Extinction Rebellion tinge di verde il laghetto dell’EUR di fronte alla sede di ENI: comincia la settimana di proteste a Roma
Oggi pomeriggio, Extinction Rebellion ha tinto di verde le acque del laghetto
dell’EUR di fronte alla sede dell’ENI in piazzale Enrico Mattei a Roma e appeso
al ponte sovrastante un enorme striscione con il logo dell’azienda che brucia la
bandiera della Palestina e la scritta “Stop Ecocidio – Stop Genocidio”. Si apre
così la PrimaVera Democrazia, la settimana di proteste di Extinction Rebellion,
che vuole evidenziare il legame tra crisi ecoclimatica, guerre e crisi della
democrazia. Temi che, nella giornata dello sciopero generale convocato da Unione
dei Sindacati di Base e da Giovani Palestinesi, sono trasversali alle proteste
di sindacati, movimenti e associazioni che chiedono si fermino la guerra, il
riarmo e il genocidio a Gaza e denunciano la deriva autoritaria dell’Italia.
In particolare, l’azione simbolica all’EUR vuole denunciare le conseguenze sugli
ecosistemi e sul clima delle scelte di politica energetica del Governo, delle
attività di estrazione di gas e petrolio da parte di ENI, e degli intrecci con
le guerre in corso e la corsa al riarmo. Il verde innaturale assunto dall’acqua
grazie alla fluoresceina, un tracciante innocuo che si degrada e scompare in
poche ore, simboleggia infatti la distruzione e la morte degli ecosistemi e
degli esseri viventi da cui dipende la sopravvivenza stessa dell’umanità.
“L’ecocidio di cui parliamo non é un fenomeno lontano o astratto: l’inquinamento
del suolo, dell’aria e delle acque ha conseguenze dirette sulla vita umana e
non” racconta Davide, una delle persone sul posto. “Le responsabilità
dell’industria petrolchimica, e di ENI, in questo panorama, sono importanti,
come testimonia l’inquinamento e l’incidenza di patologie sopra la media a Gela
o Priolo, in Sicilia, o nel Delta del Niger. Responsabilità che emergono anche
nel supporto a Israele che a Gaza sta perpetrando un ecocidio e un genocidio”.
Il riferimento è al tentativo di ENI di collaborare con Israele per l’estrazione
di gas e petrolio nelle acque territoriali palestinesi. L’azienda ha ora
ritirato la proposta, ma resta valida la partnership nel Mare del Nord con il
gruppo israeliano Delek, uno dei principali fornitori di combustibile
dell’esercito israeliano, inserito nella lista nera delle Nazioni Unite. O al
noto caso del Delta del Niger: ancora oggi, il 75% di tutte le fuoriuscite di
petrolio avvenute nella regione tra il 2006 e il 2020 sono attribuite a Shell ed
ENI. Inoltre report di organizzazioni non governative hanno segnalato che nel
2024 l’azienda ha esercitato pressione sul Mozambico per accettare condizioni
svantaggiose per il paese nel contratto per lo sfruttamento del bacino del
Rovuma. Il Mozambico è al momento teatro di un’insurrezione armata legata anche
al fatto che i progetti estrattivi nella regione non hanno portato benefici alle
popolazioni locali.
“La distruzione degli ecosistemi e di intere popolazioni, l’ecocidio e il
genocidio, sono gli effetti di un sistema costruito sul colonialismo, sul
profitto e l’illusione della crescita infinita su un pianeta finito. La
policrisi che stiamo vivendo – guerre, pandemie, caos climatico – è l’effetto di
un’unica ideologia. È ora che i governi ascoltino chi porta queste critiche in
tutta Europa e cambino rotta ” dichiara Carlotta.
La protesta si inserisce infatti in una mobilitazione internazionale promossa da
diversi gruppi europei di Extinction Rebellion, Stop Rearm Europe, Ende Gelände
e altri movimenti climatici, sociali e antimilitaristi, che inizia questo
weekend in Italia, in occasione dell’80 anniversario della Repubblica, e
proseguirà con appuntamenti in diverse capitali europee, per culminare il 14
giugno a Bruxelles con una marcia e un presidio davanti al parlamento Europeo.
Extinction Rebellion