Tag - gkn

«Un’azione contro il riarmo» la nuova campagna a sostegno dell’ex-GKN
Abbiamo intervistato Dario Salvetti e Valentina Baronti in merito alla nuova campagna di finanziamento dal basso per il progetto di conversione ecologica della fabbrica ex-GKN. Il progetto viene visto come un’ultima fondamentale opzione che si unisce idealmente ai movimenti e alle lotte che hanno agitato il nostro paese nel 2025. Da qualche settimana è partita la campagna di finanziamento dal basso per GFF, il progetto di riconversione della Fabbrica ex-GKN. Ci puoi raccontare cosa vi ha portato a questa nuova iniziativa di rilancio dopo più di quattro anni di lotta? La reindustrializzazione dal basso della ex-GKN è in gravissimo pericolo. Diremmo quasi sull’orlo dell’abbandono. Nessun piano industriale può stare in piedi all’infinito. Ogni mese il piano si logora o deve essere continuamente rielaborato. Il fallimento della reindustrializzazione dal basso non sarebbe un fatto privato, ma qualcosa che, secondo noi, impatterebbe pesantemente sull’intero movimento. Primo, perché una sconfitta della ex-GKN, dopo un movimento di quattro anni, non potrebbe non avere ripercussioni su qualunque lotta che un domani si ponga il problema di rispondere a licenziamenti o delocalizzazioni. Secondo, perché avanziamo questa ipotesi: il nostro esempio dà fastidio al riarmo; l’idea che dal declino industriale si esca con la fabbrica socialmente integrata e con la riconversione ecologica dà fastidio a chi sostiene che il riarmo sia il viatico per la crescita industriale. Per questo abbiamo dovuto accelerare. Il tempo sta finendo. E ci siamo spinti non solo a chiedere di “investire” diventando azioniste/i popolari, ma anche a donare su produzioni dal basso, un metodo più rapido e diretto. La donazione può essere fatta con qualsiasi cifra, anche se la nostra indicazione simbolica è di donare il valore di un’azione per GFF (ex GKN for Future). È il quinto Natale che passiamo in presidio nella fabbrica chiusa nel 2021. Tutto quello che abbiamo fatto in questi quattro anni, insieme alla comunità solidale che ci ha sostenuto e che ancora lotta a fianco a noi, ha un obiettivo preciso: riaprire la fabbrica, riportare quei 500 posti di lavoro sul territorio. Un compito che non dovrebbe spettare a un collettivo operaio segnato da 15 mesi senza stipendio e oggi all’ottavo mese di disoccupazione, ma che di fatto ci siamo trovati a dover costruire pezzo per pezzo, trovando sempre nuovi strumenti ogni volta che la strategia della nostra controparte cambiava. La reindustrializzazione dal basso è servita a togliere ogni alibi al capitale privato e all’intervento pubblico. Ha prodotto questo paradosso: di solito ti licenziano dicendo che «manca il lavoro». Qui l’arcano è svelato: una fabbrica che licenzia operai che propongono un piano industriale e che viene venduta a soggetti immobiliari evidentemente legati alla stessa proprietà che licenzia. Il capitale privato e quello pubblico vanno inesorabilmente verso la speculazione finanziaria, immobiliare e il riarmo. Sono incapaci o non hanno alcuna volontà di uscire dall’economia fossile. Perfino gli stessi fondi ESG, cosiddetti ecologicamente e socialmente sostenibili, rinculano verso il finanziamento del riarmo. Per questo dobbiamo risalire la corrente e sbattere contro i meccanismi di questa stessa economia. Per questo abbiamo dovuto, ancora una volta, trovare uno strumento nuovo: una campagna di azionariato popolare diffuso, che riesca a coprire i due milioni di euro che avrebbero dovuto mettere questi investitori. L’obiettivo è ambizioso, ma non ci spaventa: del resto, se il 9 luglio del 2021 ci avessero detto che avremmo resistito quattro anni e prodotto un nostro progetto industriale, ci sarebbe sembrata fantascienza. Avete più volte denunciato l’assenza delle istituzioni nel sostegno alla vostra vertenza. Cosa è accaduto all’ipotesi del Consorzio a sostegno della fabbrica promesso dalla Regione Toscana? Il Consorzio di sviluppo industriale della Piana Fiorentina è uno strumento per le tante crisi industriali che interessano l’area in cui si trova la ex-GKN. È nato su nostra proposta, con una legge regionale scritta insieme alle intelligenze solidali, presentata alla Regione, che per mesi l’ha ignorata, portata in discussione grazie alla mobilitazione, alle tendate e allo sciopero della fame, e infine approvata il 23 dicembre scorso, in seguito a un presidio a oltranza sotto l’aula del Consiglio regionale. Questo per chiarire che quella legge e quel Consorzio sono il frutto della lotta, nati per dare una risposta alla chiusura della ex-GKN, come esempio virtuoso di come si può rispondere alla deindustrializzazione. Ebbene, il Consorzio è stato infine costituito prima della pausa per le elezioni regionali, ma è rimasto lettera morta e, cinque mesi dopo la sua nascita non ha ancora fatto neanche un atto ufficiale. Anzi, il Consorzio sembra diventato il modo per fare il delitto perfetto: le istituzioni si muovono, ma così lentamente da non dare fastidio alla speculazione immobiliare e lasciare intanto che il Collettivo di fabbrica muoia. Insomma, per così dire: l’operazione è riuscita ma il paziente è morto. La verità è che il Consorzio rischia di non agire né ora né mai. Perché ha uno strumento che non sappiamo se mai utilizzerà: la dichiarazione di pubblica utilità sulle aree industriali e un piano regolatore di indirizzo pubblico industriale. Ancora una volta, ci viene presentato come tecnico un problema di natura politica. Nella campagna evocate la Global Sumud Flotilla: per quali aspetti dite di voler imitare il loro modello? Sono entrambi esempi di mutualismo conflittuale, di un’azione costruita dal basso che vuole essere una concreta denuncia della scelta scellerata dei nostri governi. Al pari della Flotilla, sappiamo che andremo a sbattere contro il blocco, sappiamo che le nostre navi sono piccolissime in confronto a un’economia europea che ha deciso di abbandonare anche solo la parvenza del Green Deal per correre verso il riarmo e la guerra. Lo sappiamo, ma dobbiamo partire, in qualsiasi condizione perché, dopo quattro anni di rinvii e parole vuote, in un clima di guerra e repressione, l’unico progetto sano su questa fabbrica è il nostro e, insieme ai pannelli fotovoltaici e alle cargo bike, porta con sé un’idea di futuro diverso, che continuiamo a rivendicare, non solo per noi. La Flotilla cosa era? Privata o pubblica? Non era pubblica perché non apparteneva a uno Stato, ma non era privata perché era una forza pubblica dal basso. Non nasce per sostituirsi a quello che dovrebbero fare gli Stati, ma per disvelare quello che non fanno. Questi sono i punti di contatto. Noi non sosteniamo che la transizione ecologica sia possibile senza un intervento pubblico complessivo. Noi disveliamo la sua mancanza. di Luca Mangiacotti La campagna di finanziamento dal basso proseguirà a fianco a quella per l’azionariato popolare. Che differenza c’è tra le due e come scegliere cosa sostenere? Il primo azionariato popolare che abbiamo lanciato ha raccolto manifestazioni di interesse per un milione e mezzo di euro. Si tratta di singoli o di associazioni che hanno scelto di acquistare un numero tale di azioni (da un minimo di 500 euro) da poter far parte dell’assemblea della cooperativa GFF. Questa scelta la stiamo concretizzando attraverso una piattaforma di investimento, alla quale chiediamo a tutti i manifestatori di interesse di versare la quota per cui si erano impegnati. E questo non è solo una raccolta fondi, ma anche uno strumento democratico per partecipare direttamente alle scelte future della cooperativa e dare quindi corpo a quella che abbiamo chiamato la fabbrica socialmente integrata. Parallelamente, però, ci siamo trovati anche a dover accelerare sul resto del finanziamento del progetto. Abbiamo ovviamente altri investitori istituzionali a cui ci stiamo rivolgendo – istituti di credito, fondi – ma cosa succede se ci tengono mesi e mesi a verificare il progetto e si tirano indietro all’ultimo secondo (magari, chissà, anche perché così consigliati da pezzi della politica)? Dobbiamo aumentare il grado di autonomia del nostro progetto. E dobbiamo farlo in fretta. Ogni mese che passa, la disoccupazione disgrega la lotta. Per velocizzare la costituzione dell’azionariato, quindi, abbiamo creato la possibilità di una donazione a un singolo azionista popolare collettivo. Arci nazionale si è messa a disposizione per raccogliere questi contributi e poi valutare di costituire un azionista collettivo di GFF. In un Paese dove il riarmo sembra un precipizio verso cui stiamo lanciandoci senza freni, la vostra campagna si pone come alternativa per una vera transizione ecologica. Cos’altro si può fare oggi in Italia per opporsi alla deriva bellica? Ci pare che la strada sia stata tracciata chiaramente dalle mobilitazioni di questo autunno, quando il movimento ecologista è sceso in piazza insieme ai lavoratori e alle lavoratrici per dire no al genocidio e all’economia che lo sostiene, la stessa economia che chiude le fabbriche, deindustrializza, licenzia, impoverisce la società, taglia il welfare e intanto decide di indebitarsi per la scelta suicida del riarmo e della guerra. È un’unica lotta e la parola d’ordine rimane la stessa che abbiamo lanciato quattro anni fa: convergenza. Il movimento nei porti, o più in generale contro la logistica di guerra, è fondamentale. Così come è fondamentale respingere la repressione e la criminalizzazione del movimento in solidarietà alla Palestina e contro il genocidio. Il nostro caso è un tassello che si aggiunge a tutto questo. Qual è il ricatto che rischia di schiacciare tutte e tutti noi? Se l’economia diventa ogni giorno di più un’economia di guerra, come faccio a produrre un salario per me o ad avere un contratto senza contemporaneamente produrre per l’economia di guerra? Come già detto, l’alternativa non la produce la singola fabbrica. Ma un chiaro esempio di reindustrializzazione alternativa in una fabbrica diventa un esempio concreto e immediato. Potete trovare in questo link tutte le informazioni per partecipare alla campagna La copertina è di Margherita Caprilli SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo «Un’azione contro il riarmo» la nuova campagna a sostegno dell’ex-GKN proviene da DINAMOpress.
Calenzano: da hub fossile a hub green? La transizione ecologica non parte con Eni
Il deposito Eni di Calenzano era un hub di combustibili fossili tra i più importanti d’Italia: con una capacità di stoccaggio di 160 mila tonnellate, l’impianto accoglieva i prodotti raffinati presso lo stabilimento di Stagno (Livorno) prima dello smistamento in tutto il territorio nazionale ed era classificato ad “alto rischio di incidente rilevante” secondo la direttiva Seveso. Un anno fa, il 9 dicembre 2024, al deposito Eni di Calenzano persero la vita in un’esplosione cinque lavoratori, altri 28 rimasero feriti. Già dopo le prime indagini risultò che l’esplosione avvenne durante un’attività di manutenzione, mentre il carico e scarico delle autobotti andava avanti senza interruzione, contravvenendo alle relative disposizioni di sicurezza che invece prescrivono la non concomitanza delle due attività. Secondo una perizia tecnica, il blocco del carico delle autobotti per un turno della giornata del 9 dicembre avrebbe comportato una perdita di 255mila euro di introiti: è lo 0,005% degli utili netti di Eni del 2024 (5 miliardi di euro), una cifra risibile per un’azienda con questo fatturato, ma che a cinque persone è costata la vita. Non esiste nessun prezzo alla vita umana, eppure la barbarie del capitale quotidianamente lo impone e con quello fa i suoi calcoli. In seguito all’accaduto, Eni commissionò alla ditta appaltatrice dell’impianto la redazione di un documento tecnico: poiché secondo la procura questo avrebbe potuto insabbiare le indagini, occultando o rendendo indisponibili delle prove, venne disposto un incidente probatorio. A distanza di un anno sono 10 gli indagati, di cui sette manager di Eni e due intercettati telefonicamente rispetto al “tenersi puliti” ed “evitarsi rogne” in seguito al dramma del 9 dicembre. L’inchiesta per omicidio plurimo, disastro e lesioni colpose non si è ancora chiusa. Ancora una volta sarà dura avere verità e giustizia per quello che non è degno definire “incidente”, quanto “inaccettabile normalità”, strutturale (e prevedibile) conseguenza di una filiera fossile che è mortifera dall’inizio alla fine: dall’estrazione alla raffinazione allo stoccaggio al consumo. Eni si è impegnata a versare al Comune di Calenzano un risarcimento volontario di 6,5 milioni di euro, «a prescindere dall’esito del procedimento giudiziario». E d’altra parte, Eni e i suoi dirigenti vantano precedenti importanti di assoluzione in processi anche più grossi, come quello per il giacimento OPL245 in Nigeria – solo per citarne uno: il “processo del secolo” (come fu chiamato nel 2020), per l’entità della tangente di cui Eni era accusata e per il danno ambientale, ecologico, umano verificatosi in centro Africa. Casi come OPL245 ci parlano di uno “Stato parallelo” transnazionale, in cui l’agibilità di multinazionali come Eni è totale, con criteri di anticorruzione estremamente discrezionali e lassi e con la possibilità concreta di indirizzare processi politici e giudiziari esteri e italiani. > Non è quindi infondata la preoccupazione che, ancora una volta, anche a > Calenzano, il cane a sei zampe ecocida proverà a tingersi di verde e a > uscirne, non solo impunito in tribunale, ma addirittura benefattore presso > l’opinione pubblica. Infatti, per far dimenticare a un territorio in lutto il “ciavvelEni” (la denuncia tante volte risuonata nelle piazze dell’attivismo climatico del 2019), si è optato per la conversione del deposito di Calenzano a parco fotovoltaico: da hub fossile a hub “green”, con una produzione di energia elettrica di 20 Mwp (Megawatt di picco) risultante dall’installazione di circa 60mila pannelli. Il 5% del valore totale dell’energia prodotta da questo primo impianto verrà ceduto al Comune e un altro impianto di 1 Mwp verrà costruito e gestito a spese di Eni per l’alimentazione di un’area sportiva comunale. Entusiaste le dichiarazioni del sindaco di Calenzano, Carovani «Un balzo decisivo verso un futuro sostenibile sulla strada della decarbonizzazione», e del presidente della Regione, Giani: «Questo accordo rappresenta un esempio concreto e positivo di come la Toscana stia accelerando sulla transizione energetica, trasformando un sito del passato in una risorsa per il futuro». Ma non è solo una questione di numeri, quanto di sostanza politica. Quale sarà la ricaduta occupazionale e di soddisfacimento energetico per il territorio? Che possibilità ci sarà per il pubblico di supervisionare la riconversione del sito e determinare le scelte produttive future? Stiamo facendo veramente un “balzo in avanti”, come sostiene il sindaco di Calenzano, o piuttosto un gattopardiano business as usual spennellato di verde? Perché al netto dell’energia distribuita localmente, Eni continuerà a fare profitti d’oro, anche dai parchi fotovoltaici come quello che sorgerà a Calenzano, ma soprattutto dagli investimenti in combustibili fossili, la cui estrazione e lavorazione è prevista in aumento per il prossimo triennio: altro che transizione alle rinnovabili, il gas rappresenterà ancora il 60% del portafoglio aziendale di quella che rimane una delle oil companies più inquinanti al mondo, con responsabilità climatiche tra le più gravi storicamente e che le hanno valso la causa intentata coraggiosamente da ReCommon e Greenpeace (“La Giusta Causa”). > Anche tralasciando il fatto che il cane a sei zampe rimane una compagnia > fossile e anche volendoci concentrare sulla (minima) porzione non-fossile di > energia nel suo piano triennale, finché la produzione e la distribuzione > resteranno accentrate in mano a big players e soggette a enormi margini di > profitto privato, nessuna democrazia energetica avrà possibilità di > svilupparsi. Similmente nessuna giustizia sociale potrà darsi perpetrando la nostra dipendenza da una multinazionale implicata in disastri ambientali dalla Val d’Agri al Niger, nonché nel genocidio palestinese tramite accordi commerciali con Israele. Infatti, assieme a Dana Petroleum, BP, SOCAR, NewMed, a pochi giorni di distanza dal 7 ottobre 2023, Eni ha acquisito da Israele per alcuni milioni di dollari permessi di esplorazione in Zone Economiche Esclusive palestinesi, in esplicita violazione del diritto internazionale, in connivenza con il colonialismo energetico israeliano e in economico sostegno all’escalation del genocidio. Infine, ma non per importanza, come si fa a non chiedersi da dove verranno i pannelli installati in questo gigantesco hub? La filiera del fotovoltaico è costellata di crimini ambientali ed estrattivismo feroce nel Sud Globale, con cui le materie prime vengono accaparrate a basso costo dal Nord Globale, mentre la caparbietà dell’occidente di difendere gli investimenti delle aziende fossili ha di fatto lasciato alla Cina il monopolio nella produzione di pannelli. E la politica industriale italiana si disinteressa totalmente di questo, non esiste alcuna direttrice se non la conversione industriale bellica. C’è chi si pone in Italia oggi seriamente il problema di una produzione di pannelli fotovoltaici secondo filiera etica, a servizio della transizione ecologica dal basso: sono gli operai della ex-GKN di Campi Bisenzio, licenziati quattro anni e mezzo fa, in assemblea permanente dal 9 luglio 2021, in lotta da allora per difendere uno stabilimento dalla speculazione immobiliare e per tornare a lavoro in maniera dignitosa. > Come si fa a progettare campi fotovoltaici nella piana fiorentina senza > nemmeno considerare la vertenza operaia più lunga della storia di Italia a > letteralmente 2 km in linea d’aria dall’ecomostro di Eni da convertire? Vertenza, quella della ex-GKN, che ha fatto proprio della produzione, installazione e riciclo di pannelli fotovoltaici il core del piano di reindustrializzazione, rivolto a comunità energetiche rinnovabili e solidali su tutto il territorio nazionale e non solo. Questo piano, frutto di tre anni di lavoro, con quattro due diligence tecniche e finanziarie superate, era già pronto a partire nell’ottobre 2024, quando ancora l’esplosione del deposito Eni non era avvenuta. Urge che quelle stesse istituzioni locali e regionali, così solerti a approvare la conversione del deposito incriminato, così zelanti a parole di voler transitare a energie rinnovabili, si scrollino dall’assoluto immobilismo in cui stagnano da mesi e finalmente permettano all’alternativa (quella vera) di esistere con la riapertura di ex-GKN. In quattro anni e mezzo di vertenza, ogni risultato istituzionale è stato ottenuto solo grazie alla lotta e malgrado le istituzioni stesse. La legge regionale per facilitare la costituzione di consorzi industriali pubblici esiste perché è stata scritta da operai e solidali; è arrivata in consiglio regionale solo dopo mobilitazioni, cortei, accampata in Regione, sciopero della fame ed è stata approvata il giorno della vigilia di Natale dello scorso anno a tarda notte dopo ore di ostruzionismo della destra che hanno reso necessario un presidio del Collettivo di Fabbrica e brigata sonora sotto la sede del consiglio. Da allora ci sono voluti sei mesi perché questo consorzio venisse solo costituito (luglio 2025) e da altri sei mesi stiamo aspettando che tale consorzio compia il piccolo semplice gesto per cui è nato: rilevare lo stabilimento di Campi Bisenzio e metterlo a servizio della reindustrializzazione. I rinvii, i silenzi, i tavoli saltati, hanno logorato questa lotta per troppo tempo e per chi ha messo in gioco tutto, di tempo non ce n’è più. La conversione a fotovoltaico del deposito Eni sarebbe, di per sé, una notizia più positiva di altre, ma allo stesso tempo è l’ennesima conferma di quanto la transizione ecologica sia sistematicamente boicottata quando parte dal basso e strumentalizzata dall’alto quando pare un’utile copertura. di Luca Mangiacotti Riaprire una fabbrica, ricreando lavoro utile, buono, sano e giusto, a servizio della transizione ecologica dal basso invece che del riarmo e della guerra è un esempio che il sistema oggi vuole affossare. E allo stesso tempo, noi tuttə non possiamo permetterci di rinunciarvi. La ex-GKN è ancora «un faro di speranza», come ha detto Greta Thunberg, per tutto il movimento ecologista, sociale, operaio, ed è quindi una responsabilità collettiva continuare a sostenere questa lotta per la giustizia climatica e sociale. Ad oggi, dicembre 2025, il Collettivo di Fabbrica lancia una nuova campagna di crowdfunding con l’obbiettivo di raccogliere due milioni di euro: questa è la cifra che improvvisamente questa estate è venuta a mancare con il defilarsi di un finanziatore a “impatto sociale” dal piano industriale. Per reagire al sabotaggio e all’immobilismo, il Collettivo di Fabbrica ha deciso di usare il “metodo flotilla nell’economia”: mettere in mare le navi, grandi e piccole, senza chiedere il permesso e partire, con parte del progetto o con tutto. L’appello è quello di sostenere la campagna, diffonderla il più possibile. Per dare uno “schiaffo al sistema” con un’azione contro il riarmo, per salvare Gff – GKN For Future, la cooperativa nata che da nome anche al piano – per dimostrare che loro sono il nulla e che noi insieme, ancora una volta, possiamo essere tutto. La foto di copertina è tratta dalla pagina FB del Collettivo di Fabbrica Gkn SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Calenzano: da hub fossile a hub green? La transizione ecologica non parte con Eni proviene da DINAMOpress.
Una sana disobbedienza
lunedì 27 ottobre 20.30 assemblea cittadina al Teatro Puccini a Firenze Se volete, denunciateci tutti, perché il nostro è un atto collettivo E non vi permettiamo di sviare dalla domanda: quando riapre la fabbrica? 1. Sabato 10.000 persone sono scese … Leggi tutto L'articolo Una sana disobbedienza sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Una sana disobbedienza: la rabbia operaia e la festa dei sound system per la fabbrica socialmente integrata
Fanno più rumore 1567 giorni di presidio permanente, o i manganelli della celere contro persone disarmate e a volto scoperto? Forse, a pensarci bene, il frastuono più fragoroso è quello prodotto dal silenzio imbarazzato (e imbarazzante) delle istituzioni di fronte … Leggi tutto L'articolo Una sana disobbedienza: la rabbia operaia e la festa dei sound system per la fabbrica socialmente integrata sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Collettivo di Fabbrica ex-Gkn: le foto dell’occupazione dell’aeroporto
Se si vuole rispondere alla domanda da dov’è venuta la mobilitazione per la Palestina “blocchiamo tutto”, una delle strade da percorrere è quella di Campi Bisenzio, hinterland di Firenze, fino allo stabilimento dell’ex-Gkn, iniziata il 9 luglio di quattro anni fa, quando il fondo finanziario che aveva comprato la fabbrica decide di dismettere la produzione e così anche la vita di tutti gli operai. Ma il collettivo di fabbrica non ha accettato l’isolamento, la depressione, la vendita e lo svuotamento delle proprie vite e dello stabilimento, e dall’occupazione della fabbrica non si è più fermato. Lottare contro la speculazione finanziaria e immobiliare non è facile, soprattutto quando le istituzioni sono completamente inattive, e quindi complici. Non è bastata la scrittura dal basso di un piano per la reindustrializzazione, l’istituzione di una cooperativa, la raccolta fondi di più un milione di euro, la prospettiva di una fabbrica ecologica e sociale integrata nel territorio, un festival di letteratura working class. Il corteo di sabato 18 era convocato per questo: “non ci lasceremo logorare in silenzio” ha spiegato dal camion Dario Salvetti, portavoce del collettivo di fabbrica. Insieme ai collettivi studenteschi, agli operai del tessile di Prato, ai comitati territoriali, e alle tante persone venute da tutta la Toscana e il centro Italia, perché la mobilitazione “Insorgiamo” rappresenta un’alternativa concreta e dal basso all’economia di guerra. E dopo aver percorso tutto il quartiere di Novoli, prima della conclusione, il corteo ha deviato verso l’aeroporto di Peretola, riuscendo a bloccare le partenze. Perché questa lotta ha bisogno di spazio e una chiara presa di posizione da parte delle istituzioni. Domenica la mobilitazione è continuata con una assemblea in fabbrica dedicata alle Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali. * * * * * * Tutte le immagini sono di Luca Mangiacotti SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress abbiamo attivato una nuova raccolta fondi diretta. Vi chiediamo di donare tramite paypal direttamente sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Collettivo di Fabbrica ex-Gkn: le foto dell’occupazione dell’aeroporto proviene da DINAMOpress.
Gkn: un blocco per sbloccarsi
Un racconto del corteo di sabato: occupato per circa 30 minuti l’aeroporto di Firenze-Peretola, sfondato il cordone delle forze dell’ordine da una folla non prevista. Il popolo di Gkn non è dormiente e non resta passivo ad aspettare.
FIRENZE: IN 10MILA PER LA GKN SFONDANO IL CORDONE DI POLIZIA E OCCUPANO L’AEROPORTO, “NESSUNO FERMA LA RABBIA OPERAIA”
Un corteo numeroso e rumoroso, partito intorno a alle 15.30 dal polo universitario di Novoli, area ex Fiat, ha sfilato per le strade di Firenze a sostegno del progetto operaio della fabbrica di Campi Bisenzio, ex Gkn. Il corteo sotto lo slogan “Il futuro (ir)rompe” chiedeva l’avvio del Consorzio industriale nella fabbrica in Provincia di Firenze. Un consorzio pubblico per  reindustrializzare lo stabilimento in balia di iter politici, pause estive, freni burocratici e stalli elettorali e che attende ancora le nomine. “Siamo stanchi di questo muro di gomma” ripetono dal Collettivo che ha richiamato in piazza migliaia di persone, almeno 10 mila secondo gli organizzatori. Il corteo, a fine giornata, alla periferia nord di Firenze ha deviato il percorso autorizzato occupando l’aeroporto Peretola. Si sono verificate cariche di polizia prima di raggiungere lo scalo toscano e dentro agli ingressi dell’aeroporto. Nonostante il cordone poliziesco, la testa del corteo – composto da lavoratori e lavoratrici – al grido di “nessuno ferma la rabbia operaia” è riuscito a eludere il dispiegamento di agenti e raggiungere l’aeroporto di Firenze, occupandolo.
Riaprire GKN: una rotta per equipaggi di terra
Le piazze oceaniche di queste settimane contro il genocidio e in solidarietà alla Flotilla hanno finalmente innescato un processo di rottura delle politiche di morte, di cui il governo italiano è attivamente complice. Questo processo non può esaurirsi, ma deve anzi permanere e articolarsi con le altre lotte sociali nel nostro Paese, per trarne forza e far dilagare la capacità mobilitativa. È in questa cornice che pensiamo si debba inserire la chiamata del Collettivo di Fabbrica ex-GKN per il corteo del 18 ottobre a Firenze. > L’esperienza della fabbrica socialmente integrata non è solo una lotta per la > dignità del lavoro, ma anche per un’alternativa a un sistema produttivo che > trae profitti dal genocidio. Un punto di rottura di questa filiera di morte, > di cui già i blocchi e gli scioperi generali ci hanno mostrato l’importanza > per il sostegno al popolo palestinese. La speculazione finanziaria e immobiliare, le politiche ecocide, la deindustrializzazione che lascia spazio alla riconversione bellica delle produzioni sono processi legati a doppio filo alla stessa base che sostiene il genocidio. È questa la realtà di stabilimenti come la Beko di Siena, dove Leonardo S.p.A è pronta a intervenire sulla crisi occupazionale al prezzo di una conversione bellica dello stabilimento. Per questo, domandarsi cosa si produce e per chi, trovare un’alternativa a questo presente di morte, è oggi più che mai imporre il primato della vita contro i profitti della guerra. È questa urgenza che il Collettivo di Fabbrica ex-GKN è riuscito a imporre nel discorso pubblico. di Andrea Tedone LO STATO DELLA VERTENZA Quattro anni di vertenza e lotta sociale per la reindustrializzazione non sono bastati a rompere il muro di gomma di padronato e istituzioni. Una vertenza che si vuole far chiudere senza alternative, in quello che potrebbe diventare un ennesimo esempio della speculazione immobiliare e finanziaria. Nel 2021 a Campi Bisenzio sembrava ripetersi una storia paradigmatica di capitalismo all’italiana: l’ex FIAT, diventata azienda committente di semiassi per Stellantis, chiusa col pretesto della transizione ecologica. Un piano del capitale come tanti, che però si è scontrato con l’ostinazione del collettivo operaio a non voler subire il licenziamento e farsi invece protagonista di una vera transizione ecologica, dal basso. Nonostante un piano di reindustrializzazione per la produzione di cargo-bike e pannelli fotovoltaici, scritto col supporto di ricercatorə solidali e l’approvazione di una legge regionale per consorzi industriali, le istituzioni impongono ancora un’attesa logorante. Il consorzio che si è costituito a luglio potrebbe rilevare lo stabilimento e far partire la produzione, ma le tempistiche non sono obbligate e un’ennesima posticipazione sarebbe insostenibile per la reindustrializzazione, le vite degli operai e la lotta in sé. Il timore è che l’urgenza della sua attivazione si disperda nell’agone delle vicine elezioni regionali, dilatando ancora i tempi di attuazione del piano industriale. Per questo la ex-GKN non è mai stata tanto vicina al successo e alla sconfitta nello stesso momento. Il corteo del 18 ottobre, a elezioni regionali ormai alle spalle, esigerà risposte definitive sullo stabilimento e sul consorzio. Serve quindi spingere ancora il Collettivo di Fabbrica oltre l’immobilismo delle istituzioni, perché questa vittoria dà forza al movimento nel suo complesso e una vittoria del movimento dà forza a ogni lotta particolare. PER TUTTO, PER ALTRO, PER QUESTO Il Collettivo ha definito il 18 ottobre come la data del per tutto, per altro, per questo. Ha invertito l’ordine di due anni fa, quando questa particolare vertenza era diventata un punto di ricaduta del movimento, convergendo con varie altre lotte per mettere in discussione il generale (un tutto). Oggi sono il genocidio e il riarmo a imporsi necessariamente come raccordo delle varie lotte particolari (il tutto). Tra i tanti (altri) punti di rottura da aprire, il particolare della ex-GKN è uno di questi. La fabbrica socialmente integrata, con l’accento posto su cosa e come si produce, può essere un modello largamente replicabile e alternativo agli interessi del comparto bellico che permea sempre più settori della società. Come in fabbrica, anche in università è necessario chiedersi che ricerca si conduce, per chi, con quali mezzi: ricercatorə solidali si sono messə a disposizione della vertenza ex-GKN e dei suoi piani industriali, aprendo così lo spazio a un’idea di università come motore di interesse collettivo. E se da un lato l’università diventa sempre più dipendente da finanziamenti di aziende belliche e inquinanti, il conseguente smantellamento della spesa pubblica a favore del riarmo ha già fatto perdere il posto di lavoro a questə stessə ricercatorə e con loro a moltə altrə colleghə. > La lotta ex-Gkn ha permesso inoltre di riprendere parola sulla crisi > eco-climatica da una prospettiva di classe, in una fase in cui questa è > drammaticamente scomparsa dalle rivendicazioni di piazza, nonostante continui > ad aggravarsi, ed è impugnata soltanto pretestuosamente dalla destra fascista > trumpiana in chiave negazionista. Il piano di reindustrializzazione della ex-GKN è un’alternativa alla dipendenza dal combustibile fossile, pretesto e obiettivo dei conflitti, una soluzione alla crisi produttiva e un passo avanti verso la democrazia energetica. Mettere a terra la transizione ecologica, dal basso, è oggi più che mai la nostra comune priorità. Per questo la lotta della ex-GKN è l’occasione di ricomporre sempre più lotte in aderenza al tutto di genocidio e riarmo. Riaprire la fabbrica significa riaprire un orizzonte di possibilità per disertare la guerra oltre il solo piano di movimento e per costruire l’alternativa tramite la transizione ecologica dal basso. La possibilità di vedere altre vertenze simili nei prossimi anni nel nostro Paese non può prescindere del tutto da questa vittoria. Per questo tuttə noi ci dobbiamo assumere la responsabilità del 18 ottobre: della vittoria, così come dell’eventuale sconfitta di questa vertenza. Deve essere la convergenza politica e umana larghissima che in questi anni si è stretta attorno alla fabbrica di sogni a dare la spallata finale all’immobilismo delle istituzioni. Tocca a tuttə noi, il 18 ottobre a Firenze, riaprire la nuova GKN. La copertina è di Andrea Tedone SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Riaprire GKN: una rotta per equipaggi di terra proviene da DINAMOpress.
Le interviste di Frittura mista alias radio fabbrica al festival alta felicità 2025@1
Nella giornata di domenica 28, come redazione di Frittura Mista alias Radio Fabbrica, abbiamo realizzato due approfondimenti all’interno del Festival Alta Felicità 2025, essendo stata Radio Blackout parte integrante di questa edizione del festival. La seconda intervista la abbiamo realizzata in compagnia di Dario Salvetti, del collettivo di fabbrica ex GKN, presente all’assemblea tenutasi venerdì […]
Le interviste di Frittura mista alias radio fabbrica al festival alta felicità 2025@0
Nella giornata di domenica 28, come redazione di Frittura Mista alias Radio Fabbrica, abbiamo realizzato due approfondimenti all’interno del Festival Alta Felicità 2025, essendo stata Radio Blackout parte integrante di questa edizione del festival. La seconda intervista la abbiamo realizzata in compagnia di Dario Salvetti, del collettivo di fabbrica ex GKN, presente all’assemblea tenutasi venerdì […]