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TORINO: PERQUISIZIONI E MISURE CAUTELARI CONTRO STUDENTI DEL LICEO EINSTEIN. SEI MINORENNI AI DOMICILIARI
Perquisizioni e misure cautelari stamattina a Torino contro compagne e compagni che da due settimane lottano e resistono contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna, avvenuto lo scorso 18 dicembre. La digos si è presentata a casa di 6 studenti minorenni, la maggior parte dei quali del liceo Einstein, e ha notificato loro ordinanze di arresti domiciliari per aver partecipato alle manifestazioni dell’autunno per la Palestina, alla protesta nella redazione de La Stampa durante lo sciopero generale del 28 novembre e all’iniziativa antifascista dello scorso 27 ottobre all’esterno della loro scuola. Ai microfoni di Radio onda d’Urto, la corrispondenza con Nicola, compagno del Liceo Einstei.Ascolta o scarica. COMUNICATI STUDENT* Tutti liberi subito. Il governo usa la repressione contro gli studenti che si mobilitano per la Palestina. Questa mattina ci siamo svegliati con la notizia di 6 nostri compagni di scuola minorenni sottoposti a perquisizioni e agli arresti domiciliari come misura cautelare, in risposta alle mobilitazioni del movimento “blocchiamo tutto”, contro la complicità del governo Meloni nello sterminio dei palestinesi, che ha preso piede in tutta Italia durante l’autunno. Al centro dell’indagine, la contestazione alla giovanile del primo partito di governo, che portava avanti un volantinaggio di propaganda razzista davanti al liceo Einstein. Durante le occupazioni di tutte le scuole d’Italia nelle quali i giovani si sono resi protagonisti del movimento per la Palestina, alla polizia è stato ordinato di recarsi davanti al Liceo Einstein per difendere il volantinaggio, manganellando gli studenti che protestavano, ammanettando un minorenne. La risposta da parte di professori, genitori, studenti di tutte le scuole e della città intera è stata immediata e di massima solidarietà e sdegno verso le modalità repressive del governo. Quello che viene fatto passare come un caso isolato rientra perfettamente all’interno di un piano di disciplinamento giovanile funzionale alla preparazione della società e delle scuole ad un clima di guerra. I messaggi d’odio portati avanti dai volantini che il governo tiene tanto a difendere sono uno degli strumenti che questo usa per riaprire una divisione tra popoli che si era superata con il movimento per la Palestina. Tra i motivi degli arresti i blocchi delle stazioni, avvenuti mentre in tutta Italia si bloccavano porti, autostrade, e blocchi della logistica di guerra. Nel giorno in cui si vota la legge finanziaria, che aumenterà la spesa bellica di 23 miliardi nei prossimi tre anni, e mentre il governo si prepara alla reintroduzione della leva per i giovani, questi arresti domiciliari nei confronti di studenti giovanissimi, non sono casuali, ma una chiara intimidazione ai giovani che si sono mobilitati: non c’è spazio nelle scuole per organizzarsi contro la guerra! Il governo si trova in una situazione complicata e per questo attua misure così aspre, in tutto ciò sappiamo bene che non possiamo fermarci davanti a questo, la posta in gioco è troppo alta. Continueremo ad andare a scuola e a porci le stesse domande sul nostro futuro a testa alta, perchè liberare tutti vuol dire lottare ancora. Vogliamo la liberazione immediata di tutti i compagni! INTIFADA FINO ALLA VITTORIA.
Centro di Ricerca ed Elaborazione per la Democrazia: “Forti perplessità su misure cautelari emesse contro Mohammed Hannoun e altri attivisti”
Riportiamo comunicato stampa del Centro di Ricerca ed Elaborazione per la Democrazia in merito alle misure cautelari contro Mohammed Hannoun e altri attivisti filo-palestinesi. Esprimiamo forti perplessità in merito alle misure cautelari emesse nei confronti di Mohammed Hannoun e di altri attivisti impegnati in attività di solidarietà con la popolazione palestinese. L’impianto accusatorio presenta un elemento di eccezionale criticità: una parte rilevante delle contestazioni si fonda su documentazione prodotta dall’esercito israeliano nel corso di operazioni militari condotte nella Striscia di Gaza. Tali materiali risultano recepiti come prove documentali senza un adeguato vaglio di terzietà, attendibilità e verificabilità. Israele non è soggetto neutrale né una semplice “parte in conflitto”. È uno Stato attualmente sottoposto a scrutinio per genocidio davanti alla Corte Penale Internazionale, destinatario di misure provvisorie vincolanti. Questo dato giuridico non può essere ignorato quando le sue forze armate producono materiale ‘probatorio’ destinato a incidere sulla libertà personale di cittadini residenti in Italia. Si tratta di documenti formati in un contesto radicalmente incompatibile con le garanzie del giusto processo: si configura assenza di contraddittorio, produzione unilaterale e provenienza da un apparato militare direttamente coinvolto in crimini di guerra oggetto di indagine internazionale. Il loro utilizzo determina un pericoloso slittamento, dalla cooperazione giudiziaria al recepimento acritico di intelligence militare. Particolarmente allarmante è la qualificazione di attività di assistenza umanitaria come “finanziamento al terrorismo”, fondata sull’inclusione delle organizzazioni beneficiarie in liste predisposte da un governo straniero. In tal modo, l’etichettamento politico tende a sostituire l’accertamento giudiziale: se un soggetto viene definito dall’esercito israeliano come “familiare di un terrorista”, tale qualificazione sembra assunta come presupposto di rilevanza penale, senza una verifica autonoma e indipendente da parte dell’autorità giudiziaria italiana. In questo quadro, l’azione penale appare piegata a una rilettura unitaria addirittura retroattiva di oltre vent’anni di attività umanitaria, nel tentativo di attribuire rilievo penale a fatti già oggetto di precedenti archiviazioni. L’utilizzo di presunti “nuovi elementi” forniti dall’esercito israeliano dopo il 7 ottobre 2023 sembra configurare un clima di emergenza interpretativa che rischia di travolgere i principi di legalità e di certezza del diritto, proiettando retroattivamente un sospetto penale su condotte nate come forme di solidarietà assolutamente lecita. Ciò che si delinea è un caso paradigmatico di lawfare: l’uso del diritto penale come strumento di proiezione di una strategia politica e militare esterna, in cui l’intelligence di uno Stato accusato di genocidio finisce per orientare le valutazioni di un tribunale della Repubblica Italiana. Un corto circuito istituzionale che mette in discussione la sovranità della funzione giurisdizionale. Richiamiamo pertanto la magistratura al rispetto rigoroso dei principi di autonomia e indipendenza. L’accertamento penale non può fondarsi su prove prodotte da un apparato militare impegnato in un conflitto armato, né su classificazioni politiche assunte come verità giudiziarie. In gioco non vi è soltanto la posizione degli indagati, ma la tenuta stessa dello Stato di diritto e il confine – sempre più fragile – tra giustizia e guerra giuridica. Centro di Ricerca ed Elaborazione per la Democrazia Redazione Italia
TORINO: PERQUISIZIONI E MISURE CAUTELARI CONTRO IL MOVIMENTO PER LA PALESTINA
Torino. Dall’alba di venerdì mattina, 10 ottobre, operazione di polizia nei confronti di 13 attivisti e attiviste torinesi nell’ambito delle ampie e partecipate proteste per la Palestina di queste settimane e mesi in città. A seguito delle perquisizioni domiciliari e del sequestro di materiale, sono state disposte dieci misure cautelari nei confronti di altrettanti indagati, compagne e compagni, per le accuse – tutte da dimostrare – di resistenza aggravata a pubblico ufficiale, violenza privata aggravata e danneggiamento. Si tratta di obblighi di presentazione quotidiana alla polizia giudiziaria e di obblighi di dimora con il divieto di uscire di casa dalle 19.30 alle 7.30. Sono state 13 le perquisizioni, relative alle manifestazioni di massa svoltesi a Torino il 22 e 23 settembre e il 2 ottobre. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto Stefano, del coordinamento Torino per Gaza. Ascolta o scarica.