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Avvoltoio vola via da casa mia, vola via da Puerta de Sol; e avvoltoio andò in Sudan…@1
Nella nostra consueta analisi parziale dell’involuzione del pianeta stavolta ci occupiamo di stretta attualità, e come al solito con 24 ore di anticipo sulla palese complicità delle istituzioni con i fondi avvoltoio e l’epilogo sfrontato della Ley Maricarmen, con Victor Serri avevamo dipinto gli intrecci tra struttura economica del comparto immobiliare, istituzioni, speculatori, gentrificazione… a Madrid, ma vale per molti paesi. Lasciamo le anticipazioni sulla attualità per inseguire un’incancrenita guerra che si allarga sempre più nel Sudan, facendosi inglobare da quelle macroregionali che emergono periodicamente nel Corno d’Africa, con i soliti protagonisti sia locali, sia tra le potenze di varie dimensioni che usano quel territorio come proxy war… fino a far deflagrare un’unica Guerra mondiale? Abbiamo sottoposto il dubbio a Irene Panozzo proprio nei giorni in cui anche il presidente del Sud Sudan Salva Kiir mette in cantiere una nuova guerra civile. Infine Chiara Crescenzi ci illustra un ambito poco frequentato delle pratiche dei Data Center, quelli mai interattivi dei Data Assembly, il disloccamento oltreconfine dei proprio dati sensibili da parte di un paese che si accorda con un altro per custodire l’intero proprio scibile burocratico. LA CASA È LA STRUTTURA CHE “VERTEBRA” LA VITA La situazione delle locazioni di alloggi in Spagna affonda da decenni nell’inazione da parte istituzionale e si risale al franchismo per rintracciare il riconoscimento del problema e una soluzione sbagliata che da allora lascia spazio al profitto dello sfruttamento immobiliare (affitti di tre tipi, che ultimamente per la vocazione turistica delle metropoli privilegiano i soggiorni brevi e più remunerativi), alla speculazione (negli ultimi anni la parte più feroce è interpretata dai Fondi), alla gentrificazione che subentra nell’espulsioni delle classi popolari (in assenza di un piano casa che agevoli l’accesso alla proprietà, se non a favore di giovani che però non hanno il denaro per acquistare). Alle proteste, che in Spagna sono spesso sollevazioni dal basso spontanee, il governo socialista aveva cercato di mettere il cappello scaricando le colpe sui boicottaggi della destra (esterna e interna all’esecutivo di minoranza), ma la proposta di Psoe/Sumar bocciata dagli alleati indipendentisti catalani di destra di Junts sospendeva fino al 2030 solo gli sfratti dei vulnerabili vessati da un fondo speculativo. Riduttivo, ma non bastava nemmeno quello alla voracità dei fondi e deal speculazione. Vivienda isquierdista, la misma mierda capitalista Abbiamo interpellato Victor Serri, giornalista e militante, per andare oltre alla stretta attualità di acampadas e lotte esplose dopo il caso madrileno di Maricarmen, combattiva 87enne indigena (dietro la quale ci sono molti suicidi di sfrattati più deboli: afrodiscendenti, arabi, latinos, rom… donne, sottooccupati); il problema si è incancrenito per i redditi veramente bassi, nonostante la Spagna sia presa come esempio tra i paesi europei per sviluppo economico, ma non per benessere dei cittadini. Dapprima in Catalogna e poi a Madrid ha cominciato a costituirsi un sindacato degli inquilini indipendente e combattivo in contrapposizione con i gravi danni fatti dalle amministrazioni di destra, che è sfociato in questo Movimento coordinato tra le varie realtà e che esprime richieste chiare che vadano nella direzione di un cambiamento strutturale, mentre le istituzioni mirano a dare soluzioni temporanee, che non inneschino la reazione di padroni, fondi e altri stakeholder del comparto immobiliare. Stavolta diventa ancora più importante che la forma di lotta risponda a un criterio di mobilitazione permanente, qualunque sia l’imbonimento da parte di istituzioni al potere o all’opposizione che siano, tanto tutelano gli stessi interessi, che non sono quelli di chi la casa la abita. Si tratta di un Movimento diverso da Indignados o M15, ma può mettere forse persino di più sotto pressione il potere; magari a partire da una huelga general. Anche questa volta da parte del governo si è tentato un compromesso che non risolve nulla, privo di visione politica reale e strutturale, tentando di barcamenarsi senza scalfire il baluardo eretto dalla alleanza tra rendita immobiliare e speculazione fondiaria (il Psoe stesso si era astenuto di fronte a un provvedimento proposto da Sumar che teneva fuori i fondi di investimento dalle compra-vendite, e proprio questo aveva permesso lo scatenamento del mercato ancora più selvaggio e la moltiplicazione degli sfratti). Finché Junts risolve l’empasse, affossando la “Reforma Maricarmen”, una legge assimilabile a quella in atto in altri paesi europei. Non sarebbe una soluzione nemmeno edificare nuove abitazioni, perché sono moltissimi gli alloggi vuoti che potrebbero dare sfogo al bisogno abitativo. L’unica soluzione è disinnescare il meccanismo che blocca il mercato, impedendovi l’accesso a chi non ha i mezzi per ottenere una casa, evitando che la minoranza di piccoli proprietari si trovi a imporre locazioni esagerate per integrare il reddito, seguendo i fondi nella quadruplicazione delle locazioni: il problema è l’impostazione del sistema capitalistico, che nega il diritto alla casa. -------------------------------------------------------------------------------- LE GUERRE SI CONNETTONO NEL CORNO D’AFRICA DALL’ETIOPIA AL SUD SUDAN Proseguiamo la nostra analisi sulla situazione del Corno d’Africa ed il rischio concreto che la rinnovata fiammata bellica in Etiopia si possa estendere al Sudan già in guerra, connettendosi con le tensioni nel mar Rosso in un quadro di destabilizzazione della macro regione.Ci aiuta a comprendere le dinamiche della guerra sudanese Irene Panozzo , analista politica, che si occupa di vicende storiche e politiche africane e mediorientali da più di 25 anni . La guerra sudanese e quella etiopica hanno delle ragioni domestiche che si fondono con le dinamiche regionali per poi svilupparsi ed ampliarsi sulla spinta di attori internazionali che mirano al controllo di quei territori e delle loro risorse. La ripresa della guerra in Etiopia ,con il rovesciamento delle alleanze e il fallimento dell’accordo di Pretoria che dal 2022 ha dimostrato tutti i suoi limiti, s’interseca con l’attivismo israeliano nel Somaliland alla ricerca di una base per avvicinarsi ai paesi del golfo e l’Iran .In Sudan la guerra ha coinvolto i paesi limitrofi nel sostegno ai due contendenti ,rendendo il conflitto ancora più sanguinoso con l’utilizzo di strumenti bellici sofisticati e prolungandone la durata . Il Sudan è sostanzialmente diviso in due regioni con le RSF (le forze di supporto rapido) in Darfur e le SAF (le forze armate sudanesi) a Kartoum ,con due amministrazioni separate che hanno seri problemi di legittimità .Entrambe le parti combattono per il controllo totale del paese ,appoggiandosi alle varie milizie locali ,la cui fedeltà viene negoziata secondo le circostanze con ampie possibilità di cambiamento degli schieramenti. L’utilizzo di droni provenienti dalla Turchia e dall’Iran ha reso la guerra ancora più devastante per la popolazione civile ,da 2023 anno dello scoppio del conflitto si parla di quasi 200000 vittime e quasi 10 milioni di sfollati interni. Anche nel Sud Sudan si teme il ritorno delle tensioni tra i Dinka e i Nuer ,il 22 settembre scorso il presidente Salva Kiir ha sciolto il parlamento e il governo a livello centrale mettendo fine di fatto all’accordo che nel 2018 aveva previsto la divisione del potere con il leader dell’opposizione Rieck Machar ,agli arresti domiciliari da marzo 2025 .Con questa decisione si allontanano le possibilità ,peraltro già remote,di svolgere le elezioni a dicembre ,le prime dall’indipendenza del paese del 2011. Difatto l’unica istituzione vigente è il presidente della repubblica Kiir ,che comunque non gode di buona salute e già s’intravedono le manovre per la successione.
October 3, 2026
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Avvoltoio vola via da casa mia, vola via da Puerta de Sol; e avvoltoio andò in Sudan…@0
Nella nostra consueta analisi parziale dell’involuzione del pianeta stavolta ci occupiamo di stretta attualità, e come al solito con 24 ore di anticipo sulla palese complicità delle istituzioni con i fondi avvoltoio e l’epilogo sfrontato della Ley Maricarmen, con Victor Serri avevamo dipinto gli intrecci tra struttura economica del comparto immobiliare, istituzioni, speculatori, gentrificazione… a Madrid, ma vale per molti paesi. Lasciamo le anticipazioni sulla attualità per inseguire un’incancrenita guerra che si allarga sempre più nel Sudan, facendosi inglobare da quelle macroregionali che emergono periodicamente nel Corno d’Africa, con i soliti protagonisti sia locali, sia tra le potenze di varie dimensioni che usano quel territorio come proxy war… fino a far deflagrare un’unica Guerra mondiale? Abbiamo sottoposto il dubbio a Irene Panozzo proprio nei giorni in cui anche il presidente del Sud Sudan Salva Kiir mette in cantiere una nuova guerra civile. Infine Chiara Crescenzi ci illustra un ambito poco frequentato delle pratiche dei Data Center, quelli mai interattivi dei Data Assembly, il disloccamento oltreconfine dei proprio dati sensibili da parte di un paese che si accorda con un altro per custodire l’intero proprio scibile burocratico. LA CASA È LA STRUTTURA CHE “VERTEBRA” LA VITA La situazione delle locazioni di alloggi in Spagna affonda da decenni nell’inazione da parte istituzionale e si risale al franchismo per rintracciare il riconoscimento del problema e una soluzione sbagliata che da allora lascia spazio al profitto dello sfruttamento immobiliare (affitti di tre tipi, che ultimamente per la vocazione turistica delle metropoli privilegiano i soggiorni brevi e più remunerativi), alla speculazione (negli ultimi anni la parte più feroce è interpretata dai Fondi), alla gentrificazione che subentra nell’espulsioni delle classi popolari (in assenza di un piano casa che agevoli l’accesso alla proprietà, se non a favore di giovani che però non hanno il denaro per acquistare). Alle proteste, che in Spagna sono spesso sollevazioni dal basso spontanee, il governo socialista aveva cercato di mettere il cappello scaricando le colpe sui boicottaggi della destra (esterna e interna all’esecutivo di minoranza), ma la proposta di Psoe/Sumar bocciata dagli alleati indipendentisti catalani di destra di Junts sospendeva fino al 2030 solo gli sfratti dei vulnerabili vessati da un fondo speculativo. Riduttivo, ma non bastava nemmeno quello alla voracità dei fondi e deal speculazione. Vivienda isquierdista, la misma mierda capitalista Abbiamo interpellato Victor Serri, giornalista e militante, per andare oltre alla stretta attualità di acampadas e lotte esplose dopo il caso madrileno di Maricarmen, combattiva 87enne indigena (dietro la quale ci sono molti suicidi di sfrattati più deboli: afrodiscendenti, arabi, latinos, rom… donne, sottooccupati); il problema si è incancrenito per i redditi veramente bassi, nonostante la Spagna sia presa come esempio tra i paesi europei per sviluppo economico, ma non per benessere dei cittadini. Dapprima in Catalogna e poi a Madrid ha cominciato a costituirsi un sindacato degli inquilini indipendente e combattivo in contrapposizione con i gravi danni fatti dalle amministrazioni di destra, che è sfociato in questo Movimento coordinato tra le varie realtà e che esprime richieste chiare che vadano nella direzione di un cambiamento strutturale, mentre le istituzioni mirano a dare soluzioni temporanee, che non inneschino la reazione di padroni, fondi e altri stakeholder del comparto immobiliare. Stavolta diventa ancora più importante che la forma di lotta risponda a un criterio di mobilitazione permanente, qualunque sia l’imbonimento da parte di istituzioni al potere o all’opposizione che siano, tanto tutelano gli stessi interessi, che non sono quelli di chi la casa la abita. Si tratta di un Movimento diverso da Indignados o M15, ma può mettere forse persino di più sotto pressione il potere; magari a partire da una huelga general. Anche questa volta da parte del governo si è tentato un compromesso che non risolve nulla, privo di visione politica reale e strutturale, tentando di barcamenarsi senza scalfire il baluardo eretto dalla alleanza tra rendita immobiliare e speculazione fondiaria (il Psoe stesso si era astenuto di fronte a un provvedimento proposto da Sumar che teneva fuori i fondi di investimento dalle compra-vendite, e proprio questo aveva permesso lo scatenamento del mercato ancora più selvaggio e la moltiplicazione degli sfratti). Finché Junts risolve l’empasse, affossando la “Reforma Maricarmen”, una legge assimilabile a quella in atto in altri paesi europei. Non sarebbe una soluzione nemmeno edificare nuove abitazioni, perché sono moltissimi gli alloggi vuoti che potrebbero dare sfogo al bisogno abitativo. L’unica soluzione è disinnescare il meccanismo che blocca il mercato, impedendovi l’accesso a chi non ha i mezzi per ottenere una casa, evitando che la minoranza di piccoli proprietari si trovi a imporre locazioni esagerate per integrare il reddito, seguendo i fondi nella quadruplicazione delle locazioni: il problema è l’impostazione del sistema capitalistico, che nega il diritto alla casa. -------------------------------------------------------------------------------- LE GUERRE SI CONNETTONO NEL CORNO D’AFRICA DALL’ETIOPIA AL SUD SUDAN Proseguiamo la nostra analisi sulla situazione del Corno d’Africa ed il rischio concreto che la rinnovata fiammata bellica in Etiopia si possa estendere al Sudan già in guerra, connettendosi con le tensioni nel mar Rosso in un quadro di destabilizzazione della macro regione.Ci aiuta a comprendere le dinamiche della guerra sudanese Irene Panozzo , analista politica, che si occupa di vicende storiche e politiche africane e mediorientali da più di 25 anni . La guerra sudanese e quella etiopica hanno delle ragioni domestiche che si fondono con le dinamiche regionali per poi svilupparsi ed ampliarsi sulla spinta di attori internazionali che mirano al controllo di quei territori e delle loro risorse. La ripresa della guerra in Etiopia ,con il rovesciamento delle alleanze e il fallimento dell’accordo di Pretoria che dal 2022 ha dimostrato tutti i suoi limiti, s’interseca con l’attivismo israeliano nel Somaliland alla ricerca di una base per avvicinarsi ai paesi del golfo e l’Iran .In Sudan la guerra ha coinvolto i paesi limitrofi nel sostegno ai due contendenti ,rendendo il conflitto ancora più sanguinoso con l’utilizzo di strumenti bellici sofisticati e prolungandone la durata . Il Sudan è sostanzialmente diviso in due regioni con le RSF (le forze di supporto rapido) in Darfur e le SAF (le forze armate sudanesi) a Kartoum ,con due amministrazioni separate che hanno seri problemi di legittimità .Entrambe le parti combattono per il controllo totale del paese ,appoggiandosi alle varie milizie locali ,la cui fedeltà viene negoziata secondo le circostanze con ampie possibilità di cambiamento degli schieramenti. L’utilizzo di droni provenienti dalla Turchia e dall’Iran ha reso la guerra ancora più devastante per la popolazione civile ,da 2023 anno dello scoppio del conflitto si parla di quasi 200000 vittime e quasi 10 milioni di sfollati interni. Anche nel Sud Sudan si teme il ritorno delle tensioni tra i Dinka e i Nuer ,il 22 settembre scorso il presidente Salva Kiir ha sciolto il parlamento e il governo a livello centrale mettendo fine di fatto all’accordo che nel 2018 aveva previsto la divisione del potere con il leader dell’opposizione Rieck Machar ,agli arresti domiciliari da marzo 2025 .Con questa decisione si allontanano le possibilità ,peraltro già remote,di svolgere le elezioni a dicembre ,le prime dall’indipendenza del paese del 2011. Difatto l’unica istituzione vigente è il presidente della repubblica Kiir ,che comunque non gode di buona salute e già s’intravedono le manovre per la successione.
October 3, 2026
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Avvoltoio vola via da casa mia, vola via da Puerta de Sol; e avvoltoio andò in Sudan…@0
Nella nostra consueta analisi parziale dell’involuzione del pianeta stavolta ci occupiamo di stretta attualità, e come al solito con 24 ore di anticipo sulla palese complicità delle istituzioni con i fondi avvoltoio e l’epilogo sfrontato della Ley Maricarmen, con Victor Serri avevamo dipinto gli intrecci tra struttura economica del comparto immobiliare, istituzioni, speculatori, gentrificazione… a Madrid, ma vale per molti paesi. Lasciamo le anticipazioni sulla attualità per inseguire un’incancrenita guerra che si allarga sempre più nel Sudan, facendosi inglobare da quelle macroregionali che emergono periodicamente nel Corno d’Africa, con i soliti protagonisti sia locali, sia tra le potenze di varie dimensioni che usano quel territorio come proxy war… fino a far deflagrare un’unica Guerra mondiale? Abbiamo sottoposto il dubbio a Irene Panozzo proprio nei giorni in cui anche il presidente del Sud Sudan Salva Kiir mette in cantiere una nuova guerra civile. Infine Chiara Crescenzi ci illustra un ambito poco frequentato delle pratiche dei Data Center, quelli mai interattivi dei Data Assembly, il disloccamento oltreconfine dei proprio dati sensibili da parte di un paese che si accorda con un altro per custodire l’intero proprio scibile burocratico. LA CASA È LA STRUTTURA CHE “VERTEBRA” LA VITA La situazione delle locazioni di alloggi in Spagna affonda da decenni nell’inazione da parte istituzionale e si risale al franchismo per rintracciare il riconoscimento del problema e una soluzione sbagliata che da allora lascia spazio al profitto dello sfruttamento immobiliare (affitti di tre tipi, che ultimamente per la vocazione turistica delle metropoli privilegiano i soggiorni brevi e più remunerativi), alla speculazione (negli ultimi anni la parte più feroce è interpretata dai Fondi), alla gentrificazione che subentra nell’espulsioni delle classi popolari (in assenza di un piano casa che agevoli l’accesso alla proprietà, se non a favore di giovani che però non hanno il denaro per acquistare). Alle proteste, che in Spagna sono spesso sollevazioni dal basso spontanee, il governo socialista aveva cercato di mettere il cappello scaricando le colpe sui boicottaggi della destra (esterna e interna all’esecutivo di minoranza), ma la proposta di Psoe/Sumar bocciata dagli alleati indipendentisti catalani di destra di Junts sospendeva fino al 2030 solo gli sfratti dei vulnerabili vessati da un fondo speculativo. Riduttivo, ma non bastava nemmeno quello alla voracità dei fondi e deal speculazione. Vivienda isquierdista, la misma mierda capitalista Abbiamo interpellato Victor Serri, giornalista e militante, per andare oltre alla stretta attualità di acampadas e lotte esplose dopo il caso madrileno di Maricarmen, combattiva 87enne indigena (dietro la quale ci sono molti suicidi di sfrattati più deboli: afrodiscendenti, arabi, latinos, rom… donne, sottooccupati); il problema si è incancrenito per i redditi veramente bassi, nonostante la Spagna sia presa come esempio tra i paesi europei per sviluppo economico, ma non per benessere dei cittadini. Dapprima in Catalogna e poi a Madrid ha cominciato a costituirsi un sindacato degli inquilini indipendente e combattivo in contrapposizione con i gravi danni fatti dalle amministrazioni di destra, che è sfociato in questo Movimento coordinato tra le varie realtà e che esprime richieste chiare che vadano nella direzione di un cambiamento strutturale, mentre le istituzioni mirano a dare soluzioni temporanee, che non inneschino la reazione di padroni, fondi e altri stakeholder del comparto immobiliare. Stavolta diventa ancora più importante che la forma di lotta risponda a un criterio di mobilitazione permanente, qualunque sia l’imbonimento da parte di istituzioni al potere o all’opposizione che siano, tanto tutelano gli stessi interessi, che non sono quelli di chi la casa la abita. Si tratta di un Movimento diverso da Indignados o M15, ma può mettere forse persino di più sotto pressione il potere; magari a partire da una huelga general. Anche questa volta da parte del governo si è tentato un compromesso che non risolve nulla, privo di visione politica reale e strutturale, tentando di barcamenarsi senza scalfire il baluardo eretto dalla alleanza tra rendita immobiliare e speculazione fondiaria (il Psoe stesso si era astenuto di fronte a un provvedimento proposto da Sumar che teneva fuori i fondi di investimento dalle compra-vendite, e proprio questo aveva permesso lo scatenamento del mercato ancora più selvaggio e la moltiplicazione degli sfratti). Finché Junts risolve l’empasse, affossando la “Reforma Maricarmen”, una legge assimilabile a quella in atto in altri paesi europei. Non sarebbe una soluzione nemmeno edificare nuove abitazioni, perché sono moltissimi gli alloggi vuoti che potrebbero dare sfogo al bisogno abitativo. L’unica soluzione è disinnescare il meccanismo che blocca il mercato, impedendovi l’accesso a chi non ha i mezzi per ottenere una casa, evitando che la minoranza di piccoli proprietari si trovi a imporre locazioni esagerate per integrare il reddito, seguendo i fondi nella quadruplicazione delle locazioni: il problema è l’impostazione del sistema capitalistico, che nega il diritto alla casa. -------------------------------------------------------------------------------- LE GUERRE SI CONNETTONO NEL CORNO D’AFRICA DALL’ETIOPIA AL SUD SUDAN Proseguiamo la nostra analisi sulla situazione del Corno d’Africa ed il rischio concreto che la rinnovata fiammata bellica in Etiopia si possa estendere al Sudan già in guerra, connettendosi con le tensioni nel mar Rosso in un quadro di destabilizzazione della macro regione.Ci aiuta a comprendere le dinamiche della guerra sudanese Irene Panozzo , analista politica, che si occupa di vicende storiche e politiche africane e mediorientali da più di 25 anni . La guerra sudanese e quella etiopica hanno delle ragioni domestiche che si fondono con le dinamiche regionali per poi svilupparsi ed ampliarsi sulla spinta di attori internazionali che mirano al controllo di quei territori e delle loro risorse. La ripresa della guerra in Etiopia ,con il rovesciamento delle alleanze e il fallimento dell’accordo di Pretoria che dal 2022 ha dimostrato tutti i suoi limiti, s’interseca con l’attivismo israeliano nel Somaliland alla ricerca di una base per avvicinarsi ai paesi del golfo e l’Iran .In Sudan la guerra ha coinvolto i paesi limitrofi nel sostegno ai due contendenti ,rendendo il conflitto ancora più sanguinoso con l’utilizzo di strumenti bellici sofisticati e prolungandone la durata . Il Sudan è sostanzialmente diviso in due regioni con le RSF (le forze di supporto rapido) in Darfur e le SAF (le forze armate sudanesi) a Kartoum ,con due amministrazioni separate che hanno seri problemi di legittimità .Entrambe le parti combattono per il controllo totale del paese ,appoggiandosi alle varie milizie locali ,la cui fedeltà viene negoziata secondo le circostanze con ampie possibilità di cambiamento degli schieramenti. L’utilizzo di droni provenienti dalla Turchia e dall’Iran ha reso la guerra ancora più devastante per la popolazione civile ,da 2023 anno dello scoppio del conflitto si parla di quasi 200000 vittime e quasi 10 milioni di sfollati interni. Anche nel Sud Sudan si teme il ritorno delle tensioni tra i Dinka e i Nuer ,il 22 settembre scorso il presidente Salva Kiir ha sciolto il parlamento e il governo a livello centrale mettendo fine di fatto all’accordo che nel 2018 aveva previsto la divisione del potere con il leader dell’opposizione Rieck Machar ,agli arresti domiciliari da marzo 2025 .Con questa decisione si allontanano le possibilità ,peraltro già remote,di svolgere le elezioni a dicembre ,le prime dall’indipendenza del paese del 2011. Difatto l’unica istituzione vigente è il presidente della repubblica Kiir ,che comunque non gode di buona salute e già s’intravedono le manovre per la successione. LA GIURISDIZIONE LEGALE DEI DATI A PRESIDIO DELLA SOVRANITÀ SEPARATA DAL TERRITORIO L’articolo Che cosa sono le ambasciate dei dati apparso su “Guerre di Rete” a firma Chiara Crescenzi ci ha fatto prendere in considerazione una realtà poco conosciuta e dai contorni vaghi, spingendoci a chiedere lumi direttamente all’estensore dell’articolo. L’intreccio di strutture statali con infrastrutture e supporti digitali alla burocrazia sono ormai cosi stretti che il potere istituzionale si trova a considerare la protezione e la salvaguardia dei dati sensibili custoditi su reti e cloud come essenziali per la sopravvivenza del paese e la tutela della identità nazionale. L’aggressività delle superpotenze che hanno avviato la spartizione del mondo rendono indispensabile preparare una sorta di resilienza da parte degli altri poteri statali che intendono mantenere memoria dei propri dati. Aprono così un nuovo capitolo della diffusione di Data Center; questa volta esternalizzati: si cercano le condizioni ottimali presso paesi terzi affidabili, con ottime credenziali di sicurezza nella custodia e trasporto dei dati sensibili: l’estensione al di là dei propri confini per mettere al sicuro i dati fondamentali della memoria di una nazione è l’unica possibilità di assicurare una continuità alla governance politica ed economica, le comunicazioni e le infrastrutture nel caso di disastro dovuto ad aggressione, occupazione, distruzione, catastrofe in un paesaggio ormai possibile, mentre soli pochissimi anni fa era totalmente improbabile. La giurisdizione legale dei dati a presidio della sovranità separata dal territorio Infatti il primo caso registrato di Data Embassy è quello dell’Estonia – uno di quei paesi baltici ossessionati dalla vicinanza della Federazione russa di Putin – che ha trovato in Lussemburgo nel 2017 (quando gli estoni avevano subito cyberattack che avevano bloccato per settimane ‘operatività del paese) il luogo dove collocare copia dei propri dati in Data Center: la scelta è operata attraverso vari parametri, innanzitutto di sicurezza e di accessibilità riservata ai dati, che vengono aggiornati ma non costantemente e soprattutto prevedono il semplice deposito in caso di necessità, e non interazione con questi; un luogo pubblico, ma non frequentato nemmeno a livello digitale, ma un luogo crittografato a livello 4 e accessibile solo a pochissimi, per assicurare operatività a un paese che “in patria sia sotto attacco.  Ci sono però difficoltà enormi sia per le scelte meramente finanziarie, come l’offerta di spazi indiana, che si è arenata sull’aspetto giuridico; l’ambizione del governo di posizionare GIFT City come polo per gli archivi di dati dei governi stranieri si scontra con una sfida giuridica fondamentale e cioè l’assenza di un quadro normativo che garantisca ai dati sovrani una protezione paragonabile all’immunità diplomatica. Sia nel caso di una stretta alleanza tra paesi che accolgono e affidano i dati sensibili. Ma si va estendendo la pratica di salvaguardia, denunciando un’estensione della paura del cyberattack diffuso. La proposta si inserisce perfettamente in un più ampio sforzo bilaterale che abbraccia l’intelligenza artificiale, le tecnologie emergenti e il supercalcolo… con tutte le conseguenze che impattano sull’ambiente tipiche dei Data Center. La realizzazione di queste infrastrutture non saranno né economiche né facili. C’è poi il quadro normativo. Entrambe le nazioni dovranno districarsi in un complesso labirinto di giurisdizioni, diritti di accesso, standard di sicurezza e meccanismi di risoluzione delle controversie. C’è ancora molta confusione in materia, ma è già inquietante che si assicuri il funzionamento del governo, dell’economia e dell’apparato statale anche se in realtà sarebbe ormai dissolto…
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Nella nostra consueta analisi parziale dell’involuzione del pianeta stavolta ci occupiamo di stretta attualità, e come al solito con 24 ore di anticipo sulla palese complicità delle istituzioni con i fondi avvoltoio e l’epilogo sfrontato della Ley Maricarmen, con Victor Serri avevamo dipinto gli intrecci tra struttura economica del comparto immobiliare, istituzioni, speculatori, gentrificazione… a Madrid, ma vale per molti paesi. Lasciamo le anticipazioni sulla attualità per inseguire un’incancrenita guerra che si allarga sempre più nel Sudan, facendosi inglobare da quelle macroregionali che emergono periodicamente nel Corno d’Africa, con i soliti protagonisti sia locali, sia tra le potenze di varie dimensioni che usano quel territorio come proxy war… fino a far deflagrare un’unica Guerra mondiale? Abbiamo sottoposto il dubbio a Irene Panozzo proprio nei giorni in cui anche il presidente del Sud Sudan Salva Kiir mette in cantiere una nuova guerra civile. Infine Chiara Crescenzi ci illustra un ambito poco frequentato delle pratiche dei Data Center, quelli mai interattivi dei Data Assembly, il disloccamento oltreconfine dei proprio dati sensibili da parte di un paese che si accorda con un altro per custodire l’intero proprio scibile burocratico. LA CASA È LA STRUTTURA CHE “VERTEBRA” LA VITA La situazione delle locazioni di alloggi in Spagna affonda da decenni nell’inazione da parte istituzionale e si risale al franchismo per rintracciare il riconoscimento del problema e una soluzione sbagliata che da allora lascia spazio al profitto dello sfruttamento immobiliare (affitti di tre tipi, che ultimamente per la vocazione turistica delle metropoli privilegiano i soggiorni brevi e più remunerativi), alla speculazione (negli ultimi anni la parte più feroce è interpretata dai Fondi), alla gentrificazione che subentra nell’espulsioni delle classi popolari (in assenza di un piano casa che agevoli l’accesso alla proprietà, se non a favore di giovani che però non hanno il denaro per acquistare). Alle proteste, che in Spagna sono spesso sollevazioni dal basso spontanee, il governo socialista aveva cercato di mettere il cappello scaricando le colpe sui boicottaggi della destra (esterna e interna all’esecutivo di minoranza), ma la proposta di Psoe/Sumar bocciata dagli alleati indipendentisti catalani di destra di Junts sospendeva fino al 2030 solo gli sfratti dei vulnerabili vessati da un fondo speculativo. Riduttivo, ma non bastava nemmeno quello alla voracità dei fondi e deal speculazione. Vivienda isquierdista, la misma mierda capitalista Abbiamo interpellato Victor Serri, giornalista e militante, per andare oltre alla stretta attualità di acampadas e lotte esplose dopo il caso madrileno di Maricarmen, combattiva 87enne indigena (dietro la quale ci sono molti suicidi di sfrattati più deboli: afrodiscendenti, arabi, latinos, rom… donne, sottooccupati); il problema si è incancrenito per i redditi veramente bassi, nonostante la Spagna sia presa come esempio tra i paesi europei per sviluppo economico, ma non per benessere dei cittadini. Dapprima in Catalogna e poi a Madrid ha cominciato a costituirsi un sindacato degli inquilini indipendente e combattivo in contrapposizione con i gravi danni fatti dalle amministrazioni di destra, che è sfociato in questo Movimento coordinato tra le varie realtà e che esprime richieste chiare che vadano nella direzione di un cambiamento strutturale, mentre le istituzioni mirano a dare soluzioni temporanee, che non inneschino la reazione di padroni, fondi e altri stakeholder del comparto immobiliare. Stavolta diventa ancora più importante che la forma di lotta risponda a un criterio di mobilitazione permanente, qualunque sia l’imbonimento da parte di istituzioni al potere o all’opposizione che siano, tanto tutelano gli stessi interessi, che non sono quelli di chi la casa la abita. Si tratta di un Movimento diverso da Indignados o M15, ma può mettere forse persino di più sotto pressione il potere; magari a partire da una huelga general. Anche questa volta da parte del governo si è tentato un compromesso che non risolve nulla, privo di visione politica reale e strutturale, tentando di barcamenarsi senza scalfire il baluardo eretto dalla alleanza tra rendita immobiliare e speculazione fondiaria (il Psoe stesso si era astenuto di fronte a un provvedimento proposto da Sumar che teneva fuori i fondi di investimento dalle compra-vendite, e proprio questo aveva permesso lo scatenamento del mercato ancora più selvaggio e la moltiplicazione degli sfratti). Finché Junts risolve l’empasse, affossando la “Reforma Maricarmen”, una legge assimilabile a quella in atto in altri paesi europei. Non sarebbe una soluzione nemmeno edificare nuove abitazioni, perché sono moltissimi gli alloggi vuoti che potrebbero dare sfogo al bisogno abitativo. L’unica soluzione è disinnescare il meccanismo che blocca il mercato, impedendovi l’accesso a chi non ha i mezzi per ottenere una casa, evitando che la minoranza di piccoli proprietari si trovi a imporre locazioni esagerate per integrare il reddito, seguendo i fondi nella quadruplicazione delle locazioni: il problema è l’impostazione del sistema capitalistico, che nega il diritto alla casa. -------------------------------------------------------------------------------- LE GUERRE SI CONNETTONO NEL CORNO D’AFRICA DALL’ETIOPIA AL SUD SUDAN Proseguiamo la nostra analisi sulla situazione del Corno d’Africa ed il rischio concreto che la rinnovata fiammata bellica in Etiopia si possa estendere al Sudan già in guerra, connettendosi con le tensioni nel mar Rosso in un quadro di destabilizzazione della macro regione.Ci aiuta a comprendere le dinamiche della guerra sudanese Irene Panozzo , analista politica, che si occupa di vicende storiche e politiche africane e mediorientali da più di 25 anni . La guerra sudanese e quella etiopica hanno delle ragioni domestiche che si fondono con le dinamiche regionali per poi svilupparsi ed ampliarsi sulla spinta di attori internazionali che mirano al controllo di quei territori e delle loro risorse. La ripresa della guerra in Etiopia ,con il rovesciamento delle alleanze e il fallimento dell’accordo di Pretoria che dal 2022 ha dimostrato tutti i suoi limiti, s’interseca con l’attivismo israeliano nel Somaliland alla ricerca di una base per avvicinarsi ai paesi del golfo e l’Iran .In Sudan la guerra ha coinvolto i paesi limitrofi nel sostegno ai due contendenti ,rendendo il conflitto ancora più sanguinoso con l’utilizzo di strumenti bellici sofisticati e prolungandone la durata . Il Sudan è sostanzialmente diviso in due regioni con le RSF (le forze di supporto rapido) in Darfur e le SAF (le forze armate sudanesi) a Kartoum ,con due amministrazioni separate che hanno seri problemi di legittimità .Entrambe le parti combattono per il controllo totale del paese ,appoggiandosi alle varie milizie locali ,la cui fedeltà viene negoziata secondo le circostanze con ampie possibilità di cambiamento degli schieramenti. L’utilizzo di droni provenienti dalla Turchia e dall’Iran ha reso la guerra ancora più devastante per la popolazione civile ,da 2023 anno dello scoppio del conflitto si parla di quasi 200000 vittime e quasi 10 milioni di sfollati interni. Anche nel Sud Sudan si teme il ritorno delle tensioni tra i Dinka e i Nuer ,il 22 settembre scorso il presidente Salva Kiir ha sciolto il parlamento e il governo a livello centrale mettendo fine di fatto all’accordo che nel 2018 aveva previsto la divisione del potere con il leader dell’opposizione Rieck Machar ,agli arresti domiciliari da marzo 2025 .Con questa decisione si allontanano le possibilità ,peraltro già remote,di svolgere le elezioni a dicembre ,le prime dall’indipendenza del paese del 2011. Difatto l’unica istituzione vigente è il presidente della repubblica Kiir ,che comunque non gode di buona salute e già s’intravedono le manovre per la successione. LA GIURISDIZIONE LEGALE DEI DATI A PRESIDIO DELLA SOVRANITÀ SEPARATA DAL TERRITORIO L’articolo Che cosa sono le ambasciate dei dati apparso su “Guerre di Rete” a firma Chiara Crescenzi ci ha fatto prendere in considerazione una realtà poco conosciuta e dai contorni vaghi, spingendoci a chiedere lumi direttamente all’estensore dell’articolo. L’intreccio di strutture statali con infrastrutture e supporti digitali alla burocrazia sono ormai cosi stretti che il potere istituzionale si trova a considerare la protezione e la salvaguardia dei dati sensibili custoditi su reti e cloud come essenziali per la sopravvivenza del paese e la tutela della identità nazionale. L’aggressività delle superpotenze che hanno avviato la spartizione del mondo rendono indispensabile preparare una sorta di resilienza da parte degli altri poteri statali che intendono mantenere memoria dei propri dati. Aprono così un nuovo capitolo della diffusione di Data Center; questa volta esternalizzati: si cercano le condizioni ottimali presso paesi terzi affidabili, con ottime credenziali di sicurezza nella custodia e trasporto dei dati sensibili: l’estensione al di là dei propri confini per mettere al sicuro i dati fondamentali della memoria di una nazione è l’unica possibilità di assicurare una continuità alla governance politica ed economica, le comunicazioni e le infrastrutture nel caso di disastro dovuto ad aggressione, occupazione, distruzione, catastrofe in un paesaggio ormai possibile, mentre soli pochissimi anni fa era totalmente improbabile. La giurisdizione legale dei dati a presidio della sovranità separata dal territorio Infatti il primo caso registrato di Data Embassy è quello dell’Estonia – uno di quei paesi baltici ossessionati dalla vicinanza della Federazione russa di Putin – che ha trovato in Lussemburgo nel 2017 (quando gli estoni avevano subito cyberattack che avevano bloccato per settimane ‘operatività del paese) il luogo dove collocare copia dei propri dati in Data Center: la scelta è operata attraverso vari parametri, innanzitutto di sicurezza e di accessibilità riservata ai dati, che vengono aggiornati ma non costantemente e soprattutto prevedono il semplice deposito in caso di necessità, e non interazione con questi; un luogo pubblico, ma non frequentato nemmeno a livello digitale, ma un luogo crittografato a livello 4 e accessibile solo a pochissimi, per assicurare operatività a un paese che “in patria sia sotto attacco.  Ci sono però difficoltà enormi sia per le scelte meramente finanziarie, come l’offerta di spazi indiana, che si è arenata sull’aspetto giuridico; l’ambizione del governo di posizionare GIFT City come polo per gli archivi di dati dei governi stranieri si scontra con una sfida giuridica fondamentale e cioè l’assenza di un quadro normativo che garantisca ai dati sovrani una protezione paragonabile all’immunità diplomatica. Sia nel caso di una stretta alleanza tra paesi che accolgono e affidano i dati sensibili. Ma si va estendendo la pratica di salvaguardia, denunciando un’estensione della paura del cyberattack diffuso. La proposta si inserisce perfettamente in un più ampio sforzo bilaterale che abbraccia l’intelligenza artificiale, le tecnologie emergenti e il supercalcolo… con tutte le conseguenze che impattano sull’ambiente tipiche dei Data Center. La realizzazione di queste infrastrutture non saranno né economiche né facili. C’è poi il quadro normativo. Entrambe le nazioni dovranno districarsi in un complesso labirinto di giurisdizioni, diritti di accesso, standard di sicurezza e meccanismi di risoluzione delle controversie. C’è ancora molta confusione in materia, ma è già inquietante che si assicuri il funzionamento del governo, dell’economia e dell’apparato statale anche se in realtà sarebbe ormai dissolto…
Avvoltoio vola via da casa mia, vola via da Puerta de Sol; e avvoltoio andò in Sudan…@2
Nella nostra consueta analisi parziale dell’involuzione del pianeta stavolta ci occupiamo di stretta attualità, e come al solito con 24 ore di anticipo sulla palese complicità delle istituzioni con i fondi avvoltoio e l’epilogo sfrontato della Ley Maricarmen, con Victor Serri avevamo dipinto gli intrecci tra struttura economica del comparto immobiliare, istituzioni, speculatori, gentrificazione… a Madrid, ma vale per molti paesi. Lasciamo le anticipazioni sulla attualità per inseguire un’incancrenita guerra che si allarga sempre più nel Sudan, facendosi inglobare da quelle macroregionali che emergono periodicamente nel Corno d’Africa, con i soliti protagonisti sia locali, sia tra le potenze di varie dimensioni che usano quel territorio come proxy war… fino a far deflagrare un’unica Guerra mondiale? Abbiamo sottoposto il dubbio a Irene Panozzo proprio nei giorni in cui anche il presidente del Sud Sudan Salva Kiir mette in cantiere una nuova guerra civile. Infine Chiara Crescenzi ci illustra un ambito poco frequentato delle pratiche dei Data Center, quelli mai interattivi dei Data Assembly, il disloccamento oltreconfine dei proprio dati sensibili da parte di un paese che si accorda con un altro per custodire l’intero proprio scibile burocratico. LA CASA È LA STRUTTURA CHE “VERTEBRA” LA VITA La situazione delle locazioni di alloggi in Spagna affonda da decenni nell’inazione da parte istituzionale e si risale al franchismo per rintracciare il riconoscimento del problema e una soluzione sbagliata che da allora lascia spazio al profitto dello sfruttamento immobiliare (affitti di tre tipi, che ultimamente per la vocazione turistica delle metropoli privilegiano i soggiorni brevi e più remunerativi), alla speculazione (negli ultimi anni la parte più feroce è interpretata dai Fondi), alla gentrificazione che subentra nell’espulsioni delle classi popolari (in assenza di un piano casa che agevoli l’accesso alla proprietà, se non a favore di giovani che però non hanno il denaro per acquistare). Alle proteste, che in Spagna sono spesso sollevazioni dal basso spontanee, il governo socialista aveva cercato di mettere il cappello scaricando le colpe sui boicottaggi della destra (esterna e interna all’esecutivo di minoranza), ma la proposta di Psoe/Sumar bocciata dagli alleati indipendentisti catalani di destra di Junts sospendeva fino al 2030 solo gli sfratti dei vulnerabili vessati da un fondo speculativo. Riduttivo, ma non bastava nemmeno quello alla voracità dei fondi e deal speculazione. Vivienda isquierdista, la misma mierda capitalista Abbiamo interpellato Victor Serri, giornalista e militante, per andare oltre alla stretta attualità di acampadas e lotte esplose dopo il caso madrileno di Maricarmen, combattiva 87enne indigena (dietro la quale ci sono molti suicidi di sfrattati più deboli: afrodiscendenti, arabi, latinos, rom… donne, sottooccupati); il problema si è incancrenito per i redditi veramente bassi, nonostante la Spagna sia presa come esempio tra i paesi europei per sviluppo economico, ma non per benessere dei cittadini. Dapprima in Catalogna e poi a Madrid ha cominciato a costituirsi un sindacato degli inquilini indipendente e combattivo in contrapposizione con i gravi danni fatti dalle amministrazioni di destra, che è sfociato in questo Movimento coordinato tra le varie realtà e che esprime richieste chiare che vadano nella direzione di un cambiamento strutturale, mentre le istituzioni mirano a dare soluzioni temporanee, che non inneschino la reazione di padroni, fondi e altri stakeholder del comparto immobiliare. Stavolta diventa ancora più importante che la forma di lotta risponda a un criterio di mobilitazione permanente, qualunque sia l’imbonimento da parte di istituzioni al potere o all’opposizione che siano, tanto tutelano gli stessi interessi, che non sono quelli di chi la casa la abita. Si tratta di un Movimento diverso da Indignados o M15, ma può mettere forse persino di più sotto pressione il potere; magari a partire da una huelga general. Anche questa volta da parte del governo si è tentato un compromesso che non risolve nulla, privo di visione politica reale e strutturale, tentando di barcamenarsi senza scalfire il baluardo eretto dalla alleanza tra rendita immobiliare e speculazione fondiaria (il Psoe stesso si era astenuto di fronte a un provvedimento proposto da Sumar che teneva fuori i fondi di investimento dalle compra-vendite, e proprio questo aveva permesso lo scatenamento del mercato ancora più selvaggio e la moltiplicazione degli sfratti). Finché Junts risolve l’empasse, affossando la “Reforma Maricarmen”, una legge assimilabile a quella in atto in altri paesi europei. Non sarebbe una soluzione nemmeno edificare nuove abitazioni, perché sono moltissimi gli alloggi vuoti che potrebbero dare sfogo al bisogno abitativo. L’unica soluzione è disinnescare il meccanismo che blocca il mercato, impedendovi l’accesso a chi non ha i mezzi per ottenere una casa, evitando che la minoranza di piccoli proprietari si trovi a imporre locazioni esagerate per integrare il reddito, seguendo i fondi nella quadruplicazione delle locazioni: il problema è l’impostazione del sistema capitalistico, che nega il diritto alla casa. -------------------------------------------------------------------------------- LE GUERRE SI CONNETTONO NEL CORNO D’AFRICA DALL’ETIOPIA AL SUD SUDAN Proseguiamo la nostra analisi sulla situazione del Corno d’Africa ed il rischio concreto che la rinnovata fiammata bellica in Etiopia si possa estendere al Sudan già in guerra, connettendosi con le tensioni nel mar Rosso in un quadro di destabilizzazione della macro regione.Ci aiuta a comprendere le dinamiche della guerra sudanese Irene Panozzo , analista politica, che si occupa di vicende storiche e politiche africane e mediorientali da più di 25 anni . La guerra sudanese e quella etiopica hanno delle ragioni domestiche che si fondono con le dinamiche regionali per poi svilupparsi ed ampliarsi sulla spinta di attori internazionali che mirano al controllo di quei territori e delle loro risorse. La ripresa della guerra in Etiopia ,con il rovesciamento delle alleanze e il fallimento dell’accordo di Pretoria che dal 2022 ha dimostrato tutti i suoi limiti, s’interseca con l’attivismo israeliano nel Somaliland alla ricerca di una base per avvicinarsi ai paesi del golfo e l’Iran .In Sudan la guerra ha coinvolto i paesi limitrofi nel sostegno ai due contendenti ,rendendo il conflitto ancora più sanguinoso con l’utilizzo di strumenti bellici sofisticati e prolungandone la durata . Il Sudan è sostanzialmente diviso in due regioni con le RSF (le forze di supporto rapido) in Darfur e le SAF (le forze armate sudanesi) a Kartoum ,con due amministrazioni separate che hanno seri problemi di legittimità .Entrambe le parti combattono per il controllo totale del paese ,appoggiandosi alle varie milizie locali ,la cui fedeltà viene negoziata secondo le circostanze con ampie possibilità di cambiamento degli schieramenti. L’utilizzo di droni provenienti dalla Turchia e dall’Iran ha reso la guerra ancora più devastante per la popolazione civile ,da 2023 anno dello scoppio del conflitto si parla di quasi 200000 vittime e quasi 10 milioni di sfollati interni. Anche nel Sud Sudan si teme il ritorno delle tensioni tra i Dinka e i Nuer ,il 22 settembre scorso il presidente Salva Kiir ha sciolto il parlamento e il governo a livello centrale mettendo fine di fatto all’accordo che nel 2018 aveva previsto la divisione del potere con il leader dell’opposizione Rieck Machar ,agli arresti domiciliari da marzo 2025 .Con questa decisione si allontanano le possibilità ,peraltro già remote,di svolgere le elezioni a dicembre ,le prime dall’indipendenza del paese del 2011. Difatto l’unica istituzione vigente è il presidente della repubblica Kiir ,che comunque non gode di buona salute e già s’intravedono le manovre per la successione. LA GIURISDIZIONE LEGALE DEI DATI A PRESIDIO DELLA SOVRANITÀ SEPARATA DAL TERRITORIO L’articolo Che cosa sono le ambasciate dei dati apparso su “Guerre di Rete” a firma Chiara Crescenzi ci ha fatto prendere in considerazione una realtà poco conosciuta e dai contorni vaghi, spingendoci a chiedere lumi direttamente all’estensore dell’articolo. L’intreccio di strutture statali con infrastrutture e supporti digitali alla burocrazia sono ormai cosi stretti che il potere istituzionale si trova a considerare la protezione e la salvaguardia dei dati sensibili custoditi su reti e cloud come essenziali per la sopravvivenza del paese e la tutela della identità nazionale. L’aggressività delle superpotenze che hanno avviato la spartizione del mondo rendono indispensabile preparare una sorta di resilienza da parte degli altri poteri statali che intendono mantenere memoria dei propri dati. Aprono così un nuovo capitolo della diffusione di Data Center; questa volta esternalizzati: si cercano le condizioni ottimali presso paesi terzi affidabili, con ottime credenziali di sicurezza nella custodia e trasporto dei dati sensibili: l’estensione al di là dei propri confini per mettere al sicuro i dati fondamentali della memoria di una nazione è l’unica possibilità di assicurare una continuità alla governance politica ed economica, le comunicazioni e le infrastrutture nel caso di disastro dovuto ad aggressione, occupazione, distruzione, catastrofe in un paesaggio ormai possibile, mentre soli pochissimi anni fa era totalmente improbabile. La giurisdizione legale dei dati a presidio della sovranità separata dal territorio Infatti il primo caso registrato di Data Embassy è quello dell’Estonia – uno di quei paesi baltici ossessionati dalla vicinanza della Federazione russa di Putin – che ha trovato in Lussemburgo nel 2017 (quando gli estoni avevano subito cyberattack che avevano bloccato per settimane ‘operatività del paese) il luogo dove collocare copia dei propri dati in Data Center: la scelta è operata attraverso vari parametri, innanzitutto di sicurezza e di accessibilità riservata ai dati, che vengono aggiornati ma non costantemente e soprattutto prevedono il semplice deposito in caso di necessità, e non interazione con questi; un luogo pubblico, ma non frequentato nemmeno a livello digitale, ma un luogo crittografato a livello 4 e accessibile solo a pochissimi, per assicurare operatività a un paese che “in patria sia sotto attacco.  Ci sono però difficoltà enormi sia per le scelte meramente finanziarie, come l’offerta di spazi indiana, che si è arenata sull’aspetto giuridico; l’ambizione del governo di posizionare GIFT City come polo per gli archivi di dati dei governi stranieri si scontra con una sfida giuridica fondamentale e cioè l’assenza di un quadro normativo che garantisca ai dati sovrani una protezione paragonabile all’immunità diplomatica. Sia nel caso di una stretta alleanza tra paesi che accolgono e affidano i dati sensibili. Ma si va estendendo la pratica di salvaguardia, denunciando un’estensione della paura del cyberattack diffuso. La proposta si inserisce perfettamente in un più ampio sforzo bilaterale che abbraccia l’intelligenza artificiale, le tecnologie emergenti e il supercalcolo… con tutte le conseguenze che impattano sull’ambiente tipiche dei Data Center. La realizzazione di queste infrastrutture non saranno né economiche né facili. C’è poi il quadro normativo. Entrambe le nazioni dovranno districarsi in un complesso labirinto di giurisdizioni, diritti di accesso, standard di sicurezza e meccanismi di risoluzione delle controversie. C’è ancora molta confusione in materia, ma è già inquietante che si assicuri il funzionamento del governo, dell’economia e dell’apparato statale anche se in realtà sarebbe ormai dissolto…
Verità sotto tiro
In occasione della giornata mondiale dedicata alla libertà di stampa, il 3 maggio, le ambasciate di Inghilterra e Olanda hanno chiesto la libertà per tutti i giornalisti e lavoratori dei Media imprigionati in Myanmar. Hanno poi sottolineato come la libertà di stampa sia gravemente compromessa in quel paese, gli organi di stampa sono costretti a chiudere e i lavoratori della stampa portano avanti il loro lavoro eroicamente, sopportando pressioni e minacce. “Le prigioni sono un barometro della libertà: vuoi sapere se un paese è libero? Guarda alle sue prigioni. Più persone vengono imprigionate per le loro convinzioni meno libertà è presente in quella società” dice il direttore del Irrawaddy.  Fino a poco fa il Myanmar era in cima alla lista dei paesi con il maggior numero di prigionieri politici – sorpassato solo dall’Egitto e dalla Siria- tra loro ci sono studenti, dottori, insegnanti, avvocati, monaci, giornalisti e cittadini ordinari che si sono rifiutati di inchinarsi all’oppressione. Per questa ragione la giunta ha cominciato a camuffare i capi d’accusa per diminuire il numero dei prigionieri politici ufficiali. Per quanto riguarda la libertà di stampa, le cose non vanno meglio secondo il rapporto sulla libertà di stampa mondiale del 2026, rilasciato da Reporters Without Borders, la libertà di stampa nel mondo è scesa ai suoi livelli minimi negli ultimi 25 anni con più di metà dei paesi che si trovano in condizioni difficili o molto serie. Il Myanmar si trova agli ultimi posti di questa classifica al 166º posto su un totale di 180 paesi appena al di sopra del Vietnam. Reporters Without Border nota che il giornalismo in Birmania porta con sé un rischio significativo di essere torturati, imprigionati o addirittura assassinati. Il paese è diventato una delle più grandi prigioni nel mondo per i giornalisti, è sorpassato solo dalla Cina. Dal colpo di Stato del 2021 la giunta militare ha imprigionato duecento giornalisti e di questi 47 sono tuttora nelle loro prigioni su un totale di 31.000 persone arrestate e/o detenute, secondo quanto raccolto dall’associazione per l’assistenza per i prigionieri politici (AAPP). Quello che deve finire è “la cultura delle prigioni” dice l’attuale direttore del giornale birmano in esilio Irrawaddy, lui stesso imprigionato per otto anni dal 1991 al ‘99 come studente nelle dimostrazioni pro democrazia del 1988, poi giornalista.  La storia stessa di questo quotidiano è paradigmatica dello stato della libertà di stampa nel paese: fondato nel 1993 in esilio, torna in patria con l’apertura democratica del Myanmar nel 2012, di nuovo in esilio dopo che nel giugno del 2022 il suo editore viene condannato a cinque anni di prigione a causa di un articolo-denuncia in un caso di corruzione che vedeva implicato quello che è oggi l’attuale presidente autoproclamato Min Aung Hlaing. Da allora i suoi giornalisti hanno dovuto darsi alla macchia o fuggire all’estero. L’Irrawaddy oggi pubblica dalla Thailandia, stessa traiettoria per il noto organo di stampa DVB (Democratic Voice of Burma), fondato a Oslo nel 1992 da giornalisti esiliati birmani per contrastare la propaganda della giunta militare, torna in Birmania con l’apertura democratica del 2012 per riuscire con il colpo di Stato del 2021, opera dalla Norvegia mentre alcuni dei suoi giornalisti sono all’interno del Myanmar e operano alla macchia.  Il quotidiano Mizzima, fondato da due studenti del movimento pro democrazia del 1988 in India fin dagli anni Novanta, si appoggia a giornalisti locali che vivono in Myanmar o in esilio ai suoi confini. Fiorella Carollo
May 4, 2026
Pressenza
SUDAN: TRE ANNI DI GUERRA
Torniamo ad analizzare la situazione attuale in Sudan. La guerra, iniziata il 15 aprile 2023, ha già prodotto milioni di sfollati e una crisi umanitaria diffusa, con gravi carenze di cibo, acqua e assistenza sanitaria, in un contesto di progressivo collasso delle infrastrutture civili. Il conflitto affonda le sue radici nel fallimento della transizione politica seguita alla caduta di Omar al-Bashir, ma si alimenta anche di interessi economici e strategici molto concreti. Tra questi, il controllo delle risorse naturali — in particolare l’oro e la gomma arabica, di cui il Sudan è uno dei principali produttori mondiali — e il dominio su territori chiave lungo le rotte commerciali che collegano il Nord Africa al Mar Rosso e ai paesi del Golfo. In questo scenario, le Forze di Supporto Rapido sono state accusate da diverse organizzazioni internazionali di gravi violazioni dei diritti umani, fino ad atti qualificabili come genocidio, soprattutto nella regione del Darfur. Il conflitto vede quindi non solo uno scontro per il potere interno, ma anche una competizione per il controllo di snodi economici e geopolitici cruciali. Il Sudan rappresenta infatti una vera e propria cerniera tra Africa subsahariana, Nord Africa, Mar Rosso e area del Golfo. A livello internazionale, il conflitto è influenzato da una pluralità di attori. Paesi come gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita hanno un ruolo rilevante, così come attori europei quali Italia e Germania. Nonostante diversi sforzi diplomatici, non esiste al momento un processo negoziale stabile. I cessate il fuoco sono stati temporanei e spesso violati, mentre la frammentazione del potere sul territorio rende estremamente complessa la costruzione di un accordo duraturo. In questo contesto si inseriscono iniziative multilaterali come il cosiddetto “Quad” e il “Quintet”, che riuniscono paesi coinvolti nella mediazione ma che, allo stesso tempo, riflettono interessi spesso divergenti rispetto agli equilibri regionali e alle risorse in gioco. Ne parliamo con Annaflavia Merluzzi, giornalista freelance che si occupa di Africa e Medio Oriente:
April 22, 2026
Radio Blackout - Info
SUDAN: TRE ANNI DI GUERRA
Torniamo ad analizzare la situazione attuale in Sudan. La guerra, iniziata il 15 aprile 2023, ha già prodotto milioni di sfollati e una crisi umanitaria diffusa, con gravi carenze di cibo, acqua e assistenza sanitaria, in un contesto di progressivo collasso delle infrastrutture civili. Il conflitto affonda le sue radici nel fallimento della transizione politica seguita alla caduta di Omar al-Bashir, ma si alimenta anche di interessi economici e strategici molto concreti. Tra questi, il controllo delle risorse naturali — in particolare l’oro e la gomma arabica, di cui il Sudan è uno dei principali produttori mondiali — e il dominio su territori chiave lungo le rotte commerciali che collegano il Nord Africa al Mar Rosso e ai paesi del Golfo. In questo scenario, le Forze di Supporto Rapido sono state accusate da diverse organizzazioni internazionali di gravi violazioni dei diritti umani, fino ad atti qualificabili come genocidio, soprattutto nella regione del Darfur. Il conflitto vede quindi non solo uno scontro per il potere interno, ma anche una competizione per il controllo di snodi economici e geopolitici cruciali. Il Sudan rappresenta infatti una vera e propria cerniera tra Africa subsahariana, Nord Africa, Mar Rosso e area del Golfo. A livello internazionale, il conflitto è influenzato da una pluralità di attori. Paesi come gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita hanno un ruolo rilevante, così come attori europei quali Italia e Germania. Nonostante diversi sforzi diplomatici, non esiste al momento un processo negoziale stabile. I cessate il fuoco sono stati temporanei e spesso violati, mentre la frammentazione del potere sul territorio rende estremamente complessa la costruzione di un accordo duraturo. In questo contesto si inseriscono iniziative multilaterali come il cosiddetto “Quad” e il “Quintet”, che riuniscono paesi coinvolti nella mediazione ma che, allo stesso tempo, riflettono interessi spesso divergenti rispetto agli equilibri regionali e alle risorse in gioco. Ne parliamo con Annaflavia Merluzzi, giornalista freelance che si occupa di Africa e Medio Oriente:
April 22, 2026
Radio Blackout
I 3 anni di guerra anticivili in Sudan; autonomia cinese nelle rinnovabili e Resiliencia Social Club
Abbiamo voluto riprendere una crisi, quella sudanese che teniamo a seguire da quando c’era ancora Al Bashir al potere, raccontando da questi microfoni l’insurrezione, la cacciata del tiranno e le speranze prima che i due generali iniziassero una guerra contro i civili a cui avrebbero dovuto restituire la sovranità su un paese dalla sua indipendenza sempre pervaso da una militante dialettica politica, ora schiacciata da uno dei conflitti più sanguinosi, caratterizzato dalla ferocia delle milizie armate dalle potenze della regione, che si fanno la guerra sulla pelle dei civili, afflitti dalla spaventosa guerra di droni ormai da tre anni… il quarto è iniziato in questi giorni e perciò abbiamo chiesto a Matteo Palamidesse di fare il punto della tragedia. Abbiamo poi coinvolto Sabrina Moles, estensore di un articolo in cui si analizza il successo della diversificazione nella produzione di energia della pianificazione dello sviluppo cinese, che ha permesso a Pechino di non subire eccessivamente i disagi causati dalla guerra nel Golfo. Il tutto si inserisce in una condizione di quasi monopolio nelle rinnovabili di facile implementazione che ha reso la Cina un partner più affidabile di tutti, sicuramente più dell’approccio muscolare di Trump. Con Sabrina è stata un’occasione per capire meglio come si evolvono i rapporti tra centro e periferia degli enti preposti a governare l’energia cinese. Infine siamo andati all’Habana con Raffa, una storica redattrice di Radio Ondarossa, per raccogliere le sue impressioni sulla situazione e le forme di resilienza creativa del popolo cubano. La nostra reporter ha dovuto recarsi nell’isola recentissimamente e ha vissuto presso la sua famiglia acquisita, scoprendo come i cubani sono riusciti a sopravvivere alla strozzatura dell’economia imposta da Rubio/Trump dopo l’operazione piratesca contro Maduro. -------------------------------------------------------------------------------- Il 15 aprile ricorre l’anniversario dell’inizio della guerra in Sudan che entra nel quarto anno : una guerra controrivoluzionaria, una guerra per il potere, una guerra che s’inserisce di un quadro regionale di instabilità crescente che alimenta il conflitto . Dopo le rivolte popolari del 2018 che hanno abbattuto il regime di Al Bashir il colpo di stato del 2021 e lo scontro di potere fra il capo dell’esercito Al Bhuran e il leader delle Forze di Supporto Rapido (RSF) Hemmetti nel 2023 hanno innescato l’escalation bellica che ha condotto il paese alla rovina . Il conflitto sudanese è ormai strettamente intrecciato con le dinamiche geopolitiche del Mar Rosso e del Corno d’Africa. Ci sono attori regionali e internazionali, tra cui Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Egitto, ma anche Russia, Cina e Turchia, che influenzano l’andamento della guerra attraverso forniture militari, sostegno finanziario e copertura diplomatica. Questo coinvolgimento ha trasformato il conflitto in una sorta di guerra per procura, rendendo più difficile qualsiasi soluzione negoziata. La guerra di logoramento in cui i nessuno dei  contendenti può prevalere ha portato alla progressiva stabilizazione di due entità parallele ,due governi contrapposti con strutture amministrative, fiscali e di sicurezza separate. In questo quadro, il Sudan rischia di trasformarsi in uno Stato simile alla Libia,in una condizione d’ instabilità permanente preda d’influenze straniere e signori della guerra. Fondamentale è divenuto il ruolo delle reti finanziarie e logistiche transnazionali, che permettono alle parti in guerra di sostenere le operazioni militari nonostante i vari embarghi e l’isolamento internazionale. Il flusso di oro verso i mercati globali, in particolare attraverso hub come Dubai, rappresenta una fonte cruciale di finanziamento per le Rsf,il mercato parallello della gomma arabica, di cui il Sudan è il primo produttore mondiale ,finanzia entrambi i contendenti .  In questi tre anni la guerra ha provocato una catastrofe con un numero imprecisato di morti, tra i 150.000 e i 200.000, secondo le stime. In Sudan quasi 14 milioni di persone hanno abbandonato le proprie case, di questi, circa 10 milioni sono sfollati interni, mentre 4 milioni sono fuggiti verso paesi vicini come Ciad e Sud Sudan. Tra chi è rimasto, 28,9 milioni di persone vivono in condizioni di insicurezza alimentare ,mentre le Ong umanitarie denunciano l’odiosa pratica degli stupri etnici come arma di guerra . I gruppi della società civile sudanese che rappresentano centinaia di organizzazioni, hanno evidenziato la catastrofe umanitaria del Sudan come la questione centrale della guerra e hanno chiesto un maggiore accesso agli aiuti. Hanno anche respinto le affermazioni secondo cui i civili sono troppo divisi per impegnarsi in modo efficace,criticando i tentantivi di mediazione in corso finora falliti, che continuano a dare priorità agli attori armati nonostante il consenso sul fatto che non esiste una soluzione militare.  La difficoltà nel trovare una soluzione negoziata risiede fra le altre cose nel fatto che la guerra sudanese è parte di un più grande sistema di instabilità che va dal Sahel al Corno d’Africa fino all’Asia sudoccidentale. La competizione per le risorse come oro, acqua, petrolio, gomma arabica di cui il Sudan è il maggior produttore al mondo e terre fertili si somma alla volontà di controllare corridoi fondamentali come il Mar Rosso. Ne parliamo con Matteo Palamidesse giornalista esperto del Corno d’Africa . -------------------------------------------------------------------------------- IL GREEN DEAL CINESE FUNZIONA E ANCHE I CHIP DELL’AI La diversificazione energetica che, paragonando i dati sull’origine delle tecniche di produzione per l’approvvigionamento cinese degli ultimi dieci anni, pare riuscito o almeno abbia intrapreso la direzione per rendere meno inquinato il pianeta e contemporaneamente evitare conseguenze recessive derivanti dalla assurda guerra scatenata dall’Internazionale nera. Approfondiamo con Sabrina Moles questo sviluppo importante che potrebbe porre lo sviluppo cinese, obiettivo maggiore della guerra di Trump, fuori dal raggio d’azione delle conseguenze del conflitto stesso che invece si ritorcono contro i paesi ancora alleati degli Usa, perché abbiamo letto un suo articolo comparso su “Valigia Blu” molto interessante a partire dal discorso energetico. (https://www.valigiablu.it/guerra-iran-crisi-energetica-petrolio-cina-green/). Un aspetto interessante è che, con i risultati della ricerca avanzata in campo di energia verde, il risultato registra la tecnologia cinese come monopolista pure in questo ambito, in particolare per i sistemi più semplici e dunque facilmente diffondibili nel Sud del Mondo: infatti la Cina ha fatto grandi passi avanti nel controllo africano. Inoltre si creano dinamiche che la rendono partner più affidabile ed equilibrato rispetto ai dazi trumpiani. Un po’ l’unico ambito in cui può contare su risorse meno potenti è nel mercato dei chip; ma proprio in questa direzione vanno lette le aperture di dialogo con il Kuomintang e il soft power con cui ora si sta affrontando il problema di Taiwan. E tutto questo coinvolge la grande corsa allo sviluppo della Intelligenza Artificiale più efficiente e meno energivora: efficientamento tecnologico e creazione di alternative sono anche frutti di un’economia pianificata. I target di crescita dell’ultimo Piano di marzo scorso permangono ma ora sono meno stringenti; in un’alternanza di pubblico e privato che eviti scossoni all’economia; allo stesso modo ci sono equilibri tra istituzioni locali e Pechino che creano contrasti interni anche nelle direttive energetiche dal centro alla periferia: in genere risolte con le aree di sperimentazione. Ciò che risulta difficile è capire quanto sia davvero incentivata la ricerca e l’industria da parte dello stato cinese. -------------------------------------------------------------------------------- NEL BUIO DEI BLACKOUT DIETRO LA STELLA RIVOLUZIONARIA BRILLA L’ARTE DI ARRANGIARSI L’opportunità era ghiotta: una compagna, Raffa, appena tornata da L’Habana, dove aveva vissuto nella sua famiglia acquisita due settimane di bloqueo, condividendo disagi e soluzioni all’embargo, aggirandosi per uno stato che non appare fallito, ma in grado di trovare mezzi per sopravvivere al boicottaggio dell’ingombrante vicino da più di 60 anni. Inventando sempre nuove forme di approvvigionamento e rintuzzamento degli adescamenti da parte del mondo consumistico che propone il proprio fittizio benessere, che il modus vivendi caraibico respinge non riconoscendovi tanti caratteri di maggiore reale attrazione, nonostante l’indubbio controllo illiberale del regime dinastico, che traspare sullo sfondo della narrazione di come davvero si vive nella capitale cubana in questi giorni di aperta minaccia da parte del peggior fascista alla Casa Bianca.
April 18, 2026
Radio Blackout - Info
I 3 anni di guerra anticivili in Sudan; autonomia cinese nelle rinnovabili e Resiliencia Social Club
Abbiamo voluto riprendere una crisi, quella sudanese che teniamo a seguire da quando c’era ancora Al Bashir al potere, raccontando da questi microfoni l’insurrezione, la cacciata del tiranno e le speranze prima che i due generali iniziassero una guerra contro i civili a cui avrebbero dovuto restituire la sovranità su un paese dalla sua indipendenza sempre pervaso da una militante dialettica politica, ora schiacciata da uno dei conflitti più sanguinosi, caratterizzato dalla ferocia delle milizie armate dalle potenze della regione, che si fanno la guerra sulla pelle dei civili, afflitti dalla spaventosa guerra di droni ormai da tre anni… il quarto è iniziato in questi giorni e perciò abbiamo chiesto a Matteo Palamidessedi fare il punto della tragedia. Abbiamo poi coinvolto Sabrina Moles, estensore di un articolo in cui si analizza il successo della diversificazione nella produzione di energia della pianificazione dello sviluppo cinese, che ha permesso a Pechino di non subire eccessivamente i disagi causati dalla guerra nel Golfo. Il tutto si inserisce in una condizione di quasi monopolio nelle rinnovabili di facile implementazione che ha reso la Cina un partner più affidabile di tutti, sicuramente più dell’approccio muscolare di Trump. Con Sabrina è stata un’occasione per capire meglio come si evolvono i rapporti tra centro e periferia degli enti preposti a governare l’energia cinese. Infine siamo andati all’Habana con Raffa, ex redattrice di Radio Ondarossa, per raccogliere le sue impressioni sulla situazione e le forme di resilienza creativa del popolo cubano. La nostra reporter ha dovuto recarsi nell’isola recentissimamente e ha vissuto presso la sua famiglia acquisita, scoprendo come i cubani sono riusciti a sopravvivere alla strozzatura dell’economia imposta da Rubio/Trump dopo l’operazione piratesca contro Maduro. -------------------------------------------------------------------------------- Il 15 aprile ricorre l’anniversario dell’inizio della guerra in Sudan che entra nel quarto anno : una guerra controrivoluzionaria, una guerra per il potere, una guerra che s’inserisce di un quadro regionale di instabilità crescente che alimenta il conflitto . Dopo le rivolte popolari del 2018 che hanno abbattuto il regime di Al Bashir il colpo di stato del 2021 e lo scontro di potere fra il capo dell’esercito Al Bhuran e il leader delle Forze di Supporto Rapido (RSF) Hemmetti nel 2023 hanno innescato l’escalation bellica che ha condotto il paese alla rovina . Il conflitto sudanese è ormai strettamente intrecciato con le dinamiche geopolitiche del Mar Rosso e del Corno d’Africa. Ci sono attori regionali e internazionali, tra cui Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Egitto, ma anche Russia, Cina e Turchia, che influenzano l’andamento della guerra attraverso forniture militari, sostegno finanziario e copertura diplomatica. Questo coinvolgimento ha trasformato il conflitto in una sorta di guerra per procura, rendendo più difficile qualsiasi soluzione negoziata. La guerra di logoramento in cui i nessuno dei  contendenti può prevalere ha portato alla progressiva stabilizazione di due entità parallele ,due governi contrapposti con strutture amministrative, fiscali e di sicurezza separate. In questo quadro, il Sudan rischia di trasformarsi in uno Stato simile alla Libia,in una condizione d’ instabilità permanente preda d’influenze straniere e signori della guerra. Fondamentale è divenuto il ruolo delle reti finanziarie e logistiche transnazionali, che permettono alle parti in guerra di sostenere le operazioni militari nonostante i vari embarghi e l’isolamento internazionale. Il flusso di oro verso i mercati globali, in particolare attraverso hub come Dubai, rappresenta una fonte cruciale di finanziamento per le Rsf,il mercato parallello della gomma arabica, di cui il Sudan è il primo produttore mondiale ,finanzia entrambi i contendenti .  In questi tre anni la guerra ha provocato una catastrofe con un numero imprecisato di morti, tra i 150.000 e i 200.000, secondo le stime. In Sudan quasi 14 milioni di persone hanno abbandonato le proprie case, di questi, circa 10 milioni sono sfollati interni, mentre 4 milioni sono fuggiti verso paesi vicini come Ciad e Sud Sudan. Tra chi è rimasto, 28,9 milioni di persone vivono in condizioni di insicurezza alimentare ,mentre le Ong umanitarie denunciano l’odiosa pratica degli stupri etnici come arma di guerra . I gruppi della società civile sudanese che rappresentano centinaia di organizzazioni, hanno evidenziato la catastrofe umanitaria del Sudan come la questione centrale della guerra e hanno chiesto un maggiore accesso agli aiuti. Hanno anche respinto le affermazioni secondo cui i civili sono troppo divisi per impegnarsi in modo efficace,criticando i tentantivi di mediazione in corso finora falliti, che continuano a dare priorità agli attori armati nonostante il consenso sul fatto che non esiste una soluzione militare.  La difficoltà nel trovare una soluzione negoziata risiede fra le altre cose nel fatto che la guerra sudanese è parte di un più grande sistema di instabilità che va dal Sahel al Corno d’Africa fino all’Asia sudoccidentale. La competizione per le risorse come oro, acqua, petrolio, gomma arabica di cui il Sudan è il maggior produttore al mondo e terre fertili si somma alla volontà di controllare corridoi fondamentali come il Mar Rosso. Ne parliamo con Matteo Palamidesse giornalista esperto del Corno d’Africa . -------------------------------------------------------------------------------- IL GREEN DEAL CINESE FUNZIONA E ANCHE I CHIP DELL’AI La diversificazione energetica che, paragonando i dati sull’origine delle tecniche di produzione per l’approvvigionamento cinese degli ultimi dieci anni, pare riuscito o almeno abbia intrapreso la direzione per rendere meno inquinato il pianeta e contemporaneamente evitare conseguenze recessive derivanti dalla assurda guerra scatenata dall’Internazionale nera. Approfondiamo con Sabrina Moles questo sviluppo importante che potrebbe porre lo sviluppo cinese, obiettivo maggiore della guerra di Trump, fuori dal raggio d’azione delle conseguenze del conflitto stesso che invece si ritorcono contro i paesi ancora alleati degli Usa, perché abbiamo letto un suo articolo comparso su “Valigia Blu” molto interessante a partire dal discorso energetico. (https://www.valigiablu.it/guerra-iran-crisi-energetica-petrolio-cina-green/). Un aspetto interessante è che, con i risultati della ricerca avanzata in campo di energia verde, il risultato registra la tecnologia cinese come monopolista pure in questo ambito, in particolare per i sistemi più semplici e dunque facilmente diffondibili nel Sud del Mondo: infatti la Cina ha fatto grandi passi avanti nel controllo africano. Inoltre si creano dinamiche che la rendono partner più affidabile ed equilibrato rispetto ai dazi trumpiani. Un po’ l’unico ambito in cui può contare su risorse meno potenti è nel mercato dei chip; ma proprio in questa direzione vanno lette le aperture di dialogo con il Kuomintang e il soft power con cui ora si sta affrontando il problema di Taiwan. E tutto questo coinvolge la grande corsa allo sviluppo della Intelligenza Artificiale più efficiente e meno energivora: efficientamento tecnologico e creazione di alternative sono anche frutti di un’economia pianificata. I target di crescita dell’ultimo Piano di marzo scorso permangono ma ora sono meno stringenti; in un’alternanza di pubblico e privato che eviti scossoni all’economia; allo stesso modo ci sono equilibri tra istituzioni locali e Pechino che creano contrasti interni anche nelle direttive energetiche dal centro alla periferia: in genere risolte con le aree di sperimentazione. Ciò che risulta difficile è capire quanto sia davvero incentivata la ricerca e l’industria da parte dello stato cinese. -------------------------------------------------------------------------------- NEL BUIO DEI BLACKOUT DIETRO LA STELLA RIVOLUZIONARIA BRILLA L’ARTE DI ARRANGIARSI L’opportunità era ghiotta: una compagna, Raffa, appena tornata da L’Habana, dove aveva vissuto nella sua famiglia acquisita due settimane di bloqueo, condividendo disagi e soluzioni all’embargo, aggirandosi per uno stato che non appare fallito, ma in grado di trovare mezzi per sopravvivere al boicottaggio dell’ingombrante vicino da più di 60 anni. Inventando sempre nuove forme di approvvigionamento e rintuzzamento degli adescamenti da parte del mondo consumistico che propone il proprio fittizio benessere, che il modus vivendi caraibico respinge non riconoscendovi tanti caratteri di maggiore reale attrazione, nonostante l’indubbio controllo illiberale del regime dinastico, che traspare sullo sfondo della narrazione di come davvero si vive nella capitale cubana in questi giorni di aperta minaccia da parte del peggior fascista alla Casa Bianca.