Tag - Cisgiordania

Pena di morte: Elwood, Tommy e Burton mostrano…
…il razzismo degli Usa e chi lo combatte anche nei tribunali. Riprendiamo quasi per intero il nuovo numero del «foglio di collegamento» del Comitato Paul Rougeau che si apre con un accorato invito a votare domenica «per difendere la nostra Costituzione». I procuratori dell’Ohio archiviano il caso contro Elwood Jones quasi 30 anni dopo la condanna ingiusta Una decisione della
PALESTINA: DALL’INIZIO DELL’AGGRESSIONE ISRAELO-USA ALL’IRAN, BOOM DI VIOLENZE DI COLONI ED ESERCITO
Con gli occhi del mondo puntati sullo Stretto di Hormuz, Israele conduce una campagna sistematica di violenze, terrorismo, uccisioni, rapimenti e deportazioni di massa di palestinesi nella Cisgiordania Occupata. A Radio Onda d’Urto Fabian Odeh, cittadino italo-palestinese da anni a Brescia e nostro collaboratore, riporta “un preoccupante incremento degli attacchi armati condotti dai coloni israeliani e dall’esercito contro civili palestinesi”. Le stragi vere e proprie, come quelle degli ultimi giorni a Tamun e Qaryut, si accompagnano a pesanti “restrizioni alla libertà di movimento. L’isolamento dei villaggi lascia le comunità locali esposte a rappresaglie che godono di una sostanziale impunità giudiziaria. Oltre alle vittime dirette, si registra un numero altissimo di detenzioni amministrative senza processo e la sistematica demolizione di abitazioni e strutture agricole”. Fabian Odeh aggiunge poi, nell’intervista a Radio Onda d’Urto, che “mentre il mondo guarda altrove, nei Territori Palestinesi Occupati prosegue un’operazione di controllo territoriale forzato che mina il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. Quello che sta passando la Palestina oggi, particolarmente la Striscia di Gaza, è un genocidio, ma nella Cisgiordania quello che accade è una continuazione dello stesso progetto… un continuo estendere il controllo dell’occupazione a scapito del diritto dei palestinesi”. Ascolta l’intervista al nostro collaboratore, Fabian Odeh, su Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica
March 19, 2026
Radio Onda d`Urto
UNICEF: le Autorità israeliane devono far cessare la strage di bambini in Cisgiordania
“La violenza ha nuovamente causato la morte tra i bambini palestinesi in Cisgiordania – ha dichiarato il direttore regionale dell’UNICEF per il Medio Oriente e il Nord Africa, Edouard Beigbeder, nel comunicato divulgato oggi, 17 marzo 2026 – Il 14 marzo scorso nella città di Tammun in Cisgiordania due fratelli, di 5 e 7 anni, sono stati uccisi dalle forze israeliane mentre insieme ai loro genitori erano all’interno della propria auto”. Contestualmente Edouard Beigbeder ha informato i media che “dal gennaio 2025 in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, sono stati uccisi 65 bambini palestinesi, circa uno alla settimana, la maggior parte colpita da colpi d’armi da fuoco caricate con munizioni letali, e nello stesso periodo in quest’area sono stati gravemente feriti più di 760 bambini palestinesi“. “Per i bambini che sopravvivono a questi episodi, le conseguenze sono profonde – ha evidenziato Edouard Beigbeder nel comunicato – Alcuni rimangono colpiti da disabilità permanenti che segneranno il resto della loro vita. Molti bambini devono fare i conti con profonde ferite psicologiche dopo aver assistito all’uccisione violenta e alle ferite inflitte ad amici e familiari”. E, rivolgendosi direttamente a loro, Edouard Beigbeder ha sollecitato le Autorità israeliane alla responsabilità: > L’UNICEF esorta le Autorità Israeliane ad adottare misure immediate e decisive > per proteggere i bambini palestinesi e tutelare il loro diritto alla vita in > conformità con il diritto internazionale. Le autorità devono garantire una > responsabilità trasparente e rigorosa nei casi in cui dei bambini vengano > uccisi o mutilati e intraprendere azioni efficaci per scoraggiare ulteriori > violenze. Le autorità devono inoltre adempiere al loro obbligo di garantire > l’accesso umanitario e l’assistenza medica ai feriti.   UNICEF
March 17, 2026
Pressenza
Intervista a Serena Baldini di “Vento di Terra”, ONG attiva da anni in Palestina
Cara Serena, raccontaci della ONG Vento di Terra. Vento di Terra nasce nel 2006 in Palestina da un gruppo di giovani, con l’idea di restituire diritti e potere alle persone schiacciate dall’occupazione militare. Ora lavoriamo anche in Afghanistan, Giordania, Camerun e Albania, laddove i diritti sono negati. Quali sono state le maggiori difficoltà? Il settore della cooperazione è cambiato tantissimo: prima lavoravamo con i Comuni italiani, invitavamo i bambini palestinesi qui, ma ora quel tipo di supporto è scomparso, le risorse non ci sono più o non si vogliono spendere in questa direzione. Dal 7 ottobre 2023 la nostra agenzia per la cooperazione ha congelato tutti i fondi riguardo alla Palestina, anche per i progetti già approvati. La burocrazia che rallentava i progetti c’è sempre stata, ma ora si sono aggiunte le decisioni politiche. Rendere conto sui progetti va bene, ma (ora soprattutto per la Palestina) avere gli occhi puntati continuamente addosso toglie il fiato. In fondo l’accusa, neanche troppo velata, fatta alle ONG è stata quella “Mandate soldi ai terroristi”, anche se non c’è mai stata alcuna prova in questo senso. Come vi finanziate? In buona parte ancora attraverso progetti finanziati dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione  che però ha deciso di uscire completamente da Gaza. Per Gaza grazie ai nostri donatori privati, ma anche alle Nazioni Unite o ad alcune fondazioni private.  Ricordo nel passato le vostre famose scuole, quella di gomme e quella di sabbia. Ci sono ancora? Sì, pensa che quella di gomme creata nel 2009 secondo le autorità israeliane doveva essere demolita appena dopo la costruzione. In quel caso la visibilità sui media a livello internazionale ci ha protetto molto. Ma sono state distrutte altre scuole in area C e tante comunità hanno subito violenze ed espulsioni continue, in base al piano di ricollocamento forzato di Israele. Oggi le violenze si sono moltiplicate, non c’è paragone tra l’aggressività dei coloni attuale e quella di alcuni anni fa. I coloni sono 700.000 e sono organizzati, vanno in giro armati a terrorizzare la popolazione palestinese. Hai avuto esperienze dirette di incursioni dei coloni? Sì. Avremmo dovuto lavorare con due comunità beduine a nord di Gerico, una zona bellissima, colline dove immagineresti di poter fare un trekking; in realtà sono occupate da coloni che iniziano con un caravan e un uomo armato che si piazza in cima a una collina e poco dopo iniziano le costruzioni. Sono coloni estremisti, si chiamano “Hill boys”, vanno in giro a terrorizzare, picchiare, minacciare, a volte sono bande di ragazzini. Più volte i palestinesi in auto sono stati accerchiati da queste bande che tirano pietre. A dicembre mi sono proprio trovata in una situazione di questo genere: li abbiamo visti da lontano, in mezzo alla strada e in questi casi è incredibile come i palestinesi reagiscano con apparente tranquillità. “Normalità”, del tipo, andiamo avanti? Torniamo indietro? O si chiede all’altra auto come gli è andata, oppure si va avanti col sorriso sperando di limitare i danni. E’ pazzesco. Perché ho detto “avremmo dovuto lavorare con due comunità…” Perché quelle due comunità sono state costrette ad abbandonare le loro baracche e le hanno rifatte, in qualche modo, ancora più povere, altrove. Avremmo dovuto riabilitare le loro scuole, ora stiamo montando una tenda dedicata ai bambini nell’area dove si sono spostati e allestendo tre classi aggiuntive nella scuola dove alcuni di loro sono stati accolti. È ancora vero che, in situazioni come quelle che descrivevi prima, il fatto che ci sia un internazionale tuteli i palestinesi? Non è più vero come un tempo. A volte ci sono anche gruppi israeliani che difendono i palestinesi. Ora davvero, sia coloni che esercito, non guardano in faccia nessuno. Se un tempo poteva esserci l’intervento di un soldato che cercava di calmare un colono, questo non avviene assolutamente più. Come vedi la società israeliana? Quanto contano coloro che si oppongono al governo, all’occupazione? Il mio osservatorio è il dialogo che abbiamo con israeliani che però fanno parte di quella piccola minoranza che è a fianco dei palestinesi. La mia impressione è che se i contrari al governo Netanyahu sono tanti, questo non vuol dire che siano contro l’occupazione; da questo siamo ben lontani. Il 7 ottobre è una ferita ancora aperta. È difficile: i nostri amici ci raccontano come la maggior parte degli israeliani non riesca a riconoscere i palestinesi come esseri umani, come l’apartheid sia feroce e diffuso. E molti non si rendono conto di questa brutalità: chi sta a Tel Aviv non vede il muro, i check point, le colonie. Eppure, i nostri amici israeliani sono convinti che questa attuale politica faccia un male enorme al loro Stato: un sacco di israeliani stanno andando via perché non riescono a vivere in quel contesto. Ma vanno tutti tre anni nell’esercito. Sì, Israele è una società militarizzata, il lavaggio del cervello inizia fin dall’asilo, i soldati sono figure di riferimento, educative. Chi capisce che quello che viene fatto dal governo israeliano, dal suo esercito è criminale, fa comunque fatica ad uscirne, è una rottura che isola dal lavoro, dalla famiglia, dalla società intera. Lo stigma è forte. C’è chi finisce in carcere e addirittura chi si toglie la vita.  Veniamo a Gaza. Cosa facevate e cosa riuscite ancora a fare? Siamo arrivati a Gaza nel 2011, ancora con le comunità beduine. Hanno perso la loro identità nomade, non possono più pascolare le greggi, non c’è spazio. Lì abbiamo iniziato a costruire un centro per l’infanzia, formando un team di educatrici. Potevamo entrare coordinandoci con le autorità israeliane e con Hamas, ci volevano i due permessi. Ce li hanno sempre concessi. L’ultima volta sono andata nel settembre del 2023 e avrei dovuto tornare ad ottobre; avevo il volo il 7 ottobre. Quel giorno non riuscivo a capire cosa stesse succedendo, il tempo si era fermato.  Com’erano le manifestazioni della Marcia del ritorno del 2018, quando i palestinesi andavano ogni settimana al confine di Gaza a protestare? E’ stato un movimento enorme, pacifico, molto partecipato, anche con famiglie e bambini. I palestinesi si avvicinavano a questa zona “limite” e lì ricevevano gli spari dell’esercito israeliano; molti hanno perso l’uso degli arti inferiori. Guardate “Erasmus in Gaza” se potete. Quali erano i rapporti con Hamas? C’era sicuramente un controllo di sicurezza quando entravamo a Gaza, ma non abbiamo mai avuto problemi. Certo eravamo controllati, ma non era qualcosa di oppressivo. Lavorando poi in ambito educativo ci rapportavamo con il Ministero dell’Educazione, l’ala politica del movimento e si dialogava con loro in maniera molto aperta, stando su temi di educazione inclusiva. Dimostravano un sincero interesse alla possibilità che la comunità potesse avere servizi migliori. Essendo queste scuole dell’infanzia, le educatrici erano formate e pagate da noi (certo non attraverso le rette che tenevamo bassissime). Quella che avevamo costruito a Gaza era una scuola bellissima, l’edificio più bello del villaggio, che ora è stata rasa al suolo. In Cisgiordania invece le scuole primarie che abbiamo costruito sono entrate a tutti gli effetti nel sistema educativo pubblico palestinese. Avevi o no la sensazione che i bambini di Gaza soffrissero della condizione di accerchiamento e di reclusione? Difficile dirlo; a Gaza c’era una tale energia vitale, bellezza, attaccamento alla vita che secondo me spiega la loro resistenza in questo periodo. Certo sono bambini che hanno vissuto quasi ogni anno delle operazioni militari israeliane, anche prima di questo orrore. Il villaggio dove lavoravamo noi era al nord e sfollavano ogni volta che c’era un attacco. Gli psicologi di Gaza con i quali collaboravamo ci dicevano che le categorie occidentali a Gaza servono poco, come parlare di post-trauma, quando la normalità è un susseguirsi continuo di attacchi. L’essere umano poi tira fuori delle risorse incredibili e lì a Gaza hanno sviluppato una capacità di fronteggiare situazioni per noi inimmaginabili, ma i segni da qualche parte rimangono. Quindi lo stress, il senso di insicurezza, la perdita sono quotidiani nelle famiglie. E adesso? Le persone ci sono tutte e questo è fondamentale. Tutto lo staff ha perso la casa, è sfollato, ma nel tempo le nostre persone si sono ritrovate in piccoli gruppi e si sono “ricomposte” le equipe. Stanno lavorando. È incredibile, ma ce la fanno. Ora sosteniamo sei scuole d’emergenza per la fascia primaria, dai 6 ai 13 anni e tre scuole della fascia prescolare. Sono tende o edifici non completamente demoliti, scuole di emergenza, ma i bimbi sono iscritti regolarmente e vi sono servizi integrativi come attività ricreative e servizio psicologico, di gruppo o individuale. Spazi Temporanei di Apprendimento ad Al-Nuseirat, Gaza City e Khan Younis. Considerate che la scuola per la popolazione palestinese è sempre stata importantissima; si poteva non mangiare, ma la scuola era fondamentale. Quindi sono tanti gli insegnanti, i professionisti che si sono inventati nuove forme di scuola. Non siamo soli, riusciamo ad accogliere ogni giorno 960 bambini e il nostro personale è composto da 45 persone. Un altro problema: come fate con il materiale didattico? Bella domanda. Abbiamo sempre acquistato dentro Gaza, fare entrare del materiale autonomamente è un sistema talmente lento e complesso che non ce l’avremmo fatta. Si sono riaperti alcuni canali commerciali e alcuni importatori che vendevano prima del 7 ottobre ricominciano ad avere dei prodotti. In questo modo possiamo avere una fattura e pagare con un trasferimento bancario. Abbiamo distribuito sia cibo che materiale educativo. I costi però sono inaccessibili per le famiglie.  E la corrente elettrica? Figurati che era un disastro anche prima, prima del 7 ottobre la gente aveva l’elettricità per 4 ore al giorno. Chi era fortunato aveva il generatore o pannelli solari. All’inizio siamo stati a lungo senza notizie, non si potevano ricaricare i telefoni. Adesso la situazione è un po’ migliorata e si usano i pannelli solari. Gli aiuti non entrano. No, è pazzesco, entrano col contagocce. Sono stata a Rafah anche con la delegazione parlamentare. La Croce Rossa egiziana ha riempito magazzini enormi di materiale, anche refrigerato, con medicinali e altro. Ci sono centinaia di camionisti egiziani che aspettano sotto il sole anche da mesi. L’Egitto in tutta questa storia ha avuto un ruolo: esiste al Cairo una sorta di agenzia che facilita gli ingressi in Egitto, lo faceva anche prima del 7 ottobre. In questi ultimi due anni, la gente è uscita da Gaza pagando 5.000 euro. Conosco direttamente chi è uscito in questo modo e ha dovuto pagare in contanti tutti quei soldi. E’ un mercato degli esseri umani, pensate a 5.000 euro moltiplicati per, si stima, 150.000 persone che sono uscite da Gaza. Come avvengono invece i trasferimenti di soldi? È stato complicatissimo, all’inizio c’era bisogno di far arrivare contanti, così c’erano degli strozzini che vendevano il denaro e se tu mandavi sul conto di un abitante di Gaza 100 euro ne otteneva 60. Adesso ci sono dei metodi di pagamento elettronico alternativi, attraverso i telefonini e in questo sono stati bravissimi.  Io sono a dir poco meravigliata, quando parlando con persone del nostro staff sento nelle loro parole dell’entusiasmo. Fanno un lavoro in cui credono, avvertono un grande senso per quello che stanno facendo per i piccoli e per le loro famiglie. Che cosa possiamo fare qua? Mantenere l’attenzione su quello che avviene lì, far capire che nulla è risolto, spiegare e raccontare soprattutto ai giovani, ma anche ai bambini, quello che avviene in quella parte di mondo. Dobbiamo avere presente che l’attuale prospettiva è portare avanti il genocidio, l’annientamento, la cancellazione di un popolo. In Palestina sta crollando l’intero stato di diritto mondiale. Lottare con loro e per loro è farlo per tutto il mondo. La Palestina libera tutti e tutte. Che cosa provi nei confronti del popolo israeliano? Dobbiamo riuscire a capire il dolore che c’è anche in loro. So benissimo che la proporzione tra ciò che subisce una parte e l’altra è imparagonabile, ma non possiamo non riconoscere che anche la popolazione israeliana fatica. Se non vediamo quel pezzo lì, non andiamo da nessuna parte, e penso che da soli non ce la facciano a uscire da questa situazione.  I coloni armati sono dei criminali istituzionalizzati ai quali la società israeliana sempre più razzista sta dando spazio. Ma, ripeto, dobbiamo riuscire a vedere che esiste un’altra parte. Il vero nemico da cui liberarsi è il sionismo. Su questo, gli ebrei nel mondo hanno una visione ben diversa da chi vive in Israele immerso nella paura e nella propaganda.   Andrea De Lotto
March 17, 2026
Pressenza
«Dal fiume al mare», liberi e inclusivi
Sergio Sinigaglia sull’autobiografia di Widad Tamimi Dal fiume al mare, uno slogan che può avere diverse interpretazioni sia per i palestinesi che per gli israeliani. Può essere foriero di esclusivismi, oppure di liberazione per entrambi i popoli. Una alternativa alla ormai vuota retorica dei “due Stati”, improponibile di fronte a ciò che è accaduto dopo il 7 ottobre e all’annessione
Palestina: l’impero colpisce ancora…
Oggi: Anbamed, aggiornamenti del 14 e del 13 marzo lista di distribuzione postale: relazione sulla intervista a Gian Franco Veraldi Armin Messanger sulle caratteristiche dell’espansionismo israeliano Plestia Alaqad sull’importanza di dare voce ai palestinesi A.T. sulla situazione in Cisgiordania la descrizione della iniziativa Combatants for Peace e Parents Circle Enrico Semprini su una mozione presso l’Università di Modena e Reggio
Morire per Israele?
di Francesco Masala Durante il fascismo Mussolini decise che l’Italia doveva morire per la Germania nazista. Adesso il governo Meloni ha deciso che l’Italia deve morire per l’Israele sionista e gli Usa Epstein-state (i due principali stati canaglia dell’universo, secondo Alberto Bradanini). La prima volta sappiamo come è andata, dopo la seconda guerra mondiale l’Italia è stata occupata dagli Usa,
10 marzo 1948: Ben Gurion e il Piano Dalet
10 marzo 1948: David Ben Gurion ed un piccolo gruppo di ufficiali militari della Haganah elaborano il “Piano Dalet” o “Piano D”, che mira ad «allontanare quanti più palestinesi possibile dalla Palestina, così da poter creare uno Stato a maggioranza ebraica» (Ilan Pappé, Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina. Dal 1882 ad oggi, Fazi editore, 2024). Un piano
PALESTINA: MENTRE GLI OCCHI SONO PUNTATI SULL’IRAN, ISRAELE PORTA AVANTI IL GENOCIDIO
Sesto giorno di aggressione militare israelo-statunitense all’Iran che ha infiammato tutto il Levante e oltre. Nelle ultime 24 ore gli eserciti di Stati Uniti e Israele hanno sferrato 117 attacchi aerei e missilistici contro 51 obiettivi militari in tutto l’Iran. Colpite le province di Tehran, Kermanshah, Urmia, Baluchistan, Esfahan, Alborz, Ilam e Tabriz. In meno di una settimana i raid israelo-statunitensi hanno ucciso più di mille civili nel Paese. In questo contesto, mentre gli occhi sono puntati sull’Iran, l’esercito di occupazione israeliano continua a portare avanti il proprio progetto coloniale anche in Palestina, scomparsa di nuovo dalla narrazione dei media. Con una decisione unilaterale, giustificata ufficialmente con l’invocazione dello “stato di emergenza nazionale” e per non meglio precisati “motivi di sicurezza” dopo l’attacco a Teheran, il governo israeliano ha chiuso ogni via d’accesso alla Striscia di Gaza interrompendo così, istantaneamente, lo scarso flusso di cibo, acqua e carburante, necessarie a due milioni di persone, già stremate da anni di aggressione e privazioni. Il genocidio, la pulizia etnica e l’annessione continua con raid di esercito e coloni nella Cisgiordania occupata. Anche qui chiusura immediata dei valichi nell’area B e C e intensificazione degli attacchi dei coloni contro la popolazione palestinese. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Fabian Odeh, nostro collaboratore. Ascolta o scarica.
March 5, 2026
Radio Onda d`Urto