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Il mais ha già una casa
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Ceccam (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- Dal 12 al 15 marzo, la Rete in Difesa del Mais ha tenuto la sua assemblea, ospitata questa volta da Radio Huayacocotla, “La Voce Contadina”, una storica emittente radiofonica comunitaria che trasmette da sessant’anni in quattro lingue: nahuatl, tepehua, Ñañú (otomi) e spagnolo. L’assemblea è iniziata presso la loro sede ed è proseguita nella comunità indigena di Cuatecomaco, nel comune di Zontecomatlán, Veracruz (Messico). Cuatecomaco è una delle comunità della regione di Veracruz Huasteca che ha subito gli effetti devastanti delle intense piogge dell’ottobre 2025, ben peggiori di quanto chiunque potesse ricordare. Il fiume è straripato, le colline sono franate e centinaia di persone in questa comunità e in altre della regione hanno perso le loro case e i loro averi. Le fonti d’acqua sono state contaminate, le strade e le autostrade sono state spazzate via, distrutte. Come altre comunità della regione, si sono riprese grazie alla solidarietà, ma ne subiscono ancora le conseguenze. È una comunità che mantiene viva e predominante la propria lingua, le assemblee e le proprie forme di organizzazione, assistenza sanitaria e lavoro. Nella regione si parlano il Nahuatl, il Tepehua e il Ñañú. Coltivano i loro campi di mais con grande varietà e anche il caffè. A Cuatecomaco non c’è internet e la copertura per i telefoni cellulari è scarsa. La vita si svolge e prospera grazie all’interazione diretta tra le persone, un lusso raro al giorno d’oggi. È così che si sono organizzati per accogliere la Rete in Difesa del Mais nel loro spazio; Hanno preparato 700 tamales e offerto ai partecipanti lo zacahuil, un delizioso piatto tradizionale della regione. All’incontro hanno partecipato autorità di diverse comunità della regione, insieme a membri della rete provenienti dagli stati di Oaxaca, Chiapas, Jalisco, Chihuahua, Guanajuato, Hidalgo, Veracruz, dalla penisola dello Yucatán, dallo Stato del Messico e da Città del Messico. A Cuatecomaco, è stato dedicato ampio spazio alla condivisione di ciò che viene coltivato in ogni luogo e dei problemi che si affrontano, per comprendere che molti sono comuni nonostante le diverse aree geografiche e culture. La giornata si è conclusa con una colorata celebrazione di scambio di semi. Le piogge che hanno devastato questa regione non sono state causate da chi vi abita, da chi coltiva la terra, si prende cura del territorio e di tutti gli esseri viventi. Il caos climatico è un fardello imposto alle comunità dal meccanismo distruttivo delle multinazionali dell’agroindustria, dell’energia, dell’industria mineraria, della tecnologia e di altri settori, che, per il loro profitto, riscaldano il pianeta con massicce emissioni di carbonio e sconvolgono il clima. Proprio come nel caso della contaminazione transgenica del mais autoctono, scoperta per la prima volta nel 2001 nella Sierra Juárez di Oaxaca, la Rete in Difesa del Mais è nata per contrastarla. Ora la rete è di nuovo in allerta: il governo (in particolare i Ministeri della Scienza, delle Scienze Umanistiche, della Tecnologia e dell’Innovazione e dell’Agricoltura e dello Sviluppo Rurale), sta cercando di instillare la minaccia dello sviluppo e della coltivazione di mais e altre colture geneticamente modificate. Le mascherano chiamandole colture “modificate geneticamente”, in modo che agricoltori e consumatori non capiscano che sono simili agli OGM e per evitare la valutazione del rischio e l’etichettatura. La Rete per la Difesa del Mais (CECCAM) ha fermamente respinto ogni forma di manipolazione genetica del mais e di tutte le sementi, nonché la loro privatizzazione e brevettazione. Non si tratta solo di un avvertimento sulla carta: è supportato da 25 anni di resistenza contro la contaminazione del mais da parte delle sue comunità, una resistenza che non ha mai vacillato nei suoi territori, nemmeno dopo che la semina di mais geneticamente modificato è stata vietata dalla Costituzione messicana nel 2025. Nonostante il divieto, ora emergono manovre all’interno delle stesse istituzioni governative per spianare la strada alle sementi manipolate di Bayer-Monsanto e di altre multinazionali del settore agrochimico e sementiero. Pertanto, è fondamentale organizzare più seminari informativi in tutto il paese, rafforzare la vigilanza, la denuncia e il coordinamento tra comunità e organizzazioni per fermare questi progetti (Pronunciamiento Red En Defensa del Maíz). All’interno della rete, vige la costante consapevolezza che le sementi non sono oggetti da depositare in banche del seme, né da manipolare o brevettare. Sono una parte vitale delle comunità che coltivano mais, che nutrono e che a loro volta nutrono loro. La rete condanna i tentativi di registrare i semi autoctoni e di inserirli in banche del seme “ufficiali”, un modo per facilitarne l’accesso e la brevettazione da parte delle multinazionali. Come affermato nella loro dichiarazione, “il mais ha già la sua casa nelle comunità”. Anche nelle città, abbiamo il diritto di decidere cosa mangiare: la rete respinge la legge sugli orti urbani nello stato di Jalisco, che mira a controllarli e a impedirne l’espansione. Le comunità denunciano gli inganni e gli abusi subiti a causa dei progetti sul carbonio – un’altra forma di appropriazione del territorio – e l’impatto dei progetti di agricoltura industriale e tossica nei campi e nelle grandi serre che sfruttano i lavoratori per la coltivazione di agave e more. Il Tribunale Permanente dei Popoli ha avviato quest’anno un processo internazionale per la difesa dei semi. Anche la rete sarà presente per unirsi alla difesa del mais dall’interno delle proprie comunità. Dalle comunità e dalla loro autonomia provengono le risposte concrete alle crisi. Pertanto, “la milpa è passato, presente e futuro”, conclude Neify, originaria di Chunhuhub, Quintana Roo. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su La Jornada e qui con l’autorizzazione dell’autrice -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il mais ha già una casa proviene da Comune-info.
April 9, 2026
Comune-info
Trent’anni di Ogm
LE MULTINAZIONALI DEGLI OGM ASSICURAVANO RACCOLTI PIÙ ABBONDANTI E UN USO RIDOTTO DI PRODOTTI AGROCHIMICI. NON SOLO: GARANTIVANO PERSINO UN CONTRIBUTO DECISIVO CONTRO LA FAME NEL MONDO, PRECISANDO AL CONTEMPO CHE QUELLE COLTURE NON SAREBBERO FINITE NEI NOSTRI PIATTI. CHIUNQUE OSAVA SOLLEVARE DUBBI VENIVA PRONTAMENTE ARCHIVIATO COME RETROGRADO. A TRENT’ANNI DALL’AVVIO DELLA COLTIVAZIONE COMMERCIALE SU LARGA SCALA, NESSUNA DI QUELLE DICHIARAZIONI SI È MINIMAMENTE VERIFICATA. OGGI SONO QUATTRO LE GRANDI AZIENDE CHE CONTROLLANO LA COLTIVAZIONE GLOBALE DI COLTURE GENETICAMENTE MODIFICATE. SCRIVE SILVIA RIBEIRO, RICERCATRICE E DIRETTRICE PER L’AMERICA LATINA DEL GRUPPO ETC (ACTION GROUP ON EROSION, TECHNOLOGY AND CONCENTRATION): “GLI OGM SI SONO RIVELATI UN DISASTRO PER LA SALUTE, L’ALIMENTAZIONE E L’AMBIENTE, MA ANCHE UN AFFARE REDDITIZIO PER LE MULTINAZIONALI…” Foto di David Maunsell su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Sono trascorsi trent’anni dall’inizio della coltivazione commerciale di colture geneticamente modificate in tutto il mondo. Il risultato è una lunga lista di promesse non mantenute e una scia di contaminazione del suolo, dell’acqua e dell’aria con glifosato e altri prodotti agrochimici che hanno invaso i corpi di contadini, vicini e milioni di consumatori, lasciando residui chimici nel sangue, nelle urine e nel latte materno (leggi Atlante dell’agroindustria transgenica nel Cono Sud). Le multinazionali degli Ogm promettevano rese più elevate e un minore utilizzo di prodotti agrochimici. Promettevano anche colture con più nutrienti, come il “riso dorato” ricco di vitamina A, e altri presunti benefici. Nulla di tutto ciò si è avverato (“Raccolto amaro: 30 anni di promesse non mantenute“). Quattro aziende controllano la coltivazione globale di colture geneticamente modificate: Bayer (proprietaria di Monsanto), Corteva (nata dalla fusione di DuPont-Pioneer e Dow), Syngenta (di proprietà di Sinochem Holding) e BASF. Insieme, controllano anche metà del mercato globale delle sementi commerciali e due terzi del mercato degli agrofarmaci (Los diez gigantes de los agronegocios: la concentración corporativa en la alimentación y en la agricultura). La propaganda di queste aziende, attraverso associazioni che utilizzano per celare la loro vera natura (come Chilebio, Argenbio e Agrobio México), mira a creare l’impressione che gli Ogm siano presenti in tutto il mondo. La realtà, secondo i loro stessi dati, è che la superficie coltivata a livello globale con Ogm non raggiunge il 13% dei terreni arabili del pianeta, e solo 10 paesi coltivano il 98% di questa superficie. Solo tre paesi rappresentano l’80% della superficie coltivata: Stati Uniti, Argentina e Brasile. Seguono Canada, India, Paraguay, Cina, Sudafrica, Pakistan e Bolivia (Récord de adopción: los cultivos transgénicos alcanzan las 210 millones de hectáreas en 2024). Gli Stati Uniti sono stati i primi a coltivare soia geneticamente modificata tollerante al glifosato, seguiti dall’Argentina nel 1996. Attualmente, 32 paesi hanno approvato la coltivazione commerciale di una o più colture Ogm, ma solo una decina di paesi ha superfici significative coltivate. Al contrario, più di 150 paesi non ne consentono la coltivazione e 38 paesi hanno imposto restrizioni o divieti sulla semina di una o più colture geneticamente modificate, tra cui Messico, Ecuador, Perù, Belize e Venezuela. Quattro colture occupano quasi l’intera superficie coltivata e sono tutte destinate al consumo umano: soia, mais, cotone e colza. Si diceva che le colture geneticamente modificate avrebbero alleviato la fame nel mondo, e che non erano destinate al consumo umano, bensì all’industria. La maggior parte viene utilizzata come mangime per il bestiame allevato in spazi ristretti e circa un terzo per la produzione di combustibili e altri usi industriali. In sintesi: quattro multinazionali controllano tutte le colture transgeniche, solo 10 paesi detengono il 98% della superficie coltivata, quattro colture occupano il 99,4% di tale superficie (soia, mais, cotone e colza) e ci sono solo due tipi di colture transgeniche, oltre il 90% tolleranti agli agrofarmaci e il resto “insetticidi” con la tossina Bt, che in molti casi hanno “accumulato geni” per essere tolleranti anche agli agrofarmaci. Si è ridotto l’uso di pesticidi? No, al contrario, il loro utilizzo è aumentato esponenzialmente. Poiché le colture sono state geneticamente modificate per essere tolleranti al glifosato, l’uso di questo erbicida, classificato come cancerogeno dall’OMS, è aumentato di oltre 20 volte. Ciò ha portato alla creazione di decine di “super-erbacce”: infestanti invasive che hanno sviluppato resistenza al glifosato. Per combatterle, sono state aumentate le concentrazioni e le dosi applicate e sono state immesse sul mercato colture geneticamente modificate con geni che conferiscono tolleranza a vari agrofarmaci sempre più pericolosi come glufosinato, dicamba e 2,4-D (GM crops fuel rise in pesticide use despite early promises, study shows). Rese più elevate? Assolutamente no. Studi a lungo termine dimostrano che le rese sono pari o inferiori a quelle delle colture ibride. Uno studio condotto dall’Unione degli Scienziati Preoccupati degli Stati Uniti ha dimostrato che, in 13 anni di coltivazione, le colture geneticamente modificate (OGM) hanno aumentato la resa di appena lo 0,2% all’anno, mentre le pratiche agricole convenzionali e agroecologiche l’hanno incrementata di oltre il 10% nello stesso periodo. Le colture di mais Bt sembravano avere una resa maggiore, ma sono state gradualmente ritirate dal mercato perché i bruchi hanno sviluppato resistenza, il che ha portato anche a un maggiore utilizzo di pesticidi. Studi successivi hanno confermato le stesse tendenze (GM Delivers No Advantage in Crop Yields After 20 Years). Tutte le colture OGM sono brevettate e i semi costano fino al 30% in più. Le aziende hanno tratto ulteriore profitto da migliaia di cause legali intentate contro gli agricoltori per aver “utilizzato” geni brevettati quando i loro campi erano contaminati da impollinazione incrociata. Gli organismi geneticamente modificati (OGM) si sono rivelati un disastro per la salute, l’alimentazione e l’ambiente, ma anche un affare redditizio per le multinazionali. In molti paesi, si sono combattute battaglie con un ampio sostegno popolare per proibirne la coltivazione e il consumo. Ovunque nel mondo, se si chiede, la stragrande maggioranza delle persone risponde di preferire non mangiare OGM. Per continuare a trarre profitto e ingannare produttori e consumatori, il trucco attuale delle multinazionali è quello di cambiare il nome delle colture geneticamente modificate, chiamandole “editing genetico”, il che ha permesso loro di eludere le leggi sulla biosicurezza e sull’etichettatura in diversi paesi, e ora stanno tentando di farlo anche in Messico (Asalto tecnológico a la agricultura y alimentación: edición genómica, digitalización y corporaciones). La resistenza continua e noi non lo permetteremo. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su La Jornada (e qui con l’autorizzazione dell’autrice) con il titolo Treinta años de transgénicos: promesas incumplidas y contaminación -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Trent’anni di Ogm proviene da Comune-info.
March 27, 2026
Comune-info
Lo scudo europeo per la democrazia: la fiaba del cittadino da proteggere e le fabbriche del falso
Lo Scudo europeo per la democrazia viene presentato come un argine a disinformazione e interferenze straniere, ma finirà per istituzionalizzare la censura preventiva nello spazio informativo. Diventano suscettibili di limitazioni contenuti “altrimenti legali” ma “rischiosi”, una categoria tanto elastica da inglobare qualunque contenuto politicamente scomodo. La “difesa della democrazia” comporta la stigmatizzazione del conflitto delle idee come devianza e la costruzione di una filiera di segnalazione, fact-checking e neutralizzazione finalizzata a “tutelare l’integrità dello spazio informativo” e che coinvolge piattaforme online, ONG e istituzioni pubbliche sotto un’opaca regia del potere esecutivo. È un dispositivo che, se attuato, minerà alla radice i diritti fondamentali della libertà di espressione e della libera circolazione delle idee, pietre angolari di una democrazia sostanziale. (Seconda parte) Ecco il link alla prima parte. LA FIABA DEL CITTADINO DA PROTEGGERE E LE FABBRICHE DEL FALSO La logica che sottende allo Scudo – e alla sua accettazione sociale – si fonda sulla tesi del cittadino che deve essere protetto da se stesso, incapace di pensare, discernere e partecipare in modo responsabile al discorso pubblico. Carlo Magnani[i] riassume questa visione richiamando una metafora perfetta: i cittadini come tanti Cappuccetto Rosso nella foresta digitale, pronti a essere sbranati “dal Lupo Cattivo delle fake news o degli algoritmi prefabbricati”, fragili e suggestionabili dai manipolatori dell’informazione, escludendo – beninteso – i media mainstream, la tv e i quotidiani; la Commissione, affiancata da piattaforme e fact-checker, è il benevolo cacciatore che salva Cappuccetto. È una fiaba che ha molta presa perché figlia di un clima culturale di lunga durata, segnato dalla grammatica del TINA (“There Is No Alternative”), secondo cui la complessità va governata dall’alto, il cittadino è un soggetto incompetente, ciò che devia dalla linea tecnico-istituzionale è negazionismo. Il risultato è l’idea, politicamente comodissima, di una “democrazia protetta” per mezzo di filtri informativi presentati come misure di salute pubblica[ii]. Ma è una fiaba che rovescia la realtà. La disinformazione e la menzogna non nascono con i social media né sono un incidente di Internet, ma, come ci ricorda Marco D’Eramo[iii], sono dispositivi antichi quanto la politica. I primi disinformatori o misinformatori non sono, storicamente, i cittadini, ma i poteri che cercano di governarli. Ciò che è cambiato nel corso dei secoli sono gli strumenti, perché, come scrive Vladimiro Giacché in “La fabbrica del falso”[iv], “la menzogna è il grande protagonista del discorso pubblico contemporaneo”. Tanto per ragionare di “interferenze straniere”, come si può non ricordare di quando Colin Powell al Consiglio di sicurezza dell’ONU nel 2003 dichiarò: “Every statement I make today is backed up by solid sources…”, brandendo “solide prove” sulle presunte armi di distruzione di massa irachene, che si rivelarono, dopo una guerra che durò otto anni e che causò mezzo milione di morti civili, inesistenti. A ingannare l’opinione pubblica statunitense e occidentale perché sostenesse la necessità di un atto di aggressione non furono troll stranieri, ma un alto rappresentante della principale democrazia occidentale. Il caso Powell è solo un esempio di una lunghissima sequela di narrazioni ufficiali presentate dall’Occidente democratico per giustificare politiche coercitive[v], militari o economiche, dai costi umani altissimi[vi] ai danni del resto del mondo. Che “la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era in parte falsa” ce lo ha appena confermato il primo ministro del Canada, Mark Carney, al World Economic Forum (Davos, 20 gennaio 2026). Resta solo da intendersi sull’“in parte”. In definitiva, la vera posta in gioco per l’establishment al potere non è altro che la tenuta delle mistificazioni istituzionali, finché conviene, perciò contro-narrazioni credibili e capaci di renderle visibili e contestabili non devono emergere. Dunque lo Scudo, che pretende di proteggere il cittadino filtrando il discorso pubblico, altro non è che lo strumento per proteggere il potere da ciò che lo contraddice, neutralizzando il discorso democratico. Anche la retorica della scienza messa in campo dal potere politico è funzionale allo stesso scopo. Certamente la verità è un obiettivo di lungo termine per l’impresa scientifica: la si approssima quando la comunità scientifica resta fedele a principi di apertura, disinteresse e revisione continua delle conoscenze acquisite. Di contro, la scienza non è un deposito di verità, indiscutibili prêt-à-porter da usare come clava, ma è un metodo di lavoro e, dunque, come ogni pratica umana, è fallibile, esposta a incentivi, pressioni e catture. Per questo la retorica della verità scientifica come fondamento neutrale delle politiche pubbliche è una truffa ai danni dei cittadini e dell’ambiente, oltreché della democrazia. Come osserva Elisa Lello[vii], da una parte l’epistemologia non può essere separata dall’economia e dalla politica, dall’altra gli interessi privati non si limitano più a reagire alla scienza, ma sono diventati abilissimi nel perseguire i propri obiettivi facendo leva sulla scienza stessa. Tre esempi recentissimi – tutti tratti dal campo dell’agricoltura – illustrano i meccanismi di un uso distorto della scienza e le insidie sottese a logiche reputazionali che coinvolgono riviste e scienziati: 1) La vicenda Xylella, di cui Francesco Sylos Labini si era occupato in questo blog (13/01/2016, 25/09/2016). Un rapporto del WWF del novembre 2025, di cui raccomando fortemente la lettura, descrive la gestione dell’“emergenza” in Puglia come caratterizzata da forte interventismo, con misure di “abbattimento massivo” di ulivi, compresi esemplari secolari e monumentali, sproporzionate e prive di solide basi scientifiche. Il rapporto richiama come fosse noto già dal 2015, anche all’Autorità europea per la sicurezza alimentare (European Food Safety Authority – EFSA, 2015), che il batterio Xylella fastidiosa fosse “endemico e non più eradicabile”, così come era noto fin dal 2013 che il disseccamento rapido avesse cause multifattoriali e riconducibili a diversi patogeni[viii], tanto è vero che un decennio di monitoraggi rivela che solo una piccolissima frazione degli ulivi con sintomi di disseccamento risulta positiva alla Xylella (Ciervo e Scortichini, 2024). Ciononostante, in virtù della regola comunitaria dei 50 m (che impone l’abbattimento di tutti gli ulivi nel raggio di 50 m da una pianta positiva al test, anche se asintomatici) il numero di abbattimenti è cresciuto sensibilmente negli ultimi anni – a dispetto della scienza, verrebbe da dire. Si tratta di fatti che mettono bene in chiaro il senso (o il non-senso) di strategie concentrate su monitoraggio e abbattimenti estensivi. Il WWF evidenzia come tali misure abbiano favorito un modello agricolo intensivo a scapito di un’“agricoltura custode” del paesaggio storico e della biodiversità, orientata alla convivenza con il patogeno, anziché all’eradicazione, attraverso alternative agro-ecologiche. Rispetto a questo esito disastroso per gli ulivi e le comunità locali, è doveroso ricordare il discorso scientista a sostegno di tali strategie: articoli di fuoco (Un paese che odia la scienza, Paolo Mieli, Corriere della Sera, 11 gennaio 2016; numerosi interventi su Il Foglio, uno per tutti: La storia del complotto anti ulivi smontata anche dall’Europa; contributi su riviste di divulgazione scientifica), sorretti da una postura estremamente dogmatica dell’Accademia dei Licei, che in un rapporto del giugno 2016 scriveva: “l’agente causale della [malattia] è Xylella fastidiosa, una conclusione non più discutibile”; ribadendo nel giugno 2017: “Questi nuovi studi forniscono un’ulteriore irrefutabile evidenza della correlazione tra malattia degli olivi e Xylella” denunciando nel 2018: “il negazionismo della Xylella come origine della malattia degli ulivi pugliesi” fino a sostenere (12 aprile 2019): “si agisca prontamente, ai fini delle misure di contenimento, eventualmente anche in deroga a misure di carattere ambientale, paesaggistico e storico”. 2) Glifosato, l’erbicida più usato al mondo commercializzato da Monsanto e poi Bayer col marchio Roundup. A inizio dicembre 2025 la rivista Regulatory Toxicology and Pharmacology ha pubblicato la retraction notice dell’articolo “Safety evaluation and risk assessment of the herbicide Roundup and its active ingredient, glyphosate, for humans” (2000), motivandola con problemi di authorship, misrepresentation del contributo dello sponsor, auto-referenzialità delle conclusioni sugli aspetti di cancerogenità, conflitti d’interesse. Si tratta di un articolo che ha avuto un’enorme influenza a livello regolatorio, per la valutazione della sicurezza del glifosato[ix]. La stampa di questi giorni[x] ha collegato la vicenda alle rivelazioni sui Monsanto Papers (2017)[xi] e al tema del ghostwriting. Eppure, quando a valle di quelle rivelazioni, associazioni e ricercatori sollevarono dubbi sulla nocività del glifosato e sulla neutralità della letteratura e delle valutazioni regolatorie, furono liquidati come produttori di “fake news” o “allarmismi infondati”: basti ricordare titoli come “Fake news: il caso-glifosato” della Fondazione Umberto Veronesi o articoli che contrapponevano le “bufale” di associazioni e movimenti alle “evidenze scientifiche” di agenzie come l’EFSA[xii]. 3) Dossieraggio dei ricercatori critici su pesticidi e OGM. L’inchiesta Bonus Eventus files (Le Monde/Lighthouse Reports) ha rivelato nel 2024 l’esistenza della piattaforma privata statunitense  “Bonus Eventus”, creata dall’ex direttore della comunicazione di Monsanto Jay Byrne, che ha accumulato e condiviso, su scala internazionale, informazioni personali e talvolta denigratorie su scienziati, giornalisti e attivisti critici verso pesticidi e OGM, mettendo a disposizione dell’industria “munizioni” reputazionali per screditare e intimidire. In tutti e tre i casi si tratta di vera e propria guerra sul terreno epistemico, resa razionale dal fatto che gli snodi tecnici che legittimano le scelte (per esempio EFSA) e quelli che le decidono e attuano (Commissione/DG SANTE, Stati membri, autorità locali) dipendono da un ecosistema di credibilità, dossier e campagne (dis)informative in cui l’industria investe sistematicamente. Sul piano del dibattito pubblico, in nome della scienza si chiude lo spazio della discussione e la verità viene usata per trasformare scelte controverse in necessità tecniche. Ad oggi[xiii] nessuna presa di posizione sul rapporto del WWF, e sulle prove scientifiche in esso citate, risulta pervenuta da parte delle citate testate e istituzioni schierate a difesa della scienza nel caso Xylella. Di consuetudine, una volta legittimate le misure straordinarie, si sceglie o l’oblio o, nel migliore dei casi, la formula delle scuse: abbiamo agito secondo le migliori prove allora disponibili. Si tratta, però, di una formula autoassolutoria fuorviante. In numerose circostanze, infatti, i limiti, le incertezze e la portata parziale, se non proprio insufficiente, delle prove scientifiche, così come i conflitti d’interesse che ne influenzano la produzione e l’interpretazione, sono noti, ma vengono sistematicamente rimossi dal discorso pubblico, presentando come conoscenze consolidate ipotesi (o forse dovremmo dire wishful thinking) o, al più, risultati preliminari[xiv]. Non si tratta dunque di una semplice sottovalutazione, quando va bene riconosciuta ex post, della fallibilità della scienza, ma piuttosto di una selezione sistematica dell’informazione scientifica da diffondere, funzionale alla costruzione di narrazioni a supporto di decisioni irreversibili. Assistiamo così da tempo a un tradimento del principio di precauzione, in perfetta coerenza con il manifesto tecno-ottimista degli oligarchi tecno-finanziari di cui sopra: “Our enemy is the Precautionary Principle […] The Precautionary Principle continues to inflict enormous unnecessary suffering on our world today. It is deeply immoral, and we must jettison it with extreme prejudice.” Se la polis greca sapeva che la politica appartiene alla doxa, ovvero all’opinione e alla narrazione, e non certo all’epistéme, oggi l’epistéme è troppo spesso catturata dalla politica (a sua volta integrata in una gerarchia di potere più ampia, in cui interessi pubblici e privati risultano strettamente intrecciati) e ridotta a sigillo scientifico da apporre alla versione dei fatti che si vuole imporre come verità. Viene cioè trasformata da strumento per comprendere il mondo a strumento per governarlo: “una pretesa totalitaria”, come la definisce Giuseppe Longo[xv], che presuppone, per funzionare, una forma di fiducia superstiziosa dei cittadini nella scienza. Il tutto si manifesta nel dibattito pubblico attraverso un fenomeno culturale che nell’ultimo decennio ha fatto fortuna: un identitarismo scientista, alimentato da una divulgazione bullizzante, amplificata dai media, che riduce contestazioni fondate a ignoranza, patologia, complottismo, perché il suo unico obiettivo è certificare la verità del potere costituito. Anziché vagheggiare di danni prodotti dal nemico immaginario dell’antiscienza, fenomeno tutt’al più marginale ma categoria molto sfruttata nel discorso pubblico, perché utile a marchiare proprio tutti, compresi gli scienziati, quando non si conformano, sarebbe ora di cominciare a chiedersi e a studiare con molta serietà quanti danni faccia lo scientismo. E sarebbe altrettanto auspicabile ragionare sulle conseguenze della visione oggi prevalente, anche per effetto dei dispositivi di finanziamento e di valutazione della ricerca, della scienza come “tecno-fix”[xvi]: la promessa di un palliativo ai problemi del mondo, spinta a produrre soluzioni prima ancora di produrre conoscenza e portata a trascurare l’indagine sulle cause dei problemi che è chiamata a risolvere e la ricerca di nuove prospettive. È dentro questo orizzonte che trovano più facilmente spazio e consenso le proposte di governance dell’informazione previste nello Scudo, come l’apposizione di un sigillo di verità e il pre-bunking, che nulla hanno di scientifico (e di democratico) se l’obiettivo è la costruzione e la circolazione della conoscenza e non il controllo del discorso pubblico. Ringraziamenti. Ringrazio di cuore Juan Carlos De Martin e Maurizio Tirassa per l’attenta lettura della prima versione di questo lavoro e per i preziosi consigli e spunti che mi hanno offerto, nonché Fabrizio Barpi per la segnalazione di alcuni utili riferimenti. Desidero inoltre ringraziare l’Associazione Italiana per la promozione della Scienza Aperta (AISA) per le occasioni di confronto e discussione sul rapporto tra scienza, conoscenza e democrazia. Assunzione di responsabilità. Le opinioni espresse sono di mia esclusiva responsabilità, così come eventuali imprecisioni, e non riflettono necessariamente le posizioni delle istituzioni o delle organizzazioni cui afferisco. [i] Magnani, C. (2021), Finché ci sono fake news c’è speranza, Carocci. Per una discussione critica del volume di Magnani e del contesto del dibattito su “post-verità” e “fake news”, cfr. Leandro Cossu, “Finché ci sono fake news c’è speranza!”, La Fionda, 3 aprile 2021. [ii] von der Leyen (Copenhagen Democracy Summit/Congress, 14 May 2024) ricorre a un lessico medico in tema di lotta alla disinformazione: parla di “societal immunity” e sostiene che “pre-bunking is more successful than de-bunking […] In short, prevention is preferable to cure. Think of information manipulation as a virus.”, assimilando il pre-bunking alla profilassi vaccinale (“it is better to vaccinate, so that our body is inoculated”). Per la cornice concettuale (Inoculation Theory) e la definizione di pre-bunking, cfr. supra, Nota 9. Trascrizione (PDF, EPP, 2024): https://admin.epp.eu/files/uploads/2024/05/Ursula-von-der-Leyen-Democracy-Summit-Copenhagen-Denmark-14-May-2024.pdf. Video (YouTube, EPP, 2024): https://www.youtube.com/watch?v=nd8TqAur-wE. Stralcio del Video con sottotitoli in italiano (Youtube, Radio Radio TV, 2024): https://www.youtube.com/watch?v=eJuRt2tfbaQ. [iii] D’Eramo, M., Breve la felice vita delle fake news, in MicroMega, 27 marzo 2021. [iv] Giacché, V., (2016) La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea, 3a ed. Imprimatur. https://www.academia.edu/24820969/La_fabbrica_del_falso_Strategie_della_menzogna_nella_politica_contemporanea_Reggio_Emilia_Imprimatur_3a_edizione_2016_pp_432_euro_18. [v] https://globalinequality.org/imperial-power/ [vi] Rodríguez, F., Rendón, S., & Weisbrot, M. (2025). Effects of international sanctions on age-specific mortality: a cross-national panel data analysis. The Lancet Global Health, 13(8), e1358-e1366. https://doi.org/10.1016/S2214-109X(25)00189-5. [vii] Lello, E. (2024), Prefazione a L’industria del complottismo. Social network, menzogne di Stato e distruzione del vivente. Matthieu Amiech, Malamente. [viii] Sul punto si vedano: Deliberazione della giunta regionale pugliese del 29 ottobre 2013, n. 2023, in cui si cita testualmente “Vista la nota del 15/10/2013 n. 16/2013, con la quale le Istituzioni scientifiche: CRN – Istituto di Virologia vegetale di Bari, Università degli Studi di Bari- Dipartimento di Scienze del Suolo della Pianta e degli Alimenti e Selge – Rete di Laboratori Pubblici di Ricerca, hanno comunicato l’esito dei risultati delle analisi di laboratorio evidenziando il ritrovamento di diversi agenti patogeni associati al fenomeno di disseccamento dell’olivo […]”; G. P. Martelli (2013): Il disseccamento rapido dell’ulivo in “Notiziario di informazione a cura dell’Accademia dei Georgofili” https://www.georgofili.info/contenuti/disseccamento-rapido-dellolivo/1510; Ciervo, M. (2015). Xylella fastidiosa: nelle pieghe della rappresentazione dell’emergenza. Scienze e Ricerche, 17, 75-95 (https://www.boscodiogigia.it/wp-content/uploads/2019/02/ALLEGATO-3-CIERVO-Scienze-Ricerche.pdf); L. C. Renna (2016), Il Caso ‘Xylella’ e l’arretramento giuridico dell’Europa nella tutela del paesaggio; Il rapporto Xylella fastidiosa e Olivo (maggio 2016), curato anche da ricercatori dell’ISPRA; Ciervo, Margherita, and Marco Scortichini. “A decade of monitoring surveys for Xylella fastidiosa subsp. pauca in olive groves in Apulia (Italy) reveals a low incidence of the bacterium in the demarcated areas.” Journal of Phytopathology 172.1 (2024): e13272. [ix] Si vedano per esempio: Revised Glyphosate Issue Paper: Evaluation of Carcinogenic Potential, EPA’s Office of Pesticide Programs (USA) December 12, 2017. La revisione cita, relativamente alla cancerogenità, soltanto due studi, uno dei quali è quello oggetto della ritrattazione; Conclusion on the peer review of the pesticide risk assessment of the active substance glyphosate, EFSA Journal 2015;13(11):4302, e la annessa fonte: Germany (2013). Renewal assessment report (RAR) on the active substance glyphosate prepared by the rapporteur Member State Germany in the framework of Regulation (EU) No 1141/2010, December 2013. [x] https://www.theguardian.com/us-news/2025/dec/05/monsanto-roundup-safety-study-retracted; https://ilmanifesto.it/ritirato-lo-studio-che-scagionava-il-glifosato-lo-aveva-scritto-monsanto-che-lo-produce; https://www.lemonde.fr/en/environment/article/2025/12/03/influential-study-on-glyphosate-safety-retracted-25-years-after-publication_6748114_114.html. [xi] Le Monde, dossier-inchiesta “Les Monsanto Papers” (2017 – 2018), a partire da Foucart & Horel, “« Monsanto papers » : la guerre du géant des pesticides contre la science”, 1/06/2017 e articoli seguenti. https://www.europeanpressprize.com/article/monsanto-papers/. [xii] Si vedano per esempio: La Repubblica, articoli 2017–2018 sull’“allarmismo glifosato”; Bufale.net (2018), “Falsi allarmismi ed evidenze scientifiche sul glifosato”. [xiii] Ricerca effettuata tramite motore Google il 5 gennaio 2026, interrogando combinazioni di parole chiave relative al rapporto WWF sulla Xylella e alle principali testate e istituzioni citate nel testo. [xiv] Per un’analisi approfondita di dinamiche analoghe nell’ambito biomedico, in un caso ancora d’attualità, si veda Critica della ragione pandemica. COVID-19: ripensare la fenomenologia di un evento epocale, a cura di F. Cappelluti, P. Cesaretti, F. Laviano, Meltemi, 2025, in particolare il contributo di Peter Doshi, “Vaccini a mRNA per COVID-19: un altro fenomeno ‘too big to fail’?”, che ricostruisce in modo documentato il rapporto tra disegno delle sperimentazioni e produzione dei dati clinici, procedure regolatorie e costruzione delle decisioni pubbliche, mostrando come esso possa essere esposto a pratiche di selective reporting e a scarti comunicativi tra linguaggio scientifico, regolatorio e politico, e richiamando casi di farmaci autorizzati sulla base di prove parziali, talora fallaci. [xv] Longo, G. (2016) Ogni limite ha un senso, Il Foglio, 28 agosto 2016 (con introduzione di Giovanni Maddalena). https://www.ilfoglio.it/scienza/2016/08/28/news/ogni-limite-ha-un-senso-103239/; https://disf.org/files/ogni-limite-senso-longo-foglio.pdf. [xvi] Longo, G. (2021) La pandemia e il «proiettile magico» della tecnologia, il manifesto, 14 novembre 2021. https://ilmanifesto.it/la-pandemia-e-il-proiettile-magico-della-tecnologia. Cfr. anche: Id. (2014) Science, problem solving and bibliometrics. Invited Lecture, Academia Europaea Conference on “Use and Abuse of Bibliometrics”, Stockholm, May 2013. Proceedings, Wim Blockmans et al. (eds), Portland Press, 2014. Id. (2016) Complessità, scienza e democrazia, ROARS.
January 23, 2026
ROARS