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Palestina: resistenza, solidarietà, coraggio, dignità
Articoli di Ilaria De Bonis, di Donata Columbro e Roberta Cavaglia , di Daniele Ratti e Massimiliano Bonvissuto, di Enrico Semprini. Con aggiornamenti e link.   Anbamed 16 gennaio e 17 gennaio: aggiornamenti sulla situazione a Gaza e in Cisgiordania; per Peace and War, Ilaria De Bonis focalizza la situazione della condizione nelle tende; Anan, Ilan e Mansour – situazione
Non smettiamo di parlare di Gaza
È morta stamattina a Gaza la bambina Aisha Agha, 27 giorni d’età, a causa del freddo e della malnutrizione. La città di Gaza è senz’acqua a causa del bombardamento israeliano di ieri che ha colpito la principale conduttura dell’acquedotto. I… ANBAMED
Palestina: non è così difficile, in fondo
Yara è una donna italiana di 34 anni. È tornata un mese fa dalla Palestina, c’è andata da sola. L’ho sentita al telefono e mi è subito piaciuta perché è schietta e pragmatica. Qualche giorno dopo, ho letto i suoi… Giada Caracristi
Gaza e Cisgiordania ancora sotto le bombe nel silenzio generale
Ancora una volta l’ONU ripete rimanendo inascoltato tramite il suo ultimo Report che “Le azioni militari e giuridiche che Israele mette in atto nei Territori palestinesi occupati non hanno nulla a che fare con le necessità di sicurezza” non si tratta di lotta al “terrorismo” ma strategia di occupazione e apartheid. Così Eliana Riva sulle pagine del Manifesto di oggi riporta l’attenzione sul genocidio mai concluso. In queste settimane da Gaza alla Cisgiordania vengono moltiplicate operazioni di polizia, arresti e presenza militare permanente. Raccontiamo le ultime settimane di continui attacchi e bombardamenti, in ultimo l’attacco all’Università di Bir Zeit in Cisgiordania dove l’IDF ha sparato contro decine di studenti e giornalisti. Nel quadro generale intanto la Siria di Al Sharaa prepara il terreno per l’egemonia israeliana sul territorio tramite accordi di cooperazione con l’entità sionista.
PALESTINA: UCCISIONI, ARRESTI E VIOLENZE. CONTINUA IL GENOCIDIO NEL SILENZIO INTERNAZIONALE
In Palestina il genocidio per mano israeliana prosegue nel silenzio della maggior parte dei media. Questa mattina gli spari dell’esercito di occupazione israeliano contro il campo profughi di Jabalia, nel nord della Striscia di Gaza, hanno ucciso una bambina palestinese di 11 anni. Un altro bambino è rimasto ferito nel quartiere Zeitoun di Gaza City. Colpi d’artiglieria hanno inoltre preso di mira il quartiere Tuffah, dove ieri sera altri due palestinesi sono stati uccisi dall’IDF, in una delle quotidiane violazioni del cosiddetto cessate il fuoco stabilito lo scorso ottobre. Dall’11 ottobre 2025, data di inizio dell’ultimo presunto cessate il fuoco, oltre 425 palestinesi sono stati uccisi dall’esercito israeliano e più di 1.200 sono rimasti feriti. Le violenze israeliane proseguono anche nella Cisgiordania occupata. Le Nazioni Unite hanno invitato Israele a smantellare il proprio sistema di apartheid imposto ai palestinesi in Cisgiordania e in tutti i Territori occupati. In un rapporto pubblicato mercoledì 7 gennaio, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha denunciato come decenni di “discriminazione sistematica” e segregazione nei confronti dei palestinesi nei Territori occupati si siano “drasticamente deteriorati” negli ultimi anni. Sempre ieri sera, le forze di occupazione israeliane hanno arrestato un cittadino palestinese già ferito dai coloni durante un assalto nella città di as-Samu, a sud di Hebron. Questa mattina, nel villaggio di Aboud, a nord di Ramallah, i militari israeliani hanno arrestato un’ex detenuta palestinese, Mona Ahmed Abu Hussein, e suo figlio Hamam. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, gli aggiornamenti con Michele Giorgio. direttore di Pagine Esteri, corrispondente da Gerusalemme per il Manifesto e nostro collaboratore. Ascolta o scarica.  
Non spegniamo i riflettori sulla Palestina
Con una lunga corrispondenza, diamo un aggiornamento sulla situazione a Gaza e in Cisgiordania, commentando tra l'atro il diniego imposto da Israele a tutta la cooperazione internazionale di operare in Palestina; mentre gli occhi del mondo sono ormai rivolti altrove e a fronte di una situazione sul campo sempre più drammatica, nel silenzio ufficiale dei governi, Israele ha deciso di eliminare completamente gli aiuti e la solidarietà internazionale, isolando e invisibilizzando la popolazione palestinese. Particolarmente esposti, i campi profughi e i villaggi più isolati della Cisgiordania, che vengono fatti oggetto dei violenti attacchi dei coloni e dell'IDF e che sono destinati alla completa cancellazione. In questo contesto, è stata recentemente organizzata da Israele, con voli a pagamento, un'evacuazione "volontaria" da Gaza per diverse famiglie palestinesi, che sono state condotte in regioni diverse dell'Asia o in Sud Africa; a questo scopo, è stata appositamente creata da Israele una nuova ONG. Nonostante tutto ciò, si continua da molte parti a lavorare "dal basso" per portare aiuti in Palestina e ad organizzare mobilitazioni e campagne di sensibilizzazione.
Valico di Rafah chiuso e irruzione nell’università di Beir Zeit in Cisgiordania
L’esercito israeliano ha dichiarato che non intende aprire il valico di Rafah al movimento di persone nelle due direzioni. Una misura vendicativa per impedire il ritorno di gazawi dall’Egitto e vietare il trasferimento di migliaia di malati e feriti per cure all’estero. Secondo il Dott. Muhammad Abu Salmiya, Direttore del Complesso Medico Al-Shifa “circa il 50% dei pazienti sottoposti a dialisi renale è morto e si continuano a registrare decessi giornalieri a causa della carenza di oltre il 70% dei loro farmaci. La stessa sorte tocca ai malati di cancro. Si muore di meno sotto le bombe, ma la chiusura dei valichi ha provocato morti e aggravamenti delle condizioni sanitarie della popolazione assediata”. Il genocidio continua con altri metodi. Università di Beir Zeit Università di Beir Zeit. Hannak, Wikimedia Commons Irruzione militare israeliana nell’università di Beir Zeit, in Cisgiordania. Una violazione grave che ha potato al ferimento di 11 studenti. I soldati hanno sparato pallottole di guerra all’interno delle aule universitarie, senza alcuna resistenza da parte di insegnanti e studenti. Al momento dell’aggressione vi erano all’interno della struttura 8.000 studenti. Le truppe hanno divelto il portone di ingresso principale e arrestato il vice rettore, Assem Khalil. “Una condotta repressiva che non condizionerà la nostra volontà di esplorare il mondo della conoscenza, contro ogni tentativo di sopprimere la volontà del nostro popolo di aspirare all’indipendenza e alla libertà e mettere fine all’occupazione coloniale”, ha detto il rettore in una conferenza stampa improvvisata, subito dopo il ritiro dei soldati invasori.   ANBAMED
Cisgiordania, la chiave del ritorno
Torno a casa con nella valigia una chiave, acquistata in un piccolo negozio di antichità di Gerusalemme. I palestinesi, sfollati nel ’48 durante la Nakba, si erano tenuti in tasca le chiavi di casa loro. Volevano e pensavano di poter tornare a casa. Avrebbero avuto (e avrebbero ancora) il diritto di farlo. E invece ci sono milioni e milioni di palestinesi nei campi profughi fuori, dentro la Cisgiordania e a Gaza, che non possono tornare nei loro villaggi nativi, nelle case di famiglia e neppure andare a trovare i parenti. A tutti i profughi palestinesi è rimasta solo la chiave, la chiave del ritorno. E noi abbiamo il dovere di non dimenticare il loro diritto di tornare. Nel frattempo io torno a casa, ma come al solito qui lascio troppo di me e ogni volta è sempre peggio. Perché vedere, vivere e respirare l’ingiustizia, la disumanità e le condizioni di vita che peggiorano ogni giorno di più, mi rende sempre più difficile tornare alla mia comoda vita, fatta di acqua potabile, di possibilità di spostamento senza restrizioni, senza violenza né umiliazioni quotidiane. Andateci nei territori occupati e guardate con i vostri occhi ciò che accade. Passate del tempo con loro e ascoltate le loro storie. Vi assicuro che dopo non sarà più come prima. Insieme alla chiave e a emozioni difficili da contenere, mi porto nel cuore le parole dello zio di Ahmad, proprietario dell’Educational Bookshop di Gerusalemme. Parole potenti, parole in qualche modo anche di speranza: “Possiamo essere arrabbiati, ma non dobbiamo odiare. Potremmo non dimenticare, ma dobbiamo perdonare” Redazione Italia