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5 ANNI DI OCCUPAZIONE OPERAIA DELLA GKN. SABATO IL CORTEO NOTTURNO, DOMENICA L’ASSEMBLEA “CONVERGERE, SALPARE, INSORGERE”
Campi Bisenzio, Firenze. Qui da 5 anni – 9 luglio 2021 – è attiva l’occupazione dell’ex Gkn da parte di operaie e operai. Un percorso di lotta e convergenza che, nonostante silenzi e ostilità, prosegue e che nel fine settimana ha portato alle porte di Firenze migliaia di persone per partecipare a una lunga serie di iniziative tra musica dal vivo, tendata, corteo notturno e – domenica – l’assemblea dell’azionariato popolare e della rete solidale. Da domenica mattina l’assemblea “Salpare, convergere, insorgere” (in foto), indetta dal Collettivo di fabbrica Ex Gkn. L’assemblea rientra nelle due giornate, ieri e oggi, di iniziative a sostegno della lotta operaia che prosegue da 5 anni, da quando l’azienda aveva annunciato il licenziamento in tronco di 400 dipendenti. Ieri il corteo notturno alla presenza di migliaia di solidali. Nella serata di sabato i concerti di Murubutu & Moon Jazz Band, Assalti Frontali & Kiki, Giorgio Canali & Rossofuoco, Lucio Leoni e il reading di Pierpaolo Capovilla. Su Radio Onda d’Urto ha presentato le iniziative Dario Salvetti, del Collettivo di Fabbrica Ex Gkn di Campi Bisenzio. Ascolta o scarica.
July 12, 2026
Radio Onda d`Urto
Salpiamo e insorgiamo, oltre l’ondata di calore
Per parlare di crisi climatica, pur essendone immersi fino al punto da faticare a riflettere e, talvolta, persino a respirare, è bene partire da alcuni dati. Almeno, per non essere tacciati di “ideologia green”. Record assoluto di temperatura in 135 stazioni in Francia. Ormai 50 mila morti all’anno in Europa per il caldo, 18 mila solo in Italia. Secondo l’OMS, 1.300 solo nell’ultima settimana di giugno. Anomalie di temperatura a terra fino a 12 gradi rispetto alle medie del periodo: l’Europa è il continente che in proporzione si scalderà di più per le ondate di calore, perché è il più urbanizzato e le sue città non sono pensate per disperdere calore né mitigare il microclima. Anche in mare ci sono record. Nel bacino occidentale del Mediterraneo, mare chiuso, predisposto al surriscaldamento, il Copernicus Marine Service ha registrato in questi giorni anomalie fino a oltre 8 gradi – drammatiche per il ricambio verticale delle masse d’acqua e il circolo dei nutrienti marini, con gravissime conseguenze sulla biodiversità e la pesca. Essendo anomalie marine, sono più lente a essere riassorbite. Condizioneranno il seguito dell’estate. Il Green Deal è stato una narrazione momentanea a cavallo della pandemia di COVID-19 che oggi non esiste più nemmeno nel dibattito istituzionale, salvo per i servi in uniforme. Gli utili idioti del grande capitale – alla Le Pen, Vannacci e Meloni, per intenderci – mentre fingono di litigare tra loro (a volte riuscendoci!) parlano di “ideologia green”. Ma solo loro sanno cosa sia e gli opinionisti con cui ballettano nei notiziari la prendono per buona. Nel frattempo, il loro gruppo di ideologi negazionisti continua a gettare fumo negli occhi con operazioni di revisionismo scientifico sui dati climatici. La linea comunicativa è “d’estate ha sempre fatto caldo”, una verità persino banale, che però non dice che il numero delle giornate di caldo estremo in Italia è praticamente raddoppiato in 15 anni e che negli ultimi anni si sono contate in media 58 notti tropicali, un evento raro fino agli anni ’80. La soglia limite dei +1,5 °C, stabilita dall’accordo di Parigi, possiamo ormai considerarla superata. In Europa assistiamo a un aumento di 0,56° ogni decennio e siamo a un riscaldamento incrementato di 2,4° rispetto all’epoca pre-industriale . > La crisi climatica segue il suo corso: non un percorso di “lento > miglioramento” ma di incrementale peggioramento. Il surriscaldamento globale > ha provocato danni per oltre 162 miliardi di euro dal 2021 al 2023. Nel 2025, > gli eventi meteorologici estremi collegati ai cambiamenti climatici hanno > rappresentato l’88% dei danni globali. Le catastrofi naturali nel primo semestre 2025 hanno provocato danni pari a 11,9 miliardi di euro e le stime dicono che i cambiamenti climatici causeranno danni sempre maggiori. Un clima ormai fuori controllo, le cui responsabilità vengono scaricate sui cittadini e le comunità locali da un combinato disposto di politicanti urlanti e media collusi, con tanto green-washing da parte di speculatori e grandi multinazionali. La colpa delle emissioni crescenti, che nemmeno il blocco di Hormuz ha significativamente interrotto, non è dei “paesi in via di sviluppo”, come sostengono i profeti dell’ideologia green a reti unificate: sono l’Europa e soprattutto gli Stati Uniti a dominare il trend, con richieste energetiche enormi soprattutto per i Data Centers che alimentano la cosiddetta Intelligenza Artificiale. Aumenta anche l’uso di fonti rinnovabili, ma questo non va a sostituire le fonti fossili, quanto a sommarsi, in una richiesta energetica complessiva che aumenta e sfonda sempre più velocemente i limiti ecologici planetari. LA GUERRA E IL CLIMA C’è poi un costo climatico che non viene conteggiato nelle stime ufficiali: quello delle guerre. Le loro emissioni non entrano nemmeno nei report annuali sul clima delle Nazioni Unite, per volere dei paesi NATO. Eppure, sappiamo che la sola guerra in Ucraina emette quanto un intero paese altamente industrializzato come il Belgio. La sola produzione dell’industria bellica pesa per il 5,5% sulle emissioni globali, un dato che però non tiene conto delle altre emissioni “indirette” come quelle provocate la distruzione e le ricostruzioni, tanto agognate dai palazzinari dello sterminio, da Trump in giù. Per non parlare dei necessari e caotici spostamenti e approvvigionamenti, laddove possibili per le popolazioni massacrate e stremate. > Dalla guerra e per la guerra, la crisi climatica è usata come strumento di > sterminio. A Gaza oggi sono accessibili solo 6 litri di acqua al giorno > (contro i 140 di utilizzo medio in Europa). Con il caldo torrido, tra le > discariche a cielo aperto e le reti fognarie distrutte proliferano topi e > insetti e si intensifica la crisi sanitaria. E intanto, proliferano i progetti > infrastrutturali fossili, poco a largo delle sue coste. Gaza ha mobilitato milioni di persone perché condensa la violenza cieca di un capitalismo predatorio, coloniale, fossile, genocida, spietato, ma anche la strenua resistenza della vita a questa continua produzione di morte. Una produzione di morte apparentemente impersonale quanto un drone o un’alluvione su un campo profughi, ma moralmente diretta dalla classe dirigente “Epstein”. E noi? In questo presente, asfissiati dalle ondate di calore, impegnati a contestarlo quando il meteo ci dà respiro, a criticarlo collettivamente o finemente… Che cosa facciamo? Foto corteo GKN di Gianmarco Tavolieri ABBIAMO UN PIANO “Abbiamo un piano” da tanto tempo quanto i pappagalli della classe dirigente Epstein hanno contrapposto la transizione climatica all’economia. Ogni volta che abbiamo contestato una grande opera, l’allargamento di un aeroporto, una nuova autostrada, una fabbrica inquinante la controparte si schiera improvvisamente a difesa dei “posti di lavoro”. Oggi la guerra e il riscaldamento globale mettono a rischio la vita umana in maniera diretta ed evidentemente anche interi settori economici. Per economia i vassalli occidentali e i loro eleganti aguzzini che si riempiono la bocca di “ideologia green” intendono finanza, fossile e cemento. Noi, invece, intendiamo la capacità di produrre e riprodurre la vita e la società, fornendo benessere psicofisico a ogni persona, in armonia con i sempre più delicati ecosistemi naturali. > Ce ne sarebbero tutte le possibilità e noi, movimento climatico, “abbiamo un > piano” che ci riconnette alla storia e all’attualità del movimento operaio e > contadino, abbiamo una via di fuga da questo presente mortifero. Un piano per la mobilità pubblica, per la messa in sicurezza del territorio, per la conversione delle industrie inquinanti, per una produzione alimentare ecologica, per un’energia rinnovabile, localizzata e irriducibile all’industria della morte e dell’individualismo che continuano a spacciarci come unica strada di progresso. Si tratta di decine di milioni di ”climate jobs”, lavori climatici, solo in Europa. Da domani, potenzialmente. Ma un piano è forte se alimenta un immaginario concreto e percepibile qui e ora. E dunque: che alternativa siamo in grado di proporre qui e ora a questo scenario di ristrutturazione bellica dell’economia e di successiva distruzione? Dove provare a giocare le nostre leve? Ancora una volta, la fabbrica socialmente integrata ci sembra il punto di ricaduta più concreto davanti ai nostri occhi, in Italia e forse in Europa. Il fatto che l’esperienza della ex-GKN – un progetto di reindustrializzazione davvero ecologica, una comunità che risponde al ricatto occupazionale lanciandosi su produzioni di pannelli fotovoltaici per comunità energetiche e cargo bike, alla guerra e alle alluvioni con la solidarietà – sia stata osteggiata da istituzioni di ogni grado e persino da finanza cooperativa e realtà politiche di ogni risma, è la fotografia di un intero sistema. Un sistema che anche nelle sue versioni ufficiali, tinte di rosso e verde, non vuole veder nascere alternative tangibili, autonome, rinnovabili, comunitarie, dal basso. Allora, anche noi siamo contro “l’ideologia green” quella tecnocratica e costruita da una narrazione mediatica elitista, costruita con e dalle aziende fossili, che si inventa un’opposizione tra “il popolo bue” e i mulini a vento, o i pannelli solari. È curioso che in questi giorni lo stesso governo, dati Terna alla mano, accusi le regioni amministrate dal centro sinistra di essere troppo lente nell’installazione di fonti rinnovabili. Un ribaltamento di senso che però chiarisce che sul fronte energia i piani sono condivisi più trasversalmente di quanto si possa pensare. Siamo per energia rinnovabile prodotta e consumata collettivamente, decisa dalle comunità per le comunità. E soprattutto, siamo perché GW di rinnovabili sostituiscano l’incendio tossico fossile a cui hanno abituato le nostre società, fino a rendere normale e ordinaria la morte di decine di migliaia di persone l’anno solo in Italia. > Nella lotta quotidiana scorgiamo la paura di lasciare spazio a un processo > partecipativo dal basso fuori dalle logiche del profitto, improntato alle > esigenze sociali e di comunità su cui un intero territorio vuole svolgere un > ruolo attivo di autogoverno. Ma è ormai ora di salpare, con il piano e con tutto quello che abbiamo come comunità, come famiglia allargata che lotta testardamente per una società giusta e vivibile in tempi di catastrofi. Oggi si è chiuso l’azionariato popolare (ma potete ancora donare su Insorgiamo.org) e ci ritroviamo di nuovo l’11 luglio alla ex-Gkn, dopo 5 anni. Ancora, per decidere insieme. Ancora, insorgiamo e convergiamo. Ancora, “fino a che ce ne sarà”. La copertina è di Fatih Turan da Pexels Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Salpiamo e insorgiamo, oltre l’ondata di calore proviene da DINAMOpress.
July 3, 2026
DINAMOpress
Il fallimento dello Stato italiano: tre casi sotto gli occhi
I braccianti bruciati vivi; due famiglie sotto i riflettori (e con le istituzioni in tilt); e la vicenda dei morti per inquinamento industriale: Savona, Taranto e la provincia di Alessandria sono le “primatiste”. Riprendiamo due articoli di Umberto Franchi   PRIMO EPISODIO: STRAGE DEI BRACCIANTI. CHI SONO GLI ASSASSINI ?   In galera  ci sono i due caporali esecutori dei
19° Urlo per Gaza, Firenze: le foto
Diciannovesimo “Urlo per Gaza” ieri sera,  animato dai consueti tamburi del  Collettivo di Fabbrica ex Gkn  nel quartiere di Rifredi a Firenze. Un affollatissimo presidio e poi un lungo corteo quello  composto dalla Firenze solidale con la Global Sumud Flotilla  e attiva come equipaggio di terra  che non rinuncia a denunciare le nefandezze dello stato ebraico.  Quello che con un nuovo atto di pirateria, contro ogni  diritto internazionale ha abbordato e sequestrato gli equipaggi  totalmente nonviolenti degli ultimi battelli in missione umanitaria in rotta per Gaza su cui navigavano Dario Salvetti e Antonella Bundu entrambi noti attivisti fiorentini. Un urlo indignato contro l’amministrazione cittadina che ancora non ha mosso un dito per condannare e reclamare la liberazione dei propri concittadini e che ben poco di concreto ha fatto per fermare il genocidio  e gli atti di pulizia etnica a Gaza e nella Palestina occupata. Ormai Israele è al di sopra di ogni legge di convivenza civile  e impunemente  e spudoratamente agisce sapendo che il silenzio del contesto europeo contro il suo operato  è diventato quasi un consenso, una complicità esplicita. Un ordine suprematista, razzista, colonialista che si va affermando sempre più in Occidente e di cui Israele è la punta più avanzata. Foto di Cesare Dagliana urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi urlo per gaza 19° Fi     Redazione Toscana
May 21, 2026
Pressenza
La lotta di classe può essere vincente
Prato: nel più grande distretto tessile d’Europa, un piccolo sindacato di base (Sudd Cobas)  strappa contratti regolari a datori di lavoro internazionali mostrando il lato oscuro del Made in Italy. Il 2 maggio voglio dare conto di una lotta sindacale vincente, benchè durissima: la lotta del Sudd Cobas di Prato. Merita una presentazione tratta dal suo sito e la testimonianza
Ci basta la tripartizione dei poteri?
una riflessione di Enrico Semprini, saltando dall’oggi alla Comune di Parigi… e ritorno. In queste settimane ci siamo concentrati con entusiasmo alla difesa della tripartizione dei poteri sancita dalla Costituzione uscita dalla seconda guerra mondiale. La lotta andava fatta ed era giusto lottare contro un attacco volto a modificare l’ordinamento italiano verso un contesto dittatoriale; in effetti la dittatura si
«Un’azione contro il riarmo» la nuova campagna a sostegno dell’ex-GKN
Abbiamo intervistato Dario Salvetti e Valentina Baronti in merito alla nuova campagna di finanziamento dal basso per il progetto di conversione ecologica della fabbrica ex-GKN. Il progetto viene visto come un’ultima fondamentale opzione che si unisce idealmente ai movimenti e alle lotte che hanno agitato il nostro paese nel 2025. Da qualche settimana è partita la campagna di finanziamento dal basso per GFF, il progetto di riconversione della Fabbrica ex-GKN. Ci puoi raccontare cosa vi ha portato a questa nuova iniziativa di rilancio dopo più di quattro anni di lotta? La reindustrializzazione dal basso della ex-GKN è in gravissimo pericolo. Diremmo quasi sull’orlo dell’abbandono. Nessun piano industriale può stare in piedi all’infinito. Ogni mese il piano si logora o deve essere continuamente rielaborato. Il fallimento della reindustrializzazione dal basso non sarebbe un fatto privato, ma qualcosa che, secondo noi, impatterebbe pesantemente sull’intero movimento. Primo, perché una sconfitta della ex-GKN, dopo un movimento di quattro anni, non potrebbe non avere ripercussioni su qualunque lotta che un domani si ponga il problema di rispondere a licenziamenti o delocalizzazioni. Secondo, perché avanziamo questa ipotesi: il nostro esempio dà fastidio al riarmo; l’idea che dal declino industriale si esca con la fabbrica socialmente integrata e con la riconversione ecologica dà fastidio a chi sostiene che il riarmo sia il viatico per la crescita industriale. Per questo abbiamo dovuto accelerare. Il tempo sta finendo. E ci siamo spinti non solo a chiedere di “investire” diventando azioniste/i popolari, ma anche a donare su produzioni dal basso, un metodo più rapido e diretto. La donazione può essere fatta con qualsiasi cifra, anche se la nostra indicazione simbolica è di donare il valore di un’azione per GFF (ex GKN for Future). È il quinto Natale che passiamo in presidio nella fabbrica chiusa nel 2021. Tutto quello che abbiamo fatto in questi quattro anni, insieme alla comunità solidale che ci ha sostenuto e che ancora lotta a fianco a noi, ha un obiettivo preciso: riaprire la fabbrica, riportare quei 500 posti di lavoro sul territorio. Un compito che non dovrebbe spettare a un collettivo operaio segnato da 15 mesi senza stipendio e oggi all’ottavo mese di disoccupazione, ma che di fatto ci siamo trovati a dover costruire pezzo per pezzo, trovando sempre nuovi strumenti ogni volta che la strategia della nostra controparte cambiava. La reindustrializzazione dal basso è servita a togliere ogni alibi al capitale privato e all’intervento pubblico. Ha prodotto questo paradosso: di solito ti licenziano dicendo che «manca il lavoro». Qui l’arcano è svelato: una fabbrica che licenzia operai che propongono un piano industriale e che viene venduta a soggetti immobiliari evidentemente legati alla stessa proprietà che licenzia. Il capitale privato e quello pubblico vanno inesorabilmente verso la speculazione finanziaria, immobiliare e il riarmo. Sono incapaci o non hanno alcuna volontà di uscire dall’economia fossile. Perfino gli stessi fondi ESG, cosiddetti ecologicamente e socialmente sostenibili, rinculano verso il finanziamento del riarmo. Per questo dobbiamo risalire la corrente e sbattere contro i meccanismi di questa stessa economia. Per questo abbiamo dovuto, ancora una volta, trovare uno strumento nuovo: una campagna di azionariato popolare diffuso, che riesca a coprire i due milioni di euro che avrebbero dovuto mettere questi investitori. L’obiettivo è ambizioso, ma non ci spaventa: del resto, se il 9 luglio del 2021 ci avessero detto che avremmo resistito quattro anni e prodotto un nostro progetto industriale, ci sarebbe sembrata fantascienza. Avete più volte denunciato l’assenza delle istituzioni nel sostegno alla vostra vertenza. Cosa è accaduto all’ipotesi del Consorzio a sostegno della fabbrica promesso dalla Regione Toscana? Il Consorzio di sviluppo industriale della Piana Fiorentina è uno strumento per le tante crisi industriali che interessano l’area in cui si trova la ex-GKN. È nato su nostra proposta, con una legge regionale scritta insieme alle intelligenze solidali, presentata alla Regione, che per mesi l’ha ignorata, portata in discussione grazie alla mobilitazione, alle tendate e allo sciopero della fame, e infine approvata il 23 dicembre scorso, in seguito a un presidio a oltranza sotto l’aula del Consiglio regionale. Questo per chiarire che quella legge e quel Consorzio sono il frutto della lotta, nati per dare una risposta alla chiusura della ex-GKN, come esempio virtuoso di come si può rispondere alla deindustrializzazione. Ebbene, il Consorzio è stato infine costituito prima della pausa per le elezioni regionali, ma è rimasto lettera morta e, cinque mesi dopo la sua nascita non ha ancora fatto neanche un atto ufficiale. Anzi, il Consorzio sembra diventato il modo per fare il delitto perfetto: le istituzioni si muovono, ma così lentamente da non dare fastidio alla speculazione immobiliare e lasciare intanto che il Collettivo di fabbrica muoia. Insomma, per così dire: l’operazione è riuscita ma il paziente è morto. La verità è che il Consorzio rischia di non agire né ora né mai. Perché ha uno strumento che non sappiamo se mai utilizzerà: la dichiarazione di pubblica utilità sulle aree industriali e un piano regolatore di indirizzo pubblico industriale. Ancora una volta, ci viene presentato come tecnico un problema di natura politica. Nella campagna evocate la Global Sumud Flotilla: per quali aspetti dite di voler imitare il loro modello? Sono entrambi esempi di mutualismo conflittuale, di un’azione costruita dal basso che vuole essere una concreta denuncia della scelta scellerata dei nostri governi. Al pari della Flotilla, sappiamo che andremo a sbattere contro il blocco, sappiamo che le nostre navi sono piccolissime in confronto a un’economia europea che ha deciso di abbandonare anche solo la parvenza del Green Deal per correre verso il riarmo e la guerra. Lo sappiamo, ma dobbiamo partire, in qualsiasi condizione perché, dopo quattro anni di rinvii e parole vuote, in un clima di guerra e repressione, l’unico progetto sano su questa fabbrica è il nostro e, insieme ai pannelli fotovoltaici e alle cargo bike, porta con sé un’idea di futuro diverso, che continuiamo a rivendicare, non solo per noi. La Flotilla cosa era? Privata o pubblica? Non era pubblica perché non apparteneva a uno Stato, ma non era privata perché era una forza pubblica dal basso. Non nasce per sostituirsi a quello che dovrebbero fare gli Stati, ma per disvelare quello che non fanno. Questi sono i punti di contatto. Noi non sosteniamo che la transizione ecologica sia possibile senza un intervento pubblico complessivo. Noi disveliamo la sua mancanza. di Luca Mangiacotti La campagna di finanziamento dal basso proseguirà a fianco a quella per l’azionariato popolare. Che differenza c’è tra le due e come scegliere cosa sostenere? Il primo azionariato popolare che abbiamo lanciato ha raccolto manifestazioni di interesse per un milione e mezzo di euro. Si tratta di singoli o di associazioni che hanno scelto di acquistare un numero tale di azioni (da un minimo di 500 euro) da poter far parte dell’assemblea della cooperativa GFF. Questa scelta la stiamo concretizzando attraverso una piattaforma di investimento, alla quale chiediamo a tutti i manifestatori di interesse di versare la quota per cui si erano impegnati. E questo non è solo una raccolta fondi, ma anche uno strumento democratico per partecipare direttamente alle scelte future della cooperativa e dare quindi corpo a quella che abbiamo chiamato la fabbrica socialmente integrata. Parallelamente, però, ci siamo trovati anche a dover accelerare sul resto del finanziamento del progetto. Abbiamo ovviamente altri investitori istituzionali a cui ci stiamo rivolgendo – istituti di credito, fondi – ma cosa succede se ci tengono mesi e mesi a verificare il progetto e si tirano indietro all’ultimo secondo (magari, chissà, anche perché così consigliati da pezzi della politica)? Dobbiamo aumentare il grado di autonomia del nostro progetto. E dobbiamo farlo in fretta. Ogni mese che passa, la disoccupazione disgrega la lotta. Per velocizzare la costituzione dell’azionariato, quindi, abbiamo creato la possibilità di una donazione a un singolo azionista popolare collettivo. Arci nazionale si è messa a disposizione per raccogliere questi contributi e poi valutare di costituire un azionista collettivo di GFF. In un Paese dove il riarmo sembra un precipizio verso cui stiamo lanciandoci senza freni, la vostra campagna si pone come alternativa per una vera transizione ecologica. Cos’altro si può fare oggi in Italia per opporsi alla deriva bellica? Ci pare che la strada sia stata tracciata chiaramente dalle mobilitazioni di questo autunno, quando il movimento ecologista è sceso in piazza insieme ai lavoratori e alle lavoratrici per dire no al genocidio e all’economia che lo sostiene, la stessa economia che chiude le fabbriche, deindustrializza, licenzia, impoverisce la società, taglia il welfare e intanto decide di indebitarsi per la scelta suicida del riarmo e della guerra. È un’unica lotta e la parola d’ordine rimane la stessa che abbiamo lanciato quattro anni fa: convergenza. Il movimento nei porti, o più in generale contro la logistica di guerra, è fondamentale. Così come è fondamentale respingere la repressione e la criminalizzazione del movimento in solidarietà alla Palestina e contro il genocidio. Il nostro caso è un tassello che si aggiunge a tutto questo. Qual è il ricatto che rischia di schiacciare tutte e tutti noi? Se l’economia diventa ogni giorno di più un’economia di guerra, come faccio a produrre un salario per me o ad avere un contratto senza contemporaneamente produrre per l’economia di guerra? Come già detto, l’alternativa non la produce la singola fabbrica. Ma un chiaro esempio di reindustrializzazione alternativa in una fabbrica diventa un esempio concreto e immediato. Potete trovare in questo link tutte le informazioni per partecipare alla campagna La copertina è di Margherita Caprilli SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo «Un’azione contro il riarmo» la nuova campagna a sostegno dell’ex-GKN proviene da DINAMOpress.
January 7, 2026
DINAMOpress
Calenzano: da hub fossile a hub green? La transizione ecologica non parte con Eni
Il deposito Eni di Calenzano era un hub di combustibili fossili tra i più importanti d’Italia: con una capacità di stoccaggio di 160 mila tonnellate, l’impianto accoglieva i prodotti raffinati presso lo stabilimento di Stagno (Livorno) prima dello smistamento in tutto il territorio nazionale ed era classificato ad “alto rischio di incidente rilevante” secondo la direttiva Seveso. Un anno fa, il 9 dicembre 2024, al deposito Eni di Calenzano persero la vita in un’esplosione cinque lavoratori, altri 28 rimasero feriti. Già dopo le prime indagini risultò che l’esplosione avvenne durante un’attività di manutenzione, mentre il carico e scarico delle autobotti andava avanti senza interruzione, contravvenendo alle relative disposizioni di sicurezza che invece prescrivono la non concomitanza delle due attività. Secondo una perizia tecnica, il blocco del carico delle autobotti per un turno della giornata del 9 dicembre avrebbe comportato una perdita di 255mila euro di introiti: è lo 0,005% degli utili netti di Eni del 2024 (5 miliardi di euro), una cifra risibile per un’azienda con questo fatturato, ma che a cinque persone è costata la vita. Non esiste nessun prezzo alla vita umana, eppure la barbarie del capitale quotidianamente lo impone e con quello fa i suoi calcoli. In seguito all’accaduto, Eni commissionò alla ditta appaltatrice dell’impianto la redazione di un documento tecnico: poiché secondo la procura questo avrebbe potuto insabbiare le indagini, occultando o rendendo indisponibili delle prove, venne disposto un incidente probatorio. A distanza di un anno sono 10 gli indagati, di cui sette manager di Eni e due intercettati telefonicamente rispetto al “tenersi puliti” ed “evitarsi rogne” in seguito al dramma del 9 dicembre. L’inchiesta per omicidio plurimo, disastro e lesioni colpose non si è ancora chiusa. Ancora una volta sarà dura avere verità e giustizia per quello che non è degno definire “incidente”, quanto “inaccettabile normalità”, strutturale (e prevedibile) conseguenza di una filiera fossile che è mortifera dall’inizio alla fine: dall’estrazione alla raffinazione allo stoccaggio al consumo. Eni si è impegnata a versare al Comune di Calenzano un risarcimento volontario di 6,5 milioni di euro, «a prescindere dall’esito del procedimento giudiziario». E d’altra parte, Eni e i suoi dirigenti vantano precedenti importanti di assoluzione in processi anche più grossi, come quello per il giacimento OPL245 in Nigeria – solo per citarne uno: il “processo del secolo” (come fu chiamato nel 2020), per l’entità della tangente di cui Eni era accusata e per il danno ambientale, ecologico, umano verificatosi in centro Africa. Casi come OPL245 ci parlano di uno “Stato parallelo” transnazionale, in cui l’agibilità di multinazionali come Eni è totale, con criteri di anticorruzione estremamente discrezionali e lassi e con la possibilità concreta di indirizzare processi politici e giudiziari esteri e italiani. > Non è quindi infondata la preoccupazione che, ancora una volta, anche a > Calenzano, il cane a sei zampe ecocida proverà a tingersi di verde e a > uscirne, non solo impunito in tribunale, ma addirittura benefattore presso > l’opinione pubblica. Infatti, per far dimenticare a un territorio in lutto il “ciavvelEni” (la denuncia tante volte risuonata nelle piazze dell’attivismo climatico del 2019), si è optato per la conversione del deposito di Calenzano a parco fotovoltaico: da hub fossile a hub “green”, con una produzione di energia elettrica di 20 Mwp (Megawatt di picco) risultante dall’installazione di circa 60mila pannelli. Il 5% del valore totale dell’energia prodotta da questo primo impianto verrà ceduto al Comune e un altro impianto di 1 Mwp verrà costruito e gestito a spese di Eni per l’alimentazione di un’area sportiva comunale. Entusiaste le dichiarazioni del sindaco di Calenzano, Carovani «Un balzo decisivo verso un futuro sostenibile sulla strada della decarbonizzazione», e del presidente della Regione, Giani: «Questo accordo rappresenta un esempio concreto e positivo di come la Toscana stia accelerando sulla transizione energetica, trasformando un sito del passato in una risorsa per il futuro». Ma non è solo una questione di numeri, quanto di sostanza politica. Quale sarà la ricaduta occupazionale e di soddisfacimento energetico per il territorio? Che possibilità ci sarà per il pubblico di supervisionare la riconversione del sito e determinare le scelte produttive future? Stiamo facendo veramente un “balzo in avanti”, come sostiene il sindaco di Calenzano, o piuttosto un gattopardiano business as usual spennellato di verde? Perché al netto dell’energia distribuita localmente, Eni continuerà a fare profitti d’oro, anche dai parchi fotovoltaici come quello che sorgerà a Calenzano, ma soprattutto dagli investimenti in combustibili fossili, la cui estrazione e lavorazione è prevista in aumento per il prossimo triennio: altro che transizione alle rinnovabili, il gas rappresenterà ancora il 60% del portafoglio aziendale di quella che rimane una delle oil companies più inquinanti al mondo, con responsabilità climatiche tra le più gravi storicamente e che le hanno valso la causa intentata coraggiosamente da ReCommon e Greenpeace (“La Giusta Causa”). > Anche tralasciando il fatto che il cane a sei zampe rimane una compagnia > fossile e anche volendoci concentrare sulla (minima) porzione non-fossile di > energia nel suo piano triennale, finché la produzione e la distribuzione > resteranno accentrate in mano a big players e soggette a enormi margini di > profitto privato, nessuna democrazia energetica avrà possibilità di > svilupparsi. Similmente nessuna giustizia sociale potrà darsi perpetrando la nostra dipendenza da una multinazionale implicata in disastri ambientali dalla Val d’Agri al Niger, nonché nel genocidio palestinese tramite accordi commerciali con Israele. Infatti, assieme a Dana Petroleum, BP, SOCAR, NewMed, a pochi giorni di distanza dal 7 ottobre 2023, Eni ha acquisito da Israele per alcuni milioni di dollari permessi di esplorazione in Zone Economiche Esclusive palestinesi, in esplicita violazione del diritto internazionale, in connivenza con il colonialismo energetico israeliano e in economico sostegno all’escalation del genocidio. Infine, ma non per importanza, come si fa a non chiedersi da dove verranno i pannelli installati in questo gigantesco hub? La filiera del fotovoltaico è costellata di crimini ambientali ed estrattivismo feroce nel Sud Globale, con cui le materie prime vengono accaparrate a basso costo dal Nord Globale, mentre la caparbietà dell’occidente di difendere gli investimenti delle aziende fossili ha di fatto lasciato alla Cina il monopolio nella produzione di pannelli. E la politica industriale italiana si disinteressa totalmente di questo, non esiste alcuna direttrice se non la conversione industriale bellica. C’è chi si pone in Italia oggi seriamente il problema di una produzione di pannelli fotovoltaici secondo filiera etica, a servizio della transizione ecologica dal basso: sono gli operai della ex-GKN di Campi Bisenzio, licenziati quattro anni e mezzo fa, in assemblea permanente dal 9 luglio 2021, in lotta da allora per difendere uno stabilimento dalla speculazione immobiliare e per tornare a lavoro in maniera dignitosa. > Come si fa a progettare campi fotovoltaici nella piana fiorentina senza > nemmeno considerare la vertenza operaia più lunga della storia di Italia a > letteralmente 2 km in linea d’aria dall’ecomostro di Eni da convertire? Vertenza, quella della ex-GKN, che ha fatto proprio della produzione, installazione e riciclo di pannelli fotovoltaici il core del piano di reindustrializzazione, rivolto a comunità energetiche rinnovabili e solidali su tutto il territorio nazionale e non solo. Questo piano, frutto di tre anni di lavoro, con quattro due diligence tecniche e finanziarie superate, era già pronto a partire nell’ottobre 2024, quando ancora l’esplosione del deposito Eni non era avvenuta. Urge che quelle stesse istituzioni locali e regionali, così solerti a approvare la conversione del deposito incriminato, così zelanti a parole di voler transitare a energie rinnovabili, si scrollino dall’assoluto immobilismo in cui stagnano da mesi e finalmente permettano all’alternativa (quella vera) di esistere con la riapertura di ex-GKN. In quattro anni e mezzo di vertenza, ogni risultato istituzionale è stato ottenuto solo grazie alla lotta e malgrado le istituzioni stesse. La legge regionale per facilitare la costituzione di consorzi industriali pubblici esiste perché è stata scritta da operai e solidali; è arrivata in consiglio regionale solo dopo mobilitazioni, cortei, accampata in Regione, sciopero della fame ed è stata approvata il giorno della vigilia di Natale dello scorso anno a tarda notte dopo ore di ostruzionismo della destra che hanno reso necessario un presidio del Collettivo di Fabbrica e brigata sonora sotto la sede del consiglio. Da allora ci sono voluti sei mesi perché questo consorzio venisse solo costituito (luglio 2025) e da altri sei mesi stiamo aspettando che tale consorzio compia il piccolo semplice gesto per cui è nato: rilevare lo stabilimento di Campi Bisenzio e metterlo a servizio della reindustrializzazione. I rinvii, i silenzi, i tavoli saltati, hanno logorato questa lotta per troppo tempo e per chi ha messo in gioco tutto, di tempo non ce n’è più. La conversione a fotovoltaico del deposito Eni sarebbe, di per sé, una notizia più positiva di altre, ma allo stesso tempo è l’ennesima conferma di quanto la transizione ecologica sia sistematicamente boicottata quando parte dal basso e strumentalizzata dall’alto quando pare un’utile copertura. di Luca Mangiacotti Riaprire una fabbrica, ricreando lavoro utile, buono, sano e giusto, a servizio della transizione ecologica dal basso invece che del riarmo e della guerra è un esempio che il sistema oggi vuole affossare. E allo stesso tempo, noi tuttə non possiamo permetterci di rinunciarvi. La ex-GKN è ancora «un faro di speranza», come ha detto Greta Thunberg, per tutto il movimento ecologista, sociale, operaio, ed è quindi una responsabilità collettiva continuare a sostenere questa lotta per la giustizia climatica e sociale. Ad oggi, dicembre 2025, il Collettivo di Fabbrica lancia una nuova campagna di crowdfunding con l’obbiettivo di raccogliere due milioni di euro: questa è la cifra che improvvisamente questa estate è venuta a mancare con il defilarsi di un finanziatore a “impatto sociale” dal piano industriale. Per reagire al sabotaggio e all’immobilismo, il Collettivo di Fabbrica ha deciso di usare il “metodo flotilla nell’economia”: mettere in mare le navi, grandi e piccole, senza chiedere il permesso e partire, con parte del progetto o con tutto. L’appello è quello di sostenere la campagna, diffonderla il più possibile. Per dare uno “schiaffo al sistema” con un’azione contro il riarmo, per salvare Gff – GKN For Future, la cooperativa nata che da nome anche al piano – per dimostrare che loro sono il nulla e che noi insieme, ancora una volta, possiamo essere tutto. La foto di copertina è tratta dalla pagina FB del Collettivo di Fabbrica Gkn SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Calenzano: da hub fossile a hub green? La transizione ecologica non parte con Eni proviene da DINAMOpress.
December 16, 2025
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Una sana disobbedienza
lunedì 27 ottobre 20.30 assemblea cittadina al Teatro Puccini a Firenze Se volete, denunciateci tutti, perché il nostro è un atto collettivo E non vi permettiamo di sviare dalla domanda: quando riapre la fabbrica? 1. Sabato 10.000 persone sono scese … Leggi tutto L'articolo Una sana disobbedienza sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Una sana disobbedienza: la rabbia operaia e la festa dei sound system per la fabbrica socialmente integrata
Fanno più rumore 1567 giorni di presidio permanente, o i manganelli della celere contro persone disarmate e a volto scoperto? Forse, a pensarci bene, il frastuono più fragoroso è quello prodotto dal silenzio imbarazzato (e imbarazzante) delle istituzioni di fronte … Leggi tutto L'articolo Una sana disobbedienza: la rabbia operaia e la festa dei sound system per la fabbrica socialmente integrata sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.