Tag - teatro

Crisi climatica e migrazioni: uno spettacolo teatrale
Spettacolo teatrale sulle migrazioni climatiche, nato da testimonianze reali. Ingresso gratuito previa registrazione, posti limitati. Per riservare il tuo posto in sala clicca qui Sabato 31 ottobre il progetto di ricerca PersoNa porta a Radio Sherwood in Vicolo Pontecorvo 1/a a Padova, «Crisi climatica e migrazioni», uno spettacolo teatrale nato nel laboratorio di drammaturgia Teatro Utile 2026 dell’Accademia dei Filodrammatici di Milano. I testi partono da testimonianze reali di persone costrette a lasciare la propria terra per gli effetti della crisi climatica. Li hanno scritti i giovani autori del laboratorio, a partire dalle interviste raccolte dal Centro studi Systasis nell’ambito del progetto Le Rotte del Clima e dalle fotografie di Paolo Poce. Per PersoNa, che studia il ruolo dei racconti personali nelle cause sul clima, è un modo di far ascoltare quelle voci fuori da un’aula di tribunale. Spettacolo prodotto dall’Accademia dei Filodrammatici di Milano, con il patrocinio dell’Agenzia ONU per i Rifugiati (UNHCR), per la regia di Tiziana Bergamaschi. Con la collaborazione di Nalini Vidoolah Mootoosamy. In scena Lorenzo Blaconà, Olivier Elouti, Ibrahima Ndiaye, Allegra Gomiero e Lisa Mignacca. Ingresso gratuito previa registrazione, posti limitati. Porte aperte dalle 19:30 con il rinfresco offerto al pubblico; lo spettacolo inizia alle 20:30. Accessibilità: lo spazio si raggiunge solo con le scale e non è accessibile a persone con mobilità ridotta. Se ti riguarda, segnalalo nel modulo di registrazione: ti ricontattiamo noi. Durante la serata scatteremo alcune foto per documentare l’evento. Organizzato dal progetto di ricerca PersoNa (Personal Narratives in Climate Litigation) grazie al contributo e al patrocinio del Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata (FISPPA) dell’Università di Padova, nell’ambito delle attività di Terza Missione e Public Engagement. * Per approfondire: il progetto Le Rotte del Clima e il progetto PersoNa
Franco Marcoaldi / Teatro di guerra
L’immagine del mondo, in quest’ultimo lavoro di Franco Marcoaldi, prende vita su un palcoscenico attraversato da diversi orrori, così come accade nella realtà in cui siamo immersi e poco protagonisti, se non quando le bombe fanno sfracelli e neppure le selve antiche si salvano. Un universo chiuso e refrattario dove Giulia, protagonista di questo monologo, vive e respira malamente, oppressa dall’enorme struttura metallica dell’archivio. Solo una finestra, in alto, fa entrare una sorta di luce proveniente da un giardino e da pochi alberi, forse uno specchio d’acqua – se ne intravede il tremolio. In quello spazio abitato dall’ex giornalista, due enormi altoparlanti, una grande radio, e due telefoni – uno rosso e uno nero – e svariate piante in vaso. Unica presenza, oltre a quella di Giulia, in passato corrispondente di guerra, un fisarmonicista seduto sul lato destro del proscenio. Mentre all’esterno il mondo è abitato (e governato) da uomini fuori sesto, e ogni traccia di memoria viene svalutata prima e distrutta poi, in quel crogiolo non ci si raccapezza più, e a Giulia (forse pochi altri, chissà dove, oltre la scena qui rappresentata), non resta che attrezzarsi per resistere, con i mezzi rimasti, i telefoni e le emissioni radiofoniche. Notizie efferate, personaggi all’altro capo del telefono che dovrebbero aiutarla ad affrontare acque torbide, filtri sporchi, alberi che si abbattono lì dove lei sopravvive. Marcoaldi ha sempre viaggiato, ce ne ha dato prova in numerosi libri tesi fra memoir e reportage, tra solarità immediate e senso del tragico – ma ora racchiude, in un luogo che presenta gli ultimi brandelli di una civiltà pressoché distrutta, la sua eroina mentre coltiva quel che le rimane. Giulia, si ribella, Giulia allena il suo essere beffarda, poi si stupisce mentre risente le proprie voglie rivoluzionarie. E mette ordine ai faldoni che compongono il suo archivio, evidentemente cerca qualche senso in quei quaderni neri – numeri e nomi che un tempo significavano molto, se non tutto. E ora devono essere da lei aggiornati, seguendo le ultime bassure del mondo. L’idea che l’avvolge è quella di compilare una “Enciclopedia dei Morti in guerra” (tutti i morti di tutte le guerre) – ideale sepoltura. Il mondo fuori esplode, queste le notizie che escono dalla radio. Lì dentro si agitano Trump & soci, Gaza ha per sinonimo “genocidio” e la parola d’ordine ha come punto di caduta la guerra sempre più vigorosa. Mentre il mondo rovina, gli impresentabili tirano fuori la spada. La “troppa realtà” da sopportare è davvero troppa. La guerra costante impedisce di pensare a un prima e un dopo la guerra. È così che la follia dilaga sul palcoscenico (non dimenticare dove siamo) fino all’esito finale. Giulia dopo aver parlato al telefono, si rivolge al pubblico degli spettatori – siamo noi, all’esterno probabili colpevoli della catastrofe. È probabile che il poeta, lo scrittore che conosciamo come Franco Marcoaldi metta alla prova la scrittura certificandola corpo vivente, creatrice di suoni manifesti, una lingua a favore della memoria e contro l’oblio. Il monologo La vasca andrà in scena l’11 novembre al Teatro Mercadante nell’ambito del Teatro Stabile di Napoli diretto da Roberto Andò, protagonista Anna Bonaiuto e regia di Andrea Renzi. Queste notizie l’autore le rende note nell’introduzione al libretto pubblicato da Elliot. Nel testo Marcoaldi riafferma come occorra muoversi, nell’attualità, su un binario parallelo al disordine e caos mondiali, percorso che conservi un “minimo di ordine nel proprio cosmo domestico”. La fantasia di Giulia riporta alla Enciclopedia dei morti di Danilo Kiš, opera dove compaiono, in ogni dettaglio, coloro che sono stati dimenticati dalla storia. L'articolo Franco Marcoaldi / Teatro di guerra proviene da Pulp Magazine.
September 27, 2026
Pulp Magazine
4 Settembre – Dai monti ai piani partigian*: Memoria resistente, racconti partigiani
Memoria resistente, racconti partigiani dalle 19.00 – intervento: la liberazione di Firenze Nord – letture: lo sciopero delle sigaraie della Manifattura tabacchi del 4 marzo 1944 con Gruppo teatrale donne la Gramigna Rossa lettrici Caterina Scarselli e Nadia El Mourhir – intervento: microstorie di partigiani stranieri nella lotta di liberazione – racconto: “Ribelli – la resistenza, l’eccidio e la liberazione di Prato” con Lorenzo Tempestini >> storie cantate con “I suonatori della leggera” h 20.30 cena benefit -------------------------------------------------------------------------------- Il racconto “Ribelli – la resistenza, l’eccidio e la liberazione di Prato” riprende, condensandolo in circa 50 minuti, l’omonimo podcast in sei puntate realizzato da Lorenzo Tempestini per ricostruire la memoria collettiva della Liberazione della città Qui un articolo e l’intervista all’autore https://www.novaradio.info/2025/04/15/ribelli-la-resistenza-leccidio-la-liberazione-di-prato-un-podcast-per-ricostruire-la-memoria-collettiva-a-80-anni-dalla-liberazione-ascolta/ Le letture de “lo sciopero delle sigaraie della Manifattura tabacchi del 4 marzo 1944” sono tratte dal lavoro teatrale del gruppo La Gramigna Rossa Qui https://archivio.ereditadelledonne.eu/edizione-2024/2024/programma-off/le-sigaraie-di-firenze/index.html un articolo su lo spettacolo teatrale -------------------------------------------------------------------------------- Durante la serata banchino informativo sulla vicenda Autistici/Inventati con helpdesk per chi ha bisogno di aiuto tecnico con i servizi del collettivo.
August 19, 2026
NextEmerson
una città perfetta
con l’Autorganizzato Collettivo Teatrale del Pesto presentiamo lo spettacolo “Una città perfetta” tratto dall’omonimo libro di Juri di Molfetta, in scena martedi 28 e mercoledi 29 al Mezcal Squat. Uno spettacolo che attraverso i ricordi del protagonista Guido ripercorre le viccessitudini collettive degli anni ’90 a Torino tra concerti, Radio libere, polemiche, amori e denunce. Per info e prenotazioni: Gancio – Spettacolo teatrale UNA CITTÀ PERFETTA – dal romanzo di Juri di Molfetta e apericena bellavita
una città perfetta
con l’Autorganizzato Collettivo Teatrale del Pesto presentiamo lo spettacolo “Una città perfetta” tratto dall’omonimo libro di Juri di Molfetta, in scena martedi 28 e mercoledi 29 al Mezcal Squat. Uno spettacolo che attraverso i ricordi del protagonista Guido ripercorre le viccessitudini collettive degli anni ’90 a Torino tra concerti, Radio libere, polemiche, amori e denunce. Per info e prenotazioni: Gancio – Spettacolo teatrale UNA CITTÀ PERFETTA – dal romanzo di Juri di Molfetta e apericena bellavita
una città perfetta
con l’Autorganizzato Collettivo Teatrale del Pesto presentiamo lo spettacolo “Una città perfetta” tratto dall’omonimo libro di Juri di Molfetta, in scena martedi 28 e mercoledi 29 al Mezcal Squat. Uno spettacolo che attraverso i ricordi del protagonista Guido ripercorre le viccessitudini collettive degli anni ’90 a Torino tra concerti, Radio libere, polemiche, amori e denunce. Per info e prenotazioni: Gancio – Spettacolo teatrale UNA CITTÀ PERFETTA – dal romanzo di Juri di Molfetta e apericena bellavita
July 26, 2026
Radio Blackout
Arrevuoto, vent’anni di teatro in movimento
(foto di stefano cardone) A fine maggio è andato in scena, al teatro San Ferdinando, XX Movimento. Sospesi tra le stelle, spettacolo annuale del progetto di arte e pedagogia Arrevuoto. Per qualche mese ho seguito alcuni dei laboratori, in particolare quello di Scampia, che si svolge da Chikù – Cibo e cultura, ristorante di donne rom e napoletane che si trova esattamente sopra l’Auditorium Fabrizio De André (i laboratori si svolgono in un ristorante perché il teatro c’è, ma è chiuso a causa di vicissitudini burocratiche, talvolta grottesche, dal 2017). Insieme al gruppo di Scampia hanno partecipato scuole come la Madonna Assunta di Bagnoli e il Casanova-Costantinopoli del centro storico di Napoli, e poi associazioni, centri educativi, cooperative sociali come Stelle sulla Terra (Materdei) e L’Orsa Maggiore (Rione Traiano). Per capire Arrevuoto bisogna tornare indietro di vent’anni: «Era un momento cupo, con una guerra di camorra in atto», racconta Emma Ferulano, una delle coordinatrici del progetto. Arrevuoto nasce infatti negli anni della faida di Scampia, quando nel quartiere – parallelamente al diffondersi di un morboso interesse mediatico – artisti, educatori, insegnanti e operatori culturali iniziano a interrogarsi su come intervenire nei territori senza appiattirsi sulle logiche emergenziali legate alle politiche repressive. Da quella domanda nasce un incontro inedito. Da una parte ci sono le realtà che da anni lavorano nel quartiere, come il Gridas e altri gruppi informali educativi. Dall’altra Goffredo Fofi, che insieme ad altri pensa di portare a Napoli l’esperienza della Non scuola del Teatro delle Albe di Ravenna, un metodo teatrale che viene rielaborato per coinvolgere non solo le scuole, ma anche i centri educativi (formali e informali) che operano nei differenti territori e i ragazzi che la scuola non la frequentano affatto. Il progetto trova il sostegno di Roberta Carlotto, all’epoca direttrice del teatro Mercadante, in un’alleanza per una volta lungimirante tra istituzioni e realtà territoriali. Arrevuoto si concretizza sulla base di un’idea semplice e radicale insieme: mescolare le carte, attraversare la città, portare gruppi di adolescenti provenienti da contesti diversi a condividere lo stesso spazio scenico. «Mischiare i ragazzi del campo rom e napoletani di Scampia con quelli del centro, i ricchi ai poveri, e così via», spiega Ferulano. Già molte ore prima, il giorno dello spettacolo, in platea si riuniscono ragazze, ragazzi e guide teatrali, guide pedagogiche, registe e registi, e con loro tutte le persone, molte delle quali sono attivisti dei differenti quartieri, che negli ultimi mesi hanno lavorato alla costruzione dello spettacolo. Prima che il pubblico entri in sala c’è il rito. Lo richiama Maurizio Braucci, che in Arrevuoto funge da direttore artistico, alzando l’indice verso l’alto. «Quindi…». La parola passa di bocca in bocca, fino a trasformarsi in coro. Braucci racconta una storia su Maradona, e in riferimento alla prima del giorno precedente, conclude: «Ieri è andato in scena un miracolo. Se si ripete non è più un miracolo, ma Arrevuoto». Vent’anni dopo il primo movimento, quel nome continua a raccontare qualcosa del progetto. Il sostantivo deriva dal verbo “arrevotare”, che significa in napoletano rivoltare, ribaltare, mettere sottosopra. Secondo uno dei racconti che circolano tra i “vecchi” del progetto, nacque durante uno dei primi laboratori, a Scampia, quando E., adolescente del quartiere, minacciava continuamente di far saltare il banco, di “fare arrevotare tutto”. Quella parola, che raccontava insieme insofferenza, energia e desiderio di rompere gli schemi, finì per dare il nome a un’intera esperienza. Anche la geografia dei laboratori è cambiata col tempo. A partire dai quattro gruppi iniziali Arrevuoto ha coinvolto via via educatori e ragazzi di diversi quartieri, spesso proprio quando questi attraversavano momenti particolarmente difficili. Ma la scelta non è mai stata casuale. «A Caivano ci abbiamo provato per una vita», racconta Emma Ferulano. «Non ci siamo riusciti perché mancava una rete sul territorio». Prima ancora dei laboratori, Arrevuoto costruisce infatti relazioni: con associazioni, scuole e realtà educative, condividendo quello che Ferulano definisce il «senso politico e pedagogico profondo del progetto. Quando è mancata questa cosa, i laboratori non sono andati bene». Se la storia di Arrevuoto nasce dentro la faida di Scampia, anche il ventesimo movimento, così come hanno fatto tutti gli altri, prova a riportare alcune delle contraddizioni del presente della città sul palco. Durante lo spettacolo, per esempio, Mirella La Magna, storica attivista del Gridas, incontra finalmente il sindaco di Napoli. È un incontro immaginario, ovviamente, che richiama una vicenda reale: dal 2021 il Gridas ha chiesto un confronto con l’amministrazione senza aver mai ricevuto risposta, in riferimento alle ordinanze di sgombero che pendono sul destino dello storico spazio sociale. La scena si muove tra ironia e denuncia, due elementi che attraversano da sempre tanto il lavoro del Gridas quanto quello di Arrevuoto. La finzione diventa un luogo in cui ciò che nella realtà continua a non accadere può avere visibilità pubblica. Alla fine, in scena arrivano gli alieni. La domanda che ha accompagnato la costruzione di Sospesi tra le stelle è semplice: cosa accadrebbe se centinaia di navicelle spaziali accerchiassero la Terra? In realtà gli extraterrestri non hanno alcuna intenzione di invadere il pianeta, anzi la loro tecnologia ha la forza di disinnescare ogni arma e a fermare ogni conflitto. Non cercano presidenti, generali o capi di Stato, vogliono soltanto bere un caffè, quello più buono di Napoli, preparato da Totore l’Asteroide, un giovane barista disposto a tutto pur di liberarsi dell’acne che gli copre il volto. Quando finalmente ottiene ciò che desidera, rinunciando al proprio talento, il ragazzo viene accolto e riconosciuto da una società che fino a quel momento lo aveva ignorato. Qualcosa però si rompe. Il dono che rendeva speciale il suo caffè scompare e con esso l’equilibrio che aveva costruito intorno a sé. Il sipario si chiude mentre i partecipanti cantano una delle canzoni parte del rito. La platea si svuota lentamente, abbracci e sorrisi accompagnano attori, pubblico ed educatori verso l’uscita. Nel piazzale antistante al teatro una domanda ritorna più di tutte: «L’anno prossimo si fa Arrevuoto?». (pasquale frattini)
July 2, 2026
Napoli MONiTOR