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Casa: governo Meloni prigioniero della rendita!
Perché il ddl approvato in consiglio dei ministri il 30 aprile è pericoloso In questo disegno di legge che riscrive le disposizioni in materia di rilascio di immobili osserviamo una tutela assoluta dei proprietari di casa, con modifiche sostanziali al codice di procedura civile. Inoltre questo dispositivo, una volta approvato, […] L'articolo Casa: governo Meloni prigioniero della rendita! su Contropiano.
May 22, 2026
Contropiano
Case promesse e sfratti garantiti
di Gianluca Cicinelli (*) Il governo ha trovato il modo più italiano possibile per affrontare l’emergenza abitativa: promettere case domani e accelerare gli sfratti oggi. Da una parte il Piano casa, con centomila alloggi annunciati in dieci anni, fondi immobiliari, privati da coinvolgere e canoni definiti “accessibili”. Dall’altra il disegno di legge sugli sgomberi e sui rilasci, cioè la parte
Il governo annuncia sfratti in soli quindici giorni. Il disprezzo per le conseguenze sociali
Facciamo una analisi del fenomeno prendendo ad esempio una città come Roma. Dunque, circa 6 mila sfratti in esecuzione. Quindi circa 6 mila famiglie in 15 giorni potrebbero essere sfrattate. Vediamo le soluzioni. Madri single con minori: casa famiglia spesso fuori Roma perché in città sono già tutte piene. Nucleo […] L'articolo Il governo annuncia sfratti in soli quindici giorni. Il disprezzo per le conseguenze sociali su Contropiano.
May 9, 2026
Contropiano
Il DDL “Sfratti veloci” non risolve, bensì esaspera crisi abitativa e problemi sociali
Il Governo Meloni “privatizza” gli sfratti e alla macelleria sociale che si abbatterà sulle città serve una grande risposta sociale e democratica. La segretaria nazionale dell’Unione Inquilini, Silvia Paoluzzi, spiega: > Questo DDL rappresenta un attacco diretto alle famiglie che vivono la crisi > abitativa. > > In un Paese dove ogni anno vengono emesse 40.000 sentenze di sfratto e dove si > registrano 150 sfratti eseguiti ogni giorno, invece di affrontare le cause > reali dell’emergenza il Governo sceglie di accelerare ulteriormente le > procedure di sfratto. > > Mentre l’inflazione, l’aumento dei tassi e il caro‑vita mettono in ginocchio > migliaia di nuclei familiari, il Governo ha abolito il contributo affitto, > unico sostegno nazionale per chi non riesce a pagare i canoni, e ha presentato > un Piano Casa che cancella di fatto l’edilizia residenziale pubblica, l’unico > strumento strutturale capace di ridurre i costi dell’abitare. > > Il DDL Sfratti veloci interviene solo sul lato repressivo, smantellando tutele > fondamentali. > > L’eliminazione dell’avviso di rilascio consente all’ufficiale giudiziario di > presentarsi senza preavviso, il giorno successivo alla scadenza del precetto, > come lo stesso testo ammette quando afferma che l’esecutato “non riceve più > alcuna comunicazione relativa al giorno dell’accesso”. Per una famiglia in > difficoltà significa non sapere quando avverrà lo sfratto, non avere il tempo > di organizzarsi, non poter nemmeno tentare una mediazione o una soluzione > alternativa. > > Il rinvio dell’esecuzione viene ridotto a un’unica possibilità, per un massimo > di 180 giorni, e solo in presenza di condizioni rigidissime: età superiore ai > 75 anni, disabilità grave, malattia terminale o convivenza con una persona con > disabilità grave o terminale da almeno un anno. Tutte le altre fragilità – > minori, monogenitorialità, precarietà lavorativa, redditi insufficienti – > semplicemente non esistono per il legislatore. > > Il DDL amplia inoltre l’uso della notifica per irreperibili, permettendo di > considerare “notificato” anche chi non ha mai ricevuto nulla, sulla base di > ricerche “nei luoghi ragionevoli”, una formula che rischia di trasformarsi in > un automatismo a danno degli inquilini. > > Il nuovo procedimento di ingiunzione di rilascio, immediatamente esecutivo, > consente al giudice di decidere in quindici giorni e di rendere esecutivo il > provvedimento senza attendere i tempi dell’opposizione. Su richiesta del > locatore può essere applicata una penale pari all’uno per cento del canone per > ogni giorno di ritardo, un aggravio insostenibile per chi è già in difficoltà. > Anche lo sfratto per morosità viene irrigidito: i tempi per sanare si > dimezzano e la possibilità di recuperare la morosità viene limitata a due > volte in quattro anni, in un contesto in cui gli affitti crescono e i salari > restano fermi. > > La parte più inquietante del DDL riguarda però la possibilità che “enti” > accreditati dal Ministero possano sostituire l’ufficiale giudiziario nelle > operazioni di rilascio. > > Si introduce così un elemento di privatizzazione dell’esecuzione che > consideriamo gravissimo: funzioni pubbliche, delicate e ad alto impatto > sociale, potrebbero essere svolte da soggetti esterni, non pubblici e non > imparziali. > > È una scelta che apre scenari pericolosi e che rischia di trasformare un atto > dello Stato in un intervento privatizzato, con modalità che nulla hanno a che > vedere con la garanzia pubblica e con la tutela dei diritti. > > Una macelleria sociale prodotta dal DDL che ricadrà sui Comuni, che si > troveranno con il “cerino in mano”: senza strumenti, senza risorse e senza > politiche abitative. > > I Comuni saranno chiamati a gestire l’impatto sociale degli sfratti senza > avere né alloggi né fondi, con il rischio di un aumento esponenziale delle > situazioni di emergenza. > > L’assenza di misure di sostegno per le famiglie in difficoltà, unita alla > crescita dei canoni e alla precarietà lavorativa diffusa, rende già oggi la > precarietà abitativa insostenibile a livello sociale. > > In questo quadro, il DDL non solo accelera gli sfratti, ma smantella le tutele > minime che garantivano un equilibrio tra le parti. > > Non possiamo inoltre non chiederci se questo provvedimento sia costituzionale, > visto lo sbilanciamento che produce a sfavore delle famiglie in difficoltà, > aggravato dalla mancanza di alcuna misura di compensazione. > > Questo impianto rappresenta una vera e propria “caccia al povero”, un attacco > frontale alle fasce più fragili della popolazione. > > Serve una grande mobilitazione unitaria, una opposizione sociale e democratica > contro un provvedimento profondamente iniquo e pericoloso per le conseguenze > che provocherà nella coesione sociale. Redazione Italia
May 5, 2026
Pressenza
Il decreto Casa di maggio promette abitazioni e sfratti
Il decreto Primo maggio sulla casa è stato approvato! Il provvedimento annunciato con grandi proclami, ha finalmente visto la luce, ma non parla di intervento pubblico, se non nel risanamento di alloggi inabitabili perché lasciati colpevolmente all’incuria. In Italia sono anni che si presentano “Piani casa” e la situazione è sempre più grave. Nel 2023 il Governo annunciava provvedimenti per “ammodernare l’Italia” con la costruzione di nuove case con attenzione alla “qualità architettonica” e attraverso la riqualificazione dell’edilizia pubblica. Il MIT avviava una commissione tecnica per definire il fabbisogno ERP, quello dell’edilizia sociale e quale peso avrebbe potuto avere il recupero di immobili pubblici. Si metteva a fuoco la platea dei destinatari, mentre si studiava il modello di finanziamento che coinvolgesse anche capitali privati. Il risultato è stata la costruzione di altre case ,destinate al mercato privato che nessuno può abitare. Nel corso del 2024 viene approvato il Decreto Salva Casa (D.L 69/2024 convertito in L.105/2024) che con il problema della casa poco c’entra, di fatto è una sanatoria di difformità edilizie e abusi minori e consente di facilitare i cambi di destinazione. Il problema che riguarda la possibilità per molte famiglie di avere accesso a un’abitazione non viene affrontato. > Adesso il governo Meloni ha approvato il decreto legge “Disposizioni urgenti > per il Piano Casa” con il quale promette la costruzione di 100mila alloggi nei > prossimi dieci anni e la ristrutturazione di 60mila unità di edilizia popolare > per renderle abitabili. Il Governo prevede anche misure specifiche per la fascia di giovani con un reddito inferiore a 60mila euro, che non sono in grado di acquistare una casa. Per loro si è pensato allo strumento del rent to buy, paghi l’affitto oggi che viene accantonato come anticipo del prezzo finale con l’obbligo di acquistare la casa entro un termine stabilito. Incentivare ancora l’acquisto invece che privilegiare l’affitto e l’edilizia pubblica costringe un’intera generazione a vivere sotto la mannaia di un debito perenne. In realtà il Piano Casa Italia, annunciato come una novità, esiste come norma dal 30 dicembre 2025 quando è stata approvata la Legge di Bilancio 2026.che all’art.1 commi 783 e 784 definisce la strategia per l’edilizia residenziale pubblica e sociale. Per diventare operativa deve essere approvato il DPCM attuativo, il decreto che da via al piano, definendo la ripartizione delle risorse e le modalità operative. Doveva essere approvato a marzo, ma la data è slittata a data da destinarsi. L’apertura dei cantieri appare ancora lontana. Si parla di un investimento di 6 miliardi, che con l’unificazione prevista dalla legge di Bilancio 2026 delle risorse già stanziate con le Finanziarie precedenti potrebbe arrivare a 8 miliardi. Disponibili sono 970 milioni per i prossimi 4 anni, a cui si aggiungerebbero 1,1 miliardi dei Fondi Coesione destinati agli alloggi sostenibili.In pratica per questo programma straordinario di recupero del patrimonio di edilizia pubblica lasciato andare in malora, il finanziamento prevede poco più di 100 milioni all’anno fino al 2030. Briciole! > Nel Decreto non compare mai la parola “liste d’attesa” che sono quelle di chi > da anni ha fatto la domanda per avere una casa di edilizia popolare e appunto > “è in attesa” di riceverla. In Italia sono 250mila le famiglie che avrebbero i > requisiti per avere un alloggio e hanno presentata la domanda. Alcune andranno > in uno dei 60mila alloggi pubblici che si prevede di rendere abitabili. Per le > altre 190mila non è previsto nessun finanziamento pubblico per realizzare > nuove unità edilizie. Non c’è una parola neanche sui tanti senza fissa dimora, poveri che affollano le strade delle città e per i quali si usa con disprezzo la parola degrado. Il problema della casa non è solo un problema del nostro paese .In Europa oltre un milione di persone vive in strada o in rifugi pubblici e questo numero è in continuo aumento. In tutto il continente europeo i canoni per gli affitti negli ultimi 15 anni sono aumentati in media del 28% e i prezzi delle abitazioni del 53%. Ovunque i costi abitativi arrivano a superare il 40% del reddito disponibile. La difficoltà dell’accesso alla casa non riguarda solo la fascia più povera della popolazione. Eppure di case se ne costruiscono molte, tanto da determinare un eccesso di stock residenziale. Le case costruite però non sono fatte per essere abitate, piuttosto sono destinate alla locazione turistica a breve termine.. A fronte di questa situazione a dicembre scorso la Commissione europea ha presentato il piano per l’edilizia abitativa a prezzi accessibili con l’obiettivo di aiutare gli Stati membri a realizzare alloggi più accessibili in tutta Europa. Anche se le politiche della casa sono di competenza nazionale l’Europa può intervenire con strumenti finanziari e con regolamenti che semplifichino le procedure. > La Commissione stima che, per colmare il divario nel prossimo decennio, > servano nell’UE circa 650.000 abitazioni all’anno oltre i livelli attuali, con > un fabbisogno di investimenti pari a circa 150 miliardi di euro all’anno. Ci sono grandi differenze fra i diversi paesi, sia nel fabbisogno che nelle politiche messe in campo per arginare la crisi. In Austria, specialmente a Vienna, esiste da decenni un modello di edilizia sociale che garantisce alloggi accessibili attraverso forti sovvenzioni pubbliche e una vasta offerta di case comunali. Il 70% dei viennesi vive in alloggi sovvenzionati o comunali, con affitti molto inferiori a quelli di mercato. Sono 220mila gli alloggi di proprietà pubblica. Anche in Francia l’edilizia pubblica rappresenta un vasto sistema per supportare le fasce deboli, con un forte sostegno economico da parte dello Stato. Paris Habitat è il più grande ente di edilizia pubblica in Europa. Gestisce circa 124.000 alloggi sociali situati all’interno e nell’area metropolitana di Parigi, fornendo alloggio a oltre 310.000 residenti. Non è così in Spagna, colpita da emergenza abitativa con alta speculazione. Il governo spagnolo ha appena approvato un piano da 7 miliardi di euro per la costruzione di nuove abitazioni pubbliche e vietando la vendita del patrimonio pubblico già esistente, che copre solo il 2% del totale delle abitazioni, una percentuale nettamente inferiore alla media europea Uno dei paesi in cui la situazione è più drammatica è l’Irlanda. Gli affitti negli ultimi dieci anni sono aumentati del 115% e a Dublino i senza tetto sono più di 12mila su una popolazione di 600mila abitanti. Eppure Dublino è una città con una ricchezza diffusa, che non consente però di affrontare il costo di un’abitazione. La situazione è stata determinata da scelte politiche che hanno incentivato gli investimenti di fondi immobiliari che guardano alla casa come strumenti per realizzare profitti sempre più alti. E le persone dormono in strada. Ad Amsterdam sono state fatte scelte diverse. Da 2017 è in vigore l’obbligo di destinare per ogni nuovo sviluppo residenziale il 40% delle case all’edilizia sociale, un altro 40% ad affitti a prezzi calmierati e il restante 20% al libero mercato. Questo ha fatto si che la città possieda una delle percentuali più alte in Europa di edilizia sociale. Nonostante il tentativo di affrontare il problema oltre 11mila persone vivono in strada o nei rifugi predisposti dall’amministrazione. La pressione del turismo è molto forte e crea una distorsione del mercato immobiliare, che non offre abitazioni a prezzi accessibili. Ovunque esiste una quota di edilizia pubblica, che tuttavia non è sufficiente a coprire il fabbisogno abitativo. In Italia alla radice del problema c’è la bassissima quota di edilizia pubblica e il divario tra le condizioni economiche della popolazione, dovute ai bassi salari e il costo delle case e degli affitti. La conseguenza dell’insostenibilità del costo del canone dell’affitto è l’aumento del numero degli sfratti per morosità in tutte le città italiane e in particolare nelle grandi aree urbane. > Il decreto annuncia che è stato predisposto un disegno di legge per consentire > gli sfratti più veloci accelerando le procedure per liberare gli immobili. > Buttare in mezzo alla strada altre famiglie non serve certo a risolvere il > problema della casa! Le più colpite sono le famiglie con figli e sono loro ad avere tassi di povertà assoluta molto alti. La casa è diventata un problema anche per famiglie che un reddito ce l’hanno e potrebbero pagarla, ma il mercato non offre alloggi in affitto a lungo termine per chi è residente: è il turismo che ha monopolizzato il mercato. L’affitto quindi dovrebbe essere il terreno da privilegiare da parte dell’intervento pubblico per ampliare l’offerta di locazioni a lungo termine e a prezzi accessibili. La difficoltà di poter avere una casa impedisce ai giovani di essere autonomi e li costringe a rinunciare a eventuali scelte di formazione e lavoro. Insieme alla precarietà lavorativa e l’assenza di servizi, la mancanza di una casa incide sulle loro vite fino a influenzare le scelte familiari e demografiche, Nonostante il problema abitativo richieda risposte immediate in grado di intercettare i bisogni attuali, continua il disinteresse delle politiche pubbliche di questo governo per questo settore, lasciato in mano alla ferocia dei fondi di investimento. È a loro che guarda il piano appena varato, ai loro interessi e per questo promette “semplificazione burocratica”. La reale intenzione è attrarre investimenti privati e saranno loro, insieme a Invimit e Cassa Depositi e Prestiti, a garantire alloggi a prezzi inferiori al mercato… Senz’altra definizione di cosa si intenda per mercato! La copertina è di BORGHY52 (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il decreto Casa di maggio promette abitazioni e sfratti proviene da DINAMOpress.
May 4, 2026
DINAMOpress
Bologna, Roma e Milano: le “Città in affitto” che escludono
Con il loro primo saggio edito da Laterza, i giornalisti del collettivo Gessi White mostrano i meccanismi che stanno trasformando le città italiane, rendendole sempre di più luoghi pensati per turisti, consumatori e investitori. L’attore pubblico si conferma il grande assente. Dagli studenti di Bologna ai 20.000 senza dimora di Roma, fino alla bolla finanziaria che avvolge Milano. Alice Facchini,
[Ora di buco] La scuola è un bene di lusso (1/4: trasmissione intera)
Prima corrispondenza con un docente che racconta il clima che sta vivendo il liceo Righi di Roma, che ha visto quattro incursioni di loschi figuri nella scuola durante l'occupazione e recentemente nella succursale di via Boncompagni anche con scritte inneggianti al fascismo e al nazismo.  Seconda corrispondenza con una rappresentante della rete di famiglie dell'istituto comprensivo "Francesco Cappelli", situata nel quadrante nord est di Milano: il racconto della storia del quartiere, la zona rossa e la speculazione che produce sfratti che limitano sia il diritto all'abitare, sia all'istruzione. La mobilitazione del territorio. Terza corrispondenza con la presidente del consiglio di istituto del comprensivo "Piersanti Mattarella" di Casal Bertone che segnala, a partire dal cedimento di un solaio nella mensa nel novembre 2025, le persistenti criticità nei plessi scolastici di Randaccio (scuola primaria) e Casal Bertone (scuola media): le mobilitazione e le richieste alle istituzioni.
March 10, 2026
Radio Onda Rossa
Dalle bombe in Iran alla corsa al cobalto Usa e Cina si contendono la R.D. del Congo
La competizione tra Washington e Pechino per energia e minerali critici arriva fino a Kolwezi, tra concessioni minerarie e sfratti forzati di case e scuole. Still I Rise ne parla nel nuovo report “Il Prezzo del Progresso”. L’organizzazione non profit Still I Rise pubblica il report “Il Prezzo del Progresso”, un’analisi che documenta l’impatto del sistema delle concessioni minerarie sugli sfratti forzati e sulla continuità scolastica a Kolwezi, nella Repubblica Democratica del Congo, epicentro mondiale di estrazione del cobalto. Partendo dal Congo, l’indagine offre una chiave di lettura sulle tensioni geopolitiche che stanno ridefinendo gli equilibri globali. “Le esplosioni nei cieli iraniani e i raid congiunti di Stati Uniti e Israele non sono un episodio isolato del Medio Oriente. L’Iran, grande esportatore di petrolio e fornitore cruciale per la Cina, è uno snodo strategico nella sicurezza energetica di Pechino: colpirne la stabilità significa incidere su uno degli assi centrali della competizione tra Stati Uniti e Cina”, dichiara Fatima Burhan Mohamed, Advocacy Officer di Still I Rise e curatrice del report. “La partita non riguarda solo il petrolio, ma si estende alle filiere dei minerali critici, decisive per l’autonomia industriale e tecnologica”. Ed è proprio nella Repubblica Democratica del Congo, dove si estrae il 70% del cobalto a livello mondiale, che si sta consumando una battaglia altamente strategica: quella per il controllo delle concessioni minerarie e delle catene di approvvigionamento di minerali strategici come il cobalto. A Kolwezi, la rivalità geopolitica ha conseguenze concrete: quartieri inclusi in licenze estrattive, famiglie esposte al rischio di sgombero, bambini che vedono interrompersi il proprio percorso scolastico. È qui, lontano dai riflettori dei grandi vertici internazionali, che la competizione tra potenze assume una dimensione concreta e locale. Il contesto: Kolwezi al centro della competizione globale Kolwezi, nella provincia del Lualaba, è uno snodo cruciale delle catene globali di approvvigionamento. Da quest’area proviene oltre il 70% del cobalto estratto a livello mondiale, un minerale classificato come critico per batterie agli ioni di litio, mobilità elettrica, sistemi di accumulo energetico, tecnologie digitali avanzate e comparto della difesa. La città conta tra i 700mila e un milione di abitanti e circa una persona su tre lavora direttamente o indirettamente nel settore minerario. Negli ultimi anni, il controllo del cobalto congolese è diventato terreno di competizione strategica tra Stati Uniti e Cina. Secondo il report, circa l’80% della produzione industriale di cobalto nella provincia del Lualaba è oggi riconducibile a capitali legati a Pechino, che ha consolidato nel tempo una presenza dominante nelle miniere e nelle infrastrutture di raffinazione. Parallelamente, Washington ha intensificato la propria iniziativa diplomatica ed economica attraverso lo Strategic Partnership Agreement con la Repubblica Democratica del Congo, puntando a diversificare le fonti di approvvigionamento occidentali e ridurre la dipendenza dalle filiere cinesi. In questo quadro si inserisce la vicenda delle concessioni detenute da Chemaf (Chemical of Africa), società privata attualmente in vendita e titolare di alcuni dei giacimenti più rilevanti ancora disponibili sul mercato. L’interesse di investitori sostenuti dagli Stati Uniti per l’acquisizione di questi asset è stato letto come un passaggio chiave nella ridefinizione degli equilibri del settore. Per il governo congolese, la competizione tra le due potenze potrebbe rappresentare al tempo stesso un’opportunità negoziale e un fattore di pressione geopolitica. “Il possibile passaggio di proprietà delle concessioni non è un fatto puramente finanziario. Un nuovo operatore potrebbe rivedere piani industriali, accelerare l’espansione estrattiva o rinegoziare i confini operativi delle aree concesse”, spiega Giulia Cicoli, co-fondatrice di Still I Rise. “In una città dove ampie porzioni dell’area urbana ricadono formalmente sotto concessione mineraria, tali decisioni possono avere effetti diretti e immediati sulle comunità residenti, incidendo sulla stabilità abitativa e sulle condizioni di permanenza delle famiglie”. Il sistema delle concessioni e la vulnerabilità abitativa Gran parte dell’area urbana di Kolwezi ricade formalmente in concessioni minerarie. In base al sistema vigente, lo Stato mantiene la proprietà del suolo, ma concede a imprese private il diritto esclusivo di esplorare e sfruttare le risorse per un periodo determinato. Nella pratica, questo significa che quartieri residenziali, scuole e terreni agricoli possono trovarsi in aree destinate all’estrazione. In caso di espansione mineraria, le famiglie prive di documentazione legale adeguata dispongono di strumenti limitati per opporsi a uno sgombero. Il report ricostruisce diversi episodi di sgombero e demolizione registrati negli ultimi anni nell’area di Kolwezi, legati all’espansione delle attività estrattive e alle concessioni minerarie. Questi eventi non costituiscono episodi isolati, ma si inseriscono in un quadro strutturale in cui l’assetto delle concessioni ridefinisce l’accesso alla terra e di fatto la permanenza delle comunità. L’indagine tra le famiglie degli studenti Tra il 2023 e il 2025 Still I Rise ha condotto un’indagine interna sulle famiglie dei 98 studenti allora iscritti alla Still I Rise Academy – Kolwezi, attiva dal 2021 e frequentata da bambini ex minatori. L’obiettivo era comprendere in modo sistematico la condizione abitativa dei nuclei familiari e valutare quanto questa incidesse sulla continuità del percorso scolastico. L’analisi restituisce un quadro di forte vulnerabilità. Il 70% delle famiglie vive in territori formalmente dati in concessione a un’azienda mineraria: di queste, l’89% non disponeva di certificati di proprietà riconosciuti dallo Stato e oltre la metà non era consapevole di abitare in un’area giuridicamente concessa. Inoltre, ottenere un certificato legale di proprietà ha costi elevati in un contesto in cui circa il 70% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Ne consegue che la mancanza di documentazione formale riduce drasticamente la possibilità di opporsi a uno sgombero o di negoziare condizioni adeguate. “Quando una famiglia non ha un titolo riconosciuto dallo Stato, la sua permanenza sul territorio diventa fragile”, continua Giulia Cicoli. “L’insicurezza abitativa non è solo una questione legale: si traduce in interruzioni scolastiche, spostamenti improvvisi, maggiore esposizione al lavoro minorile. Se una casa può essere demolita da un giorno all’altro, anche il diritto all’istruzione diventa precario”. Le azioni intraprese A seguito dell’indagine, Still I Rise è intervenuta su più fronti, partendo dall’analisi dei casi delle famiglie che vivono nelle aree in concessione e avviando procedure per regolarizzare le loro situazioni abitative. In collaborazione con IBGDH – Initiative pour la Bonne Gouvernance et les Droits Humains, la non profit ha inoltre organizzato incontri informativi sui diritti in caso di sfratto, coinvolgendo migliaia di persone della comunità. Parallelamente, ha avviato un dialogo con l’azienda titolare della concessione e con le autorità locali per chiedere maggiore trasparenza su eventuali piani di espansione e reinsediamento. “Si è trattato di un lavoro lungo e impegnativo, necessario per raggiungere anche le famiglie più isolate e prive di accesso alle informazioni”, conclude Fatima Burhan Mohamed. “Oggi queste famiglie sanno cosa possono pretendere e come muoversi: possono chiedere informazioni ufficiali, partecipare alle consultazioni, rivendicare un indennizzo adeguato e opporsi a uno sfratto irregolare. Informare in modo capillare significa ridurre lo spazio per decisioni arbitrarie e rafforzare la capacità della comunità di difendere i propri diritti.” Scarica il report integrale. Still I Rise
March 6, 2026
Pressenza