
Come incontrai Federico e quelli che ancora lottano con lui
Popoff Quotidiano - Saturday, September 27, 2025Cinzia Gubbini, una delle prime giornaliste a occuparsi del caso di malapolizia, interverrà domani 28 settembre al Dig Festival di Modena. Ecco il suo intervento in anteprima
Ciao a tutte e a tutti, buonasera e grazie per l’invito in questo contesto così importante per il giornalismo investigativo
Io non sono una giornalista investigativa, di solito e da sempre mi occupo di cronaca, ma mi è stato chiesto di raccontare come sono entrata a contatto con la storia di Federico, perché sicuramente – quando sulla vicenda dell’uccisione di Federico Aldrovandi arrivano i giornali nazionali – le cose cambiano. I giornali nazionali però in questo caso non erano i giornali più importanti per copie e prestigio, come Repubblica o il Corriere della Sera. Erano invece due piccoli e peraltro anche complicati giornali, il manifesto e Liberazione (che era il quotidiano del Partito della Rifondazione comunista) dico complicati perché ovviamente essendo due giornali schierati politicamente e molto tignosi non hanno mai avuto facili rapporti con le fonti convenzionali.
Come è successo che io e Checchino Antonini, il mio collega di Liberazione e ancora oggi mio grande amico siamo arrivati a Ferrara?
La storia in effetti è particolare. Io all’epoca avevo 30 anni e lavoravo in questo contesto veramente singolare che era il manifesto, singolare perché era tutto il meglio che ti poteva capitare, grande libertà di azione, grandi stimoli, però per alcuni versi anche tutto il peggio perché era un giornale povero e un ambiente in cui giornalismo sì, ma anche tanto altro….e quindi a un certo punto era anche complicato portare avanti dei progetti.
Al manifesto si discuteva di tutto e tutto – o quasi tutto – nasceva sempre da una teoria. In questo caso in particolare la grande discussione – che durava da decenni e immagino duri ancora adesso – era quanto spazio il manifesto doveva dare alla cronaca. C’era chi diceva che il manifesto non dovesse occuparsi di cronaca, perché noi eravamo un giornale politico, di critica politica, dunque i nostri lettori non erano interessati alla cronaca, considerata quindi un genere minore. E chi – come me e altri – sosteneva invece che il giornalismo non può prescindere dalla cronaca: prima di tutto perché tratta di cose che accadono alle persone, al “popolo”. E poi perché eravamo convinti che dai fatti di cronaca, dal micro, dal piccolo, dal locale fosse possibile leggere in nuce storture più grandi, storture del sistema, che andavano denunciate e combattute (capìte che al manifesto non era mai niente facile, tutto passava sempre per un discorso).
Al microfono Cinzia Gubbini che, per il manifesto, seguì il caso Aldrovandi, accanto Dean Buletti, inviato di Chi l’ha visto?. seduto il “nostro” Checchino AntoniniFatto sta che io ero molto convinta di questo fatto, e quindi a dicembre 2005 il mio “buon proposito” per l’anno successivo era dimostrare a me stessa e agli altri che era possibile esercitare la funzione del giornalista facendo la cosa base, il grado zero, cioè: prendere una storia importante, ma piccola, sconosciuta, e semplicemente seguendola bene, rispettando tutte le regole, farla vedere, dare voce, aiutare a cercare la verità. Ricordo benissimo il momento in cui dissi: “guardiamo le agenzie” e – le cose sono andate proprio così – trovai questa agenzia che parlava di un blog, aperto da una mamma, a Ferrara. Lei si chiamava Patrizia Moretti e suo figlio Federico Aldrovandi, era morto ben quattro mesi prima, e in questo blog raccontava che qualcosa non stava funzionando. Fu una storia che mi colpì moltissimo. Perché pensavo a questa famiglia nel pieno del lutto per la perdita di un figlio che è costretta a usare un mezzo allora molto poco diffuso, pensate che non c’era ancora Facebook, per raccontare che polizia, procura, ma anche la stampa locale non le davano spiegazioni, ma peggio: perché dicevano di Federico cose che, secondo la famiglia, non stavano né in cielo né in terra. Dicevano che era un drogato, che aveva picchiato la polizia, che la polizia si era solo difesa. Io volevo guardare in faccia quella madre. Il giorno dopo presi il treno. Ho conosciuto Patrizia, Lino, Stefano. Lei impiegata comunale, lui vigile urbano, una casa medio borghese. Lo zio, la zia, gli amici, ragazzi che erano più che altro spauriti perché prima di tutto era capitato qualcosa di terribile al loro amico, ma poi perché loro erano convinti di vivere in una città in cui le cose funzionavano, capite Emilia Romagna, Ferrara, invece avevano toccato con mano un atteggiamento da parte delle istituzioni che non si aspettavano. Parliamoci chiaro, anche se Federico fosse stato effettivamente una persona con problemi di tossicodipendenza nulla avrebbe giustificato un intervento sproporzionato da parte della polizia, ma guardando negli occhi quella famiglia, e quegli amici, giornalisticamente mi prudevano le mani, perché lì si capiva che c’era qualcos’altro, qualcosa di molto interessante. Tutto stonava, troppo.

Per me, da giornalista, è stato il momento e in qualche modo l’ambiente perfetto per applicare il pensiero che avevo maturato. Cioè che per raccontare bene bisogna, “esserci”, non farsi raccontare le cose al telefono o leggerle sulle agenzie, metodo che già all’epoca cominciava a segnare gravemente, secondo me, il mestiere del giornalista. Non ci si spostava più, ovviamente riflesso degli avanzamenti tecnologici ma in realtà anche dell’impoverimento economico delle redazioni giornalistiche. E questo è un grosso problema, quando fai il giornalista. Volevo fare alla vecchia maniera: andare fisicamente, cercare di parlare con tutti, prendermi i no in faccia. Bussare alle porte, educatamente ma sfacciatamente. Respirare l’atmosfera del posto in cui erano accaduti i fatti. Un grande, grandissimo lusso. Di fatto però, parliamoci chiaro, è l’unico modo in cui si possono raccontare bene le storie. E credo che questa vicenda lo dimostri chiaramente. Veramente io credo che la decisione di andare a Ferrara praticamente una volta alla settimana, i primi tempi, anche quando in realtà poi non scrivevo nulla, abbia avuto il suo peso. La gente in genere pensa che fare i giornalisti sia complicato, perché devi sapere tante cose, rapportati a tanti livelli, sanno che può essere pericoloso, ma che sia tutto sommato un mestiere di stress intellettuale. Io dico sempre che quando lo fai bene, come tantissimi giornalisti lo fanno, è il contrario: è fisicamente faticoso, perché innanzitutto ci devi essere, fisicamente. Per il resto, però, il nostro è un mestiere molto semplice – chiaro non parlo di chi indaga sulle mafie e sui fronti di guerra anche se la base è quella – devi parlare con tutti, fare domande, verificare e riportare sinteticamente e con onestà intellettuale quello che ti viene detto. Punto. Se fai questo, hai fatto tanto, tantissimo. Poi siccome tu hai seguito tutto e hai visto tutto, anche più di quello che hai riportato, per ragioni di tempo, di spazio, sei in qualche modo la memoria storica e hai il dovere di richiamare quando qualcosa non torna, quando qualcosa non va. E’ così, molto semplicemente che è nato il “caso Aldrovandi”.
Quindi cosa ha funzionato secondo me, elencando brevemente e per quanto riguarda il contributo che il manifesto e Liberazione hanno dato in questa storia, che poi come sappiamo ha aperto un filone: sono state tante le famiglie che hanno trovato il coraggio di denunciare (a partire dalla morte di Stefano Cucchi che è proprio una diretta derivazione di questa storia, fummo io e Checchino a mettere in comunicazione una disperata Ilaria con Fabio Anselmo). Il fatto che noi eravamo giornalisti non del luogo, quindi non avevamo particolari legami, amicizie e quindi pregiudizi o compiacenze. Con questo non voglio dire che i giornalisti locali non possono fare un lavoro come questo, ma può accadere oggettivamente che queste cose abbiano un peso nella decisione di come trattare il caso: basti ricordare Marco Zavagli di “Estense.com”, che invece lavorò con noi da subito. Ma anche lì: lui non aveva editori, era lui editore, con questo piccolo e coraggioso esperimento di giornale locale quotidiano sul web. Ben diverso era l’atteggiamento, ma ormai è stato ampiamento detto e anche riconosciuto, delle testate locali, però il motivo è chiaro: da parte di Questura e Procura, che oggettivamente sono fonti primarie nei fatti di cronaca, c’era una posizione nella lettura dei fatti nettissima. Sono andata a rileggere i primi articoli che ho scritto, tra cui quello in cui parlo con il questore Graziano, che fu molto gentile con me, e sono rimasta molto colpita nel rendermi conto di come a gennaio 2006 la questione droga fosse proprio considerata centrale, la cosa era: “Federico era fuori di testa e ha aggredito i poliziotti”. Poi si poteva discutere sulla reazione dei poliziotti forse un po’ sproporzionata, ovviamente tenendo nascosti i manganelli rotti. Mi ha fatto veramente impressione rileggere le cose dell’epoca con tutto quello che sappiamo oggi e pensare che davvero per mesi Patrizia, Lino e Stefano abbiano pensato che forse Federico avesse effettivamente avuto un malore a causa della droga. Cioè una vera e propria bugia.
Seconda cosa che ha funzionato: che i nostri erano sì giornali poveri, ma senza padroni, e questo oggettivamente ci dava delle libertà. Entro molto nello specifico delle questioni giornalistiche: io ho pubblicato 3 articoli di seguito 12-13-14 gennaio, di cui una doppia pagina su un giornale nazionale a foliazione ridotta come era il manifesto su una storia accaduta quattro mesi prima, a Ferrara, di cui nessuno parlava e di cui oggettivamente poteva interessare a molte poche persone. Però potevamo farlo. Chi lo farebbe oggi? Forse in realtà esistono così tante belle realtà online, che forse si può fare più di prima. Beh, fatelo: se c’è una storia che vi sembra importante parlatene, tanto. Superate la barriera del rumore di sottofondo che è sempre troppo.

Apro il capitolo: processo mediatico. Non posso esimermi, perché all’epoca fu una questione di cui si parlò molto: “è un processo mediatico” ci accusavano, perché – appunto – ne parlavamo parecchio più di quello che teoricamente “meritava” – lo dico tra virgolette – un caso molto locale. Ora, vorrei mettere le cose in chiaro. Sì è vero, come ho detto fino a ora l’uccisione di Federico ha avuto sicuramente un trattamento speciale. E il merito è per una piccola parte dovuto alle circostanze che vi ho raccontato, ma per una larghissima parte e anche di più alla famiglia agli amici e agli avvocati che sono sempre stati, semplicemente, perfetti: determinati, dritti, incrollabili, inattaccabili. Se a qualcuno dà fastidio che di questo parli la libera stampa, se ne deve fare una ragione. Siccome però anche io sono, senza offendere nessuno, allergica al sensazionalismo, non mi piace la cronaca urlata, chi va a suonare al citofono dei presunti colpevoli, le interviste strappalacrime – poi i giornalisti fanno quello che gli viene chiesto eh, io come già detto in quel momento lavoravo in un contesto molto particolare – voglio sottolineare questo: come i quattro agenti condannati sanno benissimo, nessuno è mai andato sotto casa loro e non solo: io e Checchino, che su questo siamo della stessa scuola, non abbiamo addirittura mai fatto il nome degli agenti fino al rinvio a giudizio, anzi Checchino pure dopo per un sacco di tempo continuava a scrivere i nomi puntati E.P. M.S., io mi ero scocciata lo ammetto, lo potevo fare aldilà di ogni ragionevole dubbio e l’ho fatto evitando sempre di rendere pubblico qualsiasi tipo di particolare che secondo me non erano essenziale. Altra cosa: l’altro giorno vedevo la ricostruzione di un famoso influencer della comunicazione che diceva che la svolta sul caso di Federico avvenne quando pochi giorni dopo l’uccisione fu mostrata dall’avvocato Anselmo l’immagine famosa, ormai, del volto di Federico su quel panno con un’areola di sangue intorno. Non è andata proprio così. Quella fotografia è stata pubblicata sul blog di Patrizia il 26 febbraio del 2006, quindi a 5 mesi dalla morte di Federico e quando il blog funzionava già da più di un mese, perché era stata depositata la perizia dei tecnici della prima pm, Mariaemanuela Guerra, che davano la colpa della morte di Federico alle droghe (ne scrivevo dettagliatamente il 22 febbraio). Pensate che solo Liberazione decise di pubblicarla. Noi al manifesto facemmo, OVVIAMENTE, una lunga discussione e decidemmo di non pubblicarla, perché noi eravamo contro il sensazionalismo delle immagini. Mi dispiacque, io l’avrei pubblicata, sinceramente, considerando quello che era accaduto in aula. Questo per dire – e senza voler dare lezioni perché credo che le cose si possano fare in tanti modi – però ci tengo a sottolineare che si possono fare anche così. Dopodiché ci tengo a riportare qui quanto ha detto il giudice che ha scritto la prima sentenza sul caso Aldrovandi in un recente corso organizzato dall’Associazione della Stampa di Ferrara: il processo è pubblico per definizione, i magistrati sono abituati al confronto è la loro formazione e la loro forma mentis. Non vengono influenzati quando della cosa si parla apertamente, semmai può succedere che vengano influenzati quando il processo è diciamo così “privato”. La stampa, avere i riflettori accesi, è una garanzia, per tutti.
Ma allora è andato tutto bene? E’ stato fatto tutto bene? No, ovviamente no. Ecco quello che non ha funzionato secondo me due cose.
La prima: parliamoci chiaro, il fatto di essere cronisti di due piccoli giornali ha comportato anche dei limiti parecchi limiti. Il fatto di avere un facile accesso alle fonti è un vantaggio, non uno svantaggio, dipende dall’uso che se ne fa. Ce ne siamo accorti quando sul posto è arrivato il nostro amico e collega Dean Buletti di Chi l’Ha Visto che ha acceso i potenti riflettori di Raitre e ha ottenuto quello che noi cercavamo di capire da mesi. E cioè lo ricordo, io riportavo questa cosa nell’articolo del 26 giugno 2007, quindi attenzione: siamo a un anno e mezzo da quei primi articoli sul nazionale e a due anni dall’uccisione di Federico, titolavo “«In via Ippodromo quella notte io c’ero Nessun urlo fino all’arrivo della polizia»

Su «Chi l’ha visto» ieri sera una testimonianza inedita sulla morte di Federico Aldrovandi. L’appello dei genitori: «I testimoni parlino»
“Una nuova, importante testimonianza potrebbe cambiare le carte in tavola nel processo Aldrovandi…. E la sua ricostruzione racconta tutta un’altra storia: una trama nuova, secondo cui la polizia non sarebbe intervenuta dopo le chiamate degli abitanti che sentivano le urla di un ragazzo «agitato» in strada. Quelle urla sarebbero conseguenza di un precedente incontro tra il ragazzo e una volante della polizia”. Il testimone poi, che era un uomo che si era appartato in via Ippodromo con un ragazzo rumeno, purtroppo ritrattò la testimonianza dicendo che si era inventato tutto.
Ed ecco la seconda cosa che non ha funzionato e mi avvio alla conclusione. Forse perché c’eravamo noi con tutte le nostre costruzioni mentali, forse perché l’inchiesta giudiziaria è partita male e quello ha inevitabile condizionato tutto il resto. Fatto sta che qui, in questa storia così importante, non abbiamo né testimoni né confessioni. L’unica testimone era e rimane Anne Marie Tsegue, l’unica persona che ha raccontato cosa ha visto quella notte, una immigrata camerunense con il permesso di soggiorno in scadenza che ha parlato solo in virtù di una autentica fede religiosa, supportata da un parroco della zona, don Bedin. E i quattro agenti, condannati ricordiamolo non per omicidio ma per “eccesso colposo in omicidio colposo” a 3 anni e mezzo, di cui solo sei scontati in carcere per intervento di un indulto, hanno sempre tenuto la loro linea e – non sia mai – non hanno mai concesso interviste a un giornalista neanche dopo essere usciti dal carcere.
Certo in Italia di misteri ce ne sono tantissimi, non è questo l’unico caso. Eppure, nonostante l’attenzione che c’è stata, né noi, né altri giornalisti in questi venti anni hanno purtroppo trovato il modo di rispondere a quello che – voglio ricordarlo – tutte le sentenze a partire dalla prima del giudice Francesco Maria Caruso sottolineano e che lo stesso pubblico ministero del tribunale di primo grado aveva evidenziato. Noi quel “film che voglio vedere dall’inizio”, come aveva chiesto il papà Lino, sin dalla prima volta che ci siamo incontrati, non lo abbiamo visto ancora oggi. Lo voglio ricordare ancora una volta, perché credo che sia questo il mio ruolo: le sentenze ci dicono che i tempi non tornano. Mi chiedo quante persone ancora oggi avendo orecchiato la storia di Federico, come è giusto che sia perché non è che uno debba conoscere le sentenze a menadito, sia convinto della sequenza “i poliziotti sono intervenuti in via Ippodromo dopo le chiamate degli abitanti che avevano sentito un ragazzo agitato”. Cioè in quanto sono convinti che i poliziotti intervengono perché “chiamati dai cittadini”? E’ giusto eh, perché questo è quanto sostenuto da tutti i poliziotti, ancora oggi e non ci sono prove contrarie. Eppure nelle sentenze è dato per assodato dai giudici che la signora che chiama il 112 alle 5,45 del 25 settembre sente le urla di Federico perché Federico ha già ingaggiato uno scontro con la polizia che quindi sarebbe arrivata non alle 5,55 ma prima delle 5,45. Scrive il giudice “Il dato storico circostanziale primario è che Federico Aldrovandi cominciò a dare in escandescenze dopo un primo contatto con gli agenti di Alpha 3 che cronologicamente non può porsi oltre le 5,45. L’espressione dare in escandescenze va considerata nel modo più asettico e neutro possibile, in quanto, restano ignote le cause che scatenarono il primo scontro con gli agenti e in quali effettive condizioni si trovasse Federico”, scusate cito perché ovviamente praticamente tutti quelli che si sono occupati di questo caso hanno a carico querele per diffamazione, quindi mi tutelo. Ma insomma, questo è quello che ricostruiscono i giudici per i quali ovviamente la cosa è solo parzialmente importante perché – anzi – il fatto che quando arrivano i poliziotti Federico fosse già “agitato” rafforza ancora di più l’impianto accusatorio che sostanzialmente è molto semplice e di buon senso: tu se ti trovi con un ragazzo agitato, e pensi che sia agitato a causa della droga, la prima cosa che fai è che chiami un’ambulanza, non tiri fuori il manganello. Ricordiamo ovviamente che Federico non era armato. Io però faccio la giornalista e non il giudice non commino pene, la verità la vorrei sapere. Ricordo che Federico fa nove chiamate a amici e conoscenti tra le 5,15 e le 5,23. Perché aveva visto qualcosa? C’era qualcuno che magari gli chiedeva i documenti e lui che non aveva la carta di identità non sapeva come farsi riconoscere? Oppure c’era qualcun altro con lui? Qualcuno con cui Federico ha parlato? Si è scontrato? Questa parte del film, se vogliamo chiamarla così e che per me è la più importante, noi ancora non la sappiamo. Venti anni dopo. Per questo ancora oggi io dico: sono passati 20 anni chi sa, parli.
Dopo aver esordito giovanissima ai microfoni di Radio Città Futura di Roma, Cinzia Gubbini andò a scrivere per il manifesto, nel 2012 fu nel gruppo di giornalisti che fondò Popoff ma ci venne scippata dalla Rai dove ancora lavora
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