Il teatro e il suo ruolo. Intervista a Claudia Castellucci
(archivio disegni napolimonitor)
Claudia Castellucci vive a Cesena, e nel teatro Comandini, storica sede della
Societas Raffaello Sanzio, sta costruendo il suo ultimo happening del 2025.
Drammaturga e coreografa, dagli anni Novanta ha sperimentato la scuola come
luogo di ricerca intorno alla rappresentazione, pubblicando nel 2015 per
l’editore Quodlibet, Setta. Scuola di tecnica drammatica. Nel 2014 ha fondato la
Scuola Cònia, un corso estivo di Tecnica della Rappresentazione che ha diretto
fino al 2025, rivolto “a studenti che vogliono realizzare le loro idee in un
contesto critico, alimentato da diversi docenti esterni, specialisti di
discipline estetiche”. Nel 2020 Claudia Castellucci con lo spettacolo Fisica
dell’aspra comunione ha ricevuto il Leone d’Argento per la sezione danza della
Biennale di Venezia curata da Marie Chouinard. La sua storia artistica prende
avvio nel 1981 quando col fratello Romeo e i fratelli Chiara e Paolo Guidi,
fonda la compagnia teatrale Societas Raffaello Sanzio per “un teatro dalla scena
prevalentemente visiva, plastica e sonora”. Il loro modo innovativo di concepire
l’arte scenica si afferma nel panorama internazionale già dagli anni Novanta e
dal 2006 la compagnia “si trasforma in Societas, dando luogo a sviluppi
artistici distinti per ognuno degli artisti fondatori”.
Siamo nella cucina del teatro Comandini, perché le sale sono in allestimento per
la serata, quando Claudia Castellucci inizia a parlarci del suo lavoro. «Fin da
giovanissima c’è stato da parte mia un interesse a sviluppare delle idee e a
realizzarle principalmente insieme ad altri, attraverso lo strumento del teatro
e quindi della rappresentazione. Tutto questo a livello intuitivo, perché quando
ero molto giovane esempi non ce n’erano, anche perché ho sempre vissuto in
provincia, anzi, nei primi anni della vita in un piccolo paese e quindi i
paragoni erano veramente pochissimi. Ciò che mi ha ispirato è stato il gioco
infantile, che poi è diventato una cosa più seria perché regolare e regolata. Il
gioco è di per sé una trasformazione della realtà da parte dei bambini, che col
crescere e acquisire coscienza, diventa più serio. Ciò che loro immaginano
esiste e in questo senso è serio, ma quando c’è il passaggio nell’età della
consapevolezza, questa serietà assume anche il carattere del grave».
CONTADO
Claudia Castellucci nell’ultimo anno, insieme a Sissj Bassani e Pier Paolo
Zimmermann, parte della sua compagnia di danza Mòra, ha lavorato a Contado, in
cui musica dal vivo, bar, consultazione di articoli su arte e letteratura, sala
da ballo e happening, si susseguono durante la serata. «Contado – dice – è un
progetto che cerchiamo di far accadere periodicamente, in modo da creare
un’abitudine. Tra la città e la provincia, i tempi della vita fisica e del tempo
fisico sono percepiti e vissuti in maniera diversa, non dico né migliore né
peggiore. Questa diversità per noi è il terreno di ricerca, facendo leva su
alcune caratteristiche tipiche della città di provincia – il torpore, la
vicinanza delle cose, la fissità dei panorami, la lontananza dal “centro” – per
elettrizzare, per ionizzare le idee rispetto alla metropoli. Contado dunque è un
luogo di incontro, discussione e sperimentazione. Un luogo che per alcuni versi
si ispira al Cabaret Voltaire, quando Hugo Ball, uno studioso del cristianesimo
bizantino, sentì il bisogno di azzerare il linguaggio – che sentiva identico a
quello utilizzato dai promotori della Grande Guerra – e di fondare un luogo
aperto a tutti come un bar, aperto anche a nuovi alfabeti così come a tutti gli
analfabeti».
Il lavoro sulla provincia e la relazione con il centro, la città, è per Claudia
Castellucci parte della sua biografia, da dove costruire un dialogo che
probabilmente non è con la città, ma con l’opera stessa. «La parola Contado,
più che un’elegia nei confronti della provincia, indica una funzione che le
città di provincia devono perseguire rispetto alle metropoli, sulle quali
convergono tutte le arti. Le cose sono molto cambiate rispetto a pochi decenni
fa, il più piccolo paese è collegato alla metropoli ed è del tutto omologo alla
mentalità corrente. Dal punto di vista fisico la distinzione ancora c’è, solo
che bisogna trovarla, non è automatico vivere in una città di provincia ed
essere arricchiti da fantomatiche caratteristiche che la provincia avrebbe in
sé. Occorre capire la condizione provinciale come favorevole a una via
decentrata. Contado è una parola medievale che si riferisce a tutto ciò che era
fuori le mura della città, all’attività rurale di persone, spesso servi della
gleba, e in senso metaforico allude al fatto che Cesena, la città in cui si
svolge, è lontana dai punti nevralgici dell’arte contemporanea che generalmente
insistono nelle metropoli. C’è una credenza, un atteggiamento e una disposizione
che mirano a raggiungere la città per essere dentro a questo estuario dell’arte.
Ma Contado ne resta fuori».
LAUDES PLEBIS
Alla terza serata di Contado, il 12 dicembre 2025, Claudia Castellucci è
arrivata attraverso un seminario denominato Laudes Plebis, un seminario sulle
acclamazioni corali in cui ha preso forma un happening con quindici persone. Le
Laudes Plebis interrompono la proiezione di un film con una serie di cori,
maschili e femminili. Il film è Solo sotto le stelle, una traduzione infelice
di Lonely Are the Brave del 1962, diretto da David Miller e sceneggiato da
Dalton Trumbo, membro della Hollywood Ten, un gruppo di professionisti del
cinema che nel 1947 si rifiutarono di testimoniare davanti alla Commissione per
le attività antiamericane sulla loro adesione al comunismo. Inserito nella Lista
nera di Hollywood, Trumbo nel 1950 fu condannato a undici mesi di prigione.
«Prima di parlare delle Laudes Plebis – dice Castellucci –, bisogna parlare del
concetto di happening che caratterizza Contado. Io, di età avanzata, e due
ragazzi sotto i trent’anni portiamo avanti questa invenzione che è stata molto
lunga, con processi di crisi, necessità di sospendere, e un tempo proprio di
decantazione e di critica. Eravamo partiti in un certo modo, poi qualcuno ha
abbandonato, di conseguenza abbiamo sospeso il lavoro di creazione incontrandoci
regolarmente per cinque mesi soltanto per leggere un libro, il cui primo
paragrafo faceva capo alla pioggia di atomi di Epicuro e alla minima deviazione
di uno di essi come origine di qualcosa d’altro rispetto alla fissità cosmica
delle apparenze pre-mondiali. Non a caso il titolo del primo happening nella
prima serata di Contado era Piove. Che questo sia dunque un inizio
sulla semplice pioggia. In quel testo si parla della necessità di creare un
vuoto, non in senso pneumatico, spirituale, ma per sgomberare il campo dalle
nozioni, da tutto quello che si sa, far sì che nell’estrema povertà qualcosa
emerga, qualcosa accada, qualche coincidenza si accenda, ma bisogna essere
specificamente attenti a questo. Il concetto di happening l’abbiamo spiegato
attraverso qualcosa che era già accaduto nella storia, negli anni Cinquanta per
la precisione, quindi non un’invenzione assoluta».
Nell’happening c’è la brusca interruzione del film, con quindici persone
mischiate tra il pubblico che all’improvviso si alzano e gridano le acclamazioni
corali. Tre per la precisione sono le rotture, le interruzioni; e a ogni
interruzione il film proiettato assume una distorsione, vocale e visiva. Questa
è una delle battute detta da Kirk Douglas, che mostra il tono del film: “Un uomo
dell’Ovest ama gli spazi aperti. Ciò significa che deve odiare i recinti. E più
recinti ci sono, più li odia… Hai mai notato quanti recinti stanno spuntando? E
i cartelli che ci mettono sopra: divieto di caccia, divieto di escursione,
vietato l’ingresso, proprietà privata, zona chiusa, circolare, andatevene,
sparite, crepate!”.
«L’happening – continua Castellucci – è appunto un accadere delle cose, anche
fuori dalla galleria, fuori dai teatri, ma l’importante è che siano accadimenti
preparati non troppo a lungo, senza tutte le necessità legate alla tecnica, alla
tecnologia, al disporre di molti mezzi finanziari. Abbiamo scelto l’happening
per la sua immediatezza, come interruzione di qualcosa, senza stare troppo a
pensarci, quindi fare e poi capire, arare e poi pensare. Un capovolgimento della
cronologia solita per cui prima penso e poi faccio. No, in questo caso prima
faccio e poi penso; conservando un’espressione immediata, impetuosa, di qualcosa
che bisogna fare anche rischiando e buttandosi. Non è un divertimento esteriore
per riderci su, uno scherzo che non fa male a una mosca, no, c’è proprio il
rischio dell’interrompere, e perché appunto questa immediatezza sia luminosa,
sia chiara, è importante essere precisi in poco tempo; è una particolare azione
che si può individuare anche in altre aree dell’attività umana, che ha come
caratteristica quella di una risposta non predisposta da un piano, ma immediata
e precisa… Tutto nasce dalla frequentazione delle manifestazioni per la
Palestina. Lì mi è sorta l’idea di immaginare dei cori, mi sono ricordata di un
libro di Kantorowicz sulle Laudes Regiæ sull’attitudine umana all’acclamazione
corale e popolare riferite agli imperatori romani, e quando l’impero romano ha
permesso il cristianesimo ed è diventato cristiano esso stesso, allora la Chiesa
ha mutuato queste Laudes sostituendo a Cesare Gesù Cristo. Sono documentate con
un passaggio assolutamente identico. Poi lungo la storia è successa un’altra
rivolta, quando l’imperatore cristiano è divenuto più importante rispetto al
papa. Le Laudes in origine erano rivolte all’imperatore romano, poi a Cristo,
infine rivolte all’imperatore cristiano, dove il papa figurava per ultimo nella
gerarchia delle acclamazioni. Quando anche gli imperatori romani scomparvero, le
Laudes Regiæ sopravvissero per secoli nei riti più solenni della Chiesa
Cattolica. In ultimo, e sul versante politico, le riesumò –identiche– Benito
Mussolini, dove l’esaltazione era verso il duce, e questo mi ha abbastanza
colpito. Ho voluto da un lato tenere presente questo aspetto storico, che ha
sempre visto l’uso dell’acclamazione corale nell’espressione politica popolare,
soprattutto nei regimi totalitari, e fare una sorta di controcanto dalla parte
plebea, rivisitata ai giorni nostri».
LA FORMAZIONE DEL LUOGO
Con Claudia Castellucci quest’estate ho frequentato il primo anno della Scuola
Cònia, che è combaciato col suo ultimo anno di direzione (la scuola però non si
fermerà, ma si sposterà a Genova dall’estate 2026, diretta da un gruppo di
scolari della scuola cesenate del passato), e ho partecipato in questo scorcio
d’autunno, a cavallo tra novembre e dicembre 2025, al seminario sulle
acclamazioni corali. Nell’uno come nell’altro caso, lo spazio della ricerca e lo
spazio collettivo sono tutt’uno. La creazione diventa corale e così la
costruzione del luogo. Così lo spiega Claudia Castellucci: «Attualmente sono
interessata ai luoghi, a far sì che i luoghi sorgano, più che altro dati dal
convegno di persone che liberamente si mettono insieme per studiare. Lo studio
vuol dire discutere in modo impegnato. C’è l’aspetto della spontaneità, ma c’è
anche una serietà. Perciò mi interessa pensare ai luoghi, non da sola, mai da
sola. Con gli altri la solitudine non è fugata ma messa al lavoro, espressa,
perché la solitudine coincide con il desiderio di tutti di creare un luogo. Non
c’è un credo che ci raduna, non c’è una direzione preconcetta che fa sì che
tutte le persone possano identificarsi. Semplicemente c’è un’intuizione,
lanciata da qualcuno, e così comincia questo incontrarsi, questa discussione; a
quel punto la persona che ha avuto la prima intuizione cessa di essere la
protagonista, ma ora che la discussione è avviata cominciano ad alternarsi altre
proposizioni. Di solito ciò che creo lo creo insieme ad altri, quindi c’è questa
necessità di procurarsi dei compagni, che si esprime attraverso il convenire
insieme, in una maniera possibilmente regolare, perché la costituzione del luogo
è quasi più temporale che spaziale, la periodicità con la quale ci si incontra
corrisponde a un sentire profondo, che è quello di appuntamenti lungo l’anno,
con tutti i cambiamenti che l’anno procura; e il sapere che ci incontriamo in
quel giorno, ci prepariamo per quel giorno, crea una cadenza temporale che
corrisponde a una cadenza cardiaca, personale». E continua ancora sulla
relazione tra creazione e denaro, proprio per significare e sottolineare la
relazione tra periferia e centro: «C’è una polemica sotterranea nei confronti
della metropoli, il cui monopolio (centralità) delle idee (riconosciute) è quasi
schiacciato, coincidente con la realtà del denaro. Le invenzioni che vogliamo
fare per il luogo Contado, si riferiscono direttamente al concetto del denaro in
rapporto all’arte. Ancora non è palese, ancora dobbiamo arrivarci, perché
Contado, come tutte le invenzioni dei luoghi, non è fatta una volta per tutte,
ma occorre lavorarvi tutte le volte. Qui si apre un altro discorso che forse è
bene non affrontare, neanche Contado finora l’ha affrontato, un discorso che
riguarda proprio il denaro. Nella metropoli il denaro si fa sentire, si fa
sentire con l’arte schiacciandola; anche i comportamenti si informano molto
spesso in funzione del denaro. Il denaro pare essere una leva necessaria per
poter creare, e nelle sfere più alte il denaro è completamente identificato con
l’arte; qui invece è bene cercare di separare il discorso del denaro dall’arte,
nel senso che il rapporto con il denaro c’è e deve esserci, ma in un modo
problematico».
ARTE E DENARO
«Il denaro è una grandissima potenza, trans-storica, trans-nazionale,
trans-religiosa, il denaro comanda su tutto, tutti sono d’accordo rispetto a
questo tipo di transazione, però sta prendendo un accento crematistico che
ingloba l’arte in una maniera davvero importante, per cui la frizione che c’è
sempre stata non c’è più, adesso questo rapporto è diventato monodimensionale».
Qui Claudia Castellucci risponde alla mia domanda sulla relazione medievale e
poi rinascimentale che si crea tra il committente e l’artista, che molte volte
lavorava e viveva nella corte di una famiglia nobile, benestante, o sotto la
protezione della Chiesa, in cui l’artista doveva cercare la sua libertà
espressiva, pur in questa relazione dispari. «Questa è la frizione: pur avendo
commissioni ben precise quanto a soggetto, dimensione, posizione, quantità di
colore prescritta in grammi… documenti in cui si precisa che i colori delle
terre avevano prezzi tutti diversi, e così l’uso del lapislazzuli da parte di un
committente voleva dire: guardate io sono così munifico che spendo molto denaro
pur di usare il lapislazzuli… L’arte è costellata di strettoie ma ciò non di
meno e ciò nonostante, era un esercizio di libertà. È lì che è espressa la
libertà, nella costrizione. Nell’arte contemporanea c’è una tendenza ancora
concettuale, mentale, encefalica che supera la necessità della bottega
(apprendistato) e dell’artigianalità, ma ciò determina un finto strapotere della
capacità mentale e del concetto. L’imposizione della propria idea è ancora
percepita come molto più importante della capacità tecnica e dell’abilità
mimetica, e sempre più l’arte si sta identificando con la sua giustificazione
storiografica e concettuale. Se la Chiesa e il signore del Rinascimento pagavano
molti soldi e assoggettavano l’artista con una serie di richieste precise, lo
facevano per esporre l’arte, quindi per conferire all’arte un uso
rappresentativo, non importa di cosa, ma era un’arte dell’uso, era utile perché
fungeva, aveva una funzione. Con il dominio sempre più piatto del denaro c’è
stata la totale identificazione dell’arte con il denaro: essa è soltanto una
funzione del denaro. Quindi abbiamo l’artista completamente libero di fare tutto
ciò che vuole, ma perde di vista il senso dell’uso, quindi la funzione della
rappresentazione. L’arte è soltanto una funzione del denaro. Se i primi
collezionisti esponevano le loro opere, ora le mettono direttamente in
cassaforte, non le guardano più perché sono soltanto investimenti di denaro…
Parlavo della crematistica perché è attualmente la nostra legge, la legge che
domina tutto, schiaccia tutto. Se vogliamo rivoltarci a questa situazione non
bisogna illudersi di fare rivoluzioni palingenetiche, ma occorre cercare altre
persone che corroborino un’arte utile a decorare e/o a rappresentare. Bisogna
essere in tanti, da soli ci si perde, da soli ci si dispera. Questo non vuol
dire che l’arte deve essere necessariamente collettiva, ma in questo momento
storico è importante ricostruire il tessuto dello stare insieme per un edificio
temporale prima ancora che spaziale. È il convegno cadenzato la prima
architettura».
LA COSTRUZIONE DELL’EDIFICIO E LA POLITICA
Dal «bisogna essere in tanti, da soli ci si perde, da soli ci si dispera»,
Claudia Castellucci introduce il tema della politica e come l’arte, il teatro si
debbano relazionare a essa. E così riprende il ragionamento: «In questo momento
bisogna trascurare un po’ questa parola; è chiaro che è una parola centrale, ma
è talmente confusa, vessata, che è meglio tenerla nascosta per un po’, perché la
politica manifesta è ora veramente impraticabile. Intendo quella dei partiti.
Ciò non significa che bisogna fare finta che non esista la dimensione politica.
In questo momento bisogna cercare proprio di ricostruire il politico, cioè lo
stare insieme, perché è questa la cosa distrutta, distrutta completamente». E
poi ai luoghi collettivi: «Si collega al discorso iniziale del costituire i
luoghi, anche senza spazio; con lo spazio è meglio, cioè poter avere una casa è
meglio, un luogo dove ritrovarsi insieme, ma se non c’è, l’importante è proprio
lo stare insieme, con le idee e la realizzazione delle idee. Non ho in mente un
aspetto espansivo, che sarebbe più politico, non ho in mente il fatto che il
nostro modo possa essere esemplare. Se una cosa è efficace, lo è nel senso della
moltiplicazione, di una certa immediatezza, così pure come di un’estensione di
quello che costituisce, ma se ciò avverrà lo sarà a prescindere da specifiche
intenzioni in questo senso. In una condizione di disastro di un linguaggio
comune, è inefficace partire con il presupposto di dover impiantare qualcosa di
comprensibile per il maggior numero di persone possibili. Bisogna evocare il
segreto. Ciò che dico non è fare delle società segrete, non è fare dei piccoli
club, delle élite (anche se di fatto si è in pochi), ma è un impegno già
orientato alla presa di (al fare presa su) altri e forse molti altri; senza
avere idee di palingenesi politica, e senza neanche voler dire limitiamoci al
piccolo: no, semplicemente si fa, c’è bisogno che si faccia, e si fa. Delle
conseguenze ne parleranno altri, se vogliono, ma per ora è qualcosa di concreto
che non facciamo a porte chiuse».
«A Contado abbiamo discusso se fare l’ingresso gratuito o a pagamento. Ci siamo
detti, se facciamo pagare l’ingresso nessuno entra. Nessuno che non sia di
questa parrocchia. Per parrocchia intendo il teatro contemporaneo, ma proprio
per il fatto che non siamo un club privato, cerchiamo di estenderlo a tutti,
inizialmente. Poi è chiaro che le persone potranno dire: cos’è ‘sta roba, me ne
vado; va bene, d’accordo. Ma questa apertura gratuita è una ricchezza per noi,
non per gli altri, perché ci dà modo di creare e di pensare. Abbiamo deciso di
continuare Contado fino a maggio, per poi connetterci idealmente al festival
chiamato Catalysi, un esperimento che tentammo due anni fa e che abbiamo dovuto
chiudere per mancanza di denaro. Quest’anno sperimentiamo questi appuntamenti
senza grandi mezzi per punteggiare questo periodo di tempo con una regolarità di
incontri. E poi speriamo di continuare, perché non è esaurito ancora
l’esperimento, siamo agli inizi, ci sono tante cose ancora da risolvere. Il
dialogo è formato da qualcuno che parla e parlando non detta. Parla, immagina,
esprime, interroga e dall’altra parte c’è chi coglie questa espressione come
qualcosa che è rivolta a lui o a lei, ed è chiamato a sua volta a esprimersi, a
parlare, discutere, quindi è un edificio che si compie, nel senso che si
costruisce innanzitutto la relazione e poi un oggetto, per esempio uno
spettacolo, un libro, un’azione di qualsiasi natura, politica, artistica,
sociale. È un edificio che non è più individuale come un’opera d’arte. L’opera
d’arte di solito la si immagina individuale, ma in questo caso è un’opera (non
necessariamente d’arte), che si basa su un “automatismo” inizialmente innescato
da una persona per avviare il movimento di altri e questo in un ordine di reale
convivialità, non di guida carismatica. Poi se questo innesco provoca un reale
incontro e questa relazione dura, allora comincia l’edificio, ed è grazie a
questa reciprocità che avviene una trasformazione». (daniele balzano)