Così Meloni trasforma la cucina in arma identitaria

Popoff Quotidiano - Thursday, December 11, 2025

L’Unesco riconosce la cucina italiana patrimonio immateriale dell’umanità. E il governo si scatena nel gastro-nazionalismo

La cucina italiana è patrimonio immateriale dell’umanità. Illuminato il Colosseo e da Mattarella a Coldiretti, esultano tutti: chef stellati, associazioni di categoria e ovviamente i politici. Questo riconoscimento consacra una cucina «riconosciuta come elemento fondamentale per il pianeta, in tutte le sue dimensioni: produttori, allevatori, agricoltori, pescatori, trasformatori, cuochi, ristoratori, personale di sala, imprenditori», ripete da mesi il ministro Lollobrigida. La posta in gioco è enorme: nei primi nove mesi dell’anno, le esportazioni di prodotti agroalimentari italiani sono aumentate del 5,7%. Se la crescita si confermerà, il Paese raggiungerà il record di quasi 70 miliardi di euro di esportazioni nel 2025. Il ministro dell’Agricoltura, cognato di Giorgia Meloni e promotore sfrenato del “Made in Italy” in tutte le sue forme, valuta in 250 miliardi di euro il peso della cucina italiana, includendo l’attrattiva turistica offerta dalla gastronomia. Secondo Francesco Lollobrigida, un turista su due viene in Italia per il cibo. Per avere un’idea di quello che potrebbe accadere: il riconoscimento della pizza napoletana come patrimonio culturale immateriale nel 2017 ha provocato, nell’arco di otto anni, un aumento del 284 % dei corsi di formazione per pizzaioli in Italia e del 420 % all’estero.

Il nuovo riconoscimento arriva dopo almeno anni di intensa attività di lobby: dall’annuncio ufficiale della candidatura il 23 marzo 2023 fino alla decisione finale, il 10 dicembre 2025, del Comitato intergovernativo Unesco a Nuova Delhi. In mezzo è successo di tutto: un tour mondiale del veliero Vespucci con eventi itineranti per promuovere la cucina italiana, la presentazione ufficiale del logo della candidatura al Parco Archeologico di Pompei, il progetto per portare la pastasciutta nello spazio con la missione Axiom 3, la promozione della candidatura al G7 Agricoltura di Ortigia e nelle principali fiere agroalimentari internazionali, e poi a Piazza di Siena per il Gran Premio, alla Ryder Cup, al Giro d’Italia, al campionato mondiale di Rugby. Il 10 giugno 2025 al gran finale del Tour Vespucci a Genova anche uno spettacolo di droni ha celebrato la cucina italiana e 15 giorni dopo a New York, a Times Square e al Gotham Hall, fino al “pranzo della domenica-Italiani a tavola”, in centinaia di piazze italiane e ambasciate nel mondo, per celebrare, alla fine di settembre scorso, la convivialità e il rito del pasto. Ma già dal 2020 che è emerso per la prima volta il lavoro congiunto tra l’Accademia italiana di cucina, la Fondazione Casa Artusi – dedicata alla promozione della cucina familiare – e del magazine La Cucina Italiana per proporre la candidatura di questa cucina come «pratica sociale».

L’elenco, piuttosto noioso, serve a dare conto della posta in gioco. E’ il gastro-nazionalismo: l’uso politico, identitario o propagandistico del cibo e dei prodotti alimentari nazionali per affermare un’idea di patria minacciata, difendere interessi economici interni o costruire un consenso basato sull’orgoglio gastronomico. In questo quadro, le eccellenze culinarie vengono presentate come simboli della nazione e mobilitate contro regolamenti, innovazioni o pratiche considerate “esterne”, “ostili” o lesive della tradizione. Matteo Salvini, solo per fare un esempio, parla della difesa dei prodotti italiani come di «una battaglia di civiltà» o dei tortellini senza carne di maiale come di una «cancellazione della storia italiana».

La narrativa gastro-nazionalista impazza ancora di più da quando i sovranismi sono saldamente al governo e ora la consacrazione Unesco sta imprimendo al discorso una nuova impennata.

L’estrema destra italiana, tanto per dire, ha già bloccato a livello europeo l’adozione del Nutri-Score, il sistema di etichettatura nutrizionale a cinque colori già adottato da Francia e altri paesi. Meloni, Lollobrigida e i camerati di Fratelli d’Italia hanno trasformato il tema in una battaglia identitaria, sostenendo che il logo penalizzerebbe i prodotti del Made in Italy, nonostante le valutazioni poco lusinghiere riguardino allo stesso modo alimenti tradizionali francesi o spagnoli.

Il governo italiano ha condotto un’intensa attività di lobbying presso la Commissione europea, in particolare con l’allora commissario all’Agricoltura Janusz Wojciechowski, politicamente vicino alla destra sovranista. Documenti resi pubblici da Beuc e Foodwatch mostrano la continuità di incontri tra rappresentanze italiane, associazioni industriali e DG Agri, che hanno contribuito a far slittare l’iniziativa legislativa e a far sparire il Nutri-Score dall’agenda 2023 della Commissione.

L’Italia ha inoltre costruito un fronte di paesi contrari (tra cui Romania, Grecia, Ungheria, Cipro) parallelamente, esponenti dell’estrema destra italiana hanno diffuso argomentazioni improprie e fake news, arrivando a sostenere che il Nutri-Score favorirebbe i prodotti francesi o influirebbe sui flussi migratori. Un tweet dell’epoca del ministro Lollobrigida, pieno di errori fattuali, è stato smontato punto per punto dall’ideatore del logo, Serge Hercberg, che per questo affronto ha subito attacchi personali e minacce dalla destra italiana.

Il discorso del governo italiano si inserisce in un più ampio nazionalismo gastronomico, già alimentato da Matteo Salvini, che invoca la difesa dei prodotti “della nostra terra” contro le “imposizioni” europee. L’opposizione al Nutri-Score ha contagiato altri partiti, anche nel centrosinistra, mentre l’alternativa promossa dall’Italia, il NutrInform Battery, è considerata poco comprensibile.

Nonostante le evidenze scientifiche a favore del Nutri-Score – confermate dal Joint Research Center della Commissione nel 2022 –, l’Unione Europea resta bloccata. Beuc spera in un superamento dello stallo, ma riconosce che l’avanzata dei partiti nazionalisti rende incerto il futuro di un’etichettatura alimentare unica e armonizzata per tutta l’UE.

Il gastro-nazionalismo rischia di deformare anche la Carta costituzionale. Luca Martinelli, su Altreconomia di maggio 2024, ha raccontato bene l’idea, partorita proprio dal ministro dell’Agricoltura, di modificare l’Articolo 32 sulla salute inserendo la tutela della “sovranità alimentare” e dei “prodotti simbolo dell’identità nazionale”. La promozione di una sana alimentazione ovviamente non c’entra: l’obiettivo è propagandare un modello agricolo conservatore. Nell’intervista si spiegava che inserire la “sana alimentazione” in Costituzione non è di per sé sbagliato ma l’accostamento tra sana alimentazione e sovranità alimentare è contraddittorio, perché presuppone che il cibo italiano sia intrinsecamente salutare. Per Fino la narrazione del “cibo italiano sempre sano” è priva di basi nutrizionali.

Questa impostazione alimenta un nazionalismo banale e sciovinista, utile dal punto di vista politico ma pericoloso nel lungo periodo perché trasforma tradizioni e preferenze alimentari in gerarchie di valore assolute, sostenute spesso da potenti interessi corporativi dell’agroindustria. Anche una parte del mondo progressista tollera queste narrazioni pseudo-identitarie su cibo e territori, lasciando spazio alla deriva gastronazionalista oggi cavalcata dal governo.

Mentre i quotidiani italiani si sperticano in titoli roboanti, bisogna andare in Francia per trovare un ottimo pezzo di Cécile Debarge per Mediapart che titola “Il governo Meloni trasforma la cucina italiana in un’arma identitaria”. Debarge prova a spiegare che l’Unesco non ha premiato ricette o prodotti ma riconosce le pratiche per come si trasmettono nella società e tra la gente.

Massimo Montanari, presidente del comitato scientifico incaricato della redazione del dossier, chiarisce il significato di questo approccio nel libro Tutti a tavola (edizioni Laterza), che ha appena scritto insieme a Pier Luigi Petrillo. «La cucina è una parte essenziale della cultura italiana al pari della pittura rinascimentale o delle chiese barocche […]: il piacere di stare e mangiare insieme, di offrire agli altri qualcosa di noi stessi, di discutere, capire, condividere», scrive lo storico. Siamo lontani dalla «lista di tutti i prodotti dei nostri “campanili” che rendono la nostra cucina speciale e unica», secondo le parole del ministro Francesco Lollobrigida, o dalla «forma più alta di diplomazia italiana», come ha affermato il suo collega alla Cultura, Alessandro Giuli.

Mediapart spiega questa dissonanza tra il contenuto della candidatura e la retorica di cui il governo di estrema destra fa uso e abuso. «C’est du gastronationalisme! (nazionalismo gastronomico, ndr)», esclama Michele Fino, coautore con Anna Claudia Cecconi del libro Gastronazionalismo (edizioni People, 2021). Ne siamo gravemente malati. Se gli altri paesi hanno preso l’influenza, l’Italia è già allo stadio della polmonite».

«Spesso si costruiscono percorsi di promozione turistica attorno a questa presunta identità, anche se non hanno molto a che vedere con la storia reale dei territori che si vogliono promuovere», dice a Mediapart lo storico dell’alimentazione Alberto Grandi nel suo libro La cucina italiana non esiste (Mondadori), che ha suscitato indignazione al momento della sua pubblicazione nel 2024. «Questi sforzi hanno finito per diventare l’essenza stessa della fantomatica cucina italiana», scrive.

L’argomento del marketing non è l’unico a spiegare il fenomeno. «Trentacinque anni fa, il ritorno al locale, in reazione alla globalizzazione, è diventato il combustibile che ha alimentato questo incendio», commenta Michele Fino. L’élite politica ha visto in questo la possibilità di ottenere un consenso. Oggi difendere la cucina è come difendere la libertà di espressione».

Per Grandi, la svolta avviene all’epoca della crisi economica degli anni ’70. «Il boom economico ci ha fornito i mezzi per una cucina di qualità visto che prima gli italiani mangiavano poco e male», ricorda. Quando abbiamo perso terreno nell’industrializzazione e nell’innovazione, ci siamo reinventati, abbiamo riscritto il nostro passato pensando che fosse l’elemento saliente della nostra identità. Ormai tutte le forze politiche, da destra a sinistra, usano il cibo per alimentare un sentimento nazionalista che sfocia in idee di superiorità e nel disprezzo di tradizioni percepite come straniere. Una visione rintuzzata da Massimo Montanari, che nella candidatura della cucina italiana all’Unesco, ricorda come essa sia un patrimonio aperto, frutto di scambi e contaminazioni culturali: esempi come il couscous siciliano mostrano la capacità italiana di integrare influenze esterne. Tuttavia questa diversità, cuore dell’identità gastronomica reale, è stata trasformata dai ministri di estrema destra in una celebrazione retorica dei “borghi” e dei “comuni”.

Nel frattempo, la realtà va nella direzione opposta: molti negozi storici chiudono e il turismo di massa produce la “foodizzazione” delle città, con centri urbani ridotti quasi solo a luoghi di consumo.

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