Arrevuoto, vent’anni di teatro in movimento
(foto di stefano cardone)
A fine maggio è andato in scena, al teatro San Ferdinando, XX Movimento. Sospesi
tra le stelle, spettacolo annuale del progetto di arte e pedagogia Arrevuoto.
Per qualche mese ho seguito alcuni dei laboratori, in particolare quello di
Scampia, che si svolge da Chikù – Cibo e cultura, ristorante di donne rom e
napoletane che si trova esattamente sopra l’Auditorium Fabrizio De André (i
laboratori si svolgono in un ristorante perché il teatro c’è, ma è chiuso a
causa di vicissitudini burocratiche, talvolta grottesche, dal 2017). Insieme al
gruppo di Scampia hanno partecipato scuole come la Madonna Assunta di Bagnoli e
il Casanova-Costantinopoli del centro storico di Napoli, e poi associazioni,
centri educativi, cooperative sociali come Stelle sulla Terra (Materdei) e
L’Orsa Maggiore (Rione Traiano).
Per capire Arrevuoto bisogna tornare indietro di vent’anni: «Era un momento
cupo, con una guerra di camorra in atto», racconta Emma Ferulano, una delle
coordinatrici del progetto. Arrevuoto nasce infatti negli anni della faida di
Scampia, quando nel quartiere – parallelamente al diffondersi di un morboso
interesse mediatico – artisti, educatori, insegnanti e operatori culturali
iniziano a interrogarsi su come intervenire nei territori senza appiattirsi
sulle logiche emergenziali legate alle politiche repressive. Da quella domanda
nasce un incontro inedito. Da una parte ci sono le realtà che da anni lavorano
nel quartiere, come il Gridas e altri gruppi informali educativi. Dall’altra
Goffredo Fofi, che insieme ad altri pensa di portare a Napoli l’esperienza della
Non scuola del Teatro delle Albe di Ravenna, un metodo teatrale che viene
rielaborato per coinvolgere non solo le scuole, ma anche i centri educativi
(formali e informali) che operano nei differenti territori e i ragazzi che la
scuola non la frequentano affatto. Il progetto trova il sostegno di Roberta
Carlotto, all’epoca direttrice del teatro Mercadante, in un’alleanza per una
volta lungimirante tra istituzioni e realtà territoriali. Arrevuoto si
concretizza sulla base di un’idea semplice e radicale insieme: mescolare le
carte, attraversare la città, portare gruppi di adolescenti provenienti da
contesti diversi a condividere lo stesso spazio scenico. «Mischiare i ragazzi
del campo rom e napoletani di Scampia con quelli del centro, i ricchi ai poveri,
e così via», spiega Ferulano.
Già molte ore prima, il giorno dello spettacolo, in platea si riuniscono
ragazze, ragazzi e guide teatrali, guide pedagogiche, registe e registi, e con
loro tutte le persone, molte delle quali sono attivisti dei differenti
quartieri, che negli ultimi mesi hanno lavorato alla costruzione dello
spettacolo. Prima che il pubblico entri in sala c’è il rito. Lo richiama
Maurizio Braucci, che in Arrevuoto funge da direttore artistico, alzando
l’indice verso l’alto. «Quindi…». La parola passa di bocca in bocca, fino a
trasformarsi in coro. Braucci racconta una storia su Maradona, e in riferimento
alla prima del giorno precedente, conclude: «Ieri è andato in scena un miracolo.
Se si ripete non è più un miracolo, ma Arrevuoto».
Vent’anni dopo il primo movimento, quel nome continua a raccontare qualcosa del
progetto. Il sostantivo deriva dal verbo “arrevotare”, che significa in
napoletano rivoltare, ribaltare, mettere sottosopra. Secondo uno dei racconti
che circolano tra i “vecchi” del progetto, nacque durante uno dei primi
laboratori, a Scampia, quando E., adolescente del quartiere, minacciava
continuamente di far saltare il banco, di “fare arrevotare tutto”. Quella
parola, che raccontava insieme insofferenza, energia e desiderio di rompere gli
schemi, finì per dare il nome a un’intera esperienza.
Anche la geografia dei laboratori è cambiata col tempo. A partire dai quattro
gruppi iniziali Arrevuoto ha coinvolto via via educatori e ragazzi di diversi
quartieri, spesso proprio quando questi attraversavano momenti particolarmente
difficili. Ma la scelta non è mai stata casuale. «A Caivano ci abbiamo provato
per una vita», racconta Emma Ferulano. «Non ci siamo riusciti perché mancava una
rete sul territorio». Prima ancora dei laboratori, Arrevuoto costruisce infatti
relazioni: con associazioni, scuole e realtà educative, condividendo quello che
Ferulano definisce il «senso politico e pedagogico profondo del progetto. Quando
è mancata questa cosa, i laboratori non sono andati bene».
Se la storia di Arrevuoto nasce dentro la faida di Scampia, anche il ventesimo
movimento, così come hanno fatto tutti gli altri, prova a riportare alcune delle
contraddizioni del presente della città sul palco. Durante lo spettacolo, per
esempio, Mirella La Magna, storica attivista del Gridas, incontra finalmente il
sindaco di Napoli. È un incontro immaginario, ovviamente, che richiama una
vicenda reale: dal 2021 il Gridas ha chiesto un confronto con l’amministrazione
senza aver mai ricevuto risposta, in riferimento alle ordinanze di sgombero che
pendono sul destino dello storico spazio sociale. La scena si muove tra ironia e
denuncia, due elementi che attraversano da sempre tanto il lavoro del Gridas
quanto quello di Arrevuoto. La finzione diventa un luogo in cui ciò che nella
realtà continua a non accadere può avere visibilità pubblica.
Alla fine, in scena arrivano gli alieni. La domanda che ha accompagnato la
costruzione di Sospesi tra le stelle è semplice: cosa accadrebbe se centinaia di
navicelle spaziali accerchiassero la Terra? In realtà gli extraterrestri non
hanno alcuna intenzione di invadere il pianeta, anzi la loro tecnologia ha la
forza di disinnescare ogni arma e a fermare ogni conflitto. Non cercano
presidenti, generali o capi di Stato, vogliono soltanto bere un caffè, quello
più buono di Napoli, preparato da Totore l’Asteroide, un giovane barista
disposto a tutto pur di liberarsi dell’acne che gli copre il volto. Quando
finalmente ottiene ciò che desidera, rinunciando al proprio talento, il ragazzo
viene accolto e riconosciuto da una società che fino a quel momento lo aveva
ignorato. Qualcosa però si rompe. Il dono che rendeva speciale il suo caffè
scompare e con esso l’equilibrio che aveva costruito intorno a sé. Il sipario si
chiude mentre i partecipanti cantano una delle canzoni parte del rito. La platea
si svuota lentamente, abbracci e sorrisi accompagnano attori, pubblico ed
educatori verso l’uscita. Nel piazzale antistante al teatro una domanda ritorna
più di tutte: «L’anno prossimo si fa Arrevuoto?». (pasquale frattini)