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Lettera dal Brasile: il rischio di un “7 a 1 sociale”
CRONACHE DI MONDIALI E DI LOTTE. CI SCRIVE SOLANGE CAVALCANTE, AUTRICE DI “COMPAGNI DI STADIO. SÓCRATES E LA DEMOCRAZIA CORINTHIANA” (FANDANGO LIBRI) La maggior parte dei brasiliani è solita scansionare la vita attraverso i Mondiali di calcio. Io, per esempio, ricordo di essere stata malata durante i Mondiali del 1966. e quanto fosse rassicurante avere i miei accanto a me, ancora vivi [lacrime]. Ai Mondiali del 1970, perfino chi era ancora bambino come me, si accorse che nel Paese c’era qualcosa che non andava. Alla vigilia dell’inizio del torneo, e senza alcun preavviso, i militari andarono a prendersi una Nazionale già pronta, la strapparono dalle mani dell’allenatore (il compagno comunista João Saldanha) e la consegnarono a Mario Zagallo, servo dei golpisti. Sì, vincemmo il Mondiale. E allora? La Storia racconta che fu proprio in quel periodo che la dittatura militare torturò tanti prigionieri politici in Brasile, nascondendosi dietro le vittorie della nostra nazionale. Per i brasiliani che amano il calcio d’arte (e per me, con tutto l’amore che ho per la mia sempre cara Democracia Corinthiana) il Mondiale più bello resterà sempre quello del 1982. Avere Sócrates in Nazionale e vederla giocare con quel tanto di bellezza significava dimostrare che il calcio ha tutto a che fare con la politica. Ah, sì, il Brasile non alzò la Coppa. Ma, come diceva il nostro Doutor: «Vincere o perdere, sempre con democrazia». La verità è che il calcio d’arte è morto, travolto dal calcio-business. Mi perdonino i tifosi più fanatici, ma i successi successivi del Brasile si devono a un certo talento combinato con l’ascesa continua di un calcio di destra, sopravvalutato, planetario e alimentato da cifre astronomiche. E, come ogni bolla economica, il calcio delle società di scommesse, degli influencers, delle modelle hype e dei calciatori con abbastanza denaro da comprarsi le società sportive, la stampa, gli allenatori e le coscienze non durerà per sempre. Speriamo. Oggi, vigilia della finale del 2026, i militanti della Conspiração Socialista, legati alla scuola pubblica, sono stati convocati per un impegno politico nella sede del nostro sindacato degli insegnanti, un piccolo edifício in un piccolo quartiere nell’immensa città di San Paolo. Sappiamo che è tempo di Mondiali e di vacanze scolastiche, ma sappiamo anche che siamo nel pieno della campagna elettorale per le elezioni presidenziali, del Senato, della Camera federale, delle Assemblee legislative statali e dei governatori, previste per il prossimo ottobre. È una splendida mattina di sole, nel pieno dell’inverno. È quasi uno spreco essere chiusi nel sindacato così presto, di sabato. «Non possiamo parlare dei Mondiali?», chiede qualcuno. Ridiamo una risata assonnata. E, siccome ogni brasiliano che si rispetti ricorre alle metafore calcistiche per spiegare la vita, un altro compagno risponde: «Altro che Mondiali. È il momento di pensare alla politica, perché ogni giorno è un 7 a 1 diverso». La metafora del 7 a 1 richiama la nostra sconfitta contro la Germania nel 2014 e, da allora, è diventata il modo di nominare le situazioni più difficili. La riunione comincia. Il nostro recente sciopero per un salario dignitoso e per la stabilità lavorativa è stato un disastro e non è riuscito né a fermare la privatizzazione né la precarizzazione della scuola pubblica. Siamo sempre più isolati come categoria. Lottiamo da soli, senza i bancari (praticamente scomparsi dopo la digitalizzazione delle banche), senza i lavoratori della metropolitana, senza gli autisti dei trasporti pubblici, senza gli addetti ai servizi idrici e senza quelli dell’energia elettrica. Negli ultimi anni, i servizi pubblici dello Stato e della città di San Paolo sono stati quasi tutti privatizzati. Nell’istruzione siamo arrivati al 35% di insegnanti precari nella rete comunale e al 50% in quella statale. Cominciamo a definire un calendario di attività per la campagna elettorale, ma dovremo agire con estrema prudenza. Il sindaco di destra vuole che qualsiasi dipendente pubblico che esprima le proprie opinioni sui social network possa arrivare a perdere il posto di lavoro. Silenzio. Ognuno di noi prende il proprio cellulare per controllare se, e in quale misura, abbia manifestato recentemente le proprie opinioni politiche sui social. Sul piano nazionale, la situazione non è più incoraggiante. I risultati dei sondaggi elettorali che, da qualche giorno, indicano Lula in vantaggio hanno provocato le più gravi minacce di Trump contro il Brasile, a cominciare dall’imposizione di dazi del 25% sui prodotti brasiliani. Per evitare queste tariffe, gli Stati Uniti pretendono che Lula abbandoni gli accordi commerciali firmati con la Cina. Le conseguenze di un rifiuto potrebbero avvicinarci a quanto è accaduto – e continua ad accadere – in Venezuela, Ecuador, Bolivia, Cile, Perù e Colombia. Compagni di stadio NE «Le elezioni di ottobre saranno una guerra, con la pesante interferenza di Trump, di Rubio e della rete di relazioni della famiglia Bolsonaro, oggi un nome consolidato della destra», osserva una compagna. Mi guardo intorno. Siamo pochi. Siamo stanchi, invecchiati, e alcuni se ne sono andati troppo presto, ancora prima della pensione. Ho paura di ciò che i nostri nemici di classe potrebbero ancora riuscire a sottrarci. Ma so anche che sessant’anni di Mondiali e quattro decenni di lotte non sono poca cosa. Mentre scrivo questo testo per i cari compagni italiani, è prudente non fidarsi dei sondaggi e continuare a lavorare con determinazione in vista delle prossime elezioni. Non sappiamo ancora chi vincerà il Mondiale del 2026. Basta però guardare le tante squadre per capire che continuiamo a vivere nella genetica dei tanti calciatori di etnie diverse. Perché siamo stati, siamo e continueremo a essere seme e resistenza. Até a vitória, companheiros. Sempre. 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July 20, 2026
Popoff Quotidiano
Austria, la “migliore sindaca del mondo” è una comunista
I COMUNISTI CONSOLIDANO LA LORO PRESENZA A GRAZ, SECONDA CITTÀ DEL PAESE DOPO LA VITTORIA A SORPRESA DI CINQUE ANNI FA. MERITO DEL LAVORO DI PROSSIMITÀ DI ELKE KAHR Vianey Lorin su Mediapart Ancora una volta, la sorpresa era all’ordine del giorno. Se la rielezione di Elke Kahr, prima sindaca comunista di Graz, seconda città dell’Austria con oltre 300.000 abitanti, era stata annunciata, il risultato ottenuto dal suo partito, il KPÖ, lo era molto meno. I comunisti hanno raccolto quasi il 36% dei voti alle elezioni comunali di domenica 28 giugno. Un aumento di sette punti rispetto alle precedenti elezioni, cinque anni fa, dalle quali erano già usciti in testa, suscitando lo stupore tra i commentatori politici. Questa ampia vittoria conferma la strategia del partito e della sua leader, Elke Kahr, che punta sulla vicinanza ai cittadini e coltiva la sua immagine di rappresentante accessibile. Ha così rinunciato a utilizzare l’auto di servizio del Comune e quando, un anno fa, la città è stata sconvolta da una sparatoria mortale in un liceo, si è precipitata sul posto al volante della sua vecchia Citroën, riporta il quotidiano Der Standard. Secondo il giornale, due mesi fa, in occasione di un incendio, si è recata nuovamente sul posto e ha accompagnato personalmente un residente che aveva appena perso il proprio appartamento in un alloggio provvisorio. La rappresentante riceve regolarmente i cittadini per ascoltare i loro problemi: casa, difficoltà finanziarie, lavoro. Cinque anni fa Mediapart aveva assistito a uno di questi incontri in cui Elke Kahr aveva aiutato un’anziana signora a trovare una nuova sistemazione o una ragazza a finanziare l’intervento chirurgico del suo cane. Infatti, a Graz, il KPÖ non si limita a fornire consigli, ma a volte può offrire un aiuto finanziario ai residenti, prelevato in parte dallo stipendio dei propri rappresentanti eletti. OLTRE 300.000 EURO DEVOLUTI Elke Kahr devolve così più di due terzi del suo stipendio di sindaco e si trattiene 2.300 euro al mese. Anche gli altri rappresentanti eletti del KPÖ fanno lo stesso e, ogni anno, il partito organizza una conferenza stampa per presentare l’importo totale di queste donazioni: oltre 300.000 euro nel 2025, a beneficio di più di 2.500 famiglie. Un dato che fa digrignare i denti ad alcuni oppositori, che denunciano un approccio populista, se non addirittura un acquisto di voti. Questa pratica esiste tuttavia dal 1988 ed è ormai parte integrante del DNA del KPÖ a Graz. Dal 2005, Elke Kahr avrebbe così devoluto 1,3 milioni di euro. Questa immagine di eletta vicina alla gente, consapevole delle difficoltà dei suoi amministrati, spiega in parte i successi elettorali dei comunisti: «La dimensione personale è importante. Elke Kahr riesce a raggiungere un pubblico che va oltre la consueta base elettorale del KPÖ», analizza Matthias Kaltenegger, politologo dell’Università di Vienna, in un’intervista a Mediapart. La debolezza del partito a livello nazionale – il 2,4% dei voti alle ultime elezioni legislative del 2024 – può inoltre giocare a suo favore a livello locale, mobilitando i voti di protesta, secondo il ricercatore: «Il Partito Comunista non è più rappresentato in Parlamento dagli anni ’50. Nel suo programma critica il sistema politico, quindi può anche attrarre persone che guardano con sospetto alle istituzioni politiche». Un altro pilastro dell’identità politica del partito è la questione abitativa. Nel 1992, Ernest Kaltenegger, artefice delle prime vittorie del KPÖ, istituì il Mieternotruf, «il numero di emergenza per gli inquilini», che esiste ancora oggi. Chiamando questo numero, gli abitanti di Graz possono ricevere consulenza dal KPÖ in caso di controversie con un proprietario, per problemi relativi alla restituzione della cauzione o anche per far verificare il proprio contratto di locazione e accertarsi che i vari costi accessori non siano eccessivi. LA «MIGLIORE SINDACA DEL MONDO» Da allora, il partito non ha mai smesso di impegnarsi in questo ambito. Durante i suoi cinque anni alla guida della città, sono stati consegnati 420 nuovi alloggi comunali, ovvero alloggi sociali di proprietà del Comune. Il Comune ha acquisito terreni per costruire altri alloggi e per potenziare i trasporti pubblici. L’esecutivo comunale ha inoltre deciso di ridurre da cinque a un anno il periodo di residenza in città necessario per poter beneficiare di un alloggio comunale. Questa politica sociale è valsa a Elke Kahr il titolo di «miglior sindaco del mondo» nel 2024, assegnatole da City Mayors Foundation, una fondazione londinese che ha sottolineato «la sua dedizione e il suo altruismo al servizio della sua città e dei suoi cittadini». Si tratta tuttavia di misure che devono essere finanziate. Il Comune, però, è oggi indebitato per 2 miliardi di euro. Intervistata dall’emittente televisiva pubblica ORF su questo tema, Elke Kahr ha ricordato che la sua amministrazione aveva ereditato un debito di 1,6 miliardi, pur facendo fronte alle spese per l’edilizia abitativa e le infrastrutture pubbliche. Ha tuttavia ammesso di dover procedere a «adeguamenti strutturali», precisando: «Ma senza che ciò vada a discapito della popolazione. » Un altro punto di tensione: la politica di sviluppo dei trasporti pubblici, percepita da una parte della popolazione come ostile agli automobilisti. In particolare, sono stati eliminati 1.500 posti auto. Ciò limiterebbe l’attrattiva del centro città e l’attività commerciale, secondo i critici. «Bisogna chiedersi chi fa questo genere di affermazioni e perché. In realtà, grazie allo sviluppo dei trasporti pubblici e degli spazi verdi, il centro città sta diventando più attraente», ha risposto la sindaca nella sua intervista all’ORF. Un altro dato degno di nota di queste elezioni è il risultato modesto dell’FPÖ, il partito di estrema destra austriaco, che si è classificato al quarto posto con il 12% dei voti. Eppure governa la regione e rappresenta la prima forza politica del Paese. Un risultato che si spiega con la tradizionale divisione elettorale tra grandi città e zone rurali, ma anche con un caso di corruzione che continua a pesare sull’FPÖ a Graz, secondo Matthias Kaltenegger. Grazie a questo risultato, il KPÖ, che finora governava insieme ad altri due partiti, i socialdemocratici dell’SPÖ e i Verdi (Die Grünen), potrebbe limitarsi a un unico partner di coalizione, a priori gli ecologisti. Elke Kahr ha tuttavia promesso di avviare negoziati con tutti i partiti prima di prendere una decisione. Una cosa è certa: la prima sindaca comunista nella storia di Graz rimarrà tale. The post Austria, la “migliore sindaca del mondo” è una comunista first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Austria, la “migliore sindaca del mondo” è una comunista sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
June 30, 2026
Popoff Quotidiano
Un sabato fascista, a Roma
REMIGRAZIONISTI, PROVITA E VANNACCIANI, CIASCUNO PER SÉ, IN UN SABATO ROMANO. LA CITTÀ SI RIBELLA MA A COMPARTIMENTI STAGNI Si è conclusa con il coro “Boia chi molla è il grido di battaglia” e il saluto fascista, la manifestazione del 13 Giugno a Roma di “Remigrazione e riconquista”, dopo un corteo che ha percorso via Cola di Rienzo per chiedere l’approvazione di proposta di legge di iniziativa popolare che ha raccolto 150mila firme, il triplo del necessario. In piazza, a giudicare dalle immagini prese dall’alto c’erano forse 4-5mila persone che gli speaker hanno moltiplicato per quattro per galvanizzare un corpaccione militante che vive nel mondo immaginario della sostituzione etnica e nel terrore della crisi del maschio bianco occidentale ma che, con evidenza riesce a pescare in settori popolari smarriti dalla policrisi. “L’immigrazione non è solo un problema di sicurezza, ma di identità nazionale. È in atto una sostituzione del popolo italiano ed europeo – ha gridato durante un comizio finale a piazza Risorgimento, a pochi metri dal Vaticano, il presidente del Comitato, Luca  Marsella – e la soluzione non può essere importare qui nuovi italiani perché nuovi italiani non lo saranno mai”. Marsella è il portavoce di Casa Pound Italia, sodalizio che si autodefinisce di “squadristi del III millennio” e vanta un cumulo di condanne per reati legati a episodi di squadrismo, la più recente è la condanna del Tribunale di Bari di 12 camerati della tartaruga frecciata (simbolo di CPI), nell’inverno di quest’anno, per l’aggressione al corteo antifascista nel capoluogo pugliese avvenuta nel 2018 (tra le persone aggredite anche l’allora europarlamentare Prc, Eleonora Forenza). Eppure sono loro a sentirsi vittime: per non essere riusciti a presentare la legge in una conferenza al Parlamento, per essere stati processati (così giurano) “per aver sventolato un tricolore”, e per essere vittime della censura dei media perché «non facciamo parte di questo sistema marcio». Ecco quanti erano i remigrazionisti su via Cola di Rienzo I riconquistatori-remigrazionisti si dichiarano contro la “Società aperta” perché sarebbe questa a produrre solitudine, degrado e precarietà nelle periferie e denunciano quello che chiamano «senso di colpa europeo». Si rifanno a teorie che dalla Nouvelle Droite francese si sono riverberate nell’arco di una trentina d’anni sulle destre fascistoidi di tutta Europa, oggi ne sono alfiere esperienze naziste come gli identitari austriaci di Martin Sellner, i tedeschi di AfD, e gli autori del recentissimo pogrom di Belfast. Nessuna bandiera di partito, nessun cartello fatto in casa, «porta solo un tricolore», chiedevano i promotori negli appelli sui social, rivolgendosi a «tutti gli italiani che vogliono rialzare la testa», «non vi sarà spazio per personalismi o sigle». Remigrazione e riconquista è la coalizione di scopo con cui la diaspora fascistoide brandisce la parola d’ordine della remigrazione per coagulare forze a destra dell’attuale destra di governo con cui ha comunque molti rapporti e “porte girevoli” dalle quali transitano esponenti locali dei vari gruppuscoli. I più riconoscibili, oltre a CPI, sono il Popolo delle mamme (no vax, la cui fondatrice, Simona Boccuti, nel 2024 aveva festeggiato il compleanno del Duce a Predappio), la Rete dei Patrioti (scissione di Forza Nuova), poi c’è Rinascita nazionale, l’associazione Evita Perón, vicina a Forza Nuova, il Veneto Fronte Skinheads e alcuni amministratori locali in quota Lega che, con Borghezio prima e Salvini poi, ha sempre flirtato con ambienti identitari il cui mood si condensa così: «I popoli europei hanno diritto a esistere, a restare sé stessi, a perseverare la propria continuità storica, antropologica e culturale», come tuona dai social un faccione corrucciato convocando questa manifestazione come primo passo della “riconquista”. Il secondo sarà quello di provare a rientrare in Parlamento per illustrare la legge in una conferenza stampa. E’ esplicita la pressione sui partiti di destra perché la proposta arrivi in Aula. Il messaggio agli eletti di Lega e FdI è che tutto ciò dovrebbe rappresentare lo “spartiacque” che svelerà chi tra loro è davvero “dalla parte della nazione”. La prima volta gli è andata male: era il 30 gennaio e un parlamentare salviniano, Frugiele, aveva apparecchiato per loro la sala stampa di Montecitorio ma alcuni deputati di M5S, Pd, Alleanza Verdi e Sinistra e +Europa l’hanno occupata provocando l’annullamento della conferenza. Il 1° Aprile, l’Ufficio di presidenza della Camera dei deputati, ha sospeso per diversi giorni 32 parlamentari dell’opposizione. Ma che cos’è la proposta di legge che ha raccolto 150mila firme intercettando un senso comune degradato da decenni di emergenza sicurezza enfatizzata per coprire i mandanti reali del massacro sociale? La remigrazione sarebbe, parole loro, un po’ meno di deportazione, ma molto più di un decreto sicurezza sui rimpatri, una «postura politica dello Stato» contro tre categorie di esseri umani. Primi della lista i “clandestini”: per loro tolleranza zero, registro nazionale delle espulsioni e blocco delle Ong. In secondo luogo i “regolari” che commettono reati e allora dovrebbero scontare la pena nel paese d’origine e, se già cittadini per naturalizzazione, dovrebbero perdere la cittadinanza. Infine i regolari “non assimilati” o che pesano sullo stato sociale, ossia chi vivrebbe in “comunità separate tentando di imporre usi incompatibili con le nostre leggi” o che “lavora e grava sui servizi pubblici”, per loro niente ricongiungimenti familiari e una remigrazione “non forzata” ma “incentivata”, oltre all’abolizione del decreto flussi. Una proposta insostenibile a tutti i livelli (etico, politico, economico, storico) ma che alle destre serve per spacciare paura tra i settori popolari per i quali non possono agire collanti di altro tipo visto che ogni risorsa sarà dirottata sul riarmo negli anni a venire. il corteo antirazzista si snoda lungo via Cavour Tutto questo è avvenuto in un sabato italiano attraversato da altre manifestazioni: sul fronte destro quella dei Pro Vita, composito fronte antiabortista non meno reazionario dei remigrazionisti, e la kermesse di fondazione di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci (già intorno al 5% nei sondaggi). Quale sarà il rapporto tra i “futuristi” dell’ex europarlamentare leghista e i “riconquistatori”, futuristi anche loro nel senso dell’attitudine manesca e guerresca della tradizione marinettiana? Certo è che la remigrazione è una parola d’ordine che li accomuna dentro il medesimo milieu allucinato. Ma per adesso si profila una sorta di contesa dello spazio a destra della destra. Significative alcune parole di Marsella nel comizio finale: «Non ci servono generali, a noi servono combattenti e voi dovete esserlo – prosegue rivolgendosi ai manifestanti – noi non siamo qui per perdere ma per “vincere e vinceremo”». Da sinistra la risposta c’è stata, ma per ora solo con due manifestazioni romane e rigidamente separate a sancire una difficoltà, che segnaliamo da tempo, nella costruzione di un movimento sociale all’altezza delle necessità, convergente sulle questioni cruciali della guerra, del riarmo, dell’opposizione sociale. Da un lato l’ombra lunga del “campo largo” su alcuni importanti settori della sinistra radicale legati ad AVS e a parte del Prc, dall’altro il richiamo autorenferenziale alla costruzione di un polo indipendente da parte di Pap e Usb su posizioni anti-Cgil e pure campiste sul piano internazionale. Un contesto deformato sia dalle strettoie del sistema elettorale, sia da una attitudine alla frammentazione politica che pare inarrestabile da almeno dieci anni. Ai due cortei complessivamente hanno partecipato intorno alle 10mila persone: due terzi hanno sfilato tra il Colosseo a piazza Vittorio, nel quartiere più multietnico del centro cittadino, dietro uno striscione che diceva Fuck Remigration, i restanti (la galassia Usb) hanno raggiunto in corteo la sede del ministero dei trasporti guidato da Salvini. The post Un sabato fascista, a Roma first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Un sabato fascista, a Roma sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
June 14, 2026
Popoff Quotidiano
Con una gran voglia di ballare: il festival di Arci Roma
DAL 16 AL 21 GIUGNO 2026 AL PARCO DELLE VALLI ARCI ROMA PRESENTA “ARCI ROMA INCONTRA IL MONDO”   MARTEDÌ 16 GIULIA MEI OPEN SELTON MERCOLEDÌ 17  99 POSSE / ASIAN DUB FOUNDATION (UK) GIOVEDÌ   18 BANDABARDÒ OPEN ALDOLÀ CHIVALÀ VENERDÌ 19 FRANKIE HI-NRG MC SABATO 20 PRISCILLA | SARAFINE DOMENICA 21 47 SOUL (PALESTINE) / OPEN FUCKSIA CON UNA GRAN VOGLIA DI BALLARE, DAL FIUME AL MARE qui il programma sera per sera Lo storico appuntamento dell’Estate Romana si reinventa al Parco delle Valli intrecciando la storia del laghetto di Villa Ada con quella della Festa dei circoli Arci  della città metropolitana. 90 circoli, più di 100mila socз, 6 giornate di festa, 10 concerti live, incontri, dj set, laboratori artistici e tanta voglia di tornare a stare insieme C’è un suono che non si è mai spento del tutto! Un’energia rimasta sospesa, in attesa del momento giusto: è Roma Incontra il Mondo, sei giorni concentrati, intensi, necessari. Dal 16 al 21 giugno all’Arena Rino Gaetano del Parco delle Valli, senza biglietto d’ingresso – per questa edizione – e aperti a tutti coloro che vorranno far parte della rete Arci. Un’edizione compatta, radicale nella forma e fedele nello spirito che ha contraddistinto le trenta edizioni di Villa Ada, con il patrocinio del III Municipio che ha accolto con entusiasmo il nostro storico format all’insegna dell’incontro fra le culture, dell’aspirazione alla pace tra i popoli e alla giustizia sociale. Un palco d’eccezione, un modello di convivialità e socialità attento alla relazione con il territorio, con l’ambiente, curioso della città, solidale con le vertenze sociali. STESSA ATTITUDINE, NUOVA INTENSITÀ.                     Tutto ciò accadrà intrecciando la scena con quella della Festa dei Circoli di Arci Roma, giunta alla terza edizione dopo aver risuonato festosamente a Parco Pallavicini e al Parco Marta Russo di Labaro. Con i suoi 90 circoli e 100.000 sociз, più di 5mila iniziative l’anno, Arci Roma anima il territorio metropolitano promuovendo cultura, partecipazione e diritti. E’ un motore di produzione culturale diffusa: sostiene la nascita di associazioni e spazi indipendenti. I circoli sono sempre più protagonisti della scena artistica romana, del dibattito politico e culturale, delle attivazioni territoriali, ciascuno nella sua autonomia e secondo le rispettive vocazioni. I DIALOGHI I temi che risuoneranno ad Arci Roma Incontra il Mondo sono quelli più cari allз sociз e ai circoli: la solidarietà con i popoli oppressi, la denuncia del neocolonialismo in ogni sua forma, l’attenzione alla Palestina (21 giugno), alla sua cultura, al suo popolo che resiste al genocidio. Il 20 giugno, giorno del Roma Pride, il festival vibrerà in connessione stretta con le comunità lgbtqia+ e agli spazi del transfemminismo. Particolare attenzione verrà posta sulle politiche giovanili (siamo la rete nazionale con l’età media più bassa) a partire dal grande tema della “città della notte” cancellato dall’agenda politica mainstream decisamente ignara dei nuovi modelli di aggregazione sociale e di fruizione culturale e per questo incapace di rispondere ai bisogni di socialità se non attraverso le lenti fuorvianti delle categorie decoro/degrado e con strette securitarie. I dialoghi serali, immediatamente prima dei concerti, vedranno ogni sera sul palco intellettuali, esponenti politici, giornalistз. Si apre il 16 giugno con le “domande vere sulla sinistra” che Salvatore Cannavò (direttore di Jacobin) rivolgerà a Pier Luigi Bersani. Il giorno successivo, mercoledì 17, Sandro Medici e Christian Raimo si confronteranno su “A che punto è la città”, con loro il giornalista. Giuliano Rosciarelli. L’internazionalismo e il mutualismo conflittuale saranno al centro dei ragionamenti del dialogo del 18 giugno tra l’attivista fiorentina Antonella Bundu, già candidata governatorƏ della Regione Toscana, e la scrittrice Valentina Petrini. Il 19 giugno, Martina De Felice (Il Fatto Quotidiano) intervista il professor Alessandro Orsini: “Capire la guerra, immaginare la pace”. Si chiude all’insegna della Palestina, domenica 21 giugno quando Francesca Fornario intervisterà Maya Issa, presidente del Movimento Studenti Palestinesi in Italia e, in collegamento, Enzo Iachetti. L’intervista sarà preceduta da una tavola rotonda sul boicottaggio culturale curata dalla rete del BDS Roma. I progetti Sai Aida gestiti da Arci Roma nei Comuni di Roma e Monterotondo, il Progetto Sai Gea gestito da Arci solidarietà a Roma, promuoveranno una serie di attività nell’ambito del festival in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato: mostre, incontri, laboratori e momenti pubblici di confronto. Già il 16 Giugno è previsto un momento inaugurale a cura di OMAR – Orchestra Multietnica Arcobaleno Roma – in versione acustica, progetto che vuole favorire l’integrazione e il dialogo interculturale, offrire spazi di espressione a musicisti migranti e rifugiatз e testimoniare la ricchezza delle diversità. Per il 17 giugno si prevede l’inaugurazione dello spazio espositivo curato dai progetti Sai Gea e Sai Aida di Roma Capitale con varie mostre: “Andare, Abitare, Sognare”, “Geografie Ribelli”, “Radici in cammino”, “Abitare le distanze” “AIDALANDtrait”. Di particolare rilevanza, giovedì 18 giugno, l’attività di formazione a cura di Papia Aktar, responsabile dello sportello immigrazione di Arci Roma, dal titolo “Il nuovo Patto Europeo sul diritto d’asilo: uno stravolgimento del sistema democratico che mette tutti a rischio”, dedicata all’analisi delle trasformazioni in corso nelle politiche europee sull’asilo. Venerdì 19 giugno sarà la giornata Mondiale del Rifugiato. Si inizierà con il laboratorio di arti visive “Nuvole e Arcobaleni” in cui lз partecipanti verranno guidate attraverso una fiaba alla realizzazione di un manufatto artistico collettivo prodotto dall’inclusione dei singoli segni e dalla scoperta delle loro relazioni. Seguirà l’assemblea pubblica “Parlano loro: gli ostacoli all’integrazione raccontati da chi li ha vissuti. Praticare l’antirazzismo”, spazio di confronto collettivo e partecipazione. L’assemblea si concluderà con un momento conviviale dedicato allз ospiti dei progetti. Il concerto serale verrà introdotto da un cortometraggio “Abitare le distanze”, una restituzione delle aspettative di rifugiatз accolte a Roma, realizzato dal progetto Sai Gea. Attraverso questo percorso di sei giorni, il festival si configura come uno spazio pubblico di narrazione e restituzione del lavoro del SAI, con l’obiettivo di promuovere pratiche concrete e condivise di accoglienza e convivenza. LA MUSICA Arci Roma Incontra il Mondo si muove nel solco dell’esperienza di Villa Ada stabilendo il contatto tra le tendenze artistiche internazionali e la rete dei circoli romani. Si apre il 16 Giugno con il concerto di Giulia Mei, che proprio al Parco delle Valli inaugura il suo tour estivo con una nuova scaletta. Il pop d’autore di Giulia Mei intreccia la vocazione cantautorale, gli influssi elettronici e la formazione classica di questa giovane pianista palermitana. Travolgente ed ironica, Giulia porterà tutta la sua energia sul palco, dove incontrerà anche il sound dei Selton. Nati a Porto Alegre, persi a Barcellona e ritrovati a Milano, i Selton mescolano pop, cantautorato e tropicália. Il loro live è una festa di qualità che sorprende. Oltre ai loro classici, i brani estratti dal doppio album Gringo per la prima volta sui palchi dei festival italiani. Il 17 Giugno due band iconiche per un concerto unico, due progetti sonori che hanno segnato la storia della musica alternativa e la colonna sonora dei movimenti sociali: 99 Posse e Asian Dub Foundation. Lo storico gruppo napoletano, pilastro del rap/dub italiano, nato nel 1991 come espressione di un centro sociale occupato, e la band londinese fondata da artisti di seconda generazione, famosa per il sound unico che combina ritmi ragga jungle, linee di basso dub, chitarre punk e trascinanti liriche militanti. Il 18 Giugno arriva al festival una delle band più amate della scena indipendente italiana: Bandabardò. Sarà la tappa romana del tour celebrativo di Se mi rilasso… collasso, lo storico album live che, a venticinque anni dall’uscita, torna a risuonare nella sua dimensione naturale: il palco. Il progetto continua a evolversi tra musica, parola e sperimentazione, mantenendo un’identità originale e riconoscibile. Una serata per ritrovarsi sotto palco, tra musica, memoria e la potenza di un live anticonformista che continua a parlare al presente. Prima di Bandabardò salirà sul palco Aldolà Chivalà. Dai soliloqui provocatori di Aldo nei locali del centro di Napoli prende forma un progetto unico: parole recitate e slam si fondono con elettronica e sample, dando vita a una forma ibrida tra poesia orale e canzone. Le liriche, prevalentemente in dialetto napoletano, giocano con suono e significato, attraversando attualità, esistenzialismo e nonsense con ironia e provocazione. Dal primo disco “Discontinuo” (2011), il progetto cresce nella scena underground campana e nei live in Italia e all’estero, tra festival, club e palchi importanti. Dopo anni di silenzio discografico, e a pochi mesi dal ritorno con un nuovo album, Frankie hi-nrg mc approda il 19 giugno sul palco del festival per una delle rarissime date italiane di “Voce e batteria”, un progetto essenziale, fisico e potentissimo. L’artista che ha riscritto le regole del rap italiano con brani entrati nella storia della scena sceglie di spogliarsi di tutto il superfluo e riportare la musica alla sua ossatura primaria: voce, batteria, ritmo. Un ritorno all’origine dell’hip hop, senza sequenze né loop, dove ogni suono nasce dal vivo attraverso le bacchette di Donato Stolfi, batterista e compagno di questo viaggio sonoro. Un confronto artistico nato dalla consapevolezza che i testi di Frankie continuano a parlare con impressionante lucidità al presente, conservando intatta la loro forza politica, ironica e visionaria. “Perché c’è bisogno di muoversi ragazzi – ricorda Frankie – altrimenti è un casino”: ed è proprio questa urgenza, viva e pulsante, a rendere “Voce e batteria” molto più di un concerto. Al ritorno dalla parade del Pride, il sabato del festival, il 20 Giugno, proporrà una performance di Priscilla, attivista queer, antifascista e transfemminista. Si definisce “artivista” perché crede che l’arte possa essere uno strumento rivoluzionario, a disposizione delle lotte per l’autodeterminazione. Per Priscilla ogni lotta è internazionale e in ogni sua performance porta sul palco la Kefiah. A seguire “Questo è il nostro show”, progetto live con cui Sarafine, cantautrice e produttrice calabrese, continua a ridefinire i confini della performance musicale contemporanea tra dubstep, techno, trap e pop una musica cruda, lucida, personale. Dopo un primo percorso come cantante e chitarrista folk, vive per molti anni tra Belgio e Lussemburgo dove il suo stile si evolve contaminato dalle sonorità elettroniche tipiche del nord Europa. Nel marzo 2026 pubblica il nuovo singolo “Potevamo fare schifo insieme” e annuncia il “Tour estate 2026”, che la porterà con la sua band nelle città italiane e sui palchi dei principali festival. Fucksia e 47 Soul saranno protagonistз della serata conclusiva, il 21 Giugno, dedicata alla Palestina. Tra dj set e live experience, le Fucksia sono un trio italo-brasiliano transfemminista e queer che unisce attitudine punk, estetica rave e sonorità dance/rap, dando vita a una musica ad alta energia e fortemente politica con testi e pratiche artistiche esplicitamente schierate su temi femministi, queer e politici. Formate nel 2021 con il loro primo EP d’esordio “Twelve” hanno poi nel 2024 pubblicato il loro primo album “EXAGERATE”. Il 4 ottobre 2025 è uscito  il singolo” MURO DI CASSE” che diventa un simbolo delle lotte pro pal in tutta italia. Si susseguono poi la pubblicazione di “1312” condannando gli abusi di potere e la repressione, “BLOCCHEREMO TUTTO” fino all’ultimo singolo uscito ad aprile 2026 “BELLA MER” Un brano che parla di liberazione, resistenza e rifiuto delle narrazioni tossiche. 47SOUL è un collettivo nato nel 2013 tra Giordania, Palestina e Londra che ha creato lo “Shamstep”, un mix di elettronica, hip-hop e Dabke tradizionale. Strumenti e sonorità del Levante e influenze globali per un suono ibrido e testi politicamente inequivocabili. Sul palco si distinguono per live ad altissima energia e quasi sempre sold out nelle principali città globali. Il loro nome allude al 1947, l’anno immediatamente precedente a quello della fondazione dello stato di Israele e della prima guerra arabo-israeliana, prima di confini che i 47 Soul vogliono cancellare, celebrando la memoria di quel 1947 a suon di musica. LA LOGISTICA Il parco delle Valli fa parte della Riserva Naturale Valle dell’Aniene e si trova all’interno della zona urbanistica di Conca D’Oro del III Municipio. Una pista ciclabile lo collega con Villa Ada, la location in cui, tra il 1995 e il 2021, si è tenuta la storica manifestazione dell’Estate Romana. Il festival è a pochi metri dalla fermata Conca d’Oro della linea B1 della metropolitana e non è distante dalla stazione ferroviaria di Roma Nomentana della FL2. Dopo le ore 24 funzionano i bus notturni MB1 e n92. LA SOCIALITÀ Lo spazio del festival sarà aperto dalle 15 alle due del mattino. Funzionerà un’area bimbi e ci saranno spazi a disposizione di ONG e associazioni del territorio. Stiamo selezionando i migliori food truck per un’offerta culinaria variegata. La mescita sociale riprodurrà l’atmosfera di socialità dei nostri circoli, con estrema attenzione all’impatto ambientale della festa a partire dalla messa al bando dei prodotti sotto boicottaggio da parte delle campagne contro sionismo e colonialismo e della plastica nelle bottiglie e nelle stoviglie. Prodotti e bevande verranno proposti anche sulla base dell’attenzione dei produttori alla sostenibilità socio-ambientale degli ingredienti e delle filiere. Sarà disponibile solo acqua pubblica e gratuita. L’ingresso al festival, per questa edizione, è gratuito – sarà sufficiente mostrare all’ingresso la tessera Arci – così che chi frequentava Villa Ada possa incrociare la comunità dell’Arci e confrontarsi insieme su un modello alternativo di aggregazione sociale, capace di sottrarre i linguaggi dell’arte e della cultura a ogni logica consumista e restituirli alla città. Non è intrattenimento. È spazio politico. È socialità che non si compra. pressikit  ARCI ROMA INCONTRA IL MONDO Arena Rino Gaetano, Parco delle Valli Via Conca d’Oro – Roma Dalle ore 21.30 a mezzanotte concerti main stage a seguire djset. Sito web: https://www.arciroma.it/ Facebook: https://www.facebook.com/ArciRomaIncontrailMondo/ Instagram: https://www.instagram.com/arci_roma_incontra_il_mondo/ media partner Rete No Bavaglio | Radio Rock INFO PER IL PUBBLICO arciromaincontrailmondo@gmail.com Info line (+39) 0641734712 The post Con una gran voglia di ballare: il festival di Arci Roma first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Con una gran voglia di ballare: il festival di Arci Roma sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
June 12, 2026
Popoff Quotidiano
Osservare l’inguardabile, sviluppare libertà
IL RUOLO DELLA FOTOGRAFIA MILITANTE NEI PERCORSI DI SMANTELLAMENTO DEL SISTEMA MANICOMIALE A PARTIRE DALLA MOSTRA IN CORSO A CASTELNUOVO MAGRA “Non so che cosa sia la follia. Può essere tutto o niente. La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragione d’essere”: questa le parole che Franco Basaglia pronuncia nelle conferenze che, tra il giugno e il novembre del 1979, tenne a San Paolo, Rio de Janeiro e Belo Horizonte, dove si era recato per dialogare con studenti, professori, medici, terapeuti e sindacalisti. Queste parole sono un po’ il suo testamento intellettuale un anno prima della sua scomparsa, ed è proprio la figura dello psichiatra Franco Basaglia (1924-1980) il motivo ispiratore della mostra fotografica La liberazione possibile. Il manicomio, Franco Basaglia e noi, inaugurata Venerdì 5 giugno a Castelnuovo Magra (SP). La mostra, che è curata da Archivi della Resistenza, con la collaborazione di Tatiana Agliani, vede la partecipazione dei fotografi Carla Cerati, Gianni Berengo Gardin, Luciano D’Alessandro, Uliano Lucas, Paola Mattioli, Emilio Tremolada e Enzo Umbaca, che con i loro scatti hanno dato visibilità al cammino che Franco Basaglia ha tracciato rivoluzionando l’assistenza mentale e promuovendo la progressiva abolizione dei manicomi con la Legge 180 del 1978, che porta il suo nome. “La mostra offre uno sguardo sulla questione psichiatrica e sulla straordinaria storia di Franco Basaglia – scrive Agliani – Abbiamo scelto di concentrarci sul lavoro di sette autori particolarmente significativi che, in diversi momenti storici, hanno raccontato la riforma con scelte narrative diverse l’una dall’altra”. Se Franco Basaglia fu indubbiamente il protagonista assoluto di quella straordinaria stagione, alla base ci fu una battaglia corale, che consentì di trasformare l’approccio alla malattia mentale da reclusione a cura, e i pazienti da malati a ospiti, restituendo dignità, diritti e libertà a chi era stato recluso ed emarginato. La chiusura di queste istituzioni totali disumanizzanti fu un atto rivoluzionario e trovò nella comunicazione, e in particolare nella fotografia, una alleata fondamentale, che consentì di denunciare la condizione dei malati reclusi, suscitare indignazione e creare consapevolezza. Accanto all’azione politica e scientifica dello psichiatra veneziano, un gruppo di fotografi italiani contribuì infatti a mostrare all’opinione pubblica la realtà nascosta dei manicomi. Nomi come Carla Cerati, Gianni Berengo Gardin, Luciano D’Alessandro, Uliano Lucas, Paola Mattioli ed Emilio Mattioli documentarono le condizioni di vita delle persone internate, trasformando la fotografia in uno strumento di denuncia sociale. Le loro immagini restituivano i volti, i corpi e la dignità negata dei ricoverati, mostrando ambienti segnati da isolamento, contenzione e spersonalizzazione. Particolarmente influente fu il volume Morire di classe (1969), realizzato da Cerati e Berengo Gardin con testi di Basaglia e Franca Ongaro Basaglia, che contribuì a scuotere la coscienza pubblica e a mettere in discussione l’istituzione manicomiale. Questi fotografi non si limitarono a registrare una realtà esistente, ma parteciparono attivamente a un processo di cambiamento culturale: le loro immagini divennero prove visive della necessità di superare una concezione della malattia mentale fondata sull’esclusione e sulla segregazione. Gianni Berengo Gardin, Ospedale Psichiatrico Provinciale di Parma a Colorno In questo senso, la fotografia fu parte integrante della battaglia che avrebbe portato alla Legge 180 del 1978, contribuendo a diffondere il messaggio basagliano secondo cui la persona affetta da sofferenza psichica doveva essere riconosciuta anzitutto come cittadino titolare di diritti e non come un soggetto da nascondere alla società. Carla Cerati, Ospedale Psichiatrico Provinciale di Gorizia Come Morire di classe, Gli esclusi di Luciano D’Alessandro ha contribuito a rendere visibile una realtà che fino ad allora era rimasta nascosta agli occhi della società italiana. Attraverso la forza del linguaggio fotografico, D’Alessandro ha trasformato la macchina fotografica in uno strumento di denuncia civile, anticipando e sostenendo il processo di sensibilizzazione che avrebbe accompagnato le battaglie di Franco Basaglia per la chiusura dei manicomi. Gli esclusi è stato uno dei primi reportage fotografici italiani dentro un manicomio, mostrando al grande pubblico ciò che accadeva dietro le mura delle istituzioni totali denunciate dal Nostro psichiatra. Manicomio Materdomini, Nocera Superiore, Salerno Questo reportage, che appresenta ancora oggi una testimonianza storica di straordinario valore, capace di mostrare come l’esclusione dei malati mentali fosse prima di tutto una questione sociale e politica, oltre che sanitaria, adesso è integralmente in mostra a Castelnuovo Magra. Il progetto fotografico Tracce di creatività di Paola Mattioli, anch’esso in mostra, documenta la trasformazione culturale avviata da Basaglia, concentrandosi sulle attività artistiche, espressive e creative sviluppate all’interno dei servizi di salute mentale e delle comunità terapeutiche. Le fotografie non mostrano più il malato mentale come vittima passiva della segregazione, ma come soggetto capace di esprimere emozioni, desideri e potenzialità creative. Attraverso laboratori di pittura, teatro, scrittura e attività manuali, Mattioli restituisce un’immagine della sofferenza psichica profondamente diversa da quella veicolata dall’istituzione manicomiale tradizionale. La creatività diventa così una forma di comunicazione, relazione e riconquista della propria identità, in piena sintonia con la visione basagliana che poneva al centro la persona e non la malattia. Tra le testimonianze fotografiche più significative della stagione basagliana a Trieste si colloca la serie Paradiso terrestre, realizzata da Mattioli nel 1973 presso l’Ospedale Psichiatrico Provinciale di Trieste. “Paradiso terrestre e un titolo meraviglioso dato a una mia fotografia da qualcuno negli archivi dell’ospedale […] L’ho assunto perché mi sembra un nome meraviglioso e che dà proprio il senso di questo grande stupore che ho provato quando ho aperto una porta, e mi sono trovata davanti un controluce magico di cose appese, un inno alla creatività, una cosa magica, meravigliosa. Poi sai, davanti alle immagini vedi il clima, capisci il clima che ci doveva essere stato” leggiamo nell’intervista all’autrice presente nel catalogo della mostra.   Padiglione P, Ospedale Psichiatrico Provinciale di Trieste “Il Paradiso terrestre” A differenza dei reportage di denuncia che avevano caratterizzato la fine degli anni Sessanta, il lavoro di Mattioli documenta una fase diversa della rivoluzione psichiatrica: non più soltanto la sofferenza prodotta dall’istituzione totale, ma i processi di liberazione, creatività e reintegrazione sociale promossi da Basaglia e dai suoi collaboratori. Le fotografie sono legate alle attività del Laboratorio P, coordinato da Giuliano Scabia, e ai progetti artistici che coinvolgevano pazienti, operatori e cittadini in uno spazio comune di espressione culturale. Il titolo Paradiso terrestre richiama proprio l’idea di un luogo in cui fosse possibile immaginare nuove forme di convivenza e di libertà, superando la separazione tra il “dentro” e il “fuori” del manicomio. E a Trieste arrivò anche Emilio Tremolada, in mostra con due album. “Ho avuto la fortuna di conoscere Franco Basaglia. Nel 1975 sono stato al San Giovanni, l’ospedale psichiatrico di Trieste, prima a febbraio per alcuni giorni e poi per tutto il mese di agosto. È stata un’esperienza che ha segnato per diversi motivi la mia vita ed è stato il mio primo lavoro da fotografo”, ha dichiarato nell’intervista. Da questa esperienza nasce La follia del posto, una serie di scatti in cui ritrae il lavoro che l’artista Ugo Guarino teneva nell’ospedale psichiatrico, all’interno del padiglione Q, il cosiddetto “modulo Arcobaleno”, oltre a tanti ritratti delle persone incontrate lì dentro.  “Mi ricordo molto bene di alcune persone, mi ricordo di Liubo, che suonava il pianoforte nel reparto Q, mi ricordo un altro tipo fantastico con cui non ho mai parlato, solo che lo incontravamo nei viali e lui ci faceva delle suonate con l’armonica a bocca. Una volta si mise a cantare una vecchia canzone con il suo accento friulano e con piccola modifica al testo: ‘Pino solitario ascolta… la canzone dell’alcolizà…’, da lì abbiamo iniziato a chiamarlo Pino Solitario. Poi c’era Regina che ci accompagnava, io e Alessandra arrivavamo di mattina nell’ospedale e cominciavamo a girare nel grande parco con i diversi padiglioni, Regina ci veniva incontro, ci salutava, chiacchierava, era una presenza bellissima, era talmente presente che poi l’ho vista in molte foto di altri fotografi, insomma era proprio una personalità”, ha raccontato Tremolada nell’intervista riportata nel catalogo. Con Regina al bar il Posto delle Fragole, OPP Trieste (agosto 1975) Nel secondo album, Una perfezione manicomiale, Tremolada riflette sull’eredità materiale e simbolica dell’istituzione manicomiale. Il suo lavoro si concentra sugli spazi rimasti dopo la chiusura dei manicomi, interrogando il rapporto tra architettura, controllo sociale e memoria. Le fotografie ritraggono padiglioni abbandonati, corridoi vuoti, cancelli, mura e ambienti ormai privi dei loro abitanti, ma ancora carichi delle tracce lasciate da decenni di internamento. L’espressione “perfezione manicomiale” richiama l’efficienza con cui l’istituzione totale organizzava e regolava ogni aspetto della vita dei ricoverati, secondo una logica di separazione dal resto della società. Tremolada affronta la decostruzione concettuale del sistema del manicomio per cui fotografa gli spazi manicomiali e li affianca in una serie di dittici alle cartelle cliniche dei pazienti, e ragiona sulla memoria e su quella che è stata la segregazione per i pazienti. Cella di isolamento. Reparto Lombroso. Ospedale Psichiatrico San Lazzaro, Reggio Emilia, a fianco: Pazzo. Museo di Antropologia Criminale “Cesare Lombroso”, Torino “In certo modo la stessa operazione la fa anche Enzo Umbaca – scrive la curatrice Agliani – che entra al Paolo Pini, dove ancora ci sono, negli anni ‘90, gli ultimi degenti, durante un laboratorio artistico dentro la struttura: dà la macchina fotografica in mano agli utenti e li lascia liberi di raccontare la propria quotidianità. E la casualità vuole che, all’interno dell’ospedale, trovi una serie di lastre di ritratti fatti ai pazienti fra gli anni ‘30 e ‘60, che e accosta a quelle degli utenti fotografi. Ne nasce una contrapposizione fortissima”. Uliano Lucas affronta la malattia mentale dal 1975 proponendosi una nuova iconografia attenta a non stigmatizzarla. La sua fotografia non ha abbandonato questi temi, anche dopo l’abolizione del manicomio, ma ha continuato a lavorarci, fornendo così una testimonianza fondamentale per indagare le trasformazioni successive. “Nel corso degli anni Ottanta e Novanta, egli si è focalizzato sull’essere umano, sulla sua riconquistata fisicità, sulle sue piccole storie vissute al di fuori delle mura delle strutture psichiatriche, sulle esperienze di integrazione sociale sperimentate dai nuovi indirizzi psichiatrici”, ha scritto di lui Gioacchino Toni. Lucas ha raccontato il momento di passaggio, l’apertura delle porte dei manicomi e ha seguito, nel corso di decenni, i vari momenti della nascita dei nuovi centri di assistenza, delle case alloggio, delle nuove forme di terapia, realizzando un reportage lungo 35 anni, come testimonia l’ultima foto in mostra che è del 2010. Sono scatti realizzati in varie parti d’Italia, da Trieste, che non poteva mancare visto che ha ospitato l’avventura di Basaglia, alla Puglia. In una casa alloggio del Centro di salute mentale, Grosseto, 2010 Le sue fotografie testimoniano come la chiusura dei manicomi non abbia rappresentato soltanto una riforma sanitaria, ma anche un cambiamento culturale volto a restituire cittadinanza, dignità e possibilità di espressione a persone per lungo tempo escluse dalla vita sociale. Utenti del centro diurno di Lequile ai corsi del laboratorio teatrale “Espressività e benessere”, Lecce, 1998 La mostra offre a tutti e a tutte noi una grandissima opportunità, quella di vedere in una sola volta i materiali di alcuni dei più importanti fotografi e artisti italiani che, nel corso degli anni, si sono occupati della salute mentale e della rivoluzione che in questo campo portò Franco Basaglia, dapprima denunciando la condizione di umiliazione e segregazione dei manicomi, poi documentando e interpretando mano a mano il fermento culturale e politico che riuscì promuovere quella presa di coscienza, con l’apertura delle strutture e il progressivo superamento dell’istituzione. Una straordinaria stagione culturale e sociale dell’anti-autoritasimo italiano, per certi versi irripetibile, a cui la fotografia ha dato un contributo di fondamentale importanza, ma una stagione che ci induce anche a riflettere sul presente e sul fatto che se una liberazione è stata possibile, allora anche altre liberazioni sono oggi possibili. La mostra, purtroppo non accessibile ai disabili motori, sarà visitabile presso la Torre dei Vescovi di Luni a Castelnuovo Magra (SP), dal 5 giugno al 18 ottobre 2026. Il catalogo della mostra, a cura di Archivi della Resistenza, è uscito nella collana “Verba manent – Serie sguardi” presso Edizioni ETS di Pisa. Si può acquistare in loco o sulla grande distribuzione al prezzo di 25 EUR. “La gente se lo dimentica, ma la liberazione è possibile, perché è stata possibile, perché è possibile sempre… e anche adesso è possibile. Basterebbe crederci ancora” (Uliano Lucas).   The post Osservare l’inguardabile, sviluppare libertà first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Osservare l’inguardabile, sviluppare libertà sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
June 11, 2026
Popoff Quotidiano
La (maledetta) stratificazione della classe operaia
GLI STRATI SUPERIORI DELLA CLASSE OPERAIA DETENGONO IL POTERE RISPETTO A QUELLI INFERIORI E, PROPRIO COME QUALSIASI ALTRO STRATO SUPERIORE, HANNO IL POTERE DELLA NARRAZIONE E IL PRIVILEGIO DELL’INVISIBILITÀ Brigitte Vasallo su El Salto Se esiste un concetto chiave per comprendere alcuni pasticci delle lotte operaie e del pensiero anticapitalista europeo o, meglio ancora, se esiste un concetto utile per prevenirli, è quello della stratificazione della classe operaia, che possiamo far risalire, a occhio e croce, allo stesso Engels nel testo La situazione della classe operaia in Inghilterra del 1845. Niente di postmoderno, insomma, ma la base stessa degli studi canonici per capire come funziona il capitalismo. Anche per quelle persone che insistono sullo slogan di “una sola classe operaia”, anche partendo da lì, la questione è ineludibile. La stratificazione della classe operaia è un meccanismo di base, essenziale e consustanziale al capitalismo che consiste nel dividere la classe operaia per indebolirla. Come la divide? Introducendo al suo interno altri fattori di disuguaglianza. Il genere è uno di questi (gli operai e le operaie sono sistematicamente disuguali anche in quanto classe operaia per quanto riguarda, ad esempio, la divisione sessuale del lavoro, i salari e l’accesso al diritto stesso al lavoro salariato); la razzializzazione è un altro, non esclusivo, con l’abisso della tratta degli schiavi che merita una menzione a parte; e la condizione, anch’essa non esclusiva, con l’abisso del commercio di schiavi, che merita una menzione a parte; e la condizione, anch’essa non esclusiva, dei lavoratori autoctoni rispetto a quelli stranieri (o forestieri), tra le altre disuguaglianze. Come funziona questa stratificazione? Concedendo, all’interno della stessa classe operaia, più diritti ad alcuni rispetto ad altri e mettendoci così in competizione tra noi. Esistono innumerevoli esempi di queste pratiche, dagli scioperi dei minatori del Berguedà, in Catalogna, dove i datori di lavoro approfittavano delle migrazioni interne per sostituire i lavoratori organizzati, fino al paradigma costituito dagli scioperi dei minatori di carbone negli Stati Uniti nel 1873, dove gli scioperanti bianchi statunitensi furono sostituiti da statunitensi di colore e da migranti italiani, entrambi i gruppi con molto meno potere di associazione e di resistenza poiché partivano da situazioni ancora peggiori di quella dei minatori in sciopero, per quanto difficile possa sembrare. Saïd Bouamama, nel suo imprescindibile Dalle classi pericolose al nemico interno, cita numerose situazioni. Il programma del Partito Operaio Francese, elaborato da Jules Guesde e Paul Lafargue nel 1883, descriveva la strumentalizzazione capitalista della manodopera immigrata: «Per derubare maggiormente i lavoratori francesi, gli industriali francesi ricorrono ai lavoratori stranieri. I lavoratori stranieri (belgi, tedeschi, italiani, spagnoli), espulsi dal loro paese dalla miseria […] sono condannati ad accettare le condizioni del padrone e a lavorare per salari che gli operai locali rifiuterebbero». Se non comprendiamo e non osserviamo questo meccanismo, non possiamo né capire né opporci al capitalismo. Mettere a tacere la disuguaglianza all’interno della classe operaia non la fa scomparire perché, contrariamente allo slogan, la realtà continua a esistere, ostinata, per quanto non venga nominata. Come nel resto della costruzione sociale, gli strati superiori della classe operaia detengono il potere rispetto agli strati inferiori e, proprio come fa qualsiasi altro strato superiore, hanno il potere della narrazione e il privilegio dell’invisibilizzazione. E abusano di quel potere quando negano la stratificazione nell’unico caso in cui negarla li avvantaggia: quando si tratta di sottolineare che il sistema stesso ci divide all’interno della classe operaia e ci pone in situazioni di disuguaglianza all’interno della classe. Engels la chiamava «l’aristocrazia operaia». Le lamentele, per favore, rivolgetele a lui. Conoscere, comprendere e smettere di tacere su questo meccanismo è indispensabile per capire (e far capire agli altri) che la regolarizzazione della popolazione migrante, per esempio, è una buona notizia per tutta la classe operaia, poiché ci rafforza come classe in quanto garantisce a più lavoratori i diritti per organizzarsi e resistere agli abusi. E serve anche, permettetemi la digressione, a comprendere la disuguaglianza insita nelle migrazioni interne del franchismo sviluppista. Sessant’anni dopo c’è ancora chi cerca di impedirci di studiarle perché «ehi! i poveri c’erano ovunque». E sì, certo, ma tra un povero che emigra e un altro che resta a casa c’è una disparità: erano tutti lavoratori, erano tutti poveri, ma solo alcuni erano, e come lo sono altri oggi, migranti.   The post La (maledetta) stratificazione della classe operaia first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo La (maledetta) stratificazione della classe operaia sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
April 17, 2026
Popoff Quotidiano
Libano: la promessa fatta ai defunti
LA GUERRA IMPEDISCE LA SEPOLTURA DEI DEFUNTI NELLE CITTÀ ORMAI INACCESSIBILI. COSÌ VENGONO SEPOLTI IN MODO PROVVISORIO, IN ATTESA CHE UN CESSATE IL FUOCO CONSENTA IL LORO RITORNO Reportage di Gwenaelle Lenoir per Mediapart Choueifat, Beirut, Tiro (Libano).– Un bulldozer giallo spiana il terreno ancora umido delle piogge primaverili. A pochi passi di lì, cumuli alti diversi metri lasciano intravedere dei rifiuti. Più in là, edifici distrutti dai bombardamenti aerei, durante questa guerra o quella precedente, quella del 2024, detta dei «sessantasei giorni», mostrano le loro lacerazioni. La città di Choueifat, vicino a Beirut, abitata da drusi e sciiti, fa parte della vasta periferia sud della capitale libanese, la Dahieh. Hezbollah vi è molto radicato e Choueifat è sistematicamente presa di mira dall’aviazione israeliana. Ai piedi della discarica abusiva si estende il piccolo cimitero dell’Imam-Sadiq, nuovissimo. Quello vecchio, ormai pieno, si trova in posizione sopraelevata, a pochi metri di distanza. Il nuovo è diviso in due. Da un lato, alcune lastre di marmo strette l’una contro l’altra, sormontate da foto incorniciate e talvolta da decorazioni. Quest’ultima dimora offre un’atmosfera calorosa, quasi accogliente, e viene da pensare che i defunti debbano, in fin dei conti, sentirsi a casa lì. Le lapidi, strette e tutte identiche, disposte sul pavimento di cemento a distanza regolare l’una dall’altra, recano solo il nome del defunto e la data della sua morte. Davanti ad alcune, mazzi di fiori, una foto. Su quasi tutte sventola la bandiera gialla con il pugno alzato che brandisce un AK-47 verde, l’emblema di Hezbollah. Donne vestite interamente di nero, il volto avvolto in un velo rigoroso e il corpo coperto da un’abaya, sedute in gruppi per terra, parlano vicino ai loro padri, fratelli, mariti, sepolti lì. UN RITO AMPIAMENTE PRATICATO DAGLI SCIITI Una pila di bare, semplici casse di legno senza imbottitura né decorazioni, indica che coloro che sono sepolti lì non sono destinati a rimanerci per sempre. Questa dimora non è la loro ultima. In questa parte del cimitero si svolgono quelli che in arabo vengono chiamati i funerali in wadiaa. Wadiaa significa letteralmente «deposito». Le salme vengono quindi sepolte in «deposito», ovvero si trovano lì provvisoriamente. La vera sepoltura, quella definitiva, avrà luogo più tardi, quando le circostanze lo permetteranno. Cioè quando il villaggio d’origine del defunto sarà accessibile. Questa pratica è prevista dall’Islam. Un musulmano deve essere sepolto il più rapidamente possibile affinché il corpo non si decomponga prima di raggiungere la terra. Se non è possibile raggiungere la sua ultima dimora in tempo, è autorizzata la sepoltura provvisoria. Il defunto o la defunta viene quindi, contrariamente alla tradizione, deposto in una bara di legno e sepolto/a in questo modo, per consentire il trasporto della salma al momento opportuno. Questo tipo di sepoltura è, in tempi normali, piuttosto raro. In tempo di guerra, invece, è ampiamente praticato dagli sciiti, per tutti i defunti e le defunte in esilio, gli anziani o i malati deceduti lontano da casa, i civili vittime di incidenti o attacchi aerei e i combattenti. Provenienti per lo più dal Libano meridionale e dalla pianura della Bekaa, a est del paese, e molto legati alla loro terra, gli sciiti esprimono molto spesso il desiderio di essere sepolti nel loro villaggio d’origine, a volte davanti alla casa di famiglia. DUE CIMITERI APERTI A TIRO «La gente teme che, se viene sepolta lontano da casa, la propria tomba non venga curata, o addirittura venga abbandonata o distrutta, e che al suo posto si costruisca qualcosa», spiega Saada Allaw, scrittrice e giornalista per il media indipendente Legal Agenda, che ha lavorato molto sull’argomento. Anche chi non vive lì si reca nel villaggio d’origine della propria famiglia, visita i propri cari, possiede terreni e alberi. L’attaccamento a questa terra è molto profondo. » Ma le guerre costringono gli sciiti del Sud e, in misura minore, della Bekaa a esodi forzati. Gli sfollati sono in maggioranza di confessione sciita. I cristiani e i loro villaggi sono in genere risparmiati dall’esercito israeliano, poiché lo Stato ebraico li considera potenziali alleati e sfrutta le divisioni confessionali in uno stato di estrema tensione. I luoghi destinati alle sepolture nelle wadiaa possono trovarsi ovunque vi siano sfollati sciiti. A Tiro, ad esempio, sono stati allestiti almeno due siti. Nelle città druse, su terreni privati o messi a disposizione dai comuni, spesso in luoghi già utilizzati in precedenza a questo scopo. Ad ogni cessate il fuoco, le salme sepolte in wadiaa vengono rimpatriate verso il sud o la Bekaa e sepolte a regola d’arte. È stato così dopo la fine dell’occupazione israeliana del sud del paese, nel 2000, e poi dopo i conflitti del 2006 e del 2024. «La bara, che è stata chiusa e sepolta provvisoriamente, viene trasportata nel villaggio dove il defunto deve essere sepolto, e lì riesumata. Non viene mai aperta, perché non esponiamo i resti dei morti», spiega Abu Hadi, membro della sezione stampa di Hezbollah, inviato al cimitero dell’Imam-Sadiq per fungere da nostro interlocutore. Il cimitero di Shuayfat è infatti sotto il controllo del Partito di Dio, come testimoniano le bandiere e gli uomini che vi officiano. Le persone sepolte in wadiaa qui sono tutte «martiri», combattenti caduti sul campo di battaglia o civili uccisi durante i bombardamenti. È quindi Hezbollah a fornire il grande tendone che protegge i parenti dei defunti dalla pioggia, dal sole e dallo sguardo dei droni durante la breve cerimonia prima della sepoltura. È sempre Hezbollah a mettere a disposizione l’impianto audio per la preghiera e l’omaggio, le foto dei morti, tutte stampate con il medesimo design, il cibo per tre giorni ai familiari di coloro che sono morti per il partito. «Questo cimitero provvisorio è stato aperto nel 2024, poi è stato chiuso quando le famiglie hanno potuto recuperare i propri cari e seppellirli nei loro villaggi», riprende Abu Hadi. «Allora ha accolto fino a 500 martiri. L’abbiamo rimesso in funzione all’inizio di marzo e fino ad oggi abbiamo ricevuto 200 martiri». IL LUTTO IMPOSSIBILE Il 29 marzo sono stati sepolti, in mezzo a una folla numerosa e sotto una pioggia battente, i giornalisti Ali Choeib, corrispondente di guerra dell’emittente Al-Manar appartenente a Hezbollah, Fatima Ftouni e suo fratello Mohammad Ftouni, rispettivamente giornalista e videomaker presso Al-Mayadeen, media vicino all’Iran. I tre erano stati uccisi il giorno prima da un attacco israeliano contro il loro veicolo vicino a Jezzine, fuori dalla «zona rossa» dei combattimenti. Israele ha accusato Ali Choeib, molto famoso in Libano, di essere membro dell’unità di intelligence del braccio militare di Hezbollah, senza fornire alcuna prova. I tre provenivano da villaggi nel sud del Paese vicini al confine, quindi attualmente inaccessibili. I loro funerali a Wadiaa hanno dato luogo a manifestazioni di dolore e militanza, accompagnate da grida di «Morte all’America, morte a Israele!», rare in tempi normali. Nei giorni normali, le sepolture si susseguono al ritmo di una all’ora, assicura il portavoce di Hezbollah, al quale gli assistenti mostrano di tanto in tanto un taccuino beige. «Sono tutte le informazioni sui martiri che saranno sepolti qui nel wadi: il loro nome, la loro età, il luogo in cui sono stati uccisi, il loro villaggio d’origine, l’identità dei parenti, la residenza attuale. Noi facciamo tutto perché siano inumati più vicino possibile ai parenti sfollati, perché possano assistere alla cerimonia e in seguito poter visitare i loro martiri», racconta ancora. Un altro quaderno, blu e di grandi dimensioni, conterrà le stesse informazioni, scritte in modo ordinato, una volta effettuata la sepoltura provvisoria. È necessario conservare un ricordo il più preciso possibile per consentire la sepoltura definitiva. Perché la sepoltura provvisoria, segno dell’attaccamento alla terra, è essa stessa un atto di «resistenza», del rifiuto degli sciiti del sud del paese di considerare che la loro regione possa passare definitivamente sotto il controllo di Israele. «È una forma di resilienza per gli abitanti del Sud», assicura Saada Allaw. «Questo rito porta con sé una promessa: torneremo nei nostri villaggi, poiché è lì e in nessun altro luogo che seppelliremo i nostri morti per sempre». Questo significato quasi politico ha assunto grande rilevanza durante la guerra del 2024. Perché queste sepolture provvisorie, numerose ma impossibili da quantificare, sono diventate visibili grazie ai social media, ancora agli albori durante il conflitto del 2006. E soprattutto perché il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ucciso in un massiccio bombardamento israeliano il 27 settembre 2024 a Haret Hreik, un quartiere di Dahieh, è stato sepolto lui stesso in una wadiaa prima della sua sepoltura definitiva dopo la firma del cessate il fuoco. Tale è stato anche il destino del suo presunto successore, Hachem Safieddine, assassinato meno di un mese dopo. Martedì 31 marzo viene sepolta la salma di un combattente ucciso al fronte. La famiglia Aboud – molte donne, alcuni bambini, pochi uomini – si accalca attorno alla cassa di legno. si accalca attorno alla cassa di legno. Tra le parole di conforto dello sceicco, diffuse a tutto volume dagli altoparlanti, risuonano grida e pianti. Per quanto il «martire» venga definito «beato» nella narrativa di Hezbollah, il dolore travolge il sparuto gruppo di presenti. Tanto più che la cerimonia non deve protrarsi a lungo: «Dopo una ventina di minuti, chiedo alla gente di andarsene», spiega Abou Hadi. «Qui siamo in una zona di guerra, è pericoloso». Con un sorriso, il cinquantenne dall’aria bonaria, in jeans, camicia e giacca, con la barba corta e curata, indica il cielo. Il rumore esasperante del drone è costante, gli aerei militari sorvolano la zona. Questa atmosfera di pericolo rende difficile il lutto, tanto più che anche i parenti sono sfollati. E il rito della sepoltura nella wadiaa rafforza questo senso di vulnerabilità. «Di fatto sospende il processo di lutto. Questo non può iniziare poiché la sepoltura non è definitiva. Il contesto sociale che accompagna una sepoltura non esiste in questo caso», spiega Silva Ali Bahout, psicologa clinica e docente all’Università libanese. «Suscita anche un senso di colpa, per non aver potuto esaudire l’ultima volontà del defunto di essere sepolto a casa sua, nella sua terra. » Le conseguenze non sono solo individuali, riprende la psicologa, ma anche collettive: «Poiché le regioni sciite sono quelle prese di mira dalla morte, la sepoltura in wadiaa diventa un tratto dell’identità sciita, una specificità che mette la comunità in disparte rispetto alla nazione e rafforza al tempo stesso il senso di isolamento e di persecuzione. » E, paradossalmente, quella di offrire al Paese dei martiri gloriosi. Questo rito, che promette un ritorno in patria, può quindi alimentare le tensioni tra le comunità. Accade così che i morti entrino in gioco nella politica e che i riti funebri rivelino le ferite di un paese. 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April 8, 2026
Popoff Quotidiano
Il 10 Giugno di ogni anno sia dedicato alle vittime del fascismo
LA PROPOSTA IN UNA LETTERA APERTA AL QUOTIDIANO DOMANI: L’ANNIVERSARIO DELL’ASSASSINIO DI MATTEOTTI SIA LA GIORNATA PER LE VITTIME DEL REGIME Lo storico e dirigente culturale Luigi Corbani propone di istituire il 10 giugno come giornata nazionale dedicata al ricordo delle vittime del fascismo, in coincidenza con l’anniversario dell’assassinio di Giacomo Matteotti. In una lettera pubblicata su Domani il 31 marzo 2026, Corbani richiama le radici antifasciste della Repubblica nata dopo il referendum del Referendum istituzionale italiano del 1946 e sottolinea come la Costituzione sia il frutto delle sofferenze inflitte dal regime. Nel suo intervento, l’autore ricorda il valore politico e morale riconosciuto ai perseguitati antifascisti già nella prima fase repubblicana e denuncia l’assenza simbolica di quanti furono uccisi o costretti all’esilio, citando figure come Antonio Gramsci, Piero Gobetti e Carlo Rosselli. Corbani evidenzia inoltre la portata della repressione esercitata dal Tribunale speciale fascista, che tra il 1926 e il 1943 condannò migliaia di persone a pene detentive per un totale di oltre 27 mila anni. Secondo Corbani, accanto alle ricorrenze del Festa della Liberazione e della Festa della Repubblica Italiana, manca oggi una giornata specificamente dedicata alle vittime del regime. L’istituzione del 10 giugno risponderebbe quindi all’esigenza di riconoscere pienamente la natura violenta e autoritaria del fascismo, riaffermando il principio costituzionale che ne vieta ogni ritorno e ricordando che la repressione delle libertà democratiche fu un tratto strutturale del regime sin dalle sue origini. The post Il 10 Giugno di ogni anno sia dedicato alle vittime del fascismo first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Il 10 Giugno di ogni anno sia dedicato alle vittime del fascismo sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
March 31, 2026
Popoff Quotidiano
Argentina 24 marzo 1976
CINQUANTA ANNI FA IL GOLPE E L’INIZIO DI UNA SANGUINOSA DITTATURA STRAGISTA E LIBERISTA. PARLA ENRICO CALAMAI, DIPLOMATICO ITALIANO CHE SALVÒ CENTINAIA DI VITE In quella giornata di autunno Buenos Aires si sveglia come se fosse una mattina come tante. Non sembra successo niente, il traffico è regolare, la gente va al lavoro. Ancora non sa che quel giorno per l’Argentina rappresenta uno spartiacque, segnando la fine dell’ordine costituzionale e l’avvio di una delle più violente dittature militari dell’America Latina contemporanea. Il colpo di stato era nell’aria, ma in centro città pare che nulla di drammatico stia accadendo. Invece era stato rovesciato il governo della presidente Isabel Perón, succeduta al marito Juan Domingo Perón nel 1974. Lei, la prima donna Presidente dell’Argentina, è stata deposta dal golpe attuato dalle forze armate, che instaurano una giunta guidata dal generale Jorge Rafael Videla. L’intervento militare si inserisce in un contesto di profonda crisi economica, instabilità istituzionale e crescente conflittualità sociale. Negli anni precedenti al golpe, il paese era stato teatro di scontri tra organizzazioni guerrigliere di sinistra e gruppi paramilitari di destra, mentre l’inflazione e il deterioramento delle condizioni economiche contribuivano a erodere la legittimità del governo civile. In tale quadro, le forze armate giustificarono la presa del potere come necessaria per ristabilire l’ordine e garantire la sicurezza nazionale. Non a caso il nuovo regime liberticida si autodefinì Processo di Riorganizzazione Nazionale. Il dittatore Videla avviò un radicale processo di ristrutturazione politica e sociale. Le istituzioni democratiche furono sospese, il parlamento sciolto e le libertà civili annullate o drasticamente limitate. Parallelamente, il governo militare implementò un modello economico di orientamento neoliberista, volto alla liberalizzazione dei mercati e alla riduzione dell’intervento statale. Augusto Pinochet docet! Uno degli aspetti più drammatici della dittatura fu la sistematica repressione del dissenso, nota come Guerra Sucia, la guerra sporca. Attraverso una rete clandestina di centri di detenzione, il regime condusse operazioni di sequestro, tortura e eliminazione fisica di oppositori politici, reali o presunti. Il regime giustificò le sue azioni come parte della lotta contro il comunismo nel contesto della Guerra Fredda, ovviamente sotto le grandi ali del Condor. Le vittime includevano militanti di sinistra, sindacalisti, studenti, intellettuali e, in numerosi casi, anche cittadini privi di un coinvolgimento diretto in attività politiche. Tutti per lo più giovanissimi: il genocidio di una generazione di ragazze e ragazzi. Dal punto di vista operativo, le sparizioni forzate seguivano modalità ricorrenti: il sequestro avveniva spesso di notte per mano delle forze di sicurezza statali o di gruppi paramilitari ad esse collegati, che si muovevano in Ford Falcon nere prive di targa e agivano senza mandato. Le vittime, private di ogni tutela giuridica, venivano trasferite in centri di detenzione segreti, dove erano sottoposte a interrogatori coercitivi e torture. Poi, fatte sparire. La loro sorte rimaneva deliberatamente ignota: le autorità negavano sistematicamente l’arresto, producendo una condizione di “sparizione forzata” che implicava l’assenza simultanea di corpo, processo e riconoscimento ufficiale della morte. Ma come far sparire i prigionieri uccisi? Come occultare i loro corpi? La geniale trovata del regime di Videla furono i vuelos de la muerte. In termini analitici, i voli della morte erano operazioni clandestine attraverso le quali prigionieri detenuti illegalmente —i desaparecidos — venivano eliminati mediante il loro trasferimento su aeromobili militari e il successivo lancio nel vuoto, generalmente sopra l’Oceano Atlantico o il Río de la Plata. Questa modalità di esecuzione rispondeva a una precisa logica repressiva: garantire la scomparsa definitiva dei corpi, impedendo così ogni forma di prova materiale del crimine e rafforzando il meccanismo della sparizione forzata. Le vittime venivano solitamente prelevate da centri di detenzione clandestini, sedate o rese incoscienti, e imbarcate su voli notturni organizzati dalle forze armate, in particolare dalla marina. Una volta in quota, venivano gettate vive in mare. Tale procedura, oltre alla sua funzione pratica di occultamento, aveva una dimensione di terrore sistemico, contribuendo a consolidare un clima di intimidazione diffusa nella società. Molte donne incinte furono sequestrate nel contesto della Guerra Sucia. Dopo il parto, i neonati venivano sottratti alle madri, affidati illegalmente a famiglie vicine al regime o a militari, registrati con identità false. Le madri venivano uccise. Scomparse anche loro. 30.000 persone, per lo più giovanissime, sono così state inghiottite dalle acque, sparite nel nulla. Il fenomeno dei desaparecidos divenne il simbolo della violenza di Stato e della negazione dei diritti umani fondamentali. In questo contesto di morte nascosta, c’era però chi agiva, altrettanto di nascosto, per salvare le vite. In particolare, un vice console italiano: Enrico Calamai che, mettendo a repentaglio la propria carriera e in più occasioni la propria vita, riuscì a mettere in salvo e far espatriare più di 300 persone a rischio di arresto, tortura o sparizione forzata. Nonostante la politica ufficiale dell’ambasciata italiana fosse contraria a interventi di questo tipo e strizzasse l’occhio al regime di Videla, Calamai scelse di disobbedire a ordini e pressioni per rispettare i principi umanitari fondamentali. Ho avuto in questi giorni l’onore e il piacere di intervistarlo. Il piacere, sì, perché è raro conoscere persone così modeste e determinate, così sprezzanti del proprio pericolo in nome degli Ideali, così “compagni”. Partiamo dal Cile: si può dire che la tua missione all’ambasciata di Italia a Santiago sia stata una sorta di apprendistato per ciò che hai poi fatto a Buenos Aires? Sono stato costretto ad andare in Cile, dove i militari golpisti avevano dichiarato Roberto Toscano, il numero due dell’ambasciata, persona non gradita, che se ne sarebbe dovuta andare entro cinque giorni. Roma non poteva accreditare un nuovo funzionario, perché i rapporti diplomatici erano ridotti al minimo livello: non c’era ambasciatore in Cile ma solo un incaricato d’affari e l’opinione pubblica italiana, che si era mobilitata con passione contro la brutalità del golpe di Pinochet, non avrebbe permesso di accreditare nessun altro funzionario. Quindi si è scelto di mandarmi in missione presso l’ambasciata del Cile: mi hanno messo sull’aereo, fra l’altro senza neanche il visto, e sono sbarcato a Santiago. In ambasciata ho trovato 450 rifugiati politici: sindacalisti, autisti di politici, mogli, suocere, madri, figli di politici e 40 bambini, tutti legati ai partiti che erano stati al governo durante il periodo di Allende. C’era una grande preoccupazione: i golpisti avevano fatto capire che in due minuti avrebbero potuto scavalcare il muro dell’ambasciata e farci fuori tutti. Quindi mi hanno chiesto di restare a vivere in ambasciata con loro. È stato molto interessante: c’era un’ottima organizzazione, i rifugiati si autogestivano perfettamente. C’era una commissione composta da un membro di ogni partito presente in ambasciata per ogni aspetto, una per la cucina, una per la scuola per i bambini, una per l’intrattenimento, un’altra per la sicurezza e la sorveglianza.  A capo di tutte queste commissioni c’era un comitato centrale la cui composizione rifletteva il numero degli aderenti ai vari partiti presenti in ambasciata. Il comitato centrale eleggeva il presidente e tutto funzionava perfettamente. E mi parli della tua esperienza nell’ambasciata di Buenos Aires, quando c’è stato il golpe di Videla tre anni dopo? Quella esperienza che ti è valsa l’appellativo di Schindler italiano che credo ti faccio un po’ sorridere? No non mi fa sorridere, mi fa adirare, mi rende molto nervoso, perché Schindler era un uomo di affari, io ero un funzionario dello Stato deontologicamente tenuto ad agire nel rispetto della nostra Costituzione: due persone completamente diverse. Dunque, tre anni dopo io ero vice console a Buenos Aires. Il golpe a Buenos Aires è stato totalmente diverso che a Santiago: mentre a Santiago c’erano stati i bombardamenti, tra l’altro anche del palazzo presidenziale – come se qui l’aereonautica bombardasse il Quirinale, cosa un po’ estrema –  il suicidio del Presidente Allende, i carrarmati nelle strade, sacche di resistenza subito spazzate via, lo stadio pieno di detenuti torturati e fucilati e le ambasciate piene di rifugiati, insomma una messa in scena di guerra totale che veniva ripresa dalla televisione per terrorizzare la popolazione e trasmessa in tutto il mondo e quindi mobilitava l’opinione pubblica occidentale contro i militari cileni, in Argentina nulla di tutto questo: città tranquilla, traffico di tutti i giorni, cinema, teatri, ristoranti pieni, la gente per strada anche la notte. Sembrava non fosse successo niente, però io ero amico del corrispondente del Corriere della Sera Gian Giacomo Foà, il quale, il pomeriggio stesso del golpe, mi disse: “guarda che qui è tutto tranquillo ma nella periferia succedono delle cose che dimostrano il contrario e cioè intrusioni nelle case durante la notte, posti di blocco, autobus fermati e passeggeri portati via, l’impressione è che le cose non stiano come appaiono”. La mia esperienza a Santiago mi confermava che non era possibile un colpo di Stato senza spargimento di sangue, senza repressione. Ma l’impressione era proprio questa, che non succedesse nulla. Dopo un po’ di giorni, però, cominciarono ad arrivare in consolato parenti di ragazzi portati via dalla periferia di Buenos Aires. Non si conoscevano tra loro ma tutti raccontavano la stessa storia e cioè incursioni durante la notte da parte di persone in borghese ma chiaramente militari, arrivati con macchine e camion senza targa, che buttavano giù la portano, malmenavano la famiglia, prendevano un ragazzo e se lo portavano via, dopodiché dicevano ai familiari: “non preoccupatevi, domani andate al commissariato di zona e vi diranno dove sta”. L’indomani i parenti andavano al commissariato, però il ragazzo non figurava arrestato. Se ne tornavano quindi a casa sempre più preoccupati, il ragazzo non riappariva, pensavano allora di presentare il ricorso di habeas corpus cioè una richiesta alla magistratura che doveva rispondere entro quarantott’ore specificando il motivo dell’arresto e dove si trovava il ragazzo; ma non si riusciva a presentare questo ricorso, perché non c’erano avvocati disposti a farlo. In effetti gli avvocati che si occupavano di diritti umani erano stati minacciati, torturati, ammazzati e quindi a quel punto nessuno voleva più farlo. Noi del consolato siamo riusciti a trovare un avvocato che in nome nostro presentasse il ricorso, ma non sono mai arrivate risposte. D’altra parte, iniziarono ad arrivare in consolato dei ragazzi che dicevano che erano perseguitati, che, se li avessimo messi fuori dal consolato, sarebbero stati subito, nel giro di poche ore, fermati, torturati e uccisi.  Quindi si pose il problema di come aiutarti, di come tutelarli, visto che il consolato ha come funzione essenziale la tutela dei connazionali. Io facevo i passaporti, ero il responsabile per i passaporti e per il cosiddetto rimpatrio e cioè il consolato aiuta a tornare in Italia e paga il biglietto se hai bisogno. Questa è una cosa che esiste ancora. E quindi riuscivo, agendo rapidamente, a farli partire. Ma non era facile, visto che si sapeva che l’aeroporto intercontinentale, da cui partivano i voli per l’Italia, era molto controllato dai militari. Però c’era l’aeroporto in centro, quello piccolo, l’Aeroparque. Da qui si partiva per i paesi circostanti, in cui si andava con la carta d’identità, come facciamo oggi noi nei paesi della Unione europea, e quindi non c’era controllo. Ho detto quindi, ma non è chiaro il motivo. Il motivo era che la dittatura voleva far vedere che tutto era tranquillo. I golpisti non avevano motivo di evidenziare un controllo speciale all’ Aeroparque, perché avevano militari argentini che lavoravano all’estero, cioè davano la caccia ai cosiddetti sovversivi argentini negli altri paesi del centro e sud America: era il cosiddetto Piano Condor. Però usare questo aeroporto a noi dava una possibilità: il nostro connazionale partiva senza particolari controlli con la carta di identità argentina, sbarcava in un altro aeroporto sudamericano col passaporto italiano. Era un cittadino italiano e come tale passava i controlli senza problemi, andava in ambasciata, gli davano un biglietto aereo per il ritorno in Italia, perché avevamo già allertato i colleghi dell’altra ambasciata, e partiva senza problemi quello stesso il giorno. Quante persone sono riuscite a partire in questo modo grazie al tuo aiuto? Io non posso saperlo. Ricordo che alcuni giorni non arrivava nessuno, altri giorni arrivavano due copie di cui una con un bambino, oppure uno giovane scapolo o una ragazza, però non c’era tempo per la contabilità. Le stime dicono che così tu abbia salvato circa 300 persone! E quanto tempo è andata avanti questa operazione di salvataggio? All’interno dell’ambasciata hai trovato chi ti remava contro? Una sorta di contro diplomazia parallela che non sosteneva il tuo operato… Questo sì. Allora, il salvataggio è durato finché sono dovuto partire, nel senso che il golpe è stato il 24 marzo 1976 e ad ottobre mi è arrivata la sostituzione. Se l’apparato dello Stato manda una sostituzione, vuol dire che non vuole più che tu stia lì. E il Ministero degli esteri non voleva che io stessi più in Argentina a fare quello che facevo. Io sono riuscito a procrastinare la partenza, a fare ricorso, a tirare per le lunghe ma a maggio del ‘77 ormai ero bruciato. L’ambasciata remava contro, il Ministero remava contro, il console generale remava contro, perché si dava la priorità al mantenimento dei rapporti economici e finanziari con i militari. Se si fosse evidenziata l’esistenza della caccia all’uomo, si sarebbe implicitamente denunciato che stava succedendo qualcosa di simile o peggio a ciò che era successo in Cile, e questo il governo italiano non lo voleva. Per quanto riguardava i casi di cui ho parlato prima, cioè chi si presentava con la carta di identità, riuscivo senza problemi a farlo andar via. Più difficile era farlo per chi non aveva neppure la carta di identità argentina, perché non si poteva uscire a quel punto. I miei superiori ovviamente non volevano che si facesse nulla per aiutarli. L’unica via per me era far arrivare la notizia in Italia. In Italia, se qualcuno si muoveva, scattava il meccanismo della paura dello scandalo, cioè che si venisse a sapere che in Argentina era in corso la caccia all’uomo e che il Ministero addirittura impediva di fare il possibile per aiutare queste persone. Io però al consolato ero da solo, non potevo fare nulla, perché ovviamente i telefoni erano controllati, ma avevo all’aiuto di Filippo di Benedetto che era il rappresentante della CGIL a Buenos Aires. La sua famiglia ha pagato duramente l’aiuto dato: la nipote rapita e violentata, il suo giovane marito ucciso… Erano una coppia giovane e nell’Argentina del golpe, se eri giovane, eri già in pericolo. E poi insomma erano di un ambiente sicuramente progressista, di sinistra. Non credo siano stati presi per il fatto che Filippo mi desse una mano, ma perché erano una delle tantissime coppie di giovani impegnati, e lì bastava per essere ucciso. Se poi andavi nelle bidonvilles ad insegnare ai bambini a leggere, eri davvero in pericolo, perché era considerata una cosa tremenda, un’azione sovversiva. Ma anche se eri amico di una persona che andava nelle bidonville a insegnare a leggere, magari anche con dei preti, eri considerato sovversivo, persino se il tuo nome era nella loro agenda era in pericolo. E perché succedeva questo è importante capirlo: mentre la città diurna sembrava tranquilla e come sempre, c’era una Buenos Aires notturna e infernale in cui i giovani venivano sequestrati e portati in centri detenzione clandestini, immediatamente sottoposti a tortura, gli venivano strappati quanti più nomi possibili e poi si poneva il problema logistico di cosa fare di questi giovani, perché ormai non servivano più, ma non potevano venire rilasciati altrimenti si sarebbe saputo quello che accadeva. Allora i militari argentini hanno avuto l’idea geniale di drogarli e buttarli vivi dall’aereo nel Rio della Plata prima poi, quando i cadaveri sono cominciati ad affiorare in Uruguay, nell’Oceano. I voli della morte che hanno funzionato per circa 30.000 giovani se non erro. Sì, 30.000 giovani uccisi, desaparecidos.  Qui in Italia è noto il caso di Franca Jarach, grazie all’attivismo fino all’ultimo di sua madre. Vera Vigevani Jarach, sì. A proposito di sparizioni, è entrata in vigore il 23 dicembre del 2010 una convenzione internazionale per la protezione delle persone dalle sparizioni forzate. Cosa mi dici in proposito? È opera della diplomazia argentina e di quella francese. Per la parte argentina l’ha messa in moto l’unica resistenza che si è verificata contro la dittatura, quella delle madri, tranquille donne di casa a cui improvvisamente veniva strappato un figlio, che non sapevano cosa succedeva, che impazzivano dal dolore viscerale che la situazione provocava e hanno capito di essere molte, per cui si sono riunite, organizzate e hanno preso a manifestare ogni giovedì a Plaza de Mayo, di fronte al palazzo presidenziale. E in questo modo sono riuscite a dare visibilità a ciò che non si vedeva, e cioè una violenza tremenda, incomprensibile, perché nella nostra mente la morte si accetta e si capisce se accompagnata dalla presenza del cadavere, dalla visibilità del cadavere, dai riti funebri che permettono di elaborare un lutto. Ma dei desaparecidos non c’erano cadaveri, e quindi i militari fingevano che non fosse successo niente. Ma le viscere delle madri non le potevi prendere in giro, e loro, le madri, con la loro presenza in piazza, hanno dato visibilità a quello che accadeva. Nel ‘78 ci sono stati i mondiali in Argentina e sono arrivati i giornalisti da tutto il mondo, la maggior parte dei quali era totalmente indifferente al fatto che a 2 km dallo stadio ci fosse un centro di detenzione clandestino, un campo di concentramento in cui la gente veniva torturata e uccisa. Ma c’erano anche giornalisti che sapevano, che non volevano chiudere gli occhi e questo ha dato una proiezione internazionale. Sono state loro, le madri di Plaza da Mayo, che sono diventate una forza politica importante nel dopo golpe e che hanno portato avanti la diplomazia necessaria a livello delle Nazioni Unite per arrivare a questa convenzione internazionale. Un’ultima domanda sull’attualità e sul tuo impegno, perché uno è partigiano per sempre e anche ad ottant’anni tu non stai smettendo di esserlo. Proprio ispirandoti ai giovedì dei ritrovi delle madri di Plaza de Mayo, tu hai messo su un movimento di protesta per i desaparecidos di oggi, per i morti in mare, per quelli a cui viene negato il diritto di asilo. Lo slogan del tuo movimento è “migrare per vivere e non per morire”. Vorrei che tu mi parlassi un po’ di questo movimento, del tuo impegno con il giubbotto arancione e le tue mani rosse antirazziste. Vedi, la caduta dei militari argentini ha reso possibile che si ricostruissero le atrocità commesse e si è capito che al centro della loro strategia repressiva c’era la scomparsa, proprio perché quando una persona scompare, un cadavere scompare è come se non fosse un omicidio. Per cui la stessa desaparicion, che dovrebbe essere stata vietata per legge dalla Convenzione di cui parlavamo ora, purtroppo continua e i migranti sono i nuovi desaparecidos dell’Europa opulenta del nuovo millennio, cioè dell’Europa neoliberista, che sfrutta, fino ad adesso grazie alla globalizzazione ora con le guerre, gli altri popoli. Spreme, sfrutta, estrae quanto più profitto possibile dal resto del mondo, in quello che è un neocolonialismo globale. Ecco, questa Europa non vuole farsi carico dei dannati della terra, che, per sopravvivere alle crisi che noi provochiamo, cercano di arrivare da noi a lavorare, a ricostruirsi una vita. Non li vogliamo per il semplice fatto che comporterebbero spese di bilancio, e viviamo in un sistema neoliberista che tende a ridurre al massimo, a comprimere al massimo la spesa sociale salvo poi utilizzare il surplus per la militarizzazione, per le spese militari. E quindi, come i militari argentini, noi europei, italiani, membri della NATO, eliminiamo i migranti, e lo facciamo nello stesso modo dei militari argentini, cioè in modo che non si sappia, che i corpi scompaiono nel nulla mediatico del viaggio nel deserto, nei campi di concentramento in Libia e in Tunisia e, ultimo anello, nel viaggio in mare. E se qualcuno vivo arriva, se arriva un cadavere, lo banalizziamo, diciamo che non ci riguarda, diciamo “perché non se me stanno a casa loro?” e quindi i migranti sono i nuovi desaparecidos. Per evidenziare questo, io e un gruppo di vecchietti folli, pochi ma insomma…, da otto anni, ogni giovedì come le madri di Plaza de Mayo, ci dipingiamo le mani col sangue dei nostri fratelli e andiamo davanti al Ministero dell’interno dove è proibito manifestare. Andiamo lì per evidenziare le responsabilità del governo italiano. E a me resta da dire: grazie davvero, Enrico, per aver ancora voglia di lottare.   The post Argentina 24 marzo 1976 first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Argentina 24 marzo 1976 sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
March 25, 2026
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Lione, la marcia per Deranque apre l’offensiva contro l’antifascismo
IN UN CONTESTO DI LEGITTIMAZIONE ISTITUZIONALE DELL’ESTREMA DESTRA, IL CASO DERANQUE METTE IN CRISI UN’INTERA TRADIZIONE POLITICA Nella sua cronaca per Mediapart, Alexandre Berteau descrive la manifestazione, organizzata a Lione sabato 21 febbraio in memoria dell’attivista di estrema destra Quentin Deranque, come un evento ben più radicale rispetto alle rassicurazioni iniziali delle promotrici. Annunciata come un corteo “dignitoso” e privo di eccessi, la marcia ha radunato oltre 3.200 persone provenienti da tutta la Francia e dall’estero, in larga parte appartenenti alla galassia nazionalista-rivoluzionaria e neofascista. La vecchia guardia del movimento era presente. In prima fila nel corteo si poteva vedere l’antisemita Yvan Benedetti, ex capo del gruppo petainista sciolto L’Œuvre française. Era presente anche il suo pupillo Alexandre Gabriac, espulso nel 2011 dal Front National (FN) dopo aver fatto il saluto nazista. Non lontano, l’ex eletto frontista Fabrice Robert, leader del gruppo punk hardcore dall’ideologia nazionalista-rivoluzionaria Fraction, scherzava con Aurélien Verhassel, ex capo del gruppuscolo identitario di Lille La Citadelle, sciolto nel 2024, che gestiva un bar «riservato ai bianchi» nella capitale delle Fiandre. Il Rassemblement national (RN) aveva intimato ai suoi eletti di non partecipare alla marcia, a causa del profilo «di alcuni organizzatori, innegabilmente legati all’estrema destra». Solo il senatore del Rodano Étienne Blanc (LR) è stato avvistato – partecipava «a titolo personale», ha precisato a Le Monde. Il tono del raduno è stato segnato da una retorica marcatamente bellicosa. Deranque è stato elevato a “martire”, la sua morte definita “sacrificio”, e gli interventi dal palco hanno indicato nemici politici precisi — l’antifascismo, la sinistra e in particolare esponenti di La France insoumise — con espressioni che evocavano uno scontro senza tregua: “non si fa pace con il male, lo si combatte fino all’ultimo respiro”. «I responsabili della morte di Quentin sono all’interno di La France insoumise», ha dichiarato Raphaël Ayma, leader del gruppuscolo provenzale Tenesoun. Prima di fischiare il deputato LFI e cofondatore della Jeune Garde Raphaël Arnault, definito «leader della mafia antifascista criminale». La costruzione simbolica del “caduto” si è accompagnata a un immaginario militante che richiama apertamente la tradizione controrivoluzionaria e identitaria. Va ricordato che la morte di Quentin Deranque è stato un linciaggio, epilogo di una rissa scaturita dopo una provocazione militare di Nemesis, un gruppo di estremisti di destra venuti a dare manforte a una gazzarra di femonationaliste, femministe nazionaliste, che contestavano una conferenza, nella facolta di Sciences Po Lyon, della deputata europea Rima Hassan di LFI. Il reportage di Mediapart è piuttosto preciso sulla composizione del corteo. In prima fila c’erano figure storiche dell’estrema destra francese con trascorsi in organizzazioni sciolte per antisemitismo o apologia del collaborazionismo; altri partecipanti sono noti per precedenti condanne legate ad aggressioni politiche. Molti manifestanti sfilavano a volto coperto nonostante gli impegni presi dalle organizzatrici con la prefettura; il servizio d’ordine formato da militanti che ogni anno presidiano eventi neofascisti e tra i quali figurano soggetti condannati per violenze contro attivisti antirazzisti. Berteau segnala anche la presenza di simboli e codici riconducibili alla simbologia neonazista internazionale. L’atteggiamento verso la stampa è stato ostile: i “gorilla” (tra loro, il neonazista Marc de Cacqueray-Valménier, condannato due giorni prima in appello per aver picchiato alcuni militanti di SOS Racisme durante un comizio di Éric Zemmour nel 2021. O ancora il suo amico Gabriel Loustau, figlio dell’ex dirigente del GUD Alxel Loustau, ex collaboratore del Front National e vicino a Marine Le Pen) incaricati della sicurezza cercano di impedire riprese ravvicinate, mentre un videomaker di un media di estrema destra poteva muoversi liberamente. All’avvicinarsi di rue Victor-Lagrange, dove è avvenuta l’aggressione mortale a Deranque, fa la sua comparsa Eliot Bertin, con occhiali da sole Aviator sul naso marito dell’organizzatrice Aliette Espieux ed ex capo del gruppo Lyon Populaire, sciolto nel giugno 2025 per esaltazione della collaborazione con la Germania nazista. All’uomo è tuttavia vietato presentarsi a Lione nell’ambito dell’indagine avviata nel febbraio 2024 per il suo ruolo attivo nel violento attacco a una conferenza sulla Palestina nella Vieux-Lyon. Alla fine verrà srotolato un grande striscione nero. Accanto al messaggio «Adieu camarade» è stato stampato un chrismon, simbolo cristiano-romano adottato dall’estrema destra integralista. Il canto La Ligue noire, che commemora il massacro dei controrivoluzionari lionesi del 1793 da parte della Convenzione, viene intonato nel momento in cui vengono accese le torce. In più momenti spiccavano saluti nazisti e slogan apertamente razzisti; video circolati sui social mostrano insulti contro arabi e oppositori politici. A fine giornata, la prefettura del Rodano ha annunciato di aver segnalato alla magistratura questi episodi. Nel complesso, una mobilitazione che, dietro l’omaggio funebre, assume i tratti di una dimostrazione di forza dell’estrema destra radicale: una messa in scena identitaria, con posture muscolari e richiami simbolici alla violenza politica, che evidenzia la continuità tra memoria militante, radicalizzazione ideologica e presenza di soggetti già coinvolti in episodi di aggressione. La Jeune Garde in una iniziativa contro la legge sulla sicurezza globale del 2020 Intanto a livello politico continuano le polemiche. Il minuto di silenzio (prontamente imitato dalle estreme destre italiane) osservato all’Assemblea nazionale in omaggio a Deranque, militante neofascista morto il 12 febbraio, ha segnato un passaggio simbolico potente. Secondo Mathieu Dejean, che firma l’analisi su Mediapart, la sequenza di reazioni istituzionali e mediatiche mostra come l’antifascismo, spesso stigmatizzato ma mai annientato, stia entrando in una zona di turbolenza profonda, dove rischia di essere rovesciato semanticamente fino a essere dipinto come un «nuovo fascismo». Dejean richiama in apertura la profezia del comunista libertario Daniel Guérin, che nella prefazione a Fascisme et grand capital (Gallimard, 1945): «Domani le grandi “democrazie” potrebbero benissimo riporre l’antifascismo nel magazzino degli accessori. Già ora, questa parola magica, che ha fatto insorgere i lavoratori contro l’hitlerismo, è considerata da loro indesiderabile non appena serve da richiamo per gli avversari del sistema capitalista in sé». Oggi quella previsione sembra prendere forma: da Marine Le Pen, capogruppo del Rassemblement national, a Martine Vassal, esponente dei Les Républicains, si moltiplicano le richieste di classificare ufficialmente gli «antifa» come gruppi terroristici. Vassal ha persino rilanciato il motto pétainista «lavoro, famiglia, patria». Il ribaltamento non è solo francese. Il messaggio della presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, che ha attribuito «l’odio ideologico» in Europa all’«estremismo di sinistra», viene citato come ulteriore segnale del clima. Meloni, iscrittasi a 15 anni al Fronte della Gioventù del MSI, partito erede del fascismo, rappresenta per Dejean l’esempio di un’estrema destra ormai istituzionalizzata. La morte di Deranque, in una città storicamente contesa dall’estrema destra, diventa così il catalizzatore di un’offensiva ideologica iniziata da circa un decennio, che punta a svuotare l’antifascismo e, di riflesso, ogni opposizione radicale. L’indagine per omicidio volontario che coinvolge un collaboratore del deputato di Raphaël Arnault, esponente di La France insoumise e fondatore della Jeune Garde, sciolta nel giugno 2025, alimenta ulteriormente la pressione politica. Un «clima orwelliano» che chiama tutto il campo progressista a «fare fronte comune», spiega Olivier Besancenot, militante del Nuovo Partito Anticapitalista (NPA): «Marx parlava del ruolo degli “eventi banali” nello scatenarsi delle rivoluzioni, ma questo vale anche per le controrivoluzioni, dice. Stiamo vivendo un punto di svolta». In campo politico, anche una parte della sinistra è ormai permeabile a questa contrapposizione. «Nessun partito può accettare l’alleanza, anche lontana, con questo tipo di organizzazione, che si chiami Jeune Garde, Génération identitaire o Action française», ha scritto sul suo blog il primo segretario del Partito socialista (PS), Olivier Faure, prima di correggere il suo testo. «Qualunque sia il contesto, nella demonizzazione dell’antifascismo c’è sempre una prima fase di simmetrizzazione degli “estremi” in nome del rifiuto della violenza. Poi, in una seconda fase, quando tra i dominanti si impone l’idea di una necessaria coalizione delle destre che includa i fascisti, il loro discorso tende a fare della sinistra l’unico movimento violento: il comunismo nella Germania degli anni ’30 e la sinistra radicale, il wokismo o l’antifascismo oggi. Continuando a ignorare la questione della portata della violenza dell’estrema destra o delle violenze di Stato”, analizza il sociologo Ugo Palheta, autore di Comment le fascisme gagne la France (Come il fascismo conquista la Francia, La Découverte, 2025). Dal 2017, sei persone sono morte per mano di attivisti di estrema destra, secondo i dati raccolti da Isabelle Sommier, coordinatrice dell’opera Violences politiques en France. De 1986 à nos jours (Presses de Sciences Po, 2021), che parla di «specializzazione» delle destre radicali nelle aggressioni politiche. Lo storico Jean Vigreux colloca l’origine dell’antifascismo francese nella risposta alle Leghe degli anni Trenta, mentre Pierre Salmon, autore di Un antifascisme de combat, insiste sul carattere plurale del movimento, diviso tra metodi rivoluzionari e legalisti ma unito nell’opposizione all’autoritarismo. Salmon ricorda il clima ben più violento degli anni Trenta, evocando il massacro di Clichy del 1937. Storicamente l’antifascismo, in Francia come in Italia, nasce per contrastare le forme violente di partiti-milizia finanziati da settori imprenditoriali e conservatori. Nel libro Une vie de lutte plutôt qu’une minute de silence (Seuil, 2023), Sébastien Bourdon ricorda come la Jeune Garde volesse rompere con la tradizione settaria dell’antifascismo, militando a volto scoperto e intrecciando legami sindacali. Una strategia unitaria che oggi si rivela fragile di fronte alla pressione istituzionale. «Tra metodi rivoluzionari e metodi legalisti, l’antifascismo è un movimento che si scrive al plurale, ma che si ritrova nella sua opposizione alle forme di autoritarismo e violenza che nascono in quel periodo», afferma Pierre Salmon. È questa eredità, coltivata successivamente – e in modo diverso – a partire dagli anni ’60 dai militanti della Ligue communiste, della Section carrément anti-Le Pen (Scalp), di Ras l’Front o, più recentemente, dell’antifascismo autonomo e della Jeune Garde, fondata nel 2018, che oggi viene attaccata. Una manifestazione antifascista in memoria di Clement Cedric. Parigi, giugno 2025 Ma resta l’interrogativo: la varietà dei repertori di azione dell’antifascismo è stata utilizzata correttamente? «Nel repertorio strategico dell’antifascismo c’è l’autodifesa, in particolare sotto forma di servizi d’ordine che servono a proteggersi, fin dagli anni ’20, dai fascisti e dalla polizia. Ma non c’è solo questo, ricorda Ugo Palheta. Ci sono anche, ad esempio, le manifestazioni di massa essenzialmente non violente, che mirano a emarginare l’estrema destra, come a Saint-Brévin. Ciò che è in gioco non è quindi lo scontro fisico, ma il fatto di essere molto più numerosi e determinati». Infine, Action antifasciste Paris-Banlieue, pur critica verso la Jeune Garde, ha pubblicato un comunicato di sostegno il 20 febbraio, invitando a «fare fronte comune» contro l’accelerazione della “fascistizzazione”. Per Dejean, questo gesto segnala la gravità del momento: l’antifascismo, parola fondativa e riunificatrice del movimento operaio, rischia di essere trasformato in stigma, proprio mentre l’estrema destra consolida la propria legittimità politica.   The post Lione, la marcia per Deranque apre l’offensiva contro l’antifascismo first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Lione, la marcia per Deranque apre l’offensiva contro l’antifascismo sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
February 23, 2026
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