Tag - ecologia

Impronte di pace: per chi ha fra 15 e 34 anni
il progetto gratuito (ma i posti sono limitati) lungo i cammini del Biellese Esplora. Cammina. Trasforma. Parte Impronte di Pace: un progetto gratuito per chi ha tra i 15 e i 34 anni e vuole vivere il territorio, imparare competenze nuove, partecipare ad attività artistiche, formative, ambientali e di cittadinanza attiva lungo i cammini del Biellese. È possibile partecipare ad
Ecologia: L'inquinamento nella base USA di Okinawa
In queste settimane è scontro fra i cittadini giapponesi di Okinawa e i militari. Il governo americano ha infatti negato l'accesso alle basi per condurre accertamenti ambientali. L'isola di Okinawa è a sud del Giappone ed è in un punto strategico per controllare la Cina.
May 27, 2026
PeaceLink
Per un’immaginazione femminista anticoloniale: intrecciare le …
… le radici contro capitalismo e patriarcato Riprendiamo, per gentile concessione di autrice e direttore, un interessante “saggio” di Alice Salimbeni da Machina  C’è una rimozione che attraversa l’Europa – e l’Italia – come una ferita mal cicatrizzata: l’idea di essere «oltre» il colonialismo, di averlo relegato altrove, in un tempo e, soprattutto, in uno spazio che non ci riguarda
Al CNR di Faenza, la ricerca che rifiuta la guerra
La pioggia ha accompagnato l’inizio del presidio davanti al CNR di Faenza questo venerdì. Cartelli bagnati, strumenti musicali riparati alla meglio sotto gli ombrelli in via Granarolo. Poi, lentamente, il cielo si è aperto. È uscito il sole mentre le persone continuavano a parlare di guerra, ricerca scientifica, salute, ambiente, obiezione di coscienza, diritti umani e tutela dei beni comuni. Un cambiamento atmosferico che molti hanno visto quasi come un segno poetico, un legame profondo con la natura che sembrava accogliere la richiesta di trasparenza, etica e pace. Il presidio “Ceramica per la sanità, non per le armi”, organizzato il 15 maggio davanti alla sede del CNR e dell’ISSMC di Faenza, si è svolto nel giorno dell’open day dell’istituto, mentre ricercatori e tecnici aprivano i laboratori al pubblico per mostrare le ricerche sui materiali ceramici e aerospaziali. Fuori, intanto, attivisti, associazioni e cittadini chiedevano che la ricerca pubblica non venga coinvolta in progetti militari e in collaborazioni con istituzioni israeliane legate all’industria bellica. Al megafono si sono alternati diversi esponenti della società civile e del mondo della ricerca, offrendo sguardi complementari sulla responsabilità etica delle istituzioni pubbliche, degli scienziati e dei cittadini. Ha preso la parola Linda Maggiori, giornalista, scrittrice e blogger impegnata da anni sui temi dell’ecologia integrale, della mobilità sostenibile e della giustizia sociale. È intervenuto poi Pippo Tadolini del Coordinamento Ravennate per il Clima Fuori dal Fossile, ricordando le prossime tappe della Carovana “Diritti e Rovesci”. Successivamente si sono alternati il giovane attivista Gioele Angeli, in rappresentanza di OSA, Giuseppe Curcio dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e Marco Cervino, ricercatore del CNR di Bologna e membro della rete nazionale “La ricerca non va in guerra”, una rete di ricercatori contrari all’uso militare della ricerca pubblica. Tutti gli interventi hanno ribadito con forza che istruzione, università e ricerca dovrebbero rimanere spazi di crescita collettiva, confronto e pace, sottraendosi alle logiche della guerra e della produzione bellica. Mentre fuori dai cancelli proseguivano gli interventi e i canti, Linda Maggiori è entrata all’interno dell’istituto per partecipare alle iniziative dell’open day, intervenendo nella conferenza dedicata alle tecnologie aerospaziali. In un resoconto condiviso successivamente sui social, la giornalista ha raccontato di avere posto domande precise sul rapporto tra ricerca scientifica e industria militare, contestando apertamente l’idea di una scienza neutrale, separata dalle conseguenze concrete delle proprie applicazioni. Di fronte alle risposte di chi definisce la tecnologia uno strumento “neutro”, né buono né cattivo, i manifestanti hanno ricordato che questa impostazione rischia di cancellare la responsabilità etica degli scienziati rispetto agli effetti concreti delle loro ricerche. Il fulcro della mobilitazione faentina è rappresentato dal progetto “Pa Swing”, acronimo di “Spinel Windows Joining by Glass”, una collaborazione scientifica avviata nel 2024 tra l’Istituto di Scienza, Tecnologia e Sostenibilità per lo Sviluppo dei Materiali Ceramici di Faenza e il Ministero della Difesa israeliano. Secondo documenti scientifici e segnalazioni dei ricercatori, il progetto riguarda lo sviluppo di materiali ceramici trasparenti destinati ad applicazioni per mezzi militari terrestri. La questione è stata sollevata dalla rete “La ricerca non va in guerra”, composta da ricercatori e lavoratori del CNR contrari ai progetti collegati a enti governativi coinvolti nell’attuale offensiva su Gaza e nei territori palestinesi occupati. Per i manifestanti, interrompere queste collaborazioni significa applicare concretamente il principio costituzionale che ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli. Nei giorni precedenti all’evento, una lettera aperta era stata indirizzata alla direttrice dell’istituto, Alessandra Sanson, chiedendo che all’interno dell’open day trovasse spazio anche una riflessione critica sul rapporto tra etica, ricerca e industria militare. Nel testo si sosteneva la necessità di “una corrispondenza fra etica che ripudia i crimini di guerra e scelte individuali e istituzionali”. Secondo quanto riferito da Linda Maggiori dopo l’incontro con la direttrice, una delegazione ha consegnato una lettera chiedendo l’interruzione della collaborazione con Israele e l’avvio di progetti sanitari con la Palestina. La dirigenza avrebbe garantito libertà di espressione e dibattito interno per il personale dell’istituto, specificando però di non avere l’autonomia necessaria per interrompere unilateralmente il progetto, decisione che spetterebbe alla direzione nazionale del CNR. Il presidio si è svolto in una data dall’alto valore simbolico, il 78° anniversario della Nakba palestinese, la “catastrofe” del 1948 che segnò l’espulsione forzata di centinaia di migliaia di palestinesi dalle loro terre. Per le realtà organizzatrici, questa ricorrenza ha permesso di collegare la memoria storica dei diritti violati alla riflessione contemporanea sulle guerre e sulle responsabilità collettive. L’iniziativa ha mostrato come ricerca, industria e molti ambiti considerati “neutrali” abbiano invece un ruolo concreto negli attuali scenari di guerra. Ma la giornata faentina non è stata soltanto una mobilitazione contro il riarmo. È stata anche una delle tappe centrali della Carovana ambientalista e sociale “Diritti e Rovesci”, promossa da RECA Emilia-Romagna e AMAS-ER. Da aprile a giugno, la Carovana attraversa tutta la regione coinvolgendo oltre 90 associazioni, comitati e realtà territoriali sui temi della crisi climatica, del consumo di suolo, dell’inquinamento, delle alluvioni, della salute pubblica e della conversione ecologica. La tappa di Faenza ha assunto un significato particolare proprio perché ha unito questi temi a una riflessione più ampia sui diritti umani: non soltanto ambiente e diritto alla salute, ma anche guerra, ricerca scientifica, obiezione di coscienza, industria militare e libertà di dissenso nei luoghi di lavoro. A Faenza, più che gli slogan, sono rimaste impresse le immagini: le persone ferme sotto la pioggia, i dialoghi davanti ai cancelli del CNR, gli strumenti musicali e i canti, le lettere consegnate a mano, le spillette con scritto “Io non collaboro con Israele” distribuite dai ricercatori obiettori di Faenza, il tentativo ostinato di aprire spazi di discussione dentro e fuori i luoghi della ricerca. Quando il sole è comparso, illuminando bandiere, striscioni e le strade ancora bagnate, il presidio non aveva certo risolto il conflitto aperto attorno ai progetti militari. Ma aveva reso visibile qualcosa difficile da ignorare: l’esistenza di ricercatori, cittadini, studenti e lavoratori che rifiutano l’idea che la scienza possa procedere separata da coscienza ed etica. PROSSIMI APPUNTAMENTI DELLA CAROVANA “DIRITTI E ROVESCI” : * Calendario di tutti gli eventi: https://www.recaemiliaromagna.it/ * Appuntamento sotto la sede della Regione: Bologna, 26 maggio 2026, ritrovo ore 9.00 con le reti ambientaliste, che convergeranno nella stessa giornata con il sit-in pomeridiano della rete “Basta Complicità”, in cui confluiranno anche i Giovani Palestinesi, il BDS e i Sanitari Per Gaza di Bologna per consegnare tutte le firme raccolte finora. .. video qui. > Non ci hanno permesso di fare foto o filmare gli interventi. Non hanno > permesso ad un ricercatore venuto apposta da Reggio Emilia di leggere il suo > intervento. […]  ricercatori obiettori di Faenza non possono parlare > pubblicamente del loro dissenso, tanto che nessuno di loro ha potuto parlare > nel nostro presidio. Questo ci è stato implicitamente confermato dalla > direttrice e ci sembra una cosa gravissima, che lede anche i diritti dei > lavoratori. […] Noi allora continueremo a fare presidi, sia a Faenza sia a > Roma per chiedere di fermare questa complicità criminale, e per chiedere di > iniziare progetti in campo sanitario con la Palestina. > > Continueremo a sostenere i ricercatori e le ricercatrici, a fare emergere la > verità e a non lasciare che il silenzio ricopra tutto. Basta ricerca per il > Genocidio!! > Linda Maggiori Redazione Romagna
May 17, 2026
Pressenza
Vite sul fiume contaminato
Il 13 marzo 2025, a El Vergel, una frana innescata da piogge intense ha provocato la rottura di un tratto dell’oleodotto Sistema de Oleoducto Transecuatoriano (SOTE), causando uno dei più gravi disastri ambientali recenti nella provincia di Esmeraldas. Il cedimento del terreno ha liberato un’enorme quantità di greggio, che ha contaminato il fiume Caple e le aree circostanti, compromettendo ecosistemi e risorse idriche su vasta scala. La contaminazione si è spinta fino all’Oceano Pacifico, portando il governo ecuadoriano a dichiarare lo stato di emergenza ambientale. L’impatto è stato devastante non solo sul piano ambientale, ma anche su quello sociale ed economico. In un territorio già fragile, segnato da disuguaglianze e vulnerabilità strutturali, il disastro ha aggravato le condizioni delle fasce più esposte della popolazione, in particolare donne, giovani e bambini, mettendone seriamente a rischio il futuro. Tra le comunità colpite vi è El Roto, situata a breve distanza dal punto di rottura dell’oleodotto. Le immagini di questo reportage restituiscono una quotidianità segnata da una profonda contraddizione: nonostante la contaminazione evidente, gli abitanti continuano a coltivare la terra con una determinazione che sfida ogni logica. L’agricoltura resta infatti, per molte famiglie, l’unica fonte di sostentamento. Dopo l’incidente, i terreni sono stati sommersi da una miscela di acqua e petrolio, trasformando quello che inizialmente poteva sembrare un evento temporaneo in una condanna economica duratura. Per raggiungere i campi situati sull’altra sponda, molti agricoltori sono costretti ad attraversare a guado il corso d’acqua, spesso senza alternative. Chi lavora la terra da anni descrive una perdita consistente dei raccolti e un cambiamento evidente nelle piante, che non presentano più le caratteristiche di un tempo dopo l’esposizione al greggio. Il risarcimento statale, pari a 470 dollari per famiglia, si rivela del tutto insufficiente a compensare i danni subiti, costringendo la popolazione a proseguire le attività agricole nonostante i rischi. Nel suolo di El Roto sono ancora visibili residui di petrolio e l’odore acre della contaminazione permea l’aria. Il calore del sole intensifica la situazione, riscaldando il greggio intrappolato nel fango e liberando esalazioni chimiche che si sono ormai integrate nella quotidianità della comunità. Accanto alle tracce della bonifica emerge anche una dimensione più intima e simbolica: il bisogno di purificare corpo e spirito da una contaminazione percepita come invisibile ma pervasiva. Le pratiche tradizionali di cura e i rituali di purificazione assumono un ruolo centrale nell’affrontare le conseguenze di una convivenza forzata con l’inquinamento. Alcuni abitanti, coinvolti direttamente nelle operazioni di rimozione del petrolio e spesso privi di adeguate protezioni, hanno sperimentato effetti sulla salute comparsi anche a distanza di mesi, come danni fisici riconducibili al contatto prolungato con acque contaminate. Questo disastro si inserisce in un contesto già segnato da decenni di sfruttamento delle risorse naturali e da tensioni interne, contribuendo ad accentuare ulteriormente la fragilità del territorio. Le condutture dell’oleodotto, simbolo di un’industria ad alto rischio, diventano paradossalmente spazi di gioco per bambini e bambine, rivelando la normalizzazione del pericolo nella vita quotidiana. A mesi di distanza, il petrolio non è più un’emergenza al centro dell’attenzione mediatica, ma una presenza silenziosa e persistente. L’acqua del fiume Caple, un tempo fulcro della vita comunitaria e risorsa essenziale per l’agricoltura, si è trasformata in un elemento ambiguo, sospeso tra necessità e minaccia. El Roto resta così un luogo in cui la vita continua, ostinata, e la terra viene coltivata nonostante tutto, in equilibrio precario tra sopravvivenza e contaminazione. La copertina e le immagini nell’articolo sono di Davide Costantino L'articolo Vite sul fiume contaminato proviene da DINAMOpress.
May 8, 2026
DINAMOpress
Accelerare l’ eolico offshore in Adriatico
È indispensabile una vera pianificazione per portare avanti la transizione Comunicato stampa Non siamo mai stati teneri verso le politiche ambientali delle istituzioni locali, abbiamo criticato spesso De Pascale quando era Sindaco di Ravenna, e continuiamo a farlo oggi nel suo ruolo di Presidente della Regione. Ma oggi ci sentiamo di sostenere la sua presa di posizione, di cui hanno dato conto le testate locali, a proposito della scelta governativa di frapporre un ulteriore ostacolo alla realizzazione del parco eolico al largo della nostra costa. Il dibattito sul tema delle aree idonee al posizionamento di impianti di energia da fonti rinnovabili è attualissimo e vivace, e va  approfondito in maniera attenta. Le obiezioni poste da comitati locali e  alcune associazioni evidenziano preoccupazioni di fondo, soprattutto sul consumo di suolo agricolo; d’altra parte però non si può sminuire la necessità di accelerare il processo di riconversione energetica. In generale, riteniamo che la riconversione non vada affidata ai meccanismi di mercato, in una logica iperliberista, ma si debba costruire una vera pianificazione, che tenga in considerazione l’interesse dei territori e l’obiettivo di sostituire  più rapidamente possibile l’utilizzo oppressivo delle fonti fossili. L’energia proveniente dall’eolico va considerata una componente indispensabile, ma dato che si pongono vari problemi quando si parli di impianti a terra (soprattutto nei crinali appenninici), la proposta dei Parchi eolici marini rappresenta una strada da percorrere con determinazione. Gli ostacoli da parte governativa sarebbero suggeriti dalla preferenza per il cosiddetto eolico galleggiante rispetto alle strutture fisse, con il rischio di rallentare ulteriormente la realizzazione dell’impianto, senza comportare alcun beneficio. Infatti, se nei mari che presentano fondali molto profondi, l’eolico galleggiante può presentare reali vantaggi, permettendo di realizzare le strutture molto al largo, dove la ventosità è maggiore e l’impatto paesaggistico è annullato, nel mare Adriatico, così come – per esempio – nei mari del Nord, dove i fondali sono bassi e la ventosità non è molto diversa a venti o a trenta chilometri di distanza, la proposta delle strutture galleggianti non trova giustificazione. Va chiarito che l’impianto galleggiante necessita comunque di strutture di ancoraggio, che colleghino la piattaforma al fondo marino, utilizzando sistemi di cavi, catene pesanti o fibre sintetiche, ed ancore ad alta capacità. Pertanto l’impatto ambientale nelle fasi della costruzione e della manutenzione è pressoché il medesimo, mentre i costi sono nettamente più elevati nel caso delle strutture galleggianti. L’impianto di Ravenna si collocherebbe fra i più potenti, fornirebbe energia elettrica a cinquecentomila famiglie, e costituirebbe una proposta concreta di avvio della dismissione delle fonti fossili in Romagna. La posizione governativa è ancora una volta dettata prevalentemente dalla volontà (già manifestata e teorizzata in molte occasioni) di non disturbare i colossi del fossile e i loro profitti. Noi sosteniamo che lo stop al progetto del parco eolico di Ravenna non avrà altro effetto che quello di prolungare il dominio fossile e aggravare ulteriormente gli alti costi delle bollette e la povertà energetica. L’opzione per il galleggiante è una motivazione pretestuosa.  Noi crediamo che il settore dell’energia vada “trasferito” dall’ambito del profitto a quello dei beni comuni. Per cui al Presidente De Pascale, alla Regione e alle Istituzioni locali,  chiediamo di compiere  più decisamente una scelta di campo, e di pronunciarsi senza mezzi termini su tre punti fondamentali: * La riconversione non deve essere nell’interesse del profitto, ma del clima, dell’ambiente e delle popolazioni; pertanto non può essere affidata ai meccanismi di mercato e a una logica di liberismo selvaggio. * La produzione di energia da fonti rinnovabili deve essere sostitutiva di quella da fonti fossili. Quindi deve essere varato un piano che preveda – contestualmente all’aumento dell’eolico e del fotovoltaico – la progressiva riduzione della dipendenza dal gas. * E’ necessario un ragionamento complessivo sull’energia, che metta a pieno titolo il risparmio, l’efficientamento, il decentramento e la revisione dei consumi accanto a alle scelte sulle strutture produttive.                                                         Coordinamento ravennate Per il Clima Fuori dal Fossile     Ravenna 5 maggio 2026 Redazione Romagna
May 5, 2026
Pressenza
Rieti: ecologia e antifascismo
Aggiornamenti dal fronte antifascista ed ecologista di Rieti, con una compagna di Balia dal collare: dopo l'agguato dell'estrema destra alla tifoseria del basket rietino dell'ottobre scorso, compagne e compagni invitano a partecipare al corteo e all'aperitivo conviviale organizzati dal Comitato Antifascista di Rieti. Per altri appuntamenti dai un'occhiata all'agenda autogestita locale: https://sabina.convoca.la/ ;)
April 22, 2026
Radio Onda Rossa