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A Diyarbakır si è discusso di economia femminista
Semiha Arı ha affermato che la Turchia è un “paese di lavoratori poveri”, richiamando l’attenzione sul basso tasso di occupazione femminile. Nell’ambito del “Workshop sull’economia democratica e l’organizzazione economica”, organizzato dal Partito delle regioni democratiche (DBP) presso il Centro congressi ÇandAmed, si è tenuto un seminario dal titolo “Una prospettiva economica orientata alla liberazione delle donne”. Il seminario ha messo in luce le politiche di espansione basate sulla concorrenza proprie della modernità capitalista e ha sottolineato che le imposizioni lavorative basate sul genere possono essere superate attraverso una prospettiva di liberazione femminile. Secondo quanto riportato da MA, Dilek Başalan, intervenendo al dibattito ha affermato che l’organizzazione economica delle donne dovrebbe essere considerata congiuntamente al processo di liberazione, sottolineando che una grande percentuale di donne lavora senza alcuna forma di tutela sociale e che le forme di lavoro invisibile sono diffuse. Dilek ha dichiarato che il sistema capitalistico impone la concorrenza e che la soluzione risiede nell’organizzazione collettiva delle donne piuttosto che nel guadagno individuale. Semiha Arı ha affermato che la Turchia è un “paese di lavoratori poveri”, richiamando l’attenzione sul basso tasso di occupazione femminile. Nadire Karakoyun Çapuk ha sottolineato che la povertà femminile è un problema strutturale, che il lavoro di cura dovrebbe essere considerato una responsabilità pubblica e che le amministrazioni locali dovrebbero assumere un ruolo più attivo in tal senso. Il workshop prosegue con delle tavole rotonde. L'articolo A Diyarbakır si è discusso di economia femminista proviene da Retekurdistan.it.
July 5, 2026
Retekurdistan.it
Ayşe Gökkan: La solidarietà è la nostra più grande forza
 Il TJA ha pubblicato un messaggio della sua ex portavoce, Ayşe Gökkan, che si trova nel carcere femminile di Sincan. Ayşe Gökkan, ex portavoce del Movimento delle donne libere (TJA), condannata dallo Stato turco a 19 anni e 6 mesi di carcere, ha dichiarato in un messaggio pubblicato alla sua organizzazione: “Con la speranza alimentata dalla solidarietà, continueremo a stare fianco a fianco con chiunque lotti per i diritti e la libertà”. Ayşe è detenuta nel carcere femminile di Sincan. Nel suo messaggio ha dichiarato: “Nel processo a mio carico per appartenenza a un’organizzazione, il tribunale mi ha condannata a un totale di 19 anni e 6 mesi di reclusione e ha disposto la continuazione della mia detenzione a seguito della sentenza.” Questa decisione non ha scosso la nostra fiducia nella legittimità della lotta che portiamo avanti da anni nel campo dei diritti delle donne e dei diritti umani. Al contrario ha ulteriormente rafforzato la nostra determinazione nella ricerca della verità, della giustizia e della libertà. Dalla prima udienza al verdetto finale, ringrazio sinceramente tutte le organizzazioni femminili, le organizzazioni democratiche di massa, i difensori dei diritti umani, gli avvocati, le organizzazioni internazionali per i diritti umani, i rappresentanti dei partiti politici, i membri della stampa e chiunque abbia una coscienza che ha seguito da vicino il processo e ha mostrato la propria solidarietà in aula, fuori dal tribunale e ovunque si trovasse. Il messaggio prosegue: “Questa forte solidarietà non è stata solo un sostegno per me; è stata anche una significativa espressione di appoggio alla lotta delle donne per l’uguaglianza e la libertà, per i diritti umani e per la richiesta di giustizia. Ogni atto di sostegno, ogni messaggio inviato e ogni voce alzata durante questo processo ha dimostrato ancora una volta che non siamo sole.” Sappiamo che la lotta delle donne per la libertà, l’uguaglianza e una vita dignitosa non è un crimine. Con la speranza rafforzata dalla solidarietà, continueremo a stare fianco a fianco con chiunque continui a lottare per i diritti e la libertà. Ringrazio di cuore tutti coloro che ci sono stati vicini, hanno dato voce alle nostre istanze e hanno rafforzato la speranza. La solidarietà è la nostra più grande forza. L'articolo Ayşe Gökkan: La solidarietà è la nostra più grande forza proviene da Retekurdistan.it.
July 5, 2026
Retekurdistan.it
Afghanistan: denunciamo detenzione di una operatrice sanitaria e crescenti restrizioni nei confronti delle donne
In Afghanistan un’operatrice sanitaria di Medici Senza Frontiere (MSF) è stata fermata dai rappresentanti del ministero per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio (PVPV) mentre si recava, accompagnata dal marito, all’ospedale regionale di Herat, dove lavora nel reparto pediatrico supportato da MSF. È stata accusata di non aver rispettato il codice di abbigliamento imposto alle donne nel paese, è stata trattenuta per 2 giorni e, infine, rilasciata l’8 giugno dopo aver dovuto firmare – insieme al marito e ad altri membri della famiglia – un impegno scritto a indossare in futuro l’abbigliamento specifico imposto dal PVPV. MSF è indignata per l’arresto e la detenzione di una propria dipendente nell’ambito dell’applicazione delle norme sul codice di abbigliamento in vigore nella città. Questo episodio non è un caso isolato. Le donne in Afghanistan devono affrontare restrizioni molto severe alla libertà di movimento e all’accesso alla vita pubblica, che hanno conseguenze dirette sull’accesso alle cure e sulla fornitura di servizi sanitari in tutto il paese. MSF è a conoscenza delle segnalazioni secondo cui, nell’ultima settimana, un gran numero di donne è stato arrestato dai rappresentanti del PVPV a Herat. Il 9 giugno, una manifestazione contro le restrizioni imposte alle donne è stata dispersa con violenza dalla polizia, che ha fatto uso di armi da fuoco, bastoni e fruste, causando diversi feriti e nuovi arresti. Dal 2021, le donne in Afghanistan sono state sempre più escluse dalla vita pubblica. A loro è vietato l’accesso all’istruzione secondaria e superiore, è precluso l’accesso a molti ruoli nel settore pubblico e umanitario, hanno un accesso limitato all’assistenza sanitaria e sono escluse dagli spazi pubblici. Altre misure rivolte alle donne, come l’obbligo di indossare il burqa e di essere accompagnate da un mahram (accompagnatore maschile) quando escono di casa, compromettono ulteriormente l’accesso ai servizi medici essenziali e ostacolano la capacità delle operatrici sanitarie di fornire assistenza. Queste restrizioni colpiscono in modo sproporzionato le donne e i bambini, che spesso si affidano al personale medico femminile per ricevere cure in modo sicuro e nel rispetto della cultura locale. Il personale femminile rimane fondamentale per il lavoro di MSF in Afghanistan. MSF gestisce attualmente 7 progetti in 7 province, fornendo assistenza ostetrica, pediatrica, traumatologica e per la cura della tubercolosi. Le donne costituiscono il 45% del personale infermieristico che lavora per MSF nel paese; nei progetti incentrati sulla maternità rappresentano più della metà della forza lavoro e sono essenziali per fornire assistenza in spazi clinici riservati alle donne. Medecins sans Frontieres
June 12, 2026
Pressenza
Agenda 1325 in Medio Oriente: dopo 25 anni la sfida è decidere
A venticinque anni dall’adozione della Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il documento che per la prima volta ha riconosciuto il ruolo fondamentale delle donne nella prevenzione dei conflitti, nei processi di pace e nella ricostruzione postbellica, una domanda attraversa il Medio Oriente con particolare urgenza: quanto di quell’impegno si è realmente tradotto in cambiamento? È stata questa la questione di fondo emersa durante il convegno regionale Women Engendering Peace – Reflections on WPS 25+, svoltosi online l’11 giugno e dedicato a una riflessione collettiva sul futuro dell’Agenda Donne, Pace e Sicurezza (Women, Peace and Security – WPS) nei Paesi della regione araba. L’incontro ha riunito donne costruttrici di pace, organizzazioni della società civile, ricercatrici, rappresentanti istituzionali e organismi internazionali provenienti da Libano, Iraq, Siria e Libia. L’iniziativa si inserisce nel progetto Women Engendering Peace: Strengthening the 1325 Agenda to Promote Women’s Protection and Participation in Iraq, Lebanon, Syria and Libya, coordinato da Un Ponte Per e sostenuto dalla Direzione Generale per gli Affari Politici e di Sicurezza del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale italiano. A dare il benvenuto ai partecipanti sono state Shirine Jurdi, facilitatrice di WILPF Libano, la segretaria generale della Women’s International League for Peace and Freedom (WILPF) Amrita Kapur, rappresentanti regionali di UN Women e Rosella Bonarrigo di Un Ponte Per. Nel corso dell’incontro è stato inoltre presentato il Manifesto WPS+25, elaborato da organizzazioni femminili della regione. L’aspetto forse più significativo del convegno riguarda il contesto stesso in cui si è svolto. L’evento avrebbe dovuto rappresentare il momento conclusivo di un percorso pluriennale e tenersi in presenza a Beirut. L’aggravarsi dei conflitti e dell’instabilità nella regione ha però costretto le organizzatrici a rinviarlo e a ripensarne la forma. Questa circostanza, lungi dall’essere un semplice dettaglio organizzativo, è diventata parte integrante della riflessione politica proposta dall’incontro. Negli ultimi anni, infatti, le popolazioni di Libano, Siria, Iraq e Libia hanno dovuto affrontare nuove ondate di violenza, sfollamenti, crisi economiche e crescenti emergenze umanitarie. Eppure, come hanno ricordato più volte le relatrici, proprio in questi contesti le donne continuano a svolgere un ruolo essenziale nella tenuta sociale delle comunità, nell’assistenza alle persone vulnerabili, nella mediazione locale e nella costruzione di spazi di dialogo. Da qui la convinzione condivisa che l’Agenda Donne, Pace e Sicurezza non sia soltanto un quadro normativo internazionale, ma una realtà vissuta quotidianamente da migliaia di donne che operano nei territori attraversati dai conflitti. La prima presentazione nazionale è stata dedicata al Libano. Chada Kassab ha illustrato i risultati del rapporto nazionale, concentrato sulla partecipazione politica femminile. Il dato che sintetizza meglio la situazione è la presenza di sole otto donne nel Parlamento libanese composto da 128 membri. Secondo il rapporto, le principali barriere all’accesso delle donne alla politica sono di natura economica, istituzionale e culturale. Le campagne elettorali richiedono risorse spesso non disponibili alle candidate; i partiti continuano a privilegiare figure maschili; il sistema politico confessionale e clientelare favorisce reti di potere tradizionalmente controllate dagli uomini. A ciò si aggiunge l’assenza di quote obbligatorie di genere e la mancanza di riforme legislative capaci di riequilibrare la rappresentanza.Particolarmente allarmante è il fenomeno della violenza politica contro le donne. Le attiviste e le candidate subiscono campagne diffamatorie, molestie, intimidazioni e attacchi online sempre più sofisticati, compreso l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per manipolare immagini e screditare figure pubbliche femminili. Il quadro è stato ulteriormente aggravato dall’escalation del conflitto nel sud del Paese. Fadi Abi Allam del Movimento per la Pace Permanente ha descritto una situazione segnata da oltre un milione di sfollati, dalla distruzione di decine di villaggi e da una crescente pressione sulle strutture di accoglienza. Le donne e le ragazze rappresentano oltre la metà delle persone costrette a lasciare le proprie case. Nei rifugi temporanei affrontano condizioni di sovraffollamento, carenze igieniche e rischi crescenti di violenza di genere. Le donne incinte incontrano inoltre gravi difficoltà nell’accesso alle cure prenatali e ai servizi sanitari, mentre la perdita di attività economiche, soprattutto nei settori agricoli e nelle cooperative femminili, ha colpito migliaia di famiglie. Eppure, ha osservato Abi Allam, sono proprio le donne a sostenere gran parte della risposta sociale all’emergenza. Pur restando escluse dai principali tavoli decisionali, guidano iniziative di assistenza, organizzano reti di solidarietà e garantiscono la sopravvivenza quotidiana delle comunità colpite dalla guerra. Se in Libano il tema dominante è l’impatto della guerra, in Iraq il dibattito si è concentrato sulle recenti trasformazioni legislative. Ghazala Jango e le rappresentanti della Iraqi Women’s Network hanno illustrato le conseguenze della riforma della Legge sullo Statuto Personale n. 188 del 1959, considerata per lungo tempo una delle normative familiari più avanzate della regione. Le organizzazioni femminili presenti al convegno hanno espresso forte preoccupazione per modifiche che, a loro avviso, rischiano di aumentare la frammentazione giuridica e di ridurre alcune tutele fondamentali per le donne. Tra i temi più discussi figurano il rischio di matrimoni precoci, le disparità nelle procedure di divorzio, la riduzione delle garanzie in materia di affidamento dei figli e possibili limitazioni dei diritti ereditari. Particolarmente significativa è stata la critica al concetto di “libera scelta” utilizzato dai sostenitori della riforma. Secondo le organizzazioni femminili, parlare di libertà di scelta giuridica in una società dove molte donne non dispongono ancora di piena autonomia nelle decisioni familiari rischia di essere un argomento puramente teorico. Da questo confronto è emersa una riflessione che attraversa oggi molti movimenti femminili della regione: la battaglia non riguarda soltanto l’acquisizione di nuovi diritti, ma sempre più spesso la difesa di conquiste che sembravano ormai consolidate. Il caso siriano è apparso diverso dagli altri. Le organizzazioni presenti hanno descritto l’attuale fase politica come una finestra di opportunità ma anche come un momento estremamente fragile. Dopo anni di guerra, la questione centrale non riguarda soltanto la protezione delle donne, ma il loro ruolo nella definizione del futuro assetto politico del Paese. Le richieste avanzate sono chiare: almeno il 35% di rappresentanza femminile nelle istituzioni pubbliche, nei futuri organismi governativi, nei processi costituzionali e nei negoziati politici. Le attiviste insistono inoltre sulla necessità di una costituzione democratica fondata sull’uguaglianza dei diritti e sulla rimozione delle norme discriminatorie. Un tema ricorrente è stato quello della partecipazione simbolica. Secondo numerose relatrici, le donne vengono spesso invitate ai tavoli di dialogo come segno di inclusione, ma senza una reale possibilità di incidere sulle decisioni. La richiesta avanzata dalle organizzazioni siriane è quindi quella di passare dalla consultazione alla co-governance. Non si tratta di essere coinvolte dopo la ricostruzione del Paese, ma di contribuire fin da ora alla definizione della nuova Siria. La situazione descritta dalle organizzazioni libiche evidenzia una diversa contraddizione. Pur esistendo strumenti internazionali, piani nazionali e programmi di sostegno, molte attiviste continuano a operare in un contesto caratterizzato da forte insicurezza e frammentazione istituzionale. Le partecipanti hanno denunciato minacce, intimidazioni, campagne diffamatorie e restrizioni alla libertà di associazione. Molte hanno sottolineato come i meccanismi di protezione promossi dalla comunità internazionale non riescano spesso a tradursi in una sicurezza concreta per chi lavora quotidianamente sul terreno. Accanto alle criticità, sono state tuttavia presentate anche esperienze innovative, tra cui la significativa presenza femminile nel Comitato di Dialogo Strutturato e la redazione della prima Carta delle Donne Libiche per la Pace, considerata da molte partecipanti un esempio importante di elaborazione politica autonoma da parte delle donne. Se c’è una conclusione che accomuna le esperienze di Libano, Iraq, Siria e Libia, è la constatazione che il problema oggi non è più l’assenza delle donne. Le donne sono presenti nelle organizzazioni della società civile, nelle reti umanitarie, nei processi di mediazione locale e nelle iniziative di ricostruzione. Partecipano ai dibattiti pubblici e contribuiscono alla gestione delle crisi. Tuttavia continuano ad avere un’influenza limitata sulle decisioni fondamentali riguardanti la guerra e la pace, la sicurezza, le riforme istituzionali, i bilanci pubblici e i processi di ricostruzione. Per questo motivo, venticinque anni dopo la Risoluzione 1325, il dibattito sembra essere entrato in una nuova fase. Nel 2000 la richiesta era semplice: includere le donne. Nel 2025 la domanda è diventata più radicale: le istituzioni sono disposte a condividere realmente il potere? Tiziana Volta
June 12, 2026
Pressenza
Una gradinata di Orgosolo si tinge dei colori della Palestina
Riprendiamo dalla pagina Facebook Le poesiole di Monica Messa questa notizia di arte popolare e solidarietà. Le autrici del murale sono tutte donne del paese che si sono messe in ginocchio sulla pietra di piazza Gramsci, curvate a impastare i colori di Gaza come un bucato pesante. Lina Sanna ha segnato il passo, le altre ci hanno messo il respiro. Non solo bandiera, ma lo sfreghio di una ferita che ne chiama un’altra, il silenzio della Barbagia che riconosce il gemito di una madre dall’altra parte del mare. Una vicinanza di pance e di terra, senza parole grandi. Solo un po’ di vernice per dire: vi guardiamo. Redazione Italia
June 5, 2026
Pressenza
Spunti didattici: primaria “G. Stancati” di Rende (CS) realizza Jina, cortometraggio su Maysoon Majidi e Jina Mahsa Amini
> Aggiornamento: la scorsa settimana il cortometraggio è stato finalista al > concorso nazionale di CinemAmbiente Junior al Museo Nazionale del Cinema di > Torino. Clicca qui per l’articolo. Alla primaria “Giuseppe Stancati” di Rende (Cosenza), le insegnanti Serena Criscuolo, Giulia Falcone e Alessandra Lanzillotti, partendo da un racconto illustrato ispirato alla vita di Maysoon Majidi e Jina Mahsa Amini, hanno accompagnato le loro classi nella realizzazione del cortometraggio Jina, una fiaba che attraversa il Mediterraneo e che racconta l’incontro spirituale tra due giovani curdo-iraniane. La narrazione affronta temi come il viaggio, l’oppressione, la solitudine ma anche la fiducia e la solidarietà. È pensata per parlare a tutti, anche ai più piccoli, per ricordare l’importanza di credere in sé stessi e nella giustizia e non stancarsi mai di difendere i diritti inviolabili. Il cortometraggio è l’opera di due classi seconde e il percorso è parte di un progetto più ampio che include un albo illustrato gigante (50/times 70 cm) disegnato (inchiostro di china e 14 tavole ad acquerello) da Serena Criscuolo e Pietro Barone e realizzato presso la “Stamperia artigiana senza pressa” di Cosenza. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, pubblichiamo con entusiamo il cortometraggio e i materiali ricevuti affinché possano essere spunti su più livelli per chi ci legge. Vediamo infatti in questo progetto un esempio di manifestazione artistica dell’essere insegnante. E non solo per via della settima arte, ma per la capacità e l’emozione con cui esperienze di migrazione, patriarcato e violazione dei diritti umani sono state intrecciate e rese fruibili (e vincibili!) per bambine e bambini di 8 anni. Dopo il video, potete scaricare la descrizione dell’unità didattica. Ringraziando le colleghe per questa meraviglia, auspichiamo presto di ricevere altre “segnalazioni” così. Perché quando ci affermiamo con una didattica alternativa e creatrice di pace, ci troviamo a contrastare la militarizzazione in un modo “indiretto” ma altrettanto efficace… Se non di più. Buona visione. Descrizione dell’unità didattica: Jina.dal.racconto.al.cortometraggioDownload Fotografia del librone illustrato: Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: MAKE A ONE-TIME DONATION Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Donate -------------------------------------------------------------------------------- MAKE A MONTHLY DONATION Your contribution is appreciated. Donate monthly -------------------------------------------------------------------------------- MAKE A YEARLY DONATION Your contribution is appreciated. Donate yearly
Le grandi potenze esibiscono il loro potere patriarcale
> Recentemente Donald Trump ha fatto visita a Xi Jinping. Alle donne non è stato > permesso partecipare ai negoziati tra le grandi potenze. La foto di un vertice al quale hanno partecipato solo uomini ha suscitato malumore negli Stati Uniti. Le voci critiche femminili vi hanno visto un segnale per capire chi ha voce in capitolo nella politica delle grandi potenze, e chi no. «LA FINE DELLA SOCIETÀ MERITOCRATICA» Gita Gopinath, docente di economia all’Università di Harvard, ha scritto su X: «Un simbolo della fine della società meritocratica: un incontro tra le due piú grandi economie mondiali e nessuna donna al tavolo». In entrambi i paesi ci sono donne altamente qualificate, ma rimangono escluse. A quanto pare, ciò che conta non sono le qualifiche, ma le relazioni, ha detto Gopinath al «Guardian»: «È incredibile che alla fine ci sia un tavolo occupato solo da uomini, nonostante ci siano nel mondo così tante donne qualificate». «LE OPINIONI DELLE DONNE NON CONTANO NULLA» Halima Kazem, storica presso la Stanford University, ha parlato di un’involuzione. «In passato, ai vertici tra Stati Uniti e Cina dell’era Obama c’erano donne al tavolo delle trattative. Oggi nessuna delle grandi potenze ritiene che le donne debbano far parte delle delegazioni che negoziano la politica globale. Non si tratta solo di un fallimento americano. La Cina e gli Stati Uniti trasmettono così il segnale che le voci delle donne non contano nulla nella definizione dell’ordine mondiale.» MESSA IN SCENA DELL’AUTORITÀ MASCHILE Non c’è carenza di donne qualificate, afferma Kazem. «Si tratta di una decisione consapevole sul tipo di autorità che si vuole mettere in scena: maschile, militarizzata ed esclusiva.» Il fatto che entrambe le grandi potenze si presentino senza donne influenza anche l’idea di cosa sia la diplomazia «seria» – e chi ne sia escluso. INCONTRI PRECEDENTI CON DONNE Tra le donne di alto rango che hanno partecipato agli incontri bilaterali sotto la presidenza di Barack Obama figuravano l’allora vice primo ministro cinese Liu Yandong, la consigliera per la sicurezza nazionale statunitense Susan Rice e la segretaria di Stato americana Hillary Clinton. All’ incontro piú recente, nella delegazione statunitense erano presenti tra gli imprenditori solo un paio di donne, tra cui la nuora di Trump, Lara Trump, la direttrice di Citigroup Jane Fraser e la presidente di Meta Dina Powell McCormick. NEGOZIATI DI PACE SENZA DONNE Anche dai negoziati di pace ormai le donne sono in gran parte assenti. Eppure è scientificamente provato da tempo che gli accordi di pace durano più a lungo quando alle trattative hanno partecipato delle donne. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI ANNA SETTE INFOsperber
June 2, 2026
Pressenza
Al Centro Malaguzzi di Reggio Emilia: esercito israeliano, principessa del Galles e parmigiano
PARTE 1. LA REGGIO CHILDREN INTERNATIONAL NETWORK E L’ESERCITO ISRAELIANO La segnalazione all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università relativa a diversi post pubblicati sulla sua pagina Facebook dall’antropologo e attivista Cosimo Pederzoli, ci porta a Reggio Emilia. Il problema, oggetto dell’invio, me lo spiega Pederzoli stesso, in risposta a una e-mail in cui gli chiedo approfondimenti. Riporto le sue parole: > «In sintesi la questione è la seguente: quali rapporti ha ReggioChildren Srl > con istituti e insegnanti pro-Israele? In che modo vengono organizzate queste > relazioni? Ovviamente, il giudizio non è rivolto a scuole ebraiche in quanto > tali ma al coinvolgimento in attività di supporto all’esercito. Il mio focus è > stato diretto, negli ultimi due anni, verso il network “Narea”, ossia il North > American Reggio Emilia Alliance. > La rete delle scuole, ma anche di organizzazioni più ampie, che si ispira al > Reggio Approach e che si forma a Reggio Emilia, ospiti al Centro > Internazionale Loris Malaguzzi, sotto forma di “Study Groups”, facendo > ufficialmente parte del “Reggio Children International Network” (creato nel > 2006). All’interno di questo Network ci sono, prima e dopo il 7 ottobre, > scuole ebraiche statunitensi molto attive nella propaganda pro-israeliana, a > volte schierate direttamente con l’IDF. > Avevo già fatto notare l’anno scorso le stesse dinamiche, venne sospesa una > collaborazione (solo perché a ridosso della visita in città dell’Albanese, la > mia segnalazione era precedentemente caduta nel vuoto 6 mesi prima). [ndr: qui > i link agli articoli di allora RaiNews, Il Resto del Carlino, Reggionline]» Sembra, ad un certo punto, che da Reggio Children arrivi una tenue smentita, soprattutto in relazione alla vendita del marchio alle scuole israeliane, eppure Pederzoli segnala nuovamente alcune foto sulla sua pagina che documentano la presenza di soldati israeliani a Reggio. Continua il giornalista: «Ho svolto poi una ricerca per capire se la “revisione delle collaborazioni” che era stata promessa fosse avvenuta ma è emerso che all’interno del “Reggio Children International Network“, proprio nello Study Group Narea, sono presenti scuole americane ebraiche che continuano a sponsorizzare Israele e l’IDF. Questi istituti comprendono la fascia early childhood / superiori, quindi la foto [nota mia: con due ragazzine di età superiore alla fascia 0/6] che ho pubblicato è stata scattata recentemente in una di queste scuole facenti parte del network Reggio Children.» Pederzoli, impegnato in vari campi (i senza fissa dimora; i minori non accompagnati; le situazioni di sfruttamento del lavoro; il genocidio in Palestina), sottolinea la disattenzione della sinistra – in una città e in una regione storicamente legate alla sinistra storica – verso i temi che stanno al cuore del suo lavoro e nello specifico per il caso riguardante il fiore all’occhiello dell’Amministrazione Comunale, le scuole Reggio Children 0/6, compromesse con le quelle israeliane. Aggiunge che la pubblicazione sul nostro sito lo farà sentire meno solo in una città e in una regione sempre più indifferenti, a quanto pare anche nel partito Sinistra Italiana, in cui ha militato negli ultimi anni. Certamente criticare Reggio Children non torna facile, così come denunciare le complicità con lo Stato di Israele in Italia, e in Emilia in particolare. La sinistra, il Pd in particolar modo, si muove con molta ambiguità rispetto al genocidio in atto e alla questione riguardante la diade culturale e storica sionismo-semitismo, e il prefisso anti (si veda qui la proposta di decreto Romeo e Del Rio sulla prevenzione delle forme di opposizione allo stato di Israele di taglio antisemita). Provo a curiosare sul sito Reggio Emilia Approach. Si può trovare accesso alle informazioni sulle scuole, sulla filosofia dell’approccio educativo, sulle occasioni formative, sulla documentazione delle attività, sull’elenco delle pubblicazioni. C’è un ma: tutto si vende e tutto si compra, se non ci si iscrive ufficialmente non si vedono e non si ricevono i materiali informativi. PARTE 2. CENTRO INTERNAZIONALE LORIS MALAGUZZI, PRINCIPESSA DEL GALLES E… PARMIGIANO Ho visitato – quando dirigevo, in un Istituto Comprensivo di Roma, anche la scuola dell’infanzia statale, il Centro Internazionale Loris Malaguzzi di Reggio, aperto nel 2006, intitolato al maestro e pedagogista che ha ispirato con le sue idee – e creato – quello che oggi sono le scuole 0/6, contribuendo alla fama internazionale). Ne ricavai un forte impatto: struttura e idee-guida pedagogiche e didattiche degli atelier, cura degli spazi, quantità di materiali, tutto era effettivamente impressionante, i 100 linguaggi c’erano tutti. Ma provai anche il retrogusto che viene quando quel che vedi è troppo luccicante, ti sa di un po’ fasullo e, se poi si rivela autentico, troppo gridato e soprattutto profondamente ingiusto. Nella nostra scuola di periferia cercavamo di essere all’altezza dei bisogni di una zona popolare, dei molto minori non italiani, con i pochi mezzi a nostra disposizione, in locali squallidi che le maestre inventavano con fantasia e professionalità, perché la bellezza e la cura sono importanti quanto una buona pedagogia (anche le parole-chiave di Malaguzzi erano relazione, bambini, luoghi). Oggi, per approfondire lo sfondo relativo alla segnalazione di Cosimo Perdezoli, entro virtualmente in una delle loro scuole, l’istituto Diana. A ridosso di un parco pubblico, è un edificio magnifico: intorno a una piazza centrale si posizionano le aule, le pareti riproducono immagini favolose, le vetrate aggettano su due giardini. Apro la Carta dei Servizi, 83 pagine in cui tutto, ma proprio tutto, sembra spiegato, anche se non trovo quel che mi piacerebbe sapere alla voce valutazione della qualità del servizio, soprattutto dei percorsi educativi. Forse dovrei iscrivermi – pagando – a qualche a pista offerta dal sito ufficiale o dal Centro Malaguzzi (vedi qui). Una maestra di Reggio ben informata mi fa notare che anche queste scuole, come del resto la maggior parte dei nidi, dei gradi infanzia e primaria, sono tenute in piedi dal lavoro di maestre, di donne, sia nelle attività di aula che in quelle organizzative. Così, cercando ancora, incrocio il nome della oggi 97enne Loretta Giaroni, comunista, moglie di un partigiano, figura importante dell’Unione Donne Italiane (UDI). Nel 2023 le è stato dedicato un archivio contenente le sue carte, i suoi lavori, le riflessioni e i resoconti degli incontri (vedi qui). Ma, come icona della Reggio Children, non fa testo e non può competere con Malaguzzi. Maestre, donne, nate in famiglie umili che hanno studiato spesso da autodidatte, hanno lavorato senza troppa risonanza e costruito quel che ora vediamo sotto le pagliuzze luccicanti. È un aspetto della storia della scuola democratica in Italia che non fu un’impresa solo di grandi Maestri (da Milani, a Ciari, a Dolci, a Rodari, a Malaguzzi, ecc) ma di donne di poca istruzione e di grandi capacità, soprattutto nella lettura socio-politica dei territori in cui lavoravano e vivevano. Chi oggi dirige Reggio Children non bada a spese (anche perché sostenute dal Comune di Reggio che firma le convenzioni con le cooperative che costituisco il sistema integrato pubblico-privato). Così la macchina pubblicitaria non si ferma. Nei giorni scorsi è andata in visita anche la principessa del Galles, Catherine Middleton, moglie di William primogenito di Carlo III e di Diana Spencer. La missione era volta a rendere più performativa l’offerta Centro per la Prima Infanzia Royal Fundation (vedi qui). Gli scopi della fondazione inglese consistono nel prestare un aiuto nei percorsi di crescita ai minori di famiglie svantaggiate perché si sa, è scientificamente provato (leggo dal sito inglese), che i primi 6 anni di vita decidono del futuro. Lo sa anche l’INVALSI che su questa fascia di età investe nelle sue ricerche sulle soft skills… I cui obiettivi sono più chiari se esploriamo le pagine della rivista on line ROARS: è il mercato (anche militare…) bellezza!. Nel caso dell’istituzione della principessa Kate i denari li mette la corte, il suo patrimonio famigliare, altre istituzioni private: un caso di sgocciolamento verso il basso della ricchezza? La classica carità e generosità dei grandi filantropi. Sempre per non farsi incantare da tanto luccicare di cristalli aggiungo due annotazioni. Alcune insegnanti di Reggio Children hanno confidato alla mia informatrice, maestra e sindacalista, quanto sia forte la pressione su di loro di tutta questa fama. Registrazioni, video, report, visite illustri, incontri di formazione a tamburo battente, riunioni, il carico e l’ansia di prestazione possono sembrare l’anticamera del burnout. Ma nessuna paura, sempre sulla carta dei servizi della scuola Diana, leggo che il personale viene fatto girare per una sana alternanza dei ruoli e delle relazioni: non so bene cosa voglia dire. A seguire ascolto anche lo sconforto con cui la mia amica racconta lo stato deplorevole in cui versano le scuole d’infanzia e primarie statali a Reggio, dagli edifici alle mense. Del resto, in un plesso nella periferia della città che conosco per esserci stata diverse volte a incontrare, su tematiche educative e politiche, insegnanti e genitori, le classi sono per il 50% formate da alunni non italiani e italiani di seconda generazione, le famiglie sono disfunzionali, faticano a crescere i loro figli, la scuola rappresenta il solo luogo dove riporre qualche speranza di futuro. Ma questi aspetti non li conosce la principessa e li misconosce il Ministro Valditara. Cosmopolitismo e parmigiano: tutto sta nel proteggere il marchio. Ah, viene a fagiolo: il Centro Malaguzzi è all’interno dell’edificio di bella archeologia industriale Locatelli, acquisito e donato dal Comune della Città. Ancora latte e formaggi, pur passati i noti marchi Locatelli, Galbani, Parmalat a miglior vita nel gruppo francese Lactalis (qualcuno ricorda lo scandalo del fallimento Parmalat, nel 2003?). Nell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sappiamo che tutto si tiene sotto la voce mercato: l’istruzione, l’educazione, la guerra e la relativa propaganda incantatrice. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: MAKE A ONE-TIME DONATION Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Donate -------------------------------------------------------------------------------- MAKE A MONTHLY DONATION Your contribution is appreciated. Donate monthly -------------------------------------------------------------------------------- MAKE A YEARLY DONATION Your contribution is appreciated. Donate yearly
2 GIUGNO: VUOTO POLITICO, ASTENSIONISMO, DIRITTI NEGATI. COME È CAMBIATA LA PARTECIPAZIONE POLITICA DELLE DONNE A OTTANT’ANNI DAL PRIMO VOTO
Le donne in Italia votarono per la prima volta il 10 marzo 1946 in occasione delle elezioni amministrative. Pochi mesi dopo, il 2 giugno 1946, parteciparono in massa al Referendum istituzionale e alle elezioni per l’Assemblea Costituente. Fu l’inizio del suffragio universale per l’Italia. Al referendum istituzionale del 2 giugno 1946, votarono circa 12 milioni di donne. Era il primo ingresso nello spazio pubblico di un Paese che fino a pochi anni prima le voleva relegate nello spazio domestico. E alle urne ci andarono in massa, più degli uomini. Esse rappresentarono oltre il 50% del corpo elettorale, partecipando con un’affluenza straordinaria e contribuendo in modo determinante alla vittoria della Repubblica. Questo evento storico, effetto anche del ruolo di primo piano che le donne avevano assunto nelle lotte per pane e diritti, compresa la lotta di liberazione partigiana durante la seconda guerra mondiale, permise per la prima alle donne italiane di votare e di partecipare attivamente alla vita politica del Paese. Le premesse, però, non si sono realizzate. L’affluenza femminile è passata dal 94% delle politiche del 1958 al minimo storico del 62,2% alle elezioni politiche del 2022 (gli uomini sono stati il 65,7%). Il paradosso si è concretizzato nel fatto che ad eleggere la prima premier donna in Italia è stato l’elettorato maschile. Fratelli d’Italia ha registrato una percentuale di consensi più alta tra gli uomini rispetto alle donne. Le analisi di flusso hanno evidenziato che il partito ha raccolto il 28% delle preferenze maschili contro il 24% di quelle femminili. Il peso maggiore dell’astensionismo si continua a concentrare ancora oggi nel Sud, nelle province, nei piccoli comuni, tra le donne più anziane e con minore istruzione. Le mancate attenzioni delle istituzioni su lavoro, diritti, istanze sociali ha fatto sì che la partecipazione politica abbia perso di significato. E’, oggi come allora, una questione di genere e classe? Cosa è cambiato dopo 80 anni? Radio Onda d’Urto ha affrontato il tema e posto queste domande a Francesca Garisto, avvocata, penalista, particolarmente impegnata nella difesa in giudizio delle donne vittime della violenza maschile, e Vicepresidente fella casa  Delle Donne Maltrattate di Milano, il primo centro antiviolenza nato in Italia. Con Lei, Leopoldina Fortunati, teorica femminista, già militante di Lotta Femminista e del movimento per il Salario al Lavoro Domestico. Fu tra le prime studiose a occuparsi del rapporto tra donne, lavoro e tecnologie. Ha insegnato Sociologia della Comunicazione e della Cultura all’Università di Udine, ed è autrice de L’arcano della riproduzione. Casalinghe, prostitute, operai e capitale. Buon ascolto. Ascolta o scarica.
June 2, 2026
Radio Onda d`Urto
Nessuna legittimità dall’Europa a chi massacra i diritti delle donne e delle bambine afghane
Le dichiarazioni di principio sono una cosa, gli interessi politici un’altra, anche per l’Unione Europea. Il Parlamento Europeo ha fin dall’inizio condannato i Talebani e le loro politiche fondamentaliste contro i diritti umani, negando sempre il riconoscimento del governo talebano de facto. In questo modo, l’Unione Europea si è presentata come paladina dei valori della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, coerentemente con la propria storia e identità politica. Una crescente distanza tra principi e pratiche politiche Tuttavia, questa attenzione dichiarata alla difesa dei diritti delle donne e del popolo afghano appare sempre meno coerente con alcune scelte politiche concrete adottate in questa fase sia dagli Stati membri sia dalle istituzioni europee. Infatti, osservando provvedimenti, dichiarazioni e iniziative rivolte ai migranti afghani, emerge una direzione diversa: accanto alle prese di posizione ufficiali, si sono sviluppati contatti e colloqui con i rappresentanti del governo talebano finalizzati a facilitare i rimpatri degli afghani ritenuti “indesiderati”, anziché esercitare una reale pressione per l’allentamento delle loro politiche repressive. In questo quadro, la crescente pressione dell’opinione pubblica europea a favore di un contenimento dei flussi migratori ha contribuito a trasformare il rifiuto formale del riconoscimento del governo talebano in un dialogo sempre più pratico e operativo. Ne è un esempio la progressiva normalizzazione dei contatti tecnici, che hanno finito per sostituire il negato riconoscimento politico con relazioni di fatto con delegati talebani e con l’accettazione di ambasciatori designati da Kabul. Si arriva così all’annuncio dell’invito della Commissione Europea a rappresentanti talebani per un incontro “tecnico” a Bruxelles, previsto per giugno, volto a discutere la possibilità di espulsione di cittadini afghani presenti in Europa. Secondo il portavoce Markus Lammert, si tratterebbe di un “incontro di follow-up”, successivo ai colloqui già svolti in Afghanistan, nell’ambito del dialogo operativo sui rimpatri. Il rischio di legittimazione politica Un incontro, tuttavia, fortemente contestato. Il Relatore speciale sui diritti umani in Afghanistan per le Nazioni Unite, Bennett, ha espresso preoccupazione per il rischio che qualsiasi forma di rimpatrio possa violare il principio di non respingimento, alla luce delle diffuse violazioni dei diritti umani. Anche la diaspora afghana e numerose organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato l’iniziativa come un tradimento dei diritti fondamentali. Sul piano politico, la maggior parte delle forze europee ha sottolineato come non esistano incontri realmente “tecnici”, poiché ogni contatto rischia di contribuire a una normalizzazione del regime talebano e a conferirgli una legittimità indiretta. Riconoscere anche solo indirettamente una qualche legittimità ad attori che violano sistematicamente i principi dell’Unione Europea finisce per indebolirne l’autorevolezza morale e la credibilità come garante dei diritti fondamentali. Anche Cecilia Strada – nel video che pubblichiamo – ha esortato a non fare alcun compromesso con i Talebani e invitato la Commissione a desistere dai colloqui. Una diplomazia silenziosa di avvicinamento di fatto Le contestazioni hanno portato il 21 maggio il Parlamento Europeo a esprimere una posizione contraria all’iniziativa, nell’ambito della delibera che condanna il Codice giuridico adottato dai Talebani e, più in generale, contro il riconoscimento del loro governo e per un impegno a riconoscere l’Apartheid di genere come crimine contro l’umanità. Tuttavia, l’invito non è stato ritirato. L’iniziativa si inserisce infatti in un processo di avvicinamento graduale, spesso definito “tecnico” o “pragmatico”, che si traduce in una diplomazia silenziosa fatta di piccoli passi e contatti informali. Dietro la definizione di “dialogo tecnico” si nasconde l’ambiguità della attuale fase politica europea: il difficile tentativo di mantenere l’equilibrio tra il rifiuto formale di legittimare i Talebani e la volontà di interagire con loro su questioni operative come i rimpatri.   CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
May 31, 2026
Pressenza