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Claude può chiederti un documento d'identità: la nuova policy di Anthropic
Anthropic ha aggiunto alla propria privacy policy una sezione chiamata Verification Data, che prevede la possibilità di chiedere a un piccolo gruppo di utenti di Claude di caricare un documento d'identità governativo e un selfie per verificare la propria identità. La modifica è stata introdotta il 17 giugno 2026 e entrerà in vigore l'8 luglio. I dati richiesti sono diversi e di natura sensibile. La policy elenca l'immagine del documento d'identità governativo e le informazioni che vi compaiono, come numero del documento e data di nascita; l'immagine dell'utente in forma di foto o video; i template di geometria facciale, che in alcune giurisdizioni possono essere considerati dati biometrici; e l'esito della verifica. Sono accettati passaporti, patenti, ID statali o provinciali e carte d'identità nazionali in originale fisico, non in versione digitale, screenshot o fotocopia. A gestire la procedura non è direttamente Anthropic, ma Persona Identities, società di San Francisco specializzata in verifica KYC. Il dettaglio che pesa è la proprietà: Persona è finanziata da Founders Fund, il fondo di venture capital co-fondato da Peter Thiel, lo stesso fondo che figura tra gli investitori di Anthropic. La verifica biometrica tramite Persona, peraltro, era già attiva su Claude in forma limitata da aprile, prima dell'aggiornamento formale della policy. Link alla notizia qui
12, 13, 14 giugno – Hackmeeting 2026
L’hackmeeting (o in breve, hackit) è l’incontro annuale delle controculture digitali italiane, di quelle comunità che si pongono in maniera critica rispetto ai meccanismi di sviluppo delle tecnologie all’interno della nostra società. Ma non solo, molto di più. Lo sussurriamo nel tuo orecchio e soltanto nel tuo, non devi dirlo a nessuno: l’hackit è solo per hackers, ovvero per chi vuole gestirsi la vita come preferisce e sa s/battersi per farlo. Anche se non ha mai visto un computer in vita sua. Tre giorni di seminari, giochi, dibattiti, scambi di idee e apprendimento collettivo, per analizzare assieme le tecnologie che utilizziamo quotidianamente, come cambiano e che stravolgimenti inducono sulle nostre vite reali e virtuali, quale ruolo possiamo rivestire nell’indirizzare questo cambiamento per liberarlo dal controllo di chi vuole monopolizzarne lo sviluppo, sgretolando i tessuti sociali e relegandoci in spazi virtuali sempre più stretti. L’evento è totalmente autogestito: non esiste chi organizza o fruisce, esiste solo chi partecipa. TUTTE LE INFO: * Ospitalità * Programma * Proporre un talk o un laboratorio * Accessibilità * La storia di Hackmeeting Per tutto il resto… https://hackmeeting.org/hackit26 L’ANSIA È UN INGRANAGGIO COLLETTIVO Dicesi ansia quella sensazione pervasiva simile al trovarsi in cima a una montagna che si sta sgretolando. Annaspi, cerchi conferme, aspetti aiuto, ti sembra che tutto quello che fai non basterà mai. Non tutta l’ansia che viviamo ha una forma così definita: spesso rimane una sottile sensazione sotto pelle che fatichiamo a riconoscere. Gli anni che stiamo vivendo sono dominati dall’ansia, quella che emana ogni minuto dal nostro telefono, quella che ci sale addosso ogni volta che tocchiamo con mano il disastro climatico in cui ci troviamo, ad ogni “nuova” guerra e genocidio che non riusciamo a impedire. Sono gli anni del mercato dell’ansia: l’ansia pervade la finanza e fa fluire fiumi di soldi, produrre le tecnologie ansiogene che fingiamo di credere irrinunciabili comporta ulteriori guerre, disastri ambientali e sociali che alimentano incessantemente questa giostra. Causa ed effetto si mescolano in una miniera di cobalto, mentre ci lanciamo a capofitto nell’imprescindibile bolla dell’IA. E allora Hackmeeting. Punto primo – Scopri insieme a noi il segreto di Pulcinella: l’ansia non è tua, ma di tutt3. Punto secondo – L’ansia, come la tecnologia, va affrontata collettivamente. Punto terzo – Capire i meccanismi del nostro mondo aiuta a depotenziarli. Hackmeeting quest’anno sarà a Firenze. Porta la tua ansia, ma soprattutto porta le tue invenzioni, le tue ricette e i tuoi trucchi per sovvertirla. 12-13-14 giugno 2026 Firenze, NextEmerson
June 6, 2026
NextEmerson
Dentro la città-algoritmo
di Carlo A. Bachschmidt Black Box. Sicurezza e sorveglianza nelle nostre città di Laura Carrer è un libro che affronta un tema sempre più presente nella vita quotidiana, il rapporto …
Il GDPR 10 anni dopo: sì alla semplificazione, ma non con questo Digital Omnibus
A dieci anni dall’entrata in vigore, una semplificazione dei GDPR è più che auspicabile, ma non certamente quella del Digital Omnibus così come si sta svelando, scollegata dall’esperienza degli operatori e sbilanciata in favore degli interessi delle Big Tech A dieci anni dall’entrata in vigore del GDPR, è bene chiedersi come sia stato applicato, come abbia inciso sui modelli organizzativi, sulle responsabilità dei soggetti coinvolti, che passi avanti abbia consentito di fare in termini di cultura della protezione e valorizzazione del dato personale. Indice degli argomenti * Un decennio di GDPR: qualche chiave di lettura * In pratica: abiti su misura e scelte di buona norma * Lato Autorità: alcune sanzioni irrogate * Il DPO: alleato, ma non tutto fare * Verso una semplificazione? Sì, ma non con questo Digital Omnibus Leggi l'articolo Altri articoli sull'argomento da Pillole di Inforrmazione digitale
Il pensiero in affitto
CHI POSSIEDE LA NOSTRA INTELLIGENZA ARTIFICIALE POSSIEDE QUALCOSA DI PIÙ UN GIOCO CHE NON È UN GIOCO Meta — la società che controlla Facebook, Instagram e WhatsApp — ha introdotto una classifica interna tra i propri dipendenti. Non si misura la qualità del lavoro, né la soddisfazione dei clienti. Si misura quanti “token” di intelligenza artificiale ciascuno consuma. Il primo in classifica riceve il titolo di Token Legend. Un token è l’unità di misura con cui i sistemi di intelligenza artificiale elaborano il linguaggio: ogni parola, ogni frase che scrivi a un’AI corrisponde a un certo numero di token consumati. Premiare chi ne consuma di più significa — detto senza giri di parole — premiare chi usa di più la macchina, indipendentemente da cosa produca o da cosa ci rimetta. È una notizia di costume? No. È una dichiarazione politica travestita da gioco aziendale. Dice qualcosa di preciso su come alcune delle aziende più potenti del pianeta immaginano il rapporto tra esseri umani e intelligenza artificiale: l’umano come motore di consumo, la cognizione come metrica di produzione. LA DOMANDA CHE NESSUNO FA Negli stessi giorni in cui quella classifica circolava nelle redazioni tecnologiche, la Brookings Institution — uno dei principali centri di ricerca sulle politiche pubbliche, con sede a Washington — pubblicava un documento di lavoro firmato da Jacob Taylor e Kershlin Krishna che mette in discussione proprio quella logica. Gli autori partono da un’osservazione semplice: il dibattito sull’intelligenza artificiale nelle aziende si divide tra chi vuole massimizzare il consumo di AI e chi vuole massimizzare i risultati che l’AI produce. Entrambe le posizioni condividono un punto cieco: nessuna delle due si chiede se l’intelligenza artificiale stia davvero servendo la persona che la usa. La domanda assente è sempre la più importante. Ciò che il documento di Brookings introduce — e che merita attenzione politica, non solo tecnica — è un concetto preciso: agenzia cognitiva. Con questa espressione si intende la capacità di una persona di pensare e agire con l’AI in modi che aumentino il suo controllo, la sua competenza, la sua padronanza nel tempo. Non dipendenza, non delega: crescita. La differenza sembra sottile. Non lo è. È la differenza tra uno strumento che amplifica il pensiero di chi lo usa e uno che lo sostituisce, lasciando in superficie soltanto l’apparenza del potenziamento. COSA È IL “CONTESTO” E PERCHÉ CONTA Per capire la posta in gioco, bisogna fermarsi su una parola: contesto. Quando usiamo un sistema di intelligenza artificiale — che sia ChatGPT, Gemini o qualunque altro — portiamo con noi qualcosa di preciso: le nostre domande, i nostri documenti, la storia delle nostre conversazioni precedenti, le preferenze che abbiamo espresso nel tempo. Tutto questo insieme si chiama contesto. Il contesto non è un semplice archivio di dati. È il pensiero esternalizzato di chi interagisce con la macchina. È la traccia cognitiva — l’impronta della nostra intelligenza — che lasciamo ogni volta che chiediamo qualcosa a un sistema AI. Ora: chi possiede quella traccia? Le grandi piattaforme proprietarie — quelle gestite dalle aziende private che dominano il mercato dell’AI — catturano quel contesto per impostazione predefinita. Lo archiviano. Lo usano per migliorare i propri modelli. L’utente produce valore cognitivo senza saperlo e lo cede senza poterlo scegliere. Non è un complotto: è il modello di business. Ma le conseguenze sono reali. Taylor e Krishna descrivono questo meccanismo come un “volano”: più utenti interagiscono, più contesto viene generato, più il modello migliora, più nuovi utenti vengono attratti, generando a loro volta nuovo contesto. Chi possiede il volano accumula, nel tempo, il pensiero di milioni di persone — la loro esperienza, la loro creatività, le loro intuizioni. E lo trasforma in vantaggio competitivo. UNA NUOVA DISEGUAGLIANZA Qualcuno potrebbe pensare che sia un problema che riguarda solo le grandi aziende e le loro strategie commerciali. Ma c’è una tradizione di pensiero politico che ci aiuta a vedere la cosa in modo diverso. Il filosofo americano John Rawls ha proposto un criterio semplice per valutare se una società è giusta: immagina di non sapere in quale posizione nascerai — ricco o povero, istruito o no, nel Nord o nel Sud del mondo. Con questo velo di ignoranza, quale sistema sceglieresti? Applicato all’intelligenza artificiale, il ragionamento diventa tagliente. Se non sapessi in anticipo se saresti nato con le competenze tecniche, le risorse economiche e il tempo per gestire autonomamente il tuo rapporto con l’AI — o se invece saresti nato senza nulla di tutto questo — sceglieresti un sistema in cui chi ha risorse accumula capacità cognitive crescenti e chi non le ha le cede senza saperlo? La risposta ovvia è no. Eppure è esattamente il sistema che stiamo costruendo, per inerzia e per scelta di chi ha interesse a costruirlo così. La questione non è tecnica: è una questione di equità nella distribuzione di un bene — la capacità di pensare con le macchine — che sta diventando strutturale quanto l’istruzione o la sanità. Questa biforcazione attraversa paesi, classi sociali, generazioni, professioni. Non è inevitabile. È il risultato di scelte architetturali e politiche precise — scelte che si possono cambiare, se si decide che il problema merita attenzione pubblica. LA RISPOSTA TECNICA E I SUOI LIMITI Il documento di Brookings segnala una tendenza emergente che prova a invertire questa logica. Nel gennaio 2026, un software open-source chiamato OpenClaw ha consentito a milioni di persone — comprese molte senza formazione tecnica specifica — di interagire con sistemi AI all’interno dei propri ambienti di calcolo, mantenendo il controllo sul proprio contesto. “Open-source” significa che il codice del programma è pubblico, modificabile, non di proprietà di nessuna azienda privata. Gli autori chiamano questo approccio context-maxxing: la pratica di massimizzare il controllo dell’utente sul proprio contesto nell’interazione con l’AI. È una risposta necessaria. Non è sufficiente. Il problema è che controllare il contesto non significa controllare dove avviene l’elaborazione. Anche usando software libero, le richieste viaggiano comunque verso i server delle grandi aziende tecnologiche — Anthropic, OpenAI, Google — fisicamente localizzati in giurisdizioni estere, soggetti a leggi e interessi che non necessariamente coincidono con quelli degli utenti europei o del resto del mondo. Controllare il proprio diario ma doverlo portare a leggere in casa d’altri non è vera indipendenza. La risposta tecnica individuale non dissolve il nodo strutturale. Quel nodo è politico. COSA SI PUÒ CHIEDERE ALLA POLITICA Il documento di Brookings pone esplicitamente la domanda su come l’investimento pubblico e la regolazione possano abbassare le barriere per tutti. È la domanda giusta. Va però formulata con più coraggio di quanto il documento accademico si conceda. Alcune direzioni concrete. Primo: trasparenza obbligatoria. Chi gestisce piattaforme AI deve essere tenuto a dichiarare se e come utilizza il contesto degli utenti per addestrare i propri modelli. Non nel gergo illeggibile delle condizioni d’uso, ma in modo comprensibile e verificabile. Secondo: portabilità del contesto. Gli utenti dovrebbero avere il diritto di portare con sé il proprio contesto quando cambiano piattaforma, esattamente come hanno il diritto di cambiare operatore telefonico portando il proprio numero. Non come concessione commerciale: come diritto esigibile. Terzo: infrastrutture pubbliche. L’investimento in infrastrutture AI sovrane — europee, nazionali, condivise tra più paesi — non è un lusso per tecnologi entusiasti. È una condizione per sottrarre la cognizione collettiva alla logica di valorizzazione del capitale privato. Senza infrastrutture proprie, la sovranità digitale rimane uno slogan. Quarto, e forse il più trascurato: formazione vera. Non alfabetizzazione digitale di facciata — “impara a usare l’AI” — ma costruzione della capacità di capire cosa si sta cedendo e cosa si sta ricevendo, di codificare il proprio sapere in forme che l’AI possa incorporare senza espropriarlo, di mantenere il giudizio critico su ciò che la macchina produce. Questo richiede tempo, risorse, investimento pubblico consapevole. LA DOMANDA CHE RESTA Il documento di Brookings è stato scritto usando il metodo che descrive: modelli AI gestiti in autonomia dagli autori, con revisione finale interamente umana. È un gesto che vale più di una nota metodologica: dimostra che l’alternativa esiste, che si pratica, che non è fantascienza. La domanda che rimane aperta è più semplice di come viene di solito formulata: vogliamo che l’intelligenza artificiale serva chi la usa, o vogliamo che chi la usa serva l’intelligenza artificiale — e, attraverso di essa, chi la possiede? Oggi quel potere di scelta è concentrato in un numero molto piccolo di aziende private, tutte operanti nella stessa area geografica del pianeta, con interessi che non coincidono strutturalmente con quelli della maggioranza degli utenti. Riportare quella scelta nell’arena pubblica — come questione politica, non come preferenza di mercato — è il primo passo. Non l’unico. Ma il primo. FONTI Jacob Taylor, Kershlin Krishna, Context-maxxing: A path to cognitive agency with generative AI, Brookings Institution Working Paper, 6 maggio 2026 https://www.brookings.edu/articles/context-maxxing-cognitive-agency-generative-ai/ Paolo Benanti, Chi possiede il tuo contesto possiede il tuo pensiero, LinkedIn Pulse, 18 maggio 2026 https://www.linkedin.com/pulse/chi-possiede-il-tuo-contesto-pensiero-paolo-benanti-lwxyf/ Wall Street Journal, Why Some Companies Say AI Token-Maxxing Is Key to Survival, 2026 (citato in Taylor-Krishna) OpenClaw (software open-source per interazione con AI) https://openclaw.ai/ John Rawls, A Theory of Justice, Harvard University Press, 1971 Francesco Russo
May 21, 2026
Pressenza
Hey Meta, dove vanno a finire le immagini riprese dagli smartglasses? // Il lavoro emotivo dietro all’AI
Secondo un’inchiesta pubblicata il 27 febbraio 2026 da Svenska Dagbladet e Göteborgs-Posten, i dati raccolti dagli occhiali smart Ray-Ban Meta — video, audio, immagini — vengono processati da lavoratorx umanx assuntx da Sama, subappaltatrice di Meta con sede in Kenya. Lx lavoratorx in questione descrivono di aver visto persone che si spogliano, che usano il bagno, che hanno rapporti sessuali. Persone ignare di essere riprese. Gli occhiali Ray-Ban Meta sono sul mercato europeo, Italia compresa, e vengono venduti come un assistente AI indossabile, capace di rispondere a domande, scattare foto e video, tradurre in tempo reale. Questa e altre storie ci arrivano dagli slums di Nairobi, ed è possibile conoscerne qualcuna grazie al lavoro della Data Workers Inquiry, un’iniziativa di ricerca collettiva rispetto al lavoro legato alla raccolta e elaborazione dati e all’AI. Mathare, slum di Nairobi, Kenya Leggiamo poi il testo “Il lavoro emotivo dietro all’intimità con l’AI“, scritto dal Michael Geoffrey Abuyabo Asia che ha lavorato per Meta e altre piattaforme di outsourcing globali, tramite la ditta kenyana Sama e ricoprendo ruoli presso CloudFactory, TELUS International, TransPerfect DataForce, Appen e NMS Philippines. Il suo background include l’esperienza di impersonare e addestrare assistenti virtuali basati sull’IA nelle chat, il che gli ha fornito una rara prospettiva su una delle forme di lavoro digitale più opache e in rapida espansione. Fa parte della Data Labelers Association (DLA), il cui lavoro si concentra sul lavoro emotivo, lo stress psicologico e le competenze umane nascoste che si celano dietro la moderazione delle chat e l’addestramento dell’IA. Citati nella puntata: “Non sembra che sappiano di essere ripresx“:  momenti intimi finiscono sugli schermi in Kenya – Svenska Dagbladet ‘AI Is African Intelligence’: The Workers Who Train AI Are Fighting Back – 404 Media The Data Labelers Association Asia, MG (2025), The emotional labor behind AI intimacy;. In: M. Miceli, A. Dinika, K. Kauffman, C. Salim Wagner e L. Sachenbacher (a cura di). Data Workers’ Inquiry. ‘In the end, you feel blank’: India’s female workers watching hours of abusive content to train AI – The Guardian
Hey Meta, dove vanno a finire le immagini riprese dagli smartglasses? // Il lavoro emotivo dietro all’AI
Secondo un’inchiesta pubblicata il 27 febbraio 2026 da Svenska Dagbladet e Göteborgs-Posten, i dati raccolti dagli occhiali smart Ray-Ban Meta — video, audio, immagini — vengono processati da lavoratorx umanx assuntx da Sama, subappaltatrice di Meta con sede in Kenya. Lx lavoratorx in questione descrivono di aver visto persone che si spogliano, che usano il bagno, che hanno rapporti sessuali. Persone ignare di essere riprese. Gli occhiali Ray-Ban Meta sono sul mercato europeo, Italia compresa, e vengono venduti come un assistente AI indossabile, capace di rispondere a domande, scattare foto e video, tradurre in tempo reale. Questa e altre storie ci arrivano dagli slums di Nairobi, ed è possibile conoscerne qualcuna grazie al lavoro della Data Workers Inquiry, un’iniziativa di ricerca collettiva rispetto al lavoro legato alla raccolta e elaborazione dati e all’AI. Mathare, slum di Nairobi, Kenya Leggiamo poi il testo “Il lavoro emotivo dietro all’intimità con l’AI“, scritto dal Michael Geoffrey Abuyabo Asia che ha lavorato per Meta e altre piattaforme di outsourcing globali, tramite la ditta kenyana Sama e ricoprendo ruoli presso CloudFactory, TELUS International, TransPerfect DataForce, Appen e NMS Philippines. Il suo background include l’esperienza di impersonare e addestrare assistenti virtuali basati sull’IA nelle chat, il che gli ha fornito una rara prospettiva su una delle forme di lavoro digitale più opache e in rapida espansione. Fa parte della Data Labelers Association (DLA), il cui lavoro si concentra sul lavoro emotivo, lo stress psicologico e le competenze umane nascoste che si celano dietro la moderazione delle chat e l’addestramento dell’IA. Citati nella puntata: “Non sembra che sappiano di essere ripresx“:  momenti intimi finiscono sugli schermi in Kenya – Svenska Dagbladet ‘AI Is African Intelligence’: The Workers Who Train AI Are Fighting Back – 404 Media The Data Labelers Association Asia, MG (2025). Il costo silenzioso del lavoro emotivo. In: M. Miceli, A. Dinika, K. Kauffman, C. Salim Wagner e L. Sachenbacher (a cura di). Data Workers’ Inquiry. ‘In the end, you feel blank’: India’s female workers watching hours of abusive content to train AI – The Guardian
May 20, 2026
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