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Senza Basaglia il Far West
di Claudio Dionesalvi* Vagano per le strade gelide o roventi delle nostre città, sbattono la testa contro i muri e le saracinesche dei negozi, urlano, imprecano contro il nulla, lanciano …
Marina Balbo a Napoli presenta “La cura dei ricordi”: l’EMDR tra trauma, memoria e cura psicologica
La libreria IoCiSto di Napoli ha ospitato la presentazione del libro La cura dei ricordi. Voltare pagina con il metodo EMDR (Mondadori) della psicoterapeuta Marina Balbo, in un incontro con la partecipazione della dottoressa Sonia Collaro. L’appuntamento ha inaugurato una rassegna promossa dall’associazione e centro clinico “Una Base Sicura”, impegnata nella divulgazione dell’approccio EMDR, metodologia terapeutica riconosciuta a livello internazionale per il trattamento dei traumi e utilizzata anche negli interventi psicologici in situazioni di emergenza, catastrofi e guerra. Nel corso dell’incontro, Sonia Collaro ha spiegato come il lavoro dell’associazione sia orientato non solo alla pratica clinica, ma anche alla diffusione di una cultura psicologica accessibile al pubblico: «Ci piace poter condividere non solo tra noi esperti, ma anche con i non esperti, che cos’è l’EMDR, su che cosa funziona e come funziona.» Collaro, referente EMDR per l’emergenza in Campania, ha ricordato inoltre il lavoro volontario svolto dagli psicoterapeuti specializzati nelle situazioni critiche e traumatiche, attraverso interventi gratuiti coordinati dalla società scientifica EMDR Italia. Nel presentare Marina Balbo, Collaro ha sottolineato il suo ruolo tra i soci fondatori dell’Associazione EMDR Italia nel 1999, insieme a Isabel Fernandez e ad altri professionisti che hanno introdotto questo approccio terapeutico nel nostro Paese. Psicoterapeuta di orientamento cognitivista e sociale, didatta e autrice di numerosi testi, Marina Balbo si è occupata a lungo di disturbi del comportamento alimentare, tema affrontato anche nei suoi precedenti libri. Di seguito l’intervista a Marina Balbo. INTERVISTA A MARINA BALBO Com’è nata l’idea di scrivere questo libro? Visto che parliamo di ricordi, vorrei partire proprio dal primo ricordo legato alla nascita del volume: il momento in cui le è venuta l’ispirazione, oppure un aneddoto che accompagna l’origine del libro. Il termine “ricordi” è molto legato alla psicoterapia EMDR, di cui poi vi parlerò. Fondamentalmente, però, l’idea del libro nasce dal desiderio di fare cultura psicologica. Fare cultura psicologica significa aiutare le persone a comprendere che, molte volte, quando non riescono a stare bene, quando vivono disturbi d’ansia o problematiche legate alla quotidianità, possono sviluppare delle patologie: ansia, attacchi di panico, disturbi del comportamento alimentare o altre condizioni di questo tipo. Cultura psicologica vuol dire anche sapere che si può chiedere aiuto. Vuol dire conoscere che la sofferenza che proviamo nel presente può avere radici molto lontane, collegate ai ricordi della nostra esperienza, magari infantile, oppure a esperienze traumatiche. Per esperienze traumatiche possiamo intendere incidenti, lutti, condizioni in cui la persona è stata esposta a situazioni molto tristi o molto gravi. Ma possono essere anche esperienze legate alla genitorialità vissuta quando si era bambini. Le esperienze dell’infanzia, infatti, e i ricordi collegati a quelle esperienze, spesso ritornano sotto forma di disturbi ogni volta che qualcosa li richiama. I cosiddetti trigger. Bravissima, i famosi trigger. Questo è molto importante, anche perché le persone spesso pensano — e qui è proprio la scienza che parla — che i brutti ricordi passino semplicemente aspettando, cioè che basti il tempo e che il tempo cancelli tutto. Ebbene, la scienza ci dice che il tempo non serve a nulla. Anzi, il tempo può peggiorare la situazione, perché nella nostra memoria, quando abbiamo vissuto esperienze critiche, non esistono meccanismi che cancellano o fanno dimenticare davvero. Il ricordo si mantiene e, ancora peggio, si mantiene anche il vissuto collegato a quel ricordo. Quello che si può fare con la psicoterapia non è cancellare il ricordo, perché non è possibile cancellare un ricordo, ma trasformare il vissuto collegato a quel ricordo. Non sarà più, per esempio, un vissuto da bambino, ma un vissuto da adulto, che può guardare quell’esperienza con occhi diversi e cambiare la qualità della propria vita. C’è un ricordo che le è stato raccontato in terapia e che l’ha particolarmente colpita? Quasi tutti i pazienti mi raccontano ricordi, e quasi tutti sono ricordi particolarmente critici. Nel libro ci sono cinque storie in cui parlo proprio di questi ricordi. Sicuramente quelli che colpiscono di più sono i ricordi collegati alle storie infantili: adulti che, quando erano bambini, sono stati trattati male, non sono stati ascoltati. Ecco, mi sembra sempre molto significativo quando l’adulto parla e, in realtà, è ancora il bambino a parlare. Perché effettivamente di questo si tratta: la parte bambina è ancora lì, quando il ricordo non è stato elaborato. A questo proposito, si dice spesso che alcune reazioni emotive molto intense, come la rabbia, possano essere legate a esperienze precedenti non elaborate. È come se una situazione del presente riattivasse una sensazione antica, già vissuta nell’infanzia. Esattamente. Quella rabbia è collegata all’ingiustizia, alla condizione vissuta quando si era bambini, ed è ancora lì. Rimane come congelata, non solo nella memoria, ma anche nel corpo. Qui parliamo di tutte quelle condizioni in cui il corpo ci dà dei segnali. Anche i dolori cronici, per esempio, spesso dipendono da esperienze non elaborate. Durante la scrittura del libro ha scoperto qualcosa di nuovo su di sé, come persona o come professionista? Sicuramente ho scoperto il piacere di poter raccontare quello che più di trent’anni di psicoterapia mi hanno lasciato. Ho avuto il piacere di scriverlo e di pensare che altre persone potessero avere un’opportunità in più per stare meglio. Vorrei chiudere con la sua specializzazione nell’EMDR: quando ne è venuta a conoscenza e quando ha deciso di approfondire questa metodologia? Ne sono venuta a conoscenza nel 1999, quando l’attuale presidente dell’Associazione EMDR Italia, Isabel Fernandez, mi chiamò per fare il corso. Io accettai volentieri e con curiosità, anche perché avevo già letto il libro su questo metodo di Francine Shapiro. Frequentai il primo corso e fui una delle prime venti terapeute formate in Italia. Da allora non ho più smesso di utilizzare questo metodo, perché effettivamente ha dei risultati importanti. E non lo dico solo io: sono risultati che ormai il mondo scientifico pubblica in continuazione su riviste internazionali molto prestigiose. La rassegna proseguirà con nuovi appuntamenti dedicati al dialogo tra psicoterapia, cultura e divulgazione. Redazione Napoli
May 28, 2026
Pressenza
ex 51 'la salute mentale è politica'
«La salute mentale è un fatto politico, ma quasi mai è raccontata, e tantomeno affrontata, in questi termini. Nelle società del capitalismo avanzato, viene più spesso amministrata che compresa. Non solo nei reparti e nei centri blindati, ma anche attraverso diagnosi sempre più estensive e l’uso sistematico di psicofarmaci che silenziano i sintomi: nuove forme dello stesso manicomio che Franco Basaglia riuscì a far chiudere.  In questo libro, Piero Cipriano racconta cosa significa oggi occuparsi di salute mentale in Italia e in Occidente. Ripercorre la storia della psichiatria, ne interroga la logica che separa i «normali» dai «devianti» e ne smonta la retorica che riduce il disagio a un malfunzionamento individuale, ignorandone la dimensione sociale. Ma La salute mentale è politica è anche il racconto di ciò che è stato rimosso: la possibilità di un cambiamento reale. Dalla rivoluzione psichedelica mai compiuta, oggi riassorbita dal mercato, al bisogno di senso e trascendenza, che la psichiatria tende a espellere in nome del realismo clinico allineato al realismo capitalista.  Che cosa accade quando la cura si riduce al contenimento? Che cosa resta della salute mentale se viene compressa in diagnosi, pillole e protocolli? In gioco non c’è solo il destino dei cosiddetti pazienti, ma la forma stessa con cui una società definisce ciò che è accettabile, ciò che è patologico, ciò che può essere detto. Piero Cipriano, psichiatra e psicoterapeuta di formazione cognitivista ed etnopsichiatrica, dopo aver lavorato nei Dipartimenti di salute mentale in diverse regioni italiane ha trascorso diciassette anni in un SPDC romano. Oggi lavora in un SerD della capitale. Autore di numerosi saggi critici sulla psichiatria ("La trilogia della riluttanza" e "Basaglia e le metamorfosi della psichiatria"), ha approfondito negli ultimi anni pratiche di cura complementari, di cui ha scritto in "Ayahuasca e cura del mondo" e "Vita breve della psichiatria dal manicomio alla psichedelia"» 🕜 Programma Ore 18,00 - Inizio presentazione A seguire: Cena sociale e selezione musicale 📍  Ex51  📅  Sabato 23 Maggio          dalle ore 18,00
May 21, 2026
Radio Onda Rossa
Eventi estremi e come influenzano la mente e la psiche delle persone
Gli eventi più estremi causati dal cambiamento climatico, sempre più frequenti, non stanno solo modificando l’ambiente a breve e a lungo termine, ma, stanno anche generando gravi problemi di salute mentale che dipendono dai contesti, dalla vulnerabilità dei gruppi e dei singoli cittadini e dall’impatto di tale cambiamento sulle diverse realtà territoriali. Il clima influenza profondamente la società, l’economia e le crisi globali rappresentano una minaccia per il benessere psichico e mentale. Queste trasformazioni complesse fanno emergere nuovi fenomeni psichici di rilievo per la psicologia e la psichiatria, come l’ eco-ansia, stress climatico, paura, vulnerabilità psicologica e gli effetti che eventi estremi come alluvioni, piogge intense, siccità,incendi possono avere sulla salute mentale individuale e collettiva, soprattutto in un territorio fortemente alluvionato. Scenari inquietanti che rendono necessari nuovi strumenti di comprensione e nuove risorse terapeutiche. Questo argomento sarà trattato dal dottor Paolo Cianconi, medico psichiatra, antropologo e ricercatore, conosciuto a livello internazionale per il suo lavoro sui temi della salute mentale, dell’etnopsichiatria e dell’impatto psicologico che gli eventi estremi stanno provocando e su come poterli affrontare. Il dottor Cianconi è particolarmente apprezzato anche per la sua capacità divulgativa e comunicativa, capace di rendere interessante e piacevole l’ascolto. Il convegno si svolgerà sabato 23 maggio dalle ore 9 alle ore 12 presso la Sala Campostrino di Forlì. L’evento è gratuito ed è organizzato da WWF Forlì-Cesena e da ISDE Forlì-Cesena nell’ambito del BiodiversyFest 2026 in collaborazione con il Comune di Forlì. Porterà i saluti istituzionali il Vicesindaco e Assessore alla Cultura del Comune di Forlì, Vincenzo Bongiorno. Interverranno inoltre: – Alberto Granata, presidente ISDE Forlì-Cesena -Monica Paccetti, Centro Studi G. Donati AUSL Romagna – Leonardo Belli, Associazione Romagnola Ricerca Tumori I cittadini sono invitati a partecipare a questo importante momento di approfondimento e confronto, rivolto a tutti ed in particolare ai giovani Redazione Romagna
May 21, 2026
Pressenza
Salim El Koudri e la distanza dagli altri
-------------------------------------------------------------------------------- Foto ed elaborazione di Giovanni Izzo -------------------------------------------------------------------------------- C’è una frase che Salim El Koudri aveva scritto sulla sua bio di Instagram. Una sola frase, rimasta lì, probabilmente per mesi, senza che nessuno la leggesse davvero: “Vorrei poter capire la grammatica delle persone come capisco le lettere della lingua araba”. Non è la frase di un nemico. È la frase di qualcuno che voleva capire. Che sentiva la distanza dagli altri come un problema da risolvere, non come una guerra da combattere. È la frase di qualcuno che padroneggiava un codice – l’arabo, la lingua dei padri – ma non riusciva a decifrare il codice intorno a lui: le persone, il sociale, il mondo. Ma c’era anche dell’altro, nei suoi social. Un post in italiano e in arabo – le due lingue della sua doppia irrisolta appartenenza – in cui parlava di sé in terza persona. Descriveva un “lui” dotato di sogni enormi, creatività infinita, capacità artistiche straordinarie, un’anima sensibile che le anime rozze non sapevano riconoscere. E descriveva una società oscura, ipocrita, che distrugge i talenti e deride i fallimenti. Concludeva: “Non esitare a tagliare qualsiasi mano che ti disturba o ti danneggia”. Firma: Salim. Con un cuore nero. È la struttura classica della grandiosità narcisistica ferita: il genio incompreso circondato da un mondo che non merita lui. Non è follia pura, è una narrazione elaborata, quasi letteraria, costruita per dare senso a un dolore reale. La forbice tra il sé grandioso immaginato e la realtà di un uomo di trent’anni disoccupato che compra gratta e vinci da solo in tabaccheria, che fissa il muro per dieci minuti prima di scegliere il biglietto, che sbatte le porte, quella forbice è uno degli spazi psicologici più pericolosi che esistano. Nessuno ha risposto a quella frase sulla bio. Nessuno ha letto quel post come il segnale che era. Non perché le persone siano cattive. Ma perché non avevamo gli strumenti – né collettivi né istituzionali – per farlo. Salim era nato a Bergamo da una famiglia marocchina, cresciuto a Ravarino, nel modenese, da quando aveva cinque anni. Si era laureato in economia. Aveva cercato lavoro. Non lo aveva trovato. Aveva smesso di andare al centro di salute mentale dove era seguito dal 2022. Era scivolato fuori dal radar di tutto e di tutti: del sistema sanitario, della comunità, della famiglia, dello Stato. Il padre lo conoscevano bene alla piccola comunità islamica di Ravarino. “Un gran lavoratore, di quelli che fanno casa, lavoro, casa”. Ma Salim non lo avevano mai visto. Il padre aveva una rete: la moschea, il lavoro, i connazionali. Salim non aveva niente. Non la rete del padre. Non la rete della società italiana che lo aveva formato e poi non saputo riconoscere. Viveva in quella terra di nessuno che è la condizione di tanti figli di migranti: troppo italiano per appartenere al mondo dei genitori, troppo “straniero” per essere pienamente accolto nel mondo in cui era nato. E dentro quella terra di nessuno si era costruito un teatro privato: lui come protagonista incompreso, il mondo come nemico sordo. Una narrazione chiusa, che si autoalimentava, senza nessuna crepa dall’esterno. Nessuno che entrasse. Nessuno che rispondesse. Sabato 16 maggio pomeriggio ha premuto l’acceleratore su via Emilia Centro. Quel tratto di strada lo conosco. È uno di quei luoghi che sono lo specchio fedele dell’Italia contemporanea: negozi di abbigliamento e franchise internazionali, una pasticceria storica e una profumeria araba, un’estetista cinese e uno che ripara biciclette. La mescolanza non come ideologia ma come topografia quotidiana, ineluttabile. Un ecosistema di differenze che esiste, funziona, respira, anche quando la politica fa di tutto per negarlo o avvelenarlo. Tra le vittime ci sono italiani e tedeschi. Tra chi ha bloccato l’aggressore ci sono egiziani e pakistani. Luca Signorelli, che ha ricevuto due coltellate tentando di fermarlo, ha detto: “Ho fatto vedere che l’Italia non è morta”. Ha ragione. Ma l’Italia che non è morta non è quella che sogna Salvini è quella della strada, quella del pakistano che vende alimentari e dell’egiziano che si lancia su un uomo armato di coltello. E Salvini, puntuale come un avvoltoio, ha scritto: “Salim El Koudri. Questo il nome del criminale di seconda generazione che ha falciato passanti innocenti”. Criminale di seconda generazione. Non “un uomo con un disturbo psichiatrico grave che il sistema ha perso di vista”. Non “un disoccupato che si sentiva invisibile in un paese che lo aveva formato e poi rifiutato”. Non “una persona reale, con una psicologia specifica, con una frase incompresa su Instagram e un padre che va in moschea e un appartamento in una palazzina popolare di Ravarino”. No: un criminale di seconda generazione. Una categoria. Un simbolo. Una munizione. Trasformare Salim El Koudri in un’astrazione identitaria è esattamente quello che lui aveva già fatto con se stesso: costruirsi come simbolo invece che come persona. Salvini completa quell’operazione dall’esterno, con finalità opposte ma con la stessa logica: cancellare la persona concreta e sostituirla con un fantasma utile. Etichettare così quest’uomo non è solo razzismo è qualcosa di peggio: è la distruzione deliberata di qualsiasi possibilità di capire, e quindi di prevenire. Se il problema è “le seconde generazioni”, la soluzione è più controllo, più espulsioni, più decreti. Se il problema è un uomo con un disturbo schizoide che il CSM ha perso di vista nel 2024, la soluzione costa, richiede investimenti, richiede ammettere che lo Stato ha fallito. Salvini sceglie la prima narrazione perché la seconda lo obbligherebbe a fare politica vera. In Italia nel 2024 sono state assistite dai servizi di salute mentale 845.516 persone. Il dato viene direttamente dal Rapporto del Ministero della Salute, non è un’opinione. Solo il 5% degli psicologi italiani lavora nel pubblico. I Dipartimenti di Salute Mentale sono diminuiti da 183 a 139 in dieci anni. Per garantire un sistema adeguato servirebbero 2 miliardi in più all’anno. Ora il paradosso che nessuno ha ancora nominato. A Modena – a Modena, proprio qui – esiste dal 2010 MàT, la Settimana della Salute Mentale: il più grande festival italiano dedicato a questo tema, cento eventi ogni ottobre, gratuiti e aperti a tutti. Ideato da Fabrizio Starace, direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’AUSL modenese, una delle figure più autorevoli della psichiatria italiana. Un uomo che ha portato Modena all’obiettivo contenzione zero, dal 2017 nessun paziente viene più legato nei reparti psichiatrici della provincia, un risultato che quasi nessun territorio italiano può vantare. Un festival che ogni anno affronta esplicitamente le difficoltà delle seconde e terze generazioni, la salute mentale dei giovani migranti, il legame tra comunità e cura. Un festival a cui ho partecipato negli anni passati, e in cui ho visto all’opera persone della comunità marocchina, persone che conoscono dall’interno quella terra di nessuno in cui Salim viveva. Eppure Salim El Koudri – cresciuto a 15 chilometri da Modena, residente nel territorio servito da quel Dipartimento – è scivolato fuori dal sistema nel 2024, silenziosamente, senza che nessuno andasse a cercarlo. Non dico questo per sminuire MàT, né il lavoro di Starace. Lo dico perché è la dimostrazione più precisa di un limite strutturale che nessun festival, per quanto straordinario, può colmare da solo: sensibilizzare la comunità non sostituisce il follow-up attivo su chi interrompe le cure. La cultura apre spazi ma non può telefonare a chi è sparito. Se anche Modena, con tutto quello che ha costruito, non riesce a tenere dentro il sistema un uomo come Salim El Koudri, cosa dobbiamo aspettarci dal resto d’Italia? Salim El Koudri era in quel sistema. Poi non lo era più. E nessuno è andato a cercarlo. Quante altre persone sono adesso in quel vuoto – italiane e non, di seconda generazione e non – con una frase incompresa sulla bio di Instagram e nessuno che la legga? Una comunità non è semplicemente un insieme di persone nello stesso luogo. È una rete di vulnerabilità riconosciute, di responsabilità reciproche, di attenzione condivisa. È la capacità di leggere la grammatica degli altri anche di quelli che non sanno farsi leggere. Abbiamo fallito quella lettura. Non solo i servizi, non solo la politica. Anche noi. Le donne a cui sono state amputate le gambe su via Emilia sono reali. Il loro dolore è reale. E reale è anche questa domanda, che non possiamo continuare a non farci: Cosa stavamo facendo mentre quella frase rimaneva senza risposta? -------------------------------------------------------------------------------- Tahar Lamri, scrittore e giornalista algerino, vive da molti anni in Italia. Tra i suoi libri I sessanta nomi dell’amore (Fara Editore) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Salim El Koudri e la distanza dagli altri proviene da Comune-info.
May 17, 2026
Comune-info
Salute mentale e salute sociale: come peggiora la situazione in Italia
A 47 ANNI DALL’EMANAZIONE DELLA LEGGE BASAGLIA, QUALI SONO I RISCHI DI UN DIBATTITO TROPPO POLARIZZATO TRA DERIVA SECURITARIA E DISGREGAZIONE DEI SERVIZI TERRITORIALI PUBBLICI. Oggi, 13 maggio, ricorre il quarantasettesimo anniversario dell’entrata in vigore della legge Basaglia, “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”: un provvedimento che, nel 1978, rivoluzionò il modo con cui in Italia si affrontavano i problemi psichici e che creò le basi, all’interno del nascente Sistema sanitario nazionale, istituito il primo dicembre dello stesso anno, dei servizi pubblici territoriali per la salute mentale. UNA STERILE RICORRENZA? Al di là dell’anniversario, molti scienziati e operatori socio-sanitari che si occupano di disagio mentale sottolineano come questa data non debba rappresentare una sterile commemorazione ma offrire l’occasione per rimettere al centro del dibattito pubblico una riflessione matura e responsabile sullo stato di attuazione della riforma. Su questa agenzia, abbiamo avuto anche l’opportunità di avere come ospite Alberta Basaglia grazie a un’intervista che le ha fatto Antonella Musella lo scorso febbraio. (Pressenza – In dialogo con Alberta Basaglia) Dopo la legge ispirata da Basaglia contro le istituzioni manicomiali e per lo smantellamento dei protocolli e delle strutture sanitarie che segregavano e invisibilizzavano la sofferenza psichica, il nostro Paese oggi si trova con una riforma compiuta a metà e con tutte le conseguenze che ciò comporta. In un tale contesto, da un lato c’è chi mette l’accento sui rischi per la sicurezza sociale, determinati dalla mancanza di presa in carico dei casi più gravi; dall’altro, e giustamente, gli psichiatri, gli psicologi e le associazioni legate all’eredità basagliana denunciano il rischio di una deriva “securitaria”, in cui, strumentalizzando i casi di cronaca nera, come quello accaduto a Napoli il 5 marzo scorso, si vuole tornare a trattare il disagio mentale come problema di ordine pubblico. Tra questi, una voce autorevole è rappresentata da Giovanna Del Giudice, che ha pubblicato, nel 2025, un testo dal titolo “Basaglia oggi: un pensiero necessario”, descritto dall’autrice come “una riflessione collettiva e militante che affonda le radici nel presente. Perché tornare a Basaglia significa riconoscere che il suo pensiero non appartiene al passato: è uno strumento vivo di lettura della realtà, una bussola per orientarsi nelle contraddizioni del nostro tempo, una pratica attiva di trasformazione sociale.” La discussione è fondamentale — preme con urgenza la necessità di ristrutturare i servizi territoriali — ma non se condotta con queste posture polarizzate: lo è se riesce a mettere al centro l’idea, fortemente sostenuta da Basaglia, che salute mentale e salute sociale siano strettamente correlate. D’altro canto, tale assunto ha ispirato, in modo evidentemente e fortunatamente precoce, la definizione dell’articolo 32 della nostra Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.” È su questo piano che vanno individuati i bisogni collettivi e implementate le politiche pubbliche per la salute. UN DIBATTITO CHE VUOLE PORTARCI ALLO SCISMA Purtroppo, se la discussione fra i politici e gli operatori si muove su andamenti scismatici, le persone comuni vengono giocoforza influenzate dalla scadente qualità del confronto. In pratica, invece di essere messi in condizione di esprimere i nostri reali bisogni di cura e di rivendicare i nostri diritti sanitari, veniamo indotti a cadere nella trappola della normalizzazione e lo sguardo si sposta su un altro piano: definire cosa (e chi) è “normale” e cosa non lo è. Se noi stessi siamo “normali” oppure no. L’obiettivo sembra non essere la messa in campo di politiche pubbliche e pratiche sociali e sanitarie che favoriscano l’attivazione di comportamenti individuali funzionali alla convivenza civile, cioè curare le disregolazioni e prendere in carico le situazioni più estreme, ma la creazione di liste di proscrizione fra individui conformi e non conformi al sistema sociale attuale. E si sa: la conformità è la condizione per cui siamo chiamati a rispondere a una norma che, non necessariamente, è compatibile con i nostri bisogni; nelle dimensioni atomizzate in cui viviamo, è sempre più strumentale alle necessità di controllo sociale, di aumento della produzione economica, di estrazione di valore dall’individuo a vantaggio di pochi. Le nostre richieste di cura, in un tale contesto, sono più facilmente influenzabili dalla narrazione convenzionale. Solo per fare un esempio: ci occupiamo tanto della salute dei nostri denti. Sicuramente l’igiene orale e l’ortodonzia sono fondamentali per una buona masticazione e per la nostra salute in generale, ma forse c’è anche una ragione estetica dietro tanta attenzione: il desiderio di avere un bel sorriso da sfoggiare. Eppure, quel bel sorriso non è questione soltanto di denti e di labbra: il sorriso, più del riso, è segno di benessere emotivo ma spesso lo dimentichiamo. Perché ci comportiamo così? CONFORMARSI È MEGLIO CHE CURARSI Sarà che, mentre sull’igiene orale ci hanno martellato di pubblicità negli ultimi quarant’anni — per tutti i nati negli anni ’80 lo slogan di una famosa marca di dentifricio che usava il detto “prevenire è meglio che curare” è stato un mantra quotidiano — per la salute psichica è accaduto l’opposto? Anche a causa del modo distorto con cui si è portato avanti il dibattito sulla scuola basagliana e sugli strumenti per affrontare il disagio psichico e le malattie mentali, come prima si evidenziava, assistiamo a un riproporsi, sotto altre vesti, dello stigma sociale, che colpisce chi ammette, o mostra, di soffrire di questi disturbi. Quindi, le cose non sono peggiorate solo dal punto di vista materiale, con la disgregazione dei dipartimenti per la salute mentale a livello territoriale, ma anche dal punto di vista dell’inquadramento del concetto stesso di equilibrio psicologico. Se quello per cui Basaglia dovette combattere fu l’abbattimento dei muri, ideologici e materiali, fra società e disagio mentale, oggi il tema riguarda di più l’aspetto della performance, cioè la nostra necessità di sentirci lavoratori produttivi, persone inserite socialmente, genitori irreprensibili, figli che non deludono le aspettative di successo, e ci coinvolge tutte e tutti. Così finisce che, anche quando non si tratta di essere affetti da patologie gravi, non siamo in grado di cogliere né di esprimere correttamente i nostri bisogni di assistenza. Per semplificare estremamente, potremmo individuare due approcci che nascono entrambi dalla nostra necessità di mitigare questa pressione psicologica: un pensiero giudicante, che ritiene che se vai in terapia sei fragile — poiché, diciamocelo chiaramente, i veri duri le difficoltà della vita le superano da soli, no? —; una forma di autoreferenzialità, che latente alberga nelle persone più strutturate, secondo cui la consapevolezza è una garanzia che mette al riparo dal rischio di sviluppare un malessere psicologico. Un po’ come fa un vaccino contro un virus. Come il giudizio sulla fragilità, così anche la convinzione sulla propria capacità di autocontrollo è, però, un fattore di distrazione dalla questione nodale: nessuno si salva da solo e tutti abbiamo bisogno di aiuto. Sempre per semplificare, c’è anche un atteggiamento edonista della cura, che scaturisce anch’esso da un disagio male interpretato: è quello di chi usa la cura della propria salute mentale come strumento di affermazione sociale, secondo lo stile americano. C’è gente che è in terapia da decenni e se ne vanta e, inoltre, dinanzi ai propri comportamenti reiteratamente e chiaramente disfunzionali, risponde: eh, ma io vado in terapia. I percorsi che rientrano nell’ampia categoria del lavoro clinico sulla psiche diventano, così, uno status symbol. Non solo: a maggior ragione perché costano, essendo sempre più inaccessibili attraverso il sistema sanitario pubblico, assumono la funzione di oggetto, non più di pratica o percorso, e si rappresentano come un bene voluttuario, che dà soddisfazione a chi può “acquistarli”, indipendentemente dal risultato che portano alla risoluzione delle problematiche. SIAMO TUTTI UN PO’ “PICCHIATELLI” MA SOPRATTUTTO PIÙ POVERI Che c’entrano questi comportamenti individuali con il tema della salute collettiva? C’entrano eccome: in un quadro come quello superficialmente descritto, il disagio mentale convive quasi sempre con la povertà. Nell’80% dei casi queste condizioni di disagio mentale coincidono con situazioni di povertà materiale, relazionale e sociale (fonte Caritas). Se ci aggiungiamo che anche chi non si trova in una condizione di precarietà economica è comunque quotidianamente sottoposto alle pressioni psicologiche che abbiamo descritto, come possiamo partecipare da cittadini consapevoli alla formazione di scelte politiche che riguardano i servizi sanitari per la salute mentale e incidere su di esse affinché siano socialmente utili? Il tema sanitario è strettamente correlato con quello sociale, l’abbiamo già detto e va davvero affrontato con urgenza, ma la questione stringente è: rendere possibile l’accesso alle cure in modo diffuso a tutte e tutti, superando le discriminazioni legate al reddito e a ogni altra sperequazione. Senza la possibilità di fare manutenzione della salute mentale collettiva, nemmeno lo stigma può essere superato. Bisogna rifondare il patto sociale: attraverso percorsi di autocoscienza, i singoli possono riuscire a collocarsi correttamente nella società, percepirsi come parte della soluzione e cercare di ribaltare la narrazione dominante. I politici devono agire nell’interesse collettivo e non secondo le chiese e le ideologie. Gli opinionisti devono essere onesti intellettualmente. Chi si assume la responsabilità della propria cura non lo fa solo per sé: tutela anche il benessere di chi gli è intorno. Lo stesso dicasi per le famiglie e le comunità che fungono da caregiver: non lo fanno solo per i propri cari ma agiscono come agenzia di protezione sociale. In conclusione: è davvero il momento di smettere di considerare il disagio mentale come un problema di altri e i sofferenti psichici come scarti sociali. Ecco, ammettere che siamo tutti un po’ “picchiatelli” e partire da questo: creare, attraverso la cura collettiva, come intesa dal pensiero femminista, un tipo di anticorpo sociale. Non guardare più alla cura come a uno strumento per essere individui più conformi e produttivi, ma come pratica di sostegno alla lotta contro la compressione dei diritti fondamentali a cui stiamo assistendo nel nostro Paese, come il diritto al lavoro, alla casa, alla sanità pubblica gratuita. FONTI Salute Mentale – Oltre il mito: i limiti della riforma Basaglia tra diritti e sicurezza Repubblica – Salute mentale, circuito povertà-disagio psichico RaiPlay – Napoli, il video della donna aggredita sul bus Caritas – Il rapporto su povertà e salute mentale Pensiero Scientifico Editore – Basaglia oggi ResearchGate – Caring Democracy: Markets, Equality and Justice Nives Monda
May 13, 2026
Pressenza
Psicoradio compie 20 anni e 1000 puntate
Venti anni di lavoro culturale per combattere gli stereotipi sulla salute mentale Proprio in queste settimane abbiamo messo in onda la puntata numero mille! Mille programmi prodotti  da una redazione radiofonica composta da esperti in comunicazione e cultura, e da persone in cura presso il Dipartimento di Salute Mentale di Bologna che sanno per esperienza cos’è la sofferenza psichica, e