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Elicotteri e Paesaggio: Scuole spezzine e propaganda di guerra
COMUNICATO STAMPA Apprendiamo con stupore che, in occasione delle prossime giornate del FAI previste per il  21 e 22 marzo, tra i luoghi “speciali” che potranno essere visitati è stata inclusa la Stazione Elicotteri di Luni-Sarzana, infrastruttura strategica per l’Aviazione Navale italiana e per la Nato; una base militare che sorge, come idillicamente fa notare il cronista, “in prossimità della foce del fiume Magra e al confine con la Toscana, con vista privilegiata sulle Alpi Apuane” (https://www.lanazione.it/la-spezia/cosa-fare/giornate-fai-primavera-spezia-sarzana-9c22eb22).  Quello che sfugge al poeta-giornalista e agli organizzatori è l’opportunità di selezionare un sito del genere tra i gioielli architettonici e naturalistici proposti all’ammirazione dei visitatori, per di più nei giorni in cui il principale azionista-padrone della NATO è protagonista del bombardamento massivo di uno stato sovrano al di fuori di qualsiasi regola e in spregio dei più elementari principi del diritto internazionale: un atto di guerra unilaterale dettato dal governo israeliano, a sua volta guidato da un esponente politico su cui pende un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità. Lo stupore diventa sgomento nel momento in cui si apprende che numerosi studenti di istituti scolastici della Spezia saranno presenti all’evento e alcuni addirittura faranno da guida ai visitatori.  La notizia è molto grave, soprattutto se si considera che la base di Luni negli ultimi anni ha intensificato i rapporti con il governo israeliano per la creazione di un centro di addestramento avanzato per piloti di elicottero, la cui  realizzazione – per decine di milioni di euro –  è stata affidata alla società israeliana Elbit Systems, leader globale nei sistemi di difesa e sicurezza ( https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-lisraeliana_elbit_systems_realizzer_un_centro_di_addestramento_militare_in_liguria/39602_57294/ ).  Quei sistemi e quei dispositivi sono parte integrante della macchina da guerra israeliana, responsabile del genocidio tuttora in corso dei palestinesi di Gaza, della pulizia etnica della Cisgiordania occupata come dei bombardamenti in Iran, Iraq, Siria, Yemen e Libano. Paese quest’ultimo dove l’invasione di terra ha preso di mira, tra l’altro, anche i caschi blu delle Nazioni Unite, dove nell’ultima settimana sono stati uccisi dai raid aerei israeliani un centinaio di bambini e dove centinaia di migliaia di persone hanno dovuto abbandonare la propria casa dopo gli ordini di evacuazione dell’IDF e sono costrette a vagare alla ricerca di un riparo.  È molto grave la disponibilità da parte di  dirigenti e docenti a lasciarsi coinvolgere in iniziative simili che legittimano la collaborazione tra forze armate italiane, statunitensi e israeliane; un connubio che stride apertamente con il ripudio della guerra solennemente affermato nella Costituzione. Docenti e studenti, con la loro presenza nel sito “con vista privilegiata sulle Alpi Apuane” normalizzano la guerra e il genocidio attraverso la partecipazione a progetti e attività didattiche mediante i quali i signori della guerra si attribuiscono un ruolo formativo totalmente in contrasto con la realtà. Rinnoviamo a docenti e dirigenti la richiesta di non prestarsi a simili operazioni, di vigilare su significati e modalità di adesione a progetti in ambito militare, di farsi portatori di una visione diversa della scuola e della società non appiattita sulla propaganda bellica e industriale ma capace di promuovere giustizia, pace e fraternità, ideali che passano attraverso lo sviluppo dello spirito critico, il discernimento e, in casi come questo, il rifiuto di accettare senza discutere e senza riflettere la prospettiva  della guerra e la sua presunta  – ma falsa – inevitabilità.  RICONVERTIAMO SEAFUTURE – RESTIAMO UMANI -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Le frontiere interne dell’UE tra libera circolazione e controllo dei confini: il caso di Ventimiglia
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia e Comunicazione Dipartimento di Scienze politiche Corso di laurea di Relazioni internazionali e sicurezza globale LE FRONTIERE INTERNE DELL’UE TRA LIBERA CIRCOLAZIONE E CONTROLLO DEI CONFINI: IL CASO DI VENTIMIGLIA Tesi di laurea magistrale di Giulia Esposito (2024-2025) Scarica l’elaborato INTRODUZIONE A partire dal secondo dopoguerra si è registrato, a livello globale, un aumento significativo dei movimenti migratori, che ha riguardato sia il volume che le destinazioni (Ambrosini, 2005). Il numero di migranti internazionali è quasi raddoppiato tra il 1990 e il 2024, raggiungendo una stima di 304 milioni di persone, di cui circa 94 milioni residenti in Europa (ONU, 2025). Questo incremento della mobilità internazionale ha generato una crisi dei dispositivi di controllo migratorio dell’Unione europea, che si è manifestata in particolar modo a partire dal 2015, mettendo in evidenza le contraddizioni del progetto europeo di libera circolazione. Il punto di partenza di questo lavoro è un interrogativo centrale: in che modo le trasformazioni dei confini europei, intesi come dispositivi mobili e selettivi, influiscono sulle traiettorie dei movimenti migratori e, più nello specifico, come si manifestano gli effetti della reintroduzione di controlli sistematici lungo la frontiera italo-francese a Ventimiglia? Per rispondere a questa domanda, la tesi integra un approccio interdisciplinare che combina prospettive giuridiche, politologiche e sociologiche con un esperienza di ricerca condotta sul campo nel comune di Ventimiglia dal 20 al 23 marzo 2025. La ricostruzione normativa consente di comprendere l’evoluzione del diritto internazionale e dell’Unione europea in materia di migrazione e asilo, mentre l’analisi teorica offre strumenti interpretativi per leggere le trasformazioni dei confini come fenomeni non soltanto giuridico-territoriali, ma anche sociali e biopolitici. Il materiale raccolto sul campo, che comprende osservazione diretta, fotografie scattate durante la permanenza e due interviste semi-strutturate, svolge una funzione qualitativa ed esemplificativa: non mira a costituire un’analisi empirica sistematica, ma è utile ad integrare e arricchire la letteratura scientifica prodotta sull’argomento, oltre che ad indirizzare la ricerca. Il lavoro si articola in tre capitoli. Il primo capitolo ricostruisce il quadro giuridico internazionale e dell’Unione europea in materia di migrazione e asilo, partendo dalle radici storico-filosofiche dell’ospitalità per poi analizzare la nascita e l’evoluzione del sistema internazionale di protezione dei rifugiati, l’evoluzione della categoria giuridica di rifugiato e le attuali pratiche di determinazione dello status. Il capitolo mette in evidenza come la distinzione tra migranti economici e migranti forzati risulti sempre meno adeguata a descrivere le motivazioni complesse delle migrazioni contemporanee e come i processi di selezione realizzati attraverso categorie legali e burocratiche contribuiscano a creare vulnerabilità e disparità di accesso alla protezione (Di Cesare, 2017). Il capitolo si conclude con l’analisi del sistema europeo comune d’asilo e delle recenti politiche migratorie adottate dall’Unione europea per quanto concerne i confini interni ed esterni. Viene approfondita in questo punto la dimensione della deterritorializzazione ed esternalizzazione/militarizzazione delle frontiere europee, mostrando come la governance migratoria si estenda oltre i confini dell’Unione, attraverso accordi con Paesi terzi e strategie di controllo e disciplinamento indirette (Ambrosini, 2020). Il secondo capitolo esamina la tensione tra il principio di libera circolazione all’interno dell’UE e il rafforzamento dei controlli alle frontiere interne. Attraverso il quadro teorico dei border studies, il capitolo interpreta il confine non solo come limite territoriale, ma come dispositivo regolativo e simbolico, capace di operare selezioni sui flussi globali, generando una proliferazione ed un’eterogeneizzazione delle sue funzioni. Si analizzano gli effetti del ripristino sistematico e prolungato dei controlli nello spazio Schengen con particolare attenzione alla frontiera italo-francese. Attraverso l’analisi dei dispositivi confinari utilizzati su questa frontiera si mette in luce la persistenza di respingimenti illegali e l’adozione di procedure come la “finzione di non-ingresso,” che mirano a rendere le frontiere interne equivalenti a quelle esterne, risultando nella limitazione dei diritti fondamentali dei migranti (Santomauro, 2022). Infine, il capitolo affronta i processi di costruzione della cittadinanza europea, che viene interpretata attraverso il concetto di “macchina delle differenze” (Isin, 2008), la quale istituisce una stratificazione civica (Morris 2003) all’interno dello spazio europeo, stabilendo un accesso differenziato ai diritti tra cittadini a pieno titolo, migranti regolari, richiedenti asilo e migranti irregolari. Molteplici sono gli approcci teorici introdotti in questa sezione. L’inclusione differenziale (Mezzadra, 2005) e l’inclusione attraverso illegalizzazione (De Genova, 2002) mostrano come i confini integrino i migranti nel mercato del lavoro in condizioni di subordinazione e precarietà. L’autonomia delle migrazioni (De Genova, 2017; Mezzadra, 2011) 1 interpreta i movimenti dei migranti come forza attiva, superando la tesi della loro vittimizzazione passiva ed evidenziando strategie di autodeterminazione come la scelta di percorsi non tracciati o l’elusione dei sistemi di identificazione biometrica. Il concetto di temporalità dei confini (Mezzadra & Neilson, 2014; Bacchini & Daminelli, 2024) mette in evidenza la capacità del dispositivo confinario di incidere non solo sulla dimensione spaziale, ma anche sulla temporalità dei migranti, frammentando le loro traiettorie di viaggio con lunghe attese e brusche accelerazioni. Infine, viene introdotto l’approccio teorico del campo di battaglia (Ambrosini, 2021) attraverso cui si interpretano le interazioni tra istituzioni, migranti, reti di solidarietà e reti anti-migranti in grado di modificare e plasmare le politiche migratorie. Il terzo capitolo è dedicato al caso di Ventimiglia, che viene analizzato attraverso ricerche etnografiche realizzate in periodi differenti da vari autori, interpretate alla luce dell’esperienza diretta sul campo maturata durante la permanenza nel territorio, che ha consentito di osservare, partecipare, interrogare e ascoltare soggetti direttamente inseriti in questo contesto. Viene esaminato il processo di frontierizzazione (Cuttitta, 2015) che ha investito la città in seguito alla reintroduzione dei controlli da parte della Francia nel 2015, che ha bloccato migliaia di persone dirette verso l’Europa continentale. La frontiera di Ventimiglia è analizzata attraverso l’approccio teorico del campo di battaglia(Ambrosini, 2021), con particolare interesse verso il ruolo della solidarietà informale e delle strategie di resistenza e autodeterminazione messe in atto dai migranti. Si esamina poi la strategia di marginalizzazione e invisibilizzazione dei migranti, adottata dalle istituzioni per tutelare l’economia turistica della città (Bonnin, 2017). Parte di tale strategia consiste nello sgombero dei campi informali e la creazione di strutture come il Campo Roja, situato in un’area isolata e periferica della città. Il capitolo si conclude con l’analisi delle morti e delle condizioni di estrema vulnerabilità e ricattabilità prodotte dalla frontiera, lette alla luce del concetto di necropolitica (Mbembe, 2016) e di infravita (Fassin & Defossez, 2025). 1. Autonomia delle migrazioni. Lineamenti di un approccio teorico, Euronomade, Sandro Mezzadra 2017 ↩︎
Genova. Il No sociale crea una saldatura tra giovani, quartieri e posti di lavoro
La campagna per il NO Sociale al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo sta assumendo, anche a Genova, i caratteri di un percorso popolare e di classe. Il Comitato per il NO Sociale, che riunisce realtà politiche, sociali, sindacali, studentesche e associative, ha scelto di politicizzare il voto […] L'articolo Genova. Il No sociale crea una saldatura tra giovani, quartieri e posti di lavoro su Contropiano.
March 11, 2026
Contropiano
Anche a Genova un’assemblea per il No Sociale alla guerra e per mandare a casa il Governo Meloni!
Ieri una partecipata assemblea pubblica ha lanciato anche a Genova il Comitato Per il NO sociale al Referendum verso la manifestazione nazionale del 14 marzo a Roma che nel frattempo è diventata inevitabilmente anche una manifestazione contro la guerra e le responsabilità del nostro governo nell’escalation bellica. Come evidenziato dall’intervento […] L'articolo Anche a Genova un’assemblea per il No Sociale alla guerra e per mandare a casa il Governo Meloni! su Contropiano.
March 4, 2026
Contropiano
Festival di Sanremo: il ruolo della Polizia nella Cyber Sicurezza
La sicurezza passa anche dalla rete e il Festival di Sanremo non poteva essere che l’ennesima occasione propizia per rilanciare il ruolo della divisione informatica della Polizia di Stato: clicca qui per la notizia. Del resto, le minacce cyber sono al centro delle attenzioni governative, come si evince anche da numerose uscite del Ministero e l’occasione della 76ª edizione del Festival di Sanremo era assai appetibile. Le guerre ibride sono al centro del non papello redatto dal Ministro della Difesa Guido Crosetto, come si evince chiaramente da un passaggio eloquente nel testo reperibile sul sito del Ministero della difesa: Minacce cibernetiche, attività di spionaggio e campagne di disinformazione sono tra le principali modalità con cui questi attori cercano di destabilizzare il nostro Paese.  Gli strumenti utilizzati nelle campagne ibride sono in continua evoluzione e vengono adattati al contesto specifico. Tra i più comuni,  in Italia si possono individuare:  attacchi informatici diretti contro istituzioni governative, aziende private e infrastrutture critiche, che possono compromettere dati sensibili, interrompere servizi essenziali e causare danni economici;  campagne di disinformazione mediante la diffusione di notizie false e propaganda attraverso i social media o altri canali online, finalizzate a manipolare l’opinione pubblica, alimentare tensioni sociali e influenzare i processi elettorali;  utilizzo di leve economiche – come sanzioni commerciali mirate o investimenti strategici – impiegate per esercitare pressione politica e influenzare le decisioni del governo italiano;  sabotaggi contro infrastrutture critiche (reti elettriche, sistemi di comunicazione, trasporti), capaci di provocare disagi significativi e generare panico tra la popolazione. Fin qui nulla di nuovo se non fosse per la collaborazione tra specialisti della Polizia Postale e operatori Rai per altro in occasione di un Festival Musicale. Forse si pensa di far intervenire anche i servizi segreti per tutelare il voto degli spettatori onde evitare che dalla Russia o dalla Cina si decida il prossimo vincitore di Sanremo? L’ironia non è casuale, siamo davanti alla ennesima operazione di facciata che tuttavia occulta anche la sostanza del problema ossia il progetto di far apparire la presenza della Polizia Postale come atta a salvaguardare la società stessa e i cittadini. E al contempo ricordiamo la notizia, di alcuni anni or sono, dei droni di produzione israeliana che si erano levati in volo per impedire a droni pirata delle riprese non autorizzate. Il messaggio è chiaro: senza le forze dell’ordine non ci sarebbe il supporto della manifestazione e dei profili social utilizzati nel corso dell’evento. Poi si aggiunge di tutto e di più, dalle campagne contro le truffe on line in compagnia di qualche banca e dei loro contributi. Siete certi allora che si tratti solo di canzonette? Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università --------------------------------------------------------------------------------
L’autonomia differenziata va avanti, nonostante la sentenza della Corte Costituzionale
L’autonomia differenziata va avanti, nonostante la sentenza della Corte Costituzionale 192/2024[i] abbia indicato sette punti incostituzionali della cosiddetta “Legge Calderoli”[ii]. Il 18 febbraio 2026 sono state approvate in una riunione del Consiglio dei Ministri, cui hanno partecipato i Presidenti delle Regioni interessate[iii], le intese che riguardano 3 materie catalogate “Non LEP” cioè che non dovrebbero riguardare i Livelli Essenziali delle Prestazioni[iv]: “protezione civile”, “professioni” e “previdenza complementare e integrativa”, sulle quali le 4 Regioni del Nord (Veneto, Lombardia, Piemonte, Liguria) potranno esercitare potestà legislativa esclusiva. Ad esse si aggiunge una quarta materia (“tutela della salute -coordinamento della finanza pubblica”)[v]. La sentenza 192/2024 della Corte costituzionale [i] metteva in risalto la necessità di attribuire un ruolo centrale al Parlamento nella definizione e approvazione delle Intese. La procedura che il Ministro Calderoli sta seguendo, al contrario, emargina  il Parlamento, chiamato ad esprimere pareri e alla fine a votare a favore o contro la legge di ricezione, spogliato del potere di emendamento su materie legislative di propria competenza [vi]. Inoltre  la Corte Costituzionale nella citata sentenza aveva  ripetutamente specificato che ogni funzione devoluta dallo Stato alle Regioni avrebbe dovuto  avere una motivazione  specifica, Regione per Regione, mentre le 4 pre intese sono copie identiche delle stesse richieste di attribuzione, come se Veneto, Lombardia, Piemonte, Liguria fossero uguali per particolarità territoriali e  condizioni socio-economiche. Spicca, come esempio per cogliere la gravità dell’attacco ai diritti sociali, l’articolo 3 delle preintese sulla Sanità [vii],  che prevede che le Regioni potranno differenziare le tariffe dei rimborsi, creare fondi sanitari integrativi, assumere personale oltre quello stabilito nella ripartizione del Piano sanitario nazionale, spostare addirittura poste del bilancio, per capire che siamo al primo passaggio della “secessione dei ricchi”. I prossimi passi di attuazione dell’autonomia per le 4 Regioni saranno  alla  Conferenza unificata Stato Regioni Enti locali, che dovrà esprimere entro 60 gg un parere (non vincolante), quindi poi un passaggio alle due Camere, che formalizzeranno entro 90 gg una valutazione attraverso atti di indirizzo (anche essi non vincolanti), quindi il Presidente del Consiglio o il Ministro per gli Affari Regionali redigeranno un testo definitivo che verrà controfirmato dal Presidente di Regione, deliberato in CdM e trasmesso alle Camere per il voto definitivo, a maggioranza assoluta dei componenti, con una probabile conclusione dell’iter entro il 2026. L’Associazione Carteinregola, da sempre schierata e impegnata per contrastare l’autonomia regionale differenziata, si unisce ai Comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti e al Tavolo NO AD nell’esprimere una netta critica  su queste procedure accelerate che sembrano ignorare   la sentenza 192/2024 della Corte costituzionale e nel chiedere,  alle Regioni che non sono state coinvolte in questa cruciale fase preliminare, di far sentire la propria voce e di rivendicare i propri diritti [viii]; alle forze parlamentari di fermare  l’iter delle preintese fino a quando non si siano definite procedure che rispettino e rispecchino il ruolo centrale delle Camere; alle organizzazioni politiche, di far sentire la loro voce di protesta e di prepararsi alle elezioni del 2027 con il preciso intento di cancellare l’articolo 116 terzo comma della Costituzione  e di elaborare una revisione complessiva del Titolo V, improvvidamente modificato nel 2001. Noi continueremo la nostra campagna di informazione alle cittadine e ai cittadini, insieme a tutte le forze sociali che si battono per la difesa della Costituzione e dei diritti dei cittadini (il testo è  tratto in parte dal Comunicato dei Comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti e Tavolo NO AD  diffuso il 19 febbraio 2026) In calce le interviste a Marina Boscaino, portavoce Comitati no AD; Dall’autonomia differenziata alla riforma della magistratura, la politica sta scardinando la Costituzione – (20 febbraio 2026) e a Marco Esposito, giornalista e saggista Perché la maggioranza decide di cominciare il percorso delle riforme dalla giustizia – (19 febbraio 2026) Vai a Autonomia Regionale Differenziata, cronologia e materiali Vai al  libro di Carteinregola Autonomia differenziata Perchè NO– le 23 materie che possono cambiare i connotati al nostro Paese e ai diritti dei cittadini (> vai alla pagina con l’indice e il libro scaricabile gratuitamente del giugno 2024) Intervista Marco Esposito 27 febbraio 2026 Per osservazioni e precisazioni scrivere a laboratoriocarteinregola@gmail.com -------------------------------------------------------------------------------- NOTE [i] Vedi Sentenza Corte Costituzionale 86/2024 sulla Legge 26/06/2024, n. 86 (Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione). pubblicata il 3 dicembre 2024 (vai al testo della sentenza preceduto dal comunicato dei Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, l’uguaglianza dei diritti e l’unità della Repubblica Vai alla pagina.) [ii] LEGGE 26 giugno 2024, n. 86 Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione. (24G00104)  note: Entrata in vigore del provvedimento: 13/07/2024 (Ultimo aggiornamento all’atto pubblicato il 04/12/2024)  (GU n.150 del 28-06-2024) https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2024;86 [iii] Vedi sito istituzionale del Ministero degli Affari regionali: Autonomia, via libera in CdM agli schemi di intesa preliminare con le 4 Regioni. Esulta Calderoli: “Storica prima volta, ora avanti nel percorso.” https://www.affariregionali.it/it/il-ministro/comunicati/autonomia-via-libera-in-cdm-agli-schemi-di-intesa-preliminare-con-le-4-regioni-esulta-calderoli-storica-prima-volta-ora-avanti-nel-percorso/ Vedi sito istituzionale della Regione Piemonte 18 febbraio 2026 Autonomia differenziata: via libera del Consiglio dei ministri alle intese preliminari https://www.regione.piemonte.it/web/pinforma/notizie/autonomia-differenziata-via-libera-consiglio-dei-ministri-alle-intese-preliminari [iv] I Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) sono gli standard minimi di qualità e quantità dei servizi (ad esempio istruzione, sanità, assistenza, trasporti) che lo Stato italiano deve garantire in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Il loro scopo è assicurare diritti civili e sociali fondamentali indipendentemente dalla residenza, contrastando disuguaglianze e garantendo uguaglianza sostanziale [v] Vedi Autonomia differenziata: il Ministro Calderoli sottoscrive le pre intese con Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria 25 novembre 2025 https://www.carteinregola.it/autonomia-differenziata-il-ministro-calderoli-sottoscrive-le-pre-intese-con-veneto-lombardia-piemonte-e-liguria/ [vi] Il modello utilizzato è quello delle procedure dei Trattati internazionali o delle Intese con le confessioni religiose. Nel caso, però, delle Intese ex art. 116 terzo comma, non si tratta di istituzioni internazionali o religiose,  ma di  competenze del Parlamento [vii] Allegato 2. Tutela della salute – Coordinamento della finanza pubblica – Art. 3 (Disposizioni in materia di gestione delle risorse finanziarie in materia sanitaria) 1. La Regione Liguria può, previa intesa con i Ministri della salute e dell’economia e delle finanze, sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, fermo restando il rispetto dei livelli essenziali di assistenza di cui al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 12 gennaio 2017, pubblicato nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 65 del 18 marzo 2017: a. definire in autonomia la gestione del sistema tariffario di rimborso, di remunerazione e di compartecipazione per gli assistiti, in deroga alla normativa vigente in materia; le disposizioni oggetto di deroga potranno essere specificate nello schema di intesa; b. definire in autonomia la programmazione degli interventi sul patrimonio edilizio e tecnologico delle aziende del sistema sanitario regionale, in deroga alla normativa vigente in materia; le disposizioni oggetto di deroga potranno essere specificate nello schema di intesa; c. definire in autonomia l’individuazione di sistemi di governance delle aziende sanitarie e degli enti del servizio sanitario regionale, anche mediante l’istituzione e la gestione di fondi sanitari integrativi, previa iscrizione degli stessi nell’Anagrafe dei fondi sanitari, in deroga alla normativa vigente in materia; le disposizioni oggetto di deroga potranno essere specificate nello schema di intesa; d. fermo restando il limite complessivo della spesa sanitaria, allocare le risorse tra i diversi ambiti e finalità della medesima, in deroga ai vincoli di spesa specifici per le politiche di gestione della spesa sanitaria. [viii] A fine settembre 2024 4 Regioni hanno presentato ricorso alla Consulta rispetto alla legge 86/24  
February 27, 2026
carteinregola
Avanza la militarizzazione delle scuole: cultura della difesa inserita nei programmi scolastici?
Non avevamo dubbi che la tragedia che si è consumata in una scuola professionale di La Spezia sarebbe stata utilizzata da coloro che, dopo aver da anni picconato la scuola pubblica e da sempre abbandonato le nostre periferie senza uno straccio di politiche giovanili, pensano di affrontare il disagio dei giovani attraverso politiche repressive e securitarie. Abbiamo registrato le preoccupanti decisioni ministeriali su metal detector e sui comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza pubblica, come se le scuole fossero luoghi pericolosi da sottoporre a controllo poliziesco. Ma ciò che è stato votato nella giunta della regione Liguria, benché più periferico, è a nostro avviso ancora più pericoloso, facendo fare un ulteriore e deciso passo avanti nel processo di militarizzazione delle scuole. Lo scorso 17 febbraio è stato infatti votato un ordine del giorno (17 favorevoli – centrodestra e 10 contrari – centrosinistra e Cinque Stelle) che impegna la giunta regionale «a chiedere all’ufficio scolastico regionale di valutare l’attivazione, a partire dalle scuole della Regione Liguria, di corsi strutturati di autodifesa di base e di primo soccorso, affidati a personale qualificato, finalizzati esclusivamente alla tutela dell’incolumità personale, alla gestione di situazioni di estrema emergenza e al primo soccorso con esplicita esclusione di qualsiasi forma di addestramento offensivo o aggressivo, anche come strumento complementare di prevenzione e contrasto alla violenza contro le donne». Si tratta di un passo ulteriore che porta la cultura della sicurezza e della difesa direttamente all’interno dei curricula scolastici, si tratta cioè di un salto di qualità perché non siamo di fronte “solamente” a una militarizzare gli spazi scolastici con metal detector e altro (atto già gravissimo) e non si tratta nemmeno più di organizzare episodiche conferenze alla presenza di militari e forze dell’ordine; qui si punta all’intervento diretto e continuativo sul fare scuola quotidiano, stravolgendo ciò che invece la scuola è chiamata o sarebbe chiamata a fare. Su questo l’Odg approvato è chiarissimo: nelle premesse si scrive infatti che non è «più sufficiente limitarsi a interventi esclusivamente educativi se non accompagnati da strumenti concreti di prevenzione, controllo e responsabilizzazione»; insomma la violenza non è arginabile con gli strumenti propri della pedagogia e dell’educazione, ma sono necessari interventi concreti di risposta, come ad esempio i corsi di autodifesa. Questo significa distorcere completamente il senso e la funzione educativa della scuola: il gruppo classe non viene più considerato un gruppo di relazione in cui i conflitti, inevitabili, possono essere affrontati con il dialogo e la riflessione, ma diventa un luogo in cui l’altro può trasformarsi in qualsiasi momento in un nemico, anche mortale, da cui bisogna imparare a difendersi. La destra dunque ripropone dentro le aule la stessa cultura della paura su cui nell’intera società ha costruito e continua a costruire il suo consenso politico: la paura è necessaria perché sottende la costruzione di un nemico incombente da cui è necessario difendersi.   Allo stesso modo la violenza di genere non si affronta con l’educazione affettiva o con riflessioni sul patriarcato, ma appunto attraverso corsi di autodifesa. A ben guardare si tratta di una proposta “didattica” che mina alle radici il senso del fare scuola: le aule sono luoghi di apprendimento e, insieme, di costruzione di un futuro diverso dal presente, mentre qui si dà per scontato che la realtà negativa presente non è superabile, e anzi viene portata con tutta la sua negatività anche all’interno delle aule scolastiche. Dobbiamo prestare molta attenzione a questi passaggi perché in molti Paesi d’Europa i governi sono intervenuti proprio per implementare la cultura della difesa all’interno delle scuole inserendo direttamente e strutturalmente nei programmi scolastici materie come corsi di sopravvivenza, lezioni sul ruolo delle forze armate, esercitazioni di orientamento e addirittura tiri ad aria compressa. Ecco perché la decisione della regione Liguria rappresenta un salto di qualità: non più “solamente” far intervenire militari e forze dell’ordine in modo episodico dentro le scuole; qui siamo di fronte al tentativo di entrare direttamente nei curricula, di cominciare a sostituire ore curriculari di lezione con corsi collegati con la cultura militarista che, come si dice nella delibera, dovranno essere tenuti da “personale qualificato” (gli istruttori di ginnastica dinamica militare che già sono presenti per le loro attività pomeridiane o serali nelle palestre di molte scuole italiane?); l’educazione motoria è ben altro ed anzi è una disciplina che ha nelle sue finalità proprio quella dell’insegnamento, attraverso l’attività sportiva, alla cooperazione, al rispetto dei compagni che devono essere sentiti come alleati, al massimo come avversari sportivi da rispettare e non certo come potenziali nemici da cui difendersi. La regione Liguria inoltre impegna «a promuovere, in sede di Conferenza Stato–Regioni, un confronto finalizzato al rafforzamento delle politiche di prevenzione della violenza giovanile», con l’intento cioè di farsi promotrice di interventi simili o addirittura più pesanti a livello nazionale. Siamo ben consapevoli di come la questione del disagio e della violenza giovanile (fenomeni esistenti e frutto anche dell’affossamento della scuola pubblica e dell’assoluto disimpegno della politica nei confronti delle nostre periferie e dei suoi abitanti) sarà l’arma propagandistica più forte per incentivare una qualche forma di ritorno della leva. Occorre dunque che le scuole e soprattutto i Collegi Docenti siano consapevoli di tali dinamiche affinché rifiutino di appaltare pezzi interi di educazione a chi nelle nostre scuole vuole portare la cultura della difesa, del sospetto e della paura. Di seguito il documento presentato alla Regione Liguria. autodifesa scuola liguriaDownload Serena Tusini, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle Università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Guardia di Finanza nelle scuole di La Spezia: riflessioni contro la militarizzazione
Il protocollo tra il Ministero dell’Istruzione e del merito e Banca d’Italia prevede l’inserimento dell’educazione finanziaria tra le materie incluse nell’educazione civica. L’obiettivo dichiarato è abituare studenti e studentesse alla gestione del denaro, al risparmio e all’utilizzo di strumenti finanziari, nonché a pubblicizzare la previdenza integrativa a fronte della disgregazione del sistema di previdenza universale. Tuttavia, se in un contesto socioeconomico caratterizzato dalla perdita del potere d’acquisto e dalla precarizzazione del lavoro, quando sentiamo parlare della Guardia di Finanza a scuola pensiamo alla riduzione dell’educazione civica a un insieme di buoni precetti sulla gestione del denaro, evidentemente siamo stati tratti in inganno, considerando l’esempio del Liceo Economico Sociale “G. Mazzini” della Spezia. Qui i progetti proposti esulano dalle competenze specifiche della Guardia di Finanza e toccano questioni come la prevenzione dell’uso di stupefacenti. Forse un medico, un biologo o un chimico potrebbero essere di miglior ausilio per una corretta informazione, ma evidentemente il buon senso si scontra con la militarizzazione delle scuole. Qui il personale in divisa veicola, tramite incontri e lezioni, un messaggio ben preciso. Non è in effetti chiaro quale dovrebbe essere la competenza dei finanzieri nell’affrontare temi relativi alle diffuse fragilità delle/dei giovani, per affrontare le quali un pedagogo o uno psicologo sarebbero senza dubbio le figure professionali più titolare a confrontarsi con le classi. Ed è così che ascolto e orientamento per le/i giovani si risolvono in un banale intervento sulla contraffazione (di solito associata alla figura dei migranti), al contrasto del contrabbando e perfino alla tutela dell’ambiente. Quest’ultimo punto, anche a fronte dei recenti e gravissimi fatti di Niscemi, necessiterebbe di un approccio ben diverso per contrastare i reati ambientali che funestano il nostro territorio. Ma la presenza della Guardia di Finanza e delle altre forze dell’ordine e armate ha oggi, dopo l’uccisione dello studente Youssef Abanoub, l’ulteriore obiettivo di rivolgersi alla pancia del Paese e di ristabilire un ordine connotato in senso securitario proprio laddove più sarebbe opportuno lavorare sulla prevenzione. Un articolo pubblicato sulla stampa locale sottolinea l’attenzione riservata dalle/dagli student3 alla lezione e il loro coinvolgimento, ma crediamo la presenza di figure professionali non in divisa avrebbe sollecitato un interesse ancora maggiore, attraverso un approccio basato su competenze ed empatia. Ancora una volta l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università richiama l’attenzione del mondo della scuola su queste intrusioni militariste il cui fine è ben altro rispetto agli scopi annunciati a mezzo stampa. E la cultura del rispetto, dell’ascolto e della vita non possono essere associate, a nostro avviso, alle forze dell’ordine quando sono proprio i docenti a svolgere questi ruoli ogni giorno con tutte le difficoltà legate alla ristrettezza dei mezzi a loro disposizione. Se esiste un’indifferenza da combattere è proprio quella dei vertici istituzionali che non assegnano alla scuola la dovuta attenzione e i necessari finanziamenti per affrontare quotidianamente e adeguatamente il mandato educativo di cui essa è titolare. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Genova. Sulla Palestina un consiglio comunale e una giunta senza vergogna
Apprendiamo dai giornali che in consiglio comunale a Genova è andato in scena un dibattito surreale. Su richiesta del centrodestra, il consiglio ha votato (all’unanimità) un Ordine del Giorno in cui la Sindaca Salis e la giunta si impegnano a costituirsi parte civile contro Mohammed Hannoun e altri palestinesi indagati […] L'articolo Genova. Sulla Palestina un consiglio comunale e una giunta senza vergogna su Contropiano.
January 23, 2026
Contropiano
Sul ragazzo accoltellato a La Spezia: “Fallimento dello Stato, non della scuola”
L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ PRENDE POSIZIONE SULLA VICENDA DELLA MORTE DI UNO STUDENTE DI 18 ANNI, ACCOLTELLATO DA UN ALTRO STUDENTE, IN UNA SCUOLA SECONDARIA SUPERIORE DEL COMUNE DI LA SPEZIA. LO FACCIAMO PUBBLICANDO IL COMUNICATO STAMPA DEL SINDACATO SSB E UNO STRALCIO DEL COMUNICATO DELLA CUB. TRA LOGICHE SECURITARIE, INVITI ALLA SICUREZZA E IL DISORIENTAMENTO GENERALE CI SONO TUTTAVIA VOCI DISSENZIENTI. OLTRE ALLE DUE SOPRA MENZIONATE AGGIUNGIAMO LA PRESA DI POSIZIONE DELL’OSSERVATORIO REPRESSIONE, IL NOSTRO SCOPO È QUELLO DI APRIRE UNA RIFLESSIONE SUL RUOLO DELLA SCUOLA, SUI PROCESSI DI MILITARIZZAZIONE CHE COLPISCONO LE SCUOLE DI OGNI ORDINE E GRADO. EDUCARE ALLA PACE E ALL’INTEGRAZIONE NON SONO SLOGAN, MA NECESSITANO DI CONDIZIONI AMBIENTALI E DI SCELTE POLITICHE CORAGGIOSE. Sgomento, dolore, angoscia, rabbia, e molto altro di fronte a quanto è accaduto in una scuola di La Spezia la mattina del 16 gennaio. Fatichiamo a scrivere queste parole, perché sappiamo che di fronte alla morte di un ragazzo dovrebbe regnare solo il silenzio. Ma non riusciamo a tacere, perché sappiamo che da subito è partita l’onda repressiva che userà questa tragedia per aggravare ulteriormente le condizioni che l’hanno resa possibile. Il problema non è la sicurezza all’interno delle scuole o l’inasprimento delle sanzioni disciplinari nei confronti degli studenti; il problema è l’abbondono di fette enormi della popolazione giovanile alla marginalità in cui ha avuto la sfortuna di nascere, è il disinvestimento da decenni nella scuola pubblica, è la mancanza di qualunque punto di aggregazione creativa, ricreativa, sportiva, culturale; a questo sono condannati moltissimi giovani, nella nostra città e in troppe altre città italiane. Ci sono scuole che sono diventate dei ghetti, in cui le classi scoppiano, in cui i nostri colleghi vivono una condizione professionale difficilissima in mezzo ad adolescenti problematici che portano dentro le classi tutta la loro disperazione e frustrazione. Cosa offrono le nostre città a giovani che provengono da famiglie con disagio socio-economico e culturale? Il nulla: se non hai soldi, non c’è nemmeno quell’altro nulla fatto di vasche sotto i portici, di negozi e di locali. E la scuola, che dovrebbe essere il luogo che più di ogni altro rimuove le differenze, è diventata impotente e dove riesce a reggere, lo fa quasi esclusivamente sulle spalle della motivazione degli insegnanti. Cosa facciamo perché tragedie come queste non accadano più? Riempiremo le scuole di metaldetector (per rassicurare i molti genitori che ora avranno paura)? Inaspriremo i già allucinanti regolamenti disciplinari che in questi anni i collegi docenti sono stati chiamati a deliberare? Alimenteremo ancora e ancora il razzismo e la paura? Non è la scuola che ha fallito, è lo stato, quello stesso che ha creato le condizioni perché questa tragedia avvenisse e che ora invoca una stretta sulle regole e chissà, un buon periodo di servizio militare… Tutti lo sappiamo, anche chi siede negli scranni del Parlamento, cosa dovremmo fare ed è questo che ci preme dire, anche in questa giornata di lutto e dolore: * Dimezzare da subito il numero di alunni per classe, in primis nelle scuole più difficili * Ripristinare immediatamente molte ore di compresenza, a partire dalla scuola elementare, in modo da non inchiodare già a 6 anni i bambini e le bambine alle loro condizioni di provenienza * Aprire in ogni quartiere palestre gratuite * Aprire in ogni quartiere gratuitamente scuole di musica e teatro * Aprire le scuole in orario pomeridiano per corsi di recupero, aiuto nei compiti e le mille attività che vi si potrebbero svolgere * Ripristinare il vero tempo pieno * Inserire strutturalmente nelle scuole lo psicologo (e non solo tre ore al mese per scuole con centinaia se non migliaia di iscritti) * Aprire in ogni quartiere luoghi di aggregazione ricreativi * Ristrutturare gli edifici scolatici rendendoli luoghi piacevoli da vivere Sappiamo anche da dove è possibile prendere i soldi, visto che per le armi siete riusciti a trovare decine di miliardi. Vogliamo scuole e non bombe, vogliamo educazione e non repressione, vogliamo che lo stato investa i nostri soldi per migliorare la vita di tutti i nostri studenti e studentesse, fuori e dentro le nostre scuole, vogliamo essere messi nelle condizioni di tornare ad essere pienamente degli educatori e non dei poliziotti nelle nostre aule. Oggi piangiamo un nostro studente, ci stringiamo alla sua famiglia; ci stringiamo anche ai nostri colleghi e alle nostre colleghe e ai loro ragazzi. Oggi siamo messi di fronte a una tragedia che coinvolge due ragazzi e le loro famiglie. Non cadremo nella vostra trappola, siete lo stato carnefice che ora fa la vittima per costruire, con le vostre trombe della propaganda, una trappola ancora più grande. E ora davvero basta parole. Sindacato Sociale di Base, La Spezia -------------------------------------------------------------------------------- Un ragazzo è stato ucciso a scuola da un coetaneo, è accaduto in un Istituto di La Spezia in Liguria, erano da poco maggiorenni e con genitori immigrati il che ha subito suscitato sarcasmo e pregiudizi, titoloni su qualche giornale al quale non sfugge mai l’occasione per ridurre la realtà ai soliti stereotipi. Poi ci sono le autoassoluzioni, meglio prendersela con immigrati, etnie, maranza, piccola criminalità, se poi si ricoprono incarichi istituzionali importanti abbiamo perfino il pulpito mediatico. Dovrebbero vergognarsi, ammesso che sappiano cosa sia la vergogna, quanti speculano all’indomani su episodi del genere, attenzione anche ai titoli dei giornali che possono far più male di un fendente.  Un insegnante ha ammesso la propria sconfitta,  i sentimenti diffusi, per fortuna, non sono quelli della speculazione politica e del pregiudizio anti immigrazione, infatti tra coetanei, insegnanti e genitori serpeggiano dolore,  incredulità, sgomento, ma anche rabbia di fronte alla morte di un giovane. I motivi sono futili, avere messo un like sul profilo di una ragazza, qui manca perfino una educazione sessuo- affettive nelle scuole, chi parla di etnie si cela dietro a luoghi comuni, la questione riguarda i giovani autoctoni e di famiglie migranti, i ragazzi in toto, il loro modo di approcciarsi alla libertà e alle relazioni ma non pensiamo di estraniarci noi  adulti, certi messaggi siamo noi a trasmetterli o almeno non li ostacoliamo. Il problema per noi non è la sicurezza all’interno delle scuole, i cani antidroga non servono ad aprire riflessione e consapevolezza sull’utilizzo delle droghe o a costruire un approccio diverso rispetto a sostanze leggere che droghe non dovrebbero essere definite. Negli Usa le scuole sono spesso circondate da filo spinato o protette da vigilantes, non ci sembra che il modello scolastico e sociale di quel paese funzioni e possa assurgersi a modello, non è pregiudizio anti americano ma mera constatazione che ove il servizio pubblico viene indebolito e ridimensionato le conseguenze ben presto si manifestano sotto forma di disagio, disuguaglianze, emarginazione sociale In Italia abbiamo un Ministro che vede le assemblee sulla Palestina come un pericolo assoluto, una sorta di propaganda ideologica inaccettabile, ormai la equiparazione tra sostenitori della Palestina e fiancheggiatori di pericolosi estremismi o del terrorismo già la intravediamo all’orizzonte. Non  funziona il modello securitario, non produce alcun risultato se non quello di dividere ulteriormente studenti e studentesse con regole classiste che la scuola pubblica da sempre combatte, gli istituti scolastici dovrebbero essere aperti alla cittadinanza (era uno dei leit motive degli anni settanta), per aprire un laboratorio o una palestra, organizzare delle iniziative con i ragazzi e le ragazze occorre una lunga sequela di autorizzazioni, la burocrazia, la mancanza di soldi per pagare lo straordinario al custode o per assumere un insegnante in più impediscono alle scuole di essere aperte. Va ripensata la scuola, i danni recati da alcuni Ministri che hanno ridotto l’orario sono incalcolabili, il problema doveva essere affrontato in termini diversi ripensando la modalità educativa di quelle ore in più, si è preferito invece cancellarle per ridurre solo le spese. Ma le incombenze burocratiche degli insegnanti sono infinite e questo a discapito del ruolo educativo che dovrebbero svolgere nel migliore dei contesti possibili. Questa situazione è il risultato di anni di disinvestimento ma anche di progressivo abbandono delle funzioni educative proprie della scuola pubblica, l’ultima Legge di Bilancio assegna un fiume di soldi alle parificate e uno Stato che non riesce ad aprire laboratori e palestre non dovrebbe regalare fondi ad istituti privati quando a poca distanza sorgono istituti pubblici. E’ proprio la nozione di pubblico ormai a essere invisa perchè portatrice di messaggi antitetici a quelli Governativi. Rifiutiamo le scuole ghetto, classi pollaio, di questo il Ministro Valditara non vuol parlare, crediamo  invece che la mancata apertura pomeridiana delle attività scolastiche sia parte del problema  e impediscono alle classi sociali meno abbienti, alle famiglie che vivono in un disagio sociale ed economico di appoggiarsi sulla comunità educante per consentire ai propri figli di partecipare ad attività ricreative e sociali. Non è la scuola comunista come sostenuto dal pregiudizio classista oggi imperante, parliamo di un modello inclusivo che stride con la visione aziendalistica e ideologica ormai dominante. Il Governo teme la inclusione e con essa la funzione educativa e sociale della scuola che poi è l’esatto contrario di quella pseudo formazione ideologica, nozionistica ove domina l’acriticità, la supina accettazione di una monocultura incapace anche di aggiornarsi. A quanti chiedono metaldetector, schedature di massa, repressione ricordiamo che quanto accade fuori dalle mura scolastiche dovrebbe riguardarci direttamente anche in qualità di educatori, rispondiamo  alle chiusure repressive con modelli e pratiche educative che restituiscano un valore sociale ai percorsi educativi, non chiudiamoci dentro regole burocratiche o certezze precostituite, apriamo le scuole. CUB Scuola -------------------------------------------------------------------------------- Osservatorio Repressione: La scuola punitiva produce morte, il governo produce repressione