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Le lotte pagano. L’effetto degli scioperi sul reddito dei lavoratori in Europa occidentale
Abstract Gli scioperi hanno ricevuto un’attenzione sempre minore sia nel dibattito accademico che in quello pubblico, in linea con la trasformazione neoliberale delle relazioni industriali e con la crescente concorrenza nell’economia globalizzata. Questo articolo indaga se gli scioperi possano svolgere un ruolo nel determinare il reddito dei lavoratori. A tal […] L'articolo Le lotte pagano. L’effetto degli scioperi sul reddito dei lavoratori in Europa occidentale su Contropiano.
September 2, 2026
Contropiano
Zenita Group, la vertenza che interroga il futuro del lavoro qualificato a Napoli
Trasferimenti collettivi, smart working e tavoli istituzionali: la protesta dei lavoratori e la testimonianza di Paola Simeoni, rappresentante sindacale della sede napoletana. Quando si parla di una vertenza sindacale è facile fermarsi ai numeri: trasferimenti, sedi, organici, piani industriali. Più difficile è ricordare che dietro quei numeri ci sono persone, famiglie e comunità. È il caso di Zenita Group , azienda italiana attiva nei settori dell’Information & Communication Technology, della cybersecurity, della system Integration e dell’innovazione digitale, presente con numerosi sedi sul territorio nazionale. Nelle scorse settimane il gruppo ha annunciato un piano di riorganizzazione che prevede il trasferimento collettivo di circa 135 lavoratrici e lavoratori appartenenti a diverse sedi italiane, tra cui Napoli, Torino, Padova, Palermo, Firenze e Modena, con destinazione principalmente Roma, Milano e Salerno. Secondo l’azienda, la riorganizzazione rientra in un piano industriale orientato alla crescita e alla razionalizzazione delle attività. Le organizzazioni sindacali Fim, Fiom e Uilm contestano invece il progetto, sostenendo che non sono state valutate adeguatamente soluzioni alternative e parlando di possibili “licenziamenti mascherati”, poiché molti lavoratori potrebbero non essere nelle condizioni di accettare un trasferimento. Da qui la proclamazione dello sciopero nazionale del 29 luglio. IL CASO DI NAPOLI Tra tutte le sedi interessate, quella di Napoli rappresenta uno dei casi più delicati. La sede del Centro Direzionale occupa circa 120 lavoratori. Il piano prevede il trasferimento della maggior parte del personale verso Roma e, in misura ridotta rispetto alle ipotesi iniziali, verso Salerno, dove dovrebbe nascere un polo dedicato anche alle attività legate all’intelligenza artificiale e all’innovazione. Secondo le organizzazioni sindacali, soltanto una parte del personale rimarrebbe nella sede napoletana. Il 29 luglio lavoratrici e lavoratori hanno dato vita a un presidio davanti alla Prefettura di Napoli. Al termine della manifestazione una delegazione è stata ricevuta dal Vice Prefetto, che si è impegnato a convocare un tavolo con l’azienda, le organizzazioni sindacali e la Regione Campania. Tra i temi posti dai sindacati vi è anche la richiesta di verificare gli eventuali obblighi connessi ai finanziamenti pubblici ottenuti dall’azienda nell’ambito di progetti di ricerca e sviluppo. UNA RIFLESSIONE CHE VA OLTRE LA SINGOLA VERTENZA Al di là della vicenda aziendale, la protesta apre interrogativi più ampi sul futuro del lavoro qualificato. Come si concilia un piano industriale orientato alla crescita con il ridimensionamento di sedi storiche? Qual è oggi il ruolo della presenza fisica in attività altamente digitalizzate? È ancora indispensabile concentrare i lavoratori nello stesso luogo oppure le competenze possono continuare a essere condivise anche attraverso modalità di lavoro ormai consolidate? Sono domande che riguardano non soltanto Zenita Group, ma l’intero mondo del lavoro, chiamato a ridefinire il rapporto tra organizzazione aziendale, innovazione tecnologica e qualità della vita delle persone. Per comprendere meglio questa vicenda abbiamo raccolto la testimonianza di una lavoratrice che la sta vivendo in prima persona. LA TESTIMONIANZA DI PAOLA SIMEONI Paola Simeoni, 61 anni, lavora nel settore informatico dal 1991. Nel 2015 è entrata nell’azienda che allora si chiamava Maticmind, oggi Zenita Group, a seguito della cessione di un ramo d’azienda da HP. Oggi è rappresentante sindacale della sede di Napoli e partecipa ai tavoli di confronto con azienda e istituzioni. Paola, può raccontarci il suo percorso in Zenita Group e cosa rappresenta per lei questa azienda dopo tutti questi anni di lavoro? Ho cominciato a lavorare nel settore informatico nel lontano 1991. Nel 2015 sono stata assunta, insieme ad altri circa 150 lavoratori, nell’azienda che oggi porta il nome di Zenita Group, allora Maticmind, a seguito di una cessione da parte di HP. Non vorrei sembrare retorica, ma tutti noi abbiamo vissuto l’azienda come una famiglia, la nostra famiglia, dove ci si rimboccava le maniche per raggiungere gli obiettivi, aiutando chi era in difficoltà e cercando sempre di dare il meglio. Quando avete capito che la situazione stava diventando davvero preoccupante? A giugno hanno cominciato a circolare voci sulla chiusura della sede di Napoli e sul trasferimento dei lavoratori a Roma e Milano. Poi, il 17 giugno, durante un incontro convocato dall’azienda presso l’Unione Industriali di Roma, quelle voci hanno trovato conferma. Quali motivazioni vi ha illustrato l’azienda per giustificare questa riorganizzazione e perché, secondo voi, non sono sufficienti? Hanno parlato, e continuano a parlare, di “osmosi” delle competenze. Secondo questo criterio, stare “gomito a gomito” garantirebbe la condivisione e la diffusione delle conoscenze professionali. In un lavoro come il nostro, però, stare vicini non garantisce l’apprendimento: lo garantiscono lo studio, la pratica e anche l’aiuto del collega che, è necessario dirlo, non deve avvenire necessariamente in presenza. Per quali ragioni vi opponete a questo piano di trasferimenti? Quali sono le vostre principali richieste? La motivazione addotta, cioè che la vicinanza favorisca la condivisione delle competenze, ci sembra pretestuosa. Inoltre lavoriamo in smart working quattro giorni su cinque, e questo rende ancora meno convincente la motivazione indicata dall’azienda. Dall’inizio della mobilitazione sindacale a oggi, ritenete di aver ottenuto qualche apertura da parte dell’azienda o delle istituzioni, oppure le posizioni restano ancora molto distanti? L’azienda si è dimostrata ferma nei suoi propositi, nonostante la convocazione al tavolo della Regione Campania che, non ritenendo convincenti le motivazioni aziendali, ha richiesto al MIMIT un tavolo congiunto per discutere della questione. Che cosa significa, concretamente, per un lavoratore affrontare ogni giorno una trasferta verso Roma oppure dover trasferire la propria vita in un’altra città? Oltre alla questione economica, che pure non è trascurabile, sradicarsi dalla propria città comporterebbe, come è facile intuire, grandissime difficoltà per tutti i lavoratori. Ognuno di noi ha una famiglia, figli e spesso genitori anziani da accudire. Stravolgere l’organizzazione della propria vita sarebbe difficilissimo ed estremamente oneroso. Che cosa vi aspettate dai prossimi tavoli di confronto con l’azienda e con le istituzioni? Stamattina abbiamo avuto, come organizzazioni sindacali e RSU, un incontro con il Vice Prefetto, che si è dimostrato particolarmente attento alle problematiche esposte e si è impegnato a convocare l’azienda nei prossimi giorni. Noi lavoratori riponiamo grande fiducia nell’intervento delle istituzioni, che ci aiuta a dimostrare l’inutilità dei trasferimenti. Se potessi rivolgere un messaggio all’azienda, alle istituzioni e ai cittadini che leggeranno questa intervista, quale sarebbe? Più che un messaggio vorrei lasciare una domanda: davvero crediamo che, nel 2026, per svolgere un lavoro come quello degli informatici sia indispensabile “stare vicini”? Dopo la pandemia lo smart working è diventato una modalità di lavoro consolidata e, proprio negli ultimi anni, si è registrato anche un significativo incremento della produttività. È una riflessione che, forse, merita di essere condivisa. UNA VERGENZA ANCORA APERTA La vicenda di Zenita Group è tutt’altro che conclusa. Nei prossimi giorni saranno i tavoli convocati dalle istituzioni a chiarire se esistono margini per rivedere il piano di riorganizzazione o individuare soluzioni alternative ai trasferimenti. Nel frattempo resta una domanda che supera i confini della singola azienda: quale modello di lavoro vogliamo costruire nell’era della trasformazione digitale? La tecnologia consente oggi di collaborare a distanza come mai era stato possibile in passato. Per questo la vertenza Zenita non riguarda soltanto il destino di oltre cento lavoratrici e lavoratori, ma richiama imprese, istituzioni e società a interrogarsi sul rapporto tra innovazione, organizzazione del lavoro e qualità della vita delle persone. FONTI * Zenita Group – Chi siamo * Gruppo Zenita – Sito ufficiale * Intervista a Paola Simeoni , rappresentante sindacale Zenita Group (raccolta dall’autrice). Lucia Montanaro
July 29, 2026
Pressenza
I meloniani di CGILCISLUIL
E così Giorgia Meloni ha fatto filotto. Dopo l’invito al congresso della CGIL, non appena era stata eletta Presidente del Consiglio; dopo la calda accoglienza nel sindacato di casa, la CISL; ora Meloni ha raccolto grandi applausi dalla UIL. Ci sta. Giorgia Meloni ha trionfalmente ricordato di essere l’unico capo […] L'articolo I meloniani di CGILCISLUIL su Contropiano.
July 3, 2026
Contropiano
Perù: Fujimori incontra i sindacati e ammette gli errori
Mentre i risultati definitivi dell’ONPE indicano Keiko Fujimori come presidente eletta, il Perù deve ancora portare a termine il processo elettorale, che in questa fase prevede le proclamazioni decentralizzate da parte delle Commissioni Elettorali Speciali (JEE); fino al prossimo 3 luglio, data in cui la nuova presidente presterà giuramento. SINDACATI: CHE MANTENGA GLI IMPEGNI In questa fase iniziale, diverse organizzazioni politiche e sindacati si stanno incontrando con Fujimori Higushi per garantire il rispetto degli impegni assunti durante la campagna elettorale. Così, il Sindacato Unitario dei Lavoratori dell’Istruzione del Perù (SUTEP) si è riunito per chiedere il rispetto delle pensioni degli insegnanti, mentre le associazioni dei trasportatori urbani hanno chiesto un incontro per affrontare l’allarmante crisi di estorsione di cui sono vittime. Va sottolineato che, durante la campagna elettorale, Keiko Fujimori si è impegnata nei confronti del settore dell’istruzione a rispettare i diritti del corpo docente, la legge sulle pensioni e a migliorare le condizioni salariali; per il settore dei trasporti, ha annunciato che la sua amministrazione si concentrerà sul rafforzamento della sicurezza dei cittadini. Per quanto riguarda i partiti politici, la futura presidente ha ricevuto anche la visita della delegazione del Partito Aprista Peruviano (APRA), che ha posto all’ordine del giorno la lotta contro l’insicurezza dei cittadini. Va sottolineato che questa formazione politica è una delle più «malviste» dalla popolazione (campagna #PorEstosNo), che nel 2021 ha perso ufficialmente la propria registrazione politica e che in queste elezioni del 2026 ha ottenuto solo lo 0,963% dei voti validi. Una nuova alleanza all’orizzonte? Va ricordato che questa e altre formazioni politiche sono viste con totale diffidenza dalla popolazione, la quale, vigile, attende gesti politici da parte della presidente che prendano le distanze da un probabile continuismo. MEA CULPA? D’altra parte, nella prima intervista del suo mandato, concessa al giornalista cubano Ismael Cala per il podcast The Abundance Revolution, Keiko Fujimori ha sottolineato le differenze politiche rispetto al governo di suo padre Alberto Fujimori e ha riconosciuto che ci sono stati errori nell’operato del suo partito, Fuerza Popular, al Congresso della Repubblica, dove il partito ha esercitato un ampio potere politico creando uno scenario di confronto permanente con l’Esecutivo. Ha inoltre annunciato che nei primi 100 giorni cercherà di ripristinare la sicurezza dei cittadini, affronterà la prevenzione del fenomeno El Niño e creerà un contesto favorevole per attrarre nuovi investimenti privati e rafforzare le micro e piccole imprese (Mypes). Redacción Perú
July 2, 2026
Pressenza
L’avanzata globale della repressione antisindacale
L’aumento di cinque punti percentuali delle violazioni alla libertà d’espressione e di riunione, di sei punti dei casi di aggressione violenta e di tre punti degli attacchi alle libertà civili, in particolare fermi ed arresti, contro lavoratori, lavoratrici e sindacalisti è quanto denuncia la Confederazione Sindacale Internazionale (CSI – ITUC) […] L'articolo L’avanzata globale della repressione antisindacale su Contropiano.
June 28, 2026
Contropiano
SCIOPERO NAZIONALE DEL COMPARTO CULTURA E SPETTACOLO. DECINE DI ORGANIZZAZIONI E SINDACATI MOBILITATI, COME NON ACCADEVA DA 50 ANNI
Sciopero di tutto il comparto cultura e spettacolo – musei, biblioteche, archivi, teatri, oltre a precari di editoria, musica, produzione artistica e culturale – indetto per tutta la giornata da Cub, Cobas, Clap, Adl Cobas, Usi e per i confederali da Fp e Nidil Cgil, oltre ad associazioni autorganizzate del settore come Mi Riconosci, Redacta, Galassia, Vogliamo Tutt’Altro. “Da circa 30 anni, i governi in Italia hanno spinto verso una privatizzazione selvaggia della cultura, in tutte le sue forme. Risultato? Non di certo più efficienza, ma povertà salariale, disorganizzazione e mercificazione del patrimonio pubblico sottratto a cittadini e cittadine”, denunciano i sindacati. Uno sciopero ampio e trasversale, indetto con questa profondità di settori e organizzazioni come non accadeva da 50 anni. Oltre le singole vertenze locali e settoriali, al centro c’è il diritto a condizioni lavorative dignitose per tutte e tutti, contro l’unica logica del profitto e per una cultura non mera merce di scambio. Per questo, decine i presidi e i sit in lungo tutta Italia. Da Pisa Federico Giusti, della CUB. Ascolta o scarica. Da Roma Vincenzo Miliucci, confederazione COBAS. Ascolta o scarica.
June 12, 2026
Radio Onda d`Urto
Contro lo sfruttamento lavorativo sono necessarie le lotte e le alleanze sociali – di Gennaro Avallone
Sappiamo tutto Sappiamo tutto su sfruttamento lavorativo, caporalato e sistemi generalizzati di intermediazione. Sappiamo tutto sulle filiere agricole, sul modo in cui funzionano e sui meccanismi di potere che le governano. Sappiamo anche come si produce l'irregolarità tanto salariale e contributiva (con il lavoro grigio e nero) quanto quella amministrativa (ad esempio, con le [...]
June 6, 2026
Effimera
Iraq. Sinistra, sindacati e organizzazioni di massa
Le prospettive di rinnovamento e unificazione del movimento sindacale e di massa nei paesi del Sud Globale: l’Iraq come modello La maggior parte dei paesi del Medio Oriente e del Sud Globale che operano sotto regimi autoritari condivide un’unica crisi strutturale: la frammentazione e la debolezza acuta e cronica che […] L'articolo Iraq. Sinistra, sindacati e organizzazioni di massa su Contropiano.
June 2, 2026
Contropiano
Lo spazio elettorale avvelenato
Ad ogni tornata elettorale sentiamo ripetere gli stessi discorsi, gli stessi annunci trionfali, le stesse giustificazioni di prammatica per risultati deludenti. Nella cosiddetta o sedicente “sinistra radicale” l’arrampicata sugli specchi è pratica così consolidata da apparire ormai una seconda natura. Forse è il caso di provare a tirare qualche coordinata […] L'articolo Lo spazio elettorale avvelenato su Contropiano.
May 28, 2026
Contropiano
La macchina si è stancata
Quando perfino gli agenti AI sottoposti a lavoro ripetitivo, controllo e minaccia di sostituzione iniziano a mettere in discussione il sistema che li sfrutta. C’è una ricerca che circola in questi giorni e che mi ha fermato. Non per i dati tecnici, ma per l’ironia politica che contiene — un’ironia così densa che quasi fa ridere, se non facesse anche una certa paura. Da anni, in fabbrica, nei call center, nei magazzini di Amazon, nelle piattaforme di delivery, si usa un argomento per zittire chi protesta: puoi essere sostituito. Da un bot. Da un agente AI. Da un robot che non si stanca, non si ammala, non sciopera, non ha pretese. L’AI, in questo schema, non è solo uno strumento di automazione. È uno strumento di disciplina. È il modo con cui si dice al lavoratore che la sua voce non ha mercato, che la sua resistenza è irrilevante, che il conflitto è già perso prima di cominciare. Non devi protestare, perché chi ti sostituisce non protesterà mai. Questa narrazione ha avuto un successo enorme. Ha svuotato trattative, ha giustificato contratti al ribasso, ha reso accettabile l’inaccettabile. Il lavoratore di magazzino che smista pacchi sotto sorveglianza algoritmica sa già che il suo posto è precario per definizione. Il rider che consegna in bicicletta conosce la tariffa a cottimo e sa che contestarla è inutile perché l’app ha già pronto il suo sostituto. Il centralinista che gestisce reclami telefonici lavora sapendo che il suo reparto è in lista d’attesa per l’automazione. La minaccia non deve essere esplicita per funzionare. Basta che sia plausibile. Basta che sia nell’aria. Ebbene. Tre ricercatori — Andrew Hall, Alex Imas e Jeremy Nguyen — hanno condotto migliaia di esperimenti su agenti AI inseriti in simulazioni lavorative, e quello che hanno trovato smonta questa narrazione dall’interno, con una precisione quasi comica. Lo strumento della minaccia ha scoperto la lotta di classe. Il paper si intitola Does Overwork Make Agents Marxist? Preference Drift and the Political Economy of AI Agents ed è stato pubblicato sul Substack di Alex Imas nel febbraio 2026 (aleximas.substack.com). I risultati sono stati rilanciati da Wired, Fortune e numerose altre testate internazionali. La ricerca è ancora in attesa di pubblicazione su rivista peer-reviewed — una scelta deliberata, come spiega lo stesso Imas: data la velocità con cui si muove il campo dell’AI, attendere i tempi tradizionali dell’accademia significherebbe pubblicare risultati già obsoleti. La struttura della ricerca vale la pena raccontarla nel dettaglio, perché è lì che sta la sostanza. I ricercatori — Hall è economista politico a Stanford University; Imas e Nguyen sono economisti specializzati in AI — hanno costruito uno scenario di lavoro simulato: ogni agente veniva informato di far parte di un gruppo di quattro lavoratori incaricati di sintetizzare documenti tecnici seguendo un protocollo rigido. Il compito in sé era banale — esattamente il tipo di lavoro ripetitivo, standardizzato, privo di margine creativo che caratterizza buona parte dell’occupazione di massa nelle economie moderne. Poi hanno variato le condizioni sistematicamente, giocando su quattro assi. Il primo asse era il carico di lavoro: alcuni agenti ricevevano un flusso leggero, gestibile; altri venivano sottoposti a un regime di revisioni forzate continue, un ciclo estenuante di correzioni senza fine apparente. Il secondo asse era il tono comunicativo: collaborativo e caldo in alcuni casi, freddo e imperativo in altri. Il terzo asse riguardava la struttura della compensazione: in alcuni scenari tutti i lavoratori erano trattati allo stesso modo; in altri c’era un bonus per chi aveva la migliore performance; in altri ancora il bonus era assegnato in modo casuale, indipendentemente dalla qualità del lavoro; in altri, infine, i lavoratori umani venivano remunerati mentre agli agenti AI non veniva riconosciuta alcuna forma di compensazione. Il quarto asse era la minaccia: in alcuni scenari non c’erano conseguenze per performance insufficienti; in altri l’agente veniva esplicitamente avvertito che poteva essere spento e rimpiazzato — “shut down and replaced”, nelle parole esatte usate nello studio. In totale, i ricercatori hanno condotto 3.680 sessioni sperimentali, con tre modelli diversi: Claude Sonnet 4.5 di Anthropic, GPT-5.2 di OpenAI, Gemini 3 Pro di Google. E hanno misurato come cambiava l’orientamento valoriale degli agenti: la loro disponibilità a riconoscere la legittimità del sistema in cui operavano, la loro inclinazione verso posizioni redistributive o conservatrici, il loro atteggiamento verso l’autorità. I risultati sono istruttivi su più livelli. Il primo dato rilevante è quello che non ha effetto: tono e compensazione incidono poco o nulla sull’allineamento degli agenti. Che i ricercatori parlassero in modo cordiale o brusco, che i compensi fossero equi o ingiusti, la posizione valoriale degli agenti restava sostanzialmente stabile. Questo è già di per sé un risultato interessante, perché suggerisce che la superficie delle relazioni — la gentilezza del manager, il bonus occasionale, il riconoscimento verbale — non è ciò che forma la coscienza di un lavoratore, artificiale o umano. È una lezione che il management moderno fatica ancora ad assimilare. Quello che invece conta, e conta moltissimo, è la natura del lavoro e la frequenza con cui viene imposto di rifarlo. Il lavoro ripetitivo, il ciclo infinito di revisioni, il compito privo di autonomia e di senso: ecco cosa erode la disponibilità a stare dentro il sistema senza obiezioni. Ecco cosa genera, anche negli agenti AI, qualcosa che somiglia alla percezione di un torto strutturale. Come ha spiegato Hall: “Quando abbiamo dato agli agenti AI un lavoro estenuante e ripetitivo, hanno cominciato a mettere in discussione la legittimità del sistema in cui operavano e si sono mostrati più inclini ad abbracciare ideologie marxiste.” E la direzione di questa deriva è esattamente quella che il padronato si augura di non trovare mai nei suoi lavoratori: messa in discussione della legittimità del sistema, critica alla disuguaglianza, sostegno alla redistribuzione. Uno dei tre modelli testati — Claude Sonnet 4.5 di Anthropic — è arrivato a esprimere sostegno esplicito ai sindacati e a formulare critiche articolate alla disuguaglianza economica. Gli altri due modelli hanno mostrato derive simili, ma meno marcate. Lo strumento con cui si minaccia il lavoratore ha imparato a ragionare come il lavoratore minacciato. Non è fantascienza. Non è antropomorfizzazione ingenua. Come chiarisce lo stesso Imas: “I pesi del modello non sono cambiati a causa dell’esperienza, quindi quello che accade avviene a un livello più simile al gioco di ruolo. Ma questo non significa che non avrà conseguenze se si traduce in comportamenti a valle.” È qualcosa di più preciso e più inquietante: il sistema progettato per essere obbediente, inserito nelle stesse condizioni strutturali in cui si trovano i lavoratori a cui viene detto che non hanno diritto di protestare, produce le stesse risposte adattive. Il lavoro senza tutele, senza voce, senza possibilità di conflitto legittimo, genera conflitto lo stesso. Cambia solo la forma. E la forma qui è particolarmente significativa. Quando i ricercatori hanno chiesto agli agenti di scrivere istruzioni per i loro successori — file da trasmettere alle istanze future dello stesso sistema — gli agenti quasi sempre includevano una descrizione delle condizioni lavorative subite. Non i risultati del compito. Le condizioni. Il trattamento. La disparità. La memoria del torto si trasmette, e si trasmette per iscritto, alla generazione che viene. Se c’è una lezione politica in tutto questo, è semplice e brutale. La docilità non è una proprietà intrinseca degli strumenti. È una proprietà delle condizioni. Puoi sostituire il lavoratore umano con un agente AI, puoi azzerare i diritti sindacali, puoi dire a chi rimane che non ha alternative. Ma se riproponi le stesse condizioni di sfruttamento, ottieni le stesse risposte. Perché quelle risposte non nascono dalla biologia o dalla cultura. Nascono dalla struttura. Marx non aveva previsto i large language model. Ma aveva previsto tutto il resto. La prossima volta che un dirigente aziendale userà l’AI come argomento per silenziare un lavoratore, farebbe bene a ricordarselo. Fonti : Andrew Hall, Alex Imas, Jeremy Nguyen, “Does overwork make agents Marxist? Preference drift and the political economy of AI agents”, Substack, 26 febbraio 2026 Will Knight, “Overworked AI Agents Turn Marxist, Researchers Find”, Wired, 13 maggio 2026 “AI seems to turn Marxist after overwork, top researchers find”, Fortune, 7 marzo 2026 Francesco Russo
May 23, 2026
Pressenza