La “generazione inquilina” come nuovo soggetto economico-politico
FRANCESCO BIAGI INTERVIENE SULLA RENDITA IMMOBILIARE IN SPAGNA E LA NUOVA
FRATTURA SOCIALE CUI HA DATO LUOGO: LA COSIDDETTA “GENERAZIONE INQUILINA”
DALLA PAURA DEL COMUNISMO AL PATTO SOCIALE PROPRIETARIO
Il 2 maggio 1959, il ministro franchista della casa, José Luis de Arrese, si
rivolgeva così ai presidenti dei “Collegi degli Agenti della Proprietà
Immobiliare” in Spagna:
“Non vogliamo che abbia successo una dottrina che chiamò “proletarie” le masse,
perché sosteneva che l’uomo nella società cristiana può possedere una sola cosa
senza denaro: la prole; non vogliamo che la proprietà delle cose più intimamente
legate all’uomo resti al di fuori della sua stessa esistenza; non vogliamo una
Spagna di proletari, ma una Spagna di proprietari. E tra tutti gli sforzi che
una dottrina sociale come la nostra, nata per elevare l’uomo alla dignità fisica
e metafisica per cui è stato creato, può e deve realizzare, nessuno è più
esigente e più bello di questo: far sì che tutti gli spagnoli si sentano
proprietari della casa che occupano; di quella casa che non è solo le quattro
mura che la compongono, ma anche la piccola storia che si nasconde in ogni
angolo e persino l’aria che la riempie di ricordi”. (Discorso riportato da ABC,
2 maggio 1959, disponibile nell’Archivio J. Linz della Fundación Juan March,
citato nel libro di Emmanuel Rodríguez López, El efecto clase media, p. 129;
traduzione mia).
Partendo da presupposti diversi — presupposti fascisti che disprezziamo —,
l’obiettivo di Franco era costruire una “società di proprietari” per combattere
il comunismo, visto come il difensore della proletarizzazione di massa e non
come un movimento politico e ideologico che cercava di porre fine alla miseria
della vita proletaria sotto il dominio capitalista. Allo stesso modo, da una
prospettiva totalmente opposta, Eric Hobsbawm sostenne che lo “stato sociale”
non era solo frutto delle lotte operaie, ma una concessione necessaria delle
élite che temevano una redistribuzione sociale ancora maggiore della ricchezza.
A suo avviso, la paura del comunismo le aveva portate ad accettare il patto
fordista-keynesiano come l’opzione migliore in campo. L’espansione dello stato
del benessere in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale non fu semplicemente il
risultato di riforme progressiste né di un “patto sociale con le élite
illuminate”, ma nacque dal timore delle élite e dei governi occidentali di
perdere il consenso e la stabilità sociale di fronte alla minaccia del
socialismo promosso dall’Unione Sovietica e dai partiti comunisti e socialisti.
I sindacati e i partiti politici esercitarono pressione dal basso, costringendo
le élite a raggiungere un compromesso che, nell’ambito specifico della casa, si
adattava alla cosiddetta cittadinanza proprietaria. Hobsbawm infatti così
scriveva:
“Tutto ciò che rendeva la democrazia occidentale degna di valore per la sua
gente — la sicurezza sociale, lo stato sociale, un reddito alto e crescente per
i suoi salariati (…) — è il risultato della paura. Paura dei poveri e del blocco
di cittadini più grande e meglio organizzato: i lavoratori; paura di
un’alternativa che esisteva realmente e che poteva estendersi, vale a dire il
comunismo sovietico. Paura dell’instabilità stessa del sistema. (…)
Indipendentemente da ciò che Stalin fece ai russi, fu positivo per la gente
comune in Occidente. Non è un caso che il metodo di Keynes e Roosevelt per
salvare il capitalismo si concentrasse sul benessere e la sicurezza sociale, nel
dare denaro ai poveri perché lo spendessero e nel principio centrale delle
politiche occidentali del dopoguerra — e uno specificamente rivolto ai
lavoratori —: la piena occupazione” (“October: Goodbye to all that”, Marxism
Today, 1990, p. 21, traduzione mia).
Queste due citazioni ci permettono di contestualizzare le conquiste sociali del
XX secolo, ma anche la trappola in cui è stato generato quel tipo di benessere
sociale. Javier Gil, autore di Generación inquilina. Un nuevo paradigma de
vivienda para acabar con la desigualdad (Capitán Swing, Madrid, 2026; in
italiano: Generazione inquilina. Un nuovo paradigma della casa per farla finita
con la disuguaglianza), lo menziona, insieme ai costi che la sua formazione ha
implicato: è stata fatta sulla base della disuguaglianza internazionale e
dell’oppressione del Sud globale, e a scapito del lavoro non retribuito e
sfruttato delle donne responsabili della riproduzione sociale (p. 17). Non c’è
nostalgia per il modello statale della seconda metà del XX secolo, ma si
riconosce che si trattò di un patto sociopolitico tra classi sociali antagoniste
che, mai prima nella storia, aveva favorito il fiorire di un certo tipo di
diritti sociali e benessere collettivo.
Ciò che risulta sorprendente, tuttavia, è come il neoliberalismo attuale
costruisca il suo modello — brutale contro la maggioranza sociale — seducendola
in modo diverso da come facevano il regime di Franco o le democrazie
rappresentative occidentali protette dalla NATO. Non si tratta più dello spettro
del comunismo, ma dell’attrattiva del “rentista” (colui che vive di rendita
immobiliare) e dell’investimento facile che genera profitti sfruttando le
opportunità del mercato. Evidentemente, si tratta di false “opportunità”, poiché
dietro questo modello si nasconde una pianificazione precisa: una
“pianificazione rentista” (p. 23). Non è vero che lo Stato non pianifichi la sua
“mano invisibile”; lo fa, ma a beneficio di pochi privilegiati al vertice della
piramide sociale. La “mano del mercato”, continuando con la metafora classica,
si muove liberamente ed è accuratamente nascosta dalle politiche economiche
dello Stato sottoposto al rentismo. Gil argomenta con precisione, dal punto di
vista della sociologia economica, come il modello attuale sia progettato fin
nell’ultimo dettaglio per favorire gli interessi rentisti, saccheggiare i salari
dei cittadini spagnoli e concentrare sempre più la ricchezza in poche mani.
IL CREPUSCOLO DELLO SFORZO MERITOCRATICO E L’ASCESA DEL RENTISMO
Nell’immaginario collettivo spagnolo del XX secolo, il racconto di vita era
lineare e prevedibile: formazione, lavoro stabile, risparmio faticoso, acquisto
di un appartamento e un mutuo trentennale che diventava la colonna vertebrale
della pensione. Quel racconto, che definì la stabilità dei “baby boomers”, si è
infranto fragorosamente. Oggi, per milioni di giovani e meno giovani, la casa
non è un attivo per il futuro, ma un pozzo finanziario presente che prosciuga
gli stipendi senza generare patrimonio. Gil ha dato un nome e un cognome a
questo fenomeno che trascende l’economico per diventare una frattura sociale ed
esistenziale: la “Generazione Inquilina”. Non si tratta solo del fatto che i
giovani non possano comprare casa; si tratta che il modello di accumulazione
della ricchezza è mutato alla radice, spostando il baricentro dallo “sforzo
lavorativo” alla “capacità di ereditare”. Una delle tesi più devastanti è la
rottura del patto meritocratico. La dura realtà è che prima aveva casa chi si
impegnava per comprarla, mentre oggi conta molto di più la capacità di ereditare
più che quella di lavorare. Questa è la constatazione di un cambiamento
strutturale nel capitalismo spagnolo e internazionale.
Nel modello precedente, il salario medio permetteva, nonostante i sacrifici, di
accedere alla proprietà. Oggi, un giovane avrebbe bisogno di destinare più del
90 per cento del suo stipendio al pagamento di un mutuo iniziale se volesse
comprare una casa da solo. Il sistema finanziario glielo impedisce. Gil
approfondisce il concetto economico che sta alla base di questa crisi: il
rentismo. Per l’autore, la Spagna è diventata un’economia orientata a estrarre
rendite dal suolo e dalla casa, a scapito dell’investimento produttivo e
dell’innovazione. Non si tratta di un ciclo naturale del mercato, ma di un
progetto politico e fiscale consolidato per decenni. Il rentismo si definisce
come l’ottenimento di redditi non dalla produzione di beni o servizi, ma dalla
mera possessione di un attivo.
Nel caso spagnolo, questo rentismo ha due facce: il grande proprietario (fondi
d’investimento, SOCIMI, grandi proprietari) e il piccolo rentista (il
proprietario di un secondo appartamento ereditato dalla nonna). Gil non
demonizza individualmente il piccolo risparmiatore che cerca una pensione
integrativa (anche se sottolinea che partecipa a questa egemonia culturale del
modello rentista), ma segnala la responsabilità dello Stato nell’incentivare
fiscalmente questo modello: le detrazioni per l’affitto per l’inquilino sono
ridicole, mentre i proprietari godono di esenzioni fiscali significative. Gil
insiste sul fatto che l’affitto ha cessato di essere un’opzione transitoria per
giovani emancipati per diventare una condanna strutturale. La Generazione
Inquilina si definisce per un’angoscia vitale costante: l’impossibilità di
mettere radici.
VERSO UNA POLITICIZZAZIONE DELLA GENERAZIONE INQUILINA COME SOGGETTO DI
CAMBIAMENTO
Sorge necessariamente una domanda: chi è la “Generazione Inquilina”? È una
generazione che a volte non ha età, al contrario degli stereotipi che
sostituiscono il conflitto di classe con il conflitto generazionale. Include
coppie di 45 anni con figli che sono state sfrattate per il mancato pagamento
del mutuo nella crisi del 2008 e non hanno mai più potuto diventare
proprietarie; include donne anziane divorziate o vedove con pensioni minime che
non possono far fronte all’aumento degli affitti e sono destinate alla
vulnerabilità abitativa; include la popolazione migrante, che subisce una doppia
discriminazione nell’accesso alla casa per razzismo strutturale e precarietà
documentale; e, naturalmente, include gli adulti over venti o trenta a cui è
stato tolto il futuro con la precarietà lavorativa ed esistenziale. Questa
generazione è stata etichettata come “la più preparata della storia”, ma è anche
la prima che vivrà peggio dei propri genitori. La sensazione di truffa
generazionale è schiacciante. A loro è stato richiesto di studiare, prendere
lauree, master e imparare lingue per accedere a un mercato del lavoro che offre
contratti temporanei e stipendi che non coprono il costo della vita vigente. Gil
avverte del rischio politico di questa frustrazione. Quando un segmento così
ampio della popolazione sente che il sistema è truccato, che non importa quanto
ti impegni perché chi eredita ti batte senza nemmeno scalfirsi, il terreno
fertile per populismi reazionari o per l’apatia politica è servito. E solo una
via d’uscita emancipatrice, solo una nuova pedagogia degli oppressi — che si
costruisce nel lavoro della presa di coscienza politica — può salvare la vita
della Generazione Inquilina e la qualità del suo sistema democratico.
Vista come mero soggetto sociale ricevente di politiche sociali, alla
Generazione Inquilina vengono offerti solo sussidi che alimentano il rentismo,
senza che si pianifichi un cambiamento strutturale nel mercato dell’affitto e
della casa. Gil non studia solo sociologicamente la Generazione Inquilina, ma
propone anche una soluzione politica, attraverso il sindacalismo di base e la
possibilità che essa si costituisca come una classe sociale con interessi
specifici per cui lottare. Il libro di Gil è, inoltre, un appello alla
mobilitazione per la costruzione politica della Generazione Inquilina, così come
E. P. Thompson dimostrò che si costruì la classe lavoratrice in passato. Così
come il Movimento dei Senza Terra in Brasile lotta per la riforma agraria, la
Generazione Inquilina dovrebbe avere anche un piano politico e una “riforma
della casa” per cui lottare (p. 231). Per Gil, il tema del diritto alla casa
diventa una piattaforma chiave per la lotta per democratizzare la società in cui
viviamo.
Sebbene un progetto politico a lungo termine di “riforma del diritto alla casa”
sia necessario per orientare l’azione politica generale, nella vita quotidiana è
imprescindibile costruire un’attività sindacale sempre maggiore tra coloro che
condividono i problemi sociali legati alla casa. Superare l’individualizzazione
della colpa è il primo passo per scoprirci come partecipanti attivi nella lotta,
come nuovi sindacalisti di base del nostro futuro prossimo.
Il rentismo si basa sull’individualismo economico e proprietario, su
un’antropologia politica e umana che nega la società e le comunità sociali
secondo il motto di Margaret Thatcher, che esalta la competizione sfrenata tra
gli esseri umani. Al contrario, la creazione di maggioranze sociali che
partecipino politicamente in funzione delle proprie condizioni materiali e della
propria economia morale della percezione dell’ingiustizia deve essere
l’obiettivo quotidiano per sconfiggere la pianificazione rentista che si è
diffusa nelle città di tutto il mondo.
Secondo l’autore, una mobilitazione per la casa capace di affrontare le sfide
attuali non può più dipendere da piccoli collettivi di attivisti che si dedicano
alla politica 24 ore al giorno, 7 giorni su 7. Questo modello di collettivo
politico urbano di quartiere è esaurito. Per esempio, il sindacalismo degli
inquilini rappresentato dal “Sindicato de Inquilinas” di Madrid rappresenta un
salto qualitativo perché, oltre ad avere portavoce e leader riconosciuti che si
esprimono nello spazio pubblico e mediatico, si sviluppa dando potere alle
persone che soffrono la crisi della casa. L’obiettivo è politicizzare
l’ingiustizia e uscire da un racconto individualizzante: in questo modo le
persone oppresse diventano difensori di una nuova politica emancipatrice
attraverso lo spazio politico e comunitario del sindacato di base per il diritto
alla casa. La solidarietà, il sostegno reciproco e persino l’esperienza
sindacale e giuridica hanno bisogno di crescere per far fronte a tutti i
rentisti, dai piccoli proprietari di case avidi, fino ai grandi fondi
immobiliari avvoltoio.
La scommessa è per un nuovo potere popolare e per un potere inquilino capace di
cambiare la società, usando lo strumento dello sciopero degli affitti. È il caso
del novembre 2021, quando il “Sindicato de Inquilinas” di Madrid ottenne una
vittoria inedita contro il fondo avvoltoio “Blackstone”, il maggiore
proprietario di case in affitto della Spagna e del mondo (pp. 133-134).
Nonostante le minacce violente da parte del fondo, Blackstone alla fine cedette
davanti alla campagna del sindacato e accettò la contrattazione collettiva,
ammise il sindacato come interlocutore nel tavolo di mediazione e rinnovò tutti
i contratti senza sfratti e senza aumenti dei prezzi.
Infine, l’autore insiste sulla necessità di un nuovo consenso sociale che smetta
di vedere la casa come un attivo finanziario per vederla per quello che è: un
pilastro dello stato sociale, come la sanità o l’istruzione. Finché non si
assumerà che il rentismo immobiliare è un freno per l’economia produttiva e una
fabbrica di disuguaglianza, la Generazione Inquilina continuerà a essere la
protagonista di una distopia quotidiana: lavorare per pagare un posto dove
dormire, aspettando un’eredità che forse arriverà troppo tardi, mentre la vita,
letteralmente, scorre via.
***
Francesco Biagi è ricercatore post-dottorale in sociologia presso la York
University di Toronto/Università di Lisbona, e il suo ultimo libro è Renewing
Urban Critical Theories: Rediscovering Thinkers, Reimagining Texts, and
Reframing Questions (edited by; Routledge, 2025).
Traduzione italiana curata dall’autore dell’articolo originariamente pubblicato
in spagnolo qui
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