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Elezioni presidenziali in Cile, vince il candidato di estrema destra Kast
Con 16,6 punti di differenza con la candidata comunista Jeannette Jara, il candidato di estrema destra José Antonio Kast Rist ha vinto il ballottaggio di ieri, 14 dicembre, alle elezioni presidenziali cilene. Non è stata una sorpresa, dato che i sondaggi lo davano già per vincitore, ma la percentuale è leggermente diversa rispetto alle previsioni, con Jeannette Jara che ha ottenuto il 41,79% dei voti, mentre il vincitore ha ottenuto il 58,21%. I voti nulli sono stati il 5,83%, mentre quelli bianchi l’1,23%, percentuali abbastanza comuni. Così, l’11 marzo 2026 Gabriel Boric dovrà passare il governo a colui che era stato suo avversario nel ballottaggio precedente. Kast imporrà quello che ha definito un governo “di emergenza”, riducendo il numero dei ministeri e concentrandosi sulle politiche di sicurezza e contro gli immigrati. Il progressismo perde così l’opportunità di continuare a governare, come è già successo in tanti Paesi latinoamericani, dove l’ondata di estrema destra ha preso vigore in questo momento storico caratterizzato da una forte crisi globale. Appena i risultati sono stati annunciati, il presidente Boric ha telefonato a Kast per dirgli: “Le porgo le mie congratulazioni per aver ottenuto una chiara vittoria. Sono molto orgoglioso della democrazia e ho chiesto a tutti i miei collaboratori di essere all’altezza dei coordinamenti necessari. La invito domani al Palazzo della Moneda, per poter discutere faccia a faccia della necessaria continuità.”. Riconoscendo la sconfitta, Jeannette Jara ha dichiarato: “Continueremo a lavorare insieme per un Paese migliore. Oggi la democrazia ha parlato forte e chiaro. Auguriamo successo a Kast per il bene del Cile. È nella sconfitta che si impara di più ed è lì che la convinzione democratica deve essere più forte. Continuerò a lavorare affinché la vita nel nostro Paese non sia una strada in salita. Saremo l’opposizione e la via dell’unità è l’unica che vale la pena di percorrere. Abbiamo costruito un’alleanza ampia, storica, abbiamo una forza politica, sociale e culturale che dobbiamo custodire. Oggi non c’è spazio per lo scoraggiamento, c’è un compito che continua. Il lavoro, la giustizia sociale, la democrazia e il rispetto dei diritti umani devono andare avanti e noi non faremo marcia indietro. Saremo fermi nel proteggere ciò che abbiamo ottenuto. Condanneremo la violenza, da qualunque parte provenga. Per il bene del Cile, lasciamoci alle spalle le asprezze e gli odi che hanno caratterizzato questa campagna. È fondamentale saper ascoltare e farlo con umiltà. Dobbiamo riflettere profondamente sulle condizioni che hanno portato a questa sconfitta. Rimango con la speranza che un Cile giusto sia possibile. L’unità è fondamentale e dovremo ampliarla e rafforzarla. La sconfitta è sempre breve, domani torneremo al lavoro, lottando con coraggio e ci ritroveremo, insieme e a testa alta.” Se c’è una parola con cui potremmo definire il futuro governo cileno sostenuto da tutte le diverse destre, è la sua caratteristica di anti-umanesimo che si è esplicitamente manifestata durante questa lunga campagna elettorale. Traduzione dallo spagnolo di Anna Polo     Pía Figueroa
Aliança Catalana: anatomia di un movimento indipendentista di estrema destra
Negli ultimi anni la politica catalana ha visto emergere un attore nuovo e inatteso: un’estrema destra dichiaratamente catalana, capace di combinare nazionalismo, identità e retorica anti-immigrazione. La sua ascesa non nasce dal nulla, ma da una serie di trasformazioni – culturali, politiche e territoriali – che hanno lasciato spazio a un movimento capace di interpretare frustrazioni accumulate e vuoti lasciati dal crollo del processo indipendentista. Comprenderne lo sviluppo richiede guardare sia alle dinamiche attuali sia alle narrazioni degli anni precedenti. La manifestazione durante la passata Diada, la giornata nazionale della Catalogna, in cui per la prima volta è scesa in piazza l’estrema destra catalana di Aliança Catalana. Durante il periodo del processo indipendentista catalano, dal 2014 al 2018, alcuni opinionisti e analisti politici, principalmente legati all’area unionista spagnola (anche di sinistra, come Podemos), insistevano sulla narrativa secondo cui gli indipendentisti catalani erano in realtà persone di destra, populiste, o addirittura “trumpiste”. Si trattava di una lettura spesso strumentale, utile a delegittimare il movimento indipendentista e a neutralizzare qualunque processo secessionista come fenomeno reazionario. > Per una parte della sinistra spagnola – come anche di altre sinistre europee – > accettare un movimento indipendentista nel proprio territorio avrebbe > significato rimettere in discussione idee consolidate sullo Stato-nazione, > sulla sovranità e sulla composizione sociale del proprio elettorato. Per questo motivo, anziché analizzarlo nel merito, era più semplice bollarlo come movimento di destra. Ma questo “spauracchio”, che allora era lontanissimo dalla realtà socio-politica del movimento indipendentista, con il tempo si è paradossalmente avverato: le categorie usate per delegittimare l’indipendentismo hanno finito per preparare il terreno a un fenomeno reale che oggi diventa difficile contrastare. Come si dice in Catalogna, “han cridat el mal temps” – hanno chiamato il maltempo. Infatti oggi esiste una destra radicale catalana consolidata, e si chiama Aliança Catalana. Fino a un anno fa era una forza marginale: l’1,3% alle municipali e il 3,8% alle regionali. Oggi, secondo gli ultimi sondaggi del Centre d’Estudis d’Opinió (CEO), arriverebbe a 19-20 seggi, alla pari con Junts per Catalunya. Un balzo che ridisegna profondamente l’equilibrio politico catalano e che ha sorpreso analisti e osservatori: da due seggi potenziali a quasi venti in pochi mesi, una progressione che molti definiscono una “rivoluzione silenziosa”. Aliança Catalana diventerebbe la terza forza del Parlamento [“regionale”, ndr], dietro PSC ed ERC e davanti allo storico partito del catalanismo moderato. Il partito è guidato da Sílvia Orriols, sindaca di Ripoll, cittadina dell’entroterra pirenaico dove il movimento è nato e ha costruito la sua prima base militante. Ideologicamente rappresenta una novità nel panorama politico catalano: non è la destra unionista e spagnolista di Vox, né la sinistra indipendentista della CUP. Si presenta invece come una combinazione di nazionalismo catalano radicale, identitarismo etno-culturale e populismo di destra, con un forte accento su immigrazione, sicurezza e identità. IL CONTESTO STORICO CHE HA RESO POSSIBILE L’ASCESA Per capire l’ascesa di Aliança Catalana è necessario considerare il contesto. Il catalanismo nasce tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento come risposta ai processi di uniformazione culturale dello Stato spagnolo, che cercavano di ridurre la pluralità linguistica e identitaria del paese imponendo il castigliano come lingua unificatrice. In Catalogna, come nei Paesi Baschi, in Galizia o nelle Asturie, questo processo generò una reazione. Il catalanismo difendeva la lingua catalana, le sue pratiche culturali e un senso di identità distinto. Una parte di questo movimento evolse poi in indipendentismo, convinta che solo un processo politico autonomo potesse garantire la sopravvivenza della lingua e della cultura. Questa tensione non è mai scomparsa. Nel corso degli anni, soprattutto nelle zone più conservatrici, sono emerse correnti catalaniste xenofobe, come Plataforma per Catalunya (PxC), attiva negli anni 2000 attorno alla città di Vic con lo slogan «primer els de casa» («Prima quelli di qui», equivalente a un «prima gli italiani»). Dopo la sua dissoluzione sono rimasti piccoli gruppi identitari, alcuni già presenti ma sempre molto marginali, come il MIC. > È su questo terreno – fatto di catalanismo frustrato, crisi > dell’indipendentismo e tensioni culturali – che Aliança Catalana ha trovato > spazio per crescere. Durante lo stesso periodo gli indipendentisti catalani > portavano in piazza quasi un milione di persone. UNA NUOVA IDENTITÀ POLITICA Il partito si dichiara indipendentista, ma lo fa con un approccio etnico, parlando di “nazione catalana” come comunità culturale da difendere contro la “minaccia islamica” e contro il multiculturalismo, che Orriols identifica come un pericolo per la coesione sociale. Da qui derivano proposte come il divieto del velo nelle scuole, richieste di espulsioni e politiche di “reemigrazione”, critiche alla presenza di minoranze e una visione della Catalogna come territorio da proteggere da “derive comunitariste”. È un discorso che richiama le nuove destre del Nord Europa più che la tradizionale destra spagnola. Aliança Catalana si è presentata alle elezioni del 2024 con l’indipendenza come asse portante del suo programma elettorale, ma l’ultimo barometro del CEO rivela che più della metà dei suoi simpatizzanti è contraria ad avere uno Stato proprio. Questo dato è particolarmente significativo: dimostra che per molti suoi elettori l’indipendenza non è più un obiettivo centrale, bensì un contenitore identitario dentro cui proiettare paure culturali e insicurezze sociali. L’indipendentismo come progetto politico si svuota, lasciando spazio alla sua versione identitaria e reattiva. Infatti, un anno e mezzo dopo il suo arrivo in Parlamento, l’attività legislativa del partito di Sílvia Orriols evidenzia l’abbandono della questione indipendentista: la formazione non ha presentato alcuna mozione relativa all’indipendenza e si è concentrata sulle politiche anti-immigrazione. Per quanto riguarda le iniziative degli altri gruppi, 19 delle 28 mozioni che Aliança ha emendato provengono da Vox, con cui condivide le posizioni di rifiuto dell’Islam. > La crescita del partito non è omogenea. Aliança Catalana è molto più forte > nelle zone rurali e nelle comarche interne di Girona e Lleida che nelle aree > metropolitane. La Catalogna concentra circa metà della popolazione nell’area di Barcellona, che attira investimenti, servizi e progetti di integrazione. Le zone interne, invece, soffrono spopolamento, precarietà, tagli ai servizi pubblici e cambiamenti demografici rapidissimi. Qui l’identità catalana è spesso vissuta in modo più viscerale, e il messaggio “difensivo” di Aliança Catalana trova un terreno fertile. Nelle grandi città, invece, il partito incontra maggiori difficoltà, pur cercando di conquistare un elettorato giovane e disilluso. PERCHÉ ALIANÇA CATALANA CRESCE: UNA CATENA DI CAUSE L’ascesa di Aliança Catalana è il risultato di una combinazione di fattori che si alimentano a vicenda. La crisi dell’indipendentismo tradizionale, seguita alla repressione del 2017 e aggravata da anni di promesse mancate e divisioni interne, ha prodotto una dispersione dell’elettorato: sia ERC sia Junts appaiono oggi incapaci di offrire una prospettiva chiara. Questo vuoto di rappresentanza ha spinto una parte dei loro sostenitori, delusa e disillusa, a cercare alternative più radicali e a rivolgersi verso forze politiche capaci di esprimere messaggi netti e identitari. In questo contesto, Aliança Catalana ha saputo proporre un discorso emotivamente potente, fondendo temi di identità, sicurezza e immigrazione in un linguaggio diretto e polarizzante, molto più semplice e immediato rispetto alla complessità del processo indipendentista. Il suo posizionamento anti-establishment – contro il “blocco unionista” ma anche contro la “vecchia politica indipendentista” – le consente inoltre di attrarre elettori provenienti da sensibilità diverse, sfruttando un diffuso sentimento anti-élite. A tutto questo si aggiunge la capacità organizzativa del partito: in pochi mesi Aliança Catalana ha costruito una rete militante sorprendentemente attiva e una comunicazione aggressiva che le ha garantito una visibilità crescente, trasformandola da forza marginale a protagonista della scena politica catalana. IL RAPPORTO CON VOX Il rapporto con Vox è uno degli elementi più significativi. Se non fosse per la difesa del catalano, Aliança Catalana e Vox condividerebbero gran parte del discorso politico. Entrambi associano immigrazione e insicurezza, parlano di “invasione migratoria”, denunciano l’“islamizzazione” dei quartieri popolari e propongono espulsioni non solo dei migranti irregolari ma anche dei figli di stranieri nati in Catalogna. Diversi sono gli opinionisti che vedono una similitudine sempre più profonda tra Aliança Catalana e VOX. I dati del CEO mostrano che il 38% dei potenziali elettori di Vox e il 26% di quelli di Aliança Catalana considerano l’immigrazione il principale problema della Catalogna. > Entrambi gli elettorati sono fortemente maschili, ma differiscono per età: Vox > attrae molti giovani tra i 18 e i 24 anni, mentre Aliança Catalana è > particolarmente forte tra gli uomini di 35-64 anni. FENOMENO STABILE O BOLLA PASSEGGERA? Resta da capire se Aliança Catalana sia un fenomeno stabile o un’onda passeggera. Il rischio di isolamento politico è alto: quasi tutti i partiti hanno evocato un possibile cordone sanitario. Il sistema elettorale catalano premia i partiti radicati e penalizza quelli con consenso disomogeneo. Inoltre Aliança Catalana e Vox competono per lo stesso spazio politico, un fattore che potrebbe complicare la fidelizzazione del voto. Ciononostante, un dato è ormai evidente: l’estrema destra catalana esiste, è organizzata e oggi cresce più di qualunque altro attore politico regionale. La domanda decisiva è se rappresenti una reazione temporanea all’esaurimento del ciclo indipendentista o l’inizio di una nuova fase, in cui identità, sicurezza e conflitto culturale diventano il motore della politica catalana. L’articolo e la copertina sono stati originariamente pubblicati sul profilo substack “Barcellona chiama Italia“ SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Aliança Catalana: anatomia di un movimento indipendentista di estrema destra proviene da DINAMOpress.
Ddl Delrio, o come liberare le piazze dalla solidarietà e spalancarle alle destre reazionaria
Nella vicenda del ddl Delrio, qualcosa sembra essere andato molto storto, considerato il fatto che quello che veniva passato come un doveroso e insindacabile contributo alla lotta all’antisemitismo sta sollevando proteste accese anche in buona parte dell’area progressista di cui l’operazione voleva captare il sostegno. L’avanzata sul ddl Delrio rientrava nell’operazione generale “tutti a casa”, che era scattata subito dopo la “pax trumpiana” da una parte di liberali e progressisti. Si trattava di rispondere alla grande ondata di partecipazione intorno alla Flotilla, che rischiava di produrre una forte politicizzazione dell’intero campo politico, dividendolo senza mediazioni tra sostenitori delle destre globali, della destrutturazione del diritto internazionale e dell’imporsi della logica della pura forza e, in generale, del “contraccolpo” autoritario da un lato, e dall’altro una grande mobilitazione contro la deriva genocidaria delle democrazie occidentali. Le piazze di solidarietà alla Palestina e alla Flotilla hanno fatto emergere in modo molto netto la possibilità di una politicizzazione ampia, che, mantenendo al centro la denuncia del genocidio, dell’occupazione e dell’apartheid in Israele, sta costruendo intorno alla solidarietà con la Palestina l’espressione di una domanda profonda di giustizia globale, in cui confluisce l’esperienza dei grandi movimenti globali di questi anni, cresciuti nel segno delle lotte femministe ed ecologiste, nonché delle mobilitazioni antirazziste, antisovraniste, di difesa e radicalizzazione della democrazia che mettono al centro la questione della resistenza alle destre mondiali, alla decostruzione nazionalista di ogni regola sovranazionale, alla mobilitazione continua verso lo “scontro di civiltà” all’interno e all’esterno degli Stati nazionali. Per la “Palestina globale”, per la giustizia internazionale, per le lotte antiautoritarie, per la trasformazione ecologica e femminista, contro le dimensioni intersezionali, di classe, di razza e di genere dell’oppressione e dello sfruttamento; oppure, dall’altro lato, per l’Occidente fortezza in guerra permanente contro il resto del mondo, per il contraccolpo reazionario volto a ristabilire le gerarchie sociali minacciate, per i nuovi nazionalismi e la difesa dei confini contro le migrazioni. > Quelle giornate avevano mostrato plasticamente che il conflitto decisivo si > collocava lungo questa grande ridefinizione sovranazionale del classico > “socialismo o barbarie”, nel segno della partecipazione diretta e della > consapevolezza precisa, ormai definitivamente maturata, della fine delle > mediazioni tradizionali. L’apertura di una simile faglia di politicizzazione è però l’incubo dei “liberali”, dei “moderati”, o di come vogliamo chiamare tutti quelli che, nel momento in cui la resistenza alle destre mondiali mette in gioco anche la lotta al privilegio e l’antiautoritarismo coinvolge anche la lotta alle gerarchie sociali che strutturano le democrazie “liberali”, smettono puntualmente di giocare. Per tutti questi, una politicizzazione radicale della giustizia globale e della questione democratica come quella di cui in quelle strade si è vista la possibilità è la peggiore sciagura possibile, poiché hanno bisogno, al contrario, di un clima di assopimento generale dei rapporti politici e sociali, in cui continuare a far passare la loro sciagurata e catastrofica linea di normalizzazione e integrazione delle estreme destre e del loro discorso nazionalista nella conservazione degli equilibri del presente.  Così, i “liberal-progressisti timidi” hanno provato a correre ai ripari, cercando di rimettere su un discorso “sul progresso moderato nei limiti della legge”, avrebbe detto quel genio di Jaroslav Hašek, fatto di condanna degli “eccessi” delle destre israeliane, ma di continuità delle relazioni con lo Stato canaglia, di ribadito silenzio su occupazione e apartheid e, quel che conta, della riaffermazione decisa della possibilità di essere “democratici” e “distinti” dalle destre globali, soffocando al tempo stesso però qualsiasi posizione radicale sulla crisi delle democrazie occidentali. In questo quadro, quindi, si è avuto l’attacco ai movimenti studenteschi con l’allineamento sostanziale alla destra sulla critica di boicottaggi e contestazioni, con l’uso ad hoc del “caso Fiano”, il passaggio dalle cittadinanze onorarie ad Albanese alla sua descrizione come estremista infrequentabile e, in generale, la presentazione del movimento di solidarietà con la Palestina come motore di antisemitismo e fondamentalismo, nonostante l’apparenza umanitaria e civile. L’operazione Delrio sarebbe stata il coronamento del “tutti a casa”: la lotta alle università, ai movimenti, a tutto il discorso critico post e decoloniale su Israele e sulle politiche occidentali sarebbe stata certificata come antisemitismo, per via dell’“antisionismo”. È questo, infatti, il senso dell’equiparazione fra antisemitismo e antisionismo: trasformare in antisemitismo la critica a Israele in quanto Stato coloniale e, al tempo stesso, coinvolgere nell’antisemitismo l’intero movimento di critica decoloniale e postcoloniale. Israele–Occidente sono un blocco compatto, di cui è vietato ricordare la matrice coloniale. Così però tutto diventa chiaro: l’equiparazione tra antisionismo e antisemitismo non è altro che un passo necessario della costruzione dell’Occidente nello “scontro di civiltà”. Ma è un passo che ha svelato il gioco: ha fatto vedere con chiarezza che la critica al movimento globale di solidarietà con la Palestina implica il sostanziale allineamento con le destre globali; non c’è ormai una terza collocazione sostenibile. > L’attacco a quel movimento come antisemita comporta l’occultamento > dell’antisemitismo delle destre estreme occidentali di governo e alleate di > Israele. Antisemita, ora, è chi lotta contro il razzismo e l’islamofobia; > nazionalisti, razzisti e islamofobi stanno difendendo l’Occidente in guerra, e > il loro antisemitismo storico è completamente cancellato dal regime di guerra. Criminalizzare come antisemita il movimento per la Palestina e la giustizia globale e invitare al “tutti a casa” rispetto alla politicizzazione radicale in corso significa allinearsi perfettamente alla strategia delle nuove destre, ripulirle della loro storia, normalizzarle definitivamente e lasciare il campo al neoautoritarismo. Il “cortocircuito Delrio” riporta allora la questione ai suoi termini di base: o partecipare al movimento globale di radicalizzazione democratica sorto intorno alla Palestina globale e spingerlo sempre più ad allargarsi alla contestazione del regime di guerra globale — insomma verso una nuova “generazione Vietnam”, se siete boomer, o verso una generazione “pirati dal Cappello di paglia”, se siete GenZ, ditelo come vi pare — oppure schierarsi, in modo più o meno subalterno, con le forze del contraccolpo reazionario. Il Partito del Progresso Moderato nei Limiti della Legge non è cosa per i tempi della crisi permanente delle mediazioni, diventata essa stessa modalità di governo. E chi prova ancora a spacciarsi per “moderato” e a raffigurare come fondamentalista o antisemita la produzione di anticorpi contro la crisi genocidaria comincia a essere subito identificato come un reazionario camuffato, anche da quelli che vorrebbe “riportare a casa”. Da questa polarizzazione, probabilmente, non si ritorna: dobbiamo lavorare, e molto, per farle dare i migliori frutti di approfondimento e radicalizzazione democratica, e spazzare via il contraccolpo. La copertina è di Patrizia Coluccia Francesco Pierantoni (Wikimedia) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Ddl Delrio, o come liberare le piazze dalla solidarietà e spalancarle alle destre reazionaria proviene da DINAMOpress.
Tryzub e svastica, esiste un uso “neutrale” dei simboli politici nella storia?
A maggio 2023, scrissi un articolo dal titolo Tryzub, lo stemma nazista dell’Ucraina. Un articolo che aveva lo scopo fornire gli elementi basici per capire quanto quel simbolo, spacciato per nazionale (come se fosse per noi il tricolore), in realtà ha ben poco di neutrale, ma ha un’origine antica che affonda le sue radici tra paganesimo e cristianesimo per poi essere usato per tutto il Novecento da movimenti ed organizzazioni nazisti, collaborazioniste naziste ed in seguito da gruppi sia politici sia paramilitari di stampo neonazista. Ebbene questo breve articolo, che tutti potete leggere, è stato accusato recentemente di avere “un’impostazione che appare più vicina a una narrazione propagandistica che a un’analisi storica equilibrata”. Il tatuaggio di Carlo Calenda (da X) Secondo chi ha commentato alla nostra redazione, il tridente indossato dal presidente Zelensky (esaltato recentemente da Pina Picierno e tatuato da Carlo Calenda) “il riferimento è alla sovranità e all’identità storica ucraina, non a gruppi estremisti”. Se “è vero che dagli anni ‘30 in avanti il simbolo è stato occasionalmente strumentalizzato da minoranze di estrema destra, ma ciò accade ovunque: croci, bandiere nazionali e persino simboli religiosi sono stati usati da estremisti senza perdere il loro significato originario” – si afferma. Lo scritto prosegue affermando che “indossare il tridente significa esibire un simbolo nazionale e non un marchio ideologico. Equipararlo al nazismo significa delegittimare la simbologia statale dell’Ucraina e contribuire a diffondere una narrativa propagandistica oltre che omettere come nasce e come si diffonde questo simbolo. È giusto condannare l’uso improprio del tryzub da parte di estremisti, ma è altrettanto necessario riconoscerne la natura storica e costituzionale”. Questo importante commento, mi ha permesso di sviluppare una riflessione che non avevo mai elaborato prima d’ora su tutti quei simboli religiosi, spirituali od esoterici che immancabilmente finiscono per essere strumentalizzati ed usati da gruppi politici connotati in precisi contesti culturali, il cui uso strumentale di questi simboli impedisce di fatto un uso neutrale di questi simboli. Il tryzub ha origini medievali, legato alla dinastia di Volodymyr il Grande (X secolo), e divenne emblema dei principi Rjurikidi, dominante a partire dall’862 d.C. La riduzione dell’uso del tryzub iniziò a metà dell’XI secolo, quando cessò di essere coniato sulle monete della Rus’ di Kiev. Il periodo dell’oblio del tryzub durò dalla metà del XIII secolo fino alla fine del XVIII secolo, quando furono trovate le prime monete della Rus’ di Kiev con questo segno. I tentativi di analizzare il tryzub iniziarono all’inizio del XIX secolo e il termine “tryzub” fu usato per la prima volta dallo storico russo Nikolaj Karamzin nella sua opera del 1815 Storia dello Stato russo. Il suo significato si perde nella notte dei tempi. Secondo lo storico ucraino Volodymyr Sičyns’kyj (V. S. Sičyns’kyj, Український тризуб і прапор, Winnipeg, 1953, p. 24.) poteva rappresentare in modo stilizzato o una colomba “simbolo dello Spirito Santo”, o fiore, o un candeliere, o un “kuša” (simbolo di arco e freccia usato come segno del magistrato di Kiev nei secoli XVI-XVIII), o una runa, o un vessillo, o la testa (estremità) della mazza o dello scettro del principe, o una corona (come simbolo del potere nei secoli XVI-XVII), o la parola “volontà”, o il simbolo del fulmine. Quest’ultimi risultano improbabili perché si riferiscono a periodi in cui è documentato il suo disuso. Lo storico del XIX secolo Bernhard Karl von Koehne affermò che il tryzub rappresentava uno dei corvi Huginn e Muninn del dio norreno Odino presente nello stendardo del corvo (O. F. Belov e G. I. Šapovalov, Український Тризуб. Історія дослідження та історичний реконструкт, Zaporižžja, Дике поле, 2008.). Huginn e Muninn viaggiano per il mondo portando notizie e informazioni al loro padrone. Odino li fa uscire all’alba per raccogliere informazioni e ritornano alla sera, siedono sulle spalle del dio e gli sussurrano le notizie nelle orecchie. È da questi corvi che deriva l’epiteto dio-corvo che rappresenta Odino. La tradizione, riconosciuta anche dall’articolo 20 comma 4 della Costituzione ucraina, vuole che il tryzub sia lo stemma del principe Volodymyr il Grande: “Articolo 20§4. L’elemento principale del grande stemma di Stato dell’Ucraina è il segno dello Stato principesco di Volodymyr il Grande (piccolo stemma di Stato dell’Ucraina).” Nel dicembre 1917 fu riadottato dalla nascente Repubblica Popolare Ucraina (che durò pochi mesi) come stemma ufficiale nazionale. E’ proprio in questo frangente che il tryzub inizia ad assumere un significato politico in seno al nascente nazionalismo ucraino. La Repubblica Popolare Ucraina, inizialmente di ispirazione sovietica ed anti-zarista, ben presto assiste ad uno scontro interno tra nazionalisti e i comitati filo-sovietici. Nella Russia rivoluzionaria di quei convulsi momenti si apre una stagione di possibilità e prospettive per il nazionalismo ucraino che persegue apertamente gli obiettivi di una autonomia territoriale e di una riorganizzazione dello stato russo. Prende corpo l’opzione indipendentista, fino a quel momento coltivata solo da frange politiche minoritarie. Le pretese della Rada ucraina vengono prima fortemente contestate dalle 4 regioni tradizionalmente non Ucraine per composizione etnica ovvero quella di Kharkov, di Kherson, la Crimea e la regione di Dnepropetrovsk dove gli intellettuali di estrazione russa di queste regioni insorgono contro le pretese di ucrainizzazione di territori non ucraini. Il 9 agosto , dopo un violento dibattito fra nazionalisti e i rappresentanti dei soviet, la Rada approva una risoluzione sulle Istruzioni nella quale si prende atto delle decisioni del governo centrale ma al tempo stesso si insite sulla necessità dell’ampliamento dell’autonomia e delle competenze del segretariato con un cenno finale alla convocazione di una «Assemblea costituente ucraina», da affiancare a quella pan-russa. Il 12 agosto si apre a Mosca la conferenza di Stato, organizzata dal nuovo governo rivoluzionario alla quale i delegati del segretariato ucraini, pur invitati, decidono di non partecipare. Si apre da questo punto in poi un confronto anche serrato fra nazionalisti ucraini, Soviet ucraini e comitato centrale ucraino che porterà conseguenze fino allo scontro armato. La Rivoluzione sovietica dell’ottobre 1917 e la vittoria dell’Armata Rossa su quella Bianca nei furiosi scontri che si avranno in quel periodo, metterà fine all’esperimento ucraino che nella sostanza non avrà mai una vera consistenza politica anche per gli scontri interni alla stessa Rada e soprattutto per la mancanza di un vero sostegno popolare. È proprio da questo momento in poi che il tryzub assumerà un significato storico che rispecchia il suo significato politico di oggi: simbolo del nascente nazionalismo ucraino. Il tryzub, in seguito assume fortemente un carattere politico nel 1929, in funzione anti-sovietica, come simbolo dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN), un partito politico nazionalista e fascista che nel giugno 1941, sotto la guida di Stephan Bandera, annunciò la creazione di uno Stato ucraino indipendente nella regione che era sotto il controllo della Germania nazista, sostenendo i piani espansionistici nazisti, giurando fedeltà ad Adolf Hitler e rendendosi responsabile del massacro di 100.000 civili polacchi ed ebrei attraverso il suo braccio armato, l’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA). Quindi il Tryzub non è stato un simbolo occasionalmente strumentalizzato da minoranze di estrema destra, ma è diventato un simbolo – contestualmente a ciò che è accaduto – dell’etnonazionalismo ucraino. Non solo sappiamo che i movimenti neonazisti ucraini, dal 2014, hanno utilizzato più volte questo simbolo, ma sappiamo che è stato ed è l’emblema principale delle più importanti e influenti organizzazioni dell’estrema destra ucraina, sia storica sia contemporanea (vedi articolo). Nel maggio 2022 lo Stemma dell’Unità (del battaglione Azov), che faceva riferimento al Wolfsangel, è stato sostituito dal tryzub stilizzato, formato da tre spade d’oro: quindi il tryzub è anche simbolo del Battaglione mercenario paramilitare di stampo neonazista responsabile di pulizia etnica dal 2014, documentate dall’OCSE e da Amnesty International. Non si tratta di un “uso improprio del tryzub da parte di estremisti”, ma si tratta dell’uso del tryzub che viene fatto fin dal 1929 dai neonazisti ucraini, esattamente come oggi i neonazisti europei usano la svastica perchè si è configurata storicamente come simbolo nazista fin dall’estate 1920. L’articolo 20 della Costituzione ucraina, adottata il 28 giugno 1996, riconosce il tryzub – con la risoluzione “Sull’emblema di Stato dell’Ucraina” – come “l’elemento principale del grande emblema di Stato dell’Ucraina” in quanto “simbolo dello Stato Principesco di Volodymyr il Grande”. E’ tipico di Stati etnonazionalisti introdurre legalmente simboli che rimandano all’ideale su cui si fondano. Vedasi Israele con la Stella di David, simbolo religioso ebraico. Come hanno suggerito importanti analisti, è giusto e altrettanto necessario riconoscere che il tryzub in Ucraina non avrebbe natura costituzionale se non avesse il suo significato storico legato al patriottismo e il suo significato ideologico legato all’etnonazionalismo ucraino. Il tryzub è ora, contestualmente, un simbolo nazista che viene usato da partiti, movimenti e battaglioni paramilitari di estrema destra ucraini in rappresentanza del patriottismo, della loro identità nazionale e dell’etnonazionalismo ucraino in opposizione a tutto ciò che lo rinnega. Quando il tryzub viene indossato dal presidente Zelensky fa riferimento sicuramente al patriottismo e all’identità nazionale ucraina non slegata dall’etnonazionalismo ucraino, oltre a schiacciare l’occhio a tutti quei battaglioni paramilitari di stampo neonazista (Azov, Aidar, Donbass e molti altri…) che sono stati assimilati nell’Esercito Nazionale Ucraino. Azov per esempio fu inquadrato l’11 novembre 2014 nella Guardia Nazionale dell’Ucraina, il corpo di gendarmeria nazionale ucraina e forza militare interna sotto la giurisdizione del Ministero degli Affari Interni, quindi del governo. Ho abbastanza memoria per ricordare che il Battaglione Azov fu fondato nel febbraio 2014 come unità paramilitare di volontari di orientamento neonazista, guidati dal militare e politico suprematista bianco Andrіj Bіlec’kyj, che ne fu primo comandante. Andrіj Bіlec’kyj, dal novembre 2014 al luglio 2019, è stato membro del Parlamento ucraino per l’Unione Ucraina di Patrioti – UKROP e, ora, oltre a guidare il partito politico d’estrema destra Corpo Nazionale (di stampo neo-nazista fondato nel 2016 da lui stesso), è pure comandante del 3º Corpo d’Armata dell’Esercito Ucraino. Esempi di questo tipo sono molteplici e non starò ad elencarli per mancanza di tempo, però credo che sia ingenuo pensare che l’esibizione del tryzub sia un simbolo di solo patriottismo ed identità nazionale. Quindi si può dichiarare che Zelensky sia vicino a movimenti neonazisti. Inoltre non dimentichiamoci che dopo l’inizio dell’invasione russa del 2022, Zelensky ha dichiarato la legge marziale e mobilitato le Forze Armate dell’Ucraina. Legge marziale significa che i pieni poteri sono in mano al governo, vige il divieto di svolgere le elezioni parlamentari e vengono emanati provvedimenti che sospendono temporaneamente le leggi ordinarie per introdurre regole e misure speciali in condizioni di eccezionalità, come la guerra. Quindi definire Zelensky come “vicino ai gruppi d’estrema destra” non è assolutamente retorica propagandistica, in quanto lui stesso si definisce “nazionalista” e a capo di un “governo nazionalista”, quindi non può risultare nemmeno “offensivo”. In Ucraina, i movimenti e i partiti d’estrema destra sono tutt’altro che marginali. Partiti “minoritari” d’estrema destra sono stati la manovalanza della Strage di Odessa del 2 maggio 2014, ed hanno avuto importanti ruoli di governo sotto la presidenza di Poroschenko. Molti dei loro membri attivi hanno intrapreso carriera militare (essendo prima paramilitari di battaglioni volontari) e politica. Il fatto che alle elezioni 2019 i partiti di estrema destra non hanno ottenuto alcun seggio non vuol dire nulla (non erano affiliati a coalizioni importanti), poichè il loro obiettivo l’hanno già ottenuto: infiltrarsi negli apparati di Stato, sia civile sia militare. Non esiste un uso “neutrale” e decontestualizzato dei simboli, i quali – nella storia – vengono da sempre utilizzati in memoria di qualcosa o addirittura strumentalizzati allo scopo di utilizzarli per altri scopi, acquisendo altri significati contestualizzati in un preciso periodo o momento storico. Da appassionato di filosofie orientali, specialmente buddhismo e induismo come esempio lampante mi sovviene la svastica (dal sanscrito “swastika”, che nella scrittura devanagari si scrive स्वास्तिक ), antico e millenario simbolo religioso – utilizzato fin dal Neolitico – da sempre concepito come simbolo universale di buona fortuna e benessere in culture antiche dell’India e dell’Estremo Oriente, simboleggiando il moto del Sole, i punti cardinali o la prosperità. Lo swastika si può trovare nei graffiti rupestri in ValCamonica, nel cristianesimo antico come antico simbolo della Croce di Gesù, si può trovare nelle popolazioni mesopotamiche e si può trovare con diversi significati anche nell’Islam e nell’ebraismo. Nel buddhismo lo swastika rappresenta il sigillo della mente-cuore dei Buddha (i “risvegliati”, o “illuminati”), capace di comprendere tutte le cose (non è un caso trovarla incisa su grandi statue dei Buddha). Nell’induismo simboleggia al contempo i Quattro Veda, i corrispondenti quattro volti di Brahmā (il Dio supremo creatore di tutto e presente in tutte le cose) e i portali solari o i portali lunari, oltre ad avere diversi significati in base a come sono rivolti i rebbi (così 卐 o così 卍). La grande satguru del Sahaja Yoga, Shri Mataji Nirmala Devi, spiegava come lo swastika fosse la rappresentazione del Mooladhara chakra, ovvero il primo chakra, rappresentando le quattro dimensioni della consapevolezza, e il punto di incontro con la quinta dimensione, oltre che ad essere la sorgente della Kundalini. Non a caso la parola chakra significa ‘ruota’, o anche ‘rotazione’, che puó essere in senso orario o anti-orario. Lo swastika, riprendendo i quattro petali del Mooladhara, rappresenta dunque – in base alla direzione della rotazione – “costruzione o distruzione”, se non addirittura la ruota del Dharma stesso. Nel giainismo invece, lo swastika rappresenta i Quattro Regni nei quali un’anima è soggetta al saṃsāra, il ciclo delle vite e delle morti, e può rinascere se non ha raggiunto l’illuminazione e non si è ancora liberata dalla sofferenza terrena dei desideri effimeri. Nonostante tutto ciò, come sappiamo bene, lo swastika fu adottato dai nazisti nel XX secolo, che lo associarono – a causa della risignificazione esoterica che ne fece la destra spiritualista da Julius Evola in poi – alla loro ideologia razzista. Venne chiamata hakenkreuz (“croce uncinata”, in italiano “la svastica”), trasformandola nel simbolo del nazionalsocialismo. La sua odierna notorietà è legata alla sua adozione durante il primo dopoguerra da parte del Partito Nazionalsocialista Tedesco e, successivamente, per l’apposizione sulla bandiera della Germania nazista. In Occidente, dopo la Seconda Guerra Mondiale fino ad oggi – a meno che non venga usata in contesti ben specifici come i templi induisti, buddhisti e nelle sale di meditazione di Sahaja Yoga – chi usa la svastica in contesti pubblici o manifestazioni politiche, non lo fa per augurare benessere e prosperità o per motivi spirituali, ma in ricordo di una determinata storia politica, il nazionalsocialismo tedesco, se non per inneggiare al neonazismo in alcune manifestazioni. Partendo dal fatto che non si capisce quale spazio abbia la narrazione propagandistica e quali siano le omissioni in questa riflessione, io credo che ogni sociologo politico, sociologo delle religioni e studioso di simbologia religiosa potrebbe convenire su quanto detto. In molti parlano oggi – con fare paternalistico – di svolgere un buon lavoro di “fact-checking” prima di pubblicare articoli, studi, libri e lavori di qualunque tipo. Interessante è che lo dicano agli altri, avendo la presunzione di essere nel “giusto” come se nessun “superficialismo” possa intaccarli. Io ritengo che prima di voler fare un “fact-checking” si debba essere a conoscenza di certi dettagli ed importanti distinguo concettuali, altrimenti è razionalmente impossibile condurre un virtuoso “fact-checking”. Prima di voler fare un fact-checking è importante conoscere i fatti: come puoi decidere se i fatti raccontati sono veri o falsi se prima non li si conosce? Spesso e volentieri è importante fare un “contro-factcheking” molto più accurato attraverso analisi e informazioni vere ma che non spesso i media mainstream sono soliti pubblicare. Per questo esistono i libri di storia. Lorenzo Poli
Incontro sull’avanzata delle estreme destre in Europa
Sabato 29 alle 18.00 presso la Casa del popolo “A.Gramsci” Via Ponziana 14 – Trieste (1° piano): incontro “L’avanzata dell’estrema destra in Europa e nel mondo. Opporci al neofascismo e difendere la Costituzione”. Organizzano Rifondazione Comunista e i/le Giovani Comunisti/e. Partecipano Gianluca Paciucci (segretario PRC-Trieste), Marco Canciani (responsabile antifascismo GC), Alessandra Kersevan e Piero Purich (storici e saggisti), Paolo Bertolozzi (segretario nazionale GC) e Rita Scapinelli (responsabile antifascismo PRC). Gianluca Paciucci PRC-Trieste Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
Brescia, la città dell’accoglienza si prepara a respingere il razzismo
BRESCIA — Mentre le luci della decima Marcia per l’Accoglienza e la Cittadinanza si spengono, lasciando nelle vie del centro il passo di duemila persone che il 18 ottobre hanno sfilato per una società di pace e fraternità, sulla città si addensa una nuova ombra: una riunione pubblica sulla cosiddetta “remigrazione”, prevista per il 15 novembre. Dietro l’apparente neutralità del termine, si cela una delle più radicali teorie della destra estrema europea: quella secondo cui l’Occidente sarebbe vittima di una “sostituzione etnica”, e che i migranti — giudicati “non assimilabili” alla cultura nazionale — dovrebbero essere rimpatriati forzatamente. A dar voce a questa ideologia, destinata a scuotere il dibattito pubblico, sono esponenti di gruppi e movimenti noti per la loro matrice neofascista: da CasaPound Italia alla Rete dei Patrioti, dai Veneto Fronte Skinheads al locale Brescia ai Bresciani. Tra i relatori annunciati, anche Francesca Totolo, collaboratrice del Primato Nazionale e autrice per la casa editrice Altaforte, legata allo stesso ambiente politico.   LA RISPOSTA DELLA CITTÀ La reazione del fronte civico bresciano non si è fatta attendere. Sotto lo slogan “Razzisti, Brescia non vi accoglie!”, la rete di associazioni riunite nel movimento #IoAccolgo Brescia ha diffuso un comunicato fermo e senza ambiguità: «Razzismo e xenofobia non devono avere cittadinanza nella nostra città». Il documento — firmato da numerose organizzazioni del terzo settore, del volontariato e della società civile — ricorda come Brescia abbia già dato prova di compattezza contro le derive xenofobe. Un anno fa, infatti, la città aveva risposto con un corteo imponente alla marcia di alcuni gruppi neofascisti nei pressi della stazione ferroviaria, riaffermando i principi di solidarietà e convivenza sanciti dalla Costituzione. UN MOSAICO DI CULTURE I numeri parlano chiaro: al 31 dicembre 2023, i nuovi residenti stranieri nel comune di Brescia sono 38.000, e 155.000 in tutta la provincia, provenienti da 140 Paesi diversi. Una realtà che, lungi dal rappresentare una minaccia, costituisce una delle forze vitali della città: «Brescia è bella anche grazie a chi viene da altri Paesi del mondo: vogliamo che rimanga bella e giusta», recita il comunicato. Proprio per questo le associazioni promotrici della marcia hanno chiesto un incontro con il Prefetto, che ha garantito una pronta disponibilità. L’obiettivo è chiaro: sollecitare le istituzioni a vigilare affinché gli spazi pubblici non diventino palcoscenico di ideologie che negano i valori democratici e il rispetto della persona. La storia di Brescia, ferita nel 1974 dalla strage di Piazza della Loggia, pesa come un monito collettivo contro ogni rigurgito di odio. Non è solo questione di ordine pubblico, ma di identità civile. Nel linguaggio dei promotori di #IoAccolgo, si avverte la consapevolezza che l’accoglienza non è mera tolleranza, bensì una scelta culturale e politica: un argine contro la barbarie, una riaffermazione del principio di umanità. La città dei diritti, della solidarietà e del lavoro si prepara dunque a un nuovo banco di prova. «Ci stiamo preparando ad accoglierli — scrivono ironicamente gli organizzatori — ma Brescia non accoglie il razzismo».   Redazione Sebino Franciacorta
In tono di comando
> Il nuovo ambasciatore statunitense presso l’UE intende adeguare le norme > comunitarie agli interessi dell’amministrazione Trump e dell’economia > statunitense. Se ci riuscisse, spianerebbe la strada all’estrema destra sui > social media. Andrew Puzder ha assunto la carica l’11 settembre. Egli chiede che Bruxelles elimini le “barriere normative” che ostacolano gli affari, in particolare quelli delle aziende statunitensi. Ad esempio, le norme sui social media dovrebbero essere abolite per ripristinare la “libertà di espressione”. Con quest’ultima si intende l’eliminazione delle norme volte a limitare l’incitamento all’odio da parte dell’estrema destra. La loro abolizione andrebbe a vantaggio non da ultimo delle organizzazioni di estrema destra con cui collabora, ad esempio, la Heritage Foundation statunitense, per la quale Puzder era attivo fino a poco tempo fa. Anche altri ambasciatori statunitensi in servizio altrove interferiscono nella politica dei loro paesi ospitanti, come ad esempio l’ambasciatore USA in Francia, appartenente al clan Trump. Quest’ultimo ha recentemente chiesto con tono imperioso alla Francia di rinunciare al previsto riconoscimento dello Stato palestinese. Esperienze simili si sono verificate anche in Germania. ABOLIRE LE NORME UE Andrew Puzder, un ex manager di due catene di fast food statunitensi, in passato si è espresso a favore dell’automazione delle fabbriche perché le macchine sono “sempre educate”, non prendono ferie e non arrivano mai in ritardo (come riportato da german-foreign-policy.com [1]). In occasione del suo insediamento la scorsa settimana, in un’intervista ha comunicato quali saranno i suoi primi obiettivi di lavoro come ambasciatore degli Stati Uniti presso l’UE. Secondo quanto affermato, Puzder si impegnerà a modificare o addirittura ad abolire le leggi e le norme dell’UE se non sono nell’interesse delle aziende statunitensi. Ciò vale, da un lato, per la direttiva sulla catena di approvvigionamento (Corporate Sustainability Due Diligence Directive, CSDDD), che impone a tutte le aziende operanti nell’UE obblighi di diligenza nella selezione dei propri fornitori in materia di diritti umani e norme ambientali. Puzder non lascia dubbi sul fatto che intende abolire la direttiva. Ciò vale anche per il rispetto dei fattori ESG (Ambiente, Sociale e Governance), ad esempio negli investimenti. Già a febbraio, il ministro del Commercio statunitense Howard Lutnick aveva dichiarato di essere pronto in qualsiasi momento a utilizzare “strumenti commerciali” qualora tali norme UE ostacolassero le aziende statunitensi. [2] LIBERTÀ DI ESPRESSIONE Puzder chiede inoltre che gli Stati Uniti e l’Unione Europea si oppongano “congiuntamente” alla Russia e alla Cina. Per quanto riguarda la Cina, ciò si riferisce alla dura linea di scontro intrapresa dall’amministrazione Trump non solo sul piano economico, ma anche su quello politico e militare. Per quanto riguarda la Russia, Puzder chiede che in futuro l’UE non si rifornisca più di gas liquido russo, ma statunitense. Non da ultimo, il nuovo ambasciatore statunitense si oppone alla regolamentazione dei mercati e dei servizi online, come previsto in particolare dal Digital Markets Act (DMA) e dal Digital Services Act (DSA). Solo di recente l’UE ha inflitto alla società statunitense Google una sanzione di 2,95 miliardi di euro per violazione delle normative UE in materia.[3] Puzder respinge con forza questa decisione e sostiene che tali sanzioni siano apertamente “rivolte contro le grandi aziende statunitensi” e che ciò sia “inaccettabile”. [4] Inoltre, sostiene che con la sua regolamentazione online l’UE limiti la “libertà di espressione”. Pur dichiarando con condiscendenza che la “libertà di espressione” nell’UE non deve essere esattamente la stessa che negli Stati Uniti, afferma comunque che le norme che vietano, ad esempio, la discriminazione razziale o sessista aperta limitano la libertà di parola in modo inammissibile. VIA LIBERA ALL’INCITAMENTO ALL’ODIO Con la richiesta di indebolire o abolire completamente la regolamentazione delle piattaforme di social media provenienti dagli Stati Uniti, Puzder non solo difende gli interessi delle multinazionali statunitensi, ma anche quelli di un’organizzazione per la quale ha recentemente lavorato come Distinguished Visiting Fellow for Business and Economic Freedom: la Heritage Foundation. [5] La fondazione, che con il suo Project 2025 ha redatto una sorta di programma di governo per l’amministrazione Trump, collabora strettamente con l’alleanza di partiti di estrema destra Patriots for Europe (PfE), di cui fanno parte, ad esempio, il Rassemblement National (RN) francese, il Vlaams Belang belga e la Lega italiana. [6] Intrattiene relazioni particolarmente strette con il primo ministro ungherese Viktor Orbán, il cui partito Fidesz fa parte del PfE. L’abolizione delle norme contro l’incitamento all’odio di destra andrebbe a vantaggio dei partiti membri del PfE e, con essi, anche del loro partner di cooperazione, la Heritage Foundation. INACCETTABILE L’aperta ingerenza degli ambasciatori statunitensi negli affari interni del Paese ospitante sta già causando gravi conflitti altrove. È il caso della Francia, dove gli Stati Uniti sono rappresentati da un membro del clan Trump, Charles Kushner, imprenditore immobiliare condannato per evasione fiscale, il cui figlio Jared è genero del presidente degli Stati Uniti. In agosto, dopo che il presidente Emmanuel Macron aveva prospettato il riconoscimento dello Stato palestinese per il 19 settembre, Kushner aveva trasmesso ai media una lettera indirizzata a Macron. In essa descriveva l’imminente riconoscimento della Palestina come un’“iniziativa” che alimentava il “fuoco antisemita” e chiedeva a Macron in tono imperioso: “Abbandonate le iniziative che servono a legittimare Hamas e i suoi alleati”.[7] Il messaggio di Kushner, la sua prima uscita pubblica come ambasciatore degli Stati Uniti in Francia poco dopo il suo insediamento, ha suscitato forte irritazione a Parigi. Il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot l’ha definita “inaccettabile”; sottolineando che la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche del 1961 impone il non intervento negli affari interni del Paese ospitante. Kushner si è poi persino rifiutato di presentarsi al Ministero degli Esteri francese. OPINIONI ESTREME Im Germania l’ingerenza di un ambasciatore statunitense negli affari interni del Paese è già nota dai tempi del mandato di Richard Grenell (dal 2018 al 2020). Già all’inizio di giugno 2018, in un’intervista alla piattaforma online statunitense di estrema destra Breitbart, Grenell aveva dichiarato di voler “rafforzare a tutti i costi altri conservatori in tutta Europa”. [8] Con “conservatori” si intendevano tutte le forze di estrema destra anche al di fuori dello spettro dei partiti tradizionali. Grenell si è poi distinto per aver inviato lettere minatorie ad aziende tedesche per costringerle a seguire le sue richieste politiche.[9] L’uomo, che attualmente detiene il titolo di “inviato speciale per missioni speciali”, solo pochi giorni fa ha chiesto che al corrispondente della ZDF negli USA Elmar Theveßen venisse revocato il visto. Theveßen aveva esercitato la sua libertà di espressione affermando giustamente che Charlie Kirk, attivista di estrema destra recentemente assassinato, aveva fatto “dichiarazioni razziste” e “ostili alle minoranze” e apparteneva “all’estrema destra negli Stati Uniti”. Riguardo al vice capo di gabinetto di Trump, Stephen Miller, Theveßen aveva giudicato che avesse “opinioni molto estreme”. Grenell ha quindi affermato che Theveßen incitava alla violenza contro gli oppositori politici e che doveva essere espulso. [10] -------------------------------------------------------------------------------- NOTE: [1] Vedi “Imparare dal tornado Trump”. [2] Jeff Green: Il nuovo ambasciatore americano presso l’UE promette di combattere la burocrazia per le aziende statunitensi. bloomberg.com 11.09.2025. [3] L’UE infligge a Google una multa di 2,95 miliardi di euro per abuso di posizione dominante nel mercato della pubblicità display. ceelegalmatters.com 12.09.2025. [4] Jeff Green: Il nuovo ambasciatore americano presso l’UE promette di combattere la burocrazia per le aziende statunitensi. bloomberg.com 11.09.2025. [5], [6] Cfr. “Imparare dal tornado Trump”. [7] Michaela Wiegel: Lettera con conseguenze (Brief mit Konsequenzen). Frankfurter Allgemeine Zeitung 26.08.2025. [8] Vedi “Ein Oligarch für die AfD“. [9] Vedi “Die Souveränität der Macht”. [10] Emittente tedesca respinge la richiesta dell’ex inviato statunitense di espellere un giornalista. yahoo.com 15.09.2025. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dal tedesco di Thomas Schmid con l’ausilio di traduttore automatico. GERMAN-FOREIGN-POLICY.com
Londra, più di 100mila persone alla manifestazione di estrema destra contro l’immigrazione
Oltre 110.000 persone hanno marciato contro l’immigrazione nella capitale del Regno Unito, Londra, in una delle più grandi manifestazioni di destra del Paese, dal nome “Unite the Kingdom”, organizzata dall’attivista di estrema destra Tommy Robinson. Contemporaneamente, era stato indetto un contro corteo promosso da un’organizzazione antirazzista al quale hanno partecipato circa 5mila persone. I due […]
L’estrema destra sfila per Londra. Per ora è questo l’unico risultato di Starmer
Sabato le strade di Londra sono state riempite da manifestanti razzisti, suprematisti, omofobi, che vogliono un Regno Unito – ancor più – chiuso ai migranti e governato con politiche securitarie. Se a organizzare il raduno, che ha visto partecipanti anche dal resto del Vecchio Continente, è stata l’estrema destra britannica, […] L'articolo L’estrema destra sfila per Londra. Per ora è questo l’unico risultato di Starmer su Contropiano.
GERMANIA: PER L’INTELLIGENCE AFD È “UN PARTITO DI ESTREMA DESTRA E XENOFOBO PERICOLOSO PER LA DEMOCRAZIA”. IL COMMENTO DI ELIA ROSATI
Dopo tre anni di indagini su programmi, dichiarazioni e iniziative di Alternative für Deutschland i servizi segreti interni tedeschi definiscono ufficialmente l’organizzazione come un “partito di estrema destra che viola la dignità umana”. Secondo un corposo rapporto di più di mille pagine, Afd rappresenta un pericolo per la democrazia. È la prima volta che l’Ufficio della protezione della Costituzione (BfV) mette nero su bianco la chiara natura islamofoba, antisemita e razzista del partito guidato da Alice Weidel. “Le posizioni xenofobe rappresentate sono discriminatorie nei confronti dei tedeschi di origini straniere. Afd mira a escludere precisi gruppi di popolazione dalla partecipazione paritaria nella società, sottoponendoli a una disparità di trattamento incostituzionale”, si legge nella relazione dell’Ufficio di intelligence. Questo – chiariscono da Berlino – non comporta in automatico la messa al bando del partito, anche se questo provvedimento non può essere escluso. AfD alle ultime elezioni ha conquistato più di dieci milioni di voti e quasi il 21% in parlamento. Su Radio Onda d’Urto il commento di Elia Rosati, attento osservatore dei movimenti di estrema destra europei, storico e nostro collaboratore. Con Elia Rosati parliamo anche del Remigration Summit che è atteso a Milano il prossimo 17 maggio: i temi del summit sono infatti sovrapponibili a quelli portati avanti da AfD.  Ascolta o scarica.