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La repressione dei venditori informali a Torino, sfumature di un’arte secolare
(dettaglio da un dipinto di Giovanni Michele Graneri) Le piazze più note del centro di Torino sono piene di mercati all’aperto. Qui, tra i banchi di legno oppure per terra, disposti su grandi teli o dentro sacchi e ceste, si trovano generi alimentari di ogni tipo. Alcuni venditori riparano le merci sotto tende di tela bianca, altri stazionano allo scoperto con carri colmi di legna o enormi botti di vino, o transitano con cavalli carichi di anfore e stoviglie. In postazioni sparse sono piazzati fabbri, arrotini, filatrici. Davanti ai banchi i clienti si fermano a trattare e conversare. A intrattenerli arrivano commedianti in maschera che recitano in corteo o su palcoscenici improvvisati, musicanti con i loro strumenti, cantastorie e saltimbanchi. In mezzo a loro ci sono uomini che giocano a carte, donne che allattano i figli, bambini che giocano, adulti che litigano picchiandosi vigorosamente, preti che intervengono per redarguirli, cani che si agitano tra tutti questi corpi e le loro cose: una folla vivace in cui si incontrano tutti i ceti sociali, anche se non sempre si parlano, e non sempre in modo pacifico. È tra le collezioni storiche dei musei pubblici e privati della città che trovo queste scene, protagoniste dei dipinti di Pietro Domenico Olivero e un suo allievo, Giovanni Michele Graneri. Entrambi furono attivi nella prima metà del Settecento, quando Torino era già diventata capitale del Regno di Sardegna, e loro opere, etichettate come “bambocciate”, ossia scene di genere che ritraggono la vita quotidiana della società civile, erano molto apprezzate dall’aristocrazia e dai mercanti d’arte, che trovavano quei soggetti curiosi e divertenti. Le autorità cittadine commissionavano le scene con i mercati – incorniciati dalle architetture che ancora oggi rendono famosa Torino – per celebrare la ricchezza della cittadella sabauda in espansione, ma anche per uno scopo più alto, legato alla morale del tempo. In quei decenni migliaia di persone si riversavano in città dalle campagne circostanti devastate da continue guerre, epidemie e carestie, e il loro arrivo era sinonimo di povertà da gestire. Le ricerche storiche che hanno analizzato gli “ordinati” (i verbali delle sedute del Consiglio di Città, oggi custoditi dall’Archivio di Stato di Torino) rilevano che furti, risse, truffe, accattonaggio, prostituzione e altri reati legati al “malaffare” erano all’ordine del giorno. Alcuni di questi studi (in particolare i volumi di Giuseppe Ricuperati e Donatella Balani) evidenziano, tra le altre, la presenza di “numerosissimi ambulanti che vendevano abusivamente ogni sorta di prodotti di modesto valore agli angoli delle strade e nelle piazze” e le numerose denunce che negozianti e privati cittadini sporgevano contro di loro. Per mantenere l’ordine, dagli anni Venti del Settecento, Vittorio Amedeo II e poi il figlio e successore Carlo Emanuele III fissarono norme e pene sempre più stringenti e severe, incentivarono la delazione e ridefinirono gli organi di controllo e gestione della città centralizzando progressivamente i poteri nelle proprie mani e in quelle dello stato sabaudo. Le arti visive vennero chiamate a costruire l’immagine di Torino come capitale della giustizia e dell’ordine pubblico, così, tra il 1736 e il 1740, la città commissionò a Olivero e Graneri dei quadri destinati all’ufficio del Vicariato. In quegli anni, l’ente municipale che dal Quattrocento aveva amministrato la cittadella era da poco passato sotto il controllo statale e aveva assunto competenze di “politica e polizia”; i dipinti in questione dovevano quindi rappresentare “la politica e il buon governo”, ovvero l’autorità del Vicariato e “i castighi” previsti per i trasgressori. È il ciclo di opere in cui tra i mercati cittadini si vedono comparire figure assenti in altri dipinti simili: le guardie, in divisa e munite di armi di repressione. Le tele di Olivero sono un condensato di punizioni esemplari. Nella piazza dell’antica torre comunale, una guardia prova a fermare tre giovani che, nello scappare, hanno ribaltato il banco di una venditrice; altre due hanno arrestato un uomo mettendogli grosse catene ai polsi; un’altra ancora sta sanzionando un venditore di pane. In secondo piano, un uomo condannato alla gogna viene tirato su con una carrucola e tenuto a penzolare dalla torre col corpo accartocciato su sé stesso. In un’altra piazza idealizzata, tra architetture che evocano le forme di Palazzo Madama e le Torri palatine, queste ultime allora adibite a carcere, le guardie arrestano una donna che, mentre viene portata via, si copre il volto. Poco distanti, un ragazzo viene bastonato mentre cade tentando la fuga, altri giovani vengono tirati dai polsi e portati alla torre carceraria, dove un uomo mezzo nudo viene al contempo fustigato; un venditore con carro al seguito viene minacciato di fare la stessa fine e, sullo sfondo, a un altro commerciante vengono confiscate delle ceste d’uva. Scene simili si ripetono nelle tele di Graneri. Al mercato di Porta Palazzo, in mezzo ai banchi dei venditori, l’arresto di una prostituta elegantemente vestita, anche lei col volto semicoperto, vede le guardie impegnate a bastonare e spingere energicamente chi cerca di ostacolarne l’operazione. In piazza del Municipio, i tutori dell’ordine presidiano la folla mentre alcune venditrici, accusate di vendere uova marce, subiscono dagli stessi cittadini una sassaiola fatta con la merce sequestrata, secondo l’usanza del tempo. In un’altra piazza affollata, la vita commerciale è scombussolata dall’arresto di sei ladri legati dalla stessa lunga catena, che gli stringe caviglie e polsi. In questi ultimi dipinti, alle solite guardie con uniforme verde scuro e cappello a tricorno se ne aggiungono altre, anch’esse armate, ma con una divisa di colore e taglio diverso. Sulla loro bandoliera è riconoscibile lo stemma della corte sabauda: un’aquila nera entro cui è inscritta una croce bianca su ovale rosso. Le forze allora operative in strada erano in effetti diverse, ma il dato iniziale sulla committenza suggerisce che quelle ritratte fossero le guardie del Vicariato e la sua “polizia urbana”, antenati dell’attuale polizia locale: a loro spettava il compito di sorvegliare i mercati, allontanare i questuanti, espellere gli “stranieri” senza casa e lavoro, tenere separati gli ebrei dagli altri abitanti, arrestare “donne di mal partito”, ladri e truffatori, giocatori d’azzardo, venditori abusivi, “zingari e vagabondi” e tutti gli “oziosi” i cui comportamenti erano ritenuti devianti o sospetti. Chiunque fossero realmente quegli agenti dell’ordine – ammettono gli studi specialistici –, gli effetti della loro sorveglianza quotidiana e delle numerose norme a tutela dei cittadini “di buona condizione e fama” si rivelarono poco soddisfacenti per tutto il secolo. L’aspetto più politico di queste rappresentazioni rimane giusto accennato negli studi esistenti, né il Museo civico di Palazzo Madama, che oggi possiede buona parte di questo patrimonio, si è preoccupato di valorizzarne la fruizione, anzi; visitare le sue sale espositive significa imbattersi in schede informative che non rispondono all’allestimento attuale e un personale di sala poco istruito a colmare le lacune. L’ultima edizione del catalogo della collezione, poi, risale al 1963 e sul sito web ufficiale molte delle opere catalogate non sono né visibili né descritte. Eppure, il ciclo dedicato al “buon governo” può dirci qualcosa di interessante anche sul presente. Nel rivelare assonanze notevoli con le cronache giornalistiche che riportano i numerosi sgomberi e le sanzioni a danno degli abitanti più poveri, questi documenti visivi confermano che le ambizioni del potere, nonostante secoli di norme fallimentari, non sono mutate e, soprattutto, che le strategie di sopravvivenza e resistenza alla repressione, organizzate o spontanee che siano, si rigenerano di continuo. Oggi, a essere cambiate sono più che altro le sfumature del discorso attraverso cui le politiche e le azioni punitive vengono raccontate. La storia dell’arte, in questo caso, ci mostra un passato in cui il potere era forse più brutale nel suo modo di esprimersi, ma di certo più onesto nell’autorappresentarsi: agli artisti ingaggiati non si chiedeva di edulcorare la violenza di cui esso era capace. Quest’anno, con l’arrivo della primavera, le forze istituzionali del contrasto al “degrado urbano” hanno trovato nuovi luoghi e soggetti contro cui accanirsi. All’area dei mercati storici di Porta Palazzo e del Balon, dove venditori informali di cibo, erbe aromatiche, abbigliamento e oggetti usati continuano a garantirsi guadagni minimi nonostante le vessazioni da parte della polizia locale, e talvolta anche di quella di stato, si sono aggiunte altre vie e piazze centrali, ugualmente celebri ma destinate a un pubblico più borghese e turistico. A far scattare l’allarme, questa volta, sono stati alcuni nomi illustri della cultura torinese. È inizio aprile quando la presidente del Museo Egizio, Evelina Christillin, riferisce ai giornali di avere già fatto numerose segnalazioni al comando della polizia locale: l’ingresso del museo – parole sue – è assediato da venditori abusivi di gadget e souvenir; a lamentarne la presenza sarebbero gli stessi visitatori. “Basta! – sbotta lei nel corso di una intervista – È un’attività illegale. […] I nostri prodotti sono sostenibili, la merce che vendono loro invece probabilmente non lo è”. A darle man forte è il direttore del museo, Christian Greco, e a darle ragione è il sindaco Lo Russo, che sollecita l’assessore alla sicurezza Porcedda affinché vengano intensificati i controlli e le sanzioni. Quest’ultimo promette dunque interventi rafforzati, a piedi, con pattugliamenti e con le unità cinofile. A esasperare tutti loro è il fatto che, spesso, quando arrivano i vigili, i venditori riescono a scappare, dato che espongono la merce su teli facilmente richiudibili o in cassette di plastica agilmente trasportabili. E quando la municipale va via, i venditori tornano. Nelle settimane successive i giornalisti riportano nuove denunce con titoli sensazionalistici: “Gli abusivi cacciati dall’Egizio ora assediano gli altri musei”. I nuovi articoli ne registrano la presenza in piazza Castello, piazza San Carlo, davanti al Museo del cinema e alla Mole, davanti ai Musei Reali e in altre “zone iconiche del centro”, come via Roma appena pedonalizzata, “proprio davanti alle vetrine scintillanti dei grandi marchi”. In attesa del Salone del libro, la presidente di Ascom insiste sul danno economico e di immagine che gli abusivi produrranno per i commercianti regolari e la città, mentre sarà piena di visitatori. Ogni articolo è corredato dalle cifre che misurano gli sforzi di chi sorveglia e sanziona: 250 pezzi confiscati da inizio anno, 84 controlli ad aprile, 100 paia di occhiali da sole sequestrati in una settimana. “Gli abusivi però continuano a comparire”, conclude l’ultimo articolo passato in rassegna. In queste cronache, ad avere voce sono solo i rappresentanti istituzionali e il compito di esplicitare ciò che non è detto con le parole è affidato alle immagini. Se le loro denunce si limitano a nominare dei generici “abusivi”, le foto a corredo mostrano che si tratta di persone di origine africana. Con uno di questi venditori chiacchiero il 2 giugno; si è piazzato con i suoi pochi oggetti sotto i portici di piazza Carlo Alberto, davanti al Museo del Risorgimento. C’è solo lui a vendere, la festa nazionale forse impegna la municipale altrove e, finché questa non arriva, se ne sta tranquillo. Mi dice che sta vendendo poco, ma che è meglio di niente; è arrivato in Italia molti anni fa e non riesce a trovare un lavoro stabile. Allora, penso, la scelta di suggerire l’associazione tra “abusivi” e “africani” senza nominarla è un escamotage discorsivo che i democratici, politici o giornalisti che siano, trovano forse efficace per distinguersi dai loro avversari politici, dalle destre razziste che amano precisare la provenienza geografica dei rei solo quando questi sono “immigrati”. In questo caso, omettere un dato che risulterebbe inopportuno permette a chi parla di sorvolare sulle ragioni che portano questi venditori a lavorare senza autorizzazione, a soprassedere sulle responsabilità di chi governa le loro esistenze in città. E non sorprende neanche che la stessa strategia connoti le scelte delle istituzioni culturali sedicenti inclusive. Il 20 giugno, dopo avere fatto sgomberare l’area dalle presenze indesiderate, il Museo Egizio ha potuto celebrare in pace la Giornata mondiale del rifugiato con l’iniziativa annuale intitolata “Io sono il benvenuto”. (alessandra ferlito)
September 2, 2026
Napoli MONiTOR
Manifestazione nazionale di sensibilizzazione sul Kashmir
Nel pomeriggio di domenica 30 agosto 2026 si è tenuta a Torino la manifestazione nazionale di sensibilizzazione sul Kashmir Il colorato corteo, composto principalmente da Kashmiri, è partito da Piazza della Repubblica e si è snodato per via Milano terminando in Piazza Castello con un breve comizio. Lo scopo del corteo era sensibilizzare l’opinione pubblica torinese e in generale quella italiana sulla situazione che si vive il Kashmir. > Nel Kashmir amministrato dal Pakistan, soprattutto a Rawalakot, la popolazione > protesta per i propri diritti fondamentali e per condizioni di vita dignitose. > > Disoccupazione giovanile altissima, infrastrutture carenti, frequenti > blackout, aumento dei prezzi dei beni di prima necessità e bollette sempre più > pesanti colpiscono una popolazione che denuncia anche una progressiva > limitazione dell’autonomia e della rappresentanza politica della regione. > > A queste rivendicazioni si è risposto con una dura repressione. Secondo le > segnalazioni riportate, circa 100 persone sarebbero state uccise, oltre 1.000 > arrestate e più di 110 sarebbero vittime di sparizione forzata. > > A rendere ancora più grave la situazione è l’isolamento della regione: il > blocco di internet ostacola le comunicazioni con le famiglie e la circolazione > delle informazioni, mentre media e giornalisti incontrano forti difficoltà > nell’accedere alle zone interessate e nel documentare liberamente ciò che sta > accadendo. Anche le limitazioni all’ingresso di viveri e beni essenziali > aggravano le condizioni della popolazione. > > Chiediamo il rispetto dei diritti umani e della libertà di informazione, la > protezione dei civili, informazioni immediate sulle persone scomparse, la > tutela dei detenuti e il libero accesso a cibo, medicinali e beni di prima > necessità. Chiediamo inoltre un’indagine internazionale indipendente, > imparziale e trasparente e che sia garantito l’accesso libero e sicuro a > giornalisti, media e osservatori indipendenti.[1] Per questa prima manifestazione nazionale in Italia è stata scelta Torino in quanto città antifascista e medaglia d’oro della Resistenza e per queste caratteristiche in qualche modo sensibilizzata a quelle che sono le rivendicazioni del Kashmir; rivendicazioni che non sono portate avanti da organizzazioni terroristiche come racconta il governo pakistano, ma dalla popolazione civile del Kashmir che vuole ottenere la propria libertà e la propria indipendenza. [1] Dal manifesto di convocazione della manifestazione Giorgio Mancuso
September 1, 2026
Pressenza
Prima le comunità
ABBIAMO NUMEROSI CASI DI CREAZIONE IN BASSO DI FORZE SOCIALI, POLITICHE E CULTURALI A PROVA DI TENUTA, FONDATE IN VIA PRIORITARIA SU RELAZIONI DI FIDUCIA RECIPROCA. DALLE COMUNITÀ NO TAV, IN VAL SUSA, PASSANDO PER IL COLLETTIVO DI LAVORATORI DELLA EX-GKN DI FIRENZE, FINO AL CASO DI SPIN TIME, A ROMA, SOLO PER FARE ALCUNI ESEMPI. I CAMBIAMENTI PROFONDI DI CUI ABBIAMO BISOGNO – CONTRO LA GUERRA, CONTRO IL RAZZISMO ISTITUZIONALE E POPOLARE, CONTRO IL COLLASSO CLIMATICO E AMBIENTALE – POSSONO NASCERE SOLTANTO IN COMUNITÀ APERTE DI QUESTO TIPO. SCRIVE GUIDO VIALE: “UNA COMUNITÀ DI LOTTA COSTITUITA PER RISPONDERE AD ALCUNE ESIGENZE DEI SUOI MEMBRI NON VA PENSATA COME UNA CELLULA SOCIALE, CON UN TERRITORIO E UNA POPOLAZIONE CHIUSI NEI PROPRI CONFINI… CONFLITTO E PARTECIPAZIONE SONO L’ANIMA DI OGNI COMUNITÀ E CRESCONO CONTESTUALMENTE: NON SI DÀ L’UNO SENZA L’ALTRA…” Foto SPIN TIME LABS -------------------------------------------------------------------------------- Dobbiamo imparare a valorizzare le esperienze in corso. Una comunità di lotta costituita per rispondere ad alcune esigenze dei suoi membri non va pensata come una “cellula sociale”, con un territorio e una popolazione chiusi nei propri confini. Va pensata piuttosto come un addensamento dinamico di relazioni di reciprocità, di riconoscimento e di mutuo sostegno, tendenzialmente estensibili a una moltitudine di attori diversi. Una comunità orientata alla sostenibilità del proprio territorio non può evitare di includere tra gli agenti dei processi che la coinvolgono la vita che lo popola, con tutto quello che esige per essere salvaguardata e quello che può offrire in termini di sostentamento, qualità della vita, bellezza, insegnamento. Conflitto e partecipazione sono l’anima di ogni comunità e crescono contestualmente: non si dà l’uno senza l’altra; e viceversa. Ma è sempre la qualità delle relazioni di reciproca fiducia, con la loro ineludibile componente personale, emozionale e affettiva, a tenerla in vita, a costituirne la forza, l’attrattività e la capacità di durare nel tempo. Mano a mano che la crisi climatica e ambientale renderà più ostiche le condizioni della vita quotidiana, comunità con queste caratteristiche dovranno – e in parte già lo fanno – giocare un ruolo insostituibile nel conflitto sociale. Abbiamo ormai numerosi casi di creazione “dal basso” di forze sociali, politiche e culturali a prova di tenuta, fondate in via prioritaria su relazioni di fiducia reciproca. L’ultimo caso è quello di Spin Time, un’esperienza costruita su una perfetta combinazione di tre elementi: la risposta ai bisogni abitativi di un insieme altamente disomogeneo di occupanti, famiglie e single, di svariate nazionalità e culture, che hanno trovato in quell’edificio l’ambito di una forma avanzata di convivenza e di reciproca acculturazione; una serie di servizi – “ristorante”, palestra, asilo, scuola, laboratori, rivista – funzionali alla costruzione di un legame con il territorio; un centro di elaborazione politica e culturale di valenza internazionale anche grazie alla disponibilità di un ampio anfiteatro e di diversi locali per riunioni e convegni. Il primo di questi casi, per importanza e durata nel tempo, è quello delle comunità NoTav della Valle di Susa: un faro puntato sull’incapacità di comprenderne le ragioni e gli sviluppi dimostrata da tutte le forze istituzionali impegnate nel tentativo di stroncarlo e ben sintetizzata dall’esclamazione stupita e stupida di Luigi Bersani di fronte alla pervasività e alla durata di quella mobilitazione: “Ma è solo un treno!”. No, non è solo un treno: è una comunità di lotta per la difesa del proprio territorio dalla devastazione e dalla speculazione, ma soprattutto di costruzione e di autoaffermazione di una propria autonomia sociale, politica e culturale, che si è andata costituendo nella contrapposizione frontale all’insensata quanto compatta ostinazione di tutto l’establishment nazionale ed europeo. Poi c’è la vicenda della ex-Gkn, in lotta da cinque anni contro lo smantellamento della fabbrica e della sua forza operaia; un’esperienza che ha visto espandersi a livello locale, nazionale e internazionale la sua influenza e il suo impegno su un numero enorme di temi: produzioni alternative ed ecologiche, studenti, clima, altre fabbriche in crisi, guerre, armi, Palestina, fino all’invenzione geniale del festival della letteratura working class. L’asse portante di quegli sviluppi è una semplice domanda, rivolta a tutti i possibili alleati, che non chiede astratte “solidarietà”, ma offre la prospettiva concreta del mutuo sostegno nell’affrontare le difficoltà di ciascuno: “E tu, come stai?”. L’approccio che vede nella costruzione di comunità aperte, fondate su fiducia, mutuo sostegno, replicabilità e adattabilità delle pratiche a contesti differenti apre la strada a una duplice prospettiva: la pratica dell’obiettivo con la creazione di aggregati politico-sociali forti, capaci di imporsi o di non soccombere nel conflitto che li contrappone alle rispettive controparti; e lo sviluppo, combinando conflittualità e partecipazione, di una consapevolezza diffusa dell’interconnessione di tutti i problemi più importanti che la specie umana – e soprattutto la parte di essa che subisce le decisioni dei pochissimi “padroni del mondo” – si trova a dover affrontare. Con una risposta “dal basso”, adeguata sia in termini di mitigazione che di adattamento, al collasso climatico e ambientale; e con il ripudio generalizzato della guerra e del ricorso alle armi: non solo nella risoluzione delle vertenze internazionali tra Stati, ma innanzitutto nella gestione della più grande questione sociale dei decenni a venire: abbandonare la vana, dispendiosa e crudele guerra ai migranti. Con l’accoglienza, il riconoscimento e la valorizzazione delle decine di migliaia, oggi, e dei milioni, domani, delle “persone”, ciascuna con la propria storia, la propria cultura, i propri bisogni, che sono alla ricerca di contesti che solo una comunità aperta può offrire; dove potersi costruire una vita diversa, ma anche dove trovare condizioni per poter fare volontariamente ritorno – dove ancora è possibile, e in molte regioni lo è – nelle loro terre di origine per lavorare al loro risanamento materiale e sociale; con la libertà di movimento, i mezzi materiali e tecnici e, soprattutto, il “mutuo appoggio” delle comunità ospiti. Dunque, comunità, e comunità di comunità, sia come pratica dell’obiettivo che come “visione” di un orizzonte comune da perseguire insieme. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MASSIMO DE ANGELIS: > Quella capacità di decidere insieme sulle condizioni di vita -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > Create due, tre, molte arche -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Prima le comunità proviene da Comune-info.
August 23, 2026
Comune-info
L’accanimento continua: Giorgio di nuovo in carcere
Nella serata di venerdì, senza alcuna avvisaglia, Giorgio è stato prelevato dai Carabinieri di Susa dalla sua dimora sopra la Credenza a Bussoleno e tradotto nel carcere delle Vallette. A determinare il ritorno in casa circondariale è stata la revoca della misura alternativa concessagli dal Tribunale di Sorveglianza, a seguito […] L'articolo L’accanimento continua: Giorgio di nuovo in carcere su Contropiano.
August 22, 2026
Contropiano
La frontiera di Oulx, tra respingimenti e nuovi transiti
Oltre 4.000 persone hanno attraversato Oulx nei primi sei mesi del 2026, confermando la frontiera alpina del Nord Ovest come uno dei principali snodi di transito verso la Francia. Il rapporto di On Borders restituisce un quadro in trasformazione, segnato da rotte e nazionalità che cambiano e da una presenza crescente di minori, donne sole e famiglie con minori. Un flusso che continua mentre si riducono le possibilità di accoglienza: il Rifugio Fraternità Massi, che dal 2018 ha rappresentato un punto di riferimento per le persone in transito, chiuderà il 1° settembre. Una decisione che rende ancora più urgente interrogarsi sulle condizioni in cui viene gestita questa frontiera e sulla necessità di garantire un presidio stabile e adeguato alle persone che la attraversano. Dalla fine di marzo 2026, all’uscita dalla stazione ferroviaria di Oulx opera un presidio medico, legale e di supporto rivolto alle persone in transito verso la Francia attraverso la frontiera alpina del Nord Ovest 1. Fino a quest’anno, l’assistenza alle persone in movimento avveniva all’interno del Rifugio Fraternità Massi di Oulx, che dal 2018 garantiva alloggio, pasti caldi, assistenza sanitaria di base, consulenza legale, equipaggiamento montano e informativa sui rischi dell’attraversamento alpino. La carenza di risorse economiche ha imposto una riduzione degli orari di apertura del rifugio, oggi accessibile solo dalle 20.00 della sera alle 8.00 del mattino. Le attività diurne che vi si svolgevano all’interno sono così state spostate all’esterno, di fronte alla stazione, dove ogni mattina le volontarie allestiscono due gazebo messi a disposizione da Rainbow for Africa: uno destinato alle cure mediche e alla consulenza legale, l’altro a disposizione delle persone solidali. I gazebo vengono poi smontati la sera. A seguito della progressiva riduzione delle risorse, la Fondazione Talità Kum ha successivamente annunciato la chiusura del Rifugio Fraternità Massi a partire dal 1° settembre 2026. Se nei mesi estivi il clima dell’alta Val di Susa rende parzialmente sostenibile questo assetto precario, la chiusura del Rifugio Fraternità Massi rende ancora più evidente la necessità di una sede stabile per il presidio. Per otto anni il Massi ha garantito accoglienza, pasti, assistenza sanitaria di base, consulenza legale e informazioni sui rischi dell’attraversamento alpino a oltre 150 mila persone in transito. La sua chiusura, determinata dalla carenza di risorse economiche, lascia aperta una questione che riguarda l’intera gestione di questa frontiera: come garantire un’accoglienza adeguata a un flusso che continua, e che vede una presenza crescente di minori, donne sole e famiglie con bambini, senza un luogo stabile in cui offrire supporto. A rendere ancora più evidente la necessità di un presidio stabile sono i dati relativi ai primi sei mesi del 2026. Le dinamiche della frontiera alpina del Nord Ovest tra gennaio e giugno sono state documentate dalle volontarie presenti sul campo e raccolte nel rapporto semestrale dell’associazione On Borders 2. I dati 3 riportano una diminuzione contenuta degli arrivi a Oulx – circa il 10,9% in meno rispetto al 2025 – ma un flusso di quattromila persone in sei mesi conferma questa frontiera come uno degli snodi principali di transito verso la Francia. Al di là dei dati aggregati – tra cui si segnala il fatto che il 30% delle persone partite da Oulx ha subito un respingimento da parte della polizia di frontiera – è necessario guardare alla composizione qualitativa dei dati. Il quadro che emerge dal report gennaio-giugno è quello di una frontiera attraversata da un flusso dinamico e complesso, che richiede condizioni materiali adeguate per garantire un supporto efficace alle persone in transito. La fluidità del flusso risulta da: 1. Un andamento non uniforme degli arrivi, con mesi di picco – come marzo, con 961 arrivi – seguito da una contrazione tra aprile e maggio e da un’ulteriore ripresa a giugno. 2. Mutamenti nella composizione delle nazionalità, con un aumento esponenziale delle persone provenienti dal Sudan (+343% rispetto al primo semestre del 2025) e una drastica diminuzione di quelle provenienti da Eritrea ed Etiopia. 3. Variazione delle rotte. Sulla base di un confronto tra gli sbarchi in Italia e gli arrivi ad Oulx e del rilevamento sul campo dei percorsi delle persone in movimento, è cresciuto il numero di chi ha percorso la rotta balcanica, mentre è diminuito quello di chi ha seguito la rotta mediterranea. 4. Forte presenza di persone in condizioni di vulnerabilità, con un numero elevato di minori stranieri non accompagnati e una crescita di donne sole e famiglie con minori. Questi elementi dimostrano la necessità di un presidio che sia in grado di rispondere a picchi improvvisi e di adattarsi ai bisogni specifici delle persone, a seconda della loro nazionalità, del percorso migratorio, del genere e dell’età. 1. Vedi anche: Oulx, l’ultimo rifugio prima della frontiera, Vita (7 agosto 2026) ↩︎ 2. Consulta il rapporto ↩︎ 3. Raccolta dati alle partenze: I volontari del Rifugio Fraternità Massi – Oulx Elaborazione dati: Rita Moschella. Elaborazione grafica: Sofia Pressiani. Testo di Piero Gorza ↩︎
Discorso di Shirō Suzuki, sindaco di Nagasaki, 9 agosto 2026
Questo discorso è stato letto in occasione della 233 Presenza di Pace in piazza Carignano a Torino Il 9 agosto 1945, una bomba atomica sganciata da un aereo militare statunitense distrusse in un istante la città di Nagasaki; entro la fine di quell’anno, ben 150.000 persone, pari a due terzi della popolazione, persero la vita o rimasero ferite. Il defunto Katsuji Yoshida, che all’età di 13 anni fu vittima dell’esplosione, descrisse così quella scena infernale: Dirigendosi verso l’epicentro dell’esplosione, si vedevano persone carbonizzate e annerite, altre con gli occhi fuori dalle orbite, altre ancora con le viscere fuoriuscite e altre senza arti che vagavano senza meta. Giunti al fiume Urakami, anche lì c’erano molte persone ustionate che, tra olio, sangue e acqua sporca, morivano una dopo l’altra bevendo quell’acqua. Io ero ricoperto di sangue da capo a piedi, la pelle mi si era staccata e penzolava floscia nella parte inferiore del corpo. Anche se la pelle del viso era ancora attaccata, era bruciata e annerita. Sul volto del signor Yoshida sono rimaste grandi cicatrici da ustioni che non scompariranno mai, e ha continuato a soffrire per gli sguardi di chi lo circondava. Anche le persone che sono riuscite a sfuggire a malapena alla morte hanno riportato profonde ferite fisiche e psicologiche e continuano a portare con sé per tutta la vita l’ansia e la paura di sviluppare tumori e altre malattie a causa delle radiazioni. Attualmente, sulla Terra esistono oltre 12.000 testate nucleari. Perché alcuni paesi continuano a ostinarsi a utilizzare armi così crudeli? Sullo sfondo della sfiducia reciproca, dei conflitti e delle divisioni che dilagano nella comunità internazionale, il «dominio attraverso la forza» delle grandi potenze sta dilagando. Anche i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente, che vedono coinvolte potenze nucleari, presentano ancora una situazione che non permette di prevedere soluzioni rapide. Inoltre, si stanno accelerando le iniziative che vanno contro il disarmo nucleare, come la modernizzazione e il potenziamento delle armi nucleari. Si è così entrati in un circolo vizioso che aggrava ulteriormente la sfiducia reciproca, i conflitti e le divisioni. Ciò è evidenziato anche dal fatto che la Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) non sia riuscita, per la terza volta consecutiva, ad adottare un documento finale orientato al disarmo nucleare. I paesi che fanno affidamento sulle armi nucleari sostengono la “teoria della deterrenza nucleare”, secondo cui il solo possesso di tali armi, anche senza il loro effettivo utilizzo, è in grado di dissuadere altri paesi dall’attaccarli. Ma chi può affermare con certezza che, in una situazione estrema come la guerra, quando si è costretti a prendere una decisione definitiva che mette in gioco la sopravvivenza della propria nazione, non si finirebbe comunque per premere il «pulsante nucleare»? Il lancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki ha messo a nudo la realtà secondo cui l’uomo è in grado di oltrepassare persino il limite dell’uso delle armi nucleari contro altri esseri umani. I sopravvissuti alle bombe atomiche e le città colpite, che hanno sperimentato sulla propria pelle la potenza delle armi nucleari, capaci di ridurre in frantumi sia la vita che la dignità umana, lanciano un appello con convinzione, forti di quell’esperienza. La teoria della deterrenza nucleare è estremamente pericolosa. Le armi nucleari non sono un «male necessario», ma un «male assoluto», e l’umanità non potrà mai coesistere con esse. Cari «cittadini del mondo» che vivete su questo unico pianeta. Per costruire un mondo di pace, c’è qualcosa che possiamo fare. «Il punto di partenza della pace è avere un cuore capace di comprendere il dolore altrui.» Queste sono le parole che il signor Yoshida ripeteva sempre quando raccontava la sua esperienza di sopravvissuto alla bomba atomica. Immedesimarsi nella posizione e nella sofferenza dell’altro e sforzarsi di capirsi a vicenda costituisce un passo fondamentale per evitare contrasti e scontri. Questo diventa il fondamento per coltivare la fiducia e costruire relazioni amichevoli tra persone e tra nazioni, in ogni contesto. Imprimiamo nel cuore le parole del signor Yoshida e traduciamole in azioni concrete. A tutti i leader dei vari paesi: vi esortiamo a ripristinare al più presto il multilateralismo e lo «stato di diritto» basati sui principi della Carta delle Nazioni Unite. Vi invitiamo a tornare allo spirito che animava la fondazione delle Nazioni Unite: proteggere la dignità umana e i diritti umani fondamentali e realizzare la pace permanente e la prosperità comune dell’umanità attraverso la cooperazione internazionale. A tutti i leader delle potenze nucleari e dei paesi che fanno affidamento sulla deterrenza nucleare: dovete guardare in faccia la realtà: più ci si affida alla deterrenza nucleare, più aumenta il rischio di una guerra nucleare. In particolare, il governo giapponese dovrebbe partecipare alla Conferenza di revisione del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, che si terrà per la prima volta quest’anno, e adempiere alla propria missione storica in qualità di unico Paese ad aver subito un attacco atomico durante una guerra. È necessario mantenere saldi i principi di pace e i tre principi antinucleari sanciti dalla Costituzione giapponese, che incarna la determinazione a non ricorrere alla guerra, e rafforzare la diplomazia volta all’allentamento delle tensioni e al disarmo nella comunità internazionale. Chiediamo una svolta verso una politica di sicurezza che non faccia affidamento sulle armi nucleari, anche attraverso la realizzazione di una zona denuclearizzata nell’Asia nord-orientale. Inoltre, chiediamo con forza il potenziamento dell’assistenza ai sopravvissuti alle bombe atomiche, la cui età media supera gli 86 anni, e il più rapido possibile sostegno a coloro che hanno vissuto l’esperienza dell’esplosione, ma non sono ancora stati riconosciuti come sopravvissuti. Porgo le mie più sentite condoglianze alle persone che hanno perso la vita a causa delle bombe atomiche e a tutte le vittime della guerra. Proprio ora che abbiamo ancora la possibilità di ascoltare direttamente le testimonianze dei sopravvissuti alle bombe atomiche, ci impegniamo a tramandare con fermezza, per il futuro, la memoria dell’attacco e i sentimenti dei sopravvissuti. «Che Nagasaki sia l’ultima città colpita da una bomba atomica». Affinché questo giuramento diventi una realtà eterna, Nagasaki dichiara qui solennemente che, in solidarietà con tutte le persone del mondo che aspirano alla pace, continuerà a progredire senza mai arrendersi verso l’abolizione delle armi nucleari e la realizzazione di una pace mondiale permanente. Traduzione in italiano a cura di Chie Wada Coordinamento AGiTe
August 16, 2026
Pressenza
Val Susa, violenza strutturale e violenza contro le cose
CI SONO DETTAGLI CHE NON ANDREBBERO MAI DIMENTICATI QUANDO SI PARLA DELLA VAL SUSA. AD ESEMPIO CHE LA VIOLENZA NON HA ORIGINE DALLA CONTESTAZIONE, MA DAL SISTEMA SOCIOECONOMICO DOMINANTE CHE CONSIDERA LE MONTAGNE RISORSE SFRUTTABILI NEL GIOCO DELLA COMPETIZIONE ECONOMICA. CHE LA LOTTA NO TAV, COME QUELLA DI ALTRI MOVIMENTI, DIMOSTRA QUANTO OGGI SIANO NECESSARIE SIA LE FORME DI LOTTA LEGALI CHE QUELLE NON LEGALI, ANCHE SE NON PER CIÒ ILLEGITTIME, DATA LA CRESCENTE VIOLENZA STRUTTURALE. E ANCORA: CHE L’EVENTUALE RICORSO ALLA VIOLENZA VERSO LE COSE DEVE ESSERE SEMPRE ACCOMPAGNATO DA UN INCREMENTO DI RESPONSABILITÀ E DI PENSIERO, “PERCHÉ OGNI VIOLENZA CHE NON SIA TRASPARENTE NELL’ARGOMENTARE E NEL FONDARE LE RAGIONI DELLA PROPRIA LEGITTIMITÀ – SCRIVE FRANCESCO ZEVIO – È PER CIÒ STESSO ILLEGITTIMA, PRIMA CHE ILLEGALE” 24 luglio 2026. Un momento del concerto degli Assalti frontali al Festival Alta felicità. Foto di Luca Perino (qui il servizio completo) -------------------------------------------------------------------------------- I recenti fatti di Val Susa offrono l’occasione per ricordare due ordini di cose. Il primo è innanzitutto rivolto all’esterno, ovvero a quella parte di popolazione che “subisce” le notizie riguardanti questi fatti senza averne una conoscenza personale e di prima mano, senza aver disposto della possibilità di considerare autonomamente e criticamente la storia (oltre trentennale) della contestazione al cantiere per la nuova linea ferroviaria Torino-Lione. Il secondo ordine di cose si rivolge innanzitutto a quanti, per un motivo o per l’altro, hanno una maggiore cognizione del progetto di cui sopra e, più in generale, una qualche forma di partecipazione a questo o ad altri movimenti contestatari. Nulla di originale: ma penso valga la pena ricordare, anche solo fare il punto, circa ovvietà che restano essenziali. Primo ordine di cose. Lo Stato, e più in generale i gruppi d’interesse che pesano maggiormente nel definire il tenore della propaganda (in termini etimologici: “cose che vanno fatte circolare”, notizie che per la loro pervasività definiscono il tono e la cornice in cui sarà tenuto a muoversi il discorso pubblico) mediatica, tendono a presentare la violenza contestataria come origine prima della violenza stessa. Nel nostro caso, parliamo della violenza che ha portato a due camionette in fiamme, al ferimento di agenti di polizia e a danni a qualche tratto di cantiere. Questa violenza contestataria viene posta sotto i riflettori per legittimare la violenza repressiva, nonché le politiche di rafforzamento degli aspetti repressivi (decreti sicurezza e simili) dello Stato. La narrazione può riassumersi così: la violenza ha origine nella contestazione e deriva da essa, a questa violenza lo Stato è tenuto a rispondere con la violenza repressiva, nonché a premunirsi per via legislativa accrescendo le proprie capacità repressive. Questa narrazione ignora, volutamente, un’altra realtà: ovvero che la violenza non ha la sua origine nella contestazione, bensì nello stato di cose dovuto all’ordine del sistema socioeconomico in vigore. Questa realtà è ben chiara a quanti conoscano meglio la storia di questo cantiere [https://www.controsservatoriovalsusa.org/tracce-no-tav/home] in particolare e, in generale, la storia del connubio fra entità statali ed entità economiche le quali, attraverso la pianificazione territoriale e il monopolio istituzionale della definizione delle opere d’interesse generale, portano a quella che Ivan Illich definì “guerra alla sussistenza”. Una guerra – una violenza – perpetrata nei confronti di quei gruppi, di quelle culture decise a vivere una relazione col territorio che non sia quella canonica del sistema imperante, la quale considera una montagna, ogni centimetro di suolo e ogni goccia d’acqua, ogni cellula animale o vegetale in quanto risorsa sfruttabile nel gioco della competizione/guerra economica mondiale. La pax œconomica liberale – ricordava appunto Illich, lettore di Karl Polanyi – è maschera di questa guerra alla sussistenza: cioè violenza sistemica verso qualsiasi tentativo di fare comunità a partire da forme di vita e da rapporti col territorio che tendano a sottrarsi all’ortodossia consumistico-produttivista la quale, pur presentandosi come neutra e sottratta a qualsiasi cornice metafisica, risponde a un imperativo che può ben considerarsi tale: ogni cosa è potenzialmente sfruttabile, ogni cosa divenuta sfruttabile deve essere sfruttata. Contrariamente a quanto viene propagandato, la violenza contestataria si manifesta come reazione alla violenza sistemica di un ordine socioeconomico – il nostro – fondato su questo imperativo. Secondo ordine di cose, piuttosto un memento ad uso “interno”. Il problema non sono i Black Bloc, proprio come non lo sono quanti decidono di manifestare pacificamente. Il problema non sono quanti disarmano un bulldozer o rovesciano recinzioni e jersey o tranciano concertina per ostacolare materialmente l’avanzamento di un cantiere e dimostrarne la meravigliosa vulnerabilità a un’azione risoluta e organizzata, proprio come non lo sono quanti prendono le vie dei ricorsi legali, delle petizioni, delle vie istituzionali. Il problema da porsi – qui e altrove, a monte e a valle di qualsiasi evento o azione – mi sembra traducibile in questi termini: ciò che facciamo, come e nei modi in cui intendiamo farlo, giova o nuoce alla nostra causa? Se non credo possa darsi una risposta univoca e recisa a questa domanda, tuttavia penso si possano desumere alcuni elementi di risposta suddividendola in tre ordini di domande più precise e circoscritte. Primo: come è stato percepito (a valle) l’evento da quanti vi hanno partecipato? ha rafforzato la risoluzione dei partecipanti a ritrovarsi e andare avanti, o ha contribuito a creare frustrazione e a diminuirne la motivazione? (da cui l’importanza di riunioni e riscontri a caldo fra tutte le componenti che hanno partecipato alla concretizzazione dell’evento). Secondo: come possiamo immaginare (a monte) che questo evento sarà percepito dai nostri simpatizzanti non direttamente coinvolti nell’evento o nella contestazione? il tipo d’azione e il modo d’azione contribuiranno ad aumentare questa simpatia, magari ad approfondirla, o non rischiano piuttosto di alienarcela? Terzo: come possiamo aspettarci che ciò che faremo sia narrato, strumentalizzato e rigiratoci contro dai nostri antagonisti? come possiamo immaginare che risponderà l’opinione pubblica ignara della nostra lotta, quali saranno i vantaggi che i nostri antagonisti possono sperare raccogliere dalla nostra azione? quale sarà l’entità della repressione e quali sono le nostre forze? Il problema mi sembra consistere in questo groviglio di considerazioni (non esaustive). Ed è un problema che non può essere sciolto da una soluzione, ma solo dalla risoluzione a un costante lavoro pratico e di pensiero che ci permetta di organizzare le forze per agire nel senso del futuro che desideriamo e di prepararci in seguito a reagire a quanto resta d’imprevedibile nelle conseguenze della nostra azione. In ogni caso, non credo ci sia possibile compiere passi in avanti se non ricorrendo a una pluralità di strategie. Sono necessarie tanto le vie legali messe (ancora) a nostra disposizione dallo stato di diritto, quanto quelle non legali – anche se non per ciò illegittime, data la violenza strutturale evocata sopra – del disarmo. Ma quando forme di ricorso alla violenza – come quella verso le cose e la proprietà – vengono integrate in chiave contestataria, essa deve essere assunta. E ciò che di essa deve essere assunto sono prima di tutto le sue implicazioni: la visione politica che sottende, l’ordine e i rapporti socioeconomici che intende indebolire o smantellare, la società e il mondo che delinea. Ad ogni incremento di violenza, insomma, deve corrispondere un incremento di responsabilità e di pensiero – perché ogni violenza che non sia sincera e trasparente nell’argomentare e nel fondare le ragioni della propria legittimità è per ciò stesso illegittima, prima (e peggio) ancora che illegale. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE C’eravamo, ci siamo e ci saremo. Sempre [Notav.info] Cosa si può ancora fare? [Chiara Sasso] Mettere in gioco la nonviolenza. Adesso [Enrico Euli] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Val Susa, violenza strutturale e violenza contro le cose proviene da Comune-info.
July 29, 2026
Comune-info
NO TAV: MIGLIAIA IN MARCIA DAL FESTIVAL ALTA FELICITÀ DI VENAUS VERSO I CANTIERI DELLA TORINO-LIONE
A Venaus, in Val di Susa, è iniziata lo scorso giovedì 23 luglio la decima edizione del Festival Alta Felicità organizzato dal Movimento No Tav. Le prime due giornate sono state segnate dalla partecipazione ai concerti, ai dibattiti e agli altri eventi culturali da parte di migliaia di persone, ma anche dalle provocazioni della polizia. Controlli, posti di blocco e perquisizioni sono stati svolti sulla strada statale che porta in Valle e alla stazione ferroviaria di Torino Porta Nuova. Il questore di Torino ha emesso 14 misure repressive, tra daspo urbano e fogli di via, nei confronti di altrettanti attivisti e attiviste che stavano raggiungendo il campeggio. A questo si aggiunge un’ordinanza della Prefettura torinese che vieta la vendita di alcoolici nei comuni di Venaus, Susa, Chiomonte, Giaglione, Bussoleno, San Didero, per tutta la durata del Festival. Nonostante la repressione e le provocazioni, oggi, sabato 25 luglio, è il giorno della marcia popolare No Tav. Migliaia di persone sono in partenza, come ogni anno, dal presidio storico di Venaus – dove si svolge il Festival – per raggiungere i cantieri della Torino – Lione, la grande opera inutile e dannosa contro cui il movimento si batte da decenni. In mattinata, in attesa della manifestazione, al campeggio si è tenuta un’assemblea nazionale dei movimenti di lotta per la casa. Dalla Val di Susa, la corrispondenza per Radio Onda d’Urto di Alice, attivista del centro sociale Magazzino 47 di Brescia. 
July 25, 2026
Radio Onda d`Urto
L’indecenza della delazione e la tutela della sfera privata del corpo docente
L’anno scolastico appena conclusosi, caratterizzato dall’impressionante mobilitazione del mondo della scuola contro il genocidio a Gaza, è stato segnato da diversi tentativi di censura e repressione delle voci di docenti e studenti che hanno manifestato la propria solidarietà nei confronti della popolazione palestinese e condannato le politiche di riarmo del nostro governo. Il caso qui in esame rappresenta un’ulteriore e preoccupante torsione in senso illiberale della postura repressiva che gli apparati dello stato hanno adottato nei confronti del mondo della scuola, vessato negli ultimi anni dall’introduzione di norme sempre più punitive nel Codice di comportamento dei dipendenti pubblici. Riassumiano brevemente i fatti (vedi anche qui, qui e qui). Siamo a Torino, pochi giorni dopo la manifestazione del 31 gennaio a sostegno di Askatasuna a seguito dello sgombero del centro sociale e della militarizzazione del quartiere Vanchiglia. Melania Rovelli, insegnante dell’Istituto Comprensivo “Borgaretto” di Beinasco (TO), trova online una foto che ritrae i due “poliziotti-simbolo” della manifestazione, Lorenzo Birgulti e Alessandro Calista, appena dimessi dall’ospedale dopo la colluttazione avvenuta alla fine del corteo. La foto, corredata da parole che mettono in dubbio l’entità delle lesioni da loro riportate, è condivisa sul proprio “stato” WhatsApp dalla docente, che vi aggiunge un commento indignato. Qualcuno tra i contatti dell’insegnante fa uno screenshot e, sotto falso nome, lo invia al Ministero dell’Istruzione e del Merito e all’Ufficio Scolastico Regionale del Piemonte, innescando una reazione a catena al termine della quale la docente è destinataria da parte della sua Dirigente Scolastica di un procedimento disciplinare che si conclude con un provvedimento di censura, motivato dall’aver agito con «un apprezzabile grado di imprudenza» in violazione del suddetto codice di comportamento, in quanto «il post nuoce al prestigio e al decoro della pubblica amministrazione e utilizza un linguaggio non consono al ruolo educativo del docente» (benché con tutta probabilità esso non fosse visibile da parte delle/degli allieve/i). La sanzione disciplinare irrogata alla collega si configura come un intervento fuori luogo, eccessivo, immotivato, coerente però con la grande macchina repressiva che negli ultimi mesi ha travolto il centro sociale Askatasuna e quella parte della cittadinanza che si è schierata contro lo sgombero e contro l’inasprimento delle misure di gestione dell’ordine pubblico anche a seguito degli scioperi autunnali (per la peculiarità del caso torinese si veda qui) La docente è stata sanzionata per avere espresso tramite un canale privato, non istituzionale, normalmente utilizzato in quanto cittadina e non come docente, una posizione di dissenso rispetto alla vittimizzazione degli agenti, sapientemente operata dai media mainstream nei minuti immediatamente successivi ai fatti in questione (la cui dinamica è stata immediatamente messa in discussione e chiarita dall’ottimo lavoro della giornalista Rita Rapisarda in questo articolo). La netta contrapposizione tra una piazza criminalizzata per la sua presunta “violenza” e forze dell’ordine che avrebbero agito con il solo obiettivo di garantire la sicurezza della cittadinanza è stato il mantra delle istituzioni nei mesi successivi. Evidentemente chi, come la professoressa Rovelli, si è permesso di mettere in discussione questa narrazione, è stato facile preda del tritacarne repressivo che rappresenta oggi un pericolo reale per chi esprima, pur in modo pacifico ed esercitando un diritto costituzionalmente garantito, forme più o meno aspre di dissenso nei confronti del potere. Al netto della strategia che la collega e i suoi legali adotteranno su un piano giudiziario, questa vicenda è importante per tutte/i le lavoratrici e i lavoratori del pubblico impiego e in particolare della scuola per diverse ragioni. La prima riflessione da fare riguarda l’ostilità nei confronti della docente, che è stata vittima di una delazione in puro stile fascista, evidentemente e scientemente volta a danneggiarla sul lavoro, con l’aggravante dell’anonimato dietro cui il delatore ha nascosto, tramite il ricorso a uno pseudonimo, la propria identità: al momento non è dato sapere in che modo MIM e USR abbiano verificato chi sia l’autore della segnalazione, ma sarebbe importante capirlo. La CUB SUR parla nel proprio comunicato di “grande fratello informatico” ed è questo uno degli aspetti più significativi della questione, che ci porta direttamente al cuore del problema, vale a dire i possibili profili di incostituzionalità del nuovo Codice di comportamento dei dipendenti pubblici (DPR n. 81 del 13 giugno 2023) che introduce importanti modifiche rispetto al vecchio Codice (DPR n. 62 del 16 aprile 2013). L’aspetto rilevante in questa sede è il disciplinamento del «crescente fenomeno della digitalizzazione del lavoro e con l’introduzione di misure in materia di utilizzo delle tecnologie informatiche, dei mezzi di informazione e in particolare dei social media». Se si conferma che i dipendenti pubblici sono tenuti al rispetto dei doveri di «diligenza, lealtà, imparzialità e buona condotta» (mutuati dall’articolo 97 della Costituzione), la novità è «la precisazione che tali doveri debbano essere osservati non solo quando si è in servizio, ma anche nei comportamenti che si pongono in essere nella vita quotidiana, al fine di tutelare l’immagine della pubblica amministrazione». Nello specifico tale precisazione è contenuta nell’articolo 11-ter del Codice, di cui riportiamo i commi 1 e 2: > 1. Nell’utilizzo dei propri account di social media, il dipendente utilizza > ogni cautela affinché le proprie opinioni o i propri giudizi su eventi, > cose o persone, non siano in alcun modo attribuibili direttamente alla > pubblica amministrazione di appartenenza. > 2. In ogni caso il dipendente è tenuto ad astenersi da qualsiasi intervento o > commento che possa nuocere al prestigio, al decoro o all’immagine > dell’amministrazione di appartenenza o della pubblica amministrazione in > generale. La lettura di queste poche righe ci conduce direttamente al punctum dolens della questione, che possiamo formulare così: quanto il Codice di comportamento, nella sua attuale formulazione, è compatibile con il dettato costituzionale e in particolare con l’articolo 21 sulla libertà d’espressione? Se la gerarchia delle fonti del diritto prevede che la norma suprema sia la Costituzione, è accettabile che i dipendenti pubblici vedano così limitato e minato il proprio diritto di parola e di espressione da una norma di rango inferiore? Quanto è grande il rischio che la «cautela» a cui fa riferimento l’articolo 11-ter induca nelle lavoratrici e nei lavoratori atteggiamenti di autocensura? Quanto è legittimo che, in definitiva, i pubblici dipendenti siano paradossalmente “discriminati” rispetto alle/agli altri cittadine/i per la propria condizione lavorativa che ne subordina alcune libertà fondamentali a un codice di condotta? Quanto la “fedeltà” che si richiede ai pubblici dipendenti è assimilabile a forme di obbedienza acritica e inquadramento totalizzante in una sorta di “stato etico”, che tende a sovrapporsi in quanto tale alla Repubblica democratica fondata sul lavoro, perno della Costituzione, a cui sola le e i cittadini devono fedeltà? Sono domande a cui chiaramente non è possibile dare risposta in questa sede, ma il caso della professoressa Rovelli è inquietante perché mette a nudo la violenza di un sistema che “sorveglia e punisce” non solo con i manganelli e gli idranti, ma anche in modi più sottili, subdoli, pervasivi e minacciosi per la libertà delle persone, costringendole a sperimentare forme di solitudine e sospetto nei confronti del prossimo che sono in completa antitesi con la natura dell’uomo come animale sociale. Sarebbe poi tutta da indagare la questione di cosa si intenda per “decoro” della pubblica amministrazione in un momento storico in cui il Governo italiano, complice diretto di un genocidio, partorisce a ciclo continuo decreti sicurezza finalizzati a colpire chiunque denunci il grande scandalo della guerra e dell’ingiustizia sociale. Viene in mente la provocazione di Socrate che invocò come alternativa alla pena di morte il suo mantenimento a pubbliche spese nel Pritaneo, come benefattore della polis. E invece il premio è toccato ad altri: i poliziotti Birgulti e Calista hanno ricevuto attestati di stima e solidarietà dalle istituzioni, sono stati premiati a Padova durante la festa per il 174° anno dalla fondazione della Polizia di Stato, hanno ricevuto l’attestato di civica benemerenza dal comune di Torino per l’anno 2026 (vedi qui e qui). Come Osservatorio continueremo a seguire la vicenda della collega torinese, a cui esprimiamo la nostra solidarietà, ma invitiamo chi ci legge a non piegarsi a forme di sopraffazione che in tutta evidenza tenderanno a riproporsi con sempre maggiore frequenza nell’immediato futuro e che colpiranno nel segno se troveranno individui resi fragili da silenzio e isolamento. Per questo è importante fare emergere queste storie, perchè quella che dobbiamo intraprendere è una battaglia politica e culturale che i singoli non possono affrontare da soli: contrastare il dispositivo di controllo in cui viviamo immersi richiede la difesa collettiva di spazi di libertà che anche il processo di militarizzazione delle scuole e delle università, che qui denunciamo, tende a limitare ed erodere. La traiettoria della militarizzazione incrocia la logica dell’autoritarismo, della censura, dell’obbedienza acritica, ed è per questa ragione che riteniamo fondamentale che nel mondo della scuola si diffondano gli strumenti di resistenza che qui mettiamo a disposizione di quante/i vogliano impegnarsi nella difesa della libertà di insegnamento, pensiero, parola ed espressione. Scarica qui: * vademecum per contrastare la militarizzazione delle scuole * appunti resistenti per continuare a praticare la libertà d’insegnamento Irene Carnazza, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Pubblicato anche su www.pressenza.it. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente