Le nostre città, terreno di caccia per speculatoriLA PROTESTA SPAGNOLA CHE OGGI PIANGE MARIACARMEN E LA VICENDA DI SPIN TIME
PARLANO PRIMA DI TUTTO DEL BISOGNO DI UNA NUOVA CULTURA POLITICA, CAPACE DI
PARTIRE DALLA VITA DI OGNI GIORNO E DAL DIRITTO ALL’ABITARE. AL TEMPO STESSO
RIMANDANO A UN PROBLEMA ENORME: IL MODELLO DI SVILUPPO CHE PERVADE LE NOSTRE
CITTÀ E CHE RENDE OVUNQUE LE AMMINISTRAZIONI LOCALI SUCCUBI DEI GIGANTI
IMMOBILIARI. NON SI TRATTA SOLTANTO DI ESSERE PIÙ FORTI NELLE NEGOZIAZIONI CON
GLI SPECULATORI IMMOBILIARI, SCRIVE CARLO CELLAMARE RICORDANDO IL PERCORSO DEL
SOCIAL FORUM DELL’ABITARE, MA DI PENSARE ALLE ALTERNATIVE, A COME UNA CITTÀ E I
SUOI ABITANTI POSSONO ADESSO VIVERE SENZA VENDERSI
Roma, 19 settembre, manifestazione promossa da Spin time. Foto di Riccardi
Troisi
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Le mobilitazioni spagnole (11 novembre, sciopero generale, ndr), la vicenda di
Spin Time e le tante altre che hanno attraversato le città italiane, l’esplodere
della crisi abitativa in tutta Europa (e non solo) che pure ha spinto la
Commissione e il parlamento europei ad impegnarsi, vedremo se bene o male, hanno
riportato con forza l’attenzione su questo problema. Problema in realtà ben noto
da tempo, che affligge molti strati della popolazione ed è causa di grande
disagio sociale. È l’effetto della mercificazione non solo della casa, ma
dell’abitare come fatto sociale complesso. E va oltre la funzione sociale della
proprietà (come sostenuto nella nostra Costituzione), riguarda la condizione
sociale stessa dell’abitare e quindi la coesione della nostra società.
I numeri del disagio sono stati più volte indicati. Le politiche abitative in
Italia, assenti per tantissimi anni, si sono riaffacciate recentemente con tre
proposte di legge delle opposizioni che non riescono ad andare avanti e un
«Piano casa» nazionale del governo totalmente inadeguato, se non pericoloso. Ci
si interroga su come reagire a questa situazione.
Da più di tre anni, in Italia, è attivo su questi temi il Social forum
dell’abitare, un coordinamento di realtà impegnate sulla questione della casa e
del diritto alla città, in un’interpretazione dell’abitare che è molto di più
della casa. È una rete che vede coinvolti movimenti di lotta per la casa, realtà
associative di livello nazionale (Arci, Forum Dd, Acli…), il mondo del Terzo
Settore (Cnca…), alcuni sindacati (Cgil, Unione inquilini) e tante realtà che
vengono dai territori italiani, dalle grandi città e dalle aree metropolitane ad
alta tensione abitativa (Ocio da Venezia, ma anche da Napoli, Milano, Bologna,
Roma, Torino dove ha sostenuto la campagna Vuoti a rendere) così come centri
medi o più piccoli e da aree interne.
Si tratta di un’alleanza trasversale che ha fatto tre grandi assemblee (Bologna,
Napoli e Roma) e molti incontri sui territori (Genova, Torino, Firenze,
Venezia…) discutendo le politiche abitative esistenti e promuovendo alternative,
nel campo degli affitti brevi e della turistificazione, dell’edilizia
residenziale pubblica e dell’housing sociale, della rigenerazione urbana come
valorizzazione immobiliare e del peso dei fondi immobiliare sul mercato della
casa, intersecando anche il dibattito a livello europeo sulle proposte che
emergono dalla Commissione.
È un percorso che costruisce rete e rafforza le capacità di opposizione. Non è
ancora abbastanza e la prospettiva di una manifestazione nazionale è in
discussione, così come emerso nell’assemblea pubblica a Spin Time a settembre e
più recentemente nell’assemblea No Kings a Napoli. Le energie sociali impegnate
sono tante, ma devono trovare il modo di far valere la propria forza.
Indubbiamente è in gioco la democrazia. La manifestazione nazionale a Roma di
settembre è stato un primo passaggio importante, oltre al sostegno alla lotta di
Spin Time, ha posto il problema del peso dei fondi immobiliari sulle politiche
urbane. La crisi abitativa, infatti, rimanda a un problema più ampio e più
profondo, e contemporaneamente, molto più difficile, il modello di sviluppo che
pervade le nostre città. La crisi abitativa e la mercificazione dell’abitare,
con tutto quello che comporta e con tutte le disuguaglianze sociali che produce,
è un effetto collaterale della mercificazione della città. L’apertura senza
controllo e regolazione adeguata, anzi il creare le condizioni più vantaggiose
per l’arrivo degli investimenti immobiliari così come il peso sempre crescente
dei fondi e degli operatori finanziari in questi settori fanno sì che le
politiche urbane ne siano per lo più succubi, determinando gli effetti
collaterali sulle condizioni abitative che ben conosciamo: crescita dei prezzi
sia nel mercato degli affitti, che in quello degli acquisti; espulsione e
allontanamento della popolazione che non riesce a sostenere il costo della casa
in rapporto ai redditi disponibili; gli studentati come grande affare; il
passaggio agli affitti brevi.
Spesso le politiche abitative pubbliche sono un grande cerotto rispetto ai danni
della rendita immobiliare e del modello di sviluppo. Cercano di rimediare alle
punte del disagio sociale. Si pone quindi un interrogativo profondo per i
partiti di centrosinistra e, in particolare, per quelle forze impegnate nei
governi delle città, soprattutto quelle che si avviano alle elezioni. Anche con
le buone intenzioni di impegnarsi sul serio sulle politiche abitative, senza
sganciarsi da un modello di sviluppo urbano che le produce si lascia aperto il
problema.
È un problema internazionale, di non facile soluzione in un’epoca di liberismo
avanzato e dove le forze del mercato sono molto più grandi delle amministrazioni
locali. Ma è un interrogativo ineludibile. E non si tratta soltanto di essere
più forti nelle negoziazioni con gli operatori immobiliari, ma di pensare alle
alternative, a come una città e i suoi abitanti possono vivere e produrre
reddito senza doversi vendere o vendere propri pezzi.
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Pubblicato anche sul manifesto
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> Le case ci sono, è l’abitare che manca
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