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Afghanistan, la Notte di Yalda, simbolo di resistenza, speranza e fiducia
Nell’accelerazione delle situazioni tragiche che il mondo sta vivendo in questo periodo, che rende ancon più lontano e dimenticato l’Afghanistan, l’oppressione delle donne e la fame del suo popolo, sono proprio le donne a continuare a resistere nonostante tutto. Non… CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
Che succede in Iran? – di Fariba Adelkhah
Dietro l'intensificarsi delle proteste e la loro repressione si celano dinamiche complesse che intrecciano rivendicazioni popolari, lotte per interessi economici, divisioni interne al governo e incertezze sulle alternative politiche. Pertanto, il rapporto tra Stato e società appare profondamente conflittuale e il futuro del regime altamente incerto. Articolo pubblicato in francese sul sito AOC (Analyse [...]
Mattarella cancella la Resistenza
Abbiamo ascoltato e poi riletto il discorso di fine anno del due volte presidente della Repubblica, per essere sicuri di non aver capito male. Alla fine ci siamo dovuti arrendere: la Resistenza – come parola, patrimonio storico, esperienza collettiva di liberazione, impegno e sacrificio popolare, riscatto di dignità di un […] L'articolo Mattarella cancella la Resistenza su Contropiano.
Lasciare casa per Gaza
SULLA CONSIDERAZIONE FEMMINISTA CHE “TRADIZIONALMENTE GLI UOMINI HANNO LASCIATO CASA PER FARE LA GUERRA; È TEMPO CHE LE DONNE ESCANO DALLA CASA PER COSTRUIRE LA PACE”, È STATO MESSO SU A BRUXELLES UN CAMPO DI DONNE CONTRO IL GENOCIDIO IN PALESTINA. UNA SETTIMANA DI ASSEMBLEE, DIBATTITI, VITA COMUNITARIA E INIZIATIVE IN TRE LINGUE DIVERSE: SPAGNOLO, INGLESE E FRANCESE. PER POTER FARE CIÒ SI È PENSATO INNANZITUTTO A UN ACCAMPAMENTO, CON UNA VENTINA DI TENDE, CHE VISIVAMENTE RAPPRESENTASSE LA SITUAZIONE ABITATIVA DI GAZA RISTRETTA IN UN IMMENSO CAMPO PROFUGHI, PIENO DI TENDE E DI INSEDIAMENTI PRECARI. DUE COSE SONO CERTE: LA QUESTIONE PALESTINESE È ENTRATA FORTEMENTE NEI MOVIMENTI FEMMINISTI. IL PACIFISMO FEMMINISTA HA UN ENORME PATRIMONIO DI PRINCIPI E PRATICHE PER CONTRIBUIRE ALLE POLITICHE DI DISARMO E AL RIPRISTINO DEL DIRITTO Per gentile concessione di Silvia Benacchio Questo articolo fa parte di Voci di pace (a cura di Bruna Bianchi) -------------------------------------------------------------------------------- Dal 10 al 18 ottobre scorso si è tenuta a Bruxelles l’iniziativa Lasciare casa per Gaza, un evento promosso da Wilpf Spagna che ha visto la partecipazione di donne della Wilpf1 e delle Donne in Nero di diverse località spagnole e di altri stati europei. Oltre al campo di pace montato in prossimità del Parlamento europeo, le organizzatrici di Lasciare casa per Gaza hanno promosso una settimana di assemblee, dibattiti e iniziative aperte al pubblico, con l’obiettivo di esortare le istituzioni europee a promuovere interventi umanitari a Gaza e provvedimenti sanzionatori nei confronti di Israele. Le iniziative pubbliche realizzate hanno visto la partecipazione di parlamentari europee/i, giuriste/i, relatrici/relatori speciali Onu, nonché di donne palestinesi e israeliane. Il tutto culminato nella imponente catena umana che il 18 ottobre ha circondato il Parlamento e Place du Luxenburg, intonando slogan e canzoni. Particolarmente apprezzati sono stati gli interventi della ministra spagnola Yolanda Diaz – che ha lanciato l’idea di una conferenza internazionale di pace sulla Palestina per il 2026 – e del relatore speciale Onu Pedro Arrojo, che ha descritto gli effetti della privazione dell’acqua usata da Israele come arma genocidaria. Quando si è svolta l’iniziativa era stato da poco firmato l’accordo di Sharm el Sheikh, e non sono mancate le manifestazioni di criticità sui contenuti del documento, di cui si è ampiamente discusso nelle assemblee. Abbiamo chiesto a Silvia Benacchi (Donne in Nero di Padova), Enrica Lomazzi e Laura Marcheselli (Wilpf Italia) di raccontarci la loro partecipazione a Lasciare casa per Gaza.2 -------------------------------------------------------------------------------- Per gentile concessione di Silvia Benacchio -------------------------------------------------------------------------------- Come si è svolto l’evento? Quali sono state le vostre impressioni sull’atmosfera, gli scambi di idee e di esperienze durante quelle giornate? [SB] Lasciare casa per Gaza è l’iniziativa che si è tenuta dal 10 al 18 ottobre a Bruxelles e a cui ho partecipato, in rappresentanza delle Donne in Nero di Padova. L’evento, che ha visto la numerosa partecipazione di donne appartenenti alla Wilpf e alle Donne in Nero di alcune località spagnole, nonché di alcune rappresentanti delle stesse organizzazioni di altri stati europei, si è articolato in un “campo” di pace settimanale e altre iniziative pubbliche e aperte al pubblico, finalizzate a porre in essere azioni di sollecitazione e di invito alle istituzioni europee affinché assumessero provvedimenti di aiuto umanitario nei confronti della popolazione di Gaza e sanzionatori verso lo stato di Israele. [EL] L’evento è stato organizzato molto bene dalla Wilpf Spagna che ha ottenuto da una chiesa di Bruxelles uno spazio esterno dove sono state montate una trentina di tende da campeggio. L’atmosfera è stata molto positiva, coinvolgente, anche gioiosa malgrado si dovesse parlare di un genocidio perpetuato dal governo israeliano a Gaza. Tutte le partecipanti avevano esperienze militanti sulla Palestina in termini di realizzazione di progetti in loco, organizzazione di manifestazioni nei paesi di provenienza, raccolta fondi, dibattiti sulla questione. [LM] L’evento si è svolto in uno spazio che consisteva in un’area esterna, dove sono state piantate le tende e in un’ampia biblioteca in cui si svolgevano le assemblee e gli incontri con ospiti esterni/e. C’era anche una caffetteria in cui si pranzava e dove si sono svolti diversi momenti conviviali come la cena dell’ultimo sabato, preparata da due ospiti, una palestinese e una israeliana. L’atmosfera, molto cordiale e rilassante, grazie alla bravura delle compagne spagnole, ha consentito un’interazione senza inibizioni: ci si ascoltava reciprocamente con attenzione e rispetto. La maggior parte delle partecipanti erano visibilmente attiviste di lungo corso che lavoravano sul tema della Palestina già da molto prima del 7 ottobre. Quali sono state le ragioni che hanno motivato la scelta di organizzare un campo di pace fuori dal Parlamento Europeo? E quali le specificità della prospettiva femminista emersa da quelle giornate in relazione alla situazione nella Striscia di Gaza? [SB] Sulla considerazione femminista che “tradizionalmente gli uomini hanno lasciato casa per fare la guerra; è tempo che le donne escano dalla casa per costruire la pace”, le donne delle Wilpf e delle Wib3 avevano deciso ancor prima dell’accordo di Sharm el Sheikh di portare all’attenzione dell’Unione europea la situazione della striscia di Gaza richiedendo, in primis, il cessate il fuoco permanente da parte dell’esercito israeliano e una giusta e duratura pace nella terra di Palestina, inoltre il rispetto del diritto internazionale e la fine della complicità nel genocidio, nei crimini e nella violazione dei diritti umani commessi da Israele. Per poter fare ciò si è pensato innanzitutto a un accampamento che visivamente rappresentasse la situazione abitativa della striscia ristretta in un grande campo profughi, pieno di tende e di insediamenti precari: di qui l’allestimento di un accampamento di oltre una ventina di tende dove hanno alloggiato le donne riunite, in prossimità del Parlamento Europeo. [EL] L’evento è stato concepito quando non vi era in prospettiva alcuna possibilità di cessate il fuoco. Quando si è realizzato vi era stato da pochi giorni l’accordo sulla tregua ma comunque si è ritenuto necessario mantenere l’attenzione sulle vicende di Gaza. L’obiettivo era di porre la questione con forza alle istituzioni europee e per questo si sono svolte numerose manifestazioni davanti al Parlamento europeo e alle sedi della UE. Ci siamo anche unite a una manifestazione organizzata da lavoratori della UE che si svolge una volta alla settimana. La pace è il mandato che la Wilpf porta in tutte le istanze, essendo un’associazione di donne nata nel corso della prima guerra mondiale, che si è sempre dichiarata contro tutte le guerre e per il disarmo generale e recentemente in particolare contro il nucleare sia bellico che civile. Gli attacchi di Israele inoltre colpiscono in modo particolare donne e bambini, e la preclusione al cibo è una pratica ignobile che colpisce la popolazione più fragile. [LM] L’atteggiamento pilatesco, anzi palesemente complice dell’Ue e della gran parte dell’Occidente nel genocidio a Gaza, ci ha spinto a chiedere con forza un cambio di rotta da parte delle istituzioni europee. D’altra parte la ragione d’essere di Wilpf è proprio quella di contrastare la guerra e agire per la risoluzione dei conflitti attraverso la mediazione e la diplomazia. Il ruolo delle donne è stato ben delineato nella risoluzione 1325 dell’ONU, intitolata Donne, pace e sicurezza, adottata il 31 ottobre 2000. È stata il primo documento del Consiglio di Sicurezza dell’Onu a riconoscere l’impatto dei conflitti armati sulle donne. La risoluzione chiede: di coinvolgere le donne in modo paritario nella prevenzione dei conflitti, nei processi di pace e nella politica di sicurezza; di proteggere le donne durante e dopo i conflitti in particolare dalla violenza sessualizzata basata sul genere; di tenere conto della prospettiva di genere durante gli interventi umanitari; di formare chi opera nel mantenimento della pace, in particolare per quanto riguarda i diritti e le necessità specifiche delle donne. Molti soggetti hanno sostenuto e preso parte all’iniziativa, di cui purtroppo non si è quasi per nulla parlato in Italia. [SB] Nella settimana trascorsa si sono svolte assemblee pressoché quotidiane, che hanno visto anche la partecipazione di vari parlamentari europei, esperti, giuristi, relatori speciali ONU, nonché di donne palestinesi e israeliane. Infine vi sono state le manifestazioni esterne di sensibilizzazione territoriale davanti al Parlamento, culminate il giorno 18 con una grande catena umana che ha cinto la stessa istituzione e la prospiciente Place du Luxenburg, lanciando slogan e canzoni significative, immancabile la nostra Bella ciao. [EL] È stato nostro compito far circolare l’informazione nei movimenti pro palestinesi e in genere delle organizzazioni contro la guerra come Stop Rearm Europe e altre pacifiste. Naturalmente i media istituzionali si sono ben guardati dal segnalare l’evento. [LM] Non possiamo meravigliarci del fatto che i nostri media, sempre proni di fronte al potere, così come la politica italiana, ormai apertamente autoritaria e antidemocratica, cerchino di oscurare in ogni modo qualunque voce che vada contro la scelta bellicista del nostro paese che punta al riarmo e alla riconversione dell’economia in economia di guerra. Caso mai dobbiamo chiederci perché le voci di sinistra siano così flebili nel nostro paese. Forse perché il peso della propaganda filo-israeliana è molto forte anche all’interno del Partito Democratico. L’iniziativa di Bruxelles si inserisce all’interno di una costante attività di denuncia e mobilitazione della Wilpf su quanto sta accadendo in Palestina. Il campo di pace di ottobre aprirà nuove possibilità di sinergie con altre realtà impegnate nel sostegno al popolo palestinese? [SB] Un’altra cosa che ha fatto apprezzare l’iniziativa è stata la linea e il dialogo comune di tutte le donne presenti, che seppure provenienti da stati, realtà, percorsi e lingue diversi, erano tutte molto unite in comuni “parole d’ordine” e considerazioni condivise: sebbene nelle assemblee e incontri si parlassero normalmente tre lingue diverse – spagnolo, inglese e francese – dove finiva l’intervento di una partecipante iniziava quello dell’altra e tutte hanno concordato sulle stesse conclusioni. Ossia che era più che mai necessario fare unitamente pressione sugli stati di appartenenza affinché si attivassero fattivamente a porre fine al genocidio palestinese, a dare sostegno umanitario e porre fine alla carestia in atto, a sanzionare e interrompere i rapporti con Israele, compreso l’accordo di associazione europeo, sino al completo cessate il fuoco e all’instaurazione di una giusta pace, a dare impulso a una giustizia riparativa, dissuadendo Israele dal proseguire nella sua politica coloniale e di occupazione, in tutti i territori palestinesi. [EL] Ci adoperiamo sempre perché ciò avvenga e partecipiamo a tutti gli eventi che avvengono in Italia anche organizzati da altre realtà. Continuiamo, per quello che è possibile a implementare progetti nella striscia con l’aiuto della Chiesa valdese. [LM] Sicuramente sì. Wilpf partecipa sempre alle iniziative promosse da altre realtà che sui territori sono impegnate nel sostegno della causa palestinese. L’attuale situazione mondiale, il disprezzo per il diritto internazionale e il consenso generalizzato a un’idea di sicurezza armata lasciano presagire scenari foschi per il futuro. Quali sono gli spazi che il movimento pacifista femminista può aprire per proporre una politica di disarmo e ripristino del diritto umanitario? [SB] Di particolare rilievo sono state, a mio parere, alcune partecipazioni che si sono svolte nel corso dell’evento, quali: la visita al Parlamento con l’accoglienza da parte di alcuni parlamentari, per lo più parlamentari spagnole, e la conferenza stampa congiunta che ne è seguita; la visita all’accampamento e la partecipazione all’assemblea delle donne da parte di parlamentari europee e politiche spagnole, peraltro giuriste-avvocate (Estrella Galan, Ana Miranda, Irene Montero, parlamentari; Teresa Ribera, vice presidente esecutiva della commissione europea; Yolanda Diaz, vice presidente e ministra del governo spagnolo), che hanno trattato della situazione attuale di Gaza e di quanto si dovrebbe fare da parte europea per il ripristino della legalità e dei diritti umani del popolo palestinese; la partecipazione e gli interventi dei relatori/relatrici speciali Onu, che si occupano di diritti umani e di crisi idrica e igienico sanitaria nella striscia di Gaza (Francesca Albanese, collegatasi on line e Pedro Arrojo intervenuto in presenza). [EL] Ritengo che iniziative come quella del campo siano molto importanti per mantenere viva l’attenzione su Gaza. Un’altra iniziativa che a mio avviso è stata assai determinante per l’avvio della tregua è stata quella della flottiglia. A questo proposito è stato molto interessante sentire il racconto che una femminista belga ci ha fatto sulla sua esperienza sia durante la navigazione che poi quando è stata fermata insieme ad altri ed altre con modi a dir poco bruschi dai soldati israeliani e incarcerata per alcuni giorni in un carcere nel deserto con pochissimi viveri a disposizione e molto affollamento. Ci ha raccontato della forte reazione delle donne arrestate che sono sempre state unite e non si sono perse d’animo. Dobbiamo anche insistere sulla partecipazione delle donne ai processi di pace, perché il nostro sguardo è senz’altro rivolto all’abbandono delle armi e alla creazione di un mondo senza più guerre. [LM] La domanda è davvero cruciale. Quello che possiamo notare è che la questione palestinese è entrata nell’agenda di altri movimenti femministi, come Nonunadimeno in Italia; inoltre, il protagonismo delle giovani palestinesi della diaspora, all’interno delle associazioni palestinesi, fa pensare che il discorso femminista avrà uno spazio di manovra sempre maggiore nel prossimo futuro. È ancora possibile immaginare una mobilitazione femminista globale in favore della pace al di là dei nazionalismi e del clima generale di paura generato dalla minaccia del ritorno del nucleare, mai come ora così vicina?    [SB] I lavori dell’iniziativa si sono conclusi il 18 ottobre con l’intento di mantenere alta la pressione popolare sui governi e sull’Ue per giungere a una “pace giusta”, accompagnata da un serio piano di ricostruzione e reinserimento dei palestinesi e da una giustizia riparativa che veda Israele e i suoi complici comparire davanti alla Corte Internazionale Penale, per rispondere dei crimini commessi e pagarne le dovute conseguenze personali e patrimoniali. Inoltre le donne presenti si sono lasciate con la promessa di contribuire ad attivare una conferenza internazionale di pace per la Palestina, al fine di far passare il messaggio che la pace per il popolo palestinese deve essere un obbiettivo di tutti i paesi (e non solo di quelli coinvolti nell’accordo di Sharm el Sheikh) perché il destino dei popoli deve vedere la partecipazione di tutti e la presa in carico di tutti. A chiusura dei lavori una lunga catena umana ha racchiuso il Parlamento europeo prima, e Place de Luxemburg poi, in una grande catena femminista che invocava una pace giusta per tutta la Palestina. [EL] Sarebbe bellissimo e credo non irrealizzabile. La Wilpf ha sezioni in quasi tutti i paesi del mondo e potrebbe essere motrice di una tale iniziativa. [LM] Con l’ottimismo della volontà risponderei decisamente di sì. Lo vediamo nelle discussioni anche all’interno di Wilpf Internazionale, dove donne russe e ucraine, azere e armene tengono aperta una disponibilità all’ascolto delle ragioni dell’altra, nonostante la torsione verso la guerra che sta oscurando molte coscienze nell’Europa del nord (Svezia, Finlandia, Paesi Baltici, tanto per citarne alcuni). -------------------------------------------------------------------------------- 1 Women International League for Peace and Freedom. 2 Le interviste sono state condotte fra il 31 ottobre e il 24 novembre 2025. A tutte e tre le intervistate va il nostro ringraziamento per il prezioso contributo e la disponibilità. 3 Women in Black. -------------------------------------------------------------------------------- Foto di WILPF España: -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Lasciare casa per Gaza proviene da Comune-info.
Elsa Meloni Fornero
Il governo Meloni odia le donne e gli operai. Avevano presentato peggioramenti brutali della legge pensionistica più feroce d’Europa. Poi, di fronte alla vergogna che travolgeva Matteo Salvini che aveva fatto tutte le sue campagne elettorali contro la legge Fornero, hanno fatto una parziale marcia indietro. Si tolgono truffe incostituzionali […] L'articolo Elsa Meloni Fornero su Contropiano.
Donne e giovani in pensione sempre più tardi
Nel nostro Paese quasi un lavoratore su tre pur lavorando non riesce a farsi riconoscere un anno pieno di contributi, a causa di contratti brevi, part-time involontari e salari troppo bassi. I lavoratori con retribuzioni inferiori ai 15.000 euro annui rappresentano oltre un terzo del totale dei dipendenti del settore privato (circa 6,1 milioni di persone, pari al 34,6%). Si tratta di lavoratrici e lavoratori che, per livello di reddito e intensità lavorativa, non riescono a raggiungere una piena copertura contributiva annuale, con impatti diretti sul diritto futuro alla pensione. In particolare, le due fasce più basse (fino a 9.999 euro annui) includono oltre 4,1 milioni di lavoratori che non solo non raggiungono la soglia necessaria a una vita lavorativa dignitosa, ma spesso non maturano nemmeno 12 mesi utili ai fini dell’anzianità contributiva, poiché i periodi di lavoro non coprono l’intero anno. Un lavoratore su tre percepisce meno di 15.000 € all’anno e quasi il 60% resta al di sotto della soglia dei 25.000 € annui, evidenziando come una parte significativa del lavoro rischi di non garantire una vita dignitosa né una pensione adeguata. E’ quanto si legge nell’Analisi “L’impatto dell’aumento dei requisiti pensionistici sui redditi bassi” dell’Osservatorio Previdenza della CGIL. E ad essere maggiormente penalizzati sono i giovani e le donne. La condizione retributiva dei giovani rappresenta infatti uno degli elementi più critici del mercato del lavoro italiano. L’ingresso avviene sempre più spesso attraverso contratti brevi, stagionali o con orari ridotti – in larga parte part-time involontario – che comportano fin da subito salari molto bassi e un numero limitato di mesi lavorati nel corso dell’anno. Le retribuzioni medie annue dei giovani fino ai 24 anni risultano particolarmente contenute: i lavoratori fino a 19 anni percepiscono in media 4.374 euro, equivalenti a pochi mesi di lavoro effettivo, mentre nella fascia 20–24 anni si raggiungono 11.882 euro, un importo ancora insufficiente a garantire un anno pieno di contribuzione utile ai fini previdenziali. Si tratta di una condizione di forte vulnerabilità che si manifesta fin dall’inizio della carriera e che rischia di tradursi, nel tempo, in una difficoltà strutturale nel costruire una pensione adeguata e nel maturare i requisiti minimi necessari all’accesso alla pensione stessa. La dimensione di genere rappresenta, inoltre, uno dei principali fattori di vulnerabilità economica nel mercato del lavoro italiano. La disuguaglianza retributiva non è un fenomeno residuale, ma il risultato di condizioni strutturali che incidono sui salari e, di conseguenza, sulla costruzione dei diritti previdenziali nel corso della vita lavorativa. Le lavoratrici sono maggiormente occupate in posizioni a basso valore aggiunto, con contratti più precari, orari ridotti e carriere più discontinue rispetto agli uomini. La diffusione del part-time involontario, che interessa in modo marcato la componente femminile, amplifica queste criticità: meno ore lavorate (o certificate) significano retribuzioni annue più basse, minore intensità contributiva e un rischio elevato di non riuscire a maturare i requisiti per la pensione. “Come rilevato dall’Osservatorio INPS sulle retribuzioni 2024, si legge nel Report della CGIL, le lavoratrici dipendenti del settore privato percepiscono in media 19.833 euro annui, contro i 27.967 euro degli uomini: una differenza di oltre 8.000 euro corrispondente a un gap retributivo di circa –29% a sfavore delle donne. Questa disparità non è spiegabile soltanto dalle diverse qualifiche o inquadramenti professionali: essa è fortemente correlata alla maggior incidenza del part-time, spesso involontario: 49% delle lavoratrici ha avuto almeno un rapporto part-time nell’anno, contro 21% dei lavoratori uomini.” La distribuzione per tipologia di orario rivela poi una forte asimmetria di genere nel mercato del lavoro italiano: le donne rappresentano appena il 32% dei lavoratori a tempo pieno, ma diventano maggioranza assoluta in tutte le forme di part-time, 67% nel part-time orizzontale, 63% nel part-time verticale e 71% nelle modalità miste. Questa concentrazione femminile nel lavoro a orario ridotto non è il riflesso di una scelta libera, ma di un’organizzazione del mercato del lavoro e delle responsabilità di cura ancora fortemente squilibrata. Ne deriva un effetto diretto sui percorsi retributivi e previdenziali: il part-time comporta retribuzioni annue significativamente inferiori e una minor copertura contributiva, che si traduce in carriere più brevi o incomplete. In sostanza, la diversa distribuzione delle opportunità lavorative tra uomini e donne determina una penalizzazione strutturale che agisce oggi sul salario e domani sulla pensione, alimentando un gender pension gap destinato ad ampliarsi con l’avanzare dell’età lavorativa. Infine, la ricerca dell’Osservatorio Previdenza della CGIL mette in evidenza come il meccanismo di adeguamento automatico dei requisiti pensionistici all’aspettativa di vita non sia un elemento neutro. Al contrario, rischia di aggravare la condizione di vulnerabilità previdenziale di milioni di persone che già oggi vivono un pregresso economico e contributivo debole Qui il Report della CGIL su “L’impatto dell’aumento dei requisiti pensionistici sui redditi bassi”: https://files.cgil.it/version/c:NWJmYmEyMGQtOWEwYy00:MGNiNmI1MDItYzhkYi00/Analisi%20Osseravtorio%20PrevidenzaCGIL_L%E2%80%99impatto%20dell%E2%80%99aumento%20dei%20requisiti%20pensionistici%20sui%20redditi%20bassi.pdf. Giovanni Caprio
Il diaconato femminile fa paura alla Chiesa
E ancora una volta arriva una sferzata alle donne nella Chiesa Cattolica: no al diaconato femminile. A novembre 2023 intervistai la teologa Selene Zorzi dopo il no categorico della Chiesa al sacerdozio femminile, che già inaugurava un no ferreo al possibile diaconato delle donne. Affermava Zorzi: “I sinodi prospettano idealmente dialogo, ma di fatto sono tristi consessi dalla maggioranza di uomini maschi, di una certa età, abituati a stare al mondo da privilegiati. Alle poche donne che ci sono, trattate in modo paternalistico, sembra venir concessa libertà di parola, ma in un contesto di minoranza ove ogni parola divergente viene guardata con la tenerezza di ciò che alla fine non potrà mai andare a sconvolgere troppo le linee di fondo di un sistema statico, lento e lutulento. In generale la Chiesa cattolica ha tempi tutti suoi, lunghi, non certo quelli della vita delle persone di questo mondo in rapidacion, e quindi non ci si può aspettare da essa risposte in tempo per le questioni delle nostre vite singole e brevi. Ci arriverà, ma con i suoi tempi. Ma per fortuna la chiesa istituzionale non coincide con la chiesa escatologica.” A quanto pare la Chiesa ha davvero tempi suoi e sempre troppo lunghi. Papa Francesco ha eliminato d’amblais l’impedimentum sexus che grava per diritto canonico sull’esclusione delle donne dall’ordine, solo che l’ha eliminato solo per i ministeri. Ciò però dimostra che non ci vorrebbe poi tanto, solo un po’ di buona volontà. come disse la Zorzi: “L’errore è guardare alla tradizione pensando si tratti di qualcosa di monolitico, presente fin dall’inizio in modo unitario e immodificabile. Invece studiando anche solo un po’ la storia della teologia ci si rende conto che la tradizione è andata avanti proprio perché si è sempre modificata riuscendo ogni volta a superare nuove sfide e così a rinnovarsi.” Don Fabio Corazzina La sintesi della Commissione di Studio sul Diaconato Femminile, composta ovviamente da soli uomini, ha sentenziato pochi giorni fa che il diaconato femminile non sa da fare. Senza pretese teologiche ma con un briciolo di esperienza umana, cristiana e pastorale, Don Fabio Corazzina – ex-coordinatore nazionale di Pax Christi, grande sacerdote impegnato nelle marginalità e sui temi dell’ambiente, dell’accoglienza, della pace, della nonviolenza e del disarmo e grande assertore del protagonismo delle donne nella Chiesa – ha condiviso alcune considerazioni sui suoi social in commento alla decisione della Commissione: 1. le motivazioni storiche, bibliche, patristiche dottrinali, tradizionali citate mi sembrano sussurrate ex post, quasi a giustificare a tutti i costi una posizione già decisa. 2. sostenere nella tesi 3 che: “si può ragionevolmente affermare che il diaconato femminile non è stato inteso come il semplice equivalente femminile del diaconato maschile e non sembra avere rivestito un carattere sacramentale” lo definirei stucchevolmente irragionevole. 3. ma, questa stucchevole irragionevolezza giustifica la tesi 5 che “esclude la possibilità di procedere nella direzione dell’ammissione delle donne al diaconato inteso come grado del sacramento dell’Ordine.” 4. il top è la tesi della terza sessione, stupendamente incomprensibile perchè parla di mascolinità sacramentale: «La mascolinità di Cristo, e quindi la mascolinità di coloro che ricevono l’Ordine, non è accidentale, ma è parte integrante dell’identità sacramentale, preservando l’ordine divino della salvezza in Cristo. Alterare questa realtà non sarebbe un semplice aggiustamento del ministero ma una rottura del significato nuziale della salvezza». E io credevo che sia l’uomo che la donna fossero sacramentalmente immagine di Dio, soprattutto se si amano! 5. dolcetto finale, di speciale interesse, nell’ultima sessione: “è oggi opportuno ampliare l’accesso delle donne ai ministeri istituiti per il servizio della comunità”. Le donne esulteranno e organizzeranno una festina lady-ministeriale. 6. questa sintesi mi mostra una chiesa intimorita dalle donne, dal femminile, per il solo fatto che esiste, e dalla imperdonabile e insopportabile pretesa di partecipare ai ministeri ordinati. Don Corazzina ha aggiunto: “Non è la chiesa che amo e che vivo”. Come dagli torno. Una Chiesa retrograda che è ancora ferma alla gerarchia dei sessi nella struttura di potere della Chiesa. Una Chiesa che considera ancora degno di nota il “duplice principio petrino-mariano”, un concetto antiquato coniato dal teologo Balthasar per definire i ruoli ecclesiali delle donne e degli uomini all’interno della Chiesa. Come ha ben dimostrato la grande teologa Marinella Perroni, ci sono diversi livelli di problematicità di questo topos teologico che inventa e distingue un principio petrino da uno mariano: * il primo problema è che Balthasar conia il concetto con la finalità di integrare il primato di Roma in tutta la Chiesa; * il secondo problema è che questo dualismo si basa su una forma di universalizzazione per la quale tutti i singoli devono identificarsi in quanto maschi con Pietro e in quanto femmine con Maria; * il terzo problema deriva dal fatto che questo dualismo oppositivo si costruisce attorno ad una ideologia dei generi che si alimenta di stereotipi patriarcali facendoli diventare archetipi del maschile e femminile. All’archetipo del femminile vengono applicate caratteristiche quali l’amore, il nascondimento, il focolare, l’accoglienza, lo spirituale; mentre al maschile si applicano caratteristiche di autorità, potere, ministerialità e agire pubblico. Fare di Pietro e Maria dei simboli in base altresì al loro sesso, è una operazione problematica. I due sono concepiti in senso gerarchico e dicotomico e tale narrazione è tesa a mantenere i privilegi maschili perché le forme di esaltazione del femminile (“mistica della femminilità”)servono ad escludere il riconoscimento dell’una autorità pubblica delle donne. Ciò che risulta interessante e problematico allo stesso tempo è che mentre la sessualizzazione femminile, riguardando la chiesa tutta (“la Chiesa è donna!!” – viene ripetuto), può essere applicata sia a uomini che a donne, quella maschile –non si capisce bene perché – riguarda solo gli uomini maschi. Nella Chiesa si reprime sistematicamente il ruolo delle donne e quando lo si vuole esaltare lo si sublima: nulla di più discriminante. Pur nella sua illuminazione su moltissimi temi, Papa Francesco affermava che una donna non può accedere al sacerdozio “perché non le spetta il principio petrino, bensì quello mariano, che è più importante (…) Il fatto dunque che la donna non acceda alla vita ministeriale non è una privazione, perché il suo posto è molto più importante”. Parole che racchiudono clericalismo, patriarcato, potere, ma soprattutto la trappola della sublimazione: le donne – secondo questa logica – non potrebbero accedere ai posti di potere perchè il loro ruolo “è più importante”. Ciò ricorda un po’ il “genio femminile”[1] di cui parlava Papa Giovanni Paolo II nella Mulieris Dignitatem. Ma nulla è più fallace di questa narrazione. Oggi la Chiesa di Leone XIV non sembra dare segnali di evoluzione in tal senso. La verità è che la Chiesa, nel 2025 – mentre una miriade di altre Chiese cristiane ospitano il sacerdozio e il diaconato femminile – ha paura solo di concedere un grammo di potere o di protagonismo alle donne. Fin quando non si farà questo passo, la Chiesa deciderà di escludere più della metà dei sui fedeli da forme di protagonismo e decisione.   [1]Benedetta Selene Zorzi, Al di là del “genio femminile”. Donne e genere nella storia della teologia cristiana, Carocci Editore, marzo 2014 Ulteriori informazioni: https://www.queriniana.it/blog/ritorno-del-principio-mariano-petrino–291 https://www.alzogliocchiversoilcielo.com/2022/12/marinella-perroni-il-duplice-principio.html https://www.cittadellaeditrice.com/munera/von-balthasar-e-la-gerarchia-dei-sessi/ https://www.cittadellaeditrice.com/munera/sulla-formula-principio-marianoprincipio-petrino-m-perroni/ Lorenzo Poli
Donne d’Eritrea al centro del cambiamento
Nei mercati di Asmara e nei villaggi rurali, le donne eritree reggono l’economia familiare tra agricoltura, artigianato e cura domestica. Un progetto di cooperazione internazionale offre formazione e strumenti per trasformare resilienza in autonomia, aprendo nuove opportunità di lavoro dignitoso, inclusione sociale ed empowerment femminile. In Eritrea il lavoro delle donne è molto più di una necessità economica: è un atto quotidiano di resilienza, di costruzione del futuro e di partecipazione silenziosa allo sviluppo del Paese. Nei mercati di Asmara, nei villaggi rurali del Gash Barka e nelle regioni montuose del nord, le donne sono protagoniste della sopravvivenza delle famiglie, combinando la cura dei figli e della casa, con il lavoro nei campi, le attività artigianali di piccolo commercio e l’allevamento di animali. Le testimonianze raccolte restituiscono un quadro complesso: da un lato la fierezza di contribuire al benessere della comunità, dall’altro la consapevolezza delle difficoltà legate alla mancanza di strumenti, di formazione e di accesso a opportunità lavorative, dignitose e stabili. La trasmissione di competenze e l’accesso a percorsi di formazione professionale diventano quindi leve fondamentali per garantire sicurezza alimentare e nuove prospettive occupazionali. Allo stesso tempo, la formazione diventa anche uno strumento di empowerment che rafforza la consapevolezza dei propri diritti e che favorisce una partecipazione più attiva e inclusiva ai processi di cambiamento. Questo concetto diventa ancora più fondamentale per le donne, maggiormente escluse dalle opportunità educative e formative e quindi dal mondo del lavoro, in particolare per coloro che fanno parte del 75% della popolazione del Paese che vive in zone rurali, lontane dalla capitale Asmara. È in questo contesto che si inserisce il progetto di cooperazione internazionale “Miglioramento della sicurezza alimentare e dell’accesso al mercato del lavoro in Eritrea”, promosso da Nexus Emilia Romagna ETS con l’obiettivo di migliorare le condizioni di inclusione socio-economica delle fasce di popolazione più vulnerabili. Attraverso interventi di formazione tecnico-professionale e dotazione di materiali, il progetto intende migliorare la sicurezza alimentare, la consapevolezza e la possibilità di lavoro dignitoso per le persone più vulnerabili e residenti nelle aree rurali del Paese, con un’attenzione particolare a donne, giovani e persone con disabilità. l progetto pone grande enfasi sulla parità di genere e sull’inclusione sociale. La maggioranza dei beneficiari dei corsi di formazione professionale sono donne, in particolare provenienti da piccoli villaggi rurali. Donne con voglia di apprendere e avere alternative per il futuro che non siano solo la cura dei figli e della casa: un desiderio di empowerment economico che va oltre al desiderio di inclusione sociale. Le attività formative pratiche e teoriche sono state pensate per creare prospettive professionali concrete per chi in genere è escluso da tali opportunità. I moduli proposti garantiscono loro l’acquisizione delle competenze necessarie per l’accesso al mondo del lavoro e per raggiungere un’autonomia economica. Una beneficiaria del progetto ha raccontato quanto sia difficile conciliare vita lavorativa e familiare in un contesto che richiede forza, sacrificio e una costante capacità di adattamento. Grazie al corso di formazione in cucina ha trovato lavoro in una mensa dotata di asilo, che le permette di lavorare e contemporaneamente accudire il figlio. Altre beneficiarie, impegnate in attività agricole informali, hanno sottolineato come spesso il loro contributo non venga riconosciuto come “lavoro vero e proprio”, pur rappresentando una parte essenziale del reddito familiare. Una giovane donna, che ha partecipato al corso di formazione in agricoltura, ha trasformato il suo campo in una fonte affidabile di cibo per la sua famiglia e riesce a vendere l’eccedenza al mercato locale; ha raccontato che questo nuovo lavoro le ha permesso non solo di guadagnare un reddito che prima non aveva, ma anche di rivendicare diritti e riconoscimento sociale. Inoltre, la partecipazione al corso le ha permesso di conoscere altre donne, confrontarsi e scambiare idee. Queste testimonianze mettono in luce il cuore della questione: in Eritrea, come in molti altri Paesi del mondo, il lavoro femminile è imprescindibile, ma resta ancora fragile e necessita tutele. Il progetto si inserisce nel percorso intrapreso dall’Eritrea nel 1995 con la ratifica della Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne (CEDAW) che, pur complesso, sta aprendo nuovi spazi di partecipazione femminile. Uno degli attori principali di questo processo, e partner del progetto, è NCEW (National Confederation of Eritrean Workers), l’organizzazione sindacale nata ufficialmente nel 1994, ma con radici che affondano nella lunga storia del movimento operaio eritreo. La parità di genere è uno degli ambiti fondamentali del lavoro sindacale: NCEW promuove momenti di formazione, sensibilizzazione e iniziative volte a prevenire discriminazioni, molestie e violenze. Attraverso corsi, seminari e programmi di empowerment, l’organizzazione fornisce strumenti concreti alle lavoratrici per accedere a differenti opportunità professionali e, quindi, contribuire attivamente alla vita sociale ed economica del Paese. La parità di genere – insieme ad altri temi cruciali, quali lavoro dignitoso, salute e sicurezza sul lavoro – è stata inoltre al centro della campagna di advocacy, promossa nell’ambito del progetto e portata avanti da NCEW, che ha raggiunto un ampio pubblico attraverso incontri e iniziative comunitarie. Una tematica trasversale a tutto il progetto è la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Tutte le attività formative prevedono infatti un modulo di base sugli aspetti principali in materia, tra cui la prevenzione di rischi e infortuni. Il progetto prevede inoltre la realizzazione di un percorso formativo specifico su salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. La formazione è organizzata da esperti dei sindacati italiani ed è rivolta a persone appartenenti a unità sindacali di base; è prevista anche la distribuzione di dispositivi di protezione individuale e di toolkit di diversa natura per poter replicare la formazione a cascata nei luoghi di lavoro. L’attenzione alle questioni di genere, alle disabilità e alla sicurezza nei luoghi di lavoro dimostra come l’iniziativa stia andando oltre l’obiettivo immediato della sicurezza alimentare, ponendo le basi per un cambiamento strutturale, in grado di incidere nel lungo periodo sulle dinamiche del mercato del lavoro in Eritrea. In un Paese complesso come l’Eritrea, dove la memoria della lotta per la libertà si intreccia con le sfide dello sviluppo contemporaneo, il lavoro femminile e giovanile diventa non solo un mezzo di sostentamento, ma anche uno strumento di emancipazione e coesione sociale. E proprio qui, nelle storie delle donne e nella capacità di valorizzarne il contributo, si intravede la speranza di un futuro più giusto, stabile e sostenibile. Medeber, Asmara, Eritrea Lavoro, diritti e inclusione Il progetto “Miglioramento della sicurezza alimentare e dell’accesso al mercato del lavoro in Eritrea” (AID 012848/01/0)intende promuovere lo sviluppo sostenibile attraverso il miglioramento delle condizioni di lavoro e l’integrazione socio-economica di gruppi vulnerabili, con un’attenzione particolare a donne, giovani e persone con disabilità. Finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) – sede di Addis Abeba, è realizzato da Nexus Emilia Romagna ETS con Progetto Sud ETS e ISCOS e il partner locale NCEW, in collaborazione con CGIL, CISL e UIL. Nexus Emilia Romagna ETS Per sostenere Nexus Emilia Romagna ETS Codice Fiscale: 92036270376 Via Marconi 69, 40122 Bologna Tel.: 051 294775 Sito: www.nexusemiliaromagna.org Email: er.nexus@er.cgil.it Iban: IT85 O053 8702 Africa Rivista
CURAMI – PRIMA DI TUTTO LA SALUTE: “QUALI LE CONSEGUENZE SULLA SALUTE DELLA DONNA DELLA VIOLENZA DI GENERE?”
La trasmissione di sabato 29 novembre ospita la dottoressa Antonella Novaglio, Presidente dell’Ordine delle ostetriche di Brescia e la dottoressa Francesca Badiglioni, psicologa presso la Casa delle donne – Centro antiviolenza di Brescia.  Questa puntata è intitolata “25 novembre 2025 – Quali le conseguenze sulla salute della donna della violenza di genere?”. Conduce Donatella Albini.  “Curami. Prima di tutto la salute” è una trasmissione di Radio Onda d’Urto in onda il sabato mattina su Radio Onda d’Urto, dalle 12.00 alle 12.30, di Donatella Albini, medica del centro studi e informazione sulla medicina di genere, già delegata alla sanità del Comune di Brescia, e di Antonino Cimino, medico e referente di Medicina Democratica – Movimento di lotta per la salute – di Brescia. La trasmissione viene replicata il mercoledì alle ore 12.30. La puntata di sabato 29 novembre. Ascolta o scarica
Inaugurato il Centro Donna a Pianura. Ferrante: “Serve un cambio di mentalità per fermare la violenza”
Inaugurato questa mattina il Centro Donna di Pianura, un luogo dedicato all’ascolto, al sostegno e alla tutela delle donne. L’apertura del centro, finanziato dal Comune di Napoli e attivato in collaborazione con le cooperative sociali Xenia e Adesia, rappresenta un passo concreto nella lotta contro la violenza di genere e nella promozione delle pari opportunità. All’inaugurazione è intervenuta l’assessora alle Pari Opportunità Emanuela Ferrante, che ha preso parte anche a un incontro di sensibilizzazione e confronto per sostenere e promuovere la cultura del rispetto. Durante l’incontro sono intervenute Maria Carillo, presidente di Xenia, ed Elena Giorgia Carrucola, di Adesia, che hanno illustrato il ruolo delle realtà sociali nella costruzione di reti di supporto. La coordinatrice del Centro Donna, Luciana Sullo, ha presentato il progetto e le attività già avviate, mentre la psicologa Francesca Diffidenti ha condiviso riflessioni sulle esperienze raccolte nei gruppi di ascolto. Momento centrale è stata la proiezione del video con le testimonianze delle donne che hanno scelto di raccontare la loro storia, segno di coraggio e speranza. “È un luogo di incontro accogliente e aperto, a cui tutte le donne possono accedere per trascorrere momenti di serenità e di svago – ha sottolineato l’assessora alle Pari Opportunità Emanuela Ferrante – c’è la possibilità di fare sport, tenere colloqui con avvocati e psicologi, ma soprattutto le donne possono venire qui per dedicarsi del tempo, stare insieme e conoscersi. È molto importante per questa Amministrazione – ha concluso Ferrante – perché significa iniziare a cambiare cultura e mentalità e fare un piccolo passo verso quella rivoluzione culturale ancora necessaria per eliminare completamente il fenomeno della violenza sulle donne”. Redazione Napoli