Tag - ogm

Nuovi OGM, ARI si mobilita: «Saremo il 16 giugno a Strasburgo per dire no»
I contadini e le contadine di ARI saranno presenti il 16 giugno Strasburgo per la grande manifestazione Europea promossa dal Coordinamento Europeo Via Campesina  (ECVC) e altre organizzazioni della società civile in occasione del voto all’europarlamento che dovrà decidere se deregolamentare la coltivazione di vegetali OGM, prodotti con la tecnica cisgenica e chiamati comunemente NGT o, solo nell’Italia dei furbetti, TEA. Se vincessero i sì diventerà possibile vendere prodotti OGM-NGT senza una effettiva tracciabilità, senza etichettatura e senza valutazione precauzionale; prodotti che sarebbero coperti da brevetti sui caratteri modificati, la cui portata si estende anche alle piante coltivate e ai cosiddetti “caratteri nativi” dei vegetali stessi, una vera e propria clava che si abbatterebbe sugli agricoltori e sui consumatori.. Da più di 5 anni ARI insieme al Coordinamento Europeo Via Campesina (ECVC) e ad altre organizzazioni della società civile italiane ed europee lotta contro questa deregolamentazione che  è pesantemente  in contrasto con le normative europee e Italiane, che calpesta il principio di precauzione e va contro a una sentenza della Corte di Giustizia Europea del 2018 che sancisce la natura OGM dei prodotti di queste nuove tecnologie genomiche. Per questo invitiamo i contadini e le contadine italiani a unirsi alla nostra manifestazione a Strasburgo per chiedere a gran voce che gli europarlamentari votino no a questa deregolamentazione e a lottare nei territori italiani perché questa normativa, se malauguratamente fosse approvata, non venga applicata. Applicarla significherebbe distruggere quello che abbiamo costruito, con gravissime conseguenze anche economiche per gli agricoltori, e metterebbe i consumatori nella condizione di non poter sapere cosa acquistano, privandoli della possibilità di scelta. Ci appelliamo alle organizzazioni dei consumatori che già hanno preso posizione contro questa deriva affinché, insieme a noi, intensifichino la pressione sugli amministratori locali perché dichiarino il loro territori liberi da OGM.   Il ritrovo sarà a Strasburgo alle ore 8.30 del 16 giugno di fronte al Parlamento Europeo   Contatto   Alessandra Turco ARI ECVC 3476427170   segreteria@assorurale.it Redazione Italia
June 10, 2026
Pressenza
Influenza aviaria, vaccini e allevamenti intensivi: cosa credete di aver mangiato finora?
UN’ANALISI SCIENTIFICA TRA BIOTECNOLOGIE, NORME EUROPEE E MODELLI PRODUTTIVI Quella carne di pollo o di tacchino che trovate al supermercato a buon prezzo, magari in offerta speciale a pochi euro al chilo, nasconde una realtà che va ben oltre la bella confezione plastificata. Proviene da allevamenti intensivi dove migliaia di animali vivono stipati in pochissimo spazio, nutriti con mangimi OGM — perché in Europa l’uso di soia e mais transgenici è la norma per i mangimi industriali (EU feed protein balance), anche se la legge esenta la carne finale dall’obbligo di etichettatura — e sottoposti a protocolli sanitari intensivi. Lasciamola perdere, ma non per le ragioni “fantascientifiche” o per i complotti che si leggono sui social, facciamo chiarezza evitando il terrorismo mediatico e analizzando i dati scientifici reali, come abbiamo iniziato a fare nell’articolo precedente (clicca qui). 1. I TRATTAMENTI ABITUALI NEGLI ALLEVAMENTI INTENSIVI Nelle grandi filiere industriali, le condizioni ambientali di altissima densità rendono la diffusione di virus e batteri un rischio costante e catastrofico. Per questa ragione, la vita di un tacchino, di un pollo da carne (broiler) o di una gallina ovaiola è scandita da un protocollo sanitario serrato fin dai primissimi giorni di vita. Ecco quali sono i trattamenti e le vaccinazioni di routine a cui sono sottoposti gli animali per evitare epidemie di massa, tra i quali figurano veri e propri vaccini OGM (vivi ricombinanti a vettore virale): * Malattia di Newcastle (Pseudo-peste aviare): Una profilassi applicata a tappeto. Spesso si utilizzano vaccini vivi ricombinanti OGM che impiegano l’Herpesvirus del Tacchino (HVT) come vettore, ingegnerizzato inserendo nel suo genoma il DNA del gene F del virus della Newcastle. Viene somministrato direttamente in incubatoio (in ovo a 18-19 giorni di incubazione o al primo giorno di vita per via sottocutanea). * Malattia di Gumboro (IBD): Colpisce il sistema immunitario dei pulcini. Si previene precocemente con vaccini biotecnologici OGM (vettori HVT modificati in laboratorio per esprimere la proteina virale VP2 dell’IBD, come i prodotti Vaxxitek HVT+IBD, Vectormune HVT-IBD o Innovax-IBD). * Laringotracheite Infettiva (ILT): Un’altra grave infezione respiratoria gestita anch’essa attraverso vaccini vettoriali ricombinanti OGM, generalmente basati su piattaforme HVT o fowlpox (vaiolo aviario) ingegnerizzate. * Bronchite Infettiva (IB): Una patologia respiratoria altamente contagiosa nei capannoni affollati. In questo caso viene contrastata regolarmente tramite vaccini classici (vivi attenuati non ingegnerizzati), somministrati in forma di spray collettivo in incubatoio o nei primi giorni di allevamento. Trattamenti Antibiotici: sebbene l’Unione Europea abbia vietato l’uso di antibiotici come promotori della crescita dal 2006, negli allevamenti intensivi il ricorso agli antimicrobici rimane frequente per scopi terapeutici o metafilattici (trattamento dell’intero gruppo quando si ammala un numero limitato di capi), a causa della facilità con cui le infezioni batteriche si propagano nei grandi gruppi. 2. LA TECNOLOGIA DEI VACCINI CONTRO L’INFLUENZA AVIARIA Il caso dell’Influenza Aviaria: in alcuni allevamenti intensivi ad alto rischio nelle zone di Verona e Mantova è stato avviato un progetto pilota che prevede un ciclo in due dosi: una prima immunizzazione in incubatoio con un vaccino ricombinante OGM (HVT-H5) e un successivo richiamo (booster) con un vaccino inattivato a subunità proteica. Sono quindi due tipi di vaccini differenti: 1. Vaccino vettoriale virale ricombinante (HVT-H5): Utilizza come base l’Herpesvirus del Tacchino (HVT), modificato geneticamente per esprimere la proteina H5 dell’influenza aviaria. Si tratta di un vaccino vivo ricombinante a vettore virale, non a RNA. 2. Vaccino inattivato a subunità (H5): Contiene esclusivamente la proteina purificata dell’emoagglutinina H5, senza la presenza del virus influenzale intero e replicante. Di conseguenza, anche questo non ha alcuna relazione con la tecnologia a RNA. Chiariamo subito la questione principale: i vaccini contro l’influenza aviaria dei polli e dei tacchini sono vaccini genici a RNA? NO. Nel progetto pilota italiano non vengono utilizzati vaccini a RNA o mRNA. I prodotti impiegati appartengono alla tecnologia dei vettori virali ricombinanti o dei vaccini inattivati a subunità, e non prevedono l’inoculo di molecole di RNA destinate a essere tradotte dalle cellule dell’animale. Sebbene l’EMA (il Comitato per i Medicinali Veterinari dell’Agenzia Europea dei Medicinali) abbia avviato consultazioni e pubblicato linee guida sugli aspetti qualitativi dei vaccini a mRNA per uso veterinario, tali linee guida servono unicamente a definire i requisiti regolatori per future domande di autorizzazione; non equivalgono affatto a un’autorizzazione generale al loro utilizzo negli animali da reddito. Ad oggi comunque non esiste alcun vaccino a mRNA autorizzato per animali da reddito in Italia. Sono OGM? SÌ e NO (dipende dall’elemento considerato): SÌ per il vaccino in sé: il vaccino vettoriale (HVT-H5) contiene un Herpesvirus del Tacchino vivo che è stato modificato geneticamente in laboratorio per esprimere l’antigene dell’influenza. Di conseguenza, il principio attivo del vaccino rientra pienamente nella definizione biologica e legale di OGM. Va tuttavia chiarito che secondo la normativa sui mangimi e alimenti, il vaccino non è considerato un OGM alimentare, ma un medicinale biotecnologico (Reg. 726/2004). NO per l’animale e l’alimento: L’animale vaccinato non subisce alcuna alterazione stabile o integrazione del proprio patrimonio genetico, quindi il pollo o il tacchino non diventano OGM. Di riflesso, i prodotti alimentari derivati (carne e uova) non sono considerati alimenti OGM e non richiedono alcuna etichettatura specifica secondo i regolamenti europei e l’animale trattato con vaccino OGM non rientra nemmeno nella definizione di “prodotto ottenuto con OGM” secondo la DG SANCO (Nota 2003). 3. LA CLASSIFICAZIONE OGM E L’IMPATTO SUGLI ALIMENTI Secondo la definizione ufficiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), un Organismo Geneticamente Modificato (OGM) è un organismo (pianta, animale o microrganismo) il cui materiale genetico (DNA) è stato alterato attraverso la “biotecnologia moderna” o “ingegneria genetica”, consentendo il trasferimento di singoli geni selezionati anche tra specie non correlate. Applicando questi criteri ai vaccini avicoli, possiamo fare una distinzione netta: Il vaccino è un OGM: poiché il vaccino vettoriale HVT-H5 contiene un virus vivo modificato geneticamente per esprimere l’antigene H5, il vettore virale in sé rientra nella definizione di OGM. L’animale vaccinato NON diventa un OGM: La vaccinazione non modifica in alcun modo il genoma del pollo o del tacchino in modo stabile. Da questa distinzione deriva la regolamentazione sui prodotti alimentari (carne o uova) derivati da questi animali. Le linee guida internazionali (FAO, OMS, Codex Alimentarius) e le normative dell’Unione Europea definiscono come “alimenti OGM” (o derivati da biotecnologie moderne) solo quei prodotti che contengono, consistono o derivano direttamente da un organismo geneticamente modificato. Il caso di un animale trattato con un vaccino a vettore OGM ricade invece nella categoria dei prodotti ottenuti “con l’impiego di” OGM. Di conseguenza, l’alimento finale non viene classificato come OGM, poiché non contiene microrganismi modificati né il suo genoma è stato alterato. Esiste una marcata differenza legislativa tra gli alimenti prodotti da OGM e quelli prodotti con l’ausilio di OGM. I regolamenti europei di riferimento (Reg. CE 1829/2003 e Reg. CE 1830/2003) impongono l’obbligo tassativo di tracciabilità ed etichettatura per tutti i prodotti e i mangimi che contengono, consistono o sono prodotti a partire da OGM (con una tolleranza dello 0,9% per mangimi ed alimenti solo in caso di presenza accidentale o tecnicamente inevitabile). Tuttavia, lo stesso Regolamento 1829/2003 esenta da tale obbligo una fetta importante della filiera agroalimentare: Soia OGM nel mangime ──> Il MANGIME deve obbligatoriamente indicare “OGM” in etichetta Pollo nutrito con quel mangime ──> CARNE e UOVA NON devono essere etichettati OGM Allo stesso modo, se un animale viene sottoposto a profilassi vaccinali che includono vettori OGM (come il vaccino HVT-H5), i prodotti alimentari derivati non diventano legalmente “alimenti OGM” e non sono soggetti ad alcun obbligo di dichiarazione in etichetta. Poiché la normativa europea non impone di specificare se un animale sia stato alimentato con mangimi transgenici o trattato con farmaci biotecnologici, l’uso di diciture pubblicitarie come “Senza OGM” o “Non alimentato con OGM”rientra esclusivamente nei claim volontari. I produttori che scelgono di inserire tali claim devono poterne dimostrare la fondatezza lungo tutta la filiera produttiva, avvalendosi di disciplinari interni, sistemi rigidi di segregazione delle materie prime, procedure di autocontrollo e certificazioni di filiera rilasciate da enti terzi privati. Sono, ovviamente, i prodotti che preferiamo e utilizziamo, e che vorremmo avessero la massima diffusione e visibilità. 4. IL MODELLO INTENSIVO E I FAKE-ALLARMISMI DEL WEB Questo massiccio ricorso alla chimica e alle biotecnologie non deve essere usato per fare terrorismo psicologico o per diffondere la falsa notizia che “mangiamo carne trattata con vaccini genici”. Il vero problema è sistemico, ecologico e di biosicurezza. L’esigenza di ricorrere a piani vaccinali così serrati e complessi negli allevamenti avicoli è la diretta conseguenza di un modello industriale intensivo che, per l’elevatissima densità di capi e le condizioni ambientali di stabulazione, crea un terreno epidemiologico estremamente fragile. In contesti simili, la circolazione virale trova praterie biologiche che rendono la profilassi l’unica barriera rimasta per evitare abbattimenti di massa e disastri economici. Per uscire dal circolo vizioso delle emergenze sanitarie e della dipendenza da profilassi biotecnologiche di massa, non possiamo limitarci a correggere il tiro: dobbiamo cambiare prospettive. Il modello biologico non deve essere un lusso per pochi, ma l’unico orizzonte scientificamente sostenibile per la salute animale e umana. Tuttavia, occorre essere intellettualmente onesti: non è possibile produrre carne con standard biologici per i volumi di consumo attuali. Il modello intensivo esiste solo per soddisfare una domanda globale di proteine animali a basso costo e ad alta frequenza. Passare al biologico significa, inevitabilmente, ridurre drasticamente il consumo individuale di carne, trasformandola da bene di consumo quotidiano e seriale a alimento di alta qualità, consumato con consapevolezza e misura. Solo attraverso un ritorno a pratiche rispettose della biologia animale possiamo ricostruire una barriera protettiva di salute integrata, riducendo alla radice la necessità di interventi farmacologici e garantendo una reale robustezza biologica: * Riduzione della densità animale: gli allevamenti intensivi aumentano il rischio epidemiologico. Ridurre il numero di capi per metro quadrato è la prima e più potente misura di biosicurezza, poiché interrompe la catena di trasmissione rapida dei patogeni. * Accesso all’aperto e luce solare: Il contatto con l’ambiente esterno, l’aria pulita e la radiazione solare non sono “comfort” estetici, ma requisiti biologici che attivano le difese immunitarie intrinseche, rendendo gli animali meno suscettibili alle infezioni. * Rispetto dei ritmi naturali di crescita: La zootecnia industriale forza la crescita degli animali (specialmente dei polli broiler) in tempi brevissimi, portando l’organismo al collasso metabolico. Rispettare i tempi fisiologici significa allevare animali strutturalmente sani e capaci di una risposta immunitaria autonoma. * Sostegno alla biodiversità delle razze: L’industria punta su pochissimi ibridi standardizzati, geneticamente identici e quindi tutti ugualmente vulnerabili agli stessi virus. Recuperare le razze locali e la diversità genetica significa creare una “difesa biologica” naturale contro le pandemie animali. In questi giorni il web è letteralmente invaso da false affermazioni sui vaccini genici e OGM, create ad arte per incutere paura, strappare qualche like o soddisfare un ego tracimante ma drammaticamente poco informato. Questo sciacallaggio digitale è il peggior nemico del cambiamento: lanciare allarmi infondati non fa altro che screditare le critiche legittime contro il sistema industriale. Non si difende la salute pubblica, del consumatore e del benessere animale urlando bufale su tecnologie inesistenti (come i vaccini a RNA nei polli), ma: * Analizzando con dati scientifici trasparenti e rigorosi i profili regolatori e le tecnologie reali, senza filtri ideologici, mistificazioni o asimmetrie informative. * Promuovendo un modello dove l’animale non sia una macchina da produzione, ma un essere vivente integrato in un ecosistema. La risposta di lungo periodo non è un nuovo vaccino o un nuovo antibiotico, ma una scelta di civiltà: mangiare meno carne, ma che sia carne sana, biologica e rispettosa della vita. AsSIS
June 5, 2026
Pressenza
Addio a Carlin Petrini, fondatore di Slow Food e precursore del diritto all’alimentazione sana
“Chi semina utopia, raccoglie realtà” Carlin Petrini   Il 21 maggio 2026 ci ha lascialo, ad appena 76 anni, il grande Carlo – detto Carlin – Petrini. Gastronomo, sociologo, ecologista, appassionato scrittore e divulgatore dei temi legati all’ecologia sociale, alla decrescita, all’agricoltura biologica e all’alimentazione sana, Carlin Petrini è stato sicuramente uno dei più importanti punti di riferimenti culturali e filosofici dell’ecologismo italiano, del biologico, dell’agroecologia e delle scienze gastronomiche in Italia e nel mondo. Figlio di un’ortolana e di un ferroviere, Carlin Petrini ha studiato sociologia presso l’Università degli Studi di Trento ed è stato partecipe attivamente all’attività politica, venendo eletto consigliere comunale per la lista del Partito di Unità Proletaria a Bra. Dal 1977 si occupa di enogastronomia sui principali periodici e giornali italiani, partecipando attivamente alla nascita, con Stefano Bonilli, del Gambero Rosso, inizialmente inserto mensile del manifesto. In questo periodo, tramite l’Arci, collabora con il Club Tenco ed è lo scopritore, nel 1980, delle Gemelle Nete. Fondatore della “Libera e Benemerita Associazione degli Amici del Barolo”, che diventerà nel luglio 1986 Arcigola – mantenendo forti legami col Gambero Rosso e con la rivista La Gola – è stato l’ideatore di importanti manifestazioni come Cheese, il Salone del Gusto di Torino e la manifestazione biennale “Terra Madre”, giunta nel 2018 alla ottava edizione, che si svolge a Torino in contemporanea al Salone del Gusto. Arcigola diventerà in seguito Slow Food Italia, e Petrini sarà il fondatore del Movimento Internazionale Slow Food, un’organizzazione globale sinonimo di una nuova filosofia del cibo sano e locale. Il 9 dicembre 1989, a Parigi, il Manifesto Slow Food fu firmato da oltre venti delegazioni provenienti da tutto il mondo e Petrini fu eletto presidente, carica che ha ricoperto fino al 2022. Grazie alla sua visione lungimirante, Petrini ha svolto un ruolo decisivo nello sviluppo di Slow Food, ideando e promuovendo i suoi progetti, oggi di grande visibilità internazionale. Ha curato l’edizione della Guida ai Vini del Mondo ed è stato curatore della Guida ai Vini d’Italia. Ha collaborato tra le altre testate con l’Unità e La Stampa; dal 2007 è una firma di Repubblica. Carlo Petrini è stato uno dei più convinti sostenitori in Italia di un’agricoltura maggiormente “compatibile”, individuando in essa anche una modalità di maggiori rese, combattendo quindi lo strapotere dell’industria agro-chimico-alimentare e le varie sue varie operazioni di marketing volte e rigenerarsi (greenwashing). È stato in prima linea in una battaglia contro gli allevamenti intensivi, le monocolture intensive e soprattutto contro la brevettibilità dei semi e gli stessi OGM, trovandosi spesso in disaccordo con esponenti del mondo scientifico, favorevoli alla ricerca sugli Organismi Geneticamente Modificati e al loro utilizzo poichè spesso al libro paga delle stesse multinazionali dell’agrobusiness. Nel 2008 il quotidiano inglese Guardian lo posiziona tra le “50 persone che potrebbero salvare il pianeta” e nell’agosto dello stesso anno è nominato Ashoka fellow. Tra i suoi numerosi traguardi figura la creazione dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (Bra), la prima istituzione accademica al mondo a offrire un approccio interdisciplinare agli studi sul cibo, che farà da apripista a esperienze simili in altri atenei. Con l’ideazione dell’Università di Pollenzo, dopo aver assegnato al cibo valenza politica, Petrini gli ha attribuito un ruolo sempre più di rilievo all’interno del mondo accademico. Anche questo è stato un percorso visionario e pragmatico, culminato nel 2017 quando lo Stato italiano ha istituito la Classe di Laurea in Scienze Gastronomiche, aprendo la strada alla legittimazione accademica — e non solo — della figura del gastronomo: un professionista che studia il cibo attraverso i suoi processi culturali, storici, socio-economici e ambientali. Dalla sua fondazione, l’Ateneo di Pollenzo ha formato circa 4000 gastronome e gastronomi provenienti da 100 Stati. Petrini è stato l’ideatore di Terra Madre nel 2004, una rete internazionale di comunità del cibo che riunisce piccoli produttori agricoli, pescatori, artigiani, cuochi, giovani, accademici ed esperti. Terra Madre è da allora il cuore pulsante di Slow Food, consentendo al movimento di diffondersi in oltre 160 Paesi; rappresenta una globalizzazione positiva e dà voce a chi rifiuta di arrendersi a un approccio industriale all’agricoltura e all’omologazione delle culture alimentari. Inoltre, insieme a Mons. Domenico Pompili, attualmente Vescovo di Verona, nel 2017 ha fondato le Comunità Laudato Si’, una rete di circa 80 realtà territoriali che, raccogliendo persone di ogni fede, accomunate dall’amore per la nostra casa comune, operano in piena sintonia con il messaggio dell’omonima Enciclica di Papa Francesco. Un esempio concreto di conversione in grado di innescare la transizione ecologica partendo dal basso. I suoi libri sono e rimarranno sempre aria fresca per chi lotta per un mondo più giusto e per chi desidera vivere in armonia con la Terra e in difesa di essa contro l’avidità e l’opulenza consumistica dell’attuale modernità. Grazie di tutto Carlin! Sarai sempre un esempio! Che la Terra ti sia lieve…   > Biografia di Carlo Petrini Lorenzo Poli
May 22, 2026
Pressenza
Vogliamo sapere quello che mangiamo!
I nuovi Ogm che l’Unione Europea sta promuovendo sono l’ennesima dimostrazione della volontà dei grandi gruppi economici di dominare ogni aspetto della vita umana, al punto che si sta facendo passare una normativa che ne esclude l’indicazione in etichetta. Sabato 16 maggio, alle 10.00, in Largo Barriera a Trieste, svolgeremo un volantinaggio per denunciare questo ennesimo attacco alle condizioni di salute e di vita dei popoli europei. Chi volesse darci una mano è benvenuto! In allegato il volantino che distribuiremo Coordinamento No Green Pass e Oltre Redazione Friuli Venezia Giulia
May 16, 2026
Pressenza
L’UE e le Nuove Tecniche Genomiche
… un passo avanti nella deregolamentazione. – di Corporate Europe Observatory, GMWatch Il 21 aprile il Consiglio Europeo ha adottato le norme sulle Nuove Tecniche Genomiche (NGT) proposte dalla Commissione, che danno il via libera alla deregolamentazione dei nuovi Ogm [qui il testo concordato]. L’articolo che segue descrive l’intenso lavorio delle lobby del settore biotecnologico che ha preceduto questa decisione.
Il mais ha già una casa
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Ceccam (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- Dal 12 al 15 marzo, la Rete in Difesa del Mais ha tenuto la sua assemblea, ospitata questa volta da Radio Huayacocotla, “La Voce Contadina”, una storica emittente radiofonica comunitaria che trasmette da sessant’anni in quattro lingue: nahuatl, tepehua, Ñañú (otomi) e spagnolo. L’assemblea è iniziata presso la loro sede ed è proseguita nella comunità indigena di Cuatecomaco, nel comune di Zontecomatlán, Veracruz (Messico). Cuatecomaco è una delle comunità della regione di Veracruz Huasteca che ha subito gli effetti devastanti delle intense piogge dell’ottobre 2025, ben peggiori di quanto chiunque potesse ricordare. Il fiume è straripato, le colline sono franate e centinaia di persone in questa comunità e in altre della regione hanno perso le loro case e i loro averi. Le fonti d’acqua sono state contaminate, le strade e le autostrade sono state spazzate via, distrutte. Come altre comunità della regione, si sono riprese grazie alla solidarietà, ma ne subiscono ancora le conseguenze. È una comunità che mantiene viva e predominante la propria lingua, le assemblee e le proprie forme di organizzazione, assistenza sanitaria e lavoro. Nella regione si parlano il Nahuatl, il Tepehua e il Ñañú. Coltivano i loro campi di mais con grande varietà e anche il caffè. A Cuatecomaco non c’è internet e la copertura per i telefoni cellulari è scarsa. La vita si svolge e prospera grazie all’interazione diretta tra le persone, un lusso raro al giorno d’oggi. È così che si sono organizzati per accogliere la Rete in Difesa del Mais nel loro spazio; Hanno preparato 700 tamales e offerto ai partecipanti lo zacahuil, un delizioso piatto tradizionale della regione. All’incontro hanno partecipato autorità di diverse comunità della regione, insieme a membri della rete provenienti dagli stati di Oaxaca, Chiapas, Jalisco, Chihuahua, Guanajuato, Hidalgo, Veracruz, dalla penisola dello Yucatán, dallo Stato del Messico e da Città del Messico. A Cuatecomaco, è stato dedicato ampio spazio alla condivisione di ciò che viene coltivato in ogni luogo e dei problemi che si affrontano, per comprendere che molti sono comuni nonostante le diverse aree geografiche e culture. La giornata si è conclusa con una colorata celebrazione di scambio di semi. Le piogge che hanno devastato questa regione non sono state causate da chi vi abita, da chi coltiva la terra, si prende cura del territorio e di tutti gli esseri viventi. Il caos climatico è un fardello imposto alle comunità dal meccanismo distruttivo delle multinazionali dell’agroindustria, dell’energia, dell’industria mineraria, della tecnologia e di altri settori, che, per il loro profitto, riscaldano il pianeta con massicce emissioni di carbonio e sconvolgono il clima. Proprio come nel caso della contaminazione transgenica del mais autoctono, scoperta per la prima volta nel 2001 nella Sierra Juárez di Oaxaca, la Rete in Difesa del Mais è nata per contrastarla. Ora la rete è di nuovo in allerta: il governo (in particolare i Ministeri della Scienza, delle Scienze Umanistiche, della Tecnologia e dell’Innovazione e dell’Agricoltura e dello Sviluppo Rurale), sta cercando di instillare la minaccia dello sviluppo e della coltivazione di mais e altre colture geneticamente modificate. Le mascherano chiamandole colture “modificate geneticamente”, in modo che agricoltori e consumatori non capiscano che sono simili agli OGM e per evitare la valutazione del rischio e l’etichettatura. La Rete per la Difesa del Mais (CECCAM) ha fermamente respinto ogni forma di manipolazione genetica del mais e di tutte le sementi, nonché la loro privatizzazione e brevettazione. Non si tratta solo di un avvertimento sulla carta: è supportato da 25 anni di resistenza contro la contaminazione del mais da parte delle sue comunità, una resistenza che non ha mai vacillato nei suoi territori, nemmeno dopo che la semina di mais geneticamente modificato è stata vietata dalla Costituzione messicana nel 2025. Nonostante il divieto, ora emergono manovre all’interno delle stesse istituzioni governative per spianare la strada alle sementi manipolate di Bayer-Monsanto e di altre multinazionali del settore agrochimico e sementiero. Pertanto, è fondamentale organizzare più seminari informativi in tutto il paese, rafforzare la vigilanza, la denuncia e il coordinamento tra comunità e organizzazioni per fermare questi progetti (Pronunciamiento Red En Defensa del Maíz). All’interno della rete, vige la costante consapevolezza che le sementi non sono oggetti da depositare in banche del seme, né da manipolare o brevettare. Sono una parte vitale delle comunità che coltivano mais, che nutrono e che a loro volta nutrono loro. La rete condanna i tentativi di registrare i semi autoctoni e di inserirli in banche del seme “ufficiali”, un modo per facilitarne l’accesso e la brevettazione da parte delle multinazionali. Come affermato nella loro dichiarazione, “il mais ha già la sua casa nelle comunità”. Anche nelle città, abbiamo il diritto di decidere cosa mangiare: la rete respinge la legge sugli orti urbani nello stato di Jalisco, che mira a controllarli e a impedirne l’espansione. Le comunità denunciano gli inganni e gli abusi subiti a causa dei progetti sul carbonio – un’altra forma di appropriazione del territorio – e l’impatto dei progetti di agricoltura industriale e tossica nei campi e nelle grandi serre che sfruttano i lavoratori per la coltivazione di agave e more. Il Tribunale Permanente dei Popoli ha avviato quest’anno un processo internazionale per la difesa dei semi. Anche la rete sarà presente per unirsi alla difesa del mais dall’interno delle proprie comunità. Dalle comunità e dalla loro autonomia provengono le risposte concrete alle crisi. Pertanto, “la milpa è passato, presente e futuro”, conclude Neify, originaria di Chunhuhub, Quintana Roo. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su La Jornada e qui con l’autorizzazione dell’autrice -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il mais ha già una casa proviene da Comune-info.
April 9, 2026
Comune-info
Trent’anni di Ogm
LE MULTINAZIONALI DEGLI OGM ASSICURAVANO RACCOLTI PIÙ ABBONDANTI E UN USO RIDOTTO DI PRODOTTI AGROCHIMICI. NON SOLO: GARANTIVANO PERSINO UN CONTRIBUTO DECISIVO CONTRO LA FAME NEL MONDO, PRECISANDO AL CONTEMPO CHE QUELLE COLTURE NON SAREBBERO FINITE NEI NOSTRI PIATTI. CHIUNQUE OSAVA SOLLEVARE DUBBI VENIVA PRONTAMENTE ARCHIVIATO COME RETROGRADO. A TRENT’ANNI DALL’AVVIO DELLA COLTIVAZIONE COMMERCIALE SU LARGA SCALA, NESSUNA DI QUELLE DICHIARAZIONI SI È MINIMAMENTE VERIFICATA. OGGI SONO QUATTRO LE GRANDI AZIENDE CHE CONTROLLANO LA COLTIVAZIONE GLOBALE DI COLTURE GENETICAMENTE MODIFICATE. SCRIVE SILVIA RIBEIRO, RICERCATRICE E DIRETTRICE PER L’AMERICA LATINA DEL GRUPPO ETC (ACTION GROUP ON EROSION, TECHNOLOGY AND CONCENTRATION): “GLI OGM SI SONO RIVELATI UN DISASTRO PER LA SALUTE, L’ALIMENTAZIONE E L’AMBIENTE, MA ANCHE UN AFFARE REDDITIZIO PER LE MULTINAZIONALI…” Foto di David Maunsell su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Sono trascorsi trent’anni dall’inizio della coltivazione commerciale di colture geneticamente modificate in tutto il mondo. Il risultato è una lunga lista di promesse non mantenute e una scia di contaminazione del suolo, dell’acqua e dell’aria con glifosato e altri prodotti agrochimici che hanno invaso i corpi di contadini, vicini e milioni di consumatori, lasciando residui chimici nel sangue, nelle urine e nel latte materno (leggi Atlante dell’agroindustria transgenica nel Cono Sud). Le multinazionali degli Ogm promettevano rese più elevate e un minore utilizzo di prodotti agrochimici. Promettevano anche colture con più nutrienti, come il “riso dorato” ricco di vitamina A, e altri presunti benefici. Nulla di tutto ciò si è avverato (“Raccolto amaro: 30 anni di promesse non mantenute“). Quattro aziende controllano la coltivazione globale di colture geneticamente modificate: Bayer (proprietaria di Monsanto), Corteva (nata dalla fusione di DuPont-Pioneer e Dow), Syngenta (di proprietà di Sinochem Holding) e BASF. Insieme, controllano anche metà del mercato globale delle sementi commerciali e due terzi del mercato degli agrofarmaci (Los diez gigantes de los agronegocios: la concentración corporativa en la alimentación y en la agricultura). La propaganda di queste aziende, attraverso associazioni che utilizzano per celare la loro vera natura (come Chilebio, Argenbio e Agrobio México), mira a creare l’impressione che gli Ogm siano presenti in tutto il mondo. La realtà, secondo i loro stessi dati, è che la superficie coltivata a livello globale con Ogm non raggiunge il 13% dei terreni arabili del pianeta, e solo 10 paesi coltivano il 98% di questa superficie. Solo tre paesi rappresentano l’80% della superficie coltivata: Stati Uniti, Argentina e Brasile. Seguono Canada, India, Paraguay, Cina, Sudafrica, Pakistan e Bolivia (Récord de adopción: los cultivos transgénicos alcanzan las 210 millones de hectáreas en 2024). Gli Stati Uniti sono stati i primi a coltivare soia geneticamente modificata tollerante al glifosato, seguiti dall’Argentina nel 1996. Attualmente, 32 paesi hanno approvato la coltivazione commerciale di una o più colture Ogm, ma solo una decina di paesi ha superfici significative coltivate. Al contrario, più di 150 paesi non ne consentono la coltivazione e 38 paesi hanno imposto restrizioni o divieti sulla semina di una o più colture geneticamente modificate, tra cui Messico, Ecuador, Perù, Belize e Venezuela. Quattro colture occupano quasi l’intera superficie coltivata e sono tutte destinate al consumo umano: soia, mais, cotone e colza. Si diceva che le colture geneticamente modificate avrebbero alleviato la fame nel mondo, e che non erano destinate al consumo umano, bensì all’industria. La maggior parte viene utilizzata come mangime per il bestiame allevato in spazi ristretti e circa un terzo per la produzione di combustibili e altri usi industriali. In sintesi: quattro multinazionali controllano tutte le colture transgeniche, solo 10 paesi detengono il 98% della superficie coltivata, quattro colture occupano il 99,4% di tale superficie (soia, mais, cotone e colza) e ci sono solo due tipi di colture transgeniche, oltre il 90% tolleranti agli agrofarmaci e il resto “insetticidi” con la tossina Bt, che in molti casi hanno “accumulato geni” per essere tolleranti anche agli agrofarmaci. Si è ridotto l’uso di pesticidi? No, al contrario, il loro utilizzo è aumentato esponenzialmente. Poiché le colture sono state geneticamente modificate per essere tolleranti al glifosato, l’uso di questo erbicida, classificato come cancerogeno dall’OMS, è aumentato di oltre 20 volte. Ciò ha portato alla creazione di decine di “super-erbacce”: infestanti invasive che hanno sviluppato resistenza al glifosato. Per combatterle, sono state aumentate le concentrazioni e le dosi applicate e sono state immesse sul mercato colture geneticamente modificate con geni che conferiscono tolleranza a vari agrofarmaci sempre più pericolosi come glufosinato, dicamba e 2,4-D (GM crops fuel rise in pesticide use despite early promises, study shows). Rese più elevate? Assolutamente no. Studi a lungo termine dimostrano che le rese sono pari o inferiori a quelle delle colture ibride. Uno studio condotto dall’Unione degli Scienziati Preoccupati degli Stati Uniti ha dimostrato che, in 13 anni di coltivazione, le colture geneticamente modificate (OGM) hanno aumentato la resa di appena lo 0,2% all’anno, mentre le pratiche agricole convenzionali e agroecologiche l’hanno incrementata di oltre il 10% nello stesso periodo. Le colture di mais Bt sembravano avere una resa maggiore, ma sono state gradualmente ritirate dal mercato perché i bruchi hanno sviluppato resistenza, il che ha portato anche a un maggiore utilizzo di pesticidi. Studi successivi hanno confermato le stesse tendenze (GM Delivers No Advantage in Crop Yields After 20 Years). Tutte le colture OGM sono brevettate e i semi costano fino al 30% in più. Le aziende hanno tratto ulteriore profitto da migliaia di cause legali intentate contro gli agricoltori per aver “utilizzato” geni brevettati quando i loro campi erano contaminati da impollinazione incrociata. Gli organismi geneticamente modificati (OGM) si sono rivelati un disastro per la salute, l’alimentazione e l’ambiente, ma anche un affare redditizio per le multinazionali. In molti paesi, si sono combattute battaglie con un ampio sostegno popolare per proibirne la coltivazione e il consumo. Ovunque nel mondo, se si chiede, la stragrande maggioranza delle persone risponde di preferire non mangiare OGM. Per continuare a trarre profitto e ingannare produttori e consumatori, il trucco attuale delle multinazionali è quello di cambiare il nome delle colture geneticamente modificate, chiamandole “editing genetico”, il che ha permesso loro di eludere le leggi sulla biosicurezza e sull’etichettatura in diversi paesi, e ora stanno tentando di farlo anche in Messico (Asalto tecnológico a la agricultura y alimentación: edición genómica, digitalización y corporaciones). La resistenza continua e noi non lo permetteremo. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su La Jornada (e qui con l’autorizzazione dell’autrice) con il titolo Treinta años de transgénicos: promesas incumplidas y contaminación -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Trent’anni di Ogm proviene da Comune-info.
March 27, 2026
Comune-info
Lo scudo europeo per la democrazia: la fiaba del cittadino da proteggere e le fabbriche del falso
Lo Scudo europeo per la democrazia viene presentato come un argine a disinformazione e interferenze straniere, ma finirà per istituzionalizzare la censura preventiva nello spazio informativo. Diventano suscettibili di limitazioni contenuti “altrimenti legali” ma “rischiosi”, una categoria tanto elastica da inglobare qualunque contenuto politicamente scomodo. La “difesa della democrazia” comporta la stigmatizzazione del conflitto delle idee come devianza e la costruzione di una filiera di segnalazione, fact-checking e neutralizzazione finalizzata a “tutelare l’integrità dello spazio informativo” e che coinvolge piattaforme online, ONG e istituzioni pubbliche sotto un’opaca regia del potere esecutivo. È un dispositivo che, se attuato, minerà alla radice i diritti fondamentali della libertà di espressione e della libera circolazione delle idee, pietre angolari di una democrazia sostanziale. (Seconda parte) Ecco il link alla prima parte. LA FIABA DEL CITTADINO DA PROTEGGERE E LE FABBRICHE DEL FALSO La logica che sottende allo Scudo – e alla sua accettazione sociale – si fonda sulla tesi del cittadino che deve essere protetto da se stesso, incapace di pensare, discernere e partecipare in modo responsabile al discorso pubblico. Carlo Magnani[i] riassume questa visione richiamando una metafora perfetta: i cittadini come tanti Cappuccetto Rosso nella foresta digitale, pronti a essere sbranati “dal Lupo Cattivo delle fake news o degli algoritmi prefabbricati”, fragili e suggestionabili dai manipolatori dell’informazione, escludendo – beninteso – i media mainstream, la tv e i quotidiani; la Commissione, affiancata da piattaforme e fact-checker, è il benevolo cacciatore che salva Cappuccetto. È una fiaba che ha molta presa perché figlia di un clima culturale di lunga durata, segnato dalla grammatica del TINA (“There Is No Alternative”), secondo cui la complessità va governata dall’alto, il cittadino è un soggetto incompetente, ciò che devia dalla linea tecnico-istituzionale è negazionismo. Il risultato è l’idea, politicamente comodissima, di una “democrazia protetta” per mezzo di filtri informativi presentati come misure di salute pubblica[ii]. Ma è una fiaba che rovescia la realtà. La disinformazione e la menzogna non nascono con i social media né sono un incidente di Internet, ma, come ci ricorda Marco D’Eramo[iii], sono dispositivi antichi quanto la politica. I primi disinformatori o misinformatori non sono, storicamente, i cittadini, ma i poteri che cercano di governarli. Ciò che è cambiato nel corso dei secoli sono gli strumenti, perché, come scrive Vladimiro Giacché in “La fabbrica del falso”[iv], “la menzogna è il grande protagonista del discorso pubblico contemporaneo”. Tanto per ragionare di “interferenze straniere”, come si può non ricordare di quando Colin Powell al Consiglio di sicurezza dell’ONU nel 2003 dichiarò: “Every statement I make today is backed up by solid sources…”, brandendo “solide prove” sulle presunte armi di distruzione di massa irachene, che si rivelarono, dopo una guerra che durò otto anni e che causò mezzo milione di morti civili, inesistenti. A ingannare l’opinione pubblica statunitense e occidentale perché sostenesse la necessità di un atto di aggressione non furono troll stranieri, ma un alto rappresentante della principale democrazia occidentale. Il caso Powell è solo un esempio di una lunghissima sequela di narrazioni ufficiali presentate dall’Occidente democratico per giustificare politiche coercitive[v], militari o economiche, dai costi umani altissimi[vi] ai danni del resto del mondo. Che “la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era in parte falsa” ce lo ha appena confermato il primo ministro del Canada, Mark Carney, al World Economic Forum (Davos, 20 gennaio 2026). Resta solo da intendersi sull’“in parte”. In definitiva, la vera posta in gioco per l’establishment al potere non è altro che la tenuta delle mistificazioni istituzionali, finché conviene, perciò contro-narrazioni credibili e capaci di renderle visibili e contestabili non devono emergere. Dunque lo Scudo, che pretende di proteggere il cittadino filtrando il discorso pubblico, altro non è che lo strumento per proteggere il potere da ciò che lo contraddice, neutralizzando il discorso democratico. Anche la retorica della scienza messa in campo dal potere politico è funzionale allo stesso scopo. Certamente la verità è un obiettivo di lungo termine per l’impresa scientifica: la si approssima quando la comunità scientifica resta fedele a principi di apertura, disinteresse e revisione continua delle conoscenze acquisite. Di contro, la scienza non è un deposito di verità, indiscutibili prêt-à-porter da usare come clava, ma è un metodo di lavoro e, dunque, come ogni pratica umana, è fallibile, esposta a incentivi, pressioni e catture. Per questo la retorica della verità scientifica come fondamento neutrale delle politiche pubbliche è una truffa ai danni dei cittadini e dell’ambiente, oltreché della democrazia. Come osserva Elisa Lello[vii], da una parte l’epistemologia non può essere separata dall’economia e dalla politica, dall’altra gli interessi privati non si limitano più a reagire alla scienza, ma sono diventati abilissimi nel perseguire i propri obiettivi facendo leva sulla scienza stessa. Tre esempi recentissimi – tutti tratti dal campo dell’agricoltura – illustrano i meccanismi di un uso distorto della scienza e le insidie sottese a logiche reputazionali che coinvolgono riviste e scienziati: 1) La vicenda Xylella, di cui Francesco Sylos Labini si era occupato in questo blog (13/01/2016, 25/09/2016). Un rapporto del WWF del novembre 2025, di cui raccomando fortemente la lettura, descrive la gestione dell’“emergenza” in Puglia come caratterizzata da forte interventismo, con misure di “abbattimento massivo” di ulivi, compresi esemplari secolari e monumentali, sproporzionate e prive di solide basi scientifiche. Il rapporto richiama come fosse noto già dal 2015, anche all’Autorità europea per la sicurezza alimentare (European Food Safety Authority – EFSA, 2015), che il batterio Xylella fastidiosa fosse “endemico e non più eradicabile”, così come era noto fin dal 2013 che il disseccamento rapido avesse cause multifattoriali e riconducibili a diversi patogeni[viii], tanto è vero che un decennio di monitoraggi rivela che solo una piccolissima frazione degli ulivi con sintomi di disseccamento risulta positiva alla Xylella (Ciervo e Scortichini, 2024). Ciononostante, in virtù della regola comunitaria dei 50 m (che impone l’abbattimento di tutti gli ulivi nel raggio di 50 m da una pianta positiva al test, anche se asintomatici) il numero di abbattimenti è cresciuto sensibilmente negli ultimi anni – a dispetto della scienza, verrebbe da dire. Si tratta di fatti che mettono bene in chiaro il senso (o il non-senso) di strategie concentrate su monitoraggio e abbattimenti estensivi. Il WWF evidenzia come tali misure abbiano favorito un modello agricolo intensivo a scapito di un’“agricoltura custode” del paesaggio storico e della biodiversità, orientata alla convivenza con il patogeno, anziché all’eradicazione, attraverso alternative agro-ecologiche. Rispetto a questo esito disastroso per gli ulivi e le comunità locali, è doveroso ricordare il discorso scientista a sostegno di tali strategie: articoli di fuoco (Un paese che odia la scienza, Paolo Mieli, Corriere della Sera, 11 gennaio 2016; numerosi interventi su Il Foglio, uno per tutti: La storia del complotto anti ulivi smontata anche dall’Europa; contributi su riviste di divulgazione scientifica), sorretti da una postura estremamente dogmatica dell’Accademia dei Licei, che in un rapporto del giugno 2016 scriveva: “l’agente causale della [malattia] è Xylella fastidiosa, una conclusione non più discutibile”; ribadendo nel giugno 2017: “Questi nuovi studi forniscono un’ulteriore irrefutabile evidenza della correlazione tra malattia degli olivi e Xylella” denunciando nel 2018: “il negazionismo della Xylella come origine della malattia degli ulivi pugliesi” fino a sostenere (12 aprile 2019): “si agisca prontamente, ai fini delle misure di contenimento, eventualmente anche in deroga a misure di carattere ambientale, paesaggistico e storico”. 2) Glifosato, l’erbicida più usato al mondo commercializzato da Monsanto e poi Bayer col marchio Roundup. A inizio dicembre 2025 la rivista Regulatory Toxicology and Pharmacology ha pubblicato la retraction notice dell’articolo “Safety evaluation and risk assessment of the herbicide Roundup and its active ingredient, glyphosate, for humans” (2000), motivandola con problemi di authorship, misrepresentation del contributo dello sponsor, auto-referenzialità delle conclusioni sugli aspetti di cancerogenità, conflitti d’interesse. Si tratta di un articolo che ha avuto un’enorme influenza a livello regolatorio, per la valutazione della sicurezza del glifosato[ix]. La stampa di questi giorni[x] ha collegato la vicenda alle rivelazioni sui Monsanto Papers (2017)[xi] e al tema del ghostwriting. Eppure, quando a valle di quelle rivelazioni, associazioni e ricercatori sollevarono dubbi sulla nocività del glifosato e sulla neutralità della letteratura e delle valutazioni regolatorie, furono liquidati come produttori di “fake news” o “allarmismi infondati”: basti ricordare titoli come “Fake news: il caso-glifosato” della Fondazione Umberto Veronesi o articoli che contrapponevano le “bufale” di associazioni e movimenti alle “evidenze scientifiche” di agenzie come l’EFSA[xii]. 3) Dossieraggio dei ricercatori critici su pesticidi e OGM. L’inchiesta Bonus Eventus files (Le Monde/Lighthouse Reports) ha rivelato nel 2024 l’esistenza della piattaforma privata statunitense  “Bonus Eventus”, creata dall’ex direttore della comunicazione di Monsanto Jay Byrne, che ha accumulato e condiviso, su scala internazionale, informazioni personali e talvolta denigratorie su scienziati, giornalisti e attivisti critici verso pesticidi e OGM, mettendo a disposizione dell’industria “munizioni” reputazionali per screditare e intimidire. In tutti e tre i casi si tratta di vera e propria guerra sul terreno epistemico, resa razionale dal fatto che gli snodi tecnici che legittimano le scelte (per esempio EFSA) e quelli che le decidono e attuano (Commissione/DG SANTE, Stati membri, autorità locali) dipendono da un ecosistema di credibilità, dossier e campagne (dis)informative in cui l’industria investe sistematicamente. Sul piano del dibattito pubblico, in nome della scienza si chiude lo spazio della discussione e la verità viene usata per trasformare scelte controverse in necessità tecniche. Ad oggi[xiii] nessuna presa di posizione sul rapporto del WWF, e sulle prove scientifiche in esso citate, risulta pervenuta da parte delle citate testate e istituzioni schierate a difesa della scienza nel caso Xylella. Di consuetudine, una volta legittimate le misure straordinarie, si sceglie o l’oblio o, nel migliore dei casi, la formula delle scuse: abbiamo agito secondo le migliori prove allora disponibili. Si tratta, però, di una formula autoassolutoria fuorviante. In numerose circostanze, infatti, i limiti, le incertezze e la portata parziale, se non proprio insufficiente, delle prove scientifiche, così come i conflitti d’interesse che ne influenzano la produzione e l’interpretazione, sono noti, ma vengono sistematicamente rimossi dal discorso pubblico, presentando come conoscenze consolidate ipotesi (o forse dovremmo dire wishful thinking) o, al più, risultati preliminari[xiv]. Non si tratta dunque di una semplice sottovalutazione, quando va bene riconosciuta ex post, della fallibilità della scienza, ma piuttosto di una selezione sistematica dell’informazione scientifica da diffondere, funzionale alla costruzione di narrazioni a supporto di decisioni irreversibili. Assistiamo così da tempo a un tradimento del principio di precauzione, in perfetta coerenza con il manifesto tecno-ottimista degli oligarchi tecno-finanziari di cui sopra: “Our enemy is the Precautionary Principle […] The Precautionary Principle continues to inflict enormous unnecessary suffering on our world today. It is deeply immoral, and we must jettison it with extreme prejudice.” Se la polis greca sapeva che la politica appartiene alla doxa, ovvero all’opinione e alla narrazione, e non certo all’epistéme, oggi l’epistéme è troppo spesso catturata dalla politica (a sua volta integrata in una gerarchia di potere più ampia, in cui interessi pubblici e privati risultano strettamente intrecciati) e ridotta a sigillo scientifico da apporre alla versione dei fatti che si vuole imporre come verità. Viene cioè trasformata da strumento per comprendere il mondo a strumento per governarlo: “una pretesa totalitaria”, come la definisce Giuseppe Longo[xv], che presuppone, per funzionare, una forma di fiducia superstiziosa dei cittadini nella scienza. Il tutto si manifesta nel dibattito pubblico attraverso un fenomeno culturale che nell’ultimo decennio ha fatto fortuna: un identitarismo scientista, alimentato da una divulgazione bullizzante, amplificata dai media, che riduce contestazioni fondate a ignoranza, patologia, complottismo, perché il suo unico obiettivo è certificare la verità del potere costituito. Anziché vagheggiare di danni prodotti dal nemico immaginario dell’antiscienza, fenomeno tutt’al più marginale ma categoria molto sfruttata nel discorso pubblico, perché utile a marchiare proprio tutti, compresi gli scienziati, quando non si conformano, sarebbe ora di cominciare a chiedersi e a studiare con molta serietà quanti danni faccia lo scientismo. E sarebbe altrettanto auspicabile ragionare sulle conseguenze della visione oggi prevalente, anche per effetto dei dispositivi di finanziamento e di valutazione della ricerca, della scienza come “tecno-fix”[xvi]: la promessa di un palliativo ai problemi del mondo, spinta a produrre soluzioni prima ancora di produrre conoscenza e portata a trascurare l’indagine sulle cause dei problemi che è chiamata a risolvere e la ricerca di nuove prospettive. È dentro questo orizzonte che trovano più facilmente spazio e consenso le proposte di governance dell’informazione previste nello Scudo, come l’apposizione di un sigillo di verità e il pre-bunking, che nulla hanno di scientifico (e di democratico) se l’obiettivo è la costruzione e la circolazione della conoscenza e non il controllo del discorso pubblico. Ringraziamenti. Ringrazio di cuore Juan Carlos De Martin e Maurizio Tirassa per l’attenta lettura della prima versione di questo lavoro e per i preziosi consigli e spunti che mi hanno offerto, nonché Fabrizio Barpi per la segnalazione di alcuni utili riferimenti. Desidero inoltre ringraziare l’Associazione Italiana per la promozione della Scienza Aperta (AISA) per le occasioni di confronto e discussione sul rapporto tra scienza, conoscenza e democrazia. Assunzione di responsabilità. Le opinioni espresse sono di mia esclusiva responsabilità, così come eventuali imprecisioni, e non riflettono necessariamente le posizioni delle istituzioni o delle organizzazioni cui afferisco. [i] Magnani, C. (2021), Finché ci sono fake news c’è speranza, Carocci. Per una discussione critica del volume di Magnani e del contesto del dibattito su “post-verità” e “fake news”, cfr. Leandro Cossu, “Finché ci sono fake news c’è speranza!”, La Fionda, 3 aprile 2021. [ii] von der Leyen (Copenhagen Democracy Summit/Congress, 14 May 2024) ricorre a un lessico medico in tema di lotta alla disinformazione: parla di “societal immunity” e sostiene che “pre-bunking is more successful than de-bunking […] In short, prevention is preferable to cure. Think of information manipulation as a virus.”, assimilando il pre-bunking alla profilassi vaccinale (“it is better to vaccinate, so that our body is inoculated”). Per la cornice concettuale (Inoculation Theory) e la definizione di pre-bunking, cfr. supra, Nota 9. Trascrizione (PDF, EPP, 2024): https://admin.epp.eu/files/uploads/2024/05/Ursula-von-der-Leyen-Democracy-Summit-Copenhagen-Denmark-14-May-2024.pdf. Video (YouTube, EPP, 2024): https://www.youtube.com/watch?v=nd8TqAur-wE. Stralcio del Video con sottotitoli in italiano (Youtube, Radio Radio TV, 2024): https://www.youtube.com/watch?v=eJuRt2tfbaQ. [iii] D’Eramo, M., Breve la felice vita delle fake news, in MicroMega, 27 marzo 2021. [iv] Giacché, V., (2016) La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea, 3a ed. Imprimatur. https://www.academia.edu/24820969/La_fabbrica_del_falso_Strategie_della_menzogna_nella_politica_contemporanea_Reggio_Emilia_Imprimatur_3a_edizione_2016_pp_432_euro_18. [v] https://globalinequality.org/imperial-power/ [vi] Rodríguez, F., Rendón, S., & Weisbrot, M. (2025). Effects of international sanctions on age-specific mortality: a cross-national panel data analysis. The Lancet Global Health, 13(8), e1358-e1366. https://doi.org/10.1016/S2214-109X(25)00189-5. [vii] Lello, E. (2024), Prefazione a L’industria del complottismo. Social network, menzogne di Stato e distruzione del vivente. Matthieu Amiech, Malamente. [viii] Sul punto si vedano: Deliberazione della giunta regionale pugliese del 29 ottobre 2013, n. 2023, in cui si cita testualmente “Vista la nota del 15/10/2013 n. 16/2013, con la quale le Istituzioni scientifiche: CRN – Istituto di Virologia vegetale di Bari, Università degli Studi di Bari- Dipartimento di Scienze del Suolo della Pianta e degli Alimenti e Selge – Rete di Laboratori Pubblici di Ricerca, hanno comunicato l’esito dei risultati delle analisi di laboratorio evidenziando il ritrovamento di diversi agenti patogeni associati al fenomeno di disseccamento dell’olivo […]”; G. P. Martelli (2013): Il disseccamento rapido dell’ulivo in “Notiziario di informazione a cura dell’Accademia dei Georgofili” https://www.georgofili.info/contenuti/disseccamento-rapido-dellolivo/1510; Ciervo, M. (2015). Xylella fastidiosa: nelle pieghe della rappresentazione dell’emergenza. Scienze e Ricerche, 17, 75-95 (https://www.boscodiogigia.it/wp-content/uploads/2019/02/ALLEGATO-3-CIERVO-Scienze-Ricerche.pdf); L. C. Renna (2016), Il Caso ‘Xylella’ e l’arretramento giuridico dell’Europa nella tutela del paesaggio; Il rapporto Xylella fastidiosa e Olivo (maggio 2016), curato anche da ricercatori dell’ISPRA; Ciervo, Margherita, and Marco Scortichini. “A decade of monitoring surveys for Xylella fastidiosa subsp. pauca in olive groves in Apulia (Italy) reveals a low incidence of the bacterium in the demarcated areas.” Journal of Phytopathology 172.1 (2024): e13272. [ix] Si vedano per esempio: Revised Glyphosate Issue Paper: Evaluation of Carcinogenic Potential, EPA’s Office of Pesticide Programs (USA) December 12, 2017. La revisione cita, relativamente alla cancerogenità, soltanto due studi, uno dei quali è quello oggetto della ritrattazione; Conclusion on the peer review of the pesticide risk assessment of the active substance glyphosate, EFSA Journal 2015;13(11):4302, e la annessa fonte: Germany (2013). Renewal assessment report (RAR) on the active substance glyphosate prepared by the rapporteur Member State Germany in the framework of Regulation (EU) No 1141/2010, December 2013. [x] https://www.theguardian.com/us-news/2025/dec/05/monsanto-roundup-safety-study-retracted; https://ilmanifesto.it/ritirato-lo-studio-che-scagionava-il-glifosato-lo-aveva-scritto-monsanto-che-lo-produce; https://www.lemonde.fr/en/environment/article/2025/12/03/influential-study-on-glyphosate-safety-retracted-25-years-after-publication_6748114_114.html. [xi] Le Monde, dossier-inchiesta “Les Monsanto Papers” (2017 – 2018), a partire da Foucart & Horel, “« Monsanto papers » : la guerre du géant des pesticides contre la science”, 1/06/2017 e articoli seguenti. https://www.europeanpressprize.com/article/monsanto-papers/. [xii] Si vedano per esempio: La Repubblica, articoli 2017–2018 sull’“allarmismo glifosato”; Bufale.net (2018), “Falsi allarmismi ed evidenze scientifiche sul glifosato”. [xiii] Ricerca effettuata tramite motore Google il 5 gennaio 2026, interrogando combinazioni di parole chiave relative al rapporto WWF sulla Xylella e alle principali testate e istituzioni citate nel testo. [xiv] Per un’analisi approfondita di dinamiche analoghe nell’ambito biomedico, in un caso ancora d’attualità, si veda Critica della ragione pandemica. COVID-19: ripensare la fenomenologia di un evento epocale, a cura di F. Cappelluti, P. Cesaretti, F. Laviano, Meltemi, 2025, in particolare il contributo di Peter Doshi, “Vaccini a mRNA per COVID-19: un altro fenomeno ‘too big to fail’?”, che ricostruisce in modo documentato il rapporto tra disegno delle sperimentazioni e produzione dei dati clinici, procedure regolatorie e costruzione delle decisioni pubbliche, mostrando come esso possa essere esposto a pratiche di selective reporting e a scarti comunicativi tra linguaggio scientifico, regolatorio e politico, e richiamando casi di farmaci autorizzati sulla base di prove parziali, talora fallaci. [xv] Longo, G. (2016) Ogni limite ha un senso, Il Foglio, 28 agosto 2016 (con introduzione di Giovanni Maddalena). https://www.ilfoglio.it/scienza/2016/08/28/news/ogni-limite-ha-un-senso-103239/; https://disf.org/files/ogni-limite-senso-longo-foglio.pdf. [xvi] Longo, G. (2021) La pandemia e il «proiettile magico» della tecnologia, il manifesto, 14 novembre 2021. https://ilmanifesto.it/la-pandemia-e-il-proiettile-magico-della-tecnologia. Cfr. anche: Id. (2014) Science, problem solving and bibliometrics. Invited Lecture, Academia Europaea Conference on “Use and Abuse of Bibliometrics”, Stockholm, May 2013. Proceedings, Wim Blockmans et al. (eds), Portland Press, 2014. Id. (2016) Complessità, scienza e democrazia, ROARS.
January 23, 2026
ROARS