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La Ocean Viking soccorre 116 persone rimaste per quattro notti su una piattaforma del gas
Ieri l’equipaggio della Ocean Viking di SOS MEDITERRANEE ha salvato 116 persone, tra cui oltre 40 minori non accompagnati, 13 donne, un bambino e 2 neonati, dalla piattaforma del gas di Miskar, nella regione di ricerca e salvataggio tunisina I sopravvissuti, provenienti da 17 Paesi diversi, sono rimasti bloccati sulla piattaforma per quattro notti dopo che le due barche su cui viaggiavano sono state colpite da un ciclone. Ci hanno detto di aver trascorso due notti in mare e di aver perso familiari e amici tra le onde. Ci stiamo dirigendo a Genova, porto assegnato dalle autorità italiane. “Ancora una volta gli Stati vengono meno all’obbligo di soccorso imposto dal diritto marittimo internazionale e le navi ONG intervengono per colmare il vuoto istituzionale creato da politiche disumane” dichiara Valeria Taurino , direttrice generale di SOS MEDITERRANEE . “Giovedì mattina è stato lo stesso Comitato dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a emettere misure provvisorie nei confronti degli Stati competenti, ordinando di effettuare immediatamente il soccorso e di sbarcare le persone in un luogo sicuro. Appello che è rimasto inascoltato. Di fronte a questa gravissima omissione di soccorso, noi abbiamo deciso di non voltarci dall’altra parte e di non venire meno all’obbligo giuridico di soccorso e a quello morale di umanità”. Redazione Italia
March 20, 2026
Pressenza
Ecco come l’Europa ferma i migranti nel Mediterraneo. Report di SOS Mediterranee
Nuova analisi sulla trasparenza del programma SIBMMIL, il più importante strumento di collaborazione tra Italia e Libia: quasi la metà del budget stanziato non è tracciabile. Ormai da anni la collaborazione tra Italia e Libia per fermare i migranti in arrivo dal Mediterraneo centrale è una realtà consolidata, rafforzata dal Memorandum di Intesa firmato nel 2017 tra i due Paesi, con il sostegno dell’Unione Europea. Il programma decennale più importante di questa collaborazione è SIBMMIL – Support to Integrated Border and Migration Managementin Libya – che si è concluso lo scorso anno.  Grazie alla collaborazione con IrpiMedia, SOS MEDITERRANEE ha analizzato la destinazione e l’utilizzo dei 61,2 milioni di euro stanziati per SIBMMIL.  Il tracciamento è stato possibile solo per poco più di 34 milioni. Non si hanno informazioni pubbliche e accessibili per gli altri 27,1 milioni, pari al 44% circa del budget.  Il programma SIBMMIL è anche il programma con cui l’Europa ha finanziato diverse autorità di Tripoli, tra cui la Guardia Costiera libica. La stessa Guardia Costiera che negli anni ha portato avanti un trend di violenza crescente sia verso le navi umanitarie sia verso le persone migranti: almeno 24 attacchi alle navi umanitarie tra il 2021 e il settembre del 2025. Anche la nave Ocean Viking è stata oggetto degli spari della Guardia Costiera libica nell’agosto 2025.  A compiere questo attacco, che ad oggi rimane impunito, è stata la motovedetta della Guardia Costiera libica Houn 664: una imbarcazione donata dall’Italia nel giugno 2023 proprio nell’ambito di SIBMMIL, grazie a un bando da 3,3 milioni di euro per questa e una seconda motovedetta. IrpiMedia ha ricostruito i movimenti della Houn, che opera tra Tripoli, Al Khoms – porto ad est della capitale libica, con forte presenza turca – e Misurata: oggi sappiamo che in quest’area la motovedetta ha intercettato almeno 321 migranti e il suo equipaggio ha compiuto svariati altri episodi di intimidazione e violenza.  “L’Europa finanzia la Libia sapendo e accettando il rischio che con le attrezzature fornite e con le conoscenze acquisite compirà azioni illegali, violente e discriminatorie contro le persone migranti, ma anche contro le navi del soccorso civile – dichiara Valeria Taurino, Direttrice di SOS MEDITERRANEE. “Nonostante questo, il commissario alla migrazione dell’UE Magnus Brunner ha detto “non abbiamo alternative” al collaborare con le autorità libiche,  come se questa fosse una necessità inevitabile invece di una scelta politica precisa, che normalizza la violenza e la violazione del diritto pur di tenere le persone lontane dall’Europa. Inoltre, denunciamo la scarsa tracciabilità dei fondi spesi per finanziare la Libia: i cittadini europei hanno il diritto di sapere come vengono utilizzate risorse pubbliche destinate a sostenere attori coinvolti in gravi e documentate violazioni dei diritti umani”. Nel corso della conferenza stampa che si è tenuta alla Camera lunedì 16 marzo, l’organizzazione ha chiesto un’indagine piena, indipendente e trasparente sull’attacco contro la nave Ocean Viking, per accertare i fatti e garantire che i responsabili diretti degli spari e la relativa catena di comando siano chiamati a rispondere ai sensi del diritto nazionale e internazionale. “Chiediamo inoltre” prosegue Taurino “il rafforzamento dei meccanismi di monitoraggio degli accordi di cooperazione in materia migratoria e di gestione delle frontiere conclusi con Paesi terzi, con particolare riferimento alla cooperazione Italia-Libia. Chiediamo l’accesso alla documentazione rilevante e una valutazione periodica del loro impatto sui diritti fondamentali.” Il report è scaricabile qui.   Redazione Italia
March 16, 2026
Pressenza
Altre 57 persone salvate dalla Life Support. Assegnato porto di Civitavecchia
Nella serata di venerdì 13 marzo la Life Support, la nave di ricerca e soccorso di EMERGENCY, ha effettuato un nuovo salvataggio di 57 persone che si trovavano in acque internazionali della zona SAR libica. Tra le persone tratte in salvo sono presenti anche nove minori, di cui cinque non accompagnati, e dodici donne. Subito dopo il primo soccorso, avvenuto la mattina di venerdì 13 marzo, il team a bordo della Life Support ha prontamente avvisato le autorità competenti e alla nave è stato assegnato Place of Safety (POS) di Civitavecchia, a più di 500 miglia nautiche dall’attuale posizione della Life Support. L’assegnazione di un porto così lontano obbliga le 98 persone a bordo, già provate da un viaggio difficile e in condizioni di estrema fragilità fisica e psicologica, a trascorrere altri giorni in mare, ritardando il loro accesso ai servizi essenziali. La seconda operazione effettuata dalla Life Support, conclusa alle ore 20.55 di venerdì, ha interessato un gommone grigio sovraffollato individuato direttamente dal ponte di comando della nave. Tutte le persone soccorse sono state portate al sicuro a bordo della nave della ONG, già impegnata nella mattinata di venerdì in un altro soccorso di 41 persone che viaggiavano su un gommone alla deriva, sempre in zona SAR libica. Al momento, a bordo della Life Support tutti i naufraghi sono seguiti dallo staff di EMERGENCY che si sta prendendo cura di loro. Le 57 persone soccorse nel secondo salvataggio di venerdì sera sono 45 uomini, di cui 4 minori non accompagnati e 2 minori che viaggiano con almeno un familiare, e 12 donne, di cui 1 minore non accompagnata e due minori accompagnate. I naufraghi hanno riferito di essere partiti da Garabulli alle 4.00 del 13 marzo e provengono da Nigeria, Guinea – Bissau, Biafra, Senegal, Sud Sudan, Guinea Conakry, Gambia e Sudan, Paesi segnati da conflitti, violenze, povertà, insicurezza alimentare e cambiamenti climatici. La Life Support sta compiendo la sua 41esima missione nel Mediterraneo centrale, operando in questa regione dal dicembre 2022. Durante questo periodo, la nave SAR di EMERGENCY ha soccorso complessivamente 3.346 persone.   Emergency
March 14, 2026
Pressenza
Suliman, Fatima e la guerra in Sudan che non finisce
“Dove andiamo? Questa è una domanda” (sottinteso: da farsi). E’ il mio amico sudanese Suliman che se lo chiede parlando con me in una lunga telefonata dall’Egitto. Gli avevo chiesto com’era poi andato l’appuntamento per la richiesta dell’asilo politico che era stato molti mesi fa fissato per un certo giorno di dicembre 2025: il colloquio è avvenuto, Suliman e Fatima hanno anche espresso la preferenza per l’Italia, ma la risposta l’avranno nel 2028! E’ la beffa, a cui si aggiunge un altro serio motivo di preoccupazione: dopo aver aperto le frontiere (soprattutto quelle meridionali) ai sudanesi in fuga da una guerra assurda e atroce (come sono tutte le guerre), da più di un anno il governo egiziano ha dichiarato che non vuole più sudanesi e che caccerà via quelli presenti, compresi quelli muniti di asilo politico. Alcune settimane fa Suliman mi aveva parlato di pullman governativi in cui venivano fatti salire a forza cittadini sudanesi per essere rimandati indietro (ma indietro dove? In mezzo alla guerra? E’ la stessa domanda che mi faccio a proposito dei respingimenti di cui tanto si vanta il nostro governo, quei pochi, per fortuna, che riesce a effettuare: non è contemplato chiedersi dove mai vengano rimandati questi profughi forzati, poi diventati profughi due volte. Se da quel Paese fuggivano avevano motivi gravi e li avranno di nuovo al loro ritorno, ma questo non interessa a gente di infimo spessore politico ed etico. Ecco da dove viene la desolata e realistica domanda: “Ma dove andiamo?” Suliman mi aveva chiamato da Zagazit, città a circa 200 Km dal Cairo, famosa per la sua importante e antica università di medicina che – diversamente da quella del Cairo, frequentata soprattutto da egiziani – accoglie moltissimi studenti stranieri. Anche un nipote di Suliman ha studiato lì, ora è laureato e sta praticando il tirocinio nell’ospedale annesso all’università. Con lo scoppio della guerra in Sudan la madre e le altre persone della famiglia lo hanno raggiunto e ora vivono tutti in quella cittadina. Non avendo i soldi necessari per pagare il viaggio di “fuga” a tutti, il padre è rimasto nella sua casa sudanese in Darfur; la bella notizia è che da poche settimane, dopo un viaggio interminabile su strade distrutte e pericolose è riuscito ad arrivare a Zagazit e a ricongiungersi con la sua famiglia. Per andare dal Darfur all’Egitto non si è diretto verso nord, come sarebbe logico, ma è dovuto andare a sud, entrare nel Sud Sudan, poi risalire verso Port Sudan (sul Mar Rosso) ed entrare infine in Egitto. Tornando a Zagazit, In questi giorni Suliman e la moglie Fatima sono andati a salutarlo e a condividere con tutti i parenti due-tre giorni di Ramadan. Mi faccio coraggio e chiedo a Suliman notizie della figlia maggiore, che con i bambini è rimasta bloccata nella sua città a nord del Darfur, vicino ad El Fashir: sono vivi, mi dice e per quanto ormai il Darfur sia del tutto in mano ai Janjaweed sembra che per chi vive nelle città non ci sia pericolo, giacché i Janjaweed una volta conquistati i territori non hanno motivo di infierire ancora contro la popolazione. Forse saranno anche un po’ preoccupati da quando il governo sudanese ha chiesto agli Stati Uniti – e non so se anche all’Onu – di designare le Forze di Supporto Rapido come un’organizzazione terroristica, così come hanno fatto con la Fratellanza Musulmana in Sudan. Ma significa comunque vivere imprigionati, senza poter uscire dal Paese, senza scuole per i figli, senza i necessari negozi e con chissà quante infrastrutture carenti o mancanti. La guerra non finisce e Suliman non vede per sé e per la sua famiglia nessuna possibilità di tornare a Khartoum nel breve/medio termine: dei 18 Stati che compongono il Sudan, il governo ne ha riconquistati soltanto otto. Gli altri dieci sono in mano alle RSF, ai terroristi che un tempo si muovevano a cavallo e oggi su lussuose automobili e forse elicotteri per andare dove loro stessi hanno distrutto le strade. In alcuni Stati, fra cui il Kordofan, la guerra è ancora intensa. Per fortuna ogni mese il figlio minore Ahmed invia a Suliman e Fatima i soldi per l’affitto e per il vitto dal nord del Sudan, dove sta lavorando. Se non fosse scoppiata questa crudele, insulsa guerra ora forse Ahmed starebbe a Perugia, a completare i suoi cinque anni di studio in ingegneria, dopo aver studiato l’italiano all’Università per Stranieri. E’ riuscito a raggiungere una zona del Sudan dove non infuriano battaglie e dove le miniere d’oro danno possibilità di lavoro: Ahmed è impiegato nell’amministrazione e forse si occupa anche delle comunicazioni satellitari, date le sue capacità acrobatiche nell’installare le parabole sui tetti. In questa lunga telefonata riusciamo anche a parlare d’altro, per esempio del Nilo: gli chiedo se è pulito. La risposta è sì, lì in Egitto sembra pulito, mentre in Sudan e nella stessa Khartoum con la guerra era diventato ricettacolo di materiale bellico nonché di cadaveri. Parliamo dei due Nili (racconto a Suliman che ieri alla lezione di italiano per stranieri siamo andati tutti davanti al planisfero a indicare alcuni Paesi degli studenti e ci siamo soffermati sull’Egitto, giacché una delle studentesse viene proprio dal Cairo), che si incontrano a Khartoum. Il più lungo dei due è il Nilo Bianco, che nasce in Uganda e attraversa tutto il Sudan da sud a nord; l’altro è il Nilo Azzurro, che viene dall’Etiopia. E a proposito dell’Etiopia vengo a sapere che anche guerriglieri (alias disperati) etiopici intervengono nella guerra a sostegno delle Forze di Supporto Rapido, finanziati anche loro dagli Emirati Arabi. Ma torniamo ai fiumi: il punto in cui nascono si chiama “bahar” che vuol dire “lago” (Suliman mi fa l’esempio del Lago di Bracciano dove siamo andati una volta), anche se – a quanto capisco – quello Bianco nasce effettivamente da un lago, mentre quello Azzurro scaturisce da una montagna (come dire “una sorgente”) e poi diventano un fiume, uno “wadi”. E’ bello parlare di acqua, come è bello per me riascoltare queste parole arabe. Quando alla fine saluto Fatima, lei parte decisa con un “Ciao Francesca, come stai?” perché insieme al marito si è messa a studiare l’italiano on-line). Ancora più del Nilo è commuovente parlare della bellissima montagna del Darfur, lo Jebel Marra, un vulcano considerato dagli abitanti il simbolo della loro patria. In effetti dalle parole di Suliman si sente chiaramente che lo Jebel Marra è un luogo dell’anima, un simbolo di bellezza e di ricchezza: c’è tanta acqua, sia calda che fredda, c’è sale, è verde e pieno di frutti e nel sottosuolo ci sono giacimenti d’oro. Per tutta questa ricchezza gli Emirati lo vogliono possedere e sfruttare, ma i nativi lo amano e lo rispettano e ora lo vivono forse come il paradiso perduto. Parliamo dei finti confini, quelli tracciati a tavolino, come la linea verticale drittissima fra il Sudan e il Ciad: di qua gli inglesi e di là i francesi, mentre prima era tutto un grande Sudan – Ciad, Niger, fino al Mali. La storia ci ha insegnato che i grandi regni finiscono, ma i cittadini dovrebbero rimanere nella loro terra accanto ai loro corsi d’acqua, con la possibilità di guardare le loro belle montagne e godere delle loro risorse naturali. Quello che è certo è che i darfuriani lo Jabel Marra se lo portano dentro dappertutto e per sempre gli apparterrà. Nella scuola di italiano per stranieri dove faccio l’insegnante volontaria cercano un mediatore a distanza che conosca la lingua Zagawi. Lo racconto a Suliman e lui mi spiega che è la sua lingua madre e si parla sia nel Darfur che nel Ciad, dove ha diversi parenti. Spero tanto che questa possibilità si realizzi: quanto è importante per un espatriato sentirsi utile, offrirsi per un piccolo lavoro e poterlo fare grazie alla ricchezza di conoscenze linguistiche che possiede. Link agli articoli precedenti: https://www.pressenza.com/it/2024/07/storia-di-suliman-e-fatima-in-fuga-da-sudan-ed-etiopia/ https://www.pressenza.com/it/2024/07/suliman-e-fatima-di-nuovo-in-sudan-ma-solo-di-passaggio/ https://www.pressenza.com/it/2024/07/suliman-fatima-e-la-guerra-infinita-in-sudan/ https://www.pressenza.com/it/2024/08/suliman-fatima-e-legitto-che-non-li-vuole/ https://www.pressenza.com/it/2024/08/suliman-e-fatima-in-attesa-della-risposta-dellegitto/ https://www.pressenza.com/it/2024/09/suliman-fatima-e-i-certificati-medici-che-non-si-trovano/ https://www.pressenza.com/it/2024/10/suliman-fatima-e-legitto-che-si-avvicina/ https://www.pressenza.com/it/2024/10/suliman-e-fatima-da-un-port-sudan-di-tutti-matti-a-un-egitto-non-amato/ https://www.pressenza.com/it/2024/10/suliman-e-fatima-finalmente-in-egitto/ https://www.pressenza.com/it/2024/11/suliman-e-fatima-il-nilo-del-cairo-non-e-il-nilo-di-khartoum/ https://www.pressenza.com/it/2024/12/suliman-e-fatima-i-janjaweed-fanno-tante-cose-non-bene/ https://www.pressenza.com/it/2024/12/suliman-e-fatima-in-egitto-ma-ancora-invisibili/ https://www.pressenza.com/it/2025/01/la-mia-amica-fatima-che-resiste-come-al-fashir-in-darfur/ https://www.pressenza.com/it/2025/07/suliman-fatima-e-la-tenace-resistenza-di-al-fashir-in-darfur/ https://www.pressenza.com/it/2025/09/suliman-e-fatima-contano-i-morti-e-i-torturati-in-famiglia/ Francesca Cerocchi
March 14, 2026
Pressenza
La Life Support salva 41 persone nelle acque internazionali della zona SAR libica
Alle 12 di stamattina si è concluso il soccorso a 41 persone portate in salvo dalla Life Support, la nave di ricerca e soccorso di EMERGENCY, nelle acque internazionali della zona SAR libica.  Il caso del mezzo in pericolo, un gommone alla deriva, è stato individuato direttamente dal ponte di comando della Life Support verso le ore 10.50. “Stamattina abbiamo avvistato dal ponte di comando un gommone sovraffollato e in difficoltà” dichiara Jonathan Nanì La Terra, capomissione della Life Support. “Abbiamo quindi messo in acqua i nostri gommoni di soccorso che si sono avvicinati alla barca in pericolo, a bordo della quale tutte le persone erano senza salvagenti. I nostri soccorritori hanno quindi distribuito i giubbotti di salvataggio a tutti, hanno trasferito i naufraghi sui nostri rhib e quindi al sicuro a bordo della Life Support. Il nostro staff di sanitari e mediatori culturali si sta prendendo cura delle 41 persone soccorse, mentre con la nave restiamo attivi e disponibili per eventuali ulteriori interventi.” Le persone soccorse, tutti uomini a eccezione di una donna incinta e nove minori non accompagnati, provengono da Sudan, Somalia e Sud Sudan. Paesi devastati da guerra, instabilità, povertà estrema e crisi climatica. Della cruenta guerra in Sudan che sta per entrare nel suo quarto anno, EMERGENCY stessa è suo malgrado testimone, essendo tuttora presente nel Paese con il Centro Salam di cardiochirurgia di Khartoum, con i suoi Centri di assistenza pediatrica a Khartoum, Nyala, Port Sudan, nonché con le sue postazioni per le visite cardiologiche nelle cliniche di Atbara, Kassala e Geddaref. I naufraghi hanno inoltre riferito di essere partiti alle 4 di mattina dalle coste libiche, sono molto provati e alcuni stanno soffrendo il mal di mare. La Life Support sta compiendo la sua 41esima missione nel Mediterraneo centrale, operando in questa regione dal dicembre 2022. Durante questo periodo, la nave SAR di EMERGENCY ha soccorso complessivamente 3.289 persone.   Emergency
March 13, 2026
Pressenza
Con il popolo Saharawi: solidarietà e internazionalismo.
Siamo rientrati da una settimana dal viaggio di solidarietà che Città Visibili Aps di Campi Bisenzio organizza annualmente nei campi profughi Saharawi nel deserto algerino ai confini fra Marocco e Mauritania. La questione del Sahara Occidentale , della lotta del Fonte Polisario per la autodeterminazione del popolo Saharawi va avanti da cinquanta anni senza soluzioni. Una situazione attualmente ancora più spinosa per ha scarsa attenzione della politica internazionale e che la stampa e i media tendono ad ignorare. Ne parliamo con Simone nuovo presidente di questa associazione toscana che fa parte della rete nazionale di sostegno al popolo Saharawi e che ci ha accompagnato nella visita ai campi e alle strutture di resistenza del Fronte Polisario. Ho visitato la prima volta le wilaya ( province ) in cui vivono I rifugiati sahawui e ho trovato una situazione abbastanza critica , una situazione militare e politica senza via di uscita : molti giovani hanno abbandonato i campi e cercano nuove prospettive in spagna e in altri paesi pur rimanendo in totale precarietà , quale è concretamente la situazione attuale e quali le prospettive possibili? La situazione nei campi profughi saharawi è diventata negli ultimi anni ancora più fragile e complessa. Parliamo di una popolazione che vive in esilio da cinquant’anni, in condizioni climatiche estreme e con una dipendenza quasi totale dagli aiuti internazionali. Quando questi aiuti diminuiscono, l’impatto sulla vita quotidiana è immediato. Negli ultimi anni diversi programmi umanitari hanno subito tagli o riduzioni significative, anche per effetto di scelte politiche di alcune amministrazioni occidentali e di una progressiva disattenzione internazionale verso crisi considerate “croniche”. Questo ha comportato minori forniture alimentari, meno sostegno sanitario e una crescente precarietà per le famiglie che vivono nei campi. In un contesto già difficile, tutto ciò alimenta una sensazione diffusa di stagnazione e di futuro sospeso. La conseguenza più evidente riguarda proprio i giovani. Una parte crescente di ragazzi e ragazze sceglie di lasciare i campi e tentare la strada dell’emigrazione verso la Spagna o altri paesi europei. Non si tratta di un esodo organizzato, ma di percorsi individuali spesso molto precari. Molti di loro restano in condizioni di marginalità, senza documenti stabili e con prospettive lavorative incerte. È una generazione che si trova a vivere una doppia assenza: lontana dalla propria terra e allo stesso tempo senza piena integrazione nei paesi di arrivo. Sul piano politico la situazione resta bloccata da decenni. Dopo la rottura del cessate il fuoco nel 2020, il conflitto è tornato a essere militarmente attivo, anche se a bassa intensità. Nel frattempo si moltiplicano tentativi diplomatici per riaprire il dialogo tra Marocco, Algeria, Mauritania e Fronte Polisario sotto l’egida delle Nazioni Unite. Negli ultimi mesi si sono tenuti incontri multilaterali e nuove iniziative di mediazione internazionale. Tuttavia il quadro politico internazionale è cambiato in modo significativo. Nel 2025 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha adottato una risoluzione che considera il piano di autonomia proposto dal Marocco come base di negoziato, una scelta sostenuta da diversi paesi occidentali. Per il Fronte Polisario e per molti giuristi internazionali questo rappresenta un passo problematico, perché rischia di spostare il centro del processo politico lontano dal principio originario dell’autodeterminazione del popolo saharawi. E qui si trova il nodo della questione. Per chi, come noi, fa parte del movimento di solidarietà internazionale, la soluzione non può prescindere da un principio semplice: il futuro del Sahara Occidentale deve essere deciso dai saharawi stessi. Non può essere imposto né dalla diplomazia delle potenze né dagli equilibri geopolitici regionali. Per questo riteniamo fondamentale sostenere il Fronte Polisario non solo sul piano politico ma anche sul piano sociale e comunitario. Mantenere viva la società saharawi nei campi profughi significa difendere la capacità di un popolo di continuare a esistere come soggetto politico. Se quella comunità si disperdesse, se la diaspora diventasse irreversibile, la causa dell’autodeterminazione rischierebbe di indebolirsi profondamente. In altre parole: difendere la dignità della vita nei campi oggi significa anche difendere la possibilità di una soluzione giusta domani. Città Vivibili porta solidarietà ai Saharawi da molti anni, quali sono i progetti in corso e quale altri pensate di realizzare? L’associazione Città Visibili lavora da molti anni accanto al popolo saharawi con un’idea molto concreta di solidarietà: non limitarsi alla testimonianza, ma costruire progetti utili e replicabili che abbiano un impatto reale sulla vita quotidiana delle persone. Tra le iniziative che stiamo portando avanti ce ne sono alcune che rappresentano ormai un percorso consolidato. Il progetto “Semi di Naso Rosso nel Deserto” una rete di sostegni a distanza provenienti da famielgie italiane ed europee, grazie alla quale molte famiglie saharawi ricevono un aiuto concreto per l’istruzione, la salute e le necessità quotidiane dei propri figli. Un altro progetto fondamentale è S.O.S. – Solidarietà Odontoiatrica Saharawi, nato per affrontare un problema sanitario molto diffuso nei campi: la salute dentale dei bambini e dei giovani. In collaborazione con professionisti volontari portiamo attività di prevenzione, cura e formazione locale. Abbiamo poi aperto una Tienda Solidaria, un progetto che unisce solidarietà e autonomia economica, sostenendo piccoli circuiti di produzione e distribuzione di beni utili alla comunità dei campi. Un altro ambito su cui stiamo lavorando è lo sport inclusivo, perché lo sport nei contesti di rifugio non è solo attività fisica: è uno spazio di aggregazione, di crescita personale e di costruzione di comunità, soprattutto per i più giovani. L’ultima missione nei campi profughi ci ha però lasciato anche molte domande su come dovrà evolvere il nostro lavoro nei prossimi anni. Una cosa appare molto chiara: se vogliamo essere utili dobbiamo immaginare progetti sempre più concreti, sostenibili e direttamente collegati alle esigenze delle nuove generazioni. Una delle idee su cui stiamo riflettendo riguarda la creazione di un programma di borse di studio per giovani saharawi. Troppi ragazzi e ragazze, pur avendo capacità e motivazione, sono costretti ad abbandonare gli studi per sostenere economicamente le loro famiglie. Nei campi spesso i figli maggiori diventano rapidamente il punto di riferimento economico di fratelli, sorelle e madri rimaste senza lavoro. Consentire a questi giovani di continuare a studiare non significa soltanto aiutare singole persone. Significa investire nella futura classe dirigente di un popolo che un giorno dovrà ricostruire il proprio paese. In fondo, se c’è una cosa che abbiamo imparato in questi anni, è che la solidarietà più utile non è quella che distribuisce soltanto aiuti. È quella che crea possibilità, perché ciò di cui molti giovani saharawi hanno più bisogno non è assistenza, ma la possibilità di immaginare un futuro. Riflessione finale: Viviamo in una fase storica in cui molte certezze sembrano essersi rovesciate. Il diritto internazionale, che dovrebbe rappresentare una protezione per i popoli più vulnerabili, appare sempre più spesso sostituito dal diritto della forza. Non la forza del diritto, ma il diritto del più forte. In questo scenario il Sahara Occidentale è diventato uno dei luoghi più evidenti di questa contraddizione. Un popolo riconosciuto dalle Nazioni Unite come titolare del diritto all’autodeterminazione continua a vivere da quasi mezzo secolo in esilio, mentre gli equilibri geopolitici sembrano pesare più delle norme che dovrebbero governare la comunità internazionale. Ogni volta che si torna nei campi profughi saharawi il cambiamento è visibile. E purtroppo quasi sempre in peggio. Le risorse diminuiscono, le difficoltà aumentano, e cresce la sensazione che il mondo stia lentamente voltando lo sguardo altrove. Eppure è proprio per questo che bisogna tornare: per testimoniare, per costruire legami e per impedire che una causa giusta venga cancellata dal silenzio. Continuare a credere che il mondo possa cambiare non è ingenuità. È una scelta politica, civile e umana. È l’ostinazione di chi non accetta che l’ingiustizia diventi normalità. Un’utopia, forse. Ma le utopie sono spesso il primo passo della storia. E in fondo è anche una responsabilità. Perché quei ragazzi che incontriamo nei campi non meritano di crescere nell’attesa infinita di una soluzione che non arriva mai. Meritano molto di più: meritano un futuro per un popolo che da troppo tempo vive sospeso tra esilio e promessa. Foto di Cesare Dagliana Auserd Saharawi Camp Auserd Saharawi Camp Auserd Saharawi Camp Auserd Saharawi Camp Auserd Saharawi Camp Auserd Saharawi Camp Città Visibili Saharawi Il muro di separazione Mine Antiuomo.Sahara Occ. Auserd Saharawi Camp Auserd ospedale Auserd Sahawi camp Auserd SaharawiCamp Auserd Saharawi Camp Ospedale Auserd Saharawi Camp Cesare Dagliana
March 12, 2026
Pressenza
Sulle rapide del Congo da 150 anni, ora i pescatori wagenia rischiano di scomparire
Custodi di un’arte antica, sfidano le tumultuose acque del grande fiume su fragili impalcature di legno. Ma il vero pericolo viene da altrove: pesca intensiva, declino turistico e lotte intestine minacciano una comunità già alle prese con la precarietà. La calma pachidermica del grande fiume si interrompe bruscamente nei pressi di Kisangani, capoluogo della provincia di Tshopo, nell’area settentrionale centrale della Repubblica Democratica del Congo. Le Cascate Boyoma, note in passato come Stanley Falls, sprigionano tutta la loro energia in una serie di rapide che si snodano lungo il fiume Lualaba, esattamente nel punto in cui questo assume il nome di Congo, tra le città di Ubundu e Kisangani. Nel mezzo del fragore e della schiuma vaporosa che si solleva per l’infrangersi dell’acqua sulle rocce che emergono dal fondale appare quello che potrebbe essere definito l’impossibile: ponteggi di legno sui quali si muovono disinvolti un gran numero di ragazzi indaffarati. Sono i pescatori wagenia, maestri indiscussi della pesca fluviale, arte che affonda le radici in una storia lontana. Lo scenario è infatti lo stesso in cui s’imbatté Henry Morton Stanley, l’esploratore britannico che, giunto sul luogo nel 1877, descrisse il metodo di pesca utilizzato dal popolo wagenia con queste parole: «“Scavalcano” le rapide sui tolimos e usano cesti di legno per prendere i pesci». Centocinquant’anni dopo, nulla è cambiato: i wagenia continuano a costruire con le proprie mani le impalcature di legno (tolimos) che installano direttamente sopra le rapide che loro chiamano “Cascate Wagenia”, proprio come i loro progenitori. La pesca, perno della comunità Queste strutture, resistenti ma essenziali, sono realizzate utilizzando materiali naturali come tronchi e rami raccolti nella foresta circostante. Sospese sopra le acque turbolente, le impalcature servono come piattaforme da cui calare speciali ceste. Le nasse, simili a grandi trappole a imbuto, sono fatte di bambù e fissate con strisce di corteccia. Posizionate strategicamente nei punti in cui la corrente è più forte, sfruttano la potenza dell’acqua per intrappolare i pesci che nuotano nell’ampia apertura delle ceste, ma che la forma conica costringe verso un cul-de-sac da cui non riusciranno a fuggire. Un uomo sta in piedi in mezzo al fiume e pesca con una piccola rete. Dietro di lui, un’impalcatura di legno sostiene una trappola per pesci. Foto Panos Il momento ideale per costruire e utilizzare queste strutture è la stagione secca, quando il livello dell’acqua si abbassa e le rapide sono più accessibili. In questo periodo, i wagenia lavorano insieme per collocare le impalcature nelle posizioni migliori sul fiume. Di notte sorvegliano le “trappole” contro i pescatori dell’altra sponda del fiume. Una volta catturato, spesso il pesce viene portato a riva tenuto per la bocca, gesto simbolico che sottolinea la maestria del pescatore e la sua intimità con l’ambiente. Il pescato è poi condiviso tra le famiglie o venduto nei mercati locali: costituisce una fonte essenziale di proteine per la comunità. Un metodo di pesca intorno al quale ruota la vita di un’intera comunità. Oltre che fonte di cibo e di guadagno, la pesca è infatti per i wagenia anche un’arte collettiva e inclusiva che coinvolge tutti. Gli uomini costruiscono le impalcature e controllano le ceste. Le donne si dedicano alla raccolta, alla pulizia e alla preparazione del pesce, spesso cuocendolo su foglie di banano con olio di palma e spezie. I bambini imparano, fin da piccoli, a osservare e partecipare, aiutando i genitori. Declino Si sono così susseguite nei decenni generazioni di pescatori che hanno saputo domare il secondo fiume più lungo dell’Africa, e secondo al mondo per volume d’acqua, trasformando le difficoltà in opportunità. La Rd Congo è un Paese in cui la pesca rappresenta una risorsa economica importante. Abilità e tenacia sono però oggi messe a dura prova da sfide senza precedenti. Un tempo pilastro economico e culturale della comunità wagenia, la pesca con le cesteè in declino a causa di attività ittiche sempre più intensive, di pratiche dannose come l’uso di zanzariere per catturare i pesci giovani e a causa della pesca praticata durante la stagione riproduttiva. Così gli stock ittici sono crollati. Inoltre, la mancanza di infrastrutture e di sovvenzioni aggrava ulteriormente la situazione. «Prima c’erano impalcature dappertutto, ora ce ne sono a malapena alcune», racconta un pescatore della comunità. «Un tempo il governo sovvenzionava la manutenzione delle strutture, ma ha smesso di farlo oltre dieci anni fa, lasciando i pescatori a fronteggiare da soli le difficoltà», aggiunge. A fargli eco, suo fratello: «I nostri antenati ci hanno tramandato questa occupazione. Dobbiamo portarla avanti, ma è davvero difficile». Un pescatore controlla un cesto a Bamanga, sul fiume Lualaba. Per generazioni, i membri della tribù wagenia hanno costruito e mantenuto queste strutture. Foto Panos A complicare ulteriormente la situazione è l’assenza di una leadership forte. La posizione del capo tradizionale, figura essenziale per rappresentare la comunità wagenya presso il governo, è vacante da oltre due anni per lotte intestine tra i clan, che impediscono l’elezione di una guida capace di difendere i diritti del suo popolo e di affrontare le crescenti difficoltà economiche e sociali. Questo vuoto di potere ha lasciato la popolazione senza una guida, contribuendo all’accumulo di problemi sociali ed economici. La sfida di reinventarsi «Ognuno fa quel che gli pare», esclamano i ragazzi. Che precisano: «Non abbiamo nessuno che difenda i nostri diritti». Anche il turismo, che potrebbe rappresentare una fonte alternativa di reddito, è in declino. Piccole realtà locali hanno provato in passato a lanciare progetti di ecoturismo legati alla pesca tradizionale o a percorsi guidati lungo le rapide. Rappresentavano un’opportunità per sostenere la comunità e valorizzare il patrimonio culturale locale, ma l’instabilità cronica del Paese e le difficoltà logistiche (il viaggio aereo fino a Kisangani è molto caro, e il percorso via terra dalla capitale Kinshasa è un azzardo che può durare settimane) non hanno mai permesso di far decollare il turismo. Inoltre la pandemia da covid-19 ha ulteriormente ridotto il numero di visitatori, privando la comunità di una preziosa risorsa economica. I pochi turisti che arrivano si trovano ad affrontare strade impraticabili, interruzioni di elettricità e un aeroporto locale caratterizzato dal caos e da frequenti carenze di carburante. Mentre pesca tra le rapide fuori stagione, una ragazzina riposa su una roccia alle cascate Boyoma (conosciute localmente come cascate Wagenia). Per avere le mani libere, tiene il pesce in bocca. Le alternative scarseggiano. Alcuni pescatori si dedicano all’agricoltura nelle aree contigue al fiume Congo, producendo mais, manioca e altri prodotti per l’autoconsumo e la vendita. Altri avviano piccole attività commerciali come la vendita di beni essenziali nei mercati locali o la gestione di bancarelle alimentari. C’è anche chi trova un lavoro occasionale, da muratore, operaio o trasportatore, nelle città vicine, per esempio Kisangani. Tutte attività distanti dalla cultura di questi pescatori e, soprattutto, poco redditizie. Pressati dalle difficoltà, i wagenia continuano tuttavia a lottare per mantenere viva la tradizione. Giovani come Kalimo, studente sedicenne, cercano di contribuire vendendo diorami artigianali ai pochi avventori. «Mi aiuta a pagare la scuola», racconta il ragazzo, figlio di pescatore. Kalimo sogna di diventare ingegnere, dimostrando che la comunità wagenia non ha perso la speranza nel futuro e nella possibilità di continuare a danzare con il fiume.     Africa Rivista
March 11, 2026
Pressenza
Arrestati a Tunisi cinque organizzatori della Global Sumud Flotilla
Dopo la violenta repressione preventiva e punitiva dei giorni scorsi, in questo momento sono ancora in stato di arresto a Tunisi, dove si era riunito il comitato direttivo della Global Sumud Flotilla, sei organizzatori tunisini. Un’attivista ha riportato la frattura di un braccio. Nessuno si aspettava un intervento del reparto antiterrorismo tunisino, anche perché si sta preparando una missione nonviolenta nel pieno rispetto della legalità internazionale. Questa situazione allucinante e inaccettabile segna un cambio di passo nella complicità dei governi con il regime criminale di Netanyahu, che ha chiuso di nuovo i valichi per Gaza impedendo il passaggio di aiuti umanitari. Gaza è un campo di sterminio e la Global Sumud Flotilla vuole portare un sollievo concreto alle famiglie palestinesi stremate dalla fame. Il governo italiano complice del genocidio si appresta a varare una legge bavaglio per impedire qualsiasi critica a Israele, accusando di antisemitismo chiunque osi raccontare la verità dei fatti. Riportiamo una sintesi del comunicato del 6 marzo della Global Sumud Flotilla: “La Global Sumud Flotilla (GSF) condanna fermamente l’arresto, avvenuto oggi, degli organizzatori tunisini locali della GSF Wael Nouar, Jawaher Channa, Nabil Chanoufi, Sana Msahli e Mohammed Amin Belnour, trattenuti a Sidi Bou Said (Tunisia) dall’unità antiterrorismo della polizia tunisina. L’arresto fa seguito a una serie di azioni allarmanti da parte delle autorità tunisine avvenute negli ultimi giorni, che hanno preso di mira attività pacifiche di solidarietà con Gaza legate alla Global Sumud Flotilla. Il 4 marzo, la polizia tunisina ha impedito con la violenza a una delegazione di oltre venti membri del comitato direttivo della GSF, nonché ad organizzatori locali e internazionali, di arrivare al porto di Sidi Bou Said, dove avevano programmato di incontrare e ringraziare i lavoratori portuali tunisini che hanno mostrato solidarietà alla Palestina e sostenuto la flottiglia. L’incontro era stato pianificato in anticipo e disponeva delle autorizzazioni richieste dalle autorità tunisine. Tuttavia, poco prima dell’inizio dell’azione, i permessi sono stati revocati bruscamente senza alcuna spiegazione. L’arresto degli organizzatori tunisini della GSF, insieme alla ripetuta sospensione degli incontri legali, rappresentano un’escalation profondamente preoccupante e un’inquietante deviazione dalla lunga storia di solidarietà pubblica della Tunisia con il popolo palestinese e dagli sforzi internazionali a sostegno di Gaza. La Global Sumud Flotilla chiede un chiarimento immediato sulle circostanze di questi arresti e il rapido rilascio degli attivisti. Nonostante queste azioni, la nostra missione rimane invariata. Questa primavera lanceremo nuovamente una storica missione civile dal Mediterraneo a Gaza per sfidare l’assedio israeliano e sostenere il popolo palestinese. Confidiamo che il popolo tunisino, la cui solidarietà con la Palestina è sempre stata forte e visibile, svolgerà ancora una volta un ruolo fondamentale in questo sforzo storico”. Redazione Italia
March 9, 2026
Pressenza
Da Viareggio un forte NO a tutte le guerre
Sabato 7 marzo parte dalla Chiesina dei pescatori, dove riposano le ceneri di don Luigi che oggi ci accompagna, il corteo voluto dal Forum per la Pace che ha chiamato a raccolta i cittadini contro la Terza Guerra Mondiale a pezzi, come diceva Papa Francesco. Pezzi che si vanno sempre più saldando, dall’Ucraina alla Palestina, dal Venezuela all’Iran e a tutto il Medio Oriente, per non parlare dell’Africa. Corteo colorato di bandiere, striscioni e cartelli,  partecipato da molte sigle della società civile e dai passanti che si sono uniti, 500 persone circa che sfilano per le vie di Viareggio. Al termine gli interventi sottolineano le sfaccettature degli eventi: dall’ennesimo spregio del diritto internazionale al sadismo della furia bellica, all’eccidio di civili innocenti come le bambine della scuola bombardata in Iran, all’ingordigia di petrolio per tappare le falle di un debito enorme, per arrivare alla necessità e volontà di resistenza al nostro governo,  che non rispettando l’articolo 11 della Costituzione legittima questo obbrobrio, fino a contemplare l’ipotesi di concedere l’uso delle nostre basi. Gridiamo forte: non una base, un soldo o un uomo per la guerra. E ci lasciamo con due parole d’ordine tanto semplici quanto potenti: “Restiamo umani” e “Fermatevi”.   Redazione Toscana
March 8, 2026
Pressenza
Dalle bombe in Iran alla corsa al cobalto Usa e Cina si contendono la R.D. del Congo
La competizione tra Washington e Pechino per energia e minerali critici arriva fino a Kolwezi, tra concessioni minerarie e sfratti forzati di case e scuole. Still I Rise ne parla nel nuovo report “Il Prezzo del Progresso”. L’organizzazione non profit Still I Rise pubblica il report “Il Prezzo del Progresso”, un’analisi che documenta l’impatto del sistema delle concessioni minerarie sugli sfratti forzati e sulla continuità scolastica a Kolwezi, nella Repubblica Democratica del Congo, epicentro mondiale di estrazione del cobalto. Partendo dal Congo, l’indagine offre una chiave di lettura sulle tensioni geopolitiche che stanno ridefinendo gli equilibri globali. “Le esplosioni nei cieli iraniani e i raid congiunti di Stati Uniti e Israele non sono un episodio isolato del Medio Oriente. L’Iran, grande esportatore di petrolio e fornitore cruciale per la Cina, è uno snodo strategico nella sicurezza energetica di Pechino: colpirne la stabilità significa incidere su uno degli assi centrali della competizione tra Stati Uniti e Cina”, dichiara Fatima Burhan Mohamed, Advocacy Officer di Still I Rise e curatrice del report. “La partita non riguarda solo il petrolio, ma si estende alle filiere dei minerali critici, decisive per l’autonomia industriale e tecnologica”. Ed è proprio nella Repubblica Democratica del Congo, dove si estrae il 70% del cobalto a livello mondiale, che si sta consumando una battaglia altamente strategica: quella per il controllo delle concessioni minerarie e delle catene di approvvigionamento di minerali strategici come il cobalto. A Kolwezi, la rivalità geopolitica ha conseguenze concrete: quartieri inclusi in licenze estrattive, famiglie esposte al rischio di sgombero, bambini che vedono interrompersi il proprio percorso scolastico. È qui, lontano dai riflettori dei grandi vertici internazionali, che la competizione tra potenze assume una dimensione concreta e locale. Il contesto: Kolwezi al centro della competizione globale Kolwezi, nella provincia del Lualaba, è uno snodo cruciale delle catene globali di approvvigionamento. Da quest’area proviene oltre il 70% del cobalto estratto a livello mondiale, un minerale classificato come critico per batterie agli ioni di litio, mobilità elettrica, sistemi di accumulo energetico, tecnologie digitali avanzate e comparto della difesa. La città conta tra i 700mila e un milione di abitanti e circa una persona su tre lavora direttamente o indirettamente nel settore minerario. Negli ultimi anni, il controllo del cobalto congolese è diventato terreno di competizione strategica tra Stati Uniti e Cina. Secondo il report, circa l’80% della produzione industriale di cobalto nella provincia del Lualaba è oggi riconducibile a capitali legati a Pechino, che ha consolidato nel tempo una presenza dominante nelle miniere e nelle infrastrutture di raffinazione. Parallelamente, Washington ha intensificato la propria iniziativa diplomatica ed economica attraverso lo Strategic Partnership Agreement con la Repubblica Democratica del Congo, puntando a diversificare le fonti di approvvigionamento occidentali e ridurre la dipendenza dalle filiere cinesi. In questo quadro si inserisce la vicenda delle concessioni detenute da Chemaf (Chemical of Africa), società privata attualmente in vendita e titolare di alcuni dei giacimenti più rilevanti ancora disponibili sul mercato. L’interesse di investitori sostenuti dagli Stati Uniti per l’acquisizione di questi asset è stato letto come un passaggio chiave nella ridefinizione degli equilibri del settore. Per il governo congolese, la competizione tra le due potenze potrebbe rappresentare al tempo stesso un’opportunità negoziale e un fattore di pressione geopolitica. “Il possibile passaggio di proprietà delle concessioni non è un fatto puramente finanziario. Un nuovo operatore potrebbe rivedere piani industriali, accelerare l’espansione estrattiva o rinegoziare i confini operativi delle aree concesse”, spiega Giulia Cicoli, co-fondatrice di Still I Rise. “In una città dove ampie porzioni dell’area urbana ricadono formalmente sotto concessione mineraria, tali decisioni possono avere effetti diretti e immediati sulle comunità residenti, incidendo sulla stabilità abitativa e sulle condizioni di permanenza delle famiglie”. Il sistema delle concessioni e la vulnerabilità abitativa Gran parte dell’area urbana di Kolwezi ricade formalmente in concessioni minerarie. In base al sistema vigente, lo Stato mantiene la proprietà del suolo, ma concede a imprese private il diritto esclusivo di esplorare e sfruttare le risorse per un periodo determinato. Nella pratica, questo significa che quartieri residenziali, scuole e terreni agricoli possono trovarsi in aree destinate all’estrazione. In caso di espansione mineraria, le famiglie prive di documentazione legale adeguata dispongono di strumenti limitati per opporsi a uno sgombero. Il report ricostruisce diversi episodi di sgombero e demolizione registrati negli ultimi anni nell’area di Kolwezi, legati all’espansione delle attività estrattive e alle concessioni minerarie. Questi eventi non costituiscono episodi isolati, ma si inseriscono in un quadro strutturale in cui l’assetto delle concessioni ridefinisce l’accesso alla terra e di fatto la permanenza delle comunità. L’indagine tra le famiglie degli studenti Tra il 2023 e il 2025 Still I Rise ha condotto un’indagine interna sulle famiglie dei 98 studenti allora iscritti alla Still I Rise Academy – Kolwezi, attiva dal 2021 e frequentata da bambini ex minatori. L’obiettivo era comprendere in modo sistematico la condizione abitativa dei nuclei familiari e valutare quanto questa incidesse sulla continuità del percorso scolastico. L’analisi restituisce un quadro di forte vulnerabilità. Il 70% delle famiglie vive in territori formalmente dati in concessione a un’azienda mineraria: di queste, l’89% non disponeva di certificati di proprietà riconosciuti dallo Stato e oltre la metà non era consapevole di abitare in un’area giuridicamente concessa. Inoltre, ottenere un certificato legale di proprietà ha costi elevati in un contesto in cui circa il 70% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Ne consegue che la mancanza di documentazione formale riduce drasticamente la possibilità di opporsi a uno sgombero o di negoziare condizioni adeguate. “Quando una famiglia non ha un titolo riconosciuto dallo Stato, la sua permanenza sul territorio diventa fragile”, continua Giulia Cicoli. “L’insicurezza abitativa non è solo una questione legale: si traduce in interruzioni scolastiche, spostamenti improvvisi, maggiore esposizione al lavoro minorile. Se una casa può essere demolita da un giorno all’altro, anche il diritto all’istruzione diventa precario”. Le azioni intraprese A seguito dell’indagine, Still I Rise è intervenuta su più fronti, partendo dall’analisi dei casi delle famiglie che vivono nelle aree in concessione e avviando procedure per regolarizzare le loro situazioni abitative. In collaborazione con IBGDH – Initiative pour la Bonne Gouvernance et les Droits Humains, la non profit ha inoltre organizzato incontri informativi sui diritti in caso di sfratto, coinvolgendo migliaia di persone della comunità. Parallelamente, ha avviato un dialogo con l’azienda titolare della concessione e con le autorità locali per chiedere maggiore trasparenza su eventuali piani di espansione e reinsediamento. “Si è trattato di un lavoro lungo e impegnativo, necessario per raggiungere anche le famiglie più isolate e prive di accesso alle informazioni”, conclude Fatima Burhan Mohamed. “Oggi queste famiglie sanno cosa possono pretendere e come muoversi: possono chiedere informazioni ufficiali, partecipare alle consultazioni, rivendicare un indennizzo adeguato e opporsi a uno sfratto irregolare. Informare in modo capillare significa ridurre lo spazio per decisioni arbitrarie e rafforzare la capacità della comunità di difendere i propri diritti.” Scarica il report integrale. Still I Rise
March 6, 2026
Pressenza