Fermare l’attacco alla Luna!

Popoff Quotidiano - Monday, January 19, 2026

Entro dieci anni 400 missioni potrebbe industrializzare il satellite. A rischio la memoria storica e la Luna stessa

Evrard-Ouicem Eljaouhari su Mediapart

Sono più di cinquant’anni che nessun essere umano ha calpestato il suolo lunare. Ma questa lunga assenza dovrebbe presto finire. Numerose agenzie spaziali e aziende private intendono tornare sulla Luna nei prossimi anni. Con una differenza fondamentale rispetto alle missioni Apollo: questa volta non si tratterà di una semplice visita, ma sono previste installazioni permanenti. Alcuni prevedono addirittura lo sfruttamento delle risorse locali.

Questa nuova corsa alla Luna è fonte di preoccupazione. Infatti, al momento non esiste alcun quadro giuridico. Sempre più esperti invitano a riflettere collettivamente sugli usi auspicabili di questo territorio comune a tutta l’umanità.

Da alcuni anni, la Luna sta vivendo una netta ripresa di interesse. Nel 2017, Donald Trump ha fissato l’obiettivo di tornarci e di mantenere una presenza umana quasi continua, lanciando il programma Artemis. Dopo una prima missione nel 2022, che ha portato la navicella senza equipaggio Orion in orbita lunare, Artemis II dovrebbe imbarcare all’inizio del 2026 un equipaggio di quattro astronauti per un sorvolo della Luna. Se tutto andrà come previsto, i primi esseri umani potrebbero atterrarvi già nel 2028 con Artemis III. La Cina punta a un allunaggio nel 2030 e altri paesi, come la Russia o l’India, nutrono ambizioni simili.

Tuttavia, questa moltiplicazione delle missioni con equipaggio umano è solo la parte visibile dell’attività lunare: la maggior parte delle visite è in realtà robotica. Il boom delle aziende private, assenti all’epoca dell’Apollo, porta il totale a oltre 450 missioni previste entro il 2033, più che negli ultimi cinquant’anni.

Nuovo Eldorado

Se il ritorno sulla Luna porterà a un insediamento, ciò non avverrà senza lo sfruttamento delle sue risorse. L’acqua intrappolata nei suoi crateri di oscurità eterna, dove la luce del Sole non penetra mai, dovrebbe essere estratta per sostenere l’insediamento lunare. Ma altre risorse sono al centro dell’attenzione, a cominciare dall’elio 3, quasi inesistente sulla Terra. O ancora i metalli rari, fondamentali per le nuove tecnologie. «L’entusiasmo è così forte che potremmo presto assistere a un’industrializzazione della Luna», avverte Christine Daigle, filosofa dell’Università Brock, in Canada, specializzata in filosofia ambientale.

Gli Stati Uniti, il Lussemburgo, il Giappone e gli Emirati Arabi Uniti hanno già adottato leggi nazionali che consentono alle loro aziende private di rivendicare le risorse estratte dalla Luna. Il nostro satellite è sempre più percepito come un nuovo Eldorado: uno spazio senza regole rigide, aperto all’estrazione di risorse minerarie e alla rapida appropriazione da parte degli Stati o delle aziende tecnologicamente più avanzate.

Per anticipare le conseguenze disastrose che potrebbe avere un’industrializzazione della Luna,  Justin Holcomb, geologo all’Università del Kansas, negli Usa, ha proposto la nozione di antropocene lunare, per indicare che l’impronta umana sulla Luna è innegabile, aprendo così il dibattito sulla sua conservazione prima che sia troppo tardi.

«La colonizzazione della Luna rischia di ripetere le dinamiche di appropriazione senza giustificazioni etiche chiare, favorendo i conflitti e la competizione tra le nazioni e le imprese», sottolinea Christine Daigle, che fa appello a smettere di considerare i pianeti e i loro satelliti come dei meri distributori di risorse. Secondo lei, la questione centrale risiede nella necessità stessa di sfruttare queste risorse. «Molti “bisogni” sono in realtà desideri trasformati in necessità dalle moderne tecnologie. »

Rifiuti lunari

In questo contesto, l’istituzione di un quadro giuridico internazionale appare indispensabile per regolamentare i futuri utilizzi della Luna. Definire collettivamente ciò che può essere appropriato, sfruttato o, al contrario, preservato consentirebbe di anticipare le tensioni geopolitiche e di porre dei limiti prima che gli interessi economici e strategici si impongano in modo duraturo.

Se questo pericolo rimane ancora ipotetico, poiché lo sfruttamento industriale della Luna è ancora allo stadio di progetto, si profila già un’altra minaccia, ben reale: il degrado del “patrimonio culturale lunare”, che sempre più esperti chiedono di proteggere.

Il 14 settembre 1959, la sonda sovietica Luna 2 si schiantò sulla Luna, segnando il primo contatto dell’umanità con un corpo celeste diverso dalla Terra. Questo fu il punto di partenza di una corsa che culminò nel 1969 con l’Apollo 11 e l’impronta dello stivale di Buzz Aldrin. Dai programmi Luna e Apollo alle recenti missioni robotiche, come le cinesi Chang’e 4 – la prima sulla faccia nascosta del nostro satellite – e Chang’e 6 – la prima a riportarne dei campioni -, più di 300 tonnellate di detriti di ogni tipo si sarebbero accumulate sulla superficie lunare.

«Queste attrezzature scientifiche, telecamere, rover, targhe commemorative… sono sicuramente dei rifiuti, ma sono allo stesso tempo delle vestigia, testimonianze dell’espansione umana al di là della Terra, spiega Beth O’Leary, archeloga all’Università statale del New Mexico, negli Usa. E oggi, queste vestigia sono minacciate». «E nessun quadro giuridico internazionale protegge finora i siti storici lunari», avverte Michelle Hanlon, avvocata specializzata in diritto dello spazio e fondatrice di For All Moonkind, associazione dedicata alla preservazione delle tracce umane extraterrestri.

La « buona notizia» qui, e che le future missioni interesseranno soprattutto il polo sud lunare, dove si concentrano le risorse idriche ma senza nessuna vestigia umana. «Tutto ciò ci lascia ancora un po’ di tempo per arrivare a un accordo», dice l’avvocata. Tuttavia, la minaccia potrebbe ugualmente provenire dai numerosi satelliti già in orbita attorno alla Luna, per cui è molto difficile prevedere dove andranno a schiantarsi alla fine della loro missione. “Le aziende assicurano che eviteranno i siti storici e punteranno ai ‘cimiteri lunari’, ovvero aree designate dove far schiantare i satelliti fuori uso per limitare i rischi, ma l’operazione è complessa a 238.000 chilometri dalla Terra”, si preoccupa Beth O’Leary. La Luna deve quindi essere protetta, e in fretta”.

Tuttavia, non si tratta semplicemente di trasferire i principi archeologici terrestri alla Luna. Infatti, sulla Luna, nulla di ciò che è stato lasciato dagli esseri umani ha più di sessantacinque anni. “Il che, da un punto di vista archeologico, non è affatto antico”, sottolinea la ricercatrice. “Ma l’importanza archeologica deve essere valutata in modo diverso sulla Luna rispetto alla Terra”.

Soprattutto, il trattato sullo spazio del 1967 complica qualsiasi iniziativa di conservazione. “All’epoca non esisteva ancora alcun patrimonio lunare”, sottolinea Michelle Hanlon. Il testo mirava principalmente a mantenere la pace nel pieno della guerra fredda. Il suo principio centrale, la libertà di esplorazione, l’accesso di tutti ai corpi celesti e il divieto di qualsiasi rivendicazione territoriale, è in contraddizione con l’idea stessa di proteggere un sito particolare”. Un ostacolo che Beth O’Leary ha incontrato alcuni anni fa.

Proteggere un bene comune

Dopo una domanda innocente posta da uno dei suoi studenti, che voleva sapere se i diritti di conservazione sulla Terra si applicassero ugualmente sulla luna, la ricercatrice è la prima a ad aver preso di petto questi problemi. Lei ci prova dal 1999, a inventariare quei manufatti sul suolo lunare. Con sua sorpresa, alcune liste ci sono, sebbene siano parziali. Lei si concentra soprattutto sulla base della Tranquillità, sito dell’Apollo 11, dove ha censito centosei “reperti”, dall’impronta dello stivale di Buzz Aldrin alla bandiera a stelle e strisce, passando per una medaglia di Yuri Gagarin, un riflettore Terra-Luna e persino dei sacchi della spazzatura.

Una volta completato il censimento, Beth O’Leary ha proposto di designare la base della Tranquillità e il suo contenuto come “sito storico nazionale”. “Ma la NASA ha rifiutato immediatamente”, ha riferito l’archeologa. L’agenzia temeva che ciò potesse essere percepito come una dichiarazione di sovranità da parte degli Stati Uniti su quella parte della Luna.

La ricercatrice si è quindi rivolta agli Stati del New Mexico e della California, che hanno accettato di registrare la base della Tranquillità nei loro registri del patrimonio da preservare, ai quali si è poi aggiunta anche le Hawaii. “Questo non ha alcun valore sulla scena internazionale, ma ha un immenso valore simbolico”, afferma Michelle Hanlon. Più comunità si impegneranno in questo senso, più sarà facile puntare a un riconoscimento globale”.

“L’idea è che questo concetto di conservazione sia accettato da tutti i paesi, compresi quelli che non sono coinvolti nelle missioni spaziali. Perché anche se il successo delle missioni Apollo è sicuramente merito degli Stati Uniti, oggi è un patrimonio universale”, sottolinea Beth O’Leary.

Nel frattempo, nel 2011 la NASA ha creato una serie di linee guida da seguire per non danneggiare il patrimonio lunare, a cominciare dalla creazione di zone cuscinetto in cui non avventurarsi perché troppo vicine agli oggetti più importanti.

Ma la prima grande vittoria è arrivata a gennaio del 2025, quando il World Monuments Fund, (WMF) ha inserito la Luna nella lista dei patrimoni a rischio in ragione dei pericoli insiti all’accelerazione delle attività umane. «E’ la prima volta che il WMF riconosce un corpo celeste che non sia la Terra», si rallegra Beth O’Leary.

Un lascito intangibile

Un accord internazionale per proteggere l’eredità culturale lunare permetterebbe comunque di preservare «le relazioni con la luna che non implicano artefatti umani», fa notare Beth O’Leary. Quello che viene chiamato “patrimonio immateriale”. “Ad esempio, per le First Nations, uno dei popoli indigeni del Canada, la Luna è parte integrante della loro storia e cultura. Se non teniamo conto di ciò che altre culture considerano importante, causiamo un danno all’umanità. ”

Esiste un precedente: nel 1998, la NASA ha inviato sulla Luna parte delle ceneri del planetologo Eugene Shoemaker, un atto considerato irrispettoso da molti popoli indigeni, tra cui i Navajo, per i quali il nostro satellite è sacro. “La NASA si è scusata e ha promesso di consultarli prima di qualsiasi iniziativa simile”, riferisce Michelle Hanlon.

Tuttavia, nel gennaio 2024, la missione lunare privata Peregrine ha rischiato di ripetere l’errore imbarcando le ceneri di diverse decine di persone e di un cane. Alla fine, la missione è fallita e le ceneri non sono state disperse, ma ciò non toglie che le comunità interessate non siano state consultate. La NASA si è difesa sostenendo che non si trattava di una sua missione. «I Navajo vogliono solo essere ascoltati, ed è questo il nocciolo della questione: le decisioni riguardanti la Luna vengono prese da una comunità molto ristretta. È un po’ preoccupante», si rammarica Michelle Hanlon.

Proteggere il patrimonio lunare significa quindi onorare l’umanità e le sue imprese, conservando al contempo la memoria di un passato segnato dalla competizione e dal dominio. Ma è anche un appello a non ripetere gli errori che hanno accompagnato le conquiste terrestri del passato.

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