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Seminario “Roma, il valore del ferro”: Quel (metro)-tram chiamato desiderio
Claudio Cipollini (foto ambm) Un seminario di gran livello sul “Valore del ferro” quello organizzato lo scorso primo aprile all’Urban Center di viale Manzoni da AIIT (Associazione Italiana per l’Ingegneria del Traffico e dei Trasporti), CIFI (Collegio Ingegneri Ferroviari Italiani), INU (Istituto Nazionale di Urbanistica), DIAC (Diario Infrastrutture e Ambiente Costruito). di Paolo Gelsomini La registrazione è in calce a qusto articolo, gli interventi e le sessioni del seminario si possono visionare sul sito dell’Urban Center , pertanto ci limiteremo ad evidenziare le linee forza, i concetti, le opzioni programmatiche e gli impegni scaturiti dai vari interventi dei rappresentanti degli organismi promotori, oltre quelli di Walter Tocci, ex vicesindaco ed assessore ai Trasporti del Comune di Roma, Eugenio Patanè assessore alla Mobilità e Maurizio Veloccia assessore all’Urbanistica. Gli assessori Patanè e Veloccia (foto AMBM) Un filo conduttore è stato quello della necessaria integrazione del sistema dei trasporti su ferro con l’assetto urbanistico, del nesso imprescindibile e non più eludibile tra i nodi trasportistici e le trasformazioni della città, la pianificazione del ferro e le previsioni urbanistiche. Come sottolinea giustamente Claudio Cipollini del CIFI non ci può essere più una frammentazione autoreferenziale tra Ferrovie, Regione, Comune, Città Metropolitana né una separazione culturale tra ingegneri trasportistici, urbanisti, architetti. Per una pianificazione concertata occorre ripartire da un’analisi della domanda a scala metropolitana con una partecipazione dei cittadini e delle loro associazioni di residenti, pendolari e city user per coinvolgerli prima e non a progetto definitivo approvato. L’esigenza di una governance plurale delle trasformazioni scaturisce proprio da questo stretto rapporto tra infrastrutture su ferro e forma urbana. Per questo occorre un coordinamento nella pianificazione per scegliere le priorità e le localizzazioni degli interventi, la programmazione dei progetti per far fronte alla differenza dei tempi di realizzazione delle opere infrastrutturali rispetto a quelli relativamente più brevi degli interventi di trasformazioni urbane. A questo proposito l’annuncio di Umberto Lebruto, responsabile Progetti Trasversali del gruppo FS, è stato incoraggiante: “abbiamo avuto la lungimiranza di metterci intorno a un tavolo. Non l’abbiamo ancora concluso ma siamo sulla strada giusta, stiamo facendo il punto zero, lo stiamo chiamando accordo strategico della mobilità del nodo di Roma e in questo accordo strategico prendiamo tutti gli accordi fatti fino ad oggi, spuntando le cose fatte dalle cose non fatte. E delle cose non fatte dobbiamo assolutamente vedere quelle che resistono e che vanno portate avanti”. Gli elementi del ferro non sono solo linee e stazioni ma occasioni per attuare nei nodi di scambio quella vocazione territoriale di tipo polifunzionale e di generatori di trasformazioni urbane e di ricucitura di un tessuto lacerato proprio dalla vecchia concezione della stazione. In questa ottica la recente proposta di delibera sui nodi di scambio tra auto privata e trasporto sul ferro proposta dall’assessore Veloccia mira a creare una occasione di rigenerazione urbana con realizzazioni di mix funzionali in prossimità delle stazioni. Le infrastrutture del trasporto pubblico su ferro non possono continuare a rincorrere uno sviluppo urbano irrazionale ma occorre immettere intorno a quei nodi di scambio quelle cubature pianificate in tutta la città che non si stanno realizzando altrove proprio per la mancanza di reti del ferro. La politica del ferro non può continuare a bruciare risorse correndo dietro nuove espansioni disperse fuori del GRA. Gli insediamenti si debbono realizzare intorno alle linee del ferro e ai nodi di scambio intermodali. Non ci possono più essere esplosioni di coriandoli edilizi negli ambiti di compensazione frutto di atterraggio di volumetrie male indirizzate. Non c’è rigenerazione se si isolano dal contesto urbano i singoli interventi. Le stesse modalità del trasporto pubblico debbono rispondere alle caratteristiche dell’assetto urbanistico esistente o in via di trasformazione per legittimare le scelte di tipologie trasportistiche. In questo stretto rapporto tra ferro e forma urbana la tecnologia dei trasporti offre occasioni di innovazioni tipologiche e tecnologiche come quella del metrotram o tranvia veloce, che offre, nelle tratte suburbane, una velocità commerciale e una portata più elevate rispetto ad un tram, grazie a sistemi atti ad evitare il traffico su gomma, come delimitazioni laterali della sede, riduzione del numero di attraversamenti, semaforizzazione degli attraversamenti con priorità di passaggio. Quale è la variabile indipendente delle localizzazioni urbane? L’esigenza dell’investitore o la presenza di un’armatura di trasporto su ferro che giustifica interventi pianificati di densificazione urbana? Finora – ricorda Tocci – il 32% degli insediamenti sono collocati a 2 Km dalla stazione metro-ferroviaria più vicina, quando occorrerebbe una distanza massima di 500 metri per rendere appetibile il nodo di scambio che potrebbe essere raggiunto in bicicletta o a piedi. Occorre quindi una politica urbanistica tendente a sovvertire lo schema dello sviluppo della città che, dopo il varo dell’ultimo Piano regolatore del 2008 – tuttora in vigore in attesa di una variante delle Norme Tecniche Attuative il cui processo è in corso – si è attestato verso le Centralità, che da luoghi identitari e polifunzionali di una nuova forma policentrica della città, sono diventati parti costitutive di una nuova fase dell’espansione delle aree dei piani particolareggiati del vecchio PRG del 1965. In questo scenario di disgregazione urbana dispersa oltre il GRA, è necessario cambiare rotta e sostituire la pianificazione a permessi di costruire isolati e fuori contesto, programmi urbanistici coordinati con il traporto su ferro a isolati interventi compensatori. Per quanto riguarda la pianificazione delle linee del ferro, gli strumenti non sono cambiati – sostiene Patanè – e sono strumenti di pianificazione come il PUMS (Piano Urbano della Mobilità Sostenibile) che sono stati positivamente valutati dagli organismi europei grazie a tutte le opere programmate e trascritte nel PUMS che debbono essere realizzate colmando vecchi e nuovi ritardi. Poi si potrà adottare un nuovo modello di Piano. Pur in presenza di una pianificazione positivamente valutata, è difficile la programmazione per mancanza di finanziamenti. E’ successo per il definanziamento della metro C, che oramai si ripete puntualmente, salvo ripensamenti o ripescaggi vari; è successo per il Fondo del Trasporto Rapido di Massa, che puntualmente il MIT (Ministero dei Trasporti) promette, salvo poi azzerarlo, rendendo così impossibile l’inizio della progettazione di sei linee di  tram giudicate strategiche. Molte trasformazioni all’interno della Città Metropolitana sono irrealizzabili in assenza di un adeguato sistema di trasporto intermodale. Secondo Patanè “la quarta pista dell’aeroporto di Fiumicino che farà balzare a 80 milioni il numero di passeggeri, con le attuali infrastrutture ferroviarie sarebbe pura follia”. Quali sono quindi le condizioni per poter attuare il PUMS? Fare da soli con il bilancio comunale? Chiedere fondi alla Regione? Accedere mutui i cui interessi sarebbero forse insostenibili per il bilancio capitolino? Questo discorso delle risorse finanziarie per i trasporti potrebbe valere anche per la pianificazione urbanistica, quando occorre acquisire aree private per realizzare servizi pubblici di standard, visto che non c’è la possibilità di usufruire di una legge dell’esproprio che non è più quella del medio prezzo agricolo della zona ma quella di mercato sia pure con riduzioni. In definitiva, un seminario sul valore del ferro che fa ben sperare per il futuro urbanistico di questa città disegnato non più da macchie sparse fuori dal GRA e nell’Agro Romano ma tracciato dalla matita delle linee del ferro e dei nodi che danno senso ad uno sviluppo del tessuto urbano finalmente pianificato. Affinchè il (metro)-tram non si chiami più “desiderio”. Paolo Gelsomini 23 aprile 2026 Per osservazioni e precisazioni: laboratoriocarteinregola@gmail.com vedi anche il Dossier di Carteinregola Mobilità di Roma: Programmi, progetti, conflitti, domande, proposte”
April 23, 2026
carteinregola
Puntata del 10/03/2026@0
Il primo argomento della serata è stato lo sciopero transfemminista globale 2026, ne abbiamo parlato in collegamento telefonico con Chiara di Non Una Di Meno Torino: “Quest’anno sarà ancora sciopero transfemminista, lunedì 9 marzo, e l’8 sarà una giornata di lotta e mobilitazione. Due giorni potenti che fermino la produzione e la riproduzione sociale, che rendano visibile l’invisibile, che facciano emergere il sommerso e mettano al centro desiderio, rabbia e lotta. Per ribadire che questo presente costellato da violenza patriarcale, razzista e istituzionale, guerre, genocidi, militarizzazione, repressione, precarietà non è un destino a cui non possiamo sfuggire, ma il prodotto di politiche e retoriche autoritarie precise. Il genocidio incontrastato del popolo palestinese, la spartizione di Gaza, l’attacco al Venezuela, al Rojava, le stragi continue in Iran, Congo e Sudan, le violenze e gli omicidi dell’ICE, la repressione del dissenso che ovunque si abbatte sui movimenti e su chiunque non si allinea a questo sistema, le politiche persecutorie antimigranti e il razzismo istituzionale sempre più feroce, sono tutti sintomi della più generale deriva transnazionale, segnata da un’escalation bellica e di violenza patriarcale che ridisegna le priorità politiche ed economiche verso riarmo, guerra e imperialismo. L’economia di guerra non è più una minaccia astratta, ma una realtà tangibile che ci colpisce in modo ancora più terribile come donne, froce, lesbiche, persone queer, trans, non binarie, malatə, neurodivergenti e con disabilità, razzializzate, migrantə, sex workers, prigionierə, lavoratricə, anziane e in modo crescente bambinə. La sottrazione delle risorse destinate ai bisogni reali, per destinarle invece al riarmo e alla militarizzazione, è sistemica. L’autodeterminazione e la libertà dei corpi e dei popoli sono sotto attacco ovunque e in modi diversi, ma tutti con un impatto devastante. Una politica della guerra, sul piano interno, è quella che fa della cultura dello stupro e della violenza sessista, maschilista, istituzionale ed economica le proprie parole chiave; una politica che pone al centro la virilità maschile, in un Paese in cui i femminicidi sono all’ordine del giorno e in cui le istituzioni si mostrano incapaci di affrontare il problema su un piano politico, sociale e culturale. Siamo noi i soggetti che la società patriarcale ha deciso di sacrificare per poter garantire il proprio funzionamento, è su di noi che si scarica tutto il peso e la violenza di questa crisi capitalistica e delle sue guerre. La sentiamo nel peso del lavoro riproduttivo e di cura, nei femminicidi, nella violenza di genere e dei ruoli di genere, nel controllo dei corpi, nel consumismo e nell’estrattivismo sui territori. La nostra risposta alla violenza è collettiva, culturale e quotidiana e straborda nelle piazze e negli scioperi. Per farlo abbiamo bisogno della pratica transfemminista, che continua ad essere uno degli anticorpi più efficaci e potenti, perché riesce a mettere al centro le vite materiali, le relazioni personali e politiche e le infrastrutture della cura. Vogliamo continuare a immaginare insieme nuovi modi di opporci a questo presente soffocante, per costruire una lotta imprevedibile e concreta. Non permetteremo la strumentalizzazione della violenza patriarcale da parte del governo per legittimare risposte securitarie. “Sicurezza” che si traduce in politiche di controllo, militarizzazione dei quartieri, repressione e profilazione razziale, aumento dellə detenutə per reati penali, civili e amministrativi che sono costrettə a vivere in condizioni inumane in carceri sovraffollate. L’uso sproporzionato della forza contro i movimenti sociali, le manifestazioni studentesche e quelle sindacali è il volto interno di questa stessa politica di guerra. È stato approvato l’ennesimo Pacchetto Sicurezza: misure che non sono pensate per la nostra sicurezza, ma per reprimere chi esprime dissenso e svuotare le piazze, rendendo la lotta costosissima sul piano economico e sul piano sociale e dando più protezione economica e politica alle forze dell’ordine (che sono ancora senza numeri identificativi). La violenza dello stato si manifesta anche con proposte di legge come il DDL Bongiorno. Ci opponiamo alla formulazione della nuova legge sulla violenza sessuale, che elimina il consenso come parametro per giudicare se ci sia stata o meno violenza e smaschera la cultura profondamente patriarcale, misogina e antifemminista dell’esecutivo, che mette sul banco dellə imputatə chi ha subito violenza invece di chi l’agisce, mentre fa la guerra ai Centri Anti Violenza autonomi e transfemministi. Vogliamo rimettere al centro i nostri desideri, la nostra rabbia, l’autodeterminazione sui nostri corpi e sui nostri territori. Continuiamo a organizzarci, per trasformare il dolore in rabbia e la rabbia in lotta, per innescare il cambiamento personale e collettivo, tramare e cospirare insieme. La potenza transfemminista in grado di distruggere le fondamenta di questo sistema razzista, patriarcale, coloniale, abilista e repressivo, forte di quello che abbiamo costruito e trasformato negli ultimi 10 anni e di tutte le genealogie precedenti, ma che sia in grado di leggere il presente e adeguare pratiche e lotte. Lo sciopero è esploso in questi anni, anche a partire dal movimento transfemminista globale, nella sua dimensione di pratica sovversiva. È un processo politico costruito non solo su specifiche rivendicazioni, ma con l’obiettivo di trasformare radicalmente i presupposti materiali e sociali di disuguaglianze e gerarchie. E quindi, dopo dieci anni, oggi è ancora più urgente lo sciopero dal lavoro riproduttivo e produttivo, dai generi e di genere. Scioperiamo perché senza consenso è stupro. Scioperiamo perché senza dissenso è dittatura. Scioperiamo perché non vogliamo che le nostre vite siano regolate da un’economia di guerra che impone militarizzazione in ogni ambito delle nostre vite. Scioperiamo per lo smantellamento delle frontiere che generano morti continue e contro il razzismo di stato. Scioperiamo perché nelle scuole non vogliamo le forze dell’ordine ma un’educazione sessuo-affettiva al consenso e al desiderio. Scioperiamo perché siamo stanchə di vivere di contratti di lavoro poveri, di lottare contro la disoccupazione, contro la violenza economica, razzista e maschilista dentro e fuori ai luoghi del lavoro. Scioperiamo per una salute transfemminista per spazi e reti di cura – siano essi autogestiti o all’interno dei servizi di sanità pubblica – che sappiano farsi carico della nostra salute a 360°: dalla salute sessuale e riproduttiva alla salute mentale. Scioperiamo perché vogliamo una casa per tuttə. Scioperiamo perché ancora oggi il sud Italia è ai margini delle politiche istituzionali, in cui il progetto surreale del ponte sullo stretto è al centro e le nostre vite terrone sono dimenticate. Scioperiamo per il reddito di autodeterminazione. Scioperiamo per l’autodeterminazione dei popoli oppressi, per la fine del colonialismo in tutte le sue forme e delle guerre. Scioperiamo per immaginare una società che metta al centro la cura e la vita, non il profitto e la guerra. LE NOSTRE VITE VALGONO. NOI SCIOPERIAMO!“ Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Claudio Signore di AL COBAS Milano a fronte dell’incidente del 27 febbraio in cui il tram linea 9 a deragliò finendo contro il muro di un’abitazione e provocando due morti e 54 feriti e di altri deragliamenti di tram avvenuti nei giorni successivi sempre nel capoluogo lombardo. Evidentemente c’è qualcosa che non và nel sistema di trasporto pubblico milanese e come sempre a farne le spese sono i lavoratori e gli utilizzatori del servizio, per questo il sindacato AL COBAS che rappresenta i lavoratori di questo settore, è già da tempo che porta avanti svariate battaglie sindacali, ultimo lo sciopero che è stato proclamato per il 27 marzo. Tra le rivendicazioni di questi lavoratori la riduzione dei carichi di lavoro, una maggiore attenzione alla sicurezza del personale e dei viaggiatori e l’opposizione ad un nuovo accordo in vista che aumenterebbe ulteriormente l’orario di lavoro giornalieri per i tramvieri. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- il terzo argomento della serata ha riguardato il trasporto aereo, ai nostri microfoni abbiamo quindi ospitato Gianni Cervone di CUB Linate e Malpensa. Da lui ci siamo fatti descrivere le motivazioni che hanno portato all’indizione dello sciopero del 18 marzo, sciopero che potrebbe venire “congelato” data l’apertura da parte delle aziende di handling tirate in causa, che si sono dette disponibili all’apertura di un tavolo di trattativa con i lavoratori. Buon ascolto
March 15, 2026
Radio Blackout - Info
Puntata del 10/03/2026@1
Il primo argomento della serata è stato lo sciopero transfemminista globale 2026, ne abbiamo parlato in collegamento telefonico con Chiara di Non Una Di Meno Torino: “Quest’anno sarà ancora sciopero transfemminista, lunedì 9 marzo, e l’8 sarà una giornata di lotta e mobilitazione. Due giorni potenti che fermino la produzione e la riproduzione sociale, che rendano visibile l’invisibile, che facciano emergere il sommerso e mettano al centro desiderio, rabbia e lotta. Per ribadire che questo presente costellato da violenza patriarcale, razzista e istituzionale, guerre, genocidi, militarizzazione, repressione, precarietà non è un destino a cui non possiamo sfuggire, ma il prodotto di politiche e retoriche autoritarie precise. Il genocidio incontrastato del popolo palestinese, la spartizione di Gaza, l’attacco al Venezuela, al Rojava, le stragi continue in Iran, Congo e Sudan, le violenze e gli omicidi dell’ICE, la repressione del dissenso che ovunque si abbatte sui movimenti e su chiunque non si allinea a questo sistema, le politiche persecutorie antimigranti e il razzismo istituzionale sempre più feroce, sono tutti sintomi della più generale deriva transnazionale, segnata da un’escalation bellica e di violenza patriarcale che ridisegna le priorità politiche ed economiche verso riarmo, guerra e imperialismo. L’economia di guerra non è più una minaccia astratta, ma una realtà tangibile che ci colpisce in modo ancora più terribile come donne, froce, lesbiche, persone queer, trans, non binarie, malatə, neurodivergenti e con disabilità, razzializzate, migrantə, sex workers, prigionierə, lavoratricə, anziane e in modo crescente bambinə. La sottrazione delle risorse destinate ai bisogni reali, per destinarle invece al riarmo e alla militarizzazione, è sistemica. L’autodeterminazione e la libertà dei corpi e dei popoli sono sotto attacco ovunque e in modi diversi, ma tutti con un impatto devastante. Una politica della guerra, sul piano interno, è quella che fa della cultura dello stupro e della violenza sessista, maschilista, istituzionale ed economica le proprie parole chiave; una politica che pone al centro la virilità maschile, in un Paese in cui i femminicidi sono all’ordine del giorno e in cui le istituzioni si mostrano incapaci di affrontare il problema su un piano politico, sociale e culturale. Siamo noi i soggetti che la società patriarcale ha deciso di sacrificare per poter garantire il proprio funzionamento, è su di noi che si scarica tutto il peso e la violenza di questa crisi capitalistica e delle sue guerre. La sentiamo nel peso del lavoro riproduttivo e di cura, nei femminicidi, nella violenza di genere e dei ruoli di genere, nel controllo dei corpi, nel consumismo e nell’estrattivismo sui territori. La nostra risposta alla violenza è collettiva, culturale e quotidiana e straborda nelle piazze e negli scioperi. Per farlo abbiamo bisogno della pratica transfemminista, che continua ad essere uno degli anticorpi più efficaci e potenti, perché riesce a mettere al centro le vite materiali, le relazioni personali e politiche e le infrastrutture della cura. Vogliamo continuare a immaginare insieme nuovi modi di opporci a questo presente soffocante, per costruire una lotta imprevedibile e concreta. Non permetteremo la strumentalizzazione della violenza patriarcale da parte del governo per legittimare risposte securitarie. “Sicurezza” che si traduce in politiche di controllo, militarizzazione dei quartieri, repressione e profilazione razziale, aumento dellə detenutə per reati penali, civili e amministrativi che sono costrettə a vivere in condizioni inumane in carceri sovraffollate. L’uso sproporzionato della forza contro i movimenti sociali, le manifestazioni studentesche e quelle sindacali è il volto interno di questa stessa politica di guerra. È stato approvato l’ennesimo Pacchetto Sicurezza: misure che non sono pensate per la nostra sicurezza, ma per reprimere chi esprime dissenso e svuotare le piazze, rendendo la lotta costosissima sul piano economico e sul piano sociale e dando più protezione economica e politica alle forze dell’ordine (che sono ancora senza numeri identificativi). La violenza dello stato si manifesta anche con proposte di legge come il DDL Bongiorno. Ci opponiamo alla formulazione della nuova legge sulla violenza sessuale, che elimina il consenso come parametro per giudicare se ci sia stata o meno violenza e smaschera la cultura profondamente patriarcale, misogina e antifemminista dell’esecutivo, che mette sul banco dellə imputatə chi ha subito violenza invece di chi l’agisce, mentre fa la guerra ai Centri Anti Violenza autonomi e transfemministi. Vogliamo rimettere al centro i nostri desideri, la nostra rabbia, l’autodeterminazione sui nostri corpi e sui nostri territori. Continuiamo a organizzarci, per trasformare il dolore in rabbia e la rabbia in lotta, per innescare il cambiamento personale e collettivo, tramare e cospirare insieme. La potenza transfemminista in grado di distruggere le fondamenta di questo sistema razzista, patriarcale, coloniale, abilista e repressivo, forte di quello che abbiamo costruito e trasformato negli ultimi 10 anni e di tutte le genealogie precedenti, ma che sia in grado di leggere il presente e adeguare pratiche e lotte. Lo sciopero è esploso in questi anni, anche a partire dal movimento transfemminista globale, nella sua dimensione di pratica sovversiva. È un processo politico costruito non solo su specifiche rivendicazioni, ma con l’obiettivo di trasformare radicalmente i presupposti materiali e sociali di disuguaglianze e gerarchie. E quindi, dopo dieci anni, oggi è ancora più urgente lo sciopero dal lavoro riproduttivo e produttivo, dai generi e di genere. Scioperiamo perché senza consenso è stupro. Scioperiamo perché senza dissenso è dittatura. Scioperiamo perché non vogliamo che le nostre vite siano regolate da un’economia di guerra che impone militarizzazione in ogni ambito delle nostre vite. Scioperiamo per lo smantellamento delle frontiere che generano morti continue e contro il razzismo di stato. Scioperiamo perché nelle scuole non vogliamo le forze dell’ordine ma un’educazione sessuo-affettiva al consenso e al desiderio. Scioperiamo perché siamo stanchə di vivere di contratti di lavoro poveri, di lottare contro la disoccupazione, contro la violenza economica, razzista e maschilista dentro e fuori ai luoghi del lavoro. Scioperiamo per una salute transfemminista per spazi e reti di cura – siano essi autogestiti o all’interno dei servizi di sanità pubblica – che sappiano farsi carico della nostra salute a 360°: dalla salute sessuale e riproduttiva alla salute mentale. Scioperiamo perché vogliamo una casa per tuttə. Scioperiamo perché ancora oggi il sud Italia è ai margini delle politiche istituzionali, in cui il progetto surreale del ponte sullo stretto è al centro e le nostre vite terrone sono dimenticate. Scioperiamo per il reddito di autodeterminazione. Scioperiamo per l’autodeterminazione dei popoli oppressi, per la fine del colonialismo in tutte le sue forme e delle guerre. Scioperiamo per immaginare una società che metta al centro la cura e la vita, non il profitto e la guerra. LE NOSTRE VITE VALGONO. NOI SCIOPERIAMO!“ Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Claudio Signore di AL COBAS Milano a fronte dell’incidente del 27 febbraio in cui il tram linea 9 a deragliò finendo contro il muro di un’abitazione e provocando due morti e 54 feriti e di altri deragliamenti di tram avvenuti nei giorni successivi sempre nel capoluogo lombardo. Evidentemente c’è qualcosa che non và nel sistema di trasporto pubblico milanese e come sempre a farne le spese sono i lavoratori e gli utilizzatori del servizio, per questo il sindacato AL COBAS che rappresenta i lavoratori di questo settore, è già da tempo che porta avanti svariate battaglie sindacali, ultimo lo sciopero che è stato proclamato per il 27 marzo. Tra le rivendicazioni di questi lavoratori la riduzione dei carichi di lavoro, una maggiore attenzione alla sicurezza del personale e dei viaggiatori e l’opposizione ad un nuovo accordo in vista che aumenterebbe ulteriormente l’orario di lavoro giornalieri per i tramvieri. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- il terzo argomento della serata ha riguardato il trasporto aereo, ai nostri microfoni abbiamo quindi ospitato Gianni Cervone di CUB Linate e Malpensa. Da lui ci siamo fatti descrivere le motivazioni che hanno portato all’indizione dello sciopero del 18 marzo, sciopero che potrebbe venire “congelato” data l’apertura da parte delle aziende di handling tirate in causa, che si sono dette disponibili all’apertura di un tavolo di trattativa con i lavoratori. Buon ascolto
March 15, 2026
Radio Blackout - Info
Puntata del 10/03/2026@2
Il primo argomento della serata è stato lo sciopero transfemminista globale 2026, ne abbiamo parlato in collegamento telefonico con Chiara di Non Una Di Meno Torino: “Quest’anno sarà ancora sciopero transfemminista, lunedì 9 marzo, e l’8 sarà una giornata di lotta e mobilitazione. Due giorni potenti che fermino la produzione e la riproduzione sociale, che rendano visibile l’invisibile, che facciano emergere il sommerso e mettano al centro desiderio, rabbia e lotta. Per ribadire che questo presente costellato da violenza patriarcale, razzista e istituzionale, guerre, genocidi, militarizzazione, repressione, precarietà non è un destino a cui non possiamo sfuggire, ma il prodotto di politiche e retoriche autoritarie precise. Il genocidio incontrastato del popolo palestinese, la spartizione di Gaza, l’attacco al Venezuela, al Rojava, le stragi continue in Iran, Congo e Sudan, le violenze e gli omicidi dell’ICE, la repressione del dissenso che ovunque si abbatte sui movimenti e su chiunque non si allinea a questo sistema, le politiche persecutorie antimigranti e il razzismo istituzionale sempre più feroce, sono tutti sintomi della più generale deriva transnazionale, segnata da un’escalation bellica e di violenza patriarcale che ridisegna le priorità politiche ed economiche verso riarmo, guerra e imperialismo. L’economia di guerra non è più una minaccia astratta, ma una realtà tangibile che ci colpisce in modo ancora più terribile come donne, froce, lesbiche, persone queer, trans, non binarie, malatə, neurodivergenti e con disabilità, razzializzate, migrantə, sex workers, prigionierə, lavoratricə, anziane e in modo crescente bambinə. La sottrazione delle risorse destinate ai bisogni reali, per destinarle invece al riarmo e alla militarizzazione, è sistemica. L’autodeterminazione e la libertà dei corpi e dei popoli sono sotto attacco ovunque e in modi diversi, ma tutti con un impatto devastante. Una politica della guerra, sul piano interno, è quella che fa della cultura dello stupro e della violenza sessista, maschilista, istituzionale ed economica le proprie parole chiave; una politica che pone al centro la virilità maschile, in un Paese in cui i femminicidi sono all’ordine del giorno e in cui le istituzioni si mostrano incapaci di affrontare il problema su un piano politico, sociale e culturale. Siamo noi i soggetti che la società patriarcale ha deciso di sacrificare per poter garantire il proprio funzionamento, è su di noi che si scarica tutto il peso e la violenza di questa crisi capitalistica e delle sue guerre. La sentiamo nel peso del lavoro riproduttivo e di cura, nei femminicidi, nella violenza di genere e dei ruoli di genere, nel controllo dei corpi, nel consumismo e nell’estrattivismo sui territori. La nostra risposta alla violenza è collettiva, culturale e quotidiana e straborda nelle piazze e negli scioperi. Per farlo abbiamo bisogno della pratica transfemminista, che continua ad essere uno degli anticorpi più efficaci e potenti, perché riesce a mettere al centro le vite materiali, le relazioni personali e politiche e le infrastrutture della cura. Vogliamo continuare a immaginare insieme nuovi modi di opporci a questo presente soffocante, per costruire una lotta imprevedibile e concreta. Non permetteremo la strumentalizzazione della violenza patriarcale da parte del governo per legittimare risposte securitarie. “Sicurezza” che si traduce in politiche di controllo, militarizzazione dei quartieri, repressione e profilazione razziale, aumento dellə detenutə per reati penali, civili e amministrativi che sono costrettə a vivere in condizioni inumane in carceri sovraffollate. L’uso sproporzionato della forza contro i movimenti sociali, le manifestazioni studentesche e quelle sindacali è il volto interno di questa stessa politica di guerra. È stato approvato l’ennesimo Pacchetto Sicurezza: misure che non sono pensate per la nostra sicurezza, ma per reprimere chi esprime dissenso e svuotare le piazze, rendendo la lotta costosissima sul piano economico e sul piano sociale e dando più protezione economica e politica alle forze dell’ordine (che sono ancora senza numeri identificativi). La violenza dello stato si manifesta anche con proposte di legge come il DDL Bongiorno. Ci opponiamo alla formulazione della nuova legge sulla violenza sessuale, che elimina il consenso come parametro per giudicare se ci sia stata o meno violenza e smaschera la cultura profondamente patriarcale, misogina e antifemminista dell’esecutivo, che mette sul banco dellə imputatə chi ha subito violenza invece di chi l’agisce, mentre fa la guerra ai Centri Anti Violenza autonomi e transfemministi. Vogliamo rimettere al centro i nostri desideri, la nostra rabbia, l’autodeterminazione sui nostri corpi e sui nostri territori. Continuiamo a organizzarci, per trasformare il dolore in rabbia e la rabbia in lotta, per innescare il cambiamento personale e collettivo, tramare e cospirare insieme. La potenza transfemminista in grado di distruggere le fondamenta di questo sistema razzista, patriarcale, coloniale, abilista e repressivo, forte di quello che abbiamo costruito e trasformato negli ultimi 10 anni e di tutte le genealogie precedenti, ma che sia in grado di leggere il presente e adeguare pratiche e lotte. Lo sciopero è esploso in questi anni, anche a partire dal movimento transfemminista globale, nella sua dimensione di pratica sovversiva. È un processo politico costruito non solo su specifiche rivendicazioni, ma con l’obiettivo di trasformare radicalmente i presupposti materiali e sociali di disuguaglianze e gerarchie. E quindi, dopo dieci anni, oggi è ancora più urgente lo sciopero dal lavoro riproduttivo e produttivo, dai generi e di genere. Scioperiamo perché senza consenso è stupro. Scioperiamo perché senza dissenso è dittatura. Scioperiamo perché non vogliamo che le nostre vite siano regolate da un’economia di guerra che impone militarizzazione in ogni ambito delle nostre vite. Scioperiamo per lo smantellamento delle frontiere che generano morti continue e contro il razzismo di stato. Scioperiamo perché nelle scuole non vogliamo le forze dell’ordine ma un’educazione sessuo-affettiva al consenso e al desiderio. Scioperiamo perché siamo stanchə di vivere di contratti di lavoro poveri, di lottare contro la disoccupazione, contro la violenza economica, razzista e maschilista dentro e fuori ai luoghi del lavoro. Scioperiamo per una salute transfemminista per spazi e reti di cura – siano essi autogestiti o all’interno dei servizi di sanità pubblica – che sappiano farsi carico della nostra salute a 360°: dalla salute sessuale e riproduttiva alla salute mentale. Scioperiamo perché vogliamo una casa per tuttə. Scioperiamo perché ancora oggi il sud Italia è ai margini delle politiche istituzionali, in cui il progetto surreale del ponte sullo stretto è al centro e le nostre vite terrone sono dimenticate. Scioperiamo per il reddito di autodeterminazione. Scioperiamo per l’autodeterminazione dei popoli oppressi, per la fine del colonialismo in tutte le sue forme e delle guerre. Scioperiamo per immaginare una società che metta al centro la cura e la vita, non il profitto e la guerra. LE NOSTRE VITE VALGONO. NOI SCIOPERIAMO!“ Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Claudio Signore di AL COBAS Milano a fronte dell’incidente del 27 febbraio in cui il tram linea 9 a deragliò finendo contro il muro di un’abitazione e provocando due morti e 54 feriti e di altri deragliamenti di tram avvenuti nei giorni successivi sempre nel capoluogo lombardo. Evidentemente c’è qualcosa che non và nel sistema di trasporto pubblico milanese e come sempre a farne le spese sono i lavoratori e gli utilizzatori del servizio, per questo il sindacato AL COBAS che rappresenta i lavoratori di questo settore, è già da tempo che porta avanti svariate battaglie sindacali, ultimo lo sciopero che è stato proclamato per il 27 marzo. Tra le rivendicazioni di questi lavoratori la riduzione dei carichi di lavoro, una maggiore attenzione alla sicurezza del personale e dei viaggiatori e l’opposizione ad un nuovo accordo in vista che aumenterebbe ulteriormente l’orario di lavoro giornalieri per i tramvieri. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- il terzo argomento della serata ha riguardato il trasporto aereo, ai nostri microfoni abbiamo quindi ospitato Gianni Cervone di CUB Linate e Malpensa. Da lui ci siamo fatti descrivere le motivazioni che hanno portato all’indizione dello sciopero del 18 marzo, sciopero che potrebbe venire “congelato” data l’apertura da parte delle aziende di handling tirate in causa, che si sono dette disponibili all’apertura di un tavolo di trattativa con i lavoratori. Buon ascolto
March 15, 2026
Radio Blackout - Info
Firenze. Abbiamo perso il Tram per il diritto alla qualità
Marx diceva che l’umanità si pone solo i problemi che può risolvere, ma ci sono problemi facili da risolvere che la gente non si pone. (Henri Lefebvre)   La tramvia risponde alla domanda di mobilità dicendo che, se si … Leggi tutto L'articolo Firenze. Abbiamo perso il Tram per il diritto alla qualità sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Quanti affari con Israele: dalle azioni Hera ai vagoni del tram
Nel rapporto sulla "economia del genocidio" curato da Francesca Albanese, che sarà premiata dal Comune, alcune realtà collegate al territorio bolognese ed emiliano-romagnolo: Vanguard e BlackRock nella pancia della multiutility, insieme a State Street; mentre CAF fornirà i mezzi della tranvia, nei cui lavori era già coinvolta Alstom.
Il Comune di Bologna deve fare chiarezza sull’accelerazione estiva dei cantieri del tram
L’evacuazione notturna di un intero condominio su Via San Felice 55 sta gettando luce sulle criticità dei cantieri estivi in città. Sugli organi di stampa si è sviluppata in particolare una polemica tra la proprietà dello stabile che accusa i lavori del tram per i danni alla colonna e il […] L'articolo Il Comune di Bologna deve fare chiarezza sull’accelerazione estiva dei cantieri del tram su Contropiano.
July 17, 2025
Contropiano
Quelli che fanno il ponte… Quelli che fanno il tram
Santificano poche feste, non si conoscono i loro turni e i loro orari, ma nemmeno i loro salari. Quando non lavorano dove abitano a Bologna? Nel manifesto del Comune per il 1° maggio si parla di “lavoro dignitoso per tutti/e”, la vita che fanno gli operai dei cantieri della tranvia ha questa caratteristica?