La repressione dei venditori informali a Torino, sfumature di un’arte secolare
(dettaglio da un dipinto di Giovanni Michele Graneri)
Le piazze più note del centro di Torino sono piene di mercati all’aperto. Qui,
tra i banchi di legno oppure per terra, disposti su grandi teli o dentro sacchi
e ceste, si trovano generi alimentari di ogni tipo. Alcuni venditori riparano le
merci sotto tende di tela bianca, altri stazionano allo scoperto con carri colmi
di legna o enormi botti di vino, o transitano con cavalli carichi di anfore e
stoviglie. In postazioni sparse sono piazzati fabbri, arrotini, filatrici.
Davanti ai banchi i clienti si fermano a trattare e conversare. A intrattenerli
arrivano commedianti in maschera che recitano in corteo o su palcoscenici
improvvisati, musicanti con i loro strumenti, cantastorie e saltimbanchi. In
mezzo a loro ci sono uomini che giocano a carte, donne che allattano i figli,
bambini che giocano, adulti che litigano picchiandosi vigorosamente, preti che
intervengono per redarguirli, cani che si agitano tra tutti questi corpi e le
loro cose: una folla vivace in cui si incontrano tutti i ceti sociali, anche se
non sempre si parlano, e non sempre in modo pacifico.
È tra le collezioni storiche dei musei pubblici e privati della città che trovo
queste scene, protagoniste dei dipinti di Pietro Domenico Olivero e un suo
allievo, Giovanni Michele Graneri. Entrambi furono attivi nella prima metà del
Settecento, quando Torino era già diventata capitale del Regno di Sardegna, e
loro opere, etichettate come “bambocciate”, ossia scene di genere che ritraggono
la vita quotidiana della società civile, erano molto apprezzate
dall’aristocrazia e dai mercanti d’arte, che trovavano quei soggetti curiosi e
divertenti. Le autorità cittadine commissionavano le scene con i mercati –
incorniciati dalle architetture che ancora oggi rendono famosa Torino – per
celebrare la ricchezza della cittadella sabauda in espansione, ma anche per uno
scopo più alto, legato alla morale del tempo.
In quei decenni migliaia di persone si riversavano in città dalle campagne
circostanti devastate da continue guerre, epidemie e carestie, e il loro arrivo
era sinonimo di povertà da gestire. Le ricerche storiche che hanno analizzato
gli “ordinati” (i verbali delle sedute del Consiglio di Città, oggi custoditi
dall’Archivio di Stato di Torino) rilevano che furti, risse, truffe,
accattonaggio, prostituzione e altri reati legati al “malaffare” erano
all’ordine del giorno. Alcuni di questi studi (in particolare i volumi di
Giuseppe Ricuperati e Donatella Balani) evidenziano, tra le altre, la presenza
di “numerosissimi ambulanti che vendevano abusivamente ogni sorta di prodotti di
modesto valore agli angoli delle strade e nelle piazze” e le numerose denunce
che negozianti e privati cittadini sporgevano contro di loro. Per mantenere
l’ordine, dagli anni Venti del Settecento, Vittorio Amedeo II e poi il figlio e
successore Carlo Emanuele III fissarono norme e pene sempre più stringenti e
severe, incentivarono la delazione e ridefinirono gli organi di controllo e
gestione della città centralizzando progressivamente i poteri nelle proprie mani
e in quelle dello stato sabaudo.
Le arti visive vennero chiamate a costruire l’immagine di Torino come capitale
della giustizia e dell’ordine pubblico, così, tra il 1736 e il 1740, la città
commissionò a Olivero e Graneri dei quadri destinati all’ufficio del Vicariato.
In quegli anni, l’ente municipale che dal Quattrocento aveva amministrato la
cittadella era da poco passato sotto il controllo statale e aveva assunto
competenze di “politica e polizia”; i dipinti in questione dovevano quindi
rappresentare “la politica e il buon governo”, ovvero l’autorità del Vicariato e
“i castighi” previsti per i trasgressori. È il ciclo di opere in cui tra i
mercati cittadini si vedono comparire figure assenti in altri dipinti simili: le
guardie, in divisa e munite di armi di repressione.
Le tele di Olivero sono un condensato di punizioni esemplari. Nella piazza
dell’antica torre comunale, una guardia prova a fermare tre giovani che, nello
scappare, hanno ribaltato il banco di una venditrice; altre due hanno arrestato
un uomo mettendogli grosse catene ai polsi; un’altra ancora sta sanzionando un
venditore di pane. In secondo piano, un uomo condannato alla gogna viene tirato
su con una carrucola e tenuto a penzolare dalla torre col corpo accartocciato su
sé stesso. In un’altra piazza idealizzata, tra architetture che evocano le forme
di Palazzo Madama e le Torri palatine, queste ultime allora adibite a carcere,
le guardie arrestano una donna che, mentre viene portata via, si copre il volto.
Poco distanti, un ragazzo viene bastonato mentre cade tentando la fuga, altri
giovani vengono tirati dai polsi e portati alla torre carceraria, dove un uomo
mezzo nudo viene al contempo fustigato; un venditore con carro al seguito viene
minacciato di fare la stessa fine e, sullo sfondo, a un altro commerciante
vengono confiscate delle ceste d’uva.
Scene simili si ripetono nelle tele di Graneri. Al mercato di Porta Palazzo, in
mezzo ai banchi dei venditori, l’arresto di una prostituta elegantemente
vestita, anche lei col volto semicoperto, vede le guardie impegnate a bastonare
e spingere energicamente chi cerca di ostacolarne l’operazione. In piazza del
Municipio, i tutori dell’ordine presidiano la folla mentre alcune venditrici,
accusate di vendere uova marce, subiscono dagli stessi cittadini una sassaiola
fatta con la merce sequestrata, secondo l’usanza del tempo. In un’altra piazza
affollata, la vita commerciale è scombussolata dall’arresto di sei ladri legati
dalla stessa lunga catena, che gli stringe caviglie e polsi. In questi ultimi
dipinti, alle solite guardie con uniforme verde scuro e cappello a tricorno se
ne aggiungono altre, anch’esse armate, ma con una divisa di colore e taglio
diverso. Sulla loro bandoliera è riconoscibile lo stemma della corte sabauda:
un’aquila nera entro cui è inscritta una croce bianca su ovale rosso.
Le forze allora operative in strada erano in effetti diverse, ma il dato
iniziale sulla committenza suggerisce che quelle ritratte fossero le guardie del
Vicariato e la sua “polizia urbana”, antenati dell’attuale polizia locale: a
loro spettava il compito di sorvegliare i mercati, allontanare i questuanti,
espellere gli “stranieri” senza casa e lavoro, tenere separati gli ebrei dagli
altri abitanti, arrestare “donne di mal partito”, ladri e truffatori, giocatori
d’azzardo, venditori abusivi, “zingari e vagabondi” e tutti gli “oziosi” i cui
comportamenti erano ritenuti devianti o sospetti. Chiunque fossero realmente
quegli agenti dell’ordine – ammettono gli studi specialistici –, gli effetti
della loro sorveglianza quotidiana e delle numerose norme a tutela dei cittadini
“di buona condizione e fama” si rivelarono poco soddisfacenti per tutto il
secolo.
L’aspetto più politico di queste rappresentazioni rimane giusto accennato negli
studi esistenti, né il Museo civico di Palazzo Madama, che oggi possiede buona
parte di questo patrimonio, si è preoccupato di valorizzarne la fruizione, anzi;
visitare le sue sale espositive significa imbattersi in schede informative che
non rispondono all’allestimento attuale e un personale di sala poco istruito a
colmare le lacune. L’ultima edizione del catalogo della collezione, poi, risale
al 1963 e sul sito web ufficiale molte delle opere catalogate non sono né
visibili né descritte. Eppure, il ciclo dedicato al “buon governo” può dirci
qualcosa di interessante anche sul presente. Nel rivelare assonanze notevoli con
le cronache giornalistiche che riportano i numerosi sgomberi e le sanzioni a
danno degli abitanti più poveri, questi documenti visivi confermano che le
ambizioni del potere, nonostante secoli di norme fallimentari, non sono mutate
e, soprattutto, che le strategie di sopravvivenza e resistenza alla repressione,
organizzate o spontanee che siano, si rigenerano di continuo. Oggi, a essere
cambiate sono più che altro le sfumature del discorso attraverso cui le
politiche e le azioni punitive vengono raccontate. La storia dell’arte, in
questo caso, ci mostra un passato in cui il potere era forse più brutale nel suo
modo di esprimersi, ma di certo più onesto nell’autorappresentarsi: agli artisti
ingaggiati non si chiedeva di edulcorare la violenza di cui esso era capace.
Quest’anno, con l’arrivo della primavera, le forze istituzionali del contrasto
al “degrado urbano” hanno trovato nuovi luoghi e soggetti contro cui accanirsi.
All’area dei mercati storici di Porta Palazzo e del Balon, dove venditori
informali di cibo, erbe aromatiche, abbigliamento e oggetti usati continuano a
garantirsi guadagni minimi nonostante le vessazioni da parte della polizia
locale, e talvolta anche di quella di stato, si sono aggiunte altre vie e piazze
centrali, ugualmente celebri ma destinate a un pubblico più borghese e
turistico. A far scattare l’allarme, questa volta, sono stati alcuni nomi
illustri della cultura torinese.
È inizio aprile quando la presidente del Museo Egizio, Evelina Christillin,
riferisce ai giornali di avere già fatto numerose segnalazioni al comando della
polizia locale: l’ingresso del museo – parole sue – è assediato da venditori
abusivi di gadget e souvenir; a lamentarne la presenza sarebbero gli stessi
visitatori. “Basta! – sbotta lei nel corso di una intervista – È un’attività
illegale. […] I nostri prodotti sono sostenibili, la merce che vendono loro
invece probabilmente non lo è”. A darle man forte è il direttore del museo,
Christian Greco, e a darle ragione è il sindaco Lo Russo, che sollecita
l’assessore alla sicurezza Porcedda affinché vengano intensificati i controlli e
le sanzioni. Quest’ultimo promette dunque interventi rafforzati, a piedi, con
pattugliamenti e con le unità cinofile. A esasperare tutti loro è il fatto che,
spesso, quando arrivano i vigili, i venditori riescono a scappare, dato che
espongono la merce su teli facilmente richiudibili o in cassette di plastica
agilmente trasportabili. E quando la municipale va via, i venditori tornano.
Nelle settimane successive i giornalisti riportano nuove denunce con titoli
sensazionalistici: “Gli abusivi cacciati dall’Egizio ora assediano gli altri
musei”. I nuovi articoli ne registrano la presenza in piazza Castello, piazza
San Carlo, davanti al Museo del cinema e alla Mole, davanti ai Musei Reali e in
altre “zone iconiche del centro”, come via Roma appena pedonalizzata, “proprio
davanti alle vetrine scintillanti dei grandi marchi”. In attesa del Salone del
libro, la presidente di Ascom insiste sul danno economico e di immagine che gli
abusivi produrranno per i commercianti regolari e la città, mentre sarà piena di
visitatori. Ogni articolo è corredato dalle cifre che misurano gli sforzi di chi
sorveglia e sanziona: 250 pezzi confiscati da inizio anno, 84 controlli ad
aprile, 100 paia di occhiali da sole sequestrati in una settimana. “Gli abusivi
però continuano a comparire”, conclude l’ultimo articolo passato in rassegna.
In queste cronache, ad avere voce sono solo i rappresentanti istituzionali e il
compito di esplicitare ciò che non è detto con le parole è affidato alle
immagini. Se le loro denunce si limitano a nominare dei generici “abusivi”, le
foto a corredo mostrano che si tratta di persone di origine africana. Con uno di
questi venditori chiacchiero il 2 giugno; si è piazzato con i suoi pochi oggetti
sotto i portici di piazza Carlo Alberto, davanti al Museo del Risorgimento. C’è
solo lui a vendere, la festa nazionale forse impegna la municipale altrove e,
finché questa non arriva, se ne sta tranquillo. Mi dice che sta vendendo poco,
ma che è meglio di niente; è arrivato in Italia molti anni fa e non riesce a
trovare un lavoro stabile. Allora, penso, la scelta di suggerire l’associazione
tra “abusivi” e “africani” senza nominarla è un escamotage discorsivo che i
democratici, politici o giornalisti che siano, trovano forse efficace per
distinguersi dai loro avversari politici, dalle destre razziste che amano
precisare la provenienza geografica dei rei solo quando questi sono “immigrati”.
In questo caso, omettere un dato che risulterebbe inopportuno permette a chi
parla di sorvolare sulle ragioni che portano questi venditori a lavorare senza
autorizzazione, a soprassedere sulle responsabilità di chi governa le loro
esistenze in città. E non sorprende neanche che la stessa strategia connoti le
scelte delle istituzioni culturali sedicenti inclusive. Il 20 giugno, dopo avere
fatto sgomberare l’area dalle presenze indesiderate, il Museo Egizio ha potuto
celebrare in pace la Giornata mondiale del rifugiato con l’iniziativa annuale
intitolata “Io sono il benvenuto”. (alessandra ferlito)