Così Meloni trasforma la cucina in arma identitariaL’UNESCO RICONOSCE LA CUCINA ITALIANA PATRIMONIO IMMATERIALE DELL’UMANITÀ. E IL
GOVERNO SI SCATENA NEL GASTRO-NAZIONALISMO
La cucina italiana è patrimonio immateriale dell’umanità. Illuminato il Colosseo
e da Mattarella a Coldiretti, esultano tutti: chef stellati, associazioni di
categoria e ovviamente i politici. Questo riconoscimento consacra una cucina
«riconosciuta come elemento fondamentale per il pianeta, in tutte le sue
dimensioni: produttori, allevatori, agricoltori, pescatori, trasformatori,
cuochi, ristoratori, personale di sala, imprenditori», ripete da mesi il
ministro Lollobrigida. La posta in gioco è enorme: nei primi nove mesi
dell’anno, le esportazioni di prodotti agroalimentari italiani sono aumentate
del 5,7%. Se la crescita si confermerà, il Paese raggiungerà il record di quasi
70 miliardi di euro di esportazioni nel 2025. Il ministro dell’Agricoltura,
cognato di Giorgia Meloni e promotore sfrenato del “Made in Italy” in tutte le
sue forme, valuta in 250 miliardi di euro il peso della cucina italiana,
includendo l’attrattiva turistica offerta dalla gastronomia. Secondo Francesco
Lollobrigida, un turista su due viene in Italia per il cibo. Per avere un’idea
di quello che potrebbe accadere: il riconoscimento della pizza napoletana come
patrimonio culturale immateriale nel 2017 ha provocato, nell’arco di otto anni,
un aumento del 284 % dei corsi di formazione per pizzaioli in Italia e del 420 %
all’estero.
Il nuovo riconoscimento arriva dopo almeno anni di intensa attività di lobby:
dall’annuncio ufficiale della candidatura il 23 marzo 2023 fino alla decisione
finale, il 10 dicembre 2025, del Comitato intergovernativo Unesco a Nuova Delhi.
In mezzo è successo di tutto: un tour mondiale del veliero Vespucci con eventi
itineranti per promuovere la cucina italiana, la presentazione ufficiale del
logo della candidatura al Parco Archeologico di Pompei, il progetto per portare
la pastasciutta nello spazio con la missione Axiom 3, la promozione della
candidatura al G7 Agricoltura di Ortigia e nelle principali fiere agroalimentari
internazionali, e poi a Piazza di Siena per il Gran Premio, alla Ryder Cup, al
Giro d’Italia, al campionato mondiale di Rugby. Il 10 giugno 2025 al gran finale
del Tour Vespucci a Genova anche uno spettacolo di droni ha celebrato la cucina
italiana e 15 giorni dopo a New York, a Times Square e al Gotham Hall, fino al
“pranzo della domenica-Italiani a tavola”, in centinaia di piazze italiane e
ambasciate nel mondo, per celebrare, alla fine di settembre scorso, la
convivialità e il rito del pasto. Ma già dal 2020 che è emerso per la prima
volta il lavoro congiunto tra l’Accademia italiana di cucina, la Fondazione Casa
Artusi – dedicata alla promozione della cucina familiare – e del magazine La
Cucina Italiana per proporre la candidatura di questa cucina come «pratica
sociale».
L’elenco, piuttosto noioso, serve a dare conto della posta in gioco. E’ il
gastro-nazionalismo: l’uso politico, identitario o propagandistico del cibo e
dei prodotti alimentari nazionali per affermare un’idea di patria minacciata,
difendere interessi economici interni o costruire un consenso basato
sull’orgoglio gastronomico. In questo quadro, le eccellenze culinarie vengono
presentate come simboli della nazione e mobilitate contro regolamenti,
innovazioni o pratiche considerate “esterne”, “ostili” o lesive della
tradizione. Matteo Salvini, solo per fare un esempio, parla della difesa dei
prodotti italiani come di «una battaglia di civiltà» o dei tortellini senza
carne di maiale come di una «cancellazione della storia italiana».
La narrativa gastro-nazionalista impazza ancora di più da quando i sovranismi
sono saldamente al governo e ora la consacrazione Unesco sta imprimendo al
discorso una nuova impennata.
L’estrema destra italiana, tanto per dire, ha già bloccato a livello europeo
l’adozione del Nutri-Score, il sistema di etichettatura nutrizionale a cinque
colori già adottato da Francia e altri paesi. Meloni, Lollobrigida e i camerati
di Fratelli d’Italia hanno trasformato il tema in una battaglia identitaria,
sostenendo che il logo penalizzerebbe i prodotti del Made in Italy, nonostante
le valutazioni poco lusinghiere riguardino allo stesso modo alimenti
tradizionali francesi o spagnoli.
Il governo italiano ha condotto un’intensa attività di lobbying presso la
Commissione europea, in particolare con l’allora commissario all’Agricoltura
Janusz Wojciechowski, politicamente vicino alla destra sovranista. Documenti
resi pubblici da Beuc e Foodwatch mostrano la continuità di incontri tra
rappresentanze italiane, associazioni industriali e DG Agri, che hanno
contribuito a far slittare l’iniziativa legislativa e a far sparire il
Nutri-Score dall’agenda 2023 della Commissione.
L’Italia ha inoltre costruito un fronte di paesi contrari (tra cui Romania,
Grecia, Ungheria, Cipro) parallelamente, esponenti dell’estrema destra italiana
hanno diffuso argomentazioni improprie e fake news, arrivando a sostenere che il
Nutri-Score favorirebbe i prodotti francesi o influirebbe sui flussi migratori.
Un tweet dell’epoca del ministro Lollobrigida, pieno di errori fattuali, è stato
smontato punto per punto dall’ideatore del logo, Serge Hercberg, che per questo
affronto ha subito attacchi personali e minacce dalla destra italiana.
Il discorso del governo italiano si inserisce in un più ampio nazionalismo
gastronomico, già alimentato da Matteo Salvini, che invoca la difesa dei
prodotti “della nostra terra” contro le “imposizioni” europee. L’opposizione al
Nutri-Score ha contagiato altri partiti, anche nel centrosinistra, mentre
l’alternativa promossa dall’Italia, il NutrInform Battery, è considerata poco
comprensibile.
Nonostante le evidenze scientifiche a favore del Nutri-Score – confermate dal
Joint Research Center della Commissione nel 2022 –, l’Unione Europea resta
bloccata. Beuc spera in un superamento dello stallo, ma riconosce che l’avanzata
dei partiti nazionalisti rende incerto il futuro di un’etichettatura alimentare
unica e armonizzata per tutta l’UE.
Il gastro-nazionalismo rischia di deformare anche la Carta costituzionale. Luca
Martinelli, su Altreconomia di maggio 2024, ha raccontato bene l’idea, partorita
proprio dal ministro dell’Agricoltura, di modificare l’Articolo 32 sulla salute
inserendo la tutela della “sovranità alimentare” e dei “prodotti simbolo
dell’identità nazionale”. La promozione di una sana alimentazione ovviamente non
c’entra: l’obiettivo è propagandare un modello agricolo conservatore.
Nell’intervista si spiegava che inserire la “sana alimentazione” in Costituzione
non è di per sé sbagliato ma l’accostamento tra sana alimentazione e sovranità
alimentare è contraddittorio, perché presuppone che il cibo italiano sia
intrinsecamente salutare. Per Fino la narrazione del “cibo italiano sempre sano”
è priva di basi nutrizionali.
Questa impostazione alimenta un nazionalismo banale e sciovinista, utile dal
punto di vista politico ma pericoloso nel lungo periodo perché trasforma
tradizioni e preferenze alimentari in gerarchie di valore assolute, sostenute
spesso da potenti interessi corporativi dell’agroindustria. Anche una parte del
mondo progressista tollera queste narrazioni pseudo-identitarie su cibo e
territori, lasciando spazio alla deriva gastronazionalista oggi cavalcata dal
governo.
Mentre i quotidiani italiani si sperticano in titoli roboanti, bisogna andare in
Francia per trovare un ottimo pezzo di Cécile Debarge per Mediapart che titola
“Il governo Meloni trasforma la cucina italiana in un’arma identitaria”. Debarge
prova a spiegare che l’Unesco non ha premiato ricette o prodotti ma riconosce le
pratiche per come si trasmettono nella società e tra la gente.
Massimo Montanari, presidente del comitato scientifico incaricato della
redazione del dossier, chiarisce il significato di questo approccio nel libro
Tutti a tavola (edizioni Laterza), che ha appena scritto insieme a Pier Luigi
Petrillo. «La cucina è una parte essenziale della cultura italiana al pari della
pittura rinascimentale o delle chiese barocche […]: il piacere di stare e
mangiare insieme, di offrire agli altri qualcosa di noi stessi, di discutere,
capire, condividere», scrive lo storico. Siamo lontani dalla «lista di tutti i
prodotti dei nostri “campanili” che rendono la nostra cucina speciale e unica»,
secondo le parole del ministro Francesco Lollobrigida, o dalla «forma più alta
di diplomazia italiana», come ha affermato il suo collega alla Cultura,
Alessandro Giuli.
Mediapart spiega questa dissonanza tra il contenuto della candidatura e la
retorica di cui il governo di estrema destra fa uso e abuso. «C’est du
gastronationalisme! (nazionalismo gastronomico, ndr)», esclama Michele Fino,
coautore con Anna Claudia Cecconi del libro Gastronazionalismo (edizioni People,
2021). Ne siamo gravemente malati. Se gli altri paesi hanno preso l’influenza,
l’Italia è già allo stadio della polmonite».
«Spesso si costruiscono percorsi di promozione turistica attorno a questa
presunta identità, anche se non hanno molto a che vedere con la storia reale dei
territori che si vogliono promuovere», dice a Mediapart lo storico
dell’alimentazione Alberto Grandi nel suo libro La cucina italiana non esiste
(Mondadori), che ha suscitato indignazione al momento della sua pubblicazione
nel 2024. «Questi sforzi hanno finito per diventare l’essenza stessa della
fantomatica cucina italiana», scrive.
L’argomento del marketing non è l’unico a spiegare il fenomeno. «Trentacinque
anni fa, il ritorno al locale, in reazione alla globalizzazione, è diventato il
combustibile che ha alimentato questo incendio», commenta Michele Fino. L’élite
politica ha visto in questo la possibilità di ottenere un consenso. Oggi
difendere la cucina è come difendere la libertà di espressione».
Per Grandi, la svolta avviene all’epoca della crisi economica degli anni ’70.
«Il boom economico ci ha fornito i mezzi per una cucina di qualità visto che
prima gli italiani mangiavano poco e male», ricorda. Quando abbiamo perso
terreno nell’industrializzazione e nell’innovazione, ci siamo reinventati,
abbiamo riscritto il nostro passato pensando che fosse l’elemento saliente della
nostra identità. Ormai tutte le forze politiche, da destra a sinistra, usano il
cibo per alimentare un sentimento nazionalista che sfocia in idee di superiorità
e nel disprezzo di tradizioni percepite come straniere. Una visione rintuzzata
da Massimo Montanari, che nella candidatura della cucina italiana all’Unesco,
ricorda come essa sia un patrimonio aperto, frutto di scambi e contaminazioni
culturali: esempi come il couscous siciliano mostrano la capacità italiana di
integrare influenze esterne. Tuttavia questa diversità, cuore dell’identità
gastronomica reale, è stata trasformata dai ministri di estrema destra in una
celebrazione retorica dei “borghi” e dei “comuni”.
Nel frattempo, la realtà va nella direzione opposta: molti negozi storici
chiudono e il turismo di massa produce la “foodizzazione” delle città, con
centri urbani ridotti quasi solo a luoghi di consumo.
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