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Trump e Netanyahu bombardano il tuo conto in banca
LA GUERRA CONTRO IRAN E LIBANO PRESENTA IL CONTO ANCHE AI PIÙ POVERI ITALIANI ED EUROPEI. LA DENUNCIA DEL CILAP La guerra in corso contro Iran e Libano è certamente la prosecuzione del genocidio a Gaza. Ma sta presentando il conto anche ai settori popolari, i più poveri, di paesi molto lontani dai teatri bellici. Un media indipendente dello Stato spagnolo, un paio di giorni fa, titolava così: Trump e Netanyahu bombardano il tuo conto in banca. A causa dell’aumento dei costi energetici e dell’inflazione, il rischio immediato è la crescita del numero di persone in povertà in Europa e in Italia, dice anche il CILAP – Collegamento Italiano per la Lotta alla Povertà, che chiede misure urgenti a tutela delle famiglie vulnerabili in Italia e in Europa. Con la guerra si rischiano tra 4 e 18 milioni di persone a rischio povertà in più nell’Unione Europea e tra 600mila e 4 milioni di persone in più in Italia. UNA CRISI CHE SI AGGIUNGE A UNA CRISI: LA POVERTÀ ENERGETICA Prima ancora che il conflitto iniziasse, la situazione europea era già preoccupante. In Italia quasi 6 milioni di persone vivono in povertà assoluta, di cui oltre un milione sono minori. In Europa, 93 milioni di persone sono a rischio di povertà ed esclusione sociale. Secondo Eurostat, nel 2024 il 9,2% della popolazione dell’Unione europea non riusciva a riscaldare adeguatamente la propria casa (in Italia l’8,6%). Secondo l’indicatore utilizzato dall’Osservatorio Italiano Povertà Energetica, nello stesso anno 2,4 milioni di famiglie in Italia si trovavano in povertà energetica: il livello più alto mai registrato dall’inizio delle serie storiche. Dall’Eurobarometro del dicembre 2025 emerge inoltre che il 38% degli europei chiede una protezione più forte per i consumatori vulnerabili, in particolare per chi vive condizioni di povertà energetica. Un segnale evidente di quanto il problema sia ormai diffuso e percepito dall’opinione pubblica europea. LO SHOCK ENERGETICO COLPISCE I POVERI DUE VOLTE La guerra rischia ora di aggravare questa situazione già critica. Nei primi giorni della crisi energetica i prezzi spot del gas in Europa hanno raggiunto i 45–60 euro per megawattora. Un’eventuale interruzione dei flussi energetici dal Golfo potrebbe mantenere i prezzi su livelli simili per diversi mesi, a seconda della durata del conflitto. Se il prezzo del petrolio Brent dovesse stabilizzarsi attorno ai 100 dollari al barile, l’inflazione nell’area euro potrebbe tornare sopra il 3% nel corso dell’anno. Per l’Italia il rischio è ancora maggiore: fino a circa un punto percentuale in più rispetto alle previsioni precedenti al conflitto, a causa della forte dipendenza energetica dall’estero e del peso del gas nel sistema energetico nazionale. Non si tratta di numeri astratti. Le analisi del Joint Research Centre mostrano che shock energetici e inflazionistici colpiscono in modo sproporzionato le famiglie a basso reddito e possono aumentare sensibilmente i livelli di povertà ed esclusione sociale. Applicando queste dinamiche ai dati di Eurostat, anche un aumento di pochi punti percentuali del rischio di povertà significherebbe milioni di persone in più in difficoltà: tra 4 e 18 milioni nell’Unione Europea. In Italia si tratterebbe di un aumento compreso tra 600 mila e 4 milioni di persone rispetto agli attuali 13,5 milioni già a rischio. Le famiglie più povere subiscono questo shock in modo doppio: spendono una quota proporzionalmente molto più alta del proprio reddito in energia e cibo e dispongono di riserve minime, spesso nulle, per assorbire i rincari. SE LE RISORSE VANNO ALLE ARMI, NON ALLE PERSONE Esiste poi un secondo canale, meno visibile ma altrettanto pesante: lo spostamento delle risorse pubbliche verso la spesa militare. I bilanci degli Stati membri europei stanno aumentando le allocazioni per la difesa, e ogni euro destinato agli armamenti rischia di essere sottratto ai servizi sociali, alla sanità territoriale, ai centri per l’impiego e alle politiche di contrasto alla povertà. L’Unione Europea si è impegnata a ridurre di 15 milioni il numero di persone a rischio di povertà o esclusione sociale entro il 2030. Ma i progressi finora sono minimi: meno di un milione di persone è uscito dalla soglia di rischio tra il 2019 e il 2024. Con questa guerra, anche questo obiettivo rischia di diventare irraggiungibile. SERVONO MISURE IMMEDIATE E STRUTTURALI Il CILAP chiede con urgenza che i governi europei e quello italiano adottino misure immediate e strutturali a tutela delle famiglie vulnerabili. Tra le priorità indicate: l’estensione e il rafforzamento dei bonus energetici, con procedure di accesso semplificate che non penalizzino chi ha meno strumenti digitali; il blocco degli aumenti tariffari per le utenze domestiche delle famiglie in povertà assoluta; la tutela esplicita dei fondi destinati al contrasto della deprivazione materiale da qualsiasi taglio legato all’aumento delle spese militari; e un piano europeo coordinato di sostegno ai redditi più bassi, che non lasci soli i paesi più esposti agli shock energetici come Italia, Grecia, Portogallo e Bulgaria. «La guerra ha sempre un conto. In Europa, come sempre, a pagarlo per primi sono i più poveri. Non lo accettiamo come inevitabile», conclude la nota del CILAP, associazione che studia il fenomeno della povertà in Italia e in Europa e promuove politiche di contrasto strutturale all’esclusione sociale. AUMENTO DEI COSTI OPERATIVI PER LE IMPRESE Ad aggravare ulteriormente il quadro c’è anche l’aumento dei costi operativi per le imprese. Secondo Confesercenti, nei 18 giorni successivi allo scoppio del conflitto in Iran i prezzi all’ingrosso di elettricità e gas sono saliti rispettivamente del 24% e di quasi il 33%. Una simulazione elaborata dall’organizzazione insieme a Innova indica che, se questi livelli dovessero mantenersi fino alla fine dell’anno, per le Pmi del commercio, del turismo e dei servizi la bolletta energetica potrebbe salire nel 2026 a 3,8 miliardi di euro: circa 880 milioni in più rispetto al 2025. L’aumento medio della spesa annua sarebbe di quasi 1.500 euro per attività, con differenze significative tra i comparti: circa 2.700 euro in più per un supermercato, 529 euro per un minimarket, 109 euro per un piccolo esercizio non alimentare, 1.010 euro per un bar, 1.830 euro per un ristorante e oltre 2.700 euro per un albergo di 30 camere. Questi rincari si sommerebbero a una frenata dei consumi reali delle famiglie stimata in circa 4 miliardi di euro. Nel commercio, nel turismo e nei servizi, elettricità e gas rappresentano costi strutturali difficili da comprimere e impossibili da assorbire a lungo senza conseguenze. IL RISCHIO DELLE SPECULAZIONI SUI PREZZI Nel frattempo crescono anche le preoccupazioni per possibili fenomeni speculativi. Il Codacons ha presentato un esposto in 104 procure italiane denunciando forti rincari registrati in diverse filiere dopo lo scoppio della guerra. Il rialzo dei carburanti sta già producendo effetti sui prezzi dei prodotti alimentari, con aumenti segnalati su diverse categorie ortofrutticole. Segnali di tensione emergono anche nel settore industriale: alcuni fornitori di materie plastiche utilizzate per le bottiglie di acqua minerale avrebbero richiesto aumenti fino al 30%, con incrementi stimati tra 200 e 250 dollari a tonnellata. Anche altre materie prime utilizzate nell’edilizia e nell’industria mostrano rialzi significativi: il rame ha registrato aumenti che sfiorano il 40%, ferro e profilati di alluminio circa il 20%. Nel settore delle costruzioni si segnalano aumenti del 18% per il conglomerato bituminoso, del 10% per il calcestruzzo e fino al 30% per alcune plastiche utilizzate nella meccanica. Anche il legno inizia a risentire delle tensioni, con rincari tra il 10 e il 15%. Segnali che indicano come il costo della guerra non resti confinato ai fronti militari, ma si propaghi rapidamente nell’economia quotidiana, fino ai conti delle famiglie. E, ancora una volta, sono i più fragili a rischiare di pagare il prezzo più alto. The post Trump e Netanyahu bombardano il tuo conto in banca first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Trump e Netanyahu bombardano il tuo conto in banca sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
March 18, 2026
Popoff Quotidiano
Russia, studiare la guerra dove non si può parlare di guerra
LA GUERRA RIMOSSA. IL LAVORO DEI SOCIOLOGI CHE SFIDANO IL CREMLINO: IL PS LAB, LABORATORIO INDIPENDENTE BOLLATO COME “AGENTE STRANIERO” Che cosa accade nella società russa dopo quattro anni di conflitto? In un Paese dove si può finire sotto processo per una parola sbagliata, rispondere a questa domanda è quasi impossibile. Dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, la società russa è diventata sempre più chiusa nei confronti dei ricercatori. Argomenti delicati e “politicizzati”, come la percezione della guerra da parte dei russi, la propaganda russa, il servizio militare e la resistenza ad esso, la società civile (compresi i segmenti favorevoli alla guerra), ecc. sono particolarmente difficili da studiare. Eppure un gruppo di sociologi indipendenti prova a farlo, costruendo un archivio che è già, di per sé, un atto politico. Il Laboratorio di Sociologia Pubblica (PS Lab) è un gruppo di ricerca autonomo che si occupa di politica e società in Russia e nella regione post-sovietica in una prospettiva comparativa. Dal 2022 conduce un’inchiesta permanente sulla Russia in tempo di guerra. Non sondaggi – troppo esposti a distorsioni in un contesto repressivo – ma ricerca qualitativa: lunghe interviste basate sulla fiducia, etnografie della vita quotidiana, osservazioni sul campo in regioni come Kursk, Buriazia, Krasnodar. L’archivio conta oggi circa 500 interviste approfondite – con russi “apolitici”, sostenitori e oppositori della guerra, volontari, potenziali coscritti, familiari di soldati – e oltre 700 pagine di osservazioni etnografiche. Tutto è conservato in forma anonima su cloud sicuri, accessibili solo ai ricercatori. Gli argomenti sono i più sensibili: percezione della guerra, propaganda, mobilitazione militare, resistenza civile, segmenti pro-guerra della società. Dal marzo 2024 il Ministero della Giustizia russo ha designato il laboratorio come “agente straniero”, imponendo obblighi burocratici, etichette pubbliche e nuovi rischi personali per i ricercatori. Ma il lavoro continua. Il cuore della loro missione è dichiarato: combinare rilevanza pubblica, rigore metodologico e profondità teorica. Per il PS Lab non esiste conoscenza neutrale: la pretesa di apoliticità è un’illusione. Meglio riconoscere i propri presupposti e fondare l’impegno su basi metodologiche solide. “Avere impegni politici senza metodologia significa essere un politico; avere una metodologia senza impegno significa essere un positivista sterile”, sintetizzano. LA SOCIOLOGIA PUBBLICA IN UNO STATO AUTORITARIO Fondato nel 2011, all’indomani delle grandi proteste contro il potere putiniano, il PS Lab affonda però le radici ancora prima, nel movimento studentesco dell’Università Statale di Mosca del 2007. Alcuni dei suoi membri si sono incontrati per la prima volta nel 2007 nell’ambito dell’OD Group, un movimento studentesco che lottava per la qualità dell’istruzione presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università Statale di Mosca. Da allora ha studiato movimenti sociali, trasformazioni del lavoro, economia politica dei regimi autoritari, fino ad arrivare alla guerra in Ucraina. Oggi il team è diviso in due: da una parte chi raccoglie i dati sul campo e resta anonimo; dall’altra ricercatori affiliati a università, che analizzano e firmano i lavori. Una divisione necessaria per proteggere chi opera nei territori. Il laboratorio non ha sponsor. Pubblica su testate di orientamenti diversi – purché non censurino dati o conclusioni – perché considera essenziale alimentare un dibattito pubblico informato. In una società che non discute, sostengono, non può esserci alcuna influenza sugli eventi. Studiare la Russia significa anche comprendere un fenomeno più ampio: l’emergere di regimi autoritari che non si limitano alla repressione ma combinano controllo politico e redistribuzione selettiva, capitalismo di Stato e gestione ideologica. La Russia di Putin, spiegano, non è un’eccezione isolata. La tendenza autoritaria è ben più ampia, e include la Turchia di Erdoğan, l’Ungheria di Orbán o gli Stati Uniti di Trump. «Ma questi regimi non sono solo repressivi. Cercano di soddisfare la popolazione ridistribuendo la ricchezza, passando dal neoliberismo al capitalismo di Stato», continua il sociologo. Studiare la Russia significa anche cercare di capire se questi nuovi regimi autoritari riusciranno a mettere in atto un modello politico ed economico alternativo al mondo liberale», spiega uno dei sociologi, Oleg Zhuravlev, a Justine Brabant di Mediapart. Una parte dei risultati è stata pubblicata a dicembre in un numero speciale della rivista Russian Analytical Digest. Il quadro che emerge è quello di una società che, nella sua maggioranza, sceglie di non vedere. La guerra “cessa di essere qualcosa di straordinario e viene relegata ai margini dell’attenzione”, scrivono i sociologi. Gli adesivi “Z” spariscono dalle auto, le bandiere vengono ritirate, gli eventi ufficiali si svuotano. La guerra non è argomento di discussione pubblica. Brabant cita la risposta emblematica di un giovane di Kursk, a pochi chilometri dal fronte, che ride quando gli chiedono cosa significhi vivere in tempo di guerra: “Quale guerra?”. Anche dove sirene, soldati e rifugiati sono presenza quotidiana, il conflitto viene trattato come fastidio logistico – traffico, carenza di alloggi – non come scelta politica. Quando la guerra viene evocata, è attribuita a decisioni prese “lassù”: “Sanno quello che fanno”, dice un intervistato. La mobilitazione ideologica del Cremlino non ha prodotto una vera unità nazionale. “La guerra non ha creato un’unità attorno alla bandiera”, osservano i ricercatori: la crisi ha accentuato la frammentazione sociale. Persino tra i volontari che sostengono materialmente i soldati – spesso donne – il consenso non è monolitico. Molte di queste persone criticano il ministero della Difesa e concentrano la propria lealtà sui singoli soldati, non sullo Stato. Una trentenne della regione di Perm protesta – “Se dicessero le cose come stanno realmente, Putin sarebbe stato fatto a pezzi già da tempo” – e promette di essere “in prima linea per farlo”. La motivazione principale del loro volontariato non sembra risiedere nell’allineamento politico, ma la ricerca di appartenenza e riconoscimento. Il legame con la guerra è emotivo, comunitario, quasi identitario. Le trascrizioni delle interviste rendono conto in modo sorprendente del legame singolare che sviluppano con la guerra. «Quando sei lì [al fronte], nonostante tutto, ti rilassi, perché ti senti con il tuo branco, con i tuoi. Lì ti ricarichi, vedi la guerra con i tuoi occhi e poi torni con questa nuova energia. Non puoi più stare lontano: ci torni», assicura una cinquantenne della regione di Saratov. Resta aperta la domanda su cosa accadrà dopo: questa mobilitazione produrrà lealtà duratura, smobilitazione civica o frustrazione politica? La ricerca del PS Lab mostra che tra propaganda e repressione esiste uno spazio grigio fatto di rimozione, adattamento, frammentazione. In una società in guerra, capire questo spazio è già una forma di resistenza intellettuale. The post Russia, studiare la guerra dove non si può parlare di guerra first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Russia, studiare la guerra dove non si può parlare di guerra sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
February 26, 2026
Popoff Quotidiano
A Cortina , la promessa mancata di Olimpiadi “sostenibili”
IL DOSSIER DI CANDIDATURA PROMETTEVA UNA COMPETIZIONE A IMPATTO ZERO. LA REALTÀ È BEN DIVERSA, IN PARTICOLARE NELLE DOLOMITI su Mediapart Cortina d’Ampezzo – Mentre sale lungo la strada asfaltata che serpeggia attraverso uno spesso strato di neve, Patrizia Perucon non riesce a calmarsi. «Sembra un ottovolante, un gigantesco tubo», commenta questa abitante di Cortina indicando la nuovissima pista da slittino che serpeggia sopra il terreno, a pochi metri dalle case con le facciate in legno e dai rari larici che non sono stati abbattuti per la sua costruzione. «Prima era un bosco, con più di cinquecento alberi, alcuni dei quali centenari», continua l’attivista dell’associazione ambientalista WWF. La vecchia pista da slittino era a livello del suolo, quasi invisibile. Di quella pista oggi rimane solo la promessa non mantenuta di organizzare le Olimpiadi invernali “più sostenibili di sempre”, secondo il dossier di candidatura. Costruita all’inizio degli anni ’20 e utilizzata durante le Olimpiadi invernali del 1956 a Cortina, la vecchia pista da slittino doveva essere una delle dodici infrastrutture sportive (su quattordici) già esistenti. Il dossier prevedeva importanti lavori di ristrutturazione, ma solo due siti olimpici dovevano essere costruiti da zero, a Milano, e dunque in zone urbanizzate e spesso industriali. «Dovevano essere Olimpiadi a costo zero, ma alla fine la maggior parte delle infrastrutture è stata demolita e ricostruita consumando nuovi terreni, in particolare per tutte le infrastrutture collaterali come parcheggi o strade», riassume Fabio Tullio, che segue il dossier per l’associazione ambientalista Legambiente e per la sezione italiana della Commissione internazionale per la protezione delle Alpi (Cipra). Per questi Giochi invernali, molti impianti sportivi richiedono anche notevoli risorse idriche, spiega Fabio Tullio: «Per consentire l’innevamento artificiale, sono stati costruiti o ampliati bacini artificiali, poi l’acqua viene prelevata dal torrente e congelata per produrre ghiaccio per la pista di slittino e la pista di pattinaggio. Durante i Giochi, ogni secondo potranno essere prelevati 98 litri d’acqua dal torrente Boite, che scende dalle alture di Cortina fino alla valle, per circa 45 chilometri. PILONI NELLA PRATERIA «La montagna non può diventare così!», sbotta Patrizia Perucon. A pochi minuti di strada dalla pista da slittino, la neve si è trasformata in fango denso a causa del passaggio di camion e macchine da cantiere. Enormi piloni si ergono in mezzo alla neve, dominando i dintorni. «Al posto di questi mostri c’era una magnifica distesa che arrivava fino al borgo di Mortisa, uno degli ultimi ancora preservati», commenta l’attivista. Pochi metri più in basso, la struttura metallica d’una stazione della teleferica è ancora inattiva, nonostante l’inaugurazione dei Giochi. La funivia Apollonio-Socrepes dovrebbe trasportare migliaia di spettatori e spettatrici verso il sito sciistico femminile, situato a un’altitudine maggiore, evitando così gli ingorghi per accedere alle piste. Oltre alla costruzione di enormi parcheggi ai diversi livelli della funivia, gli attivisti che abbiamo incontrato denunciano la realizzazione di un’infrastruttura in una zona a rischio idrogeologico. «Un pilone ha già iniziato a muoversi», spiega Silverio Lacedelli, mostrando una serie di foto sul suo telefono. «Questa zona è a rischio di frane, su una lunghezza di quasi 3 chilometri e una larghezza di 300-400 metri». Il progetto di fattibilità tecnica ed economica realizzato dalla società che supervisiona i lavori, consultato da Mediapart, tiene conto di movimenti del terreno da 2 a 10 centimetri all’anno. I piloni sono stati costruiti con un sistema di supporti scorrevoli per adattarsi. «Avevamo proposto un sistema di navette elettriche gratuite per raggiungere le piste», ricorda Giovanna Ceiner, vicepresidente regionale dell’associazione Italia Nostra. Insieme a una ventina di altre associazioni ambientaliste, tra cui Legambiente e Cipra, dal giugno 2021 ha partecipato a tavole rotonde con la Fondazione Milano-Cortina, che organizza le Olimpiadi. «Purtroppo, la legge olimpica non includeva alcun articolo relativo all’obbligo di valutazione ambientale», deplora da uno degli storici caffè di Belluno, nella valle sottostante a Cortina. In Italia, i cantieri di grandi dimensioni sono normalmente soggetti a una valutazione ambientale strategica. Ma per le Olimpiadi è stato nominato un commissario speciale incaricato di supervisionare i lavori, accelerare le procedure amministrative e rispettare il calendario. «Abbiamo sbattuto la porta nel settembre 2023, perché questi Giochi non erano sostenibili e tutte le nostre richieste di vedere i progetti e discuterne non sono mai state prese in considerazione», racconta. Le associazioni hanno quindi creato l’osservatorio Open Olympics per chiedere la pubblicazione dei costi di ogni progetto. Ad oggi, il budget iniziale di 1,5 miliardi di euro è quadruplicato, raggiungendo quasi i 6 miliardi di euro. Quando sente queste osservazioni, Enrico Valle fa spallucce. Questo abitante di Cortina è stato presidente dell’ente locale che ha organizzato le gare di Coppa del Mondo di sci a Cortina d’Ampezzo fino al 2018: «Ogni volta che si fa qualcosa, c’è un impatto. Le prime Olimpiadi invernali del 1956 ci hanno permesso di abbandonare l’allevamento di mucche e capre e di sviluppare il turismo, e oggi queste Olimpiadi ci permetteranno di fare ancora meglio. Pensate davvero che senza le Olimpiadi ci avrebbero costruito un nuovo ospedale?». UN VILLAGGIO OLIMPICO USA E GETTA In questa città arroccata a 1.200 metri di altitudine, che conta quasi 4.000 residenti annuali per circa 50.000 posti letto turistici, la sua voce risuona con quella di molti abitanti. L’organizzazione di questi Giochi pone soprattutto la questione dello sviluppo turistico in alta montagna dal momento che gli abitanti sono sempre meno numerosi. Roberta De Zanna, consigliera comunale per la lista Cortina bene comune, parla di «occasione perduta» e di Giochi «piombati dall’alto»: «Siamo stati esclusi da ogni decisione, le nostre proposte non sono mai state prese in considerazione, ci sarà un impatto ambientale sul territorio e non crediamo che sarà troppo positivo». Roberta De Zanna, consigliera comunale della lista minoritaria Cortina Bene comune, parla di «occasione persa» e di Olimpiadi «calate dall’alto»: «Siamo stati esclusi da tutte le decisioni, le nostre proposte non sono mai state prese in considerazione, c’è un impatto ambientale sul territorio e non si intravede un’eredità positiva». » Cita l’esempio del villaggio olimpico situato a nord di Cortina: 1.400 posti letto distribuiti in piccole case smontabili e temporanee, che saranno demolite al termine dei Giochi. Come altri, aveva proposto la ristrutturazione di un vecchio villaggio turistico, 15 chilometri più a valle. «Si è preferito un villaggio in affitto, monouso, che è costato quasi 40 milioni di euro che avrebbero potuto essere utili al territorio», si rammarica l’eletta. «La montagna è diventata il parco divertimenti degli abitanti delle pianure. Bisogna costruire nuove case, hotel di lusso anche in alta quota, mentre i villaggi vengono abbandonati», afferma l’attivista ecologista Giovanna Ceiner. Gli abitanti di Cortina, dal canto loro, sono divisi. Alcuni hanno appeso ai balconi o alle finestre la bandiera dei Giochi distribuita dal comune. Altri hanno preferito la bandiera tricolore blu-bianco-verde dei Ladini, una minoranza culturale e linguistica alpina che vive nelle Dolomiti, in segno di silenziosa protesta. Le trecento bandiere messe a disposizione dall’associazione ladina locale sono andate via in due mezze giornate e centinaia di altre ordinate per il debutto dei Giochi. The post A Cortina , la promessa mancata di Olimpiadi “sostenibili” first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo A Cortina , la promessa mancata di Olimpiadi “sostenibili” sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
February 7, 2026
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