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Antigone: nell’Atto del Governo n. 418 “rischio di derive autoritarie, carenza di garanzie”
Con il documento inviato alcuni giorni fa al Parlamento, l’Associazione Antigone ha espresso “profonda preoccupazione e netta contrarietà rispetto a numerose disposizioni contenute nell’Atto del Governo n. 418, riferito all’utilizzo dei sistemi di intelligenza artificiale per l’attività di polizia e di responsabilità penale e civile”. Nel comunicato divulgato oggi, Antigone precisa: > Lo schema di decreto legislativo, che mira ad adeguare la normativa nazionale > al Regolamento (UE) 2024/1689 (AI Act) per l’utilizzo dell’IA da parte delle > forze di polizia, introduce pericolose “zone di tolleranza” e deroghe per > l’impiego di sistemi ad alto rischio. > > Nel documento, Antigone richiama il Governo al rispetto del principio di > cautela e della Carta Etica Europea sull’uso dell’intelligenza artificiale nei > sistemi giudiziari del 2018 (CEPEJ): l’IA deve restare uno strumento al > servizio dell’interesse generale, confinato entro i rigidi limiti dei diritti > fondamentali. > > Attraverso un’analisi dettagliata del testo legislativo, Antigone denuncia le > seguenti criticità e chiede emendamenti urgenti: > > * Identificazione biometrica in tempo reale (Art. 8) – Il decreto ammette > l’uso del riconoscimento biometrico remoto per la prevenzione di minacce e > la ricerca di persone, consentendone l’impiego per un periodo fino a 15 > giorni, prorogabili. Secondo Antigone, un tempo così dilatato rompe il > principio di legalità e proporzionalità, cristallizzando un modello > inaccettabile di “flagranza differita”. Allarma, inoltre, la procedura > d’urgenza (commi 6 e 7) che permette l’attivazione del sistema con una > semplice comunicazione, anche orale, al Pubblico Ministero: Antigone chiede > che la convalida sia sempre e rigorosamente affidata a un Giudice per le > Indagini Preliminari (GIP) e che l’uso di queste tecnologie sia > assolutamente vietato durante manifestazioni di piazza e scioperi per > tutelare la libertà di espressione. > * Riconoscimento facciale a posteriori (Art. 10) – L’associazione contesta > duramente la raccolta biometrica preventiva di persone non sospettate > durante eventi o in specifici luoghi. L’abbinamento tra volto, identità e > posto occupato viola la privacy, la libertà di riunione e la presunzione di > innocenza. Il limite di conservazione dei dati di 7 giorni non elimina > l’ingerenza di questa enorme banca dati. Si richiede una limitazione a un > catalogo tassativo di reati, l’autorizzazione preventiva del GIP > (attualmente non esplicitata nella norma come per l’Art. 8) e la > cancellazione immediata delle mancate corrispondenze. > * Illusione della supervisione umana (Art. 3) – Il comma 4 prevede una > “revisione umana qualificata” dei risultati automatizzati prima del loro > impiego, affidata a personale individuato dalle procedure interne della > polizia. Questa misura è del tutto insufficiente: la natura opaca dei > moderni sistemi di IA non permette agli operatori di polizia di contestare > facilmente le scelte algoritmiche. La revisione deve includere un nucleo di > esperti indipendenti, accademici e rappresentanti delle associazioni per i > diritti umani. > * Privatizzazione della sicurezza (Art. 4) – L’apertura a collaborazioni nei > progetti di sperimentazione e ricerca con “soggetti privati” e “società in > house” è inaccettabile. La sicurezza e i diritti non sono privatizzabili; > le esperienze internazionali (come i casi legati al gruppo Palantir) > dimostrano l’altissimo rischio di queste derive. > * Buchi normativi nella sperimentazione (Art. 5) – Gli “spazi di > sperimentazione normativa” previsti dal decreto non presentano un limite > temporale ben definito. La norma, inoltre, non proibisce esplicitamente ai > fornitori privati di hardware e software di riutilizzare i dati operativi > di polizia e delle categorie protette per scopi terzi. > * Responsabilità penali e sviste nel testo (Art. 12 e 13) – Il nuovo reato > per omessa adozione di misure di sicurezza (Art. 437-bis c.p.) deve > definire con chiarezza le condotte tipiche di tutti gli attori coinvolti, > dai programmatori fino ai vertici della polizia, per evitare la ricerca di > “capri espiatori” ai livelli inferiori. Sull’introduzione dell’Art. 359-ter > c.p.p., va rafforzato il ruolo giurisdizionale della magistratura. Antigone > segnala peraltro un grave errore formale nel testo del Governo: gli > articoli 8 e 9 citano il nuovo Art. 359-ter c.p.p. come introdotto > dall’Articolo 14, mentre in realtà la sua introduzione è normata > dall’Articolo 13. > * Falle transitorie sui sistemi già in uso (Art. 21) – Il decreto concede un > intero anno di tolleranza affinché i sistemi di IA già in uso o in > sperimentazione si adeguino ai principi del Capo II (Artt. 3-6), ma omette > ambiguamente di citare l’adeguamento al Capo III (che contiene le più > rigide garanzie biometriche degli Artt. 7-10). Antigone pretende > l’immediata applicazione delle garanzie biometriche a tutti i sistemi già > esistenti, subordinandone la prosecuzione a nuove autorizzazioni e > valutazioni di impatto. “Al netto di queste criticità, assume preoccupazione anche il fatto che molte parti vengano demandate a successive normative secondarie del governo – ha dichiarato Patrizio Gonnella, presidente di Antigone – Serve una preminenza del dibattito Parlamentare. Non è accettabile tollerare l’uso di sorveglianza biometrica di massa che colpisce sproporzionatamente le minoranze e il dissenso. I richiami normativi del nostro Paese devono esprimere uno standard di tutela dei diritti ben più elevato del minimo sindacale europeo. Per questo chiediamo che questa proposta sia ritirata per mancanza di garanzie”. Il documento elaborato da Antigone è pubblicato e visionabile online: https://www.antigone.it/upload2/uploads/docs/AiPolizia.pdf Redazione Italia
July 30, 2026
Pressenza
Antigone: “Sulla nuova disciplina dello ‘scudo’ va sollevata una questione di costituzionalità”
L’associazione per i diritti e le garanzia del sistema penale oggi dichiara: “La morte di Abderrahim Fakir durante un intervento di polizia impone una riflessione sulla nuova norma, voluta all’interno del decreto sicurezza, che introduce un regime differenziato per chi è coinvolto in un fatto di reato in presenza di una presunta causa di giustificazione”. “Le immagini circolate e le informazioni finora emerse richiedono un accertamento completo e rigoroso di quanto accaduto – spiega Antigone – Ma proprio questo caso rende evidente un problema più generale: in uno Stato di diritto la legge deve essere uguale per tutti. La nuova disciplina introdotta dal cosiddetto “scudo penale” prevede che, quando il pubblico ministero ritiene evidente la presenza di una causa di giustificazione, la persona coinvolta non venga automaticamente iscritta nel registro degli indagati, ma in un apposito registro delle annotazioni preliminari. È il meccanismo applicato dalla Procura di Bologna nel caso della morte di Fakir, con l’iscrizione di sei persone coinvolte nelle diverse fasi dell’intervento”. «Il punto non è stabilire oggi se qualcuno abbia commesso un reato, né sostituirsi alla magistratura nell’accertamento dei fatti – dichiara il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella – Il punto è chiedersi se sia compatibile con i principi costituzionali che, a parità di fatto e di possibile responsabilità penale, l’accesso alla giustizia e l’avvio degli accertamenti possano essere disciplinati diversamente sulla base della professione svolta dalla persona coinvolta o della presunta presenza di una causa di giustificazione. La legge deve essere uguale per tutti: non può esistere un diritto penale con percorsi diversi a seconda di chi è coinvolto». “La questione è particolarmente delicata quando l’intervento riguarda rappresentanti dello Stato e persone sottoposte a una misura coercitiva – precisa il comunicato di Antigone – In questi casi, l’obbligo di accertare pienamente quanto accaduto non può essere indebolito da una disciplina che introduca, già nella fase iniziale, una differenza di trattamento rispetto alle regole ordinarie. La nuova normativa solleva dunque seri dubbi di compatibilità con i principi costituzionali di uguaglianza e di obbligatorietà dell’azione penale, oltre che con l’esigenza di garantire un accertamento effettivo e imparziale dei fatti quando una persona muore durante un intervento delle forze dell’ordine”. «Per questo  riteniamo che, nel primo caso concreto in cui la nuova disciplina viene applicata, debba essere valutata seriamente la possibilità di sollevare una questione di legittimità costituzionale – conclude Patrizio Gonnella – Non si tratta di mettere in discussione il ruolo delle forze dell’ordine, né di presumere la responsabilità degli agenti. Al contrario: uno Stato democratico tutela le proprie istituzioni proprio attraverso regole chiare, uguali per tutti e capaci di garantire accertamenti indipendenti e completi. Non esistono persone più o meno degne di tutela a seconda della loro professione, della loro cittadinanza, della loro storia personale. Per questo chiediamo che le indagini sulla morte di Abderrahim Fakir procedano con la massima completezza e trasparenza e che, nel corso del procedimento, venga valutata la legittimità costituzionale della nuova disciplina dello “scudo penale”. La legge deve essere uguale per tutti. Sempre». Redazione Italia
July 21, 2026
Pressenza
CARCERE: SITUAZIONE AL LIMITE DEL DISUMANO, “SI VIENE MURATI VIVI”. IL RAPPORTO DI ANTIGONE
È stato presentato martedì 19 maggio, a Roma, il XXII Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia. Un report che fotografa un sistema penitenziario sempre meno accessibile alla comunità esterna e in cui i detenuti passano sempre più tempo in cella, al punto che il titolo scelto per questo nuovo rapporto inerente l’andamento degli ultimi 12 mesi è “Tutto chiuso”. Il rapporto evidenzia infatti non solo il consolidamento di alcuni dei problemi ormai strutturali del sistema carcerario italiano – sovraffollamento in primis – ma per la prima volta registra un rallentamento, e in alcuni casi un vero e proprio arretramento, del sistema delle misure alternative alla detenzione. Un sistema penitenziario sempre più punitivo e lontano, quindi, dai dettami costituzionali in materia, in cui le presenze continuano ad aumentare non per un effettivo aumento della criminalità – in diminuzione -, bensì per le politiche messe in atto da questo governo. “Il governo continua ad aggravare l’emergenza penitenziaria con nuovi reati, aumenti delle pene e nuovi annunci di edilizia penitenziaria, con i numeri che raccontano il fallimento di questo approccio – scrive Antigone nella presentazione del rapporto, e aggiunge –  Oggi oltre il 60% delle persone detenute trascorre quasi tutta la giornata chiusa in cella. Solo il 22,5% si trova in sezioni a sorveglianza dinamica. Negli ultimi mesi circolari del DAP hanno ulteriormente limitato libertà di movimento, attività e aperture verso l’esterno. Nel promuovere queste misure si è fatto spesso riferimento a presunte questioni di sicurezza all’interno degli istituti eppure, proprio a partire da queste misure, è cresciuta la tensione, come dimostrano ancora una volta i dati. Più carcere non significa più sicurezza.” Ai nostri microfoni, Susanna Marietti, coordinatrice nazionale dell’associazione Antigone Ascolta o scarica
May 21, 2026
Radio Onda d`Urto