del 2022, riconosce all’articolo 9 la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi come principio fondamentale della Repubblica, anche nell’interesse delle future generazioni. L’articolo 32 tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività; l’articolo 41 subordina l’iniziativa economica privata all’utilità sociale e vieta che possa arrecare danno alla salute e all’ambiente; l’articolo 44 attribuisce alla Repubblica il compito di assicurare il razionale sfruttamento del suolo e di promuovere la sua conservazione. Ne deriva che la prevenzione degli incendi, la gestione sostenibile delle risorse idriche, la tutela del patrimonio forestale e il contrasto alla desertificazione non costituiscono semplici opzioni amministrative, ma rappresentano obblighi derivanti dai principi costituzionali e dagli impegni assunti dall’Italia nell’ambito dell’Unione europea e degli accordi internazionali sul clima. LA SICILIA PUÒ ANCORA SCEGLIERE La Sicilia non è condannata a bruciare. La crisi climatica è ormai una realtà con cui sarà necessario convivere per molti decenni, ma la vulnerabilità del territorio non è un destino inevitabile. Essa dipende, in larga misura, dalla qualità delle decisioni pubbliche, dalla capacità di pianificare il lungo periodo e dalla volontà politica di investire nella prevenzione anziché limitarsi a gestire l’emergenza. Ogni estate che passa senza una profonda riforma delle politiche forestali, della gestione delle risorse idriche, della tutela del suolo e della pianificazione territoriale rende l’isola più fragile e aumenta il costo umano, economico ed ecologico dei disastri futuri. Per questo la vera sfida non consiste nel disporre di qualche mezzo aereo in più o nell’annunciare l’ennesimo piano straordinario. La sfida consiste nel ricostruire una cultura del governo del territorio fondata sulla conoscenza scientifica, sulla trasparenza amministrativa, sulla legalità e sulla responsabilità istituzionale. Il cambiamento climatico continuerà a mettere alla prova la Sicilia. Ma sarà la qualità della sua governance a determinare se gli incendi resteranno una tragedia ricorrente o diventeranno, finalmente, un rischio governabile. Perché il fuoco che ogni estate attraversa l’isola non consuma soltanto boschi, coltivazioni e paesaggi. Brucia la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, mette in discussione la credibilità della politica e rivela, con crudezza, la distanza tra ciò che la scienza raccomanda e ciò che le amministrazioni realizzano. Una società matura non misura la propria capacità di governo dal numero di incendi che riesce a spegnere, ma da quelli che è stata capace di prevenire. È su questo terreno che si giocherà il futuro della Sicilia: non soltanto come territorio esposto alla crisi climatica, ma come comunità chiamata a scegliere se continuare a vivere nell’emergenza permanente o costruire, finalmente, una politica della prevenzione, della legalità e della responsabilità verso le generazioni future. LEGGI LA PRIMA PARTE QUÌ Aurelio Angelini
July 28, 2026
Pressenza
1/ Sicilia in fiamme: mafia, politica, “sgovernance”. Nel pianeta che brucia, un’isola che brucia due volte
Dalla California al Canada, dalla Grecia alla Spagna, dal Portogallo alla Francia, gli incendi boschivi sono ormai uno dei simboli più evidenti della crisi climatica. Quella che fino a pochi anni fa veniva considerata un’emergenza straordinaria è diventata la nuova normalità del XXI secolo. L’aumento delle temperature medie, le ondate di calore sempre più intense e prolungate, la riduzione delle precipitazioni e la crescente aridità dei suoli stanno trasformando vaste aree del pianeta in ecosistemi sempre più vulnerabili al fuoco. Il bacino del Mediterraneo rappresenta uno dei principali climate hotspot del pianeta, come documentato dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc). Qui il riscaldamento procede più rapidamente della media globale e gli effetti si manifestano con particolare intensità: siccità ricorrenti, incendi di enorme estensione, eventi meteorologici estremi e progressiva desertificazione stanno modificando il paesaggio e mettendo sotto pressione ecosistemi, economie e comunità. In questo scenario la Sicilia occupa una posizione emblematica. È una delle regioni europee maggiormente esposte agli effetti del cambiamento climatico, ma è anche il luogo in cui tali effetti si intrecciano con una fragilità istituzionale sedimentata nel tempo. L’isola, infatti, non brucia soltanto per l’aumento delle temperature: brucia perché la crisi climatica incontra un territorio reso più vulnerabile da decenni di cattiva pianificazione, ritardi amministrativi, gestione emergenziale delle risorse e, in molti casi, dalla pressione di interessi economici e criminali. Il cambiamento climatico rappresenta il moltiplicatore del rischio; la debolezza della governance ne amplifica gli effetti. È questa combinazione a trasformare ogni estate in una tragedia largamente prevedibile. LA DESERTIFICAZIONE AVANZA NEL SILENZIO La desertificazione non è un fenomeno futuro, ma una realtà già in atto. Secondo Ispra e il ministero dell’Ambiente, oltre il 70% del territorio siciliano è classificato come vulnerabile o altamente vulnerabile ai processi di degradazione del suolo. Negli ultimi decenni le precipitazioni si sono progressivamente ridotte, mentre le temperature medie sono aumentate di circa due gradi rispetto al periodo preindustriale, con picchi estivi che superano ormai frequentemente i 45 °C. Il fuoco accelera ulteriormente questa trasformazione. Ogni incendio distrugge la sostanza organica del terreno, riduce la capacità del suolo di trattenere l’acqua e favorisce l’erosione. Quando, dopo lunghi periodi di siccità, arrivano precipitazioni intense, il terreno impoverito non riesce più ad assorbirle: l’acqua defluisce rapidamente in superficie, trascinando con sé lo strato fertile e aumentando il rischio di frane e alluvioni. Si innesca così un circolo vizioso nel quale incendi, perdita di fertilità, dissesto idrogeologico e desertificazione si alimentano reciprocamente, riducendo anno dopo anno la resilienza del territorio. DIGA SICILIANA AL 50% DI CAPACITÀ DI STOCCAGGIO IDRICO NELL’INVASO LA GRANDE SETE DELL’ISOLA Attribuire la crisi idrica siciliana esclusivamente al cambiamento climatico significa ignorarne le cause strutturali. La scarsità delle precipitazioni costituisce certamente un fattore determinante, ma non spiega da sola una situazione che è anche il risultato di decenni di insufficiente manutenzione delle infrastrutture e di una cronica incapacità di programmare gli interventi. Le reti acquedottistiche dell’isola disperdono mediamente oltre la metà dell’acqua immessa, con punte superiori al 60% in diversi comuni. In altre parole, più di un litro d’acqua su due viene perso prima di raggiungere cittadini, imprese e aziende agricole. A questo si aggiunge il progressivo interrimento di numerosi invasi artificiali, che negli anni hanno visto ridursi sensibilmente la loro capacità di accumulo a causa del mancato dragaggio e dell’insufficiente manutenzione. Si tratta di opere realizzate con ingenti risorse pubbliche che oggi funzionano ben al di sotto delle loro potenzialità. Il risultato è un paradosso che sintetizza efficacemente la crisi della governance siciliana: mentre famiglie, agricoltori e imprese subiscono razionamenti sempre più frequenti, una quota enorme della risorsa idrica continua a essere dispersa lungo le reti o non può essere immagazzinata nei bacini esistenti. L’acqua che manca ai cittadini è la stessa che manca agli ecosistemi forestali, all’agricoltura e alle attività di prevenzione e spegnimento degli incendi. In un contesto climatico sempre più estremo, la cattiva gestione delle risorse idriche diventa essa stessa un fattore di amplificazione del rischio ambientale. IL SUOLO CONSUMATO, UNA CONTRADDIZIONE DELLA TRANSIZIONE ECOLOGICA  Alla crisi climatica e alla scarsità idrica si aggiunge un’altra emergenza spesso sottovalutata: il consumo di suolo. L’ultimo Rapporto Ispra documenta come nel 2024 l’Italia abbia impermeabilizzato circa 78 km² di nuovo territorio, il valore più elevato dell’ultimo decennio. Anche la Sicilia continua a perdere superfici agricole e naturali proprio mentre il cambiamento climatico rende il suolo una risorsa strategica. Ogni ettaro sottratto all’agricoltura o agli ecosistemi naturali riduce la capacità del territorio di assorbire l’acqua piovana, immagazzinare carbonio, mitigare le temperature estreme e conservare la biodiversità. Particolarmente delicata è la diffusione di grandi impianti fotovoltaici realizzati direttamente su terreni agricoli fertili. La decarbonizzazione rappresenta una priorità assoluta, ma non può essere perseguita sacrificando una risorsa non rinnovabile come il suolo. Una vera transizione ecologica richiede coerenza tra gli obiettivi climatici e la tutela del territorio. La disponibilità di aree industriali dismesse, cave abbandonate, ex discariche, parcheggi, coperture di edifici e altre superfici già artificializzate offre alternative ampiamente sufficienti per una significativa espansione delle energie rinnovabili senza compromettere ulteriormente il patrimonio agricolo e paesaggistico dell’isola. Consumare nuovo suolo nel nome della sostenibilità significherebbe sostituire un problema con un altro, aggravando proprio quella fragilità ambientale che la transizione energetica dovrebbe contribuire a ridurre. GLI INCENDI: UNA GUERRA CONTRO IL TERRITORIO Ogni estate la Sicilia si trasforma nel principale fronte italiano degli incendi boschivi. Migliaia di ettari di boschi, macchia mediterranea, aree agricole e habitat naturali vengono distrutti, mentre il fumo invade città e paesi, compromettendo la salute dei cittadini, l’economia locale e un patrimonio naturale costruito in secoli di evoluzione ecologica. Sarebbe però un errore interpretare questa tragedia come una semplice conseguenza delle temperature elevate. Il caldo estremo, la siccità e il vento rappresentano il contesto nel quale gli incendi si propagano con maggiore violenza, ma nella maggior parte dei casi non ne costituiscono la causa iniziale. Il fuoco nasce quasi sempre dall’azione dell’uomo: per negligenza, imprudenza o deliberata volontà criminale. I dati raccolti negli ultimi anni confermano che una quota significativa dei roghi ha origine dolosa o colposa. Il cambiamento climatico rende gli incendi più rapidi, intensi e difficili da spegnere; non sostituisce però le responsabilità umane. Al contrario, ne aumenta il peso e le conseguenze. La domanda, allora, non è soltanto perché la Sicilia bruci, ma perché continui a bruciare nello stesso modo, negli stessi luoghi e con la stessa drammatica regolarità. La risposta conduce inevitabilmente al tema della prevenzione e della qualità del governo del territorio. L’EMERGENZA PERMANENTE COME MODELLO DI GOVERNO In uno Stato efficiente gli incendi si combattono soprattutto nei mesi invernali, quando si pianificano gli interventi di manutenzione forestale, si realizzano fasce tagliafuoco, si ripristina la viabilità forestale, si rimuove il materiale combustibile accumulato, si monitorano le aree più vulnerabili e si rafforzano gli organici destinati alla prevenzione. In Sicilia, troppo spesso, accade l’opposto. L’attenzione pubblica si concentra quasi esclusivamente durante l’estate, quando l’emergenza è ormai esplosa. Ogni anno vengono annunciati nuovi piani straordinari, cabine di regia, centrali operative, droni, satelliti, sistemi di intelligenza artificiale, campagne di comunicazione e investimenti eccezionali. L’impressione è quella di una macchina organizzativa in continua trasformazione. Eppure, il risultato rimane sostanzialmente immutato. Gli incendi continuano a devastare il territorio con la stessa intensità, mentre le istituzioni ripropongono, estate dopo estate, un copione ormai prevedibile: dichiarazione dello stato di emergenza, richiesta di ulteriori mezzi aerei, ricerca di nuove risorse finanziarie, promesse di riforme strutturali rinviate all’anno successivo. L’emergenza finisce così per diventare una modalità ordinaria di governo. È un modello amministrativo che interviene quando il danno è già avvenuto, anziché investire sistematicamente nella prevenzione. Una politica che privilegia la gestione della crisi rispetto alla riduzione del rischio è destinata a rincorrere gli eventi senza riuscire a governarli. La prevenzione, al contrario, produce risultati poco visibili dal punto di vista mediatico. Un bosco che non brucia non genera immagini spettacolari, non alimenta conferenze stampa né inaugurazioni. Eppure, rappresenta il più importante indicatore dell’efficacia delle politiche pubbliche. MAFIA, INCENDI ED ECOMAFIE Ridurre gli incendi boschivi a un fenomeno esclusivamente climatico significherebbe ignorare un elemento che accompagna da decenni la storia del territorio siciliano: l’intreccio tra criminalità organizzata, interessi economici illegali e controllo del territorio. Le relazioni della Direzione Investigativa Antimafia, della Commissione parlamentare antimafia e i rapporti annuali di Legambiente sulle ecomafie documentano da anni come i reati ambientali costituiscano uno dei settori più redditizi dell’economia criminale. Gli incendi possono rispondere a finalità diverse: liberare aree per attività agricole o edilizie, modificare l’uso del suolo, alimentare interessi connessi al pascolo abusivo, favorire attività speculative o esercitare forme di intimidazione e controllo territoriale. Ogni episodio richiede naturalmente un accertamento giudiziario, ma sarebbe altrettanto irresponsabile negare l’esistenza di un fenomeno ampiamente documentato dalle indagini delle autorità competenti. Un territorio privo di manutenzione, caratterizzato da controlli insufficienti, procedure amministrative lente e pianificazione debole, offre maggiori opportunità alle organizzazioni criminali. L’illegalità ambientale non nasce dal nulla: cresce negli spazi lasciati liberi dall’inefficienza delle istituzioni. Per questa ragione la lotta agli incendi non può essere considerata esclusivamente una questione di protezione civile o di gestione forestale. È anche una politica di legalità, di trasparenza amministrativa e di presidio democratico del territorio. LA CRISI DELLA GOVERNANCE Il cambiamento climatico costituisce un fenomeno globale. Le responsabilità amministrative, invece, sono inevitabilmente locali. Quando oltre metà dell’acqua potabile si disperde nelle reti di distribuzione; quando gli invasi non vengono periodicamente dragati; quando la manutenzione forestale resta insufficiente; quando il consumo di suolo continua a ridurre la capacità del territorio di trattenere acqua e mitigare gli effetti delle ondate di calore; quando la prevenzione viene sistematicamente subordinata alla gestione dell’emergenza, gli incendi cessano di essere soltanto calamità naturali. Diventano l’esito prevedibile di una crisi della governance. Il termine-concetto s-governance non vuole essere uno slogan polemico, ma la descrizione di un sistema nel quale le istituzioni faticano a svolgere la propria funzione fondamentale: ridurre la vulnerabilità del territorio prima che il rischio si trasformi in disastro. La differenza tra una buona amministrazione e una cattiva amministrazione non si misura dalla capacità di spegnere gli incendi, ma dalla capacità di impedirne la propagazione e di limitarne gli effetti. È questa la distinzione tra governo e semplice gestione dell’emergenza. LEGGI LA SECONDA PARTE QUÌ Aurelio Angelini
July 27, 2026
Pressenza
Il caldo estremo mette l’agricoltura con le spalle al muro
> Dal 15° accordo sul clima delle Nazioni Unite di Parigi, dove 195 nazioni > hanno accettato di ridurre le emissioni nazionali di CO2 dei combustibili > fossili tra il 30 e il 60% entro il 2030, è successo il contrario.  Sono passati ormai 10 anni dagli accordi di Parigi e, secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (AIE), i livelli atmosferici di anidride carbonica (CO2) hanno raggiunto il massimo storico, raggiungendo una media di 432,3 ppm nel maggio 2026. Questo è l’opposto di ciò che le parti hanno concordato di fare e, sulla base dei tagli attuali proposti, Paris ’15 non conta più. Le nazioni hanno fallito. Il loro fallimento si sta ora manifestando nei cambiamenti climatici, il che significa che non ci sono scuse per il caldo estremo. L’hanno causato senza volerlo ed è successo un problema serio soprattutto per gli agricoltori. Non possono fare i bagagli e andarsene da qualche altra parte quando il caldo arrostisce la terra. Come risultato del fallimento collettivo di 195 nazioni, la CO2 dei combustibili fossili ricopre l’atmosfera più che in qualsiasi altro momento della storia umana e aumenta il calore che è la forza primaria di un pericolo in agguato: le agenzie delle Nazioni Unite hanno avvertito che “il caldo eccessivo sta causando un disastro, sta spingendo i sistemi alimentari e agricoli globali sull’orlo del baratro” (UN News del 22 aprile 2026 e WMO avvertimento.) A quanto pare, il riscaldamento globale è entrato nella “zona rossa”, il che significa soglie pericolose in cui l’instabilità climatica accelera, portando a condizioni meteorologiche estreme e gravi perturbazioni degli ecosistemi. CALDO ECCESSIVO COME MOLTIPLICATORE DI RISCHIO In tutti i sistemi agricoli, l’impatto è già visibile. Per la maggior parte delle colture principali, le rese iniziano a diminuire con temperature superiori a 30° C. Ciò porta a strutture vegetali indebolite e a una riduzione della produttività. Il bestiame subisce stress a temperature ancora più basse, in particolare suini e pollame. Non possono raffreddarsi in modo efficiente, con conseguente riduzione della crescita e rischio di insufficienza degli organi. Tutte le fonti alimentari sono influenzate negativamente. Per quanto riguarda la vita oceanica, l’aumento delle temperature abbassa i livelli di ossigeno, mettendo a dura prova la vita marina. Ad esempio secondo un articolo di The Australian Marine Conservation Society del 29 gennaio 2025  alcuni rapporti indicano acque oceaniche 3° – 5°C al di sopra del normale. In sintesi, il sistema oceanico globale ha recentemente subito enormi ondate di calore della durata di 500 giorni mai viste prima. Alcuni scienziati hanno espresso allarme, dicendo che la situazione è “spaventosa”. Vedere – Il massiccio cambiamento di regime oceanico è allarmante. Inoltre, il suddetto rapporto delle Nazioni Unite afferma che il caldo eccessivo in alcune parti dell’Asia meridionale, dell’Africa subsahariana e dell’America Latina aumenta il numero di giorni “troppo caldi per lavorare” fino a 250 giorni all’anno. Può l’IA gestire la semina e la raccolta delle colture? LA FRANCIA, “IL PANIERE DELL’UE”, SI PREOCCUPA Secondo Le Monde del 3 luglio 2026: “Le prime ondate di caldo stanno devastando l’agricoltura francese e lasciando gli agricoltori indifesi”. Gli agricoltori francesi temono perdite di produzione enormi e temono che “il peggio deve ancora venire”. Secondo il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard, l’agricoltura è “in crisi”. Anche le foglie degli alberi vengono “bruciate”, la crescita delle colture che sopravvive è “stentata e gli allevamenti di pollame vengono “decimati “. Bloomberg News, 2 luglio 2026: * Un’ondata di caldo nell’Europa occidentale potrebbe aver danneggiato quasi un terzo del mais francese, secondo le stime preliminari del Ministero dell’Agricoltura del Paese. * Il clima torrido ha anche bruciato circa la metà della produzione di carote, il 60% del luppolo e una grande fascia di frutteti e ucciso centinaia di migliaia di pollame. * La produzione di mais era già prevista in calo dopo che i coltivatori avevano ridotto le semine a causa dei maggiori costi di fertilizzanti e carburante derivanti dalla guerra in Iran. L’istituto di ricerca francese ARVALIS afferma che la crescita della patata è ottimale a circa 18° C, rallenta a temperature più elevate e può fermarsi a circa 28° C a 30° C. La Francia ha recentemente subito un’ondata di caldo nazionale da record che ha spinto le temperature oltre i 40° C e ben al di sopra dei 28° C per un periodo consecutivo di 14 giorni dal 17 giugno al 30 giugno. IL CALDO ESTREMO COLPISCE L’AGRICOLTURA MONDIALE “Dalle pianure nord-occidentali produttrici di cereali dell’India alle piantagioni di grano orientale dell’Australia, dalle risaie della Thailandia alle vaste piantagioni di olio di palma dell’Indonesia, il caldo e le piogge al di sotto del normale stanno danneggiando le colture e costringono gli agricoltori a ridurre la semina”. (Il caldo danneggia le colture asiatiche mentre il potente El Niño prende forma , Reuters, 3 giugno 2026) “La siccità causata da El Niño è un doppio colpo per gli agricoltori già alle prese con la carenza di fertilizzanti e diesel causata dalla guerra in Iran”. “Circa il 50% della massa di terra priva di ghiaccio viene utilizzata per nutrire gli esseri umani, fondamentalmente per l’agricoltura, ma il peggioramento delle condizioni ambientali con siccità, inondazioni e incendi ha implicazioni molto significative sul modo in cui ci nutriremo in futuro. Il cambiamento climatico sta colpendo l’agricoltura in modi non più in linea con le pratiche del passato. Quindi, quello che è successo in passato non serve più per predire la produzione futura. È un colpo grosso. (Fonte: Climate Extremes: Agriculture, Oos Pictures, giugno 2026) Inoltre, “a livello globale, le colture perdono circa il 40% ogni anno a causa di malattie e parassiti. Circa 15 anni fa, quel numero era del 25%. Non stiamo facendo meglio, stiamo facendo peggio, e il motivo è il cambiamento climatico…”Shely Aronov, co-fondatore Innerplant, San Francisco. “Ora siamo a un punto di svolta in cui non siamo più in grado di adattarci ai cambiamenti climatici in modi in cui le generazioni prima erano in grado di farlo”, Berninger, Bayer Global. Il cambiamento climatico sta inviando segnali di pericolo da qualche tempo. Non succede tutto in una volta, ma quando succede, è troppo tardi. La pubblicazione online Grist ha recentemente elencato i segnali di allarme precoce: Il mondo sta diventando troppo caldo per nutrirsi del 27 aprile 2026. “Gli autori citano come, in Cile, il riscaldamento dei mari nel 2016 abbia provocato massicce fioriture di alghe che hanno ucciso circa 100.000 tonnellate di salmoni e trote d’allevamento, creando la più grande mortalità  in acquacoltura della storia. Nel nord-ovest del Pacifico degli Stati Uniti, quando una delle più forti ondate di calore mai registrate ha colpito nel 2021, interi raccolti di lamponi e more sono andati persi, le fattorie di alberi di Natale hanno visto un calo del 70% del volume del legname e l’intersezione di calore estremo, essiccazione vegetativa e incendi boschivi ha portato ad un aumento tra il 21 e il 24% della superficie forestale bruciata in Nord America quell’ anno. Dopo un’ondata di caldo record che ha colpito l’India nel 2022, il grano in oltre un terzo degli Stati indiani è sceso ovunque tra il 9 e il 34%, gli animali da latte afflitti da stress da calore hanno prodotto fino al 15% in meno di latte e alcuni raccolti di cavoli e cavolfiori sono stati dimezzati. La scorsa primavera nella catena montuosa del Fergana in Kirghizistan, una regione nota per la sua neve tutto l’anno, le temperature primaverili sono aumentate di 10° C rispetto alla media stagionale, un periodo di tempo così insolito che ha contribuito a un’epidemia di locuste e a un drammatico calo dei raccolti di cereali “, scrive Grist. IL PARADOSSO UMANO CIBO / CARBURANTE La combustione dell’energia fossile alimenta la rivoluzione della produzione alimentare che spinge la crescita della popolazione umana, alimentando complessivamente un enorme complesso di generazione di calore. Ipso facto, la civiltà umana è una macchina di calore senza un interruttore di spegnimento. Secondo l’ Earth Overshoot Day: “I combustibili fossili sono ovunque e sono uno dei motivi principali per cui l’umanità è in overshoot ecologico (superamento dei limiti ecologici, N.d.R.). Nell’agricoltura industriale, le colture dipendono da grandi quantità di fertilizzanti azotati, prodotti chimici agricoli a base di petrolio, pompe che eseguono l’irrigazione, gasolio per macchinari e carburante per la distribuzione alimentare in tutto il mondo. La rivoluzione verde si è concentrata sulla creazione di raccolti esponenzialmente più elevati con una minore dipendenza dal lavoro umano, ma ha anche aumentato la dipendenza del nostro sistema alimentare dai combustibili fossili “. Questo ineluttabile paradosso ha creato la più grande macchina termica della storia umana. “Il cibo ora dipende più che mai dalle risorse limitate e dall’energia a basso costo dei combustibili fossili. Non c’è da meravigliarsi che, in molti casi, il nostro cibo contenga più “calorie da combustibili fossili” che calorie nutrizionali. Ad esempio, in Slovenia, ci vogliono 7 calorie equivalenti di combustibile fossile per fornire 1 caloria di carne consumata. Il numero di calorie da combustibili fossili richieste varia a seconda del gruppo alimentare e tra i paesi “. In generale, un rapporto calorico di sette a uno necessario per nutrire miliardi di persone non è sostenibile su un pianeta surriscaldato. Qualcosa deve cambiare se vogliamo vivere. Il World Economic Forum (WEF), fucina del “capitalismo degli stakeholder”, sulla scia di Parigi ’15, ha affermato che “la maggior parte dei Paesi del mondo potrebbe funzionare al 100% con energia rinnovabile”. Questa affermazione non è stata ben accolta dalle élite del WEF, note anche come “teste calde estreme”. LA TRANSIZIONE DAI COMBUSTIBILI FOSSILI ALLE ENERGIE RINNOVABILI “In tutta l’energia che il mondo utilizza, non solo l’elettricità ma anche i trasporti, il riscaldamento e l’industria, i combustibili fossili forniscono ancora circa l’80%. E questa quota è diminuita di poco in 60 anni “. (Forbes, 7 giugno 2026) Si può coprire il pianeta con le energie rinnovabili fino a diventare blu in faccia, e non farà alcuna differenza per il calore estremo se la combustione di combustibili fossili che emettono CO2 rimane a livelli elevati, intorno all’80%. Il calore aumenta con la CO2. Le prospettive di ondate di calore estremo non sono mai state così forti. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI FILOMENA SANTORO. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Robert Hunziker
July 24, 2026
Pressenza
Bologna e i servizi educativi: una questione di classe
Da Palestra popolare Gino Milli e Guernelli una riflessione su centri estivi, taglio del contributo comunale e criminalizzazione dei soggetti marginalizzati. Le stesse due realtà raccontano anche l'ennesimo allagamento per pioggia: "Via Gandusio discriminata dall'amministrazione". Riceviamo e pubblichiamo.
Il clima cancellato dal regime di guerra
In un recente articolo sul magazine online “L’altra Montagna”, è scritto: «è ancora possibile in questa fase mondiale parlare di cambiamenti climatici?», ovvero è possibile continuare a preoccuparsi del tema in un momento in cui la guerra e il riarmo, il genocidio in Palestina e le politiche fasciste di Trump stanno sconvolgendo quotidianamente il mondo, risucchiando lo spazio mediatico e le nostre preoccupazioni? Il problema è complesso e più articolato, a mio parere, di quanto emerge in quell’articolo che comunque pone una questione reale. Indubbiamente esistono forti preoccupazioni sociali e politiche che riempiono la nostra attenzione e le nostre conversazioni, almeno dalla pandemia di COVID-19 in poi. Queste, spesso, non lasciano spazio all’ecologia e nell’ultimo anno e mezzo sono indubbiamente aumentate. Tuttavia, secondo un sondaggio condotto dall’Università di Oxford su un campione di 150mila persone del globo, in realtà la situazione reale è diversa. Sembra che all’80% della popolazione mondiale importi che i governi agiscano urgentemente per il clima, ma questa popolazione crede di non essere maggioranza e per questo rimane tendenzialmente in silenzio. > C’è una disparità significativa tra il Global Sud in cui l’89% delle persone > intervistate vorrebbe azioni da parte dei governi e il Global Nord in cui la > percentuale si abbassa al 66%, ma il tratto generale è comune a ogni > latitudine. Al di là del sondaggi, non si può negare che vi sia una riduzione oggettiva dell’impegno collettivo rispetto alle questioni climatiche così come va riscontrato un calo, negli ultimi due anni, della capacità dei movimenti ecologisti di costruire conflitto e protesta moltitudinaria. Questo elemento è la conseguenza, a sua volta, di diversi fattori tra i quali una ondata repressiva sistemica che li ha colpiti e la difficoltà di mantenere un piano mobilitativo prolungato nel tempo, per di più con ben pochi risultati ottenuti negli ultimi anni. Questi problemi si situano però in un contesto globale preoccupante che va forse inteso come il motivo centrale della difficoltà a parlare di ecologia al di fuori di cerchie di persone militanti e attive sul tema. La questione climatica è quasi completamente uscita dalla attenzione mediatica ed è stata totalmente derubricata nell’agenda politica dei governi. LA LOTTA DEL BLOCCO REAZIONARIO CONTRO L’ECOLOGIA L’arrivo dell’amministrazione Trump ha dato un colpo di grazia finale a un processo avviato già a seguito della COP di Glasgow del novembre 2021, quando si tenne la più grande manifestazione mondiale per il clima. Da quel momento in poi governi di ogni colore hanno tentato di disinnescare la crescente preoccupazione sociale per le sorti del pianeta. Nei primi anni dopo l’esplosione della protesta climatica (2019-2022) i partiti neoliberali hanno fatto credere che la transizione ecologica fosse una questione meramente tecnologica e hanno tentato di rispondere alle richieste delle piazze sbandierando, appunto, progressi tecnologici verdi. All’interno del Parlamento Europeo, in molti hanno sostenuto il Green New Deal solo in quell’ottica, con azioni rivolte al nucleare, alla cattura di CO2, alla produzione di batterie al litio, alla diffusione di autoelettriche e simili. In Italia ricordiamo, sostenitore aperto di questa tendenza è stato il duo Draghi-Cingolani. Con l’avanzata delle destre estreme si è arrivati alla situazione odierna in cui il collasso climatico è stato fatto semplicemente uscire dallo spazio politico e mediatico con combinazioni di negazionismo e di «ci dispiace ma non c’è alternativa all’esistente». Quest’ultima è ormai lo strumento principale nei contesti in cui il negazionismo sarebbe imbarazzante. Il primo è utilizzato da Trump, la seconda da von der Leyen. In questa parabola una cartina di tornasole è stata il modo in cui i media e i politici hanno trattato Greta Thunberg, dal tratteggiarla come eroina infantilizzandola nei primi anni, fino a ignorarla nel modo più totale quando ha espresso una posizione intersezionale di critica al capitalismo che ovviamente né liberali né fascisti sono disposti ad accettare. ADDIO AL GREEN NEW DEAL Il fatto che la politica stia liquidando l’emergenza climatica ha un peso e una gravità forse non pienamente compresi. La modalità con cui l’Europa sta rinunciando al piano di impegni ambientali del Green New Deal è alquanto impressionante considerando quanto quel piano è stato una delle bandiere della scorsa legislatura a Strasburgo. Colpo dopo colpo, quella cornice di norme, provvedimenti e tutele, ovviamente criticabile da sinistra ma tuttavia esistente, sta venendo meno per essere sostituito dalla competitività delle imprese. Due sono stati i fattori che oggi sanciscono la fine di quel piano. Il primo è la politica di riarmo in corso a livello continentale a seguito della guerra in Ucraina, che vede con una forte accelerazione da gennaio in poi, in questa fase ulteriore di regime di guerra in cui ci troviamo. Il secondo è la guerra commerciale scatenata da Trump attraverso la minaccia dei dazi. Arriviamo all’estremo paradosso attuale per cui, anziché ridurre la dipendenza dai fossili, ci stiamo impegnando ad aumentare l’acquisto di gas liquefatto statunitense pur di evitare i dazi. Aumentare l’importazione di gas, che è già a livelli record, significa condannare il nostro continente all’economia fossile per i prossimi anni, con gravi conseguenze ambientali e industriali di lungo periodo. > Il governo italiano a Bruxelles è tra quelli che più stanno lavorando alla > distruzione del Green New Deal, con Meloni che a ogni occasione accusa di > ambientalismo ideologico chi sostiene ancora quel piano. Ricordiamo che la distruzione del Green New Deal avviene con la stessa presidenza di Commissione della legislatura che lo aveva ideato, e con la medesima maggioranza, ma con un cambio del posizionamento di popolari e liberali e l’incapacità (o assenza di volontà) di difendere il piano da parte di socialisti e verdi. STATI UNITI FOSSILI Ciò che sta accadendo invece negli Stati Uniti dalla elezione di Trump in poi è forse ancora più grave. L’attacco dell’amministrazione verso qualunque politica ambientale è peggiore anche della più pessimistica previsione. Trump si è ritirato dall’accordo di Parigi, ha dato ordine di promuovere lo sfruttamento delle foreste nazionali, ha licenziato mille guardie forestali dei principali parchi statunitensi, ha concesso l’espansione esplorativa nelle settore gas e petrolio, ha detto di volersi liberare della agenzia di intervento contro i disastri naturali (la FEMA) e, ancora più grave, ha deciso un taglio così drastico ai finanziamenti della NOAA, l’agenzia di studio sul clima, che per molti analisti implica la fine dell’operatività reale della agenzia stessa. Inoltre ha rimosso la parola cambiamenti climatici dai documenti ufficiali degli organi governativi e ha bandito le cannucce di carta per favorire il ritorno di quelle di plastica. Il tutto in soli quattro mesi di tempo. Difficile che un governo europeo arrivi a mettere assieme una quantità di provvedimenti di questo tipo. Vero è però che il potenziale simbolico degli stessi è impressionante, in uno scenario mondiale in cui quello statunitense sta diventando un modello di governance, allineandosi ai governi che già rappresentano quella visione del mondo fascista e reazionaria come quello russo, ungherese o indiano. Secondo sciopero globale Friday for Future, foto Gaia Di Gioacchino LA CRISI CONTINUA AD AVANZARE In questo scenario, la COP a novembre 2025 a Belem, in Brasile, sulla carta molto importante per le decisioni che si dovrebbero prendere, sembra quasi svuotata di significato. Se già lo strumento si era rivelato molto poco efficace negli ultimi 10 anni, ora appare del tutto inconsistente. Non vedrà la presenza del maggior inquinatore globale, gli USA, e si terrà in un momento in cui vi è una costante delegittimazione degli organi di arbitrato globale costruiti negli anni dalle democrazie liberali, quale appunto è l’ ONU e quindi la COP. Nel frattempo, la crisi climatica richiederebbe invece interventi immediati e significativi, perché tutto sta galoppando rapidamente verso il collasso ecosistemico. I report che testimoniano questa evidenza sono numerosi anche se ormai dimenticati dai media mainstream. Uno di questi molto recente, dell’agenzia europea per il clima Copernicus relativo allo stato delle cose nel 2024, è particolarmente preoccupante, perché ci dice che in Europa l’emergenza climatica sta accelerando: i disastri causati da eventi atmosferici violenti sono sempre più diffusi, il clima è stato il più caldo di sempre, superando i record del 2023. Racconta poi in dettaglio altri fattori di preoccupazione come l’aumento della siccità in alcune aree, la crescita sproporzionata della portata dei fiumi in altre aree e il fatto che ghiacciai alpini e nordici stanno restringendosi e scomparendo rapidamente. In generale quello che colpisce chi studia il tema è che il riscaldamento globale non sta solo avanzando, lo sta facendo in modo molto più rapido del previsto, come avevamo scritto anche su Dinamo a inizio anno. Tra il 2021 e il 2024, in soli tre anni, si è registrato il riscaldamento del pianeta che la scienza prevedeva si sarebbe registrato in venti anni. FASCISMO DI FINE DEL MONDO In un suo recente e brillante articolo, Naomi Klein ha sottolineato un diverso posizionamento delle élite economico-politiche mondiali davanti alla crisi climatica e bellica. Nel primo mandato di Trump pareva che il loro piano fosse isolarsi in qualche isola dell’oceano senza tasse o difendersi da calamità naturali costruendo bunker in zone isolate. Oggi invece è evidente che il loro obiettivo è imporre un «fascismo di fine del mondo», all’interno delle democrazie liberali ormai stravolte dai governi di estrema destra. Secondo Klein «utilizzando e rinfrescando le loro antiche ambizioni e privilegi imperiali, sognano la creazione di governi minimali e di spartirsi il mondo in rifugi ipercapitalistici, liberi dalla democrazia, sotto il solo controllo della ricchezza sfrenata, protetti da soldati mercenari, serviti da Robot di Intelligenza artificiale e finanziati da criptomonete […] Il fascismo di fine del mondo è un oscuro fatalismo, un rifugio finale per coloro che trovano più facile celebrare la distruzione che immaginare un mondo senza suprematismo. […], l’apocalisse per loro non è il collasso; è la regolamentazione». Nello stesso articolo Klein conclude che «oggi stiamo opponendoci a una ideologia che ha abbandonato non solo le premesse e le promesse delle democrazie liberali, ma la possibilità stessa dell’esistenza condivisa nel nostro mondo». > Nell’orizzonte di questo fascismo di fine del mondo sono accettabili la morte > di masse enormi di popolazione, l’emergenza climatica che rende invivibili > vaste aree del pianeta, l’erezione di muri e fortezze pur di garantire la vita > a pochi. Per il fascismo di fine del mondo è accettabile agire per accelerare la distruzione del mondo come lo abbiamo conosciuto, perché questa non è più una spiacevole e remota conseguenza del radioso futuro che proponeva il neoliberismo, ma è diventata l’obiettivo vero e proprio. IL RANCORE DEL MASCHIO Ha suscitato attenzione una frase di JD Vance durante il suo discorso ai leader europei riuniti Monaco: «se la democrazia americana è sopravvissuta a dieci anni di critiche da parte di Greta Thunberg, voi potete gestire qualche mese di Elon Musk». In questa fase è contenuto molto dell’ideologia reazionaria che si sta imponendo nel mondo, di cui il regime statunitense è portavoce. La preoccupazione per l’ecologia mossa da una giovane donna diventa una critica da sopportare che mina alle proprie libertà, alla propria individualistica affermazione maschile e suprematista sul mondo. Greta è un fastidio da stigmatizzare in un regime governato da narcisisti, sessisti e psicopatici. Andrew Tate ha sempre attaccato Greta per la stessa ragione, così come Peter Thiel. Le elezioni americane hanno dimostrato quanto questa visione del mondo attraverso la lente del “rancore maschile” stia diventando egemonica e abbia avuto un ruolo chiave nella vittoria di Trump. > L’ apparato ideologico di questo nuovo blocco reazionario utilizza il > negazionismo climatico come strumento all’ affermazione di un nuovo machismo > per il quale ecologia e transfemminismo sono parimenti nemici.  Il grosso problema è che se si diffonde ulteriormente questo apparato ideologico – e non servono le maggioranze, bastano minoranze che abbiano potere simbolico ed egemonico – anche le scelte in materia ambientale dei governi del pianeta godranno di ampio consenso, nonostante esse siano contro la scienza e il senso comune. Finché governi reazionari come quello statunitense manterranno questo consenso sul piano culturale sarà ben difficile cambiare rotta e fermare la corsa accelerata verso il collasso ecosistemico. Un mondo dove l’ecologia è qualcosa di fastidioso da stigmatizzare o silenziare perché mina l’ego dei maschi è un mondo molto triste, ma è pure un mondo che semplicemente non ha futuro, se non quello distopico tratteggiato nel suo articolo da Klein. Forse è pure la forza egemonica di questo rancore maschile che scoraggia le persone ad agire e che impedisce di far pressione nei confronti dei governi. Una forza che contribuisce a rendere silenziosa la maggioranza della popolazione, pur essendo essa molto preoccupata per il futuro del pianeta, come emerge dal sondaggio dell’Università di Oxford citato all’inizio. Il potere che il rancore maschile agisce è una conferma, se mai necessaria, della necessità e dell’urgenza di una alleanza intersezionale tra ecologia radicale, lotta di classe e transfemminismo per opporsi a questo fascismo di fine del mondo. Prima che sia troppo tardi. Immagine di copertina di Renato Ferrantini SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress abbiamo attivato una nuova raccolta fondi diretta. Vi chiediamo di donare tramite paypal direttamente sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il clima cancellato dal regime di guerra proviene da DINAMOpress.
May 6, 2025
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