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L’elefante nel garage
NEL MERCATO ITALIANO, COME IN MOLTI ALTRI, I SUV SONO DIVENTATI LA TIPOLOGIA DI AUTO DOMINANTE. IN CASA, L’ARIA CONDIZIONATA È ORMAI UNA PRESENZA ABITUALE NELLE CASE DEGLI ITALIANI. UN CELLULARE SU TRE VIENE SOSTITUITO MALGRADO SIA ANCORA FUNZIONANTE. INTANTO, NELLA GRAN PARTE DELLE NOTIZIE DEI GRANDI MEDIA DEDICATE ALLE ULTIME ONDATE DI CALDO ESTREMO NON VIENE CITATO ALCUN LEGAME CON IL CAMBIAMENTO CLIMATICO. CERTO, LE RESPONSABILITÀ SU QUANTO ACCADE NON SONO UGUALI TRA PAESI O TRA I CITTADINI E IMPRESE, MA NON C’È DUBBIO CHE SIA IN CORSO UNA GIGANTESCA RIMOZIONE, BEN ALIMENTATA, SU QUANTO L’ATTIVITÀ UMANA INFLUISCA SULL’AUMENTO VERTIGINOSO DELLE TEMPERATURE Cambiamento climatico, da dove cominciare? La cooperativa Reware di Roma, ad esempio, recupera e rigenera computer aziendali dismessi, ma ancora perfettamente funzionanti, per rimetterli in commercio a prezzi accessibili -------------------------------------------------------------------------------- Nel Regno Unito un gruppo di climatologi ha diffuso di recente una lettera aperta denunciando il modo in cui i media hanno raccontato l’ondata di caldo di maggio: in circa tre notizie su cinque non veniva infatti citato alcun collegamento con il cambiamento climatico. Anche in Italia l’attenzione dell’informazione verso questi temi è diminuita: secondo il monitoraggio dell’Osservatorio di Pavia, rispetto al 2022 la copertura della crisi climatica è calata del 26,1% sui quotidiani e del 52,9% nei telegiornali. C’era una volta, quindi, l’elefante nella stanza. Ovvero nel garage. A riprova di ciò, mi sono preso qualche minuto per fissare ancora una volta quali sono nel concreto le cause legate all’attività umana che influiscono sull’aumento vertiginoso delle temperature. Le macro categorie sono note per chi si occupa quotidianamente di tali urgenze. In primis i trasporti, poi il consumo domestico di energia, l’alimentazione, gli acquisti, la gestione dei rifiuti, le attività finanziarie e molto altro. È altrettanto risaputo che per quanto riguarda il trasporto i SUV di grandi o medi dimensioni siano tra i principali responsabili. Ma i nostri concittadini l’hanno capito? Dai dati non sembra affatto, visto che negli ultimi due anni nel mercato italiano i SUV sono diventati la tipologia di auto dominante.  Nel 2024 sono state immatricolate circa 1,56 milioni di auto nuove, di cui circa 900.000 SUV, mentre nel 2025 i SUV hanno raggiunto circa sei auto nuove su dieci. E i dati più recenti confermano questo andamento. Per quanto riguarda il consumo energetico in casa, l’aria condizionata è ormai una presenza abituale nelle case degli italiani. Le più recenti rilevazioni dell’ISTAT indicano che 14,7 milioni di famiglie, corrispondenti al 55,1% del totale, hanno installato almeno un impianto di climatizzazione. Ma quanti di costoro rispettano le avvertenze dell’ENEA, la quale consiglia di mantenere la temperatura interna tra 24 e 26 °C? Difficile misurarlo. Per quanto riguarda l’alimentazione, la buona notizia è che il consumo di carne è meno alto di quello che sembra. Sugli acquisti non siamo altrettanto giudiziosi. Riguardo in particolare agli smartphone – la cui produzione e vendita impatta notevolmente nel mondo sul riscaldamento globale – i report indicano che un cellulare su tre viene sostituito malgrado sia ancora funzionante. Ma dietro l’umano desiderio di novità, si celano gli effetti di una strategia ben precisa delle aziende. Sui rifiuti, siamo bravi con la raccolta differenziata e in cima alle classifiche europee per il riciclo, ma grandi città come Roma e Napoli sono ancora molto indietro, così come il Sud rispetto al Nord. Infine, per quanto concerne gli investimenti secondo la Banca d’Italia gli italiani non sembrano essere né particolarmente “green” né particolarmente inquinanti: sono soprattutto prudenti e delegano la gestione del capitale a intermediari, mentre la componente di investimento sostenibile è in crescita ma ancora minoritaria. Forse possiamo comunque fare di meglio, non credete? Giusto per cominciare con qualcosa di rilevante, perché non iniziare a farsi bastare il vecchio telefono e, soprattutto, a disfarsi di quel maledetto elefante nel garage? -------------------------------------------------------------------------------- Iscriviti per ricevere la Newsletter di Alessandro Ghebreigziabiher Alessandro Ghebreigziabiher ha aderito alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GUIDO VIALE: > Terra e cielo devastati. E noi in mezzo -------------------------------------------------------------------------------- . . . . . -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo è stato qui pubblicato anche in relazione al progetto CORE . . -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’elefante nel garage proviene da Comune-info.
July 4, 2026
Comune-info
Bertha Isabel Zúniga Cáceres: «La lotta è contro le molteplici dominazioni di questo sistema di morte»
Sono passati 10 anni dalla morte di Berta. Qual è oggi la situazione di lotta per la difesa del Rio Gualcarque, e quali altre lotte sta portando avanti il Copinh (Consejo Civico Organizaciones Populares Indigenas de Honduras) nel territorio? La diga Agua Zarca sul Rio Gualcarque, il progetto a cui si opponeva Berta, non è mai stata costruita e questa è una delle vittorie che abbiamo ottenuto grazie alla lotta per ottenere giustizia e verità per l’assassinio di Berta. L’hanno uccisa per costruire la diga ma il progetto non andò avanti. Il Copinh prosegue le sue lotte nel territori a sostegno della popolazione indigena. Gli attacchi e le minacce che subiamo continuano, ma resistiamo. Abbiamo preso un impegno con la morte di Berta. Vogliamo continuare a sostenere la lotta a favore dei fiumi, dei territori e in difesa delle nostre comunità. Da poco tempo siamo riusciti a costruire un incontro internazionale per le energie comunitarie e alternative, l’idea a cui stavamo lavorando quando c’è stato l’assassinio di Berta. Inoltre stiamo continuando ad avere momenti di scambio e crescita con altre comunità e a livello internazionale, recentemente, ad esempio, siamo stati a una serie di incontri di formazione sulle nuove tecnologie in agricoltura biologica in Messico. Vogliamo rivendicare il nostro diritto come popoli indigeni ad avere una risposta alle necessità di base – strade, energia, servizi – senza cedere i nostri diritti sui territori in cui viviamo. Pochi mesi fa una Commissione di Esperti internazionali (GIEI) ha pubblicato un report rispetto al caso di Berta. Ci puoi riassumere quali sono stati gli elementi principali emersi? Questo report per noi è molto importante e non solo perché fa una analisi dettagliata del crimine compiuto nei confronti di Berta, ma perché mostra il modello attraverso il quale la morte si insinua nei nostri territori a causa degli interessi economici. Questo report è stato scritto da una commissione di esperti con l’avvallo dello stato honduregno – con il governo precedente a questo – e con il sostegno della Commissione Interamericana di Diritti Umani. Il report è molto lungo. Ne condividiamo cinque elementi molto importanti per noi. Anzitutto la morte di Berta Cáceres è stato il prodotto di un interesse imprenditoriale. È stata uccisa per la sua opposizione a un progetto idroelettrico. Gli esperti dimostrano che non si è indagato a sufficienza sui proprietari dell’azienda, che non sono ancora stati portati a giudizio. Il terzo aspetto è che lo stato ha saputo del crimine di Berta due mesi prima che si compisse e non ha fatto nulla per fermarlo. Lo sappiamo perché lo stato honduregno stava intercettando le comunicazioni tra gruppi criminali in cui si parlava della preparazione di questo omicidio. Sapevano pertanto cosa stava per accadere. Inoltre il delitto ebbe luogo attraverso finanziamenti internazionali di banche europee che diedero soldi per il progetto della diga. Il banco FMO dei Paesi Bassi, il banco FINFUND finlandese, il Banco Centro Americano di Integrazione Economica che ha soci anche esterni al continente americano. Grazie alla narrativa di un cosiddetto finanziamento allo sviluppo, queste banche hanno fornito 18 milioni di dollari alla famiglia Atala, proprietaria dell’impresa Desa, in Honduras. Di questi 18 milioni la famiglia ha sviato per attività illegali 12 milioni, il 67%. La struttura con cui sviarono questi fondi fu richiedere trasferimenti bancari inserendo numeri di conti correnti di imprese che non avevano nulla a che vedere con i lavori di costruzione dell’opera. Questa struttura avrebbe dovuto essere monitorata da autorità di controllo in Europa e America ma nessuno lo fece. Una delle scoperte più importanti di questo report – che non troverete in altre ricerche – è il filo che collega i fondi elargiti da queste banche internazionali con i responsabili della morte di Berta Cáceres. C’è un filo che collega questi finanziamenti con il pagamento di tre assegni – per un totale di 20 mila dollari – che sono stati utilizzati per pagare i sicari di Berta. Questo report è uno stimolo a continuare ad avere giustizia perché siano puniti i responsabili internazionali e perché continui la lotta per la resistenza nei nostri territori. Di Honduras, purtroppo, si parla poco in Europa, ti andrebbe di raccontarci qualcosa dell’attuale situazione politica a seguito delle elezioni del 2025 e sopratutto a seguito della rielezione di Trump alla Casa bianca? Anche se l’America Latina ha sempre subito una forte presenza degli interessi statunitensi, mai come ora questa presenza è forte e ha avuto un peso enorme nelle elezioni honduregne del 2025 a seguito delle quali da gennaio 2026 abbiamo un nuovo governo. Ora l’esecutivo è totalmente a favore delle imprese. Ad esempio, sta promuovendo leggi per permettere a queste di aumentare lo sfruttamento e i profitti sui territori. Donald Trump ha detto esplicitamente alla popolazione honduregna per chi votare, cioè l’attuale governo. Nel Copinh abbiamo sempre pensato che i cambiamenti nella società devono venire dal basso, dal popolo e non dal governo, tuttavia pensiamo sia estremamente grave questa ingerenza statunitense nella scelta del governo. Inoltre il 30% del prodotto interno lordo viene dalle rimesse dall’estero e siamo molto preoccupati per cosa accadrà nel nostro Paese vista la persecuzione negli Stati Uniti nei confronti della popolazione migrante. Per quanto l’ICE non possa deportare tutte le persone che vivono negli Usa, la situazione ci fa paura, stiamo assistendo a una profonda precarizzazione del lavoro e della vita di chi ha migrato, che ha paura a uscire in strada, ad andare a lavoro o a prendere i figli a scuola. Per noi è molto importante stare qui oggi nonostante siano giorni molto difficili dell’Honduras, pochi giorni fa c’è stato un massacro di contadini nel nord del Paese, con più di 20 morti, ne sono responsabili gruppi del crimine organizzato. È importante che si parli della situazione che viviamo anche qui in Europa. Qual è stato il vostro percorso giuridico per avere giustizia per la morte di Berta? La forma che abbiamo utilizzato nel COPINH per avere giustizia è quella di continuare la nostra lotta che volevano spegnere con l’omicidio. Portare avanti la lotta e l’organizzazione politica nelle comunità è un modo per dire che Berta non è morta. Ovviamente abbiamo anche lottato per la giustizia nei tribunali. Abbiamo avuto due processi nei quali si sono condannate otto persone. Tre di questi membri dell’esercito, tre dell’impresa che è proprietà della famiglia Atala e gli altri appartenenti al crimine organizzato. Abbiamo anche fatto altri due esposti giudiziari, uno per corruzione dell’azienda, dimostrando che il progetto è stato gestito in forme corrotte e un procedimento nei confronti delle autorità locali perché il progetto non ha previsto una consultazione libera e informata delle comunità coinvolte, come dice l’articolo 169 dell’Organizzazione Mondiale del Lavoro. Da dicembre 2023 c’è stato un ordine di cattura per una persona della famiglia Atala, che è ancora latitante. Portare a giudizio questo gruppo economico che sta dietro l’impresa Desa è l’obiettivo principale che abbiamo oggi nella nostra ricerca di giustizia. Non ci sono precedenti di procedimenti giudiziari nei confronti di banche per i loro finanziamenti a livello internazionale. Abbiamo querelato il banco olandese FMO per questo loro finanziamento e il legame con l’assassinio ed è la prima volta che accade. Una procura in Olanda – poche settimane fa – ci ha detto che non vuole indagare l’FMO perché non sa cosa incontrerà. Ora stiamo lottando in una corte d’appello in Olanda perché ordini alla procura di fare comunque una indagine su questa banca. Berta diceva spesso che le lotte non fossero tante, ma una. Ci puoi dire cosa volesse dire con questo? Mia mamma ha sempre pensato che lottare solo per una tematica fosse restringere la nostra capacità di organizzare la lotta. Lei diceva che quando stiamo parlando della difesa e della protezione dei fiumi dobbiamo al tempo stesso vedere l’importanza della lotta per la difesa delle donne. A volte è difficile perché siamo obbligate a fare tante lotte allo stesso tempo ma è anche un modo per apprendere e per crescere. Questo sistema ci domina in maniera molteplice. Per questo nella vita quotidiana dobbiamo riuscire a condurre una lotta il più integrale possibile per riuscire ad affrontare le molteplici dominazioni di questo sistema di morte. E’ importante anche che le lotte siano connesse a livello internazionale e che quindi si lotti qui ma anche in Honduras, Messico e Colombia. Che possibilità ci sono ora in Honduras – in una situazione politica così difficile – di articolazione e convergenza delle lotte tra le tante realtà che si organizzano ? La possibilità c’è, bisogna affinare strumenti che ci permettano di articolare queste esperienze e costruire convergenza. A volte è più facile unirsi proprio per via delle avversità che si affrontano. Per questo va accresciuta la nostra capacità di ascoltarci, di lavorare assieme, di comprenderci, ma è importante condividere un fondamento etico che possa tenere assieme la pluralità delle lotte. Dobbiamo trovare il modo per tornare a umanizzarci e uscire fuori da un sistema capitalista che ci vuole sottrarre da qualunque ruolo per renderci persone pronte a consumare. Recentemente è stata approvata una legge per favorire le imprese agroindustriali contro i diritti delle organizzazioni contadine nei territori. Questo sarà uno scenario per poter costruire nuove convergenze e lotte comuni. Foto di copertina di Copinh Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Bertha Isabel Zúniga Cáceres: «La lotta è contro le molteplici dominazioni di questo sistema di morte» proviene da DINAMOpress.
July 2, 2026
DINAMOpress
Per un ecologismo radicale del qui e ora
NON DOVREMMO FORSE CHIEDERCI CHE COSA POSSIAMO FARE NOI QUI E ORA, PIUTTOSTO CHE IMMAGINARE IL PROGRAMMA DI UN IPOTETICO GOVERNO ALTERMONDISTA CHE SI MATERIALIZZI NEL PRESENTE PER EFFETTO DI UNA IMPROBABILE DISCONTINUITÀ SPAZIO-TEMPORALE? Questo articolo fa parte della discussione: “Società in movimento“ Boicottaggio supermercati promosso da Ultima generazione. Foto Ries -------------------------------------------------------------------------------- Si è svolto a Roma il 27 aprile scorso un incontro organizzato dall’Associazione per la Decrescita, dal Movimento per la Decrescita Felice e dai Quaderni della Decrescita dal titolo “Convergenze?”, che ha visto la partecipazione di attivisti di molte realtà della galassia ecologista: Fridays for Future, Ultima Generazione (UG), No Kings, Climate Pride, Scuola GEA, Società delle/dei Territorialiste/i, Sinistra Anticapitalista, Rete Ecosocialista, Associazione per la Decrescita, Movimento per la Decrescita Felice. L’incontro ha promosso una riflessione sulle difficoltà che movimenti ed associazioni ecologiste sperimentano nel fare sistema e nell’esprimere strategie trasformative condivise che vadano oltre il momento della protesta. Queste difficoltà a convergere appaiono tanto più sorprendenti se si considera l’ampia condivisione di prospettive e la comune consapevolezza che i rapporti di dominio propri della logica estrattivista, coloniale, classista e patriarcale che dominano il presente siano responsabili tanto della violenza e della miseria che affliggono le società umane quanto della crisi ecosistemica globale. Quali passi concreti potrebbero permettere al movimento ecologista di individuare obiettivi comuni e promuovere un’azione collettiva realmente incisiva? Dall’incontro sono emersi sei punti di consenso molto chiari. Il primo: guerre, sopraffazione e disastro ecologico sono manifestazioni di una stessa policrisi sistemica al tempo stesso ambientale, sociale, politica ed economica che ha le sue radici nei rapporti di dominio. Il secondo: è unanime la preoccupazione per la gravità della situazione presente e l’urgenza di costruire risposte adeguate. Il terzo: è necessario creare spazi condivisi di confronto, elaborazione e azione comune dove mettere a sistema idee, pratiche e competenze. Il quarto: è necessario delineare una prospettiva in cui riconoscersi, un orizzonte comune, un immaginario collettivo di trasformazione, un’idea di futuro ispirata da un sistema di valori condivisi, capace di collegare le singole lotte e orientare le pratiche sociali. Il quinto: è necessario al contempo mettere in campo e sostenere azioni concrete e incisive. Queste non possono aspettare che ci si accordi su ogni aspetto di un futuro astratto. Alcuni (Scuola GEA, Rete Ecosocialista, Territorialisti/e…) hanno sottolineato l’importanza di una mobilitazione dal basso, motivata dai bisogni che nascono dalle nuove povertà (oltre che dalle vecchie): degrado ambientale, precarietà, marginalità, perdita di identità, eccetera. Il sesto: le diversità che attraversano il mondo dell’ecologismo non costituiscono un ostacolo all’azione collettiva, ma piuttosto una ricchezza da valorizzare, capace aumentarne l’efficacia nel contrastare e nel fornire un’alternativa al capitalismo dominante. Il sistema del potere è pervasivo ed occupa ogni settore della società, incluse le nostre menti; per contrastarlo è necessario contrapporre alla sua la nostra complessità, quel grande patrimonio di esperienze di cui è portatore “chi si fa il pane in casa con lievito di pasta madre come chi assalta i cantieri del TAV” (dagli atti dell’incontro). È necessario abbandonare l’idea di una gerarchia delle lotte: nessuna battaglia può essere considerata secondaria, perché ciascuna contribuisce a costruire una visione complessiva di trasformazione sociale (ibid.). Le tante realtà dell’ecologismo costituiscono un ecosistema di conoscenze e pratiche trasformative; limitare l’azione comune soltanto al loro spazio di intersezione significa perdere in biodiversità. Estensione e forma di uno spazio condiviso Questi elementi di convergenza emersi dall’incontro di Roma possono aiutarci a delineare estensione e forma di uno spazio condiviso di confronto e di elaborazione di strategie, iniziative e pratiche trasformative. A questo fine è utile innanzitutto ragionare sugli sviluppi che hanno avuto in passato esperienze analoghe; fra le altre, particolarmente significativa è quella della “Società della Cura” che, in tempo di Covid, ha prodotto una grande convergenza intorno a un manifesto e una traccia di programma politico, il Recovery PlanET, “la nostra alternativa al PNRR del Governo”. La “Società della Cura” adotta una visione sistemica della policrisi contemporanea in cui i grandi ambiti tematici in cui si articolano la critica e la mobilitazione contro l’attuale assetto economico, politico e sociale (lavoro, ambiente, diritti, rapporti di genere, democrazia, pace, qualità della vita…) sono tutti fra loro intrecciati. A questi ambiti appartengono i tanti temi affrontati nel manifesto: sistema industriale, commercio internazionale, sistema bancario, investimenti finanziari, paradigma energetico, relazioni di potere, welfare, diritti, stili di vita, filiera del cibo, acqua, istruzione, ricerca, sanità, edilizia, trasporti, logistica, turismo, telecomunicazioni, sovranità digitale, intelligenza artificiale, fibra ottica, fondamenti etici della società e altri. Attraversando questo vasto paesaggio tematico, il Manifesto fornisce indicazioni su cosa “occorre fare”. Ma a chi sono destinate queste indicazioni? Non dovremmo forse chiederci che cosa possiamo fare noi qui e ora, piuttosto che immaginare il programma di un ipotetico governo altermondista che si materializzi nel presente per effetto di una improbabile discontinuità spazio-temporale? La “Società della Cura” ha avuto il grande merito di far emergere una prospettiva comune, nella quale si sono riconosciuti oltre 1.800 aderenti complessivi, di cui circa 400 organizzazioni, reti e associazioni. Tuttavia, l’ampiezza stessa del suo spettro tematico ha reso difficile il suo consolidarsi come laboratorio permanente di iniziativa politica, per “fare ciò che occorre fare”. Non a caso, non esiste un tale laboratorio nel campo opposto: pur nella coerenza che lega i suoi tanti aspetti (economici, politici, sociali, culturali, simbolici e perfino antropologici), non esiste una cabina di regia del capitalismo, unica e onnicomprensiva. L’esperienza della “Società della Cura” suggerisce dunque che, se da un lato un laboratorio di iniziativa politica deve fondarsi su una visione sistemica del proprio orizzonte di trasformazione, dall’altro può perdere di efficacia operativa quando ambisce a porsi come centro di gravità di una galassia eccessivamente ampia ed eterogenea. Allo stato attuale esistono diversi spazi di larga convergenza, fra gli altri: No Kings e Climate Pride. Alcune importanti campagne, anche a livello internazionale, sono sostenute dalle reti di organizzazioni che abitano questi spazi, come il processo di Santa Marta e la Global Sumud Flotilla. A livello locale, le numerose mobilitazioni a difesa dei territori costituiscono anch’essi luoghi di convergenza tra organizzazioni ambientaliste, associazioni territoriali e comitati cittadini. Sono spazi importanti, che creano fratture nel sistema del dominio. Sebbene ampiamente intersecati, questi spazi nascono prevalentemente per coordinare la protesta (marce per la pace, per il clima…) o la resistenza civile (No TAV, No TAP, No Ponte…). Climate Pride, per esempio è uno spazio di mobilitazione dove convergono realtà anche molto diverse fra loro, se non negli obiettivi generali (riduzione della crisi climatica, tutela della biodiversità…), certamente però nelle strategie e culture operative. Convergere sulla protesta è spesso possibile anche fra sensibilità politiche diverse; più complessa è una elaborazione condivisa di strategie trasformative capaci di incidere strutturalmente sul sistema; questo richiede necessariamente un maggiore livello di condivisione di obiettivi e prospettive rispetto a quanto avviene in uno spazio di protesta, per sua natura più eterogeneo. Un laboratorio dell’ecologismo radicale Come è emerso chiaramente dall’incontro “Convergenze?”, l’ecosistema ecologista soffre della mancanza di uno spazio condiviso, di un laboratorio permanente dove elaborare un orizzonte, una visione comune della trasformazione e allo stesso tempo discutere e condividere strategie politiche, coordinare pratiche e sostenere azioni concrete capaci di portare il movimento oltre la dimensione della protesta, mettendosi al servizio degli spazi di convergenza più ampi già esistenti. Esiste uno stesso orizzonte dove l’intero movimento ecologista possa riconoscersi? Che metta d’accordo, ad esempio, decrescenti e fautori di un capitalismo verde ispirato allo sviluppo sostenibile? Probabilmente no, perché motivazioni e lettura della policrisi di queste due realtà sono fondamentalmente opposte. Per i decrescenti, come per molti altri che hanno partecipato a “Convergenze?”, lo sviluppo sostenibile, la crescita verde, supportate dal mito di una tecnologia onnipotente e salvifica, sono solo false soluzioni messe in campo (già da “Our Common Future”, 1987) dal capitalismo estrattivo per continuare ad estrarre, a beneficio dei pochi, da un ecosistema esausto. In 40 anni di retorica sullo sviluppo sostenibile i conflitti ambientali si sono moltiplicati. Dobbiamo accordarci? Personalmente sono molto allineato con la testimonianza che ha portato all’incontro di Roma Elisa Sermarini (Scuola GEA) che, online da Santa Marta, ha detto: “Le convergenze non si costruiscono evitando il conflitto!”. Già, l’orizzonte non può essere la socialdemocrazia. Lo spazio che auspichiamo è quello dell’ecologismo radicale, quello cioè che riconosca appieno le cause strutturali della crisi ecologica. Questo non significa rinunciare al dialogo o alla collaborazione con altre culture ecologiste su singole campagne, vertenze o obiettivi condivisi, ma riconoscere che una convergenza politica stabile richiede una sostanziale comunanza di analisi e di orizzonte. Allo stesso tempo, quest’orizzonte non deve essere una gabbia. Lo spazio comune non può ridursi a una intersezione ma deve fondarsi sul riconoscimento del valore di approcci differenti dal proprio; deve essere sufficientemente ampio da accogliere visioni e pratiche che si richiamano a diverse teorie della trasformazione sociale (vedi ad esempio le tipologie proposte nel modello interpretativo di Erik Olin Wright in Envisioning real utopias, 2010: strategie di rottura, interstiziali, simbiotiche). Se ben orchestrata, la pluralità di approcci moltiplica l’efficacia dell’azione comune piuttosto che depotenziarla, generando una forza collettiva che va oltre la semplice somma dei singoli contributi. La biodiversità è grande nel movimento ecologista. Un esempio paradigmatico: la campagna di boicottaggio del supermercato recentemente promossa da UG è in piena continuità strategica con le esperienze dell’economia solidale (GAS, CSA, CERS…): la prima usa un approccio di rottura per attaccare il sistema, per affamarlo; contemporaneamente, le seconde nutrono ed estendono il campo delle alternative possibili, secondo l’approccio interstiziale alla trasformazione. A completare questa articolazione strategica, possono essere attivati canali istituzionali che consentano all’economia trasformativa di negoziare politiche e normative a sostegno dei suoi obiettivi, oltre che di accedere a sovvenzioni regionali, statali, europee: una strategia simbiotica. In conclusione, auspichiamo la nascita di una casa comune dell’ecologismo radicale, un laboratorio politico permanente dove le iniziative promosse dalle realtà che lo animano, nel rispetto della loro autonomia, possono rafforzarsi, articolarsi, e acquisire maggiore complessità e coerenza, ampliando al contempo la base della mobilitazione. La forma concreta che questo laboratorio potrà assumere dovrà emergere da un percorso partecipativo che coinvolga tutte le realtà che si riconoscano in questo progetto, alcune delle quali già rappresentate a “Convergenze?”. -------------------------------------------------------------------------------- APPUNTAMENTI: ROMA, 13 GIUGNO: > Riunione di redazione aperta -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Per un ecologismo radicale del qui e ora proviene da Comune-info.
June 6, 2026
Comune-info
SPECIALE ALBANIA – massicce proteste a Tirana contro la svendita dei territori e la corruzione della classe politica@0
Ennesima giornata di imponenti manifestazioni a Tirana, capitale dell’Albania, contro il governo guidato da Edi Rama, accusato di svendere il territorio nazionale ai grandi capitali internazionali. Al centro della contestazione vi è il progetto di costruzione di un resort di lusso sull’isola di Saseno, simbolo nazionale e luogo legato alla resistenza contro fascisti e nazisti, nonché nella vicina area costiera di Narta/Zvernec, un’oasi naturale protetta di grande valore ambientale. A beneficiare dell’operazione è Jared Kushner, genero di Donald Trump, ferreo alleato di Israele e figura coinvolta nelle trattative con l’Iran. Le prime mobilitazioni delle comunità locali contro il maxi-progetto sono state duramente represse dalle guardie private incaricate della sicurezza dell’area, schierate dietro una barriera di filo spinato eretta per delimitare in maniera illegittima la zona destinata alla realizzazione del resort. Le immagini delle violenze e della passività delle forze dell’ordine hanno suscitato forte indignazione in tutto il Paese. Da anni, infatti, in Albania si moltiplicano le proteste delle comunità locali contro quella che è una sistematica spoliazione e svendita di risorse e territori, alimentata da una crescente ondata di maxi-investimenti immobiliari stranieri favorita dalle politiche del governo Rama. Da cinque giorni, migliaia di persone scendono in piazza in tutto il Paese in sostegno alla lotta contro il maxi-resort di Kushner, ma soprattutto per chiedere le dimissioni di un governo accusato di svendere agli azionisti americani, israeliani, sauditi ed emiratini le ricchezze naturali ed il futuro del Paese. La mobilitazione continua ad allargarsi e ad assumere toni sempre più conflittuali: a Tirana, dopo le prime manifestazioni pacifiche, si sono registrati scontri con la polizia inviata dal governo di Rama a reprimere le manifestazioni, mentre tenta di contenere e delegittimare la protesta sulle piattaforme TV e sui media internazionali. Diverse università sono praticamente deserte in questi giorni per consentire la partecipazione alle manifestazioni e iniziano a emergere le prime iniziative promosse anche dalla diaspora albanese. Per domani, sabato 6 giugno, è stata convocata una grande manifestazione nella capitale. Facciamo il punto sulle ragioni della protesta e sui suoi sviluppi con Artan Katzani, ricercatore e attivista di Tirana. Il caso di Saseno ha agito da detonatore, dando vita a uno dei più vasti e significativi cicli di mobilitazione spontanea degli ultimi anni: in piazza ci sono soprattutto giovani stretti tra precarietà, bassi salari e la prospettiva dell’emigrazione come unica alternativa, ma anche famiglie, pensionati, pescatori, pastori e contadini che non hanno tratto alcun beneficio dall’espansione del turismo degli ultimi anni. Ci siamo collegati con Elon, del collettivo Immigrital, per parlare di quanto incidano sulle proteste le condizioni materiali in Albania ed il ricatto tra precariato ed emigrazione che vivono le giovani generazioni del paese. Allo stesso tempo, abbiamo fatto il punto sulle iniziative della diaspora albanese in Italia, tra cui la manifestazione chiamata a Torino, in p.zza Vittorio, per domenica 7 giugno alle h. 18.
SPECIALE ALBANIA – massicce proteste a Tirana contro la svendita dei territori e la corruzione della classe politica@1
Ennesima giornata di imponenti manifestazioni a Tirana, capitale dell’Albania, contro il governo guidato da Edi Rama, accusato di svendere il territorio nazionale ai grandi capitali internazionali. Al centro della contestazione vi è il progetto di costruzione di un resort di lusso sull’isola di Saseno, simbolo nazionale e luogo legato alla resistenza contro fascisti e nazisti, nonché nella vicina area costiera di Narta/Zvernec, un’oasi naturale protetta di grande valore ambientale. A beneficiare dell’operazione è Jared Kushner, genero di Donald Trump, ferreo alleato di Israele e figura coinvolta nelle trattative con l’Iran. Le prime mobilitazioni delle comunità locali contro il maxi-progetto sono state duramente represse dalle guardie private incaricate della sicurezza dell’area, schierate dietro una barriera di filo spinato eretta per delimitare in maniera illegittima la zona destinata alla realizzazione del resort. Le immagini delle violenze e della passività delle forze dell’ordine hanno suscitato forte indignazione in tutto il Paese. Da anni, infatti, in Albania si moltiplicano le proteste delle comunità locali contro quella che è una sistematica spoliazione e svendita di risorse e territori, alimentata da una crescente ondata di maxi-investimenti immobiliari stranieri favorita dalle politiche del governo Rama. Da cinque giorni, migliaia di persone scendono in piazza in tutto il Paese in sostegno alla lotta contro il maxi-resort di Kushner, ma soprattutto per chiedere le dimissioni di un governo accusato di svendere agli azionisti americani, israeliani, sauditi ed emiratini le ricchezze naturali ed il futuro del Paese. La mobilitazione continua ad allargarsi e ad assumere toni sempre più conflittuali: a Tirana, dopo le prime manifestazioni pacifiche, si sono registrati scontri con la polizia inviata dal governo di Rama a reprimere le manifestazioni, mentre tenta di contenere e delegittimare la protesta sulle piattaforme TV e sui media internazionali. Diverse università sono praticamente deserte in questi giorni per consentire la partecipazione alle manifestazioni e iniziano a emergere le prime iniziative promosse anche dalla diaspora albanese. Per domani, sabato 6 giugno, è stata convocata una grande manifestazione nella capitale. Facciamo il punto sulle ragioni della protesta e sui suoi sviluppi con Artan Katzani, ricercatore e attivista di Tirana. Il caso di Saseno ha agito da detonatore, dando vita a uno dei più vasti e significativi cicli di mobilitazione spontanea degli ultimi anni: in piazza ci sono soprattutto giovani stretti tra precarietà, bassi salari e la prospettiva dell’emigrazione come unica alternativa, ma anche famiglie, pensionati, pescatori, pastori e contadini che non hanno tratto alcun beneficio dall’espansione del turismo degli ultimi anni. Ci siamo collegati con Elon, del collettivo Immigrital, per parlare di quanto incidano sulle proteste le condizioni materiali in Albania ed il ricatto tra precariato ed emigrazione che vivono le giovani generazioni del paese. Allo stesso tempo, abbiamo fatto il punto sulle iniziative della diaspora albanese in Italia, tra cui la manifestazione chiamata a Torino, in p.zza Vittorio, per domenica 7 giugno alle h. 18.