Come incontrai Federico e quelli che ancora lottano con luiCINZIA GUBBINI, UNA DELLE PRIME GIORNALISTE A OCCUPARSI DEL CASO DI MALAPOLIZIA,
INTERVERRÀ DOMANI 28 SETTEMBRE AL DIG FESTIVAL DI MODENA. ECCO IL SUO INTERVENTO
IN ANTEPRIMA
Ciao a tutte e a tutti, buonasera e grazie per l’invito in questo contesto così
importante per il giornalismo investigativo
Io non sono una giornalista investigativa, di solito e da sempre mi occupo di
cronaca, ma mi è stato chiesto di raccontare come sono entrata a contatto con la
storia di Federico, perché sicuramente – quando sulla vicenda dell’uccisione di
Federico Aldrovandi arrivano i giornali nazionali – le cose cambiano. I giornali
nazionali però in questo caso non erano i giornali più importanti per copie e
prestigio, come Repubblica o il Corriere della Sera. Erano invece due piccoli e
peraltro anche complicati giornali, il manifesto e Liberazione (che era il
quotidiano del Partito della Rifondazione comunista) dico complicati perché
ovviamente essendo due giornali schierati politicamente e molto tignosi non
hanno mai avuto facili rapporti con le fonti convenzionali.
Come è successo che io e Checchino Antonini, il mio collega di Liberazione e
ancora oggi mio grande amico siamo arrivati a Ferrara?
La storia in effetti è particolare. Io all’epoca avevo 30 anni e lavoravo in
questo contesto veramente singolare che era il manifesto, singolare perché era
tutto il meglio che ti poteva capitare, grande libertà di azione, grandi
stimoli, però per alcuni versi anche tutto il peggio perché era un giornale
povero e un ambiente in cui giornalismo sì, ma anche tanto altro….e quindi a un
certo punto era anche complicato portare avanti dei progetti.
Al manifesto si discuteva di tutto e tutto – o quasi tutto – nasceva sempre da
una teoria. In questo caso in particolare la grande discussione – che durava da
decenni e immagino duri ancora adesso – era quanto spazio il manifesto doveva
dare alla cronaca. C’era chi diceva che il manifesto non dovesse occuparsi di
cronaca, perché noi eravamo un giornale politico, di critica politica, dunque i
nostri lettori non erano interessati alla cronaca, considerata quindi un genere
minore. E chi – come me e altri – sosteneva invece che il giornalismo non può
prescindere dalla cronaca: prima di tutto perché tratta di cose che accadono
alle persone, al “popolo”. E poi perché eravamo convinti che dai fatti di
cronaca, dal micro, dal piccolo, dal locale fosse possibile leggere in nuce
storture più grandi, storture del sistema, che andavano denunciate e combattute
(capìte che al manifesto non era mai niente facile, tutto passava sempre per un
discorso).
Al microfono Cinzia Gubbini che, per il manifesto, seguì il caso Aldrovandi,
accanto Dean Buletti, inviato di Chi l’ha visto?. seduto il “nostro” Checchino
Antonini
Fatto sta che io ero molto convinta di questo fatto, e quindi a dicembre 2005 il
mio “buon proposito” per l’anno successivo era dimostrare a me stessa e agli
altri che era possibile esercitare la funzione del giornalista facendo la cosa
base, il grado zero, cioè: prendere una storia importante, ma piccola,
sconosciuta, e semplicemente seguendola bene, rispettando tutte le regole, farla
vedere, dare voce, aiutare a cercare la verità. Ricordo benissimo il momento in
cui dissi: “guardiamo le agenzie” e – le cose sono andate proprio così – trovai
questa agenzia che parlava di un blog, aperto da una mamma, a Ferrara. Lei si
chiamava Patrizia Moretti e suo figlio Federico Aldrovandi, era morto ben
quattro mesi prima, e in questo blog raccontava che qualcosa non stava
funzionando. Fu una storia che mi colpì moltissimo. Perché pensavo a questa
famiglia nel pieno del lutto per la perdita di un figlio che è costretta a usare
un mezzo allora molto poco diffuso, pensate che non c’era ancora Facebook, per
raccontare che polizia, procura, ma anche la stampa locale non le davano
spiegazioni, ma peggio: perché dicevano di Federico cose che, secondo la
famiglia, non stavano né in cielo né in terra. Dicevano che era un drogato, che
aveva picchiato la polizia, che la polizia si era solo difesa. Io volevo
guardare in faccia quella madre. Il giorno dopo presi il treno. Ho conosciuto
Patrizia, Lino, Stefano. Lei impiegata comunale, lui vigile urbano, una casa
medio borghese. Lo zio, la zia, gli amici, ragazzi che erano più che altro
spauriti perché prima di tutto era capitato qualcosa di terribile al loro amico,
ma poi perché loro erano convinti di vivere in una città in cui le cose
funzionavano, capite Emilia Romagna, Ferrara, invece avevano toccato con mano un
atteggiamento da parte delle istituzioni che non si aspettavano. Parliamoci
chiaro, anche se Federico fosse stato effettivamente una persona con problemi di
tossicodipendenza nulla avrebbe giustificato un intervento sproporzionato da
parte della polizia, ma guardando negli occhi quella famiglia, e quegli amici,
giornalisticamente mi prudevano le mani, perché lì si capiva che c’era
qualcos’altro, qualcosa di molto interessante. Tutto stonava, troppo.
Per me, da giornalista, è stato il momento e in qualche modo l’ambiente perfetto
per applicare il pensiero che avevo maturato. Cioè che per raccontare bene
bisogna, “esserci”, non farsi raccontare le cose al telefono o leggerle sulle
agenzie, metodo che già all’epoca cominciava a segnare gravemente, secondo me,
il mestiere del giornalista. Non ci si spostava più, ovviamente riflesso degli
avanzamenti tecnologici ma in realtà anche dell’impoverimento economico delle
redazioni giornalistiche. E questo è un grosso problema, quando fai il
giornalista. Volevo fare alla vecchia maniera: andare fisicamente, cercare di
parlare con tutti, prendermi i no in faccia. Bussare alle porte, educatamente
ma sfacciatamente. Respirare l’atmosfera del posto in cui erano accaduti i
fatti. Un grande, grandissimo lusso. Di fatto però, parliamoci chiaro, è
l’unico modo in cui si possono raccontare bene le storie. E credo che questa
vicenda lo dimostri chiaramente. Veramente io credo che la decisione di andare a
Ferrara praticamente una volta alla settimana, i primi tempi, anche quando in
realtà poi non scrivevo nulla, abbia avuto il suo peso. La gente in genere pensa
che fare i giornalisti sia complicato, perché devi sapere tante cose, rapportati
a tanti livelli, sanno che può essere pericoloso, ma che sia tutto sommato un
mestiere di stress intellettuale. Io dico sempre che quando lo fai bene, come
tantissimi giornalisti lo fanno, è il contrario: è fisicamente faticoso, perché
innanzitutto ci devi essere, fisicamente. Per il resto, però, il nostro è un
mestiere molto semplice – chiaro non parlo di chi indaga sulle mafie e sui
fronti di guerra anche se la base è quella – devi parlare con tutti, fare
domande, verificare e riportare sinteticamente e con onestà intellettuale quello
che ti viene detto. Punto. Se fai questo, hai fatto tanto, tantissimo. Poi
siccome tu hai seguito tutto e hai visto tutto, anche più di quello che hai
riportato, per ragioni di tempo, di spazio, sei in qualche modo la memoria
storica e hai il dovere di richiamare quando qualcosa non torna, quando qualcosa
non va. E’ così, molto semplicemente che è nato il “caso Aldrovandi”.
Quindi cosa ha funzionato secondo me, elencando brevemente e per quanto riguarda
il contributo che il manifesto e Liberazione hanno dato in questa storia, che
poi come sappiamo ha aperto un filone: sono state tante le famiglie che hanno
trovato il coraggio di denunciare (a partire dalla morte di Stefano Cucchi che è
proprio una diretta derivazione di questa storia, fummo io e Checchino a mettere
in comunicazione una disperata Ilaria con Fabio Anselmo). Il fatto che noi
eravamo giornalisti non del luogo, quindi non avevamo particolari legami,
amicizie e quindi pregiudizi o compiacenze. Con questo non voglio dire che i
giornalisti locali non possono fare un lavoro come questo, ma può accadere
oggettivamente che queste cose abbiano un peso nella decisione di come trattare
il caso: basti ricordare Marco Zavagli di “Estense.com”, che invece lavorò con
noi da subito. Ma anche lì: lui non aveva editori, era lui editore, con questo
piccolo e coraggioso esperimento di giornale locale quotidiano sul web. Ben
diverso era l’atteggiamento, ma ormai è stato ampiamento detto e anche
riconosciuto, delle testate locali, però il motivo è chiaro: da parte di
Questura e Procura, che oggettivamente sono fonti primarie nei fatti di cronaca,
c’era una posizione nella lettura dei fatti nettissima. Sono andata a rileggere
i primi articoli che ho scritto, tra cui quello in cui parlo con il questore
Graziano, che fu molto gentile con me, e sono rimasta molto colpita nel rendermi
conto di come a gennaio 2006 la questione droga fosse proprio considerata
centrale, la cosa era: “Federico era fuori di testa e ha aggredito i
poliziotti”. Poi si poteva discutere sulla reazione dei poliziotti forse un po’
sproporzionata, ovviamente tenendo nascosti i manganelli rotti. Mi ha fatto
veramente impressione rileggere le cose dell’epoca con tutto quello che sappiamo
oggi e pensare che davvero per mesi Patrizia, Lino e Stefano abbiano pensato che
forse Federico avesse effettivamente avuto un malore a causa della droga. Cioè
una vera e propria bugia.
Seconda cosa che ha funzionato: che i nostri erano sì giornali poveri, ma senza
padroni, e questo oggettivamente ci dava delle libertà. Entro molto nello
specifico delle questioni giornalistiche: io ho pubblicato 3 articoli di seguito
12-13-14 gennaio, di cui una doppia pagina su un giornale nazionale a foliazione
ridotta come era il manifesto su una storia accaduta quattro mesi prima, a
Ferrara, di cui nessuno parlava e di cui oggettivamente poteva interessare a
molte poche persone. Però potevamo farlo. Chi lo farebbe oggi? Forse in realtà
esistono così tante belle realtà online, che forse si può fare più di prima.
Beh, fatelo: se c’è una storia che vi sembra importante parlatene, tanto.
Superate la barriera del rumore di sottofondo che è sempre troppo.
Apro il capitolo: processo mediatico. Non posso esimermi, perché all’epoca fu
una questione di cui si parlò molto: “è un processo mediatico” ci accusavano,
perché – appunto – ne parlavamo parecchio più di quello che teoricamente
“meritava” – lo dico tra virgolette – un caso molto locale. Ora, vorrei mettere
le cose in chiaro. Sì è vero, come ho detto fino a ora l’uccisione di Federico
ha avuto sicuramente un trattamento speciale. E il merito è per una piccola
parte dovuto alle circostanze che vi ho raccontato, ma per una larghissima parte
e anche di più alla famiglia agli amici e agli avvocati che sono sempre stati,
semplicemente, perfetti: determinati, dritti, incrollabili, inattaccabili. Se a
qualcuno dà fastidio che di questo parli la libera stampa, se ne deve fare una
ragione. Siccome però anche io sono, senza offendere nessuno, allergica al
sensazionalismo, non mi piace la cronaca urlata, chi va a suonare al citofono
dei presunti colpevoli, le interviste strappalacrime – poi i giornalisti fanno
quello che gli viene chiesto eh, io come già detto in quel momento lavoravo in
un contesto molto particolare – voglio sottolineare questo: come i quattro
agenti condannati sanno benissimo, nessuno è mai andato sotto casa loro e non
solo: io e Checchino, che su questo siamo della stessa scuola, non abbiamo
addirittura mai fatto il nome degli agenti fino al rinvio a giudizio, anzi
Checchino pure dopo per un sacco di tempo continuava a scrivere i nomi puntati
E.P. M.S., io mi ero scocciata lo ammetto, lo potevo fare aldilà di ogni
ragionevole dubbio e l’ho fatto evitando sempre di rendere pubblico qualsiasi
tipo di particolare che secondo me non erano essenziale. Altra cosa: l’altro
giorno vedevo la ricostruzione di un famoso influencer della comunicazione che
diceva che la svolta sul caso di Federico avvenne quando pochi giorni dopo
l’uccisione fu mostrata dall’avvocato Anselmo l’immagine famosa, ormai, del
volto di Federico su quel panno con un’areola di sangue intorno. Non è andata
proprio così. Quella fotografia è stata pubblicata sul blog di Patrizia il 26
febbraio del 2006, quindi a 5 mesi dalla morte di Federico e quando il blog
funzionava già da più di un mese, perché era stata depositata la perizia dei
tecnici della prima pm, Mariaemanuela Guerra, che davano la colpa della morte di
Federico alle droghe (ne scrivevo dettagliatamente il 22 febbraio). Pensate che
solo Liberazione decise di pubblicarla. Noi al manifesto facemmo, OVVIAMENTE,
una lunga discussione e decidemmo di non pubblicarla, perché noi eravamo contro
il sensazionalismo delle immagini. Mi dispiacque, io l’avrei pubblicata,
sinceramente, considerando quello che era accaduto in aula. Questo per dire – e
senza voler dare lezioni perché credo che le cose si possano fare in tanti modi
– però ci tengo a sottolineare che si possono fare anche così. Dopodiché ci
tengo a riportare qui quanto ha detto il giudice che ha scritto la prima
sentenza sul caso Aldrovandi in un recente corso organizzato dall’Associazione
della Stampa di Ferrara: il processo è pubblico per definizione, i magistrati
sono abituati al confronto è la loro formazione e la loro forma mentis. Non
vengono influenzati quando della cosa si parla apertamente, semmai può succedere
che vengano influenzati quando il processo è diciamo così “privato”. La stampa,
avere i riflettori accesi, è una garanzia, per tutti.
Ma allora è andato tutto bene? E’ stato fatto tutto bene? No, ovviamente no.
Ecco quello che non ha funzionato secondo me due cose.
La prima: parliamoci chiaro, il fatto di essere cronisti di due piccoli giornali
ha comportato anche dei limiti parecchi limiti. Il fatto di avere un facile
accesso alle fonti è un vantaggio, non uno svantaggio, dipende dall’uso che se
ne fa. Ce ne siamo accorti quando sul posto è arrivato il nostro amico e collega
Dean Buletti di Chi l’Ha Visto che ha acceso i potenti riflettori di Raitre e ha
ottenuto quello che noi cercavamo di capire da mesi. E cioè lo ricordo, io
riportavo questa cosa nell’articolo del 26 giugno 2007, quindi attenzione: siamo
a un anno e mezzo da quei primi articoli sul nazionale e a due anni
dall’uccisione di Federico, titolavo “«In via Ippodromo quella notte io c’ero
Nessun urlo fino all’arrivo della polizia»
Su «Chi l’ha visto» ieri sera una testimonianza inedita sulla morte di Federico
Aldrovandi. L’appello dei genitori: «I testimoni parlino»
“Una nuova, importante testimonianza potrebbe cambiare le carte in tavola nel
processo Aldrovandi…. E la sua ricostruzione racconta tutta un’altra storia: una
trama nuova, secondo cui la polizia non sarebbe intervenuta dopo le chiamate
degli abitanti che sentivano le urla di un ragazzo «agitato» in strada. Quelle
urla sarebbero conseguenza di un precedente incontro tra il ragazzo e una
volante della polizia”. Il testimone poi, che era un uomo che si era appartato
in via Ippodromo con un ragazzo rumeno, purtroppo ritrattò la testimonianza
dicendo che si era inventato tutto.
Ed ecco la seconda cosa che non ha funzionato e mi avvio alla conclusione. Forse
perché c’eravamo noi con tutte le nostre costruzioni mentali, forse perché
l’inchiesta giudiziaria è partita male e quello ha inevitabile condizionato
tutto il resto. Fatto sta che qui, in questa storia così importante, non abbiamo
né testimoni né confessioni. L’unica testimone era e rimane Anne Marie Tsegue,
l’unica persona che ha raccontato cosa ha visto quella notte, una immigrata
camerunense con il permesso di soggiorno in scadenza che ha parlato solo in
virtù di una autentica fede religiosa, supportata da un parroco della zona, don
Bedin. E i quattro agenti, condannati ricordiamolo non per omicidio ma per
“eccesso colposo in omicidio colposo” a 3 anni e mezzo, di cui solo sei scontati
in carcere per intervento di un indulto, hanno sempre tenuto la loro linea e –
non sia mai – non hanno mai concesso interviste a un giornalista neanche dopo
essere usciti dal carcere.
Certo in Italia di misteri ce ne sono tantissimi, non è questo l’unico caso.
Eppure, nonostante l’attenzione che c’è stata, né noi, né altri giornalisti in
questi venti anni hanno purtroppo trovato il modo di rispondere a quello che –
voglio ricordarlo – tutte le sentenze a partire dalla prima del giudice
Francesco Maria Caruso sottolineano e che lo stesso pubblico ministero del
tribunale di primo grado aveva evidenziato. Noi quel “film che voglio vedere
dall’inizio”, come aveva chiesto il papà Lino, sin dalla prima volta che ci
siamo incontrati, non lo abbiamo visto ancora oggi. Lo voglio ricordare ancora
una volta, perché credo che sia questo il mio ruolo: le sentenze ci dicono che i
tempi non tornano. Mi chiedo quante persone ancora oggi avendo orecchiato la
storia di Federico, come è giusto che sia perché non è che uno debba conoscere
le sentenze a menadito, sia convinto della sequenza “i poliziotti sono
intervenuti in via Ippodromo dopo le chiamate degli abitanti che avevano sentito
un ragazzo agitato”. Cioè in quanto sono convinti che i poliziotti intervengono
perché “chiamati dai cittadini”? E’ giusto eh, perché questo è quanto sostenuto
da tutti i poliziotti, ancora oggi e non ci sono prove contrarie. Eppure nelle
sentenze è dato per assodato dai giudici che la signora che chiama il 112 alle
5,45 del 25 settembre sente le urla di Federico perché Federico ha già
ingaggiato uno scontro con la polizia che quindi sarebbe arrivata non alle 5,55
ma prima delle 5,45. Scrive il giudice “Il dato storico circostanziale primario
è che Federico Aldrovandi cominciò a dare in escandescenze dopo un primo
contatto con gli agenti di Alpha 3 che cronologicamente non può porsi oltre le
5,45. L’espressione dare in escandescenze va considerata nel modo più asettico e
neutro possibile, in quanto, restano ignote le cause che scatenarono il primo
scontro con gli agenti e in quali effettive condizioni si trovasse Federico”,
scusate cito perché ovviamente praticamente tutti quelli che si sono occupati di
questo caso hanno a carico querele per diffamazione, quindi mi tutelo. Ma
insomma, questo è quello che ricostruiscono i giudici per i quali ovviamente la
cosa è solo parzialmente importante perché – anzi – il fatto che quando arrivano
i poliziotti Federico fosse già “agitato” rafforza ancora di più l’impianto
accusatorio che sostanzialmente è molto semplice e di buon senso: tu se ti trovi
con un ragazzo agitato, e pensi che sia agitato a causa della droga, la prima
cosa che fai è che chiami un’ambulanza, non tiri fuori il manganello. Ricordiamo
ovviamente che Federico non era armato. Io però faccio la giornalista e non il
giudice non commino pene, la verità la vorrei sapere. Ricordo che Federico fa
nove chiamate a amici e conoscenti tra le 5,15 e le 5,23. Perché aveva visto
qualcosa? C’era qualcuno che magari gli chiedeva i documenti e lui che non aveva
la carta di identità non sapeva come farsi riconoscere? Oppure c’era qualcun
altro con lui? Qualcuno con cui Federico ha parlato? Si è scontrato? Questa
parte del film, se vogliamo chiamarla così e che per me è la più importante, noi
ancora non la sappiamo. Venti anni dopo. Per questo ancora oggi io dico: sono
passati 20 anni chi sa, parli.
Dopo aver esordito giovanissima ai microfoni
di Radio Città Futura di Roma, Cinzia Gubbini
andò a scrivere per il manifesto,
nel 2012 fu nel gruppo di giornalisti
che fondò Popoff ma ci venne scippata dalla Rai
dove ancora lavora
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