Dopo la canicola, l’impossibile ritorno al mondo di prima
IL MONDO IN CUI NON SI POTEVA MORIRE DI CALDO IN UNO DEI PAESI PIÙ RICCHI DEL
MONDO NON TORNERÀ PIÙ. È IL MOMENTO DEL LUTTO, DELLA RABBIA E DELL’AZIONE
Joseph Confavreux e Jade Lindgaard su Mediapart
Finalmente la pioggia. E con essa l’oblio? I temporali e le masse d’aria più
fresca che dovrebbero estendersi verso l’interno del Paese durante il fine
settimana porteranno con sé anche un senso di sollievo e la voglia di voltare
pagina.
Finalmente è finita l’ondata di caldo! La comunità nazionale potrebbe immaginare
di tornare alla normalità: lavoro, famiglia, vacanze, campagna elettorale. Ma
sarebbe un grave errore. Il tempo del mondo di un tempo, in cui non si poteva
morire di caldo in uno dei paesi più ricchi del mondo, non tornerà più.
L’ondata di caldo del giugno 2026 in Francia è storica per la sua brutalità e la
sua portata; ma costituisce anche la nostra nuova normalità. È fondamentale che
alle nostre notti insonni segua un risveglio collettivo: siamo entrati nel vivo
del cambiamento climatico. Ed è orribile.
Allora balliamo sotto la pioggia per qualche ora, ma teniamo ben presente che è
tempo di lutto, di rabbia e di azione.
RENDERE OMAGGIO AL LUTTO
Non dimentichiamo quei due fratellini di 2 e 4 anni morti di disidratazione in
un’auto parcheggiata nel vialetto di una villetta a Carpentras (Vaucluse). Né
quel bambino di 3 anni morto in Val-d’Oise dopo essere soffocato in
un’automobile, bloccata dal “sistema di sicurezza per bambini”.
Non dimentichiamo le oltre cinquanta persone che sono annegate in una settimana
nel tentativo di sfuggire al caldo: due giovani di 23 anni sul lago di Annecy
(Alta Savoia), un bambino di 6 anni a Bègles Plage (Gironda), un giovane
calciatore della Ligue 2 a Caluire-et-Cuire nel Rodano, un padre di famiglia di
50 anni nella Sarthe al termine di un picnic.
Ricordiamo Daniel S., morto durante la prima ondata di caldo, a fine maggio, per
ipertermia nella Drôme, dopo aver lavorato tutto il giorno su un tetto. Pensiamo
a quell’anziano in Gironda morto nella propria abitazione fin dal primo giorno
dell’ondata di caldo, seguito da altre tre persone nel Pas-de-Calais.
Nel 2003 ci sono voluti mesi per stabilire un bilancio di 15.000 persone, per lo
più di età superiore ai 65 anni, morte da sole durante l’ondata di caldo.
Migliaia di persone anche nel 2022, così come nel 2025. Il caldo miete almeno
5.400 vittime all’anno in Francia, secondo uno studio di Oxfam.
Ricordiamo Eden, 18 anni, che vive negli edifici surriscaldati del Crous di
Nanterre e non ha i mezzi per comprarsi un ventilatore portatile. Le infermiere
della clinica Saint-Grégoire, a Rennes (Ille-et-Vilaine), che sono state vittime
di ipertermia e hanno dovuto ricevere flebo.
O ancora gli insegnanti che appendono coperte termiche alle finestre delle
scuole e si mettono collettivamente in sciopero dopo aver dovuto accogliere i
bambini in condizioni indegne. Al punto che quando il ministro dell’education
nationale ha deciso di confermare le prove d’esame, la segretaria generale del
sindacato Snes-FSU s’è domandata se fosse «incoscienza o provocazione».
Non dimentichiamo nemmeno le centinaia di pesci morti per il caldo in uno stagno
delle Côtes-d’Armor. Né quegli animali che muoiono a migliaia negli allevamenti
della nostra industria alimentare spazzatura.
Ricordiamo che a volte abbiamo anche riso durante questa ondata di caldo. Quando
il presidente della Repubblica ha postato sul social network X che bisognava
ricordarsi di bere acqua. Ballando, il 21 giugno, durante la Festa della Musica
che sembrava un’apocalisse gioiosa.
Stupendosi, davanti al parco giochi di Clichy-sous-Bois (Seine-Saint-Denis)
durante la notte più calda della storia della Grande Parigi, quando i bambini,
in preda alla follia, scivolavano dimenandosi su uno scivolo bagnato, in piena
notte, e una domanda tormentava una bambina a cui raramente era stato permesso
di stare sveglia così tardi: «A che ora arrivano i mostri?» Questi modi di non
disperare di fronte a un mondo che ci sfugge sono anche punti d’appoggio per
costruirne uno che possa rimanere vivibile.
L’ARMA DELLE URNE: PUNIRE E SORVEGLIARE
Il primo gradino del risveglio collettivo ha come arma le urne, mentre mancano
ormai solo pochi mesi a un voto decisivo. Il Rassemblement National (RN), che
oggi cerca di far dimenticare decenni di negazionismo climatico, deve essere
respinto non solo in nome della sua eredità xenofoba, ma anche del suo DNA
antiecologico.
Il centro-destra che governa la Francia da dieci anni, e osa ancora ostentare la
propria autocompiacenza mentre il Paese soffoca, dopo aver gettato al secchio
ogni politica climatica ambiziosa, non merita altro che disprezzo e scherno.
Ma, a meno di un anno dalle elezioni presidenziali, è in realtà ogni candidato
che si rifiuterà di elaborare il proprio programma per rispondere a queste
tragedie che dovrebbe subire tre misure politiche praticate per secoli e cadute
troppo a lungo in disuso: la destituzione, l’ostracismo e la damnatio memoriae
(la cancellazione dalla memoria collettiva).
Procedure che sarebbe legittimo estendere ai ministri che si rifiutano di
prendere in considerazione un «congedo climatico» quando la temperatura sul
posto di lavoro diventa insopportabile; agli architetti che hanno continuato a
costruire edifici inadeguati e vietano di aggiungervi tende o persiane; ai
rettori e alle rettrici che si sono rifiutati di chiudere gli istituti
scolastici per evitare che l’economia rallentasse; ai prefetti e alle prefette
che non hanno previsto il sovraffollamento degli ospedali e danno la caccia ai
momenti di festa; ai decisori economici che sono pronti a farci bruciare pur di
non mettere a rischio i dividendi.
SOLUZIONI SUL TAVOLO
Il secondo livello del risveglio collettivo richiede di riaprire alcuni
fascicoli e di applicare determinati rapporti. L’azione pubblica, le cui carenze
sono oggi così evidenti, dispone di una moltitudine di piani, applicabili senza
indugio, per invertire la tendenza mortale.
Alcuni rientrano addirittura nel quadro tradizionale della pianificazione
economica e avrebbero potuto avviare la necessaria trasformazione senza
attendere la grande rivoluzione. Il rapporto dell’economista Jean Pisani-Ferry e
Selma Mahfouz, presentato a Élisabeth Borne nel maggio 2023, spiegava già che
non serviva a nulla «ritardare gli sforzi» in nome del contenimento del debito
pubblico, poiché «ciò non farebbe che aumentare il costo per le finanze
pubbliche e lo sforzo necessario negli anni successivi» per raggiungere i nostri
obiettivi climatici.
La Convention citoyenne pour le climat, le cui conclusioni erano state
ampiamente smontate dal governo di Jean Castex prima di finire ridotte a una
legge di compromesso, tracciava un quadro molto completo delle azioni da
intraprendere con urgenza per attuare una politica climatica degna di questo
nome.
Anche i rapporti del Segretariato generale per la pianificazione ecologica
avevano delineato in lungo e in largo i possibili scenari d’azione per
decarbonizzare il Paese nei settori dei trasporti, dell’edilizia abitativa,
dell’agricoltura, dell’industria e dei consumi, nonché per proteggere la
biodiversità – prima che tale segretariato venisse smantellato da Gabriel Attal
e poi da François Bayrou.
Sotto le sue sembianze idealistiche, se non addirittura utopistiche, la tabella
di marcia proposta dal Laboratorio sulle disuguaglianze globali per
decarbonizzare l’economia, riducendo al contempo le disuguaglianze, si basa su
una diagnosi di precisione chirurgica sulla distribuzione della ricchezza nel
mondo.
Il suo strumento di punta, il «Fondo per la giustizia mondiale», finanziato
dalla tassazione dei miliardari, ha anche il merito di ricordare un’evidenza:
sebbene il «Titanic» climatico riguardi l’intero pianeta, noi non siamo tutti
sulla stessa barca. La lotta contro il disastro ecologico ha senso e può essere
efficace solo se è strettamente correlata a una massiccia ridistribuzione delle
ricchezze accumulate, all’altezza delle vertiginose disuguaglianze attuali.
LA RAGIONE DELL’UTOPIA
Il «cerchio della ragione» che pretenderebbe di escludere alcune delle numerose
proposte oggi sul tavolo deve fare i conti con una situazione sempre più
evidente: la realtà non è più quella di un tempo. Di conseguenza, nemmeno
«l’utopia». Oggi più che mai, è la realtà a essere invivibile e l’utopia l’unica
via ragionevole.
In un mondo in cui l’uomo più ricco del mondo raccoglie miliardi di dollari per
finanziare la colonizzazione di Marte, le coordinate del reale si invertono. «Se
la distopia radicale è possibile, come si vede con Trump, Elon Musk e questa
fusione tra l’epistemologia politica arcaica e le nuove tecnologie cibernetiche,
allora solo un’utopia dei corpi viventi potrà tirarci fuori da dove ci
troviamo», spiegava recentemente a Mediapart il filosofo Paul B. Preciado. In
altre parole, «l’utopia è più necessaria che mai, perché è del tutto possibile.
L’utopia nel senso di una radicalità nei progetti di trasformazione planetaria».
Partendo da qui, si possono effettivamente ribaltare i termini del dibattito e
conciliare pragmatismo e radicalità. Perché non dovrebbe essere possibile
smettere di pagare l’affitto se la temperatura della propria abitazione supera i
33 °C e che il proprietario non abbia avviato lavori di riqualificazione
energetica?
Sì, EDF fa bene a stanziare 80 milioni di euro per dotare rapidamente le scuole
di «soluzioni di raffreddamento». Ma nel nuovo mondo in cui siamo
collettivamente catapultati, non dovremmo forse anche requisire i superprofitti
di TotalEnergies per rendere più verdi tutte le scuole elementari e medie della
Francia? E tassare molto di più i GAFAM e i loro data center ad alto consumo
energetico per ristrutturare e isolare termicamente tutti gli edifici che
lasciano passare il calore e quelli che lo generano in eccesso sul territorio?
Affinché queste soluzioni di emergenza non si riducano a un imperativo di
adattamento al ribasso, continuando a sottomettere le nostre vite alle logiche
del capitale, il terzo livello del risveglio collettivo consiste nel smentire un
vecchio adagio: quello del professore di letteratura statunitense Fredric
Jameson, secondo cui sarebbe più facile immaginare la fine del mondo che quella
del capitalismo.
Come riuscirci quando non è mai stato così evidente che l’umanità fosse
sull’orlo del precipizio? In realtà, le vie alternative, le zone di resistenza,
le strategie di sabotaggio e i desideri di rivolta contro il sistema
estrattivista, coloniale e patriarcale non sono forse mai stati così vivaci,
combattivi e creativi come oggi.
Esistono molteplici «percorsi che possono contribuire a costruire una società
più libera e appagante, più rispettosa del pianeta», come quelli, ad esempio,
elencati in un’ambiziosa opera dedicata ai mondi post-capitalisti pubblicata di
recente.
Come si poteva leggere nelle manifestazioni per il clima degli ultimi anni:
«Anche i dinosauri pensavano di avere tempo».
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