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Dopo la canicola, l’impossibile ritorno al mondo di prima
IL MONDO IN CUI NON SI POTEVA MORIRE DI CALDO IN UNO DEI PAESI PIÙ RICCHI DEL MONDO NON TORNERÀ PIÙ. È IL MOMENTO DEL LUTTO, DELLA RABBIA E DELL’AZIONE Joseph Confavreux e Jade Lindgaard su Mediapart Finalmente la pioggia. E con essa l’oblio? I temporali e le masse d’aria più fresca che dovrebbero estendersi verso l’interno del Paese durante il fine settimana porteranno con sé anche un senso di sollievo e la voglia di voltare pagina. Finalmente è finita l’ondata di caldo! La comunità nazionale potrebbe immaginare di tornare alla normalità: lavoro, famiglia, vacanze, campagna elettorale. Ma sarebbe un grave errore. Il tempo del mondo di un tempo, in cui non si poteva morire di caldo in uno dei paesi più ricchi del mondo, non tornerà più. L’ondata di caldo del giugno 2026 in Francia è storica per la sua brutalità e la sua portata; ma costituisce anche la nostra nuova normalità. È fondamentale che alle nostre notti insonni segua un risveglio collettivo: siamo entrati nel vivo del cambiamento climatico. Ed è orribile. Allora balliamo sotto la pioggia per qualche ora, ma teniamo ben presente che è tempo di lutto, di rabbia e di azione. RENDERE OMAGGIO AL LUTTO Non dimentichiamo quei due fratellini di 2 e 4 anni morti di disidratazione in un’auto parcheggiata nel vialetto di una villetta a Carpentras (Vaucluse). Né quel bambino di 3 anni morto in Val-d’Oise dopo essere soffocato in un’automobile, bloccata dal “sistema di sicurezza per bambini”. Non dimentichiamo le oltre cinquanta persone che sono annegate in una settimana nel tentativo di sfuggire al caldo: due giovani di 23 anni sul lago di Annecy (Alta Savoia), un bambino di 6 anni a Bègles Plage (Gironda), un giovane calciatore della Ligue 2 a Caluire-et-Cuire nel Rodano, un padre di famiglia di 50 anni nella Sarthe al termine di un picnic. Ricordiamo Daniel S., morto durante la prima ondata di caldo, a fine maggio, per ipertermia nella Drôme, dopo aver lavorato tutto il giorno su un tetto. Pensiamo a quell’anziano in Gironda morto nella propria abitazione fin dal primo giorno dell’ondata di caldo, seguito da altre tre persone nel Pas-de-Calais. Nel 2003 ci sono voluti mesi per stabilire un bilancio di 15.000 persone, per lo più di età superiore ai 65 anni, morte da sole durante l’ondata di caldo. Migliaia di persone anche nel 2022, così come nel 2025. Il caldo miete almeno 5.400 vittime all’anno in Francia, secondo uno studio di Oxfam. Ricordiamo Eden, 18 anni, che vive negli edifici surriscaldati del Crous di Nanterre e non ha i mezzi per comprarsi un ventilatore portatile. Le infermiere della clinica Saint-Grégoire, a Rennes (Ille-et-Vilaine), che sono state vittime di ipertermia e hanno dovuto ricevere flebo. O ancora gli insegnanti che appendono coperte termiche alle finestre delle scuole e si mettono collettivamente in sciopero dopo aver dovuto accogliere i bambini in condizioni indegne. Al punto che quando il ministro dell’education nationale ha deciso di confermare le prove d’esame, la segretaria generale del sindacato Snes-FSU s’è domandata se fosse «incoscienza o provocazione». Non dimentichiamo nemmeno le centinaia di pesci morti per il caldo in uno stagno delle Côtes-d’Armor. Né quegli animali che muoiono a migliaia negli allevamenti della nostra industria alimentare spazzatura. Ricordiamo che a volte abbiamo anche riso durante questa ondata di caldo. Quando il presidente della Repubblica ha postato sul social network X che bisognava ricordarsi di bere acqua. Ballando, il 21 giugno, durante la Festa della Musica che sembrava un’apocalisse gioiosa. Stupendosi, davanti al parco giochi di Clichy-sous-Bois (Seine-Saint-Denis) durante la notte più calda della storia della Grande Parigi, quando i bambini, in preda alla follia, scivolavano dimenandosi su uno scivolo bagnato, in piena notte, e una domanda tormentava una bambina a cui raramente era stato permesso di stare sveglia così tardi: «A che ora arrivano i mostri?» Questi modi di non disperare di fronte a un mondo che ci sfugge sono anche punti d’appoggio per costruirne uno che possa rimanere vivibile. L’ARMA DELLE URNE: PUNIRE E SORVEGLIARE Il primo gradino del risveglio collettivo ha come arma le urne, mentre mancano ormai solo pochi mesi a un voto decisivo. Il Rassemblement National (RN), che oggi cerca di far dimenticare decenni di negazionismo climatico, deve essere respinto non solo in nome della sua eredità xenofoba, ma anche del suo DNA antiecologico. Il centro-destra che governa la Francia da dieci anni, e osa ancora ostentare la propria autocompiacenza mentre il Paese soffoca, dopo aver gettato al secchio ogni politica climatica ambiziosa, non merita altro che disprezzo e scherno. Ma, a meno di un anno dalle elezioni presidenziali, è in realtà ogni candidato che si rifiuterà di elaborare il proprio programma per rispondere a queste tragedie che dovrebbe subire tre misure politiche praticate per secoli e cadute troppo a lungo in disuso: la destituzione, l’ostracismo e la damnatio memoriae (la cancellazione dalla memoria collettiva). Procedure che sarebbe legittimo estendere ai ministri che si rifiutano di prendere in considerazione un «congedo climatico» quando la temperatura sul posto di lavoro diventa insopportabile; agli architetti che hanno continuato a costruire edifici inadeguati e vietano di aggiungervi tende o persiane; ai rettori e alle rettrici che si sono rifiutati di chiudere gli istituti scolastici per evitare che l’economia rallentasse; ai prefetti e alle prefette che non hanno previsto il sovraffollamento degli ospedali e danno la caccia ai momenti di festa; ai decisori economici che sono pronti a farci bruciare pur di non mettere a rischio i dividendi. SOLUZIONI SUL TAVOLO Il secondo livello del risveglio collettivo richiede di riaprire alcuni fascicoli e di applicare determinati rapporti. L’azione pubblica, le cui carenze sono oggi così evidenti, dispone di una moltitudine di piani, applicabili senza indugio, per invertire la tendenza mortale. Alcuni rientrano addirittura nel quadro tradizionale della pianificazione economica e avrebbero potuto avviare la necessaria trasformazione senza attendere la grande rivoluzione. Il rapporto dell’economista Jean Pisani-Ferry e Selma Mahfouz, presentato a Élisabeth Borne nel maggio 2023, spiegava già che non serviva a nulla «ritardare gli sforzi» in nome del contenimento del debito pubblico, poiché «ciò non farebbe che aumentare il costo per le finanze pubbliche e lo sforzo necessario negli anni successivi» per raggiungere i nostri obiettivi climatici. La Convention citoyenne pour le climat, le cui conclusioni erano state ampiamente smontate dal governo di Jean Castex prima di finire ridotte a una legge di compromesso, tracciava un quadro molto completo delle azioni da intraprendere con urgenza per attuare una politica climatica degna di questo nome. Anche i rapporti del Segretariato generale per la pianificazione ecologica avevano delineato in lungo e in largo i possibili scenari d’azione per decarbonizzare il Paese nei settori dei trasporti, dell’edilizia abitativa, dell’agricoltura, dell’industria e dei consumi, nonché per proteggere la biodiversità – prima che tale segretariato venisse smantellato da Gabriel Attal e poi da François Bayrou. Sotto le sue sembianze idealistiche, se non addirittura utopistiche, la tabella di marcia proposta dal Laboratorio sulle disuguaglianze globali per decarbonizzare l’economia, riducendo al contempo le disuguaglianze, si basa su una diagnosi di precisione chirurgica sulla distribuzione della ricchezza nel mondo. Il suo strumento di punta, il «Fondo per la giustizia mondiale», finanziato dalla tassazione dei miliardari, ha anche il merito di ricordare un’evidenza: sebbene il «Titanic» climatico riguardi l’intero pianeta, noi non siamo tutti sulla stessa barca. La lotta contro il disastro ecologico ha senso e può essere efficace solo se è strettamente correlata a una massiccia ridistribuzione delle ricchezze accumulate, all’altezza delle vertiginose disuguaglianze attuali. LA RAGIONE DELL’UTOPIA Il «cerchio della ragione» che pretenderebbe di escludere alcune delle numerose proposte oggi sul tavolo deve fare i conti con una situazione sempre più evidente: la realtà non è più quella di un tempo. Di conseguenza, nemmeno «l’utopia». Oggi più che mai, è la realtà a essere invivibile e l’utopia l’unica via ragionevole. In un mondo in cui l’uomo più ricco del mondo raccoglie miliardi di dollari per finanziare la colonizzazione di Marte, le coordinate del reale si invertono. «Se la distopia radicale è possibile, come si vede con Trump, Elon Musk e questa fusione tra l’epistemologia politica arcaica e le nuove tecnologie cibernetiche, allora solo un’utopia dei corpi viventi potrà tirarci fuori da dove ci troviamo», spiegava recentemente a Mediapart il filosofo Paul B. Preciado. In altre parole, «l’utopia è più necessaria che mai, perché è del tutto possibile. L’utopia nel senso di una radicalità nei progetti di trasformazione planetaria». Partendo da qui, si possono effettivamente ribaltare i termini del dibattito e conciliare pragmatismo e radicalità. Perché non dovrebbe essere possibile smettere di pagare l’affitto se la temperatura della propria abitazione supera i 33 °C e che il proprietario non abbia avviato lavori di riqualificazione energetica? Sì, EDF fa bene a stanziare 80 milioni di euro per dotare rapidamente le scuole di «soluzioni di raffreddamento». Ma nel nuovo mondo in cui siamo collettivamente catapultati, non dovremmo forse anche requisire i superprofitti di TotalEnergies per rendere più verdi tutte le scuole elementari e medie della Francia? E tassare molto di più i GAFAM e i loro data center ad alto consumo energetico per ristrutturare e isolare termicamente tutti gli edifici che lasciano passare il calore e quelli che lo generano in eccesso sul territorio? Affinché queste soluzioni di emergenza non si riducano a un imperativo di adattamento al ribasso, continuando a sottomettere le nostre vite alle logiche del capitale, il terzo livello del risveglio collettivo consiste nel smentire un vecchio adagio: quello del professore di letteratura statunitense Fredric Jameson, secondo cui sarebbe più facile immaginare la fine del mondo che quella del capitalismo. Come riuscirci quando non è mai stato così evidente che l’umanità fosse sull’orlo del precipizio? In realtà, le vie alternative, le zone di resistenza, le strategie di sabotaggio e i desideri di rivolta contro il sistema estrattivista, coloniale e patriarcale non sono forse mai stati così vivaci, combattivi e creativi come oggi. Esistono molteplici «percorsi che possono contribuire a costruire una società più libera e appagante, più rispettosa del pianeta», come quelli, ad esempio, elencati in un’ambiziosa opera dedicata ai mondi post-capitalisti pubblicata di recente. Come si poteva leggere nelle manifestazioni per il clima degli ultimi anni: «Anche i dinosauri pensavano di avere tempo». The post Dopo la canicola, l’impossibile ritorno al mondo di prima first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Dopo la canicola, l’impossibile ritorno al mondo di prima sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
June 30, 2026
Popoff Quotidiano
Messico, le madri dei desaparecidos irrompono ai Mondiali
DESAPARECIDOS, GENTRIFICAZIONE, ACCESSO ALL’ACQUA, SFRATTI, IPERTURISMO, CORRUZIONE E SPORTWASHING: LE MAGAGNE DEI MONDIALI FIFA 2026 Le «madres buscadoras», le “madri in cerca” sono giunte giovedì 11 giugno allo Stadio Azteca di Città del Messico per denunciare la crisi delle sparizioni nel Paese e chiedere giustizia per i propri familiari dispersi, in occasione dell’inaugurazione dei Mondiali 2026. La Newsroom del sito Infobae racconta che le madri cantavano “México campeón en desaparición” (Messico campione di sparizioni), mentre la palla rotolava sul campo e le autorità cercavano di respingere le manifestazioni ai margini dello stadio che, con l’inaugurazione di questo pomeriggio della Coppa del Mondo, ha visto tre mondiali di calcio. Durante la protesta si sono registrati arresti e momenti di tensione, quando alcuni manifestanti hanno cercato di impedire gli arresti tra spintoni, urla e colluttazioni. Al contrario, le madri in cerca dei propri cari invitavano con i megafoni a mantenere l’ordine ed evitare provocazioni. Con striscioni che recitavano “¿La pelota vuelve a casa y nuestros desaparecidos cuándo?”, “Gobierno omiso, regresa a nuestros hijos”, “Con las buscadoras hasta la final” y “La sangre del país no se limpia con pintura” (“Il pallone torna a casa e i nostri dispersi quando?”, “Governo indifferente, restituisci i nostri figli”, “Con le madri alla ricerca fino alla finale” e “Il sangue del Paese non si lava via con la vernice”), i collettivi hanno cercato di portare al centro dell’attenzione internazionale la crisi delle sparizioni, più di 133.000 persone desaparecidos in Messico. Le manifestanti hanno anche scandito un conteggio, fino a 43, in ricordo degli studenti di Ayotzinapa scomparsi a Iguala, Guerrero, nel settembre 2014, uno dei casi più emblematici di sparizione forzata in Messico, che include il coinvolgimento dello Stato in combutta con gruppi criminali. «Tutti i soldi che vengono investiti per dipingere, realizzare decorazioni, abbellire la città in vista dei Mondiali. Tutta questa sicurezza che abbiamo qui dietro, tutte quelle risorse economiche, materiali e umane dovrebbero essere concentrate sulla ricerca delle persone scomparse”, ha denunciato Yoltzi Martínez, che da 16 anni cerca sua sorella Yatzil, scomparsa nella località balneare di Acapulco, e che ha contestato il dispiegamento di forze di sicurezza messo in atto in occasione della partita inaugurale. «Il governo ha cercato di abbellire una città, mentre il Paese è sommerso da fosse comuni», ha criticato. Una delle manifestanti, Ted, ha criticato come “inverosimile che si stia organizzando una festa (per i Mondiali) nel Paese quando ci sono più di 130.000 dispersi”, definendo al contempo “brutale” il fatto che ci siano “un sacco di stranieri e nient’altro per uno spettacolo che avvantaggia economicamente le grandi aziende”. Ha anche definito “terribile” il fatto che le autorità si scontrino “con le madri in cerca dei propri figli” e con persone che manifestavano pacificamente. Più tardi, un altro gruppo di manifestanti, alcuni dei quali incappucciati, si è scontrato con centinaia di poliziotti che impedivano loro di avanzare verso lo Stadio Città del Messico. In risposta, i manifestanti hanno lanciato pietre e transenne metalliche contro le forze dell’ordine. Scrive il quotidiano La Jornada che a Città del Messico un contingente di incappucciati del «blocco nero» è arrivato fino al retro dello stadio Azteca, in particolare all’ingresso del parcheggio presso il cancello 8, dopo aver percorso l’Avenida del Imán, il che ha provocato il ritiro del personale di supporto e dei volontari che si trovavano agli accessi per timore di subire aggressioni. I manifestanti sono riusciti a raggiungere gli edifici poiché in quel tratto della strada non era presente alcuna forza di polizia. Una volta giunti nelle immediate vicinanze dell’area, i manifestanti incappucciati hanno dato il via a uno scontro contro un gruppo di agenti della polizia antisommossa (granaderos) che presidiava uno degli accessi. I manifestanti hanno lanciato transenne di plastica verdi, pietre e oggetti vari contro la linea di sicurezza, colpendo gli scudi degli agenti in divisa che effettuavano il contenimento sul posto. Il Dipartimento di Sicurezza Civica ha dispiegato agenti della polizia a cavallo e personale dei servizi segreti per controllare la situazione. Le forze di polizia hanno effettuato manovre di ripiegamento, costringendo il contingente a ritirarsi dalle porte dello stadio verso il Circuito Azteca e l’Avenida del Imán. Dopo l’operazione, le forze di sicurezza pubblica mantengono la sorveglianza degli accessi allo Stadio Azteca, mentre il gruppo di persone incappucciate rimane concentrato sulle strade adiacenti sotto la sorveglianza della polizia. Le contestazioni ai Mondiali FIFA 2026 in Messico non sono arrivate da un unico soggetto politico, ma da una costellazione di movimenti sociali, sindacati, collettivi territoriali e organizzazioni per i diritti umani. Le critiche principali riguardano la gentrificazione, l’accesso all’acqua, gli sfratti, la turistificazione delle città, la gestione delle risorse pubbliche e il tentativo di “ripulire” l’immagine del paese mentre persistono problemi sociali irrisolti. Solo una settimana fa, il Guardian ha riportato la protesta degli insegnanti del sindacato CNTE, il 5 giugno, che chiedono migliori condizioni di lavoro: hanno bloccato il traffico, mentre altri gruppi hanno fatto irruzione in edifici governativi e hanno organizzato una partita di calcio su una strada bloccata. All’inizio della settimana, la polizia antisommossa aveva lanciato gas lacrimogeni contro un gruppo di insegnanti in manifestazione che aveva sfondato una delle barriere metalliche che bloccavano lo Zócalo (in pieno centro, fin dall’epoca coloniale luogo delle grandi manifestazioni popolari, delle celebrazioni nazionali e delle proteste politiche) mentre era in corso l’allestimento dell’arena del fan festival. In occasione dei Mondiali, infatti, lo Zócalo è stato trasformato nel principale FIFA Fan Festival del Messico. Si tratta di una gigantesca area pubblica gratuita dove i tifosi possono seguire le partite su maxischermi, assistere a concerti, partecipare ad attività sportive e vivere eventi culturali legati al torneo. Qui gli insegnanti dissidenti hanno allestito un accampamento per chiedere salari e pensioni più alti. il sindacato ha protestato contro ogni governo indipendentemente dal partito guida, ma il governo attuale lo accusa di azioni violente, la FIFA che esige operazioni di sportwashing e l’inquitante figura di Ricardo Salinas Pliego, una sorta di Berlusconi messicano (possiede tv e un impero economico diversificato), noto per le sue posizioni liberiste e per la forte presenza sui social network, dove interviene frequentemente su economia e politica. Mexico Solidarity Media, sito collegato con The Nation e Jacobin, lo definisce un mix esplosivo. CIUDAD DE MÉXICO. 20MAYO2025.- Se amplio el plantón de maestros de la CNTE, en el centro histórico de la Capital. Durante el día algunos profesores salen a protestar y otros se quedan con el resguardo del campamento. FOTO: VICTORIA VALTIERRA/CUARTOSCURO.COM Già parecchi mesi prima dell’evento, i residenti dell’Assemblea di quartiere contro le megacostruzioni a Tlalpan e Coyoacán hanno lanciato un appello per la creazione di un piano d’azione contro gli effetti che i Mondiali del 2026 avranno su Città del Messico. I residenti dei quartieri circostanti lo stadio Azteca hanno espresso la loro preoccupazione per i progetti che l’amministrazione comunale ha portato avanti in vista dell’evento, accusando le autorità di opacità e negligenza. Sostengono che, mentre la Coppa del Mondo andrà a vantaggio delle grandi aziende partecipanti, tra cui Airbnb, a Città del Messico si registrerà un aumento dell’accaparramento dei terreni e della gentrificazione. Il Piano d’Azione avrebbe dovuto includere gli impatti ambientali della Coppa del Mondo, principalmente per quanto riguarda l’acqua e la produzione di rifiuti. Il piano avrebbe dovuto inoltre considerare la pianificazione territoriale, gli effetti che avranno la nuova linea di filobus, la pista ciclabile e il Cablebús, il sistema di telecabine progettato per collegare le zone collinari e periferiche della metropoli con la rete dei trasporti urbani tradizionali. Per quanto riguarda la turistificazione, si temono aumenti gli sfratti e la perdita di spazi pubblici e collettivi a causa del sovraffollamento turistico. Loro lo hanno chiamato “un Piano d’Azione che nasca dalla nostra rabbia, dal nostro desiderio di costruire spazi per noi che li abitiamo, non per il grande capitale”. Ora i sindacati degli insegnanti hanno chiesto la sospensione del Fan Fest; Pedro Hernandez Morales della CNTE ha dichiarato ad Al Jazeera che «il pallone non girerà» se le loro richieste non saranno soddisfatte, ma il governo si rifiuta di fare marcia indietro. La grande abbuffata di calcio è iniziata. Gran parte del centro storico della città, tra cui la Cattedrale Metropolitana e le rovine azteche del Templo Mayor, è stata chiusa al pubblico, ma l’amministrazione della presidente Claudia Sheinbaum è irremovibile: lo Zócalo rimarrà aperto per tutta la durata del torneo.     The post Messico, le madri dei desaparecidos irrompono ai Mondiali first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Messico, le madri dei desaparecidos irrompono ai Mondiali sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
June 12, 2026
Popoff Quotidiano
La “generazione inquilina” come nuovo soggetto economico-politico
FRANCESCO BIAGI INTERVIENE SULLA RENDITA IMMOBILIARE IN SPAGNA E LA NUOVA FRATTURA SOCIALE CUI HA DATO LUOGO: LA COSIDDETTA “GENERAZIONE INQUILINA” DALLA PAURA DEL COMUNISMO AL PATTO SOCIALE PROPRIETARIO Il 2 maggio 1959, il ministro franchista della casa, José Luis de Arrese, si rivolgeva così ai presidenti dei “Collegi degli Agenti della Proprietà Immobiliare” in Spagna: “Non vogliamo che abbia successo una dottrina che chiamò “proletarie” le masse, perché sosteneva che l’uomo nella società cristiana può possedere una sola cosa senza denaro: la prole; non vogliamo che la proprietà delle cose più intimamente legate all’uomo resti al di fuori della sua stessa esistenza; non vogliamo una Spagna di proletari, ma una Spagna di proprietari. E tra tutti gli sforzi che una dottrina sociale come la nostra, nata per elevare l’uomo alla dignità fisica e metafisica per cui è stato creato, può e deve realizzare, nessuno è più esigente e più bello di questo: far sì che tutti gli spagnoli si sentano proprietari della casa che occupano; di quella casa che non è solo le quattro mura che la compongono, ma anche la piccola storia che si nasconde in ogni angolo e persino l’aria che la riempie di ricordi”. (Discorso riportato da ABC, 2 maggio 1959, disponibile nell’Archivio J. Linz della Fundación Juan March, citato nel libro di Emmanuel Rodríguez López, El efecto clase media, p. 129; traduzione mia). Partendo da presupposti diversi — presupposti fascisti che disprezziamo —, l’obiettivo di Franco era costruire una “società di proprietari” per combattere il comunismo, visto come il difensore della proletarizzazione di massa e non come un movimento politico e ideologico che cercava di porre fine alla miseria della vita proletaria sotto il dominio capitalista. Allo stesso modo, da una prospettiva totalmente opposta, Eric Hobsbawm sostenne che lo “stato sociale” non era solo frutto delle lotte operaie, ma una concessione necessaria delle élite che temevano una redistribuzione sociale ancora maggiore della ricchezza. A suo avviso, la paura del comunismo le aveva portate ad accettare il patto fordista-keynesiano come l’opzione migliore in campo. L’espansione dello stato del benessere in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale non fu semplicemente il risultato di riforme progressiste né di un “patto sociale con le élite illuminate”, ma nacque dal timore delle élite e dei governi occidentali di perdere il consenso e la stabilità sociale di fronte alla minaccia del socialismo promosso dall’Unione Sovietica e dai partiti comunisti e socialisti. I sindacati e i partiti politici esercitarono pressione dal basso, costringendo le élite a raggiungere un compromesso che, nell’ambito specifico della casa, si adattava alla cosiddetta cittadinanza proprietaria. Hobsbawm infatti così scriveva: “Tutto ciò che rendeva la democrazia occidentale degna di valore per la sua gente — la sicurezza sociale, lo stato sociale, un reddito alto e crescente per i suoi salariati (…) — è il risultato della paura. Paura dei poveri e del blocco di cittadini più grande e meglio organizzato: i lavoratori; paura di un’alternativa che esisteva realmente e che poteva estendersi, vale a dire il comunismo sovietico. Paura dell’instabilità stessa del sistema. (…) Indipendentemente da ciò che Stalin fece ai russi, fu positivo per la gente comune in Occidente. Non è un caso che il metodo di Keynes e Roosevelt per salvare il capitalismo si concentrasse sul benessere e la sicurezza sociale, nel dare denaro ai poveri perché lo spendessero e nel principio centrale delle politiche occidentali del dopoguerra — e uno specificamente rivolto ai lavoratori —: la piena occupazione” (“October: Goodbye to all that”, Marxism Today, 1990, p. 21, traduzione mia). Queste due citazioni ci permettono di contestualizzare le conquiste sociali del XX secolo, ma anche la trappola in cui è stato generato quel tipo di benessere sociale. Javier Gil, autore di Generación inquilina. Un nuevo paradigma de vivienda para acabar con la desigualdad (Capitán Swing, Madrid, 2026; in italiano: Generazione inquilina. Un nuovo paradigma della casa per farla finita con la disuguaglianza), lo menziona, insieme ai costi che la sua formazione ha implicato: è stata fatta sulla base della disuguaglianza internazionale e dell’oppressione del Sud globale, e a scapito del lavoro non retribuito e sfruttato delle donne responsabili della riproduzione sociale (p. 17). Non c’è nostalgia per il modello statale della seconda metà del XX secolo, ma si riconosce che si trattò di un patto sociopolitico tra classi sociali antagoniste che, mai prima nella storia, aveva favorito il fiorire di un certo tipo di diritti sociali e benessere collettivo. Ciò che risulta sorprendente, tuttavia, è come il neoliberalismo attuale costruisca il suo modello — brutale contro la maggioranza sociale — seducendola in modo diverso da come facevano il regime di Franco o le democrazie rappresentative occidentali protette dalla NATO. Non si tratta più dello spettro del comunismo, ma dell’attrattiva del “rentista” (colui che vive di rendita immobiliare) e dell’investimento facile che genera profitti sfruttando le opportunità del mercato. Evidentemente, si tratta di false “opportunità”, poiché dietro questo modello si nasconde una pianificazione precisa: una “pianificazione rentista” (p. 23). Non è vero che lo Stato non pianifichi la sua “mano invisibile”; lo fa, ma a beneficio di pochi privilegiati al vertice della piramide sociale. La “mano del mercato”, continuando con la metafora classica, si muove liberamente ed è accuratamente nascosta dalle politiche economiche dello Stato sottoposto al rentismo. Gil argomenta con precisione, dal punto di vista della sociologia economica, come il modello attuale sia progettato fin nell’ultimo dettaglio per favorire gli interessi rentisti, saccheggiare i salari dei cittadini spagnoli e concentrare sempre più la ricchezza in poche mani. IL CREPUSCOLO DELLO SFORZO MERITOCRATICO E L’ASCESA DEL RENTISMO Nell’immaginario collettivo spagnolo del XX secolo, il racconto di vita era lineare e prevedibile: formazione, lavoro stabile, risparmio faticoso, acquisto di un appartamento e un mutuo trentennale che diventava la colonna vertebrale della pensione. Quel racconto, che definì la stabilità dei “baby boomers”, si è infranto fragorosamente. Oggi, per milioni di giovani e meno giovani, la casa non è un attivo per il futuro, ma un pozzo finanziario presente che prosciuga gli stipendi senza generare patrimonio. Gil ha dato un nome e un cognome a questo fenomeno che trascende l’economico per diventare una frattura sociale ed esistenziale: la “Generazione Inquilina”. Non si tratta solo del fatto che i giovani non possano comprare casa; si tratta che il modello di accumulazione della ricchezza è mutato alla radice, spostando il baricentro dallo “sforzo lavorativo” alla “capacità di ereditare”. Una delle tesi più devastanti è la rottura del patto meritocratico. La dura realtà è che prima aveva casa chi si impegnava per comprarla, mentre oggi conta molto di più la capacità di ereditare più che quella di lavorare. Questa è la constatazione di un cambiamento strutturale nel capitalismo spagnolo e internazionale. Nel modello precedente, il salario medio permetteva, nonostante i sacrifici, di accedere alla proprietà. Oggi, un giovane avrebbe bisogno di destinare più del 90 per cento del suo stipendio al pagamento di un mutuo iniziale se volesse comprare una casa da solo. Il sistema finanziario glielo impedisce. Gil approfondisce il concetto economico che sta alla base di questa crisi: il rentismo. Per l’autore, la Spagna è diventata un’economia orientata a estrarre rendite dal suolo e dalla casa, a scapito dell’investimento produttivo e dell’innovazione. Non si tratta di un ciclo naturale del mercato, ma di un progetto politico e fiscale consolidato per decenni. Il rentismo si definisce come l’ottenimento di redditi non dalla produzione di beni o servizi, ma dalla mera possessione di un attivo. Nel caso spagnolo, questo rentismo ha due facce: il grande proprietario (fondi d’investimento, SOCIMI, grandi proprietari) e il piccolo rentista (il proprietario di un secondo appartamento ereditato dalla nonna). Gil non demonizza individualmente il piccolo risparmiatore che cerca una pensione integrativa (anche se sottolinea che partecipa a questa egemonia culturale del modello rentista), ma segnala la responsabilità dello Stato nell’incentivare fiscalmente questo modello: le detrazioni per l’affitto per l’inquilino sono ridicole, mentre i proprietari godono di esenzioni fiscali significative. Gil insiste sul fatto che l’affitto ha cessato di essere un’opzione transitoria per giovani emancipati per diventare una condanna strutturale. La Generazione Inquilina si definisce per un’angoscia vitale costante: l’impossibilità di mettere radici. VERSO UNA POLITICIZZAZIONE DELLA GENERAZIONE INQUILINA COME SOGGETTO DI CAMBIAMENTO Sorge necessariamente una domanda: chi è la “Generazione Inquilina”? È una generazione che a volte non ha età, al contrario degli stereotipi che sostituiscono il conflitto di classe con il conflitto generazionale. Include coppie di 45 anni con figli che sono state sfrattate per il mancato pagamento del mutuo nella crisi del 2008 e non hanno mai più potuto diventare proprietarie; include donne anziane divorziate o vedove con pensioni minime che non possono far fronte all’aumento degli affitti e sono destinate alla vulnerabilità abitativa; include la popolazione migrante, che subisce una doppia discriminazione nell’accesso alla casa per razzismo strutturale e precarietà documentale; e, naturalmente, include gli adulti over venti o trenta a cui è stato tolto il futuro con la precarietà lavorativa ed esistenziale. Questa generazione è stata etichettata come “la più preparata della storia”, ma è anche la prima che vivrà peggio dei propri genitori. La sensazione di truffa generazionale è schiacciante. A loro è stato richiesto di studiare, prendere lauree, master e imparare lingue per accedere a un mercato del lavoro che offre contratti temporanei e stipendi che non coprono il costo della vita vigente. Gil avverte del rischio politico di questa frustrazione. Quando un segmento così ampio della popolazione sente che il sistema è truccato, che non importa quanto ti impegni perché chi eredita ti batte senza nemmeno scalfirsi, il terreno fertile per populismi reazionari o per l’apatia politica è servito. E solo una via d’uscita emancipatrice, solo una nuova pedagogia degli oppressi — che si costruisce nel lavoro della presa di coscienza politica — può salvare la vita della Generazione Inquilina e la qualità del suo sistema democratico. Vista come mero soggetto sociale ricevente di politiche sociali, alla Generazione Inquilina vengono offerti solo sussidi che alimentano il rentismo, senza che si pianifichi un cambiamento strutturale nel mercato dell’affitto e della casa. Gil non studia solo sociologicamente la Generazione Inquilina, ma propone anche una soluzione politica, attraverso il sindacalismo di base e la possibilità che essa si costituisca come una classe sociale con interessi specifici per cui lottare. Il libro di Gil è, inoltre, un appello alla mobilitazione per la costruzione politica della Generazione Inquilina, così come E. P. Thompson dimostrò che si costruì la classe lavoratrice in passato. Così come il Movimento dei Senza Terra in Brasile lotta per la riforma agraria, la Generazione Inquilina dovrebbe avere anche un piano politico e una “riforma della casa” per cui lottare (p. 231). Per Gil, il tema del diritto alla casa diventa una piattaforma chiave per la lotta per democratizzare la società in cui viviamo. Sebbene un progetto politico a lungo termine di “riforma del diritto alla casa” sia necessario per orientare l’azione politica generale, nella vita quotidiana è imprescindibile costruire un’attività sindacale sempre maggiore tra coloro che condividono i problemi sociali legati alla casa. Superare l’individualizzazione della colpa è il primo passo per scoprirci come partecipanti attivi nella lotta, come nuovi sindacalisti di base del nostro futuro prossimo. Il rentismo si basa sull’individualismo economico e proprietario, su un’antropologia politica e umana che nega la società e le comunità sociali secondo il motto di Margaret Thatcher, che esalta la competizione sfrenata tra gli esseri umani. Al contrario, la creazione di maggioranze sociali che partecipino politicamente in funzione delle proprie condizioni materiali e della propria economia morale della percezione dell’ingiustizia deve essere l’obiettivo quotidiano per sconfiggere la pianificazione rentista che si è diffusa nelle città di tutto il mondo. Secondo l’autore, una mobilitazione per la casa capace di affrontare le sfide attuali non può più dipendere da piccoli collettivi di attivisti che si dedicano alla politica 24 ore al giorno, 7 giorni su 7. Questo modello di collettivo politico urbano di quartiere è esaurito. Per esempio, il sindacalismo degli inquilini rappresentato dal “Sindicato de Inquilinas” di Madrid rappresenta un salto qualitativo perché, oltre ad avere portavoce e leader riconosciuti che si esprimono nello spazio pubblico e mediatico, si sviluppa dando potere alle persone che soffrono la crisi della casa. L’obiettivo è politicizzare l’ingiustizia e uscire da un racconto individualizzante: in questo modo le persone oppresse diventano difensori di una nuova politica emancipatrice attraverso lo spazio politico e comunitario del sindacato di base per il diritto alla casa. La solidarietà, il sostegno reciproco e persino l’esperienza sindacale e giuridica hanno bisogno di crescere per far fronte a tutti i rentisti, dai piccoli proprietari di case avidi, fino ai grandi fondi immobiliari avvoltoio. La scommessa è per un nuovo potere popolare e per un potere inquilino capace di cambiare la società, usando lo strumento dello sciopero degli affitti. È il caso del novembre 2021, quando il “Sindicato de Inquilinas” di Madrid ottenne una vittoria inedita contro il fondo avvoltoio “Blackstone”, il maggiore proprietario di case in affitto della Spagna e del mondo (pp. 133-134). Nonostante le minacce violente da parte del fondo, Blackstone alla fine cedette davanti alla campagna del sindacato e accettò la contrattazione collettiva, ammise il sindacato come interlocutore nel tavolo di mediazione e rinnovò tutti i contratti senza sfratti e senza aumenti dei prezzi. Infine, l’autore insiste sulla necessità di un nuovo consenso sociale che smetta di vedere la casa come un attivo finanziario per vederla per quello che è: un pilastro dello stato sociale, come la sanità o l’istruzione. Finché non si assumerà che il rentismo immobiliare è un freno per l’economia produttiva e una fabbrica di disuguaglianza, la Generazione Inquilina continuerà a essere la protagonista di una distopia quotidiana: lavorare per pagare un posto dove dormire, aspettando un’eredità che forse arriverà troppo tardi, mentre la vita, letteralmente, scorre via. *** Francesco Biagi è ricercatore post-dottorale in sociologia presso la York University di Toronto/Università di Lisbona, e il suo ultimo libro è Renewing Urban Critical Theories: Rediscovering Thinkers, Reimagining Texts, and Reframing Questions (edited by; Routledge, 2025). Traduzione italiana curata dall’autore dell’articolo originariamente pubblicato in spagnolo qui  The post La “generazione inquilina” come nuovo soggetto economico-politico first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo La “generazione inquilina” come nuovo soggetto economico-politico sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
May 29, 2026
Popoff Quotidiano
A Cuba, la vita quotidiana sempre più difficile sotto la pressione Usa
TRA LE MOBILITAZIONI ORGANIZZATE DAL REGIME E LE STRATEGIE DI SOPRAVVIVENZA CON DUE-TRE ORE DI ELETTRICITÀ AL GIORNO, LA POPOLAZIONE DA LONTANO IL RICATTO DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP Margot Davier su Mediapart L’Avana (Cuba).– Sono alcune centinaia, nella penombra dell’alba, ad avanzare, entusiasti, lungo il Malecón dell’Avana, una passeggiata sul lungomare debolmente illuminata dalle calde luci dell’alba. Nelle loro mani, grandi manifesti con l’effigie di Fidel Castro, del Che Guevara, ma soprattutto di Raúl Castro. Il fratello di Fidel, oggi 94enne, ex capo di Stato ed eroe della rivoluzione, è raffigurato in uniforme militare. «Sono qui per difendere la Rivoluzione e Raúl. Qui c’è un popolo, una rivoluzione, e non abbiamo paura», sussurra un sessantenne che rifiuta di rivelare la propria identità e si presenta come «un cubano», «un lavoratore». «Quello che sta succedendo è ingiusto, e direi anche di più, calunnioso», borbotta. Questo venerdì 22 maggio, migliaia di persone hanno risposto all’appello di diverse organizzazioni giovanili per manifestare il loro sostegno all’ex leader, incriminato due giorni prima dal Dipartimento di Giustizia statunitense. Le accuse mosse contro di lui, così come contro altri cinque membri del governo, sono molteplici: omicidio, distruzione di aerei che sorvolavano l’isola e associati agli Hermanos al Rescate, una organizzazione di Miami dedita a supportare i migranti cubani in mare -, e cospirazione finalizzata all’omicidio di cittadini statunitensi. I fatti in questione, che hanno causato quattro vittime, risalgono al 1996, quando Raúl Castro ricopriva la carica di ministro della Difesa. Questa incriminazione appare come un ulteriore passo avanti nell’escalation delle minacce proferite dall’amministrazione Trump e dal suo segretario di Stato di origini cubane, Marco Rubio. Raúl Castro, che rimane una delle figure più influenti del regime cubano, non ha partecipato ai festeggiamenti, a differenza di sua figlia, Mariela Castro, e del presidente del paese, Miguel Díaz-Canel. Non si è presentato, dalla tribuna presidenziale allestita davanti all’ambasciata degli Stati Uniti, davanti alle centinaia di soldati in servizio e alle migliaia di funzionari inviati sul posto, che urlavano slogan rivoluzionari. «Raúl è Cuba. È il nostro leader, e credo che sia nostro dovere principale difenderlo dagli insulti del governo americano», afferma, dall’alto dei suoi 18 anni, Luis Ernesto López, presidente della Federazione studentesca delle scuole superiori per il settore dell’Avana. L’adolescente si appresta proprio a iniziare il servizio militare obbligatorio. «Non dobbiamo sottovalutare il nemico. Ma tutti noi, il popolo come il governo, dobbiamo mostrarci pronti a difendere la patria, questo è l’essenziale. Non succederà la stessa cosa che in Venezuela, perché Cuba non è il Venezuela». Il giovane prevede, una volta terminato il servizio militare, di  terminare un cursus universitario in diritto internazionale per diventare avvocato. «Le tensioni geopolitiche con gli Stati Uniti sono intense. Le lunghe ore di apagones [interruzioni di corrente – ndr], l’inasprimento dell’embargo commerciale e finanziario statunitense incidono sulla nostra vita quotidiana. Ma spetta a noi dare impulso a un cambiamento e migliorare la situazione. Dobbiamo valorizzare la nostra sovranità.» INTIMIDAZIONI CRESCENTI Dall’operazione militare in Venezuela, che ha portato alla cattura illegale dell’ex leader chavista Nicolás Maduro il 3 gennaio 2026, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non ha fatto mistero delle sue intenzioni di rovesciare il regime castrista, assicurando più volte che avrebbe «conquistato» Cuba. Ma le pressioni si sono recentemente intensificate. L’incriminazione di Raúl Castro, il 20 maggio, costituisce il culmine di una settimana di intimidazioni e ricorda il modus operandi utilizzato a Caracas, considerato fruttuoso dalla Casa Bianca. Il 13 maggio, le autorità cubane ammettevano di aver esaurito le loro riserve di petrolio importato. Il giorno dopo, una delegazione statunitense, guidata dal direttore della CIA John Ratcliffe, è atterrata all’Avana per incontrare i dignitari cubani, in particolare Raúl Rodríguez Castro, detto «Raulito», nipote dell’ex presidente. Si trattava di trasmettere il seguente messaggio: gli Stati Uniti avrebbero potuto impegnarsi su questioni economiche e di sicurezza, a condizione che Cuba intraprendesse cambiamenti fondamentali e rapidi. Uno degli obiettivi della visita consisteva nella richiesta di chiudere i posti di ascolto russi e cinesi presenti sull’isola. Gli Usa hanno reiterato le offerte di fornire di aiuti umanitari  per 100 milioni di dollari, da distribuire tramite la chiesa cattolica «e altre organizzazioni di fiducia», secondo il dipartimenti di Stato Usa. «Si tratta di un tentativo di conquistare i cuori e le menti», spiega Peter Kornbluh, analista esperto di Cuba presso gli Archivi Nazionali degli Stati Uniti. Il 20 maggio scorso, il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha cercato di giustificare ai cubani che la loro situazione sarebbe migliorata solo grazie agli Stati Uniti. Si tratta di accaparrarsi il sostegno della popolazione, che è al tempo stesso vittima collaterale delle pressioni americane». A questo punto, le autorità cubane hanno dichiarato pubblicamente di stare esaminando le proposte di natura umanitaria. «Non vedo tuttavia come le cose potrebbero evolvere senza un’escalation da parte degli Stati Uniti, che implicherebbe l’uso della forza», aggiunge l’archivista. «Bisogna ricordare che i due paesi condividono una lunga storia, e Cuba è stata uno Stato vassallo di Washington per trent’anni. » «IMPEGNATI A SOPRAVVIVERE» Nella capitale, l’aumento delle temperature estive rende difficilmente sopportabili le interruzioni di corrente improvvise e prolungate, che superano le venti ore al giorno. Ogni giorno, le proteste risuonano nelle strade fatiscenti, dove giacciono cumuli di immondizia sempre più densi, al suono delle cazuelas, il rumore delle pentole. «È tutto molto difficile, molto complicato. Siamo completamente sconvolti, tristi, stressati. Nonostante ciò che viviamo sull’isola, quando si ha una famiglia, beh, non si ha scelta, bisogna andare avanti», confida Mercedes, una cinquantenne che vive nei pressi del Capitolio Nacional, al centro dell’Avana. «Abito qui, all’angolo della strada», indica. «Restiamo tutto il giorno senza elettricità. Ne ho solo due o tre ore al giorno. Quindi non riesco quasi a seguire l’attualità. Sono completamente disinformata». Casalinga, non sa che Raúl Castro è stato incriminato e si affida alla serena apparenza che avvolge la città. «Piangiamo tutto il giorno, soffriamo… A che serve intervenire? Non ci preoccupiamo di nulla, perché siamo impegnati a sopravvivere», esclama, mostrando l’interno della sua busta di plastica, che contiene una bottiglietta di olio e del riso, acquistati a caro prezzo. Alberto, uno dei suoi vicini, si unisce alla conversazione. «Non credo che gli Stati Uniti interverranno, e se è per fare la stessa cosa che hanno fatto in Venezuela, non ne vale la pena. D’altronde, se dipendesse da me, mi piacerebbe che cambiassero il regime domani stesso». Nel frattempo, nonostante la crisi e l’incertezza, le autorità hanno tenuto a mantenere il festival Cuba Disco, una sorta di equivalente dei Victoires de la musique francesi. Il Pabellón Cuba, un centro espositivo situato nel Vedado, è diventato teatro di concerti quotidiani per una settimana. Questo sabato, il concerto di Wampi, un artista di reparto, un genere di musica urbana proveniente dai quartieri popolari, che mescola ritmi tradizionali, afro e reggaeton, ha attirato una folla di adolescenti. Raccolti davanti al palco, conoscono i testi a memoria e ballano con allegria, a volte sotto lo sguardo dei loro genitori. Yuneisis, 37 anni, medico, racconta di aver fatto un’ora di viaggio in taxi collettivo. «È stato meraviglioso, Wampi è stato fantastico, lo adoro! Non me lo sarei perso per nulla al mondo. Ne è valsa la pena.» Poco più in là, Yasiel Guin Zuniga, direttore generale di Cuba Disco, riassume lo spirito dell’evento: «È importante mantenere viva la spiritualità dei cubani. Bisogna continuare a celebrare la discografia cubana, con i suoi musicisti e le istituzioni dell’industria culturale. Bisogna portare gioia al popolo attraverso la cultura. » Precisa tuttavia che gli organizzatori si sono adattati alle condizioni, concentrando le attività in un unico luogo, scelto per la sua centralità e accessibilità. «La musica ci ha sempre aiutato e nutre l’anima. Del resto, a partire dal 25 maggio, ospiteremo la festa del Corazón Feliz, dedicata ai bambini.» E conferma che gli apagones culturali, per il momento, non sono in programma. The post A Cuba, la vita quotidiana sempre più difficile sotto la pressione Usa first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo A Cuba, la vita quotidiana sempre più difficile sotto la pressione Usa sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
May 25, 2026
Popoff Quotidiano
Solastalgia: «Ti senti sempre più spaesato nella tua stessa terra»
CHI CONVIVE CON LE CONSEGUENZE DI INCENDI, GENTRIFICAZIONE, INONDAZIONI O REALIZZAZIONE DI PROGETTI DANNOSI PER IL TERRITORIO SPIEGA QUANTO QUESTA EMOZIONE SIA PRESENTE NELLE LORO VITE Ariadna Martínez su El Salto All’inizio del secolo, un filosofo coniò un neologismo con la speranza che un giorno — il prima possibile — cadesse in disuso. Voleva dare alle persone uno strumento per descrivere un tipo di malinconia, di tristezza, che non smetteva di osservare. In questo modo, potendo dare un nome a questo dolore, le persone avrebbero potuto riconoscere che «non si tratta di un sentimento individuale, ma condiviso». Due decenni dopo, tuttavia, il termine è all’ordine del giorno, cosa che a Glenn Albrecht (Australia, 1953) sembra «deprimente». «Continua a essere incredibilmente utile per un mondo che sta diventando peggiore della solastalgia (secondo la Treccani: Stato di angoscia che affligge chi ha subito una tragedia ambientale provocata dall’intervento maldestro dell’uomo sulla natura, a volte tradotta come “eco-ansia” ndr)», dice. Tutto è iniziato quando Albrecht ha osservato come la regione della Hunter Valley, a nord di Sydney (Australia), sia passata dall’essere un’oasi di pascoli verdi, animali e cielo sereno a una zona “di sacrificio”, industriale, rumorosa, inquinata, a causa dell’estrazione del carbone. «Le persone che vivevano lì rimanevano a casa, guardando fuori dalle finestre, ma ciò che avevano apprezzato del loro ambiente familiare si era deteriorato. Non offriva loro più conforto», ricorda nel suo libro Earth Emotions: New Words for a New World (Cornell University Press, 2019). Assistendo a una scena del genere, ha unito «sōlācium» (in latino, consolazione, sollievo) e «-algia» (in greco, dolore, sofferenza). Il risultato è stato «solastalgia». «A volte la definisco come la nostalgia che provi quando sei ancora a casa, ma senti che la tua casa ti sta abbandonando», spiega il filosofo a questo giornale. Da quel momento, le testimonianze “solastalgiche” non hanno smesso di arrivare nella sua casella di posta elettronica. I fattori che causano la solastalgia possono essere sia naturali che artificiali. Eventi come siccità, incendi, inondazioni, guerra, terrorismo o gentrificazione possono provocarla. Albrecht la paragona alla nostalgia tradizionale, che spesso si prova quando si è lontani da casa e si desidera tornare. Il rimedio in quel caso è, quindi, tornare. Ma con la solastalgia non c’è un luogo in cui tornare, perché non ci si è mai allontanati. Tuttavia, l’ambiente circostante è cambiato, non è più lo stesso, il che lascia una terribile sensazione di impotenza. Sebbene questo stato emotivo abbia una “cura”, questa non si ottiene con la terapia. NON È SOLO IL FUOCO In Spagna, come nel resto del pianeta, ci sono in questo momento innumerevoli territori che stanno vivendo questa desolazione a causa di forze climatiche, corporative o politiche che sfuggono al loro controllo. È il caso del fuoco, che non è solo fuoco. “Non è solo fuoco: è una ferita aperta nel petto di chi ama questi paesi. Ogni fiamma porta con sé il ricordo di una foresta, il canto di un fiume, il mormorio delle voci che ci hanno dato la vita», ha scritto Rochi Novòa, gallega di 51 anni, durante gli storici incendi boschivi della scorsa estate, che sono stati particolarmente violenti a causa di fattori quali il cambiamento climatico e che hanno ridotto in cenere una superficie pari a sei volte quella della città di Madrid. La Galizia, la Castiglia e León e altre regioni dell’entroterra sono state le più colpite. «Per me, Sobradelo — un piccolo villaggio situato nella regione galiziana di Valdeorras — è sempre stato il mio cordone ombelicale. Sono così innamorata della mia terra che posso percorrere ogni giorno lo stesso tragitto e un giorno mi affascina il capriolo che sta attraversando, un altro giorno mi piace come sorge il sole perché quella luce non l’avevo mai vista prima, o la pioggia orribile perché c’è un giorno in cui cade in modo diverso. E, se la terra brucia, io soffro con lei. Anche la mia vita qui bruciava», afferma Novòa. Ma la solastalgia emerge, in particolare, quando quel cambiamento biofisico diventa cronico, come accade una volta che le fiamme si sono spente. «È come un lutto che non riesci mai a superare, perché la terra non si rigenera a quella velocità. Il verde che può nascere ora è verde erba, che non ha nulla a che vedere con il verde castagna, con la nostra quercia. Quei boschi millenari e secolari facevano parte della nostra identità, e sì, se ne sono andati per non tornare più. In questi ultimi anni mi sento impotente ed emotivamente esausta, perché, se non sono gli incendi, è la macrocellulosa che volevano imporci», si rammarica la scrittrice, visibilmente sfinita. L’IMPATTO DELLA GENTRIFICAZIONE SUL PAESAGGIO Ci sono volte, come nel caso di Rochi, che la solastalgia irrompe nella vita di una persona come farebbe un meteorite. Tuttavia, altre volte si insinua lentamente, serpeggiando. Come è successo a Carla Henríquez, una quarantenne delle Canarie: «La prima cosa in cui ho percepito il cambiamento è stato il paesaggio. Quando sono tornata a Tenerife dopo un paio d’anni in Australia, ho iniziato a notare che la montagna che guardavo da piccola non era quasi più verde e che era sempre più piena di case». Gli abitanti di Tenerife, racconta, hanno continuato a percepirlo in dettagli come il fatto che c’era sempre meno varietà di pesci quando andavano a fare immersioni, o che non avevano più la libertà di spostarsi perché il traffico cominciava a diventare impossibile, o nel temere che nella casa dove prima viveva un’amica un giorno aprissero un Airbnb, o nel sentire che le loro usanze erano sempre più una “mera attrazione turistica”. Questa malattia dell’anima si è insinuata in tutti gli ambiti della sua vita: «Pensi: “Questo era il mio faro. La mia identità, chi sono, la sto perdendo. Ti senti spaesato nella tua stessa terra. Perdi anche il capitale sociale e il senso di comunità. Perché, se non puoi permetterti un taxi per l’aeroporto, ti accompagna la tua amica, ma non ti accompagnerà la turista dell’Airbnb. A poco a poco ci allontaniamo dai quartieri delle città verso le zone più alte, isolati gli uni dagli altri, perché non possiamo permetterci altro». Nel 2025 la Spagna ha battuto un nuovo record storico di turismo internazionale. Il Paese ha accolto circa 96,8 milioni di turisti internazionali, 15,69 dei quali concentrati nelle Canarie (un dato record anche per la regione). La popolazione residente nelle isole è aumentata del 56% da quando Carla è nata. Oggi è la terza comunità autonoma del Paese con la più alta densità demografica. Inoltre, ospita la metà delle specie a rischio critico di estinzione della Spagna a causa, tra gli altri fattori, del turismo di massa e dell’aumento degli insediamenti urbani. La solastalgia che prova Carla è stata riflessa anche nelle canzoni o nelle poesie della gente del posto. «Non voglio quell’hotel, voglio che mi restituisci la mia spiaggia […]. Voglio solo tornare alla mia infanzia», recita il musicista Fran Baraja nel brano Ese Hotel. Anche i versi di Teresa Gubern, raccolti nell’antologia Brega en verso: voces poéticas de resistencia, descrivono quel dolore: «Solleverò le piastrelle che ricoprono questo pavimento / toglierò il cemento che soffoca / scaverò fino a raggiungere la terra bagnata / per seppellire il mio corpo in questa geografia». LO SCONFORTO CHE SI PROVA IN UN TERRENO SOGGETTO A INONDAZIONI Anche i valenciani hanno cercato di imprimere per sempre la catastrofe della tempesta nelle loro opere artistiche. Un’impronta che, come sottolinea Samuel Romero, residente ad Aldaia (Valencia), «non se ne andrà mai» dalle loro vite: «Ora siamo attenti a questioni che prima ignoravamo, come quanti litri all’ora cadranno per metro quadrato, o se pioverà in questo burrone o in quell’altro. È qualcosa di nuovo che è entrato nella nostra vita e che credo non se ne andrà». Lo confermano Feliu Ventura, La Maria, Pep Botifarra, Noèlia Titana, Miquel Gil y Vicent Torrent nella loro canzone “Quan el cel es tornà negre”, il cui ritornello avverte che nemmeno la pioggia riuscirà a cancellare il fango su cui è stata scritta la loro storia. Infatti, Samuel spiega che un suo conoscente è stato costretto a traslocare, su consiglio del terapeuta, perché «sua figlia non è riuscita a superare lo shock». «Finché avessero continuato a vivere lì, sarebbe stato molto difficile per lei voltare pagina», racconta. Proprio una delle parole a cui Albrecht si è ispirato per il suo neologismo è stata la tedesca unheimlich. Si usa per riferirsi a qualcosa di minaccioso che si percepisce all’interno della casa. Ciò che dovrebbe essere una fonte di conforto si trasforma in una fonte di inquietudine, in qualcosa di sinistro. In qualità di ingegnere civile, ritiene che le misure di adattamento che si stanno valutando nella zona siano insufficienti: «E mi ribolle il sangue quando vedo che sembra non si sia imparato nulla, perché il Comune ha approvato il progetto di un grande poligono industriale di moltissimi ettari in una zona di orti che, essendo allora terreno permeabile, riuscì ad assorbire parte dell’acqua dell’alluvione. È incomprensibile». In Spagna, ad oggi, 2,7 milioni di persone vivono in territori soggetti a inondazioni. ALLEVAMENTI CHE SI IMPONGONO NEI PAESI Anche la casa di Rodrigo (nome fittizio per preservarne l’anonimato) è diventata un luogo decisamente sinistro. Come riflette il racconto «Viaggio nel paese delle mosche», di José Miguel Díaz, membro del movimento di quartiere «Salvemos el Arabí», nella regione del Campo de Cartagena (Regione di Murcia), tutti i sensi mi facevano male: «Avevo percorso solo metà del tragitto e già tutti i miei sensi mi facevano male. Sentivo gli animali ammassati e il ronzio delle mosche. Vedevo l’ordine asettico delle costruzioni che ricordavano i campi di concentramento. Respiravo il caldo fetore delle feci. Avevo perso ogni senso del gusto, che si era trasformato in repulsione, e le mie mani erano vuote per l’impotenza». È così che inizia a apparire la vita quando ti mettono un allevamento intensivo — o due, o tre — accanto a casa tua, cosa sempre meno aneddotica in Spagna, dato che si è affermata come il paese con il maggior numero di allevamenti intensivi di tutta Europa, con circa 3.963 su tutto il territorio. Ma il caso di Murcia è speciale, poiché è la terza provincia del paese con il maggior numero di macroallevamenti per comune, dopo Huesca e Lleida. Due dei suoi paesi, Lorca e Fuente Álamo de Murcia, si trovano nella top 5 delle località con il maggior numero di questo tipo di allevamenti. A Lorca ce ne sono circa 50. A Fuente Álamo circa 30. Si stima inoltre che circa 220.000 persone nel nostro Paese non abbiano acqua potabile a causa della presenza di nitrati provenienti dall’agricoltura e dall’allevamento intensivo. “È la questione degli odori, che rendono insopportabile la permanenza; il grido degli animali che soffrono, che inevitabilmente ne evoca l’immagine; il viavai incessante dei trattori pieni di cisterne di liquame, che creano un traffico continuo al punto che sembra di essere sulla M-30. È tutto”, racconta Rodrigo. Viaggiando in auto, ci sono tratti in cui si vedono queste costruzioni —il cui aspetto è così discreto, così standard, che sembrano enormi pezzi incolori usciti dal Monopoly— ogni due minuti. Inoltre, assicura, nella regione si è creato un clima sociale altrettanto irrespirabile. «C’è molta paura. Basta vedere cosa è successo a Lorca» — quattro anni fa un gruppo organizzato ha assaltato il municipio mentre si discuteva se approvare o meno una normativa comunale per vietare la costruzione di questi impianti a meno di 1.500 metri dai centri urbani o dalle strutture sanitarie e scolastiche. Tra i ricordi che Rodrigo custodisce della sua infanzia — quando poteva sentirsi libero nella zona — e la situazione attuale c’è un abisso. Non riconosce più il proprio territorio e trova conforto, sollievo, solo all’interno del proprio appezzamento. «Bisogna vivere qui per capirlo», assicura. Proprio come la zona mineraria che ha ispirato Albrecht, il Campo de Cartagena è oggi una «terra di sacrificio». «Questo tipo di progetti viene imposto alla gente del posto. Non hanno scelta», afferma il filosofo nel suo libro. LA SOLIFILIA, LA “CURA” DELLA SOLASTALGIA In un mondo sempre più «solastalgico», Albrecht sostiene che l’unica vera «cura» sia che, collettivamente (a livello internazionale, nazionale, regionale, locale e personale), «cominciamo ad affrontare le cause di questi problemi e a impegnarci nella riparazione del danno». Egli afferma che, man mano che gli esseri umani risanano i luoghi danneggiati, risanano anche se stessi. E in questo entra in gioco un nuovo vocabolo: la solifilia (altro neologismo di Albrecht, corrisponde invece alla solidarietà provata da una persona verso un luogo). «La solifilia è l’amore per il nostro legame con quel luogo che sentiamo come casa, nonché la disponibilità ad accettare la responsabilità di proteggere e preservare tale legame a tutti i livelli. Ciò può essere realizzato creando alleanze che contribuiscano a superare l’alienazione e la perdita di potere derivanti dalle decisioni politico-aziendali che hanno causato il danno», spiega. Ma ci sono contesti più o meno favorevoli per compiere questo passo. Per Rochi e Rodrigo è complicato. Si sentono soli e impotenti. «Qui il modo di elaborare il lutto è il silenzio, e questo ti fa sentire peggio. Se non mi muovessi nei circoli in cui mi muovo, morirei di pena», afferma lei, che da anni incarna con tenacia la solifilia. Rodrigo, per la sua stessa sicurezza, non può nemmeno pensare di sollevare l’argomento nel suo territorio. Samuel e Carla, dal canto loro, sentono di avere un po’ più di autonomia. «Potrei trasferirmi in un’altra zona non soggetta a inondazioni, ma credo che, quando si creano radici, un legame, sia nel bene che nel male. Quindi io, come ingegnere, faccio cose come collaborare con le associazioni di quartiere cercando di formarli su come potremmo adattare il nostro comune al nuovo scenario climatico. Tuttavia, sono consapevole che la risposta sociale a situazioni caotiche di solito richiede tempo. Alla crisi che abbiamo vissuto nel 2008 si è reagito nel 2015”, dice lui. Carla, dal canto suo, si sente davvero sostenuta. Nella sua regione il movimento “Le Canarie hanno un limite” sta compiendo passi decisivi per sensibilizzare precisamente che cosa implica la solifilia: creare alleanze per esigere un cambiamento a tutti i livelli. «Il nostro problema è, da un lato, che abbiamo una conformazione orografica complessa che non ci permette di espanderci così facilmente e, dall’altro, che tutti vogliono venire alle Canarie, ma questo non è possibile. Abbiamo bisogno di limiti», afferma. Glenn Albrecht, a 73 anni, sogna il giorno in cui il mondo si orienterà con fermezza verso la solifilia, poiché è sicuro che l’essere umano sia ampiamente in grado di relazionarsi in modo simbiotico con la terra. Il suo lavoro è ora orientato a immaginarlo. In quel futuro tanto atteso, spiega, la solastalgia diventerebbe un ricordo lontano e lui, come padre, patrigno e nonno, potrebbe riposare, molto soddisfatto, nella sua tomba ben compostata. The post Solastalgia: «Ti senti sempre più spaesato nella tua stessa terra» first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Solastalgia: «Ti senti sempre più spaesato nella tua stessa terra» sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
April 19, 2026
Popoff Quotidiano
Hormuz, peggio del ’73. Ma ancora non si vede
LE SCORTE REGGONO, I MERCATI SI ADATTANO. MA IL VERO PUNTO CRITICO NON SARÀ SOLO ENERGETICO: SARÀ POLITICO. E ARRIVERÀ PRIMA Marco D’Auria da Open Italy Lo shock petrolifero più grande della storia è in corso da sei settimane. Gli ammortizzatori reggono. Ma hanno una scadenza. E il cedimento, quando arriverà, non sarà annunciato. Quello che sta accadendo nello Stretto di Hormuz è la crisi energetica più grande della storia moderna. Il fatto che non lo sembri è esattamente il problema. Il sistema di protezione costruito dopo il 1973 funziona abbastanza bene da attenuare lo shock mentre si produce. Ma così facendo ne attenua anche la percezione. E questo ci espone di più. Partiamo dai numeri. Open Italy – Per capire meglio l’Italia e il mondo. Cosa ci insegnò il ‘73 Nel 1973, dopo la guerra del Kippur, i Paesi arabi produttori tolsero dal mercato 4,5 milioni di barili al giorno. Il 7% dell’offerta mondiale. Bastò per produrre anni di stagflazione in tutto l’Occidente. In Italia le strade si svuotarono per sette domeniche consecutive per decisione del governo. La parola “stagflazione”, cioè inflazione e recessione insieme, entrò nel linguaggio comune. Quella crisi ebbe anche un antecedente: la chiusura del Canale di Suez nel 1967, dopo la Guerra dei Sei Giorni. Per otto anni le navi furono costrette a circumnavigare l’Africa. Il mondo si adattò. Quando arrivò lo shock del 1973, però, non era pronto. Oggi dallo Stretto di Hormuz sono bloccati 20 milioni di barili al giorno. Quasi tre volte l’embargo del ‘73. E non si tratta solo di petrolio: attraverso Hormuz passa il 20% del gas naturale liquefatto mondiale e una quota enorme dei fertilizzanti globali. Quando si chiude lo Stretto, si inceppa insieme all’energia anche una parte decisiva della catena agricola e industriale mondiale. Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Iea, l’agenzia nata nel 1974 proprio in risposta al ‘73, lo ha detto senza attenuanti davanti ai giornalisti a Washington: “Il mondo sta affrontando la più grande sfida alla sicurezza energetica della storia. Riguarda il petrolio, il gas naturale, ma anche fertilizzanti, petrolchimici, elio e altre materie prime vitali. Nessun Paese, nessun Paese, è immune da questo problema”. Eppure le strade sono ancora piene. Le stazioni di servizio non sono prese d’assalto. Il panico non si vede. È qui che la crisi cambia faccia. Il sistema che ci protegge e ci acceca Dopo il ‘73, il mondo costruì tre strumenti per evitare di trovarsi di nuovo senza difese. Il primo sono le scorte strategiche. I Paesi Iea detengono oggi oltre 1,2 miliardi di barili di riserve. Ne stanno immettendo sul mercato 400 milioni: la più grande operazione della storia. Questo spiega perché i prezzi non abbiano quadruplicato come allora. Il secondo sono le rotte e le infrastrutture alternative. L’Arabia Saudita sta dirottando una parte del suo greggio verso il Mar Rosso. Copre solo una quota del traffico ordinario, ma basta ad attutire l’impatto iniziale. Il terzo è più difficile da vedere: i mercati finanziari. Nel 1973 i prezzi salivano quando mancavano i barili fisici. Oggi i mercati reagiscono soprattutto alle aspettative. Basta un annuncio di tregua per far crollare il Brent del 15% in una seduta, anche se Hormuz resta chiuso. I segnali di prezzo, cioè il principale termometro con cui le società percepiscono una crisi energetica, si muovono ormai con tempi e logiche che possono allontanarsi dalla realtà materiale. Questo sistema regge. Ma proprio perché regge, ritarda la percezione del danno. Il limite vero non è tecnico. È politico Le riserve coprono 73-83 giorni di deficit netto. Con le scorte industriali si arriva a 109-124 giorni. Ma una crisi del genere non esplode quando i serbatoi arrivano a zero. Esplode prima, quando si esaurisce la tolleranza politica. Bollette che raddoppiano. Industrie che fermano la produzione. Prezzi alimentari che salgono perché i fertilizzanti mancano o costano troppo. Il punto non è aspettare che le scorte si svuotino. Il punto è capire quando i governi smettono di reggere il costo economico e sociale della crisi. E quel momento arriva prima. C’è poi un elemento che distingue questa crisi da tutte le precedenti: stavolta non c’è nessuna Arabia Saudita pronta ad aprire i rubinetti e compensare il buco. In ogni grande shock passato, dal ‘73 al Kuwait nel 1990 fino all’Iraq nel 2003, Riyadh aumentava la produzione e tamponava. Oggi anche l’Arabia Saudita ha margini molto più stretti: una parte del greggio può uscire dal Mar Rosso, ma non abbastanza da compensare un blocco prolungato di Hormuz. La principale rete di sicurezza del sistema energetico globale, questa volta, è dentro il problema. Vale la pena aggiungere un dato tecnico che pesa più di quanto sembri. L’Iran non può semplicemente fermare l’estrazione e aspettare. I vecchi pozzi iraniani, se chiusi, rischiano danni permanenti per le infiltrazioni d’acqua. Teheran deve continuare a estrarre e deve continuare a esportare, in qualche forma. Questa non è solo una fragilità economica. È un vincolo strutturale che i negoziatori americani dicono di voler sfruttare nelle prossime settimane. Lo storico Nicolas Mulder, della Cornell University, ha scritto che questa crisi rischia di fare agli Stati Uniti quello che Suez fece a Gran Bretagna e Francia nel 1956: mostrare che la superiorità militare non basta a garantire il controllo strategico. Si può vincere sul piano militare e perdere sul terreno decisivo. La variabile che cambia il quadro Mentre questo pezzo viene scritto, la situazione si è ulteriormente complicata. Trump ha annunciato un blocco navale: la Marina americana fermerà tutte le navi in entrata e in uscita dai porti iraniani. L’Iran, in risposta, continua a bloccare il traffico commerciale che interessa l’Occidente. Il risultato concreto è che il flusso si restringe ancora. Gli americani lasciano passare solo cibo e medicinali, per evitare di colpire direttamente la popolazione civile iraniana. La tregua scade il 22 aprile. I negoziati potrebbero riprendere: da parte iraniana c’è disponibilità, da parte americana arrivano segnali contraddittori. Trump ha detto pubblicamente che non gli importa se l’Iran tornerà al tavolo. Fonti americane sostengono che i contatti continuano sottotraccia. Qui il punto non è prevedere l’esito. È capire che ogni giorno consuma riserve, accorcia il tempo politico disponibile e riduce il margine di manovra di chi vuole negoziare da una posizione di forza. Perché riguarda anche noi L’Italia non è il bersaglio diretto. Nel 1973 l’embargo era politicamente mirato contro l’Occidente. Oggi le economie più esposte sono quelle asiatiche: l’80% delle loro importazioni petrolifere passa da Hormuz. Il Vietnam ha meno di 20 giorni di riserve. Le Filippine hanno già introdotto una settimana lavorativa di quattro giorni. Essere meno esposti non significa essere al sicuro. Significa che lo shock ci arriva in modo meno spettacolare e più lento: attraverso i prezzi dell’energia che si trasmettono all’industria, attraverso i fertilizzanti che si scaricano sui prezzi alimentari, attraverso le catene di fornitura che si inceppano. Un conflitto prolungato può spingere anche l’Italia verso la recessione tecnica entro la fine del 2026. Le domeniche a piedi non torneranno. Ma il costo di questa crisi sì, e arriverà per altre strade. Quello che i numeri ci dicono Il paradosso di questa crisi è preciso: abbiamo imparato abbastanza dal ‘73 da costruire un sistema che attenua il colpo iniziale. Ma quel sistema funziona anche da anestetico: riduce la percezione della gravità dello shock mentre è in corso. Lo shock più grande della storia petrolifera moderna è in corso. Gli ammortizzatori reggono. Il cedimento, quando arriverà, non sarà annunciato. Non perché nessuno lo vedrà. Ma perché nel momento in cui diventerà visibile, sarà già tardi per prepararsi. Popoff Quotidiano ringrazia Marco D'Auria. Open Italy, la newsletter che cura su Substack,  racconta la politica, l’economia e la società italiana e internazionale con un’idea semplice: spiegare bene quello che conta, senza rumore. Se questo pezzo ti è stato utile, puoi iscriverti e condividerlo. The post Hormuz, peggio del ’73. Ma ancora non si vede first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Hormuz, peggio del ’73. Ma ancora non si vede sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
April 15, 2026
Popoff Quotidiano
L’IA per il popolo
MANIFESTO PER UNA RIVOLUZIONE DELL’IA CHE VADA A VANTAGGIO DI TUTTI, NON SOLO DEI MILIARDARI Ro Khanna su The Nation La rivoluzione dell’IA è destinata a trasformare la società umana in modi che la maggior parte di noi non riesce nemmeno a immaginare. I cambiamenti che ci attendono saranno altrettanto sconvolgenti di quelli a cui il mondo ha assistito durante le rivoluzioni industriale e digitale. Eppure i nostri politici sono impreparati – e, nel caso del nostro presidente, decisamente riluttanti – a garantire che questi cambiamenti vadano a beneficio di tutti piuttosto che di una ristretta cerchia di oligarchi tecnologici iper-ricchi. Per affrontare questa sfida, dobbiamo sviluppare un nuovo contratto sociale che parta dal presupposto fondamentale che l’intelligenza artificiale debba servire l’umanità, non i profitti di una classe di miliardari che cerca di diventare una classe di trilionari a nostre spese. Non possiamo permettere ai signori della tecnologia di costruire una società in cui il “progresso” dell’IA sia definito dalla loro ricchezza piuttosto che dalla nostra democrazia. Sostengo questa tesi in qualità di membro del Congresso che rappresenta la Silicon Valley, sede di aziende con oltre 18.000 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato – più di un quarto dell’intero mercato azionario statunitense – e cinque delle quali valgono più di 1.000 miliardi di dollari ciascuna. Conosco i miliardari del settore tecnologico, conosco le persone che stanno beneficiando dell’enorme ridistribuzione della ricchezza verso l’alto causata dalla rivoluzione dell’IA, e so che più di alcuni di loro credono di avere un diritto divino di guidare e governare. Ma questo non può essere il nostro futuro. Dobbiamo tassare la ricchezza estrema per soddisfare i bisogni umani, ecco perché sostengo la proposta di un’imposta una tantum del 5% sul patrimonio dei miliardari californiani (senza tassare le azioni con diritto di voto né le plusvalenze illiquide) e ho presentato una proposta di legge federale per raccogliere 4,7 trilioni di dollari di gettito tassando i miliardari e altri 2 trilioni facendo sì che le società paghino la loro giusta quota. Ho sfidato i miei colleghi membri del Congresso a sostenere questa legislazione con l’argomentazione che se il rappresentante della Silicon Valley può schierarsi a favore delle tasse sui miliardari, non dovrebbe essere così difficile per gli altri membri della Camera e senatori fare lo stesso. Altrettanto importante, so – in qualità di ex vice segretario del Dipartimento del Commercio dell’amministrazione Obama che ha trascorso l’ultimo decennio concentrandosi sui disagi economici e sociali causati dall’IA – che i politici, i sindacati, i gruppi per i diritti civili, le comunità religiose e gli attivisti di base devono agire con urgenza e determinazione per creare leggi, regolamenti e incentivi che diano priorità agli esseri umani rispetto alle macchine, proteggano la salute mentale dei nostri figli dall’immondizia dei social media, fermino gli aumenti degli affitti basati su algoritmi e i prezzi predatori, e impediscano che i posti di lavoro americani vengano sacrificati per arricchire gli oligarchi. L’IA si sta evolvendo così rapidamente che persino i suoi pionieri intellettuali sono turbati. Geoffrey Hinton, il premio Nobel per la fisica noto come il “padrino dell’IA”, ha lasciato il suo incarico presso Google diversi anni fa e ha avvertito che i programmi generati dall’IA potrebbero sommergere il dibattito pubblico di disinformazione e, in ultima analisi, rappresentare una minaccia esistenziale per l’umanità. Stuart Russell, l’informatico britannico che ha letteralmente co-scritto un manuale sull’intelligenza artificiale, ora teme che lo sviluppo dell’IA sia «intrinsecamente pericoloso». Anche alcune delle persone dietro le tecnologie di IA più sofisticate sono spaventate. Dopo che il Dipartimento della Difesa ha chiesto di utilizzare il chatbot Claude di Anthropic per la sorveglianza di massa interna e la guerra autonoma, il CEO dell’azienda, Dario Amodei, ha dichiarato che non permetterà che la tecnologia venga utilizzata per nessuno dei due scopi. Ma che dire di tutte le altre aziende di IA e dei leader tecnologici in fila per i contratti con la difesa e che lasciano che i loro prodotti vengano utilizzati per uccidere persone – come è già successo a Gaza? Chiaramente, dobbiamo tutti iniziare a porci alcune domande fondamentali sull’IA, come ha fatto il senatore Bernie Sanders (I-VT) quando a febbraio abbiamo tenuto il nostro incontro pubblico “Chi controlla il futuro dell’IA: gli oligarchi o il popolo?” alla Stanford University. “Se l’IA sostituirà gran parte del lavoro svolto dagli esseri umani, che ne sarà degli esseri umani?”, ha detto il senatore. “Siamo superflui in questo processo? Che ne sarà della nostra capacità di relazionarci gli uni con gli altri?” Dobbiamo anche riconoscere, nelle parole di Sanders – che, dopo 35 anni alla Camera e al Senato degli Stati Uniti, conosce Capitol Hill meglio di chiunque altro – che “il Congresso e il popolo americano sono molto impreparati allo tsunami che sta arrivando”. Affrontare queste domande e prepararsi allo tsunami è troppo importante per essere lasciato nelle mani di pochi privati. Purtroppo, Donald Trump e troppi repubblicani al Congresso non lo capiscono. Vogliono concedere alle élite dell’industria tecnologica carta bianca per sviluppare l’intelligenza artificiale in modi che garantiscano loro maggiore ricchezza, più potere e un maggiore controllo sul nostro futuro. A dicembre, dopo che il Congresso ha respinto i ripetuti tentativi dell’amministrazione di inserire clausole antiregolamentazione nella legislazione federale, Trump ha emanato un ordine esecutivo che autorizza il Procuratore Generale degli Stati Uniti Pam Bondi e il Dipartimento di Giustizia a citare in giudizio gli Stati, a invalidare le norme di sicurezza sull’intelligenza artificiale e a mettere a rischio le leggi a tutela dei consumatori. Se gli Stati riusciranno a mantenere in vigore le loro leggi, Trump ha ordinato alle autorità di regolamentazione federali di trattenere i fondi federali stanziati per la costruzione di infrastrutture a banda larga. I procuratori generali degli Stati difenderanno le normative a livello statale e vinceranno la loro parte di battaglie legali. Ma limitarsi a dire no all’eccesso esecutivo di Trump non è sufficiente. I democratici devono fornire una visione alternativa che coinvolga gli indipendenti e i repubblicani responsabili, affrontando le preoccupazioni concrete che il popolo americano nutre riguardo all’IA. Quindi, come rispondiamo a queste domande? Come ci prepariamo – e, si spera, evitiamo – lo tsunami a cui ha fatto riferimento Sanders? Credo che abbiamo più risposte di quanto i commentatori immaginino – e che possiamo trovare ulteriori risposte rendendo i dibattiti sull’IA centrali nella nostra politica. Dobbiamo definire l’alternativa progressista all’agenda pericolosamente ingenua e irresponsabile del “asse in bianco” di Trump. A tal fine, sia a Stanford con il senatore Sanders che nelle conversazioni e negli incontri con accademici, sindacalisti e attivisti in tutto il Paese, io sostengo la necessità di un nuovo contratto sociale per affrontare le questioni fondamentali del nostro tempo: la disuguaglianza e l’intelligenza artificiale. Cominciamo con il riconoscere che viviamo in una nuova Età dell’Oro. I miliardari della tecnologia, convinti che in un’altra epoca sarebbero stati eroici conquistatori, stanno strappando al popolo americano il controllo della nostra economia, dei nostri media e della nostra politica. E nonostante le crescenti preoccupazioni popolari riguardo all’intelligenza artificiale, stanno rafforzando la loro morsa sul controllo del nostro futuro. La maggior parte degli americani ritiene di avere poca voce in capitolo nel plasmare quel futuro per sé stessi, figuriamoci per i propri figli. Ciò ha contribuito a generare rabbia, risentimento e un cinismo senza speranza riguardo a queste questioni. In un sondaggio condotto a gennaio da The Economist/YouGov, più della metà degli americani intervistati ha affermato che il divario tra ricchi e poveri in America era “un problema molto grave” (mentre solo il 6% ha dichiarato che non era motivo di preoccupazione). Un sondaggio Pew dell’aprile 2025 ha rilevato che, con un margine di quasi due a uno, le persone si aspettano che l’IA possa danneggiarle piuttosto che avvantaggiarle. Perché dovrebbero pensarlo? Forse perché hanno visto i titoli generati dalla previsione di Amodei secondo cui metà dei lavori impiegatizi di livello base potrebbero essere eliminati dall’IA entro cinque anni. Nessuna nazione può sopravvivere in questo modo: con isole di prosperità in un mare di disperazione. L’economista Gabriel Zucman ha dimostrato che l’attuale concentrazione della ricchezza è la più alta mai registrata dagli anni ’20. Circa 19 miliardari hanno accumulato 3,3 trilioni di dollari, l’equivalente del 10% di tutti i beni e servizi che sono prodotti negli States in un anno. Si tratta di un valore quasi tre volte superiore a quello che rappresentavano gli americani più ricchi rispetto alle dimensioni dell’economia al culmine del cosiddetto “Gilded Age”. La ricchezza estrema stringe un’alleanza scellerata con il potere, portando a una giustizia a due velocità e privando i cittadini comuni di una voce paritaria nel nostro esperimento democratico. L’Università di Stanford, dove un tempo insegnavo economia, è l’epicentro di questa concentrazione di ricchezza e, non a caso, dell’innovazione nel campo dell’intelligenza artificiale. Nel raggio di 15 miglia intorno al campus hanno sede Apple, Google, Nvidia, Broadcom e Meta. Un terzo del valore dell’indice S&P 500 ha origine in questo luogo. Questo è uno dei motivi per cui, quando il senatore Sanders ed io siamo intervenuti a Stanford, ho ricordato agli studenti e ai docenti: “Da qui vediamo il futuro. Sappiamo cosa ci aspetta in un modo che molti politici e burocrati di Washington semplicemente non riescono a vedere. Che tipo di futuro costruiremo? Questo futuro sarà solo per i magnati della tecnologia o per tutti noi?” Il nuovo contratto sociale tecnologico che propongo parte dalla consapevolezza che a chi è dato molto, si aspetta almeno un po’ in cambio. Nulla di tutto ciò ci rende anti-tecnologia, figuriamoci anti-innovazione. Possiamo riconoscere che gli imprenditori tecnologici hanno corso dei rischi e hanno dimostrato abilità e immaginazione nel far crescere e adottare la tecnologia dell’IA. Ma, come per ogni generazione di imprenditori americani di successo negli ultimi due secoli, il loro progresso poggia su una base di investimenti pubblici. Ad esempio, i soldi dei contribuenti, così come le donazioni filantropiche, ha finanziato lo sviluppo dell’intelligenza artificiale a Stanford, dove ImageNet e il Digital Library Project hanno contribuito alla nascita di Google. Ecco perché non dobbiamo chiederci cosa l’America possa fare per la Silicon Valley, ma cosa la Silicon Valley debba fare per l’America. La rivoluzione dell’intelligenza artificiale potrebbe aiutare a curare il cancro e le malattie rare, ridurre drasticamente i costi degli alloggi, facilitare l’avvio di imprese e l’apertura di fabbriche, soddisfare il nostro fabbisogno energetico e abbassare i costi sanitari e dell’istruzione per la classe lavoratrice. Ma se la lasciamo nelle mani di pochi miliardari, la loro priorità sarà quella di eliminare posti di lavoro, estrarre profitti e renderci dipendenti da contenuti scandalosi che ci trasformano da cittadini in combattenti. Non è questo il futuro che voglio. Non sono un accelerazionista dell’IA. Ma non sono nemmeno un catastrofista dell’IA. I am an AI democratist. Il futuro non deve essere scritto da agenti di IA che servono solo i miliardari di San Francisco. Deve essere scritto da tutti noi, insieme, in modo da sanare le nostre divisioni nazionali; diffondere la prosperità in ogni comunità di questo Paese, dai centri rurali alle grandi città; consentire alla classe media di crescere e prosperare; e impedire agli oligarchi di dominare la nostra società. A tal fine, ho delineato sette principi su come dovrebbe essere un’IA democratica. In primo luogo, dobbiamo mantenere gli esseri umani nel ciclo decisionale. Abbiamo bisogno di protezioni concrete contro la perdita di posti di lavoro su larga scala, a cominciare dai 3,6 milioni di camionisti che rischiano di perdere il proprio sostentamento con l’introduzione dei veicoli autonomi. Anche se i camion a guida autonoma migliorano la sicurezza e l’efficienza, i conducenti umani devono continuare a essere al comando, proprio come i piloti devono continuare a pilotare i nostri aerei. Questo ci consentirà di sviluppare un’intelligenza artificiale che potenzi le capacità umane invece di eliminare posti di lavoro. In secondo luogo, ogni grande azienda deve negoziare con i propri lavoratori. I sindacati e i rappresentanti eletti dovrebbero garantire che i lavoratori che perdono il posto passino a nuovi ruoli che creano valore e possano beneficiare degli incrementi di produttività derivanti dall’intelligenza artificiale attraverso salari più alti, partecipazione agli utili e settimane lavorative più brevi. In terzo luogo, dobbiamo correggere il pregiudizio anti-umano del codice fiscale. I robot beneficiano di un ammortamento fiscale accelerato, mentre l’assunzione di esseri umani comporta il pagamento di contributi previdenziali. L’economista Daron Acemoglu stima che le aziende paghino in genere il 5% o meno di tasse sugli strumenti digitali, mentre pagano fino al 30% di tasse quando assumono esseri umani. Questo non ha senso. Dobbiamo rendere più facile assumere lavoratori, non robot. Dobbiamo anche creare un dividendo annuale sui dati in modo che ogni americano riceva un assegno derivante dai dati che genera, sia per le imprese private che per le attività governative come la sanità pubblica, la gestione del traffico e la ricerca politica. Quarto, dobbiamo lanciare una Future Workforce Administration. Proprio come fece il presidente Franklin D. Roosevelt durante la Grande Depressione, dobbiamo cogliere questo momento di ansia tra le famiglie dei colletti bianchi e dei colletti blu e rispondere con il programma di lavoro più audace e patriottico degli ultimi decenni. Finanziato da una modesta imposta sul patrimonio sui trilioni creati qui e da una tassa simbolica sull’IA utilizzata dalle imprese che sostituiscono la manodopera, questo programma metterà gli americani al lavoro nei servizi pubblici. L’iniziativa darà impulso a progetti ambiziosi che amplieranno i confini della scienza, dell’energia pulita e delle biotecnologie. Inoltre, mobiliterà i giovani per ricostruire le città, istruire i nostri figli, fornire assistenza all’infanzia e agli anziani e rafforzare le piccole imprese in ogni comunità. E lanceremo 1.000 nuove scuole professionali e istituti tecnici, affinché le prossime generazioni siano preparate per carriere che l’intelligenza artificiale non potrà sostituire. Quinto, i data center devono servire le comunità che li alimentano. Al momento, la ricchezza generata dai data center va direttamente alle mega-aziende senza portare benefici ai lavoratori. Questo deve finire. Le aziende tecnologiche devono investire in modo massiccio nelle aree che forniscono loro tali ricchezze, invece di limitarsi a riempirsi le tasche. Devono fornire risorse informatiche a scuole e biblioteche, creare posti di lavoro nel settore tecnologico a livello locale e finanziare le startup, nonché utilizzare energie rinnovabili e tecnologie di raffreddamento a secco per ridurre l’enorme impatto che i data center hanno sull’ambiente e sull’approvvigionamento idrico. Dovremmo guardare a ciò che Singapore ha fatto con i suoi data center e investire in un massiccio aumento dell’offerta di energia pulita. Soprattutto, le aziende tecnologiche devono pagare per intero le loro bollette dell’elettricità invece di scaricare tali costi sulle nostre comunità. Sesto, dobbiamo impedire che l’IA trasformi il dibattito pubblico in un’arma. Dobbiamo unirci al di là delle divisioni partitiche per impedire che gli algoritmi basati sull’engagement diffondano l’odio. Dovremmo eliminare la Sezione 230 del Communications Decency Act del 1996 in modo da poter regolamentare l’amplificazione dei contenuti violenti. E dovremmo imporre alle piattaforme di aprirsi, in modo che gli americani possano interagire liberamente tra loro. Settimo, dobbiamo regolamentare l’IA affinché sia utilizzata per migliorare l’umanità, non per danneggiarla. Abbiamo bisogno di linee guida chiare e applicabili, con una verifica obbligatoria da parte di terzi dei modelli avanzati di IA, per garantire che questa potente tecnologia non causi gravi danni alla società. Ciò deve andare oltre la collaborazione volontaria in atto presso il Centro federale per gli standard e l’innovazione nell’IA. Abbiamo bisogno di un’agenzia federale forte per regolamentare l’IA, proprio come facciamo con l’energia nucleare o l’aviazione. Insieme a una tassazione equa delle società e dei miliardari, questi principi forniscono un quadro di riferimento per garantire che l’IA non porti a un livello di concentrazione di ricchezza e potere tale da lacerare ulteriormente la nostra democrazia. Se continuiamo con lo status quo o adottiamo un incrementalismo testato dai sondaggi, lasceremo gli americani comuni allo sbaraglio, e la prosperità sarà solo per i privilegiati. Non starò a guardare mentre ciò accade. Abbiamo bisogno di un programma con l’audacia e la portata del New Deal di Roosevelt, un progetto democratico per il nostro tempo. Il punto non è rallentare l’innovazione, ma fare in modo che i suoi benefici raggiungano ogni americano. Questo è un programma che afferma nella sua stessa essenza: non ci sarà alcuna resa ai signori della tecnologia. Nessuna. Ciò che ci sarà è una rivendicazione dell’IA, e del futuro, per il popolo americano. Il deputato Ro Khanna (D-CA) è vicepresidente del Congressional Progressive Caucus. 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April 11, 2026
Popoff Quotidiano
Trump e Netanyahu bombardano il tuo conto in banca
LA GUERRA CONTRO IRAN E LIBANO PRESENTA IL CONTO ANCHE AI PIÙ POVERI ITALIANI ED EUROPEI. LA DENUNCIA DEL CILAP La guerra in corso contro Iran e Libano è certamente la prosecuzione del genocidio a Gaza. Ma sta presentando il conto anche ai settori popolari, i più poveri, di paesi molto lontani dai teatri bellici. Un media indipendente dello Stato spagnolo, un paio di giorni fa, titolava così: Trump e Netanyahu bombardano il tuo conto in banca. A causa dell’aumento dei costi energetici e dell’inflazione, il rischio immediato è la crescita del numero di persone in povertà in Europa e in Italia, dice anche il CILAP – Collegamento Italiano per la Lotta alla Povertà, che chiede misure urgenti a tutela delle famiglie vulnerabili in Italia e in Europa. Con la guerra si rischiano tra 4 e 18 milioni di persone a rischio povertà in più nell’Unione Europea e tra 600mila e 4 milioni di persone in più in Italia. UNA CRISI CHE SI AGGIUNGE A UNA CRISI: LA POVERTÀ ENERGETICA Prima ancora che il conflitto iniziasse, la situazione europea era già preoccupante. In Italia quasi 6 milioni di persone vivono in povertà assoluta, di cui oltre un milione sono minori. In Europa, 93 milioni di persone sono a rischio di povertà ed esclusione sociale. Secondo Eurostat, nel 2024 il 9,2% della popolazione dell’Unione europea non riusciva a riscaldare adeguatamente la propria casa (in Italia l’8,6%). Secondo l’indicatore utilizzato dall’Osservatorio Italiano Povertà Energetica, nello stesso anno 2,4 milioni di famiglie in Italia si trovavano in povertà energetica: il livello più alto mai registrato dall’inizio delle serie storiche. Dall’Eurobarometro del dicembre 2025 emerge inoltre che il 38% degli europei chiede una protezione più forte per i consumatori vulnerabili, in particolare per chi vive condizioni di povertà energetica. Un segnale evidente di quanto il problema sia ormai diffuso e percepito dall’opinione pubblica europea. LO SHOCK ENERGETICO COLPISCE I POVERI DUE VOLTE La guerra rischia ora di aggravare questa situazione già critica. Nei primi giorni della crisi energetica i prezzi spot del gas in Europa hanno raggiunto i 45–60 euro per megawattora. Un’eventuale interruzione dei flussi energetici dal Golfo potrebbe mantenere i prezzi su livelli simili per diversi mesi, a seconda della durata del conflitto. Se il prezzo del petrolio Brent dovesse stabilizzarsi attorno ai 100 dollari al barile, l’inflazione nell’area euro potrebbe tornare sopra il 3% nel corso dell’anno. Per l’Italia il rischio è ancora maggiore: fino a circa un punto percentuale in più rispetto alle previsioni precedenti al conflitto, a causa della forte dipendenza energetica dall’estero e del peso del gas nel sistema energetico nazionale. Non si tratta di numeri astratti. Le analisi del Joint Research Centre mostrano che shock energetici e inflazionistici colpiscono in modo sproporzionato le famiglie a basso reddito e possono aumentare sensibilmente i livelli di povertà ed esclusione sociale. Applicando queste dinamiche ai dati di Eurostat, anche un aumento di pochi punti percentuali del rischio di povertà significherebbe milioni di persone in più in difficoltà: tra 4 e 18 milioni nell’Unione Europea. In Italia si tratterebbe di un aumento compreso tra 600 mila e 4 milioni di persone rispetto agli attuali 13,5 milioni già a rischio. Le famiglie più povere subiscono questo shock in modo doppio: spendono una quota proporzionalmente molto più alta del proprio reddito in energia e cibo e dispongono di riserve minime, spesso nulle, per assorbire i rincari. SE LE RISORSE VANNO ALLE ARMI, NON ALLE PERSONE Esiste poi un secondo canale, meno visibile ma altrettanto pesante: lo spostamento delle risorse pubbliche verso la spesa militare. I bilanci degli Stati membri europei stanno aumentando le allocazioni per la difesa, e ogni euro destinato agli armamenti rischia di essere sottratto ai servizi sociali, alla sanità territoriale, ai centri per l’impiego e alle politiche di contrasto alla povertà. L’Unione Europea si è impegnata a ridurre di 15 milioni il numero di persone a rischio di povertà o esclusione sociale entro il 2030. Ma i progressi finora sono minimi: meno di un milione di persone è uscito dalla soglia di rischio tra il 2019 e il 2024. Con questa guerra, anche questo obiettivo rischia di diventare irraggiungibile. SERVONO MISURE IMMEDIATE E STRUTTURALI Il CILAP chiede con urgenza che i governi europei e quello italiano adottino misure immediate e strutturali a tutela delle famiglie vulnerabili. Tra le priorità indicate: l’estensione e il rafforzamento dei bonus energetici, con procedure di accesso semplificate che non penalizzino chi ha meno strumenti digitali; il blocco degli aumenti tariffari per le utenze domestiche delle famiglie in povertà assoluta; la tutela esplicita dei fondi destinati al contrasto della deprivazione materiale da qualsiasi taglio legato all’aumento delle spese militari; e un piano europeo coordinato di sostegno ai redditi più bassi, che non lasci soli i paesi più esposti agli shock energetici come Italia, Grecia, Portogallo e Bulgaria. «La guerra ha sempre un conto. In Europa, come sempre, a pagarlo per primi sono i più poveri. Non lo accettiamo come inevitabile», conclude la nota del CILAP, associazione che studia il fenomeno della povertà in Italia e in Europa e promuove politiche di contrasto strutturale all’esclusione sociale. AUMENTO DEI COSTI OPERATIVI PER LE IMPRESE Ad aggravare ulteriormente il quadro c’è anche l’aumento dei costi operativi per le imprese. Secondo Confesercenti, nei 18 giorni successivi allo scoppio del conflitto in Iran i prezzi all’ingrosso di elettricità e gas sono saliti rispettivamente del 24% e di quasi il 33%. Una simulazione elaborata dall’organizzazione insieme a Innova indica che, se questi livelli dovessero mantenersi fino alla fine dell’anno, per le Pmi del commercio, del turismo e dei servizi la bolletta energetica potrebbe salire nel 2026 a 3,8 miliardi di euro: circa 880 milioni in più rispetto al 2025. L’aumento medio della spesa annua sarebbe di quasi 1.500 euro per attività, con differenze significative tra i comparti: circa 2.700 euro in più per un supermercato, 529 euro per un minimarket, 109 euro per un piccolo esercizio non alimentare, 1.010 euro per un bar, 1.830 euro per un ristorante e oltre 2.700 euro per un albergo di 30 camere. Questi rincari si sommerebbero a una frenata dei consumi reali delle famiglie stimata in circa 4 miliardi di euro. Nel commercio, nel turismo e nei servizi, elettricità e gas rappresentano costi strutturali difficili da comprimere e impossibili da assorbire a lungo senza conseguenze. IL RISCHIO DELLE SPECULAZIONI SUI PREZZI Nel frattempo crescono anche le preoccupazioni per possibili fenomeni speculativi. Il Codacons ha presentato un esposto in 104 procure italiane denunciando forti rincari registrati in diverse filiere dopo lo scoppio della guerra. Il rialzo dei carburanti sta già producendo effetti sui prezzi dei prodotti alimentari, con aumenti segnalati su diverse categorie ortofrutticole. Segnali di tensione emergono anche nel settore industriale: alcuni fornitori di materie plastiche utilizzate per le bottiglie di acqua minerale avrebbero richiesto aumenti fino al 30%, con incrementi stimati tra 200 e 250 dollari a tonnellata. Anche altre materie prime utilizzate nell’edilizia e nell’industria mostrano rialzi significativi: il rame ha registrato aumenti che sfiorano il 40%, ferro e profilati di alluminio circa il 20%. Nel settore delle costruzioni si segnalano aumenti del 18% per il conglomerato bituminoso, del 10% per il calcestruzzo e fino al 30% per alcune plastiche utilizzate nella meccanica. Anche il legno inizia a risentire delle tensioni, con rincari tra il 10 e il 15%. Segnali che indicano come il costo della guerra non resti confinato ai fronti militari, ma si propaghi rapidamente nell’economia quotidiana, fino ai conti delle famiglie. E, ancora una volta, sono i più fragili a rischiare di pagare il prezzo più alto. The post Trump e Netanyahu bombardano il tuo conto in banca first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Trump e Netanyahu bombardano il tuo conto in banca sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
March 18, 2026
Popoff Quotidiano
Russia, studiare la guerra dove non si può parlare di guerra
LA GUERRA RIMOSSA. IL LAVORO DEI SOCIOLOGI CHE SFIDANO IL CREMLINO: IL PS LAB, LABORATORIO INDIPENDENTE BOLLATO COME “AGENTE STRANIERO” Che cosa accade nella società russa dopo quattro anni di conflitto? In un Paese dove si può finire sotto processo per una parola sbagliata, rispondere a questa domanda è quasi impossibile. Dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, la società russa è diventata sempre più chiusa nei confronti dei ricercatori. Argomenti delicati e “politicizzati”, come la percezione della guerra da parte dei russi, la propaganda russa, il servizio militare e la resistenza ad esso, la società civile (compresi i segmenti favorevoli alla guerra), ecc. sono particolarmente difficili da studiare. Eppure un gruppo di sociologi indipendenti prova a farlo, costruendo un archivio che è già, di per sé, un atto politico. Il Laboratorio di Sociologia Pubblica (PS Lab) è un gruppo di ricerca autonomo che si occupa di politica e società in Russia e nella regione post-sovietica in una prospettiva comparativa. Dal 2022 conduce un’inchiesta permanente sulla Russia in tempo di guerra. Non sondaggi – troppo esposti a distorsioni in un contesto repressivo – ma ricerca qualitativa: lunghe interviste basate sulla fiducia, etnografie della vita quotidiana, osservazioni sul campo in regioni come Kursk, Buriazia, Krasnodar. L’archivio conta oggi circa 500 interviste approfondite – con russi “apolitici”, sostenitori e oppositori della guerra, volontari, potenziali coscritti, familiari di soldati – e oltre 700 pagine di osservazioni etnografiche. Tutto è conservato in forma anonima su cloud sicuri, accessibili solo ai ricercatori. Gli argomenti sono i più sensibili: percezione della guerra, propaganda, mobilitazione militare, resistenza civile, segmenti pro-guerra della società. Dal marzo 2024 il Ministero della Giustizia russo ha designato il laboratorio come “agente straniero”, imponendo obblighi burocratici, etichette pubbliche e nuovi rischi personali per i ricercatori. Ma il lavoro continua. Il cuore della loro missione è dichiarato: combinare rilevanza pubblica, rigore metodologico e profondità teorica. Per il PS Lab non esiste conoscenza neutrale: la pretesa di apoliticità è un’illusione. Meglio riconoscere i propri presupposti e fondare l’impegno su basi metodologiche solide. “Avere impegni politici senza metodologia significa essere un politico; avere una metodologia senza impegno significa essere un positivista sterile”, sintetizzano. LA SOCIOLOGIA PUBBLICA IN UNO STATO AUTORITARIO Fondato nel 2011, all’indomani delle grandi proteste contro il potere putiniano, il PS Lab affonda però le radici ancora prima, nel movimento studentesco dell’Università Statale di Mosca del 2007. Alcuni dei suoi membri si sono incontrati per la prima volta nel 2007 nell’ambito dell’OD Group, un movimento studentesco che lottava per la qualità dell’istruzione presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università Statale di Mosca. Da allora ha studiato movimenti sociali, trasformazioni del lavoro, economia politica dei regimi autoritari, fino ad arrivare alla guerra in Ucraina. Oggi il team è diviso in due: da una parte chi raccoglie i dati sul campo e resta anonimo; dall’altra ricercatori affiliati a università, che analizzano e firmano i lavori. Una divisione necessaria per proteggere chi opera nei territori. Il laboratorio non ha sponsor. Pubblica su testate di orientamenti diversi – purché non censurino dati o conclusioni – perché considera essenziale alimentare un dibattito pubblico informato. In una società che non discute, sostengono, non può esserci alcuna influenza sugli eventi. Studiare la Russia significa anche comprendere un fenomeno più ampio: l’emergere di regimi autoritari che non si limitano alla repressione ma combinano controllo politico e redistribuzione selettiva, capitalismo di Stato e gestione ideologica. La Russia di Putin, spiegano, non è un’eccezione isolata. La tendenza autoritaria è ben più ampia, e include la Turchia di Erdoğan, l’Ungheria di Orbán o gli Stati Uniti di Trump. «Ma questi regimi non sono solo repressivi. Cercano di soddisfare la popolazione ridistribuendo la ricchezza, passando dal neoliberismo al capitalismo di Stato», continua il sociologo. Studiare la Russia significa anche cercare di capire se questi nuovi regimi autoritari riusciranno a mettere in atto un modello politico ed economico alternativo al mondo liberale», spiega uno dei sociologi, Oleg Zhuravlev, a Justine Brabant di Mediapart. Una parte dei risultati è stata pubblicata a dicembre in un numero speciale della rivista Russian Analytical Digest. Il quadro che emerge è quello di una società che, nella sua maggioranza, sceglie di non vedere. La guerra “cessa di essere qualcosa di straordinario e viene relegata ai margini dell’attenzione”, scrivono i sociologi. Gli adesivi “Z” spariscono dalle auto, le bandiere vengono ritirate, gli eventi ufficiali si svuotano. La guerra non è argomento di discussione pubblica. Brabant cita la risposta emblematica di un giovane di Kursk, a pochi chilometri dal fronte, che ride quando gli chiedono cosa significhi vivere in tempo di guerra: “Quale guerra?”. Anche dove sirene, soldati e rifugiati sono presenza quotidiana, il conflitto viene trattato come fastidio logistico – traffico, carenza di alloggi – non come scelta politica. Quando la guerra viene evocata, è attribuita a decisioni prese “lassù”: “Sanno quello che fanno”, dice un intervistato. La mobilitazione ideologica del Cremlino non ha prodotto una vera unità nazionale. “La guerra non ha creato un’unità attorno alla bandiera”, osservano i ricercatori: la crisi ha accentuato la frammentazione sociale. Persino tra i volontari che sostengono materialmente i soldati – spesso donne – il consenso non è monolitico. Molte di queste persone criticano il ministero della Difesa e concentrano la propria lealtà sui singoli soldati, non sullo Stato. Una trentenne della regione di Perm protesta – “Se dicessero le cose come stanno realmente, Putin sarebbe stato fatto a pezzi già da tempo” – e promette di essere “in prima linea per farlo”. La motivazione principale del loro volontariato non sembra risiedere nell’allineamento politico, ma la ricerca di appartenenza e riconoscimento. Il legame con la guerra è emotivo, comunitario, quasi identitario. Le trascrizioni delle interviste rendono conto in modo sorprendente del legame singolare che sviluppano con la guerra. «Quando sei lì [al fronte], nonostante tutto, ti rilassi, perché ti senti con il tuo branco, con i tuoi. Lì ti ricarichi, vedi la guerra con i tuoi occhi e poi torni con questa nuova energia. Non puoi più stare lontano: ci torni», assicura una cinquantenne della regione di Saratov. Resta aperta la domanda su cosa accadrà dopo: questa mobilitazione produrrà lealtà duratura, smobilitazione civica o frustrazione politica? La ricerca del PS Lab mostra che tra propaganda e repressione esiste uno spazio grigio fatto di rimozione, adattamento, frammentazione. In una società in guerra, capire questo spazio è già una forma di resistenza intellettuale. The post Russia, studiare la guerra dove non si può parlare di guerra first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Russia, studiare la guerra dove non si può parlare di guerra sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
February 26, 2026
Popoff Quotidiano
A Cortina , la promessa mancata di Olimpiadi “sostenibili”
IL DOSSIER DI CANDIDATURA PROMETTEVA UNA COMPETIZIONE A IMPATTO ZERO. LA REALTÀ È BEN DIVERSA, IN PARTICOLARE NELLE DOLOMITI su Mediapart Cortina d’Ampezzo – Mentre sale lungo la strada asfaltata che serpeggia attraverso uno spesso strato di neve, Patrizia Perucon non riesce a calmarsi. «Sembra un ottovolante, un gigantesco tubo», commenta questa abitante di Cortina indicando la nuovissima pista da slittino che serpeggia sopra il terreno, a pochi metri dalle case con le facciate in legno e dai rari larici che non sono stati abbattuti per la sua costruzione. «Prima era un bosco, con più di cinquecento alberi, alcuni dei quali centenari», continua l’attivista dell’associazione ambientalista WWF. La vecchia pista da slittino era a livello del suolo, quasi invisibile. Di quella pista oggi rimane solo la promessa non mantenuta di organizzare le Olimpiadi invernali “più sostenibili di sempre”, secondo il dossier di candidatura. Costruita all’inizio degli anni ’20 e utilizzata durante le Olimpiadi invernali del 1956 a Cortina, la vecchia pista da slittino doveva essere una delle dodici infrastrutture sportive (su quattordici) già esistenti. Il dossier prevedeva importanti lavori di ristrutturazione, ma solo due siti olimpici dovevano essere costruiti da zero, a Milano, e dunque in zone urbanizzate e spesso industriali. «Dovevano essere Olimpiadi a costo zero, ma alla fine la maggior parte delle infrastrutture è stata demolita e ricostruita consumando nuovi terreni, in particolare per tutte le infrastrutture collaterali come parcheggi o strade», riassume Fabio Tullio, che segue il dossier per l’associazione ambientalista Legambiente e per la sezione italiana della Commissione internazionale per la protezione delle Alpi (Cipra). Per questi Giochi invernali, molti impianti sportivi richiedono anche notevoli risorse idriche, spiega Fabio Tullio: «Per consentire l’innevamento artificiale, sono stati costruiti o ampliati bacini artificiali, poi l’acqua viene prelevata dal torrente e congelata per produrre ghiaccio per la pista di slittino e la pista di pattinaggio. Durante i Giochi, ogni secondo potranno essere prelevati 98 litri d’acqua dal torrente Boite, che scende dalle alture di Cortina fino alla valle, per circa 45 chilometri. PILONI NELLA PRATERIA «La montagna non può diventare così!», sbotta Patrizia Perucon. A pochi minuti di strada dalla pista da slittino, la neve si è trasformata in fango denso a causa del passaggio di camion e macchine da cantiere. Enormi piloni si ergono in mezzo alla neve, dominando i dintorni. «Al posto di questi mostri c’era una magnifica distesa che arrivava fino al borgo di Mortisa, uno degli ultimi ancora preservati», commenta l’attivista. Pochi metri più in basso, la struttura metallica d’una stazione della teleferica è ancora inattiva, nonostante l’inaugurazione dei Giochi. La funivia Apollonio-Socrepes dovrebbe trasportare migliaia di spettatori e spettatrici verso il sito sciistico femminile, situato a un’altitudine maggiore, evitando così gli ingorghi per accedere alle piste. Oltre alla costruzione di enormi parcheggi ai diversi livelli della funivia, gli attivisti che abbiamo incontrato denunciano la realizzazione di un’infrastruttura in una zona a rischio idrogeologico. «Un pilone ha già iniziato a muoversi», spiega Silverio Lacedelli, mostrando una serie di foto sul suo telefono. «Questa zona è a rischio di frane, su una lunghezza di quasi 3 chilometri e una larghezza di 300-400 metri». Il progetto di fattibilità tecnica ed economica realizzato dalla società che supervisiona i lavori, consultato da Mediapart, tiene conto di movimenti del terreno da 2 a 10 centimetri all’anno. I piloni sono stati costruiti con un sistema di supporti scorrevoli per adattarsi. «Avevamo proposto un sistema di navette elettriche gratuite per raggiungere le piste», ricorda Giovanna Ceiner, vicepresidente regionale dell’associazione Italia Nostra. Insieme a una ventina di altre associazioni ambientaliste, tra cui Legambiente e Cipra, dal giugno 2021 ha partecipato a tavole rotonde con la Fondazione Milano-Cortina, che organizza le Olimpiadi. «Purtroppo, la legge olimpica non includeva alcun articolo relativo all’obbligo di valutazione ambientale», deplora da uno degli storici caffè di Belluno, nella valle sottostante a Cortina. In Italia, i cantieri di grandi dimensioni sono normalmente soggetti a una valutazione ambientale strategica. Ma per le Olimpiadi è stato nominato un commissario speciale incaricato di supervisionare i lavori, accelerare le procedure amministrative e rispettare il calendario. «Abbiamo sbattuto la porta nel settembre 2023, perché questi Giochi non erano sostenibili e tutte le nostre richieste di vedere i progetti e discuterne non sono mai state prese in considerazione», racconta. Le associazioni hanno quindi creato l’osservatorio Open Olympics per chiedere la pubblicazione dei costi di ogni progetto. Ad oggi, il budget iniziale di 1,5 miliardi di euro è quadruplicato, raggiungendo quasi i 6 miliardi di euro. Quando sente queste osservazioni, Enrico Valle fa spallucce. Questo abitante di Cortina è stato presidente dell’ente locale che ha organizzato le gare di Coppa del Mondo di sci a Cortina d’Ampezzo fino al 2018: «Ogni volta che si fa qualcosa, c’è un impatto. Le prime Olimpiadi invernali del 1956 ci hanno permesso di abbandonare l’allevamento di mucche e capre e di sviluppare il turismo, e oggi queste Olimpiadi ci permetteranno di fare ancora meglio. Pensate davvero che senza le Olimpiadi ci avrebbero costruito un nuovo ospedale?». UN VILLAGGIO OLIMPICO USA E GETTA In questa città arroccata a 1.200 metri di altitudine, che conta quasi 4.000 residenti annuali per circa 50.000 posti letto turistici, la sua voce risuona con quella di molti abitanti. L’organizzazione di questi Giochi pone soprattutto la questione dello sviluppo turistico in alta montagna dal momento che gli abitanti sono sempre meno numerosi. Roberta De Zanna, consigliera comunale per la lista Cortina bene comune, parla di «occasione perduta» e di Giochi «piombati dall’alto»: «Siamo stati esclusi da ogni decisione, le nostre proposte non sono mai state prese in considerazione, ci sarà un impatto ambientale sul territorio e non crediamo che sarà troppo positivo». Roberta De Zanna, consigliera comunale della lista minoritaria Cortina Bene comune, parla di «occasione persa» e di Olimpiadi «calate dall’alto»: «Siamo stati esclusi da tutte le decisioni, le nostre proposte non sono mai state prese in considerazione, c’è un impatto ambientale sul territorio e non si intravede un’eredità positiva». » Cita l’esempio del villaggio olimpico situato a nord di Cortina: 1.400 posti letto distribuiti in piccole case smontabili e temporanee, che saranno demolite al termine dei Giochi. Come altri, aveva proposto la ristrutturazione di un vecchio villaggio turistico, 15 chilometri più a valle. «Si è preferito un villaggio in affitto, monouso, che è costato quasi 40 milioni di euro che avrebbero potuto essere utili al territorio», si rammarica l’eletta. «La montagna è diventata il parco divertimenti degli abitanti delle pianure. Bisogna costruire nuove case, hotel di lusso anche in alta quota, mentre i villaggi vengono abbandonati», afferma l’attivista ecologista Giovanna Ceiner. Gli abitanti di Cortina, dal canto loro, sono divisi. Alcuni hanno appeso ai balconi o alle finestre la bandiera dei Giochi distribuita dal comune. Altri hanno preferito la bandiera tricolore blu-bianco-verde dei Ladini, una minoranza culturale e linguistica alpina che vive nelle Dolomiti, in segno di silenziosa protesta. Le trecento bandiere messe a disposizione dall’associazione ladina locale sono andate via in due mezze giornate e centinaia di altre ordinate per il debutto dei Giochi. The post A Cortina , la promessa mancata di Olimpiadi “sostenibili” first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo A Cortina , la promessa mancata di Olimpiadi “sostenibili” sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
February 7, 2026
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