Mauritania, diario di viaggio – Parte 1
Mi presento: sono Franca Laviola, medico da pochi mesi in pensione; ho sempre
vissuto a Sesto San Giovanni, in provincia di Milano, dove fin dagli anni ’70
con altri abbiamo fatto un capillare lavoro politico anche per il diritto alla
salute, ma non solo. Ho saputo del progetto di Rossana Berini (spostatasi, dopo
molte vicissitudini, dai campi profughi Saharawi alla Mauritania) e ho deciso di
conoscere la difficile realtà dove opera da circa due anni. Mi sono quindi
recata in Mauritania per due settimane, viaggiando con lei all’andata. Non posso
negare che sia stata un’esperienza molto forte, a tratti sconvolgente. Ho
creduto quindi fosse bene cercare di raccogliere le idee per condividerle con
chi vorrà leggerle. Sarà un lungo racconto, diviso in 4 puntate: qui la prima.
Dov’è la Mauritania? Esiste? La Mauritania esiste ed è grande 3 volte l’Italia,
ma con meno di 5 milioni di abitanti. È uno di quei Paesi dell’Africa i cui
confini sono stati tagliati a tavolino in base agli interessi dei Paesi
colonialisti che si sono spartititi la zona negli anni ‘60. Non se ne sente mai
parlare perché non è meta turistica ed è un luogo abbandonato da Dio prima che
dagli uomini.
La zona Nord è in gran parte occupata dal deserto del Sahara, dove si estende la
zona mineraria che fa della Mauritania uno dei più grandi produttori mondiali di
ferro (ematite ad alta gradazione, magnetite) destinato alle acciaierie cinesi
ed europee attraverso aziende partner tra cui in passato anche ArcelorMittal,
che ha gestito in passato l’ILVA di Taranto. La zona mineraria ha come centro di
riferimento Zouerat – che è stata anche la mia meta -, una cittadina di circa 40
mila abitanti che si estende ai confini della zona mineraria.
Il treno della miniera
Qui vengono estratte oltre 12 milioni di tonnellate di materiale all’anno, con
un sistema di estrazione ad alta tecnologia e un trasporto ferroviario su un
incredibile treno lungo circa 3 km, uno dei più lunghi al mondo, il cosiddetto
“treno della miniera”, che viene caricato in poche ore e attraversa il deserto
per 750 km fino al porto di Nouadhibou: unica ferrovia e unico treno esistenti
in tutto il Paese.
Poi c’è il “balcone” sull’Atlantico: un pezzo di costa lungo circa 700 km con
controllo su una vastissima area marittima oceanica ritenuta tra le più pescose
del pianeta, dal momento che risente degli effetti della corrente delle Canarie
e di altri fenomeni marittimi locali che rendono particolarmente ricca la catena
alimentare. Le licenze di pesca vengono vendute dal governo mauritano alla Cina
e all’Unione europea, in particolare alla Spagna.
Veduta della zona mineraria
Sia i minerali che il pescato partono dalla città di Nouadhibou, sulla costa
nord, al confine con lo stato del Sahara occidentale: un immenso porto, con
oltre 100mila abitanti. Insomma, minerali e pesce, un vero paradiso terrestre.
Ma, come sappiamo, nel paradiso terrestre ad un certo punto arriva il peccato
originale… e la cacciata dal paradiso.
Ma veniamo al nostro viaggio: usciti dall’aeroporto della capitale Nouakchott,
città di oltre un milione di abitanti situata sulla costa atlantica del deserto
del Sahara, dopo circa un’ora di taxi si arriva ad una delle fermate degli
autobus di lungo tragitto. Il pullman che ci porta a Zouerat – la zona mineraria
a nord nel deserto – compie un viaggio di circa 12 ore e parte solo una volta al
giorno, al mattino presto. Con Rossana affrontiamo il viaggio in autobus dopo
essere partite 24 ore prima da Fiumicino, aver fatto tappa ad Algeri ed essere
arrivate a Nouakchott, dove abbiamo trascorso una notte senza dormire in una
specie di casa. Viaggio non facile.
Da Nouakchott si viaggia per quasi 750 km nel deserto, su una strada asfaltata
ma sconnessa e piena di buche. Di tanto in tanto piccolissimi agglomerati di
casupole e capre, con qualche fortuito passaggio di mandrie di cammelli. Il bus
fa un paio di soste in due piccoli paesi. I viaggiatori, uomini, scendono a
pregare, le donne a fare pipì in qualche casupola o vicino all’autobus,
acquattandosi. Non esistono “punti di ristoro” o altro. Per farla breve, sia
all’andata che al ritorno non sono mai scesa dal bus: immobilizzata per 12 ore
circa. Stessa cosa per i bambini i quali, tenuti a sedere per tutto il tragitto,
ogni tanto camminano scalzi nella sporcizia dell’autobus per poi tornare in
grembo alle madri che danno loro da bere qualcosa. Tutti, donne e uomini, hanno
un cellulare. Per tutto il viaggio vengono trasmesse dal televisore del bus
preghiere mussulmane alternate a vecchissime pellicole sulle gesta di Maometto.
Il televisore dell’autobus non trasmette altro, l’unica è addormentarsi per
qualche decina di minuti, cullati dalla litania delle preghiere.
L’arrivo a Zouerat è preceduto da posti di blocco nel deserto: casupole in
cemento presidiate da uomini in divisa che salgono, dicono qualche parola in
francese, ci ritirano i passaporti e scendono. Rossana mi tranquillizza
dicendomi che è la prassi, perché controllano tutti quelli che entrano in città.
Ma le uniche davvero controllate siamo noi. Questo si ripete per almeno tre
volte a distanza di poche decine di km. Al ritorno, da sola, l’ansia che
scendano col mio passaporto, facciano scendere anche me nel deserto e il bus
riparta, mi assale ad ogni stop.
Fermata bus
Arriviamo a Zouerat; Rossana, ormai residente in città da 2 anni, ha organizzato
tutto quello che poteva, ma l’arrivo dei bus è caotico: si scende in mezzo al
fango (aveva appena piovuto dopo mesi), cercando di non cadere e di trascinare
alla meglio dei bagagli pesantissimi e poco gestibili… Alla fine arriva una
donna, conoscente di Rossana, con un furgone che ci carica e riesce a farsi
strada tra taxi scassati e asini che si affollano ovunque. In Mauritania sono
numerose le donne alla guida di automobili private che, a prima vista, possono
dare l’idea di una certa emancipazione, mentre la realtà è molto più dura.
Casa di Rossana
Esistono poche strade asfaltate: quella principale che attraversa la città e
pochi altri tratti che si diramano su strade di sabbia e terra battuta. Appena
fuori da uno di questi arriviamo alla casa di Rossana, bella, accogliente
e…invasa dalla sabbia. Subito però va via la corrente, quindi non c’è l’acqua,
che è attinta da un pozzo esterno attraverso una pompa elettrica … non funziona
lo scaldabagno, il telefono è senza wifi. Rossana ha dotato la casa di luci di
emergenza, perché la corrente può saltare per molte ore.
Ma siamo a casa, e finalmente ci possiamo concedere un po’ di riposo.
Fine prima parte
Testo e foto di Franca Laviola
Redazione Italia