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Ondate di calore, politiche dell’energia, ingiustizie climatiche. Il caso di Torino.
All’Università di Torino è stato organizzato un incontro pubblico, definito assemblea scientifica-popolare, per affrontare il tema del cambiamento climatico, dell’innalzamento delle temperature repentino e delle isole di calore che propone una lettura di classe della geografia cittadina. I punti del dibattito organizzato da docenti quali Dario Padovan, Angelo Tartaglia e Maria Cristina Caimotto, sono molteplici: il ruolo dei gestori delle infrastrutture elettriche cittadine, le isole di calore e i blackout, il consumo di suolo e il nuovo piano regolatore e una riflessione attorno alle scelte politiche dell’amministrazione comunale e alle possibili strategie energetiche realmente sostenibili. Sono stati invitati a partecipare per l’occasione comitati e realtà del territorio che si occupano di difesa del verde cittadino e di questioni energetiche. Dario Padovan, docente di sociologia a Unito, ai nostri microfoni ne fa una presentazione approfondita:
Ondate di calore, politiche dell’energia, ingiustizie climatiche. Il caso di Torino.
All’Università di Torino è stato organizzato un incontro pubblico, definito assemblea scientifica-popolare, per affrontare il tema del cambiamento climatico, dell’innalzamento delle temperature repentino e delle isole di calore che propone una lettura di classe della geografia cittadina. I punti del dibattito organizzato da docenti quali Dario Padovan, Angelo Tartaglia e Maria Cristina Caimotto, sono molteplici: il ruolo dei gestori delle infrastrutture elettriche cittadine, le isole di calore e i blackout, il consumo di suolo e il nuovo piano regolatore e una riflessione attorno alle scelte politiche dell’amministrazione comunale e alle possibili strategie energetiche realmente sostenibili. Sono stati invitati a partecipare per l’occasione comitati e realtà del territorio che si occupano di difesa del verde cittadino e di questioni energetiche. Dario Padovan, docente di sociologia a Unito, ai nostri microfoni ne fa una presentazione approfondita:
July 15, 2026
Radio Blackout
LOTTE OPERAIE: MERCOLEDI 15 LUGLIO SCIOPERO DEI RIDER. INIZIATIVE A MILANO, BOLOGNA , FIRENZE E TORINO
Mercoledi 15 luglio i rider di Milano (ma anche di Firenze, Bologna e Torino) saranno in sciopero e saliranno in sella alle biciclette per un corteo che partirà alle 18 da Piazzale Duca d’Aosta e si concluderà in Largo Cairoli. Lo sciopero arriva alla vigilia dell’incontro convocato al ministero con le parti sociali e le piattaforme, ma la protesta va ben oltre l’emergenza caldo: al centro ci sono il modello contrattuale, le retribuzioni e le tutele economiche di chi consegna cibo in città. A fermarsi saranno soprattutto i fattorini di Glovo e Deliveroo. Non quelli di Just Eat, almeno non formalmente. “Alcuni lavoratori di Just Eat erano presenti all’assemblea, sostengono chiaramente l’iniziativa ma Just Eat i dipendenti li assume, quindi è un quadro differente”, spiega Andrea Bacchin, del Nidil Cgil Milano. Una distinzione che fotografa anche la diversa natura del rapporto di lavoro: dipendenti da una parte, lavoratori autonomi dall’altra. La parola d’ordine della mobilitazione è semplice: se qualcuno impone ai rider di fermarsi per il caldo, quel tempo deve essere retribuito. Perché la tutela della salute, sostengono i lavoratori, non può tradursi in una perdita di reddito. Abbiamo presentato lo sciopero con lo stesso Andrea Bacchin del Nidil Cgil Milano Ascolta o scarica  Ma il caldo è soltanto una faccia della protesta. Sul tavolo ci sono anche le condizioni economiche e contrattuali. Per i rider è necessario superare definitivamente il modello del cottimo e riconoscere una retribuzione basata sulle ore di lavoro effettivamente prestate, in linea con le indicazioni della normativa europea e nazionale. I rider denunciano inoltre un progressivo peggioramento delle condizioni economiche, con compensi sempre più bassi. Sentiamo Angelo Avelli, rider di Milano Ascolta o scarica 
July 14, 2026
Radio Onda d`Urto
Questo caldo è una scelta
Torino, 13/07/2026 – Extinction Rebellion incolla sui muri della città manifesti colorati per portare l’attenzione sulle reali cause e responsabilità del caldo estremo delle ultime settimane. Scritte molto dirette, come “Questo caldo è una scelta” e “Questo caldo è gentilmente offerto da Governo e Regione Piemonte” il cui obiettivo è sottolineare che quanto stiamo vivendo deriva dalle scelte politiche degli ultimi anni. Nella notte i muri di Torino, da Quadrilatero ad Aurora, si sono ancora una volta ricoperti dei manifesti colorati di Extinction Rebellion. “Questo caldo è una scelta” e “Questo caldo è stato gentilmente offerto da  Governo e Regione Piemonte” sono alcune delle scritte che sono comparse nella notte. “Un modo per portare l’attenzione non solo sul caldo asfissiante che da settimane attanaglia l’Europa, ma anche sulle responsabilità politiche e sulle conseguenze sulla vita delle persone” afferma Extinction Rebellion. Le ultime settimane hanno infatti mostrato che in Piemonte il caldo estremo non è più un’eccezione. La terza ondata di calore, dopo quelle di maggio e di fine giugno, si è abbattuta in questi giorni sulle nostra regione, con picchi previsti oltre i 40°C, mentre l’Organizzazione Mondiale per la Sanità ha dichiarato un’emergenza sanitaria in tutta Europa, con aumento di accessi al pronto soccorso e morti per il caldo.  Le dichiarazioni e del Presidente del Senato Ignazio La Russa “Ci abitueremo al clima caraibico, non vuol dire che morirermo” e dell’assessore all’Ambiente Matteo Marnati “Invito tutti a seguire alcune semplici precauzioni, prestando particolare attenzione alle persone più fragili”, sono state criticate da molti osservatori, tra cui il premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi, poiché minimizzerebbero la gravità della situazione, sottovalutando il disagio e la sofferenza della popolazione. Nell’ondata di caldo di fine giugno a Torino è stato rilevato, per gli ultimi dieci giorni del mese, un incremento del 35% dei decessi, in particolare tra gli over 65, pari a 83 persone che hanno perso la vita. Inoltre, uno studio dell’Istat sui dati del 2025, evidenzia come il caldo a Torino non colpisca tutti allo stesso modo. Tra la collina e alcune zone periferiche, come Mirafiori Sud, si registrano differenze di temperatura al suolo che superano i 15 gradi, il divario più elevato rilevato in Italia. “Queste ondate di calore, così intense e prolungate, rendono finalmente ovvio che la crisi ecoclimatica è una tragica realtà – dichiara Alan – Il dibattito pubblico si sta però concentrando sulla mitigazione delle temperature in città, mentre le cause e le responsabilità politiche sembrano passare in secondo piano: dipendenza dalle fonti fossili, consumo di suolo, infrastrutture urbane che moltiplicano il calore, investimenti in modelli produttivi inquinanti, ritardi sistematici nell’adattamento delle città”. Sotto accusa è quindi la politica energetica del Governo che privilegia le fonti fossili, potenziando le importazioni di metano liquido da Stati Uniti e Qatar e rimandando al 2038 la chiusura della centrali a carbone, programmata per il 2025 e quindi ritardandola di 13 anni.  Per quanto riguarda il Piemonte, il 52% dell’energia elettrica deriva dalla combustione di gas metano e gli investimenti e il sostegno a industrie dal grande impatto ambientale e fortemente energivore, come quella dello sci, sono consistenti: 50 milioni con il Bando Neve del 2025. “Il caldo estremo è parte di una crisi climatica che accentua l’ingiustizia sociale, quando gli effetti vengono scaricati su chi ha meno risorse per affrontarli. La scelta, adesso, è tra continuare a lasciare che il caldo peggiori la nostra vita oppure cambiare rotta, seguendo la scienza e costruendo città più vivibili, verdi, giuste e capaci di proteggere tutte e tutti” dichiara Extinction Rebellion. Extinction Rebellion
July 13, 2026
Pressenza
Monopoli a Torino. Il piano regolatore al servizio dei costruttori
(disegno di peppe cerillo) Martedì 7 luglio è iniziato il Festival dell’architettura: tre giorni di monologhi organizzati dalla Fondazione per l’architettura e dall’Ordine degli architetti di Torino con il supporto della Compagnia di San Paolo e della Camera di commercio cittadina. Il festival si è tenuto nell’ex mercato ittico di Porta Palazzo e il tema riguardava la gestione degli immobili vuoti: “Chi abiterà le case vuote?”, era la traccia su cui hanno discettato urbanisti, economisti, architetti. Il giorno dell’inaugurazione il sindaco Lo Russo ha intrattenuto per alcuni minuti una platea di politici e professionisti. Ho trascritto il suo discorso: è un documento sullo stato della città e sull’ideologia delle classi dirigenti. A margine della trascrizione segue un commento critico. *   *   * «Grazie di essere qui in questo luogo, sono anche emozionato perché questo credo sia l’avvio di una fase nuova di questo spazio che noi amministrazione abbiamo rimesso in gioco per usi temporanei a vantaggio di diverse attività culturali. E non poteva che partire con il Festival dell’architettura. Una delle discussioni che mi sono trovato spesso a fare in questi anni è quella del riuso degli spazi dismessi. Per sua definizione la città è un organismo vivente, un organismo che crea spazi, li chiude, li apre e li trasforma. Accompagnare questa trasformazione dell’uso degli spazi e, conseguentemente, la trasformazione degli spazi, è una delle challenge di qualunque amministrazione e lo è stata anche della nostra. Sono grato alla Fondazione e all’Ordine per aver scelto questo luogo e sono grato alla mia amministrazione che lo ha reso possibile. Noi siamo stati pionieri da questo punto di vista. Noi abbiamo avviato una cosa che il nostro mitico piano regolatore di Gregotti e Cagnardi non prevedeva: l’uso temporaneo degli spazi. E questo ha messo Torino davanti a tante altre realtà nella capacità di flessibilità. «Il tema posto è cruciale: penso davvero che la questione della casa è cruciale per le realtà urbane, lo è a livello cittadino, ma lo è anche a livello europeo. L’agenda dell’housing dà una risposta a uno dei paradossi di Torino. Il paradosso è avere numerosissime case vuote – il piano regolatore ne ha censite svariate decine di migliaia – e contemporaneamente una difficoltà all’accesso all’affitto; un tema che pone tutte le contraddizioni di questa città. Una città, Torino, che sta attraversando una trasformazione silenziosa ma importante. Voi pensate che nel 2005 gli ultraottantenni a Torino erano il 3,4 %, vent’anni dopo, nel 2025, questa percentuale era del 10,8 %. Il che vuol dire che su ogni dieci abitanti uno ha più di ottant’anni. Se andiamo a vedere come si compongono gli 854 mila abitanti di questa città, ci accorgiamo che il 16 % è di cittadinanza non italiana, a fronte di una media nazionale del 9 %. Ma se vado a vedere come si distribuiscono le fasce anagrafiche scopro che tra i minorenni la percentuale di bambini e ragazzi non italiani a Torino è del 25 %, come dire uno su quattro. «Se io guardo questa traiettoria e la interpreto, ho molte risposte in merito allo stato dell’arte: una situazione in cui i nuclei famigliari nella nostra città sono composti per quasi la metà da una sola persona, in molti casi persone anziane. E questo è un tema che pone a chi disegna un piano regolatore una serie di sfide. Io ringrazio l’Ordine per aver accompagnato questo processo di redazione, c’era bisogno di un nuovo piano regolatore a Torino, era un dibattito che si trascinava da almeno una decina di anni. Il fatto che questo piano regolatore si occupi della questione dell’abitare è un risultato che non era affatto scontato. […] Questo è un tema che il nostro nuovo piano regolatore affronta di petto, parlando di riuso e rigenerazione anziché di nuova costruzione, e lo fa in ottica propositiva rispetto ai nuovi bisogni dell’abitare, che sono diversi rispetto a quelli del passato, perché accompagnano una transizione demografica che è accaduta, sta accadendo e accadrà. Nuclei familiari grandi oggi ne abbiamo prevalentemente in famiglie di origine straniera, prevalentemente in alcune zone. In molte aree le persone anziane che vivono da sole hanno abitazioni sovradimensionate rispetto a quelle che sono le loro reali esigenze. Soprattutto, ed è un tema tutto politico, abbiamo una fascia grigia di persone che da un punto di vista reddituale non sono così povere da poter accedere all’edilizia residenziale pubblica, ma non sono sufficientemente solide da poter entrare nel mercato privato. Questa fascia in molti casi è composta da giovani, famiglie giovani, lavoratori giovani e a questa fascia la politica oggi non sta dando adeguate risposte. E non le sta dando perché non riesce a costruire una strumentazione atta a sviluppare un mercato della locazione per chi non ha la sostenibilità economica per comprare e al contempo non può accedere all’edilizia residenziale pubblica. Se dovessi cogliere uno spunto che spero possa essere esaminato in questi giorni di festival, credo sia necessaria una riflessione collettiva sugli strumenti che noi possiamo mettere in campo a livello locale, ma soprattutto a livello nazionale, per fare in modo che vi sia una maggiore accessibilità a questo tipo di esigenze: questo è un buon punto su cui concentrare la riflessione in termini prospettici. […] Fortunatamente, negli ultimi tre anni si è arrestato il calo demografico che era costante negli ultimi ventidue anni. Siamo riusciti a stoppare questo calo e gradualmente stiamo risalendo: tutti gli indicatori ci dicono che la strada che abbiamo imboccato è stata una strada forte; siamo la città leader in Italia per le transizioni immobiliari, siamo una città che ha tutti i numeri del turismo in crescita. Questi elementi ci incoraggiano ad andare avanti. Godetevi i dibattiti in questo straordinario spazio che da oggi rimane aperto agli usi temporanei della città: uno dei tanti modi con cui noi interpretiamo la contemporaneità e la gestione dell’importante patrimonio da lasciare alle future generazioni». *   *   * Il vecchio mercato del pesce appare come un corridoio al coperto: ai lati c’erano i pescivendoli che disponevano i loro banchi in spazi delimitati da muri divisori. Oggi la struttura accoglie eventi culturali e la sua nuova funzione è stata inaugurata proprio questo 7 luglio 2026. Dopo la pandemia la Città ha ritirato la concessione ai pescivendoli e lo spazio, di proprietà pubblica, è rimasto a lungo disabitato. Il bando di assegnazione a privati per la gestione del luogo è andato deserto alla fine del 2023 e nell’ottobre del 2024 i giornali riportavano la notizia di un’indagine per turbativa d’asta a carico di Paola Virano, dirigente comunale nel settore commerciale. L’indagine s’era avviata a partire dai tentativi dell’amministrazione di trovare soggetti privati disposti a controllare questo vecchio mercato. L’inchiesta è stata archiviata nel 2026 senza accuse a carico di Virano, ma resta evidente la difficoltà gestionale del Comune: la trasformazione del mercato del pesce in arena per eventi culturali è una mossa conseguente ai precedenti fallimenti. Lo Russo menziona la “trasformazione d’uso” del mercato ittico grazie allo strumento degli “usi temporanei”. Per “uso temporaneo” il sindaco intende la sospensione della destinazione d’uso di uno spazio prevista dal piano regolatore degli anni Novanta (elaborato da Gregotti e Cagnardi) e l’attribuzione di una nuova funzione. Così un immobile adibito al commercio può temporaneamente diventare un “hub culturale” in deroga al piano regolatore. Questa amministrazione nel giugno 2024 ha approvato la delibera 444 sugli usi temporanei che facilita la procedura di trasformazione delle destinazioni d’uso. La delibera 444 disegna spazi flessibili in cui è più semplice e veloce la trasformazione della destinazione senza seguire procedure articolate e tracciabili dai cittadini. Non a caso la delibera è stata presentata dall’assessore all’urbanistica Mazzoleni come una prefigurazione del nuovo piano regolatore generale. La “challenge” evocata da Lo Russo è la creazione di una legislazione urbanistica agile e dotata di “capacità di flessibilità”, ovvero così porosa e malleabile da attrarre maggiori investimenti privati riducendo burocrazia e concertazione. Il nuovo piano regolatore supera la rigidità del piano degli anni Novanta e mette a sistema la visione neoliberale della giunta al governo di Torino. Il progetto preliminare del nuovo piano regolatore è stato approvato dalla maggioranza nel dicembre 2025. Si prevede proprio lo smantellamento della rigidità delle destinazioni d’uso. I punti 5.03 e 5.04 delle Norme di attuazione decretano un’ampia flessibilità: “Tutte le destinazioni d’uso sono liberamente insediabili senza un rapporto percentuale predefinito” a condizione di non aumentare “l’insediamento di nuove superfici edilizie” laddove il piano non lo concede. Eppure è possibile derogare a questa norma a patto di non contraddire le “normative sovraordinate” e di deporre “una relazione asseverata” in caso di “mutamento di destinazione d’uso per superfici superiori a 250 mq”. In precedenza, ogni modifica di destinazione d’uso richiedeva una variante urbanistica da discutere e approvare in consiglio comunale; adesso le procedure sono più snelle, semplici e meno trasparenti. Lo Russo è la sua giunta si dichiarano “pionieri”, eppure adottano un modello molto simile a quello milanese. Una regola urbanistica peculiare introdotta dal nuovo piano è la perequazione. Il piano regolatore individua diversi ambiti territoriali e all’interno di questi distingue fra “sending areas” e “receiving areas”, termini che traggo dalla Relazione illustrativa. Le “sending areas” sono spazi preposti a “servizi urbani” e “servizi pubblici” con “attrezzature collettive”, mentre le “receiving areas” sono porzioni di territorio disponibili alla “rigenerazione urbana” dove è possibile “densificare”, ovvero costruire e aumentare il volume degli immobili. A ciascun ambito territoriale sono attribuiti omogenei diritti edificatori e la perequazione è il meccanismo che regola lo spostamento dei diritti edificatori dalle “sending areas” alle “receiving areas”. Per avere facoltà di costruire è necessario trasferire i diritti edificatori da un’area all’altra: chi vuole aumentare la densità urbanistica in una zona residenziale deve cedere alla Città i diritti edificatori che detiene su uno spazio dove possono sorgere servizi per la comunità. Per esempio, un imprenditore può aumentare l’altezza delle palazzine in un isolato remunerativo e cedere in cambio i diritti edificatori su una zona in cui realizzare “attrezzature pubbliche, infrastrutture o servizi ecosistemici”. Il nuovo piano scommette sulla crescita della densità urbanistica e sull’espansione in altezza dei volumi per finanziare di conseguenza i servizi pubblici. “Lo scambio regolato di diritti edificatori – afferma la Relazione illustrativa – redistribuisce il valore generato dal Piano e finanzia la città pubblica tramite le trasformazioni private”. Torino si trasforma così in una plancia di un grande gioco strategico. Nel gioco urbanistico sognato dal sindaco e dalla sua giunta – un Monopoli a Torino – i residui di welfare dipendono dal successo degli speculatori. Secondo Lo Russo il piano regolatore si concentra su “riuso e rigenerazione anziché [sulla] nuova costruzione”. È una manipolazione della verità. Il piano, come ho appena dimostrato, prevede un’espansione edilizia in verticale, soprattutto in zone strategiche peculiari come gli isolati vicini alla futura linea 2 della metro. Eppure il sindaco riconosce il calo demografico strutturale della città post-industriale. Solo negli “ultimi tre anni” si è stabilizzata la perdita demografica. Come è possibile allora disegnare un piano fondato su una crescita immobiliare? Il 17 dicembre 2025, all’indomani della approvazione in consiglio comunale del progetto preliminare, Lo Russo ha annunciato di prevedere una città che accoglierà in futuro “un milione e cinquantamila abitanti teorici”, circa duecentomila in più rispetto ai residenti attuali. Chi sono allora queste duecentomila persone in più? Le classi dirigenti immaginano una città dinamica attraversata da professionisti di passaggio, lavoratori pendolari, turisti, soggetti che consumano e usufruiscono dei servizi della città senza risiedervi in modo stabile. In questa variegata classe sociale l’amministrazione individua la leva per legittimare la previsione di un’espansione cui trarranno beneficio i costruttori. Queste promesse spiegano anche le politiche per la casa esposte da Lo Russo. Per il sindaco la casa è un bene privato da cui estrarre profitti, dunque la gestione degli appartamenti vuoti è un’opportunità per proprietari e grandi capitali; anziché lasciare case vuote, è possibile gestirle come risorse di una città in espansione e valorizzarle a vantaggio della “fascia grigia” di potenziali locatari. Le case vuote per Lo Russo e i borghesi della platea in ascolto sono nuove occasioni di profitto da sommare alle promesse edificatorie del nuovo piano regolatore. Le élite non guardano certo a chi è stato sfrattato o è a rischio di sfratto, ma alla piccola e media borghesia, giovane, itinerante e flessibile che rappresenta una classe dinamica da attrarre per incrementare il valore immobiliare complessivo. Per queste ragioni le politiche abitative eque e attente alle fasce più deboli sono nei fatti inesistenti nel programma di Lo Russo. I punti dedicati alle politiche abitative nelle Norme di attuazione del piano regolatore si limitano ad affermare che in caso di costruzione di “nuove superfici a destinazione d’uso residenziale” o di “mutamenti di destinazione d’uso verso la residenza” il piano obbliga a “destinare una quota non inferiore al 20 % della Superficie Lorda residenziale complessiva alla realizzazione di edilizia residenziale finalizzata all’inclusione sociale e al supporto alle politiche dell’abitare”. Qui non si fa riferimento all’edilizia residenziale pubblica, ma alle ibride forme di housing sociale capaci di accogliere la domanda della “fascia grigia”. Il nuovo piano è un meccanismo di regole che favorisce gli interessi di investitori privati e costruttori, toglie ai cittadini la possibilità di controllare i fenomeni di speculazione e causa un ulteriore impoverimento delle classi sociali più deboli. Questo scenario, tuttavia, è plausibile se i desideri degli affaristi e degli speculatori sostenuti da questa giunta sono realizzabili nel contesto concreto di Torino. Come si presenta la città oggi? I capitali del Pnrr sono finiti, i cantieri hanno esaurito il loro compito e presto graverà il peso del debito pubblico generato dai finanziamenti europei. I conflitti internazionali hanno causato l’aumento dei costi dei materiali edili e già s’intravedono i segni della crisi: il cantiere lungo la Dora di The Social Hub è fermo da mesi e anche i lavori per il prolungamento della linea 1 della metro sono al momento sospesi. La città in espansione e ricca di opportunità prefigurata da Lo Russo rischia di collassare. Le classi dirigenti, pur di aggrapparsi al modello di crescita attuale e dilazionarne il fallimento, agiranno in modo spregiudicato per favorire i flussi di capitali in settori specifici: l’espansione dell’industria delle armi e del turismo. Queste saranno, probabilmente, le ultime carte che le élite giocheranno per evitare il dissesto dei loro sogni. (francesco migliaccio)
July 13, 2026
Napoli MONiTOR
Non spegni il sole se gli spari addosso
Il Basket Beats Borders da Beirut a Torino Esistono fiori in natura, capaci di resistere a qualunque tipo di intemperia o condizione estrema. Addirittura ci sono fiori capaci di nascere laddove non sarebbe possibile, dove nessuno scommetterebbe più anche solo un centesimo. Il popolo Palestinese è questo, o almeno, questo è ciò che da sempre ho visto e avuto modo di sperimentare. Anche nei luoghi più angusti, contro chi, in Palestina e in giro per il mondo, li vorrebbe zittire, sotterrare ed eliminare, loro sono capaci di seminare e far nascere fiori resistenti, magnifici e difficili da estirpare. Fiori di resistenza che lasciano a bocca aperta. E’ un po’ questa la storia che vi voglio raccontare: una storia di resistenza che nasce in un luogo, il campo profughi di Shatila, nato dall’ingiustizia (la prima nakba del 1948) e teatro di uno dei massacri più efferati e disumani, la strage di Sabra e Shatila del 1982. Un luogo che oggi è teatro dell’oppressione Sionista Israeliana che bombarda indiscriminatamente uno stato sovrano, il Libano, nel tentativo di portare avanti la sua politica espansionistica e genocida. Esattamente come ha fatto e continua a fare in Palestina, a Gaza. Le forme con cui questo stato genocida porta avanti l’oppressione del popolo palestinese sono molte e diversificate. Non solo attraverso le bombe, e la guerra, ma con l’appropriazione di terre e con essa i suoi frutti. Attraverso la cancellazione dell’identità culturale di questo popolo, con il confinamento fisico e con il tentativo di mettere a tacere quella voce che dice: esistiamo e resistiamo; ma come dice una canzone a me cara dedicata a Carlo Giuliani, con un significato che credo calzi bene: “Non spegni il sole se gli spari addosso”! E ciò che si è creato all’interno di Shatila è questo. Un sole così grande che non potranno spegnere, perché è arrivato a scaldare la sensibilità di persone anche molto lontane da quel luogo. Parlo di ciò che Captain Majdi, con tanta fatica e con l’aiuto di persone che negli anni si sono spese, penso a David Ruggini, capo missione di Un Ponte Per in Libano, ha creato. Uno centro sportivo, lo Shatila Sport Centre, fulcro di un’insieme di progettualità sportive rivolte ai ragazze e le ragazze di Shatila, nel tentativo di tenerli e tenerle lontane, da contesti criminali, utilizzo di sostanze stupefacenti e una vita che li e le vorrebbe con la testa bassa. Sottomesse a ciò che un mondo malato ha imposto loro ancor prima che nascessero. Ed è così che circa dieci anni fa, nacque il progetto Basket Beats Borders. Un progetto rivolto alle ragazze palestinesi e non (perché ad oggi a Shatila ci sono profughi palestinesi ma anche siriani per un totale di circa 25000 persone a fronte delle 6000 che doveva contenere), che ha come obbiettivo quello di abbattere le barriere imposte, potersi autodeterminare come donne, fare sport e tentare di avere scambi culturali al di fuori delle mura di Shatila. Così, grazie all’impegno costante e instancabile di Majdi, David ed alcune realtà di sport popolare romane come gli All reds Basket, nel 2016 è avvenuto il primo scambio sportivo che ha visto questo gruppo di ragazza venire in Italia. Da li è nata una storia, un fiore bellissimo, che continua a diffondersi con forza. Quando ho incontrato Majdi la prima volta, a Firenze per un altro scambio sportivo con i bimbi del Palestine Youth Club, invitati dal Centro Storico Lebowsky, ho subitorealizzato  quanto cuore ci fosse in quell’uomo. Quanta determinazione, amore e voglia scorressero nelle sue vene, al punto da contagiarmi immediatamente. Così nel settembre 2025 ho deciso che se potevo far qualcosa, anche piccola, per aiutare a dar voce e luce a Majdi e alla comunità di Shatila, be andava fatto. Con Un Ponte Per son partito per il Libano,  a Shatila e ho preso parte come istruttore-educatore minibasket, alle attività sportive rivolte alle ragazzine di Shatila. In 24 ore venni travolto, dalla forza delle persone, dei bimbi e bimbe che ho incontrato, nonostante l’impatto molto forte con la realtà del campo profughi. Majdi mi fece promettere, e l’ho accettato molto volentieri (ignaro di che fatica sarebbe costata, ma che bello!!), che avrei provato con l’associazione di sport popolare di cui faccio parte, l’ASD San Salvario, a far venire le ragazze del Basket Beats Borders! Un’impresa in realtà! Perchè loro non hanno i nostri bei diritti e non possono viaggiare, non possono fare sport ufficialmente e sostanzialmente non sono nessuno. Tornato a Torino si è creata una sinergia magica per la quale ancor prima di proporre lo scambio, sono stato contattato da Marcello Giangualano, il quale conosceva bene il territorio di Chieri e soprattutto la realtà del Bea Chieri Basket, con la volontà espressa di fare qualcosa legato allo sport per la causa Palestinese. Ed ecco che tutti i punti si stavano unendo. Gli proposi questo scambio sportivo, dove lo sport, sempre più, si manifestava e manifesta come strumento politico vero, capace di smuovere persone, coscienze e istituzioni. Si creò questo tavolo di lavoro che vedeva coinvolte la San Salvario, Il Bea Chieri e il Trofarello sport e cultura. La macchina organizzativa si è avviata in un attimo attivando un crowdfounding dedicato ed eventi di promozione. Nei mesi lo sconforto che ci travolti è stato molto forte, perché le notizie della guerra con l’Iran e i bombardamenti Israeliani sul Libano e su Beirut, sembravano non lasciare molte speranze affinché l’ambasciata Italiana rilasciasse i visti necessari alle ragazze e a Majdi per poter viaggiare. Nonostante ciò, ma soprattutto motivati sempre dalla capacità di resistere e rilanciare che arrivava da Majdi e la sua comunità, ci siamo detti che dovevamo andare avanti. La voce di questo progetto è cominciata a circolare sempre più e le donazioni aumentavano. La fatica e l’incertezza a volte hanno fatto vacillare ma alla fine, come il fiore che nasce dalle macerie, è arrivata la notizia. Le ragazze possono partire!!!! Così, il 1 luglio, con un’eccitazione indescrivibile, siamo andati all’aeroporto di Malpensa per accogliere questo gruppo di giovani atlete, tra Palestinesi, Siriane e Libanesi. Perchè lo sport è inclusione! Sarebbe più giusto chiedere a loro cosa hanno provato ma sicuramente posso dire che l’accoglienza e l’affetto che hanno trovato una volta arrivate a Torino, è stato travolgente. Quasi tutte le realtà di sport popolare presenti sul territorio si sono spese insieme a noi per la realizzazione di questa settimana. Penso all’Aurora Vanchiglia, la Paco Rigore, la Dynamo Dora e altre che sicuramente sto dimenticando. Ci hanno raggiunto da Roma e  Firenze. Una settimana che ha visto tanti momenti sportivi con allenamenti e tornei, ma anche l’incontro con tutta la comunità solidale che ci ha sostenuti. Descrivere a parole le emozioni che ho provato nel vederle qua e le emozioni che ho visto negli occhi di tutti quanti, è impossibile. E’ il cuore che supera tutte le difficoltà e che non cede alla malvagità che ci circonda. E’ il grido di chi dice noi ci siamo e insieme a loro, Free Palestine! Il 7 luglio le abbiamo salutate con un groppo in gola ma il loro viaggio prosegue in direzione di Genova e Como. Faranno ritorno in Libano il 13 Luglio e un po’, la consapevolezza che torneranno in un contesto che vede bombe e devastazione, fa salire la tristezza. Ma il senso di questo scambio sta anche li. Trasmettere ai giovani e le giovani ragazze di Shatila che un’alternativa esiste. Che c’è un mondo pronto a sostenerle ed impegnarsi per aiutarle a dar loro voce e diritti. Questo è solo l’inizio. Il seme che Majdi e le ragazze hanno piantato qua è già pronto a fiorire e a diffondersi, continuando a supportare le progettualità sportive di questo pezzo di mondo. Se non sono loro ad arrendersi, non saremo certo noi a farlo! From the river to the see, Palestine will be free   Luca Garau Redazione Torino
July 13, 2026
Pressenza
TORINO: RICHIESTA DI SORVEGLIANZA SPECIALE PER STEFANO E SARA, “COLPEVOLI” DI AVER PARTECIPATO ALLE MOBILITAZIONI PER LA PALESTINA
Presso il tribunale di Torino si è svolta un’udienza in merito alla richiesta, da parte della questura con l’elmetto piemontese, di sorveglianza speciale ai danni di Sara e Stefano, due giovani attivisti di Torino per Gaza e del csa Askatasuna. “E’ ormai prassi della Questura di Torino quella di silenziare qualsiasi voce decisa a parlare e scendere in piazza a difesa di quei popoli che ancora oggi stanno vivendo il genocidio, lo sterminio e la devastazione” nella Striscia di Gaza, si legge in un comunicato congiunto firmato da Intifada Studentesca, Cua Torino, Torino per Gaza e Mamme in piazza per la libertà e il dissenso. Stefano e Sara “si ritrovano con la richiesta di una sorveglianza speciale per il solo motivo di aver partecipato ai cortei, manifestazioni e presidi. Questa misura, che riporta in maniera diretta ai tempi del fascismo, fa uno step in più rispetto alla già notevole pioggia di misure cautelari emanate dalla Procura in questi mesi“, sottolineando nel comunicato come la sorveglianza speciale sia uno strumento previsisto dal Codice Antimafia e nato per soggetti ritenuti appartenenti alla criminalità organizzata o al terrorismo. Per Stefano le prossime udienze in cui verrà deciso se applicare o meno la sorveglianza speciale saranno a settembre. Per Sara invece la prima udienza era oggi, mercoledì 8 luglio. Fuori dal tribunale torinese, decine di persone in presidio in solidarietà con i due compagni. Nell’intervista a Radio Onda d’Urto la stessa Sara, compagna torinese. Ascolta o scarica.
July 8, 2026
Radio Onda d`Urto
Una burocrazia del disprezzo. Il nuovo ufficio immigrazione della questura di Torino
(disegno di salvatore liberti) Nella primavera del 2024 Selma Arnaldo, cittadina brasiliana, aveva raccontato le angherie subite dalle persone costrette a visitare l’ufficio immigrazione della questura in corso Verona a Torino. Nei mesi le code notturne di centinaia di persone fuori da quegli uffici richiamarono l’attenzione pubblica, suscitando l’indignazione ipocrita di alcuni assessori progressisti (Tresso, Rosatelli), di un professionista della politica di rappresentanza (Ahmed del Pd), dei vertici della principale fondazione bancaria e dei consueti dirigenti del terzo settore. La questura si impegnò a trovare nuove soluzioni e all’inizio del febbraio 2025 aprì un nuovo sportello in via Botticelli, assicurando una migliore organizzazione. Nello stesso periodo chiusero gli uffici di corso Verona, situati in un’area rilevante per lo sviluppo urbanistico della città: tra il campus universitario e il centro direzionale Lavazza, e accanto alla nuova palestra GOfit inaugurata dal sindaco in persona nel febbraio 2026. Forse agli occhi del governo urbano le code in corso Verona non erano scandalose per il trattamento subito dalle persone, ma erano inaccettabili in un quartiere disponibile agli investimenti dei grandi capitali. Ora lo sportello dell’ufficio immigrazione di via Botticelli si trova all’estrema periferia nord della città, tra il fiume Stura e le stecche delle case popolari di corso Taranto. Accanto vi sono pompe di benzina, rivendite di auto, carrozzerie scaldate dal sole di luglio. Anche in via Botticelli le code sono lunghe e le persone sono sottoposte a trattamenti degradanti. I giornali cittadini scrivono nuovi articoli, i professionisti del progressismo rilasciano ulteriori, identiche dichiarazioni e la questura afferma che “il periodo estivo è caratterizzato da una maggiore affluenza dell’utenza, in considerazione anche della maggiore necessità di viaggio della stessa”. Ogni attore tenta, ancora una volta, di affermare che il trattamento disumano sia un’emergenza e non la condizione strutturale cui sono sottoposte le persone senza cittadinanza italiana. Proponiamo qui, come nuovo documento di questo tremendo presente, la traduzione di un racconto scritto da -nw, cittadina indiana, sulle code in via Botticelli. *   *   * Una studentessa arriva all’ufficio immigrazione alle dieci del mattino e vede centinaia di persone allineate sotto il sole. Chiede a dei giovani se è la coda per prendere il permesso di soggiorno e loro le dicono che non dovrebbe perdere tempo ad aspettare, che loro sono in fila dalle sei del mattino e stanno aspettando solo per tentare la fortuna, non credono davvero di potercela fare. Lei rimane sul posto per osservare cosa sta succedendo. Nei cinque minuti successivi qualcuno sviene. C’è un po’ di trambusto nella parte iniziale della fila. Nessuno sa davvero cosa stia succedendo, stanno tutti aspettando. Due poliziotti arrivano con alcune bottiglie di acqua da distribuire; quando gli si chiede qualsiasi cosa rispondono con un “boh”, una scrollata di spalle, un’alzata di sopracciglia e gli angoli della bocca tirati in basso. Qualcun altro vomita, la coda rimane lì in attesa. Alle 12:30 la polizia comunica che non farà più entrare nessuno. La maggior parte delle persone se ne va, alcune rimangono, sperando che alla fine li facciano passare. Quelli che aspettano chiacchierano con i poliziotti; i poliziotti trovano alcuni di loro divertenti, mentre altri li infastidiscono profondamente. Tra coloro che sono rimasti ad aspettare si è sparsa la voce che il primo della coda è arrivato alle due del mattino, o a mezzanotte, e che alcune persone hanno dormito lì fuori piazzando i materassi alle sette di sera. Sentendo questa storia il gruppo di giovani, a quanto pare tutti studenti, decide di tornare a mezzanotte, con snack, cibo e maggiori energie; tutto ciò che vogliono è ottenere il permesso. Il piano era di arrivare a mezzanotte, ma il giorno dopo la prima di loro arriva alle tre di notte; ci sono già trentotto persone ad aspettare, pazientemente disposte. Quelli che sono già lì hanno cominciato a organizzarsi, hanno dei post-it su cui hanno scritto il numero che assegna loro la posizione nella fila; sanno che al mattino ci sarà un gran trambusto. La studentessa riceve un post-it col numero trentanove e informa i suoi amici di sbrigarsi e arrivare velocemente. Una delle sue amiche era in viaggio e sarebbe arrivata più tardi, così si organizzano affinché un’altra persona vada lì a prendere un numero e tenere il posto per lei. Altri sono venuti con tappetini, libri e sedie. Alcuni sono qui per farsi scannerizzare le impronte digitali, altri per avviare la richiesta di permesso, altri ancora sono tornati perché le loro richieste sono state ritenute incomplete. Il sole non è ancora sorto e tutti sono già stanchi e un po’ nervosi per quello che li attende; si chiedono se valga la pena fare tutta questa fatica. Quelli che aspettano fino all’alba si dicono tra loro che difenderanno con determinazione l’ordine numerico. Con il sorgere del sole, cresce il ritmo con cui arrivano le persone e quelli che hanno passato la notte sul posto fanno in modo che chi è arrivato “in ritardo” non salti la coda: quando gli ultimi arrivati cercano di avvicinarsi al cancello dell’ufficio, vengono respinti a gomitate. Pochi nerboruti e testardi non si lasciano intimidire dalle occhiatacce e dagli insulti e restano saldi e inamovibili. La polizia arriva alle otto di mattina e l’atmosfera si fa tesa: cominceranno a dare dei numeri ufficiali? Gli agenti sono rilassati e disinvolti, si mantengono di buon umore. Si aggirano lì attorno, chiacchierano tra loro, vagamente sorridenti. Le persone si chiedono cosa succederà, nessuno sa come andrà. C’è frenesia e agitazione, quando la polizia inizia a distribuire i numeri. Dopo alcuni falsi allarmi, intorno alle nove del mattino, alle prime dieci persone viene permesso di entrare. I numeri vengono distribuiti a gruppi di dieci, quindi chi si trova dietro non sa se oggi riceverà un numero. Si fanno ipotesi su quante persone riescano a entrare ogni giorno. Alcuni dicono duecento, altri dicono trecento. In coda ce ne sono già almeno il doppio, o anche di più. Tutti stanno in piedi sotto il sole estivo, alcuni svengono, altri vomitano, i bambini piangono, le persone litigano tra loro: chi è arrivato prima di chi, chi sta cercando di saltare la fila; fianco a fianco, tutti schierati contro chiunque sia arrivato “dopo”. Verso mezzogiorno la polizia distribuisce bottiglie d’acqua, molte persone sono ancora gentili con gli agenti e li riempiono di ringraziamenti; altri li ringraziano in modo sarcastico, oppure evitano persino di incrociare i loro sguardi. Coloro che riescono a entrare, quando escono raccontano che ci sono solo due poliziotti alle scrivanie. Non esiste alcun sistema, o non c’è alcun incentivo ad averne uno, oppure il sistema è proprio questo caos? (-nw)
July 8, 2026
Napoli MONiTOR