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I.A. Basta! Una campagna contro la colonizzazione di scuole e università da parte delle Big Tech
«Dietro ai racconti magici sull’intelligenza artificiale non c’è un’intelligenza aliena, né una fatina buona. Se scuotiamo via la polvere magica, ciò che resta è il complesso militare-industriale statunitense, con la sua ossessione per la sorveglianza e il controllo, condivisa con le élite delle province dell’impero. La ridefinizione di software di sorveglianza come “intelligenza artificiale” è utilizzata dal complesso militare statunitense e dai monopoli della tecnologia per farci credere che sia possibile costruire macchine intelligenti – con la realizzazione immaginaria dell’idea di una creazione o procreazione divina solo maschile – e che noi stessi non siamo altro che macchine. Poiché le macchine non hanno diritti e possono solo obbedire a comandi, si ottiene così di depoliticizzare, nascondendola dietro la falsa neutralità dei sistemi informatici, la violazione di diritti giuridicamente tutelati e l’introduzione di regimi reazionari e autoritari, improntati alla militarizzazione integrale della società, all’automazione dello status quo e alla distruzione dei sistemi di welfare. Nelle scuole e nelle università, l’“intelligenza artificiale” è un utile antidoto contro la natura intrinsecamente sovversiva dell’istruzione e la molesta tendenza delle istituzioni scolastiche e accademiche funzionanti a mettere in discussione i dogmi e a condurre qualsiasi autorità dinanzi al tribunale della ragione. La diffusione dei chatbot abitua infatti docenti e studenti a omologarsi, a non pensare, a recepire, senza verifica, pensieri già formulati da altri, mentre le piattaforme proprietarie sorvegliano, dequalificano e addestrano i futuri utenti alla dipendenza» Daniela Tafani , Dieci miti sull’intelligenza artificiale. Un progetto reazionario e le sue storie, 29 giugno 2026 I software che impropriamente vengono definiti “intelligenza artificiale” e che senza chiederci il consenso sono comparsi sulle piattaforme Google degli account scolastici, non sono strumenti neutri sui quali basti formarsi attraverso i corsi proposti dal Ministero dell’Istruzione e del Merito affinché noi docenti riusciamo a farne un uso consapevole, etico e proficuo per l’apprendimento con le nostre classi. Da tempo il gruppo di lavoro che si raccoglie attorno alla mozione I.A. Basta! denuncia, tra le altre, le collusioni tra i G.A.F.A.M. (Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft) e il settore militare, attingendo all’ampia bibliografia accademica, delle organizzazioni attive nella difesa dei diritti umani e del mondo sindacale che sta esplodendo, data la invadente e persistente pubblicità (o sarebbe meglio parlare di propaganda?) che le Big Tech stanno portando avanti. Gli investimenti fatti in questi settori sono così giganteschi che il ritorno economico può avvenire solo tramite l’utilizzo militare e purtroppo i conflitti in corso, in particolare il genocidio palestinese, quello sul fronte ucraino e quello iraniano, ce lo stanno ampiamente dimostrando. La massa di dati civili e commerciali, quindi privati, raccolti dalle piattaforme, nonostante l’A.I. Act e i (deboli) tentativi di una (fragile) U.E. di regolamentarne i flussi, sono ampiamente utilizzati per addestrare droni militari, incrociare dati, aumentare la sorveglianza, riconoscere persone e, in definitiva, ad uccidere. Opporsi rappresenta sempre di più una vera e propria obiezione di coscienza. Alleghiamo il link alla campagna I.A . Basta!, il suo kit di informazione e approfondimento e una proposta di Regolamento che cerchi di limitare il più possibile i danni che una tale introduzione nel sistema scolastico sta già producendo. Campagna https://iabasta.ghost.io Kit di autodifesa https://iabasta.ghost.io/versione-aggiornata-del-kit-di-autodifesa-per-lavvento-dellai-a-scuola Bozza di regolamento https://iabasta.ghost.io/al-riparo-da-big-tech-un-regolamento-per-i-software-di-pretesa-i-a-nella-scuola Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Dibattito su Imperialismo digitale @Blackout Fest 2026 con Dario Guarascio
Il saggio di Dario Guarascio “Imperialismo digitale” analizza la forma del capitalismo attuale a partire dalla militarizzazione del paradigma tecnologico. Nella fase di crisi egemonica e dello scontro sullo sfondo tra Stati Uniti e Cina anche la tecnologia assume un ruolo centrale e soprattutto il rapporto stato-capitale si trasforma. Nella discussione è stato affrontato il circolo vizioso che si crea tra la guerra e la necessità di farla e viceversa quando ad entrare in campo sono le Big Tech e i soggetti privati che ne detengono il dominio. L’incontro si è chiuso con domande che rimangono aperte e che interrogano l’agire a fronte dell’evoluzione tecnologica del presente: dagli impatti ambientali a quelli sulla formazione della soggettività, dalla sempre più incessante richiesta di energia allo sviluppo anche alle nostre latitudini dei data center come nuovo orizzonte di profitto, dal ruolo della tecnologia nella società in guerra alle forme di luddismo tecnologico ipotizzabili in un futuro non per forza troppo lontano.. Buon ascolto
September 1, 2026
Radio Blackout - Info
Dibattito su Imperialismo digitale @Blackout Fest 2026 con Dario Guarascio
Il saggio di Dario Guarascio “Imperialismo digitale” analizza la forma del capitalismo attuale a partire dalla militarizzazione del paradigma tecnologico. Nella fase di crisi egemonica e dello scontro sullo sfondo tra Stati Uniti e Cina anche la tecnologia assume un ruolo centrale e soprattutto il rapporto stato-capitale si trasforma. Nella discussione è stato affrontato il circolo vizioso che si crea tra la guerra e la necessità di farla e viceversa quando ad entrare in campo sono le Big Tech e i soggetti privati che ne detengono il dominio. L’incontro si è chiuso con domande che rimangono aperte e che interrogano l’agire a fronte dell’evoluzione tecnologica del presente: dagli impatti ambientali a quelli sulla formazione della soggettività, dalla sempre più incessante richiesta di energia allo sviluppo anche alle nostre latitudini dei data center come nuovo orizzonte di profitto, dal ruolo della tecnologia nella società in guerra alle forme di luddismo tecnologico ipotizzabili in un futuro non per forza troppo lontano.. Buon ascolto
September 1, 2026
Radio Blackout
Il prezzo del silenzio: cosa ci dice davvero l’accordo Meta sui minori
L’accordo miliardario chiude il processo americano sulle accuse di dipendenza dei minori dalle piattaforme Meta senza ammissioni di colpa e interrompe le testimonianze. Ma dietro la cifra record resta una domanda: quando una sanzione diventa un costo prevedibile, quanto riesce davvero a cambiare il comportamento di un colosso tecnologico? Il 26 agosto Meta ha chiuso con quarantasette Stati americani, il Distretto di Columbia e alcuni territori un accordo fino a 16,68 miliardi di dollari sulle accuse di aver progettato piattaforme che creano dipendenza nei minorenni. Le azioni della società sono salite di oltre il 4% in premercato, lo stesso giorno in cui l’accordo veniva annunciato. Vale la pena partire da qui, dalla reazione della borsa, perché dice più di qualunque titolo di giornale su cosa sia realmente successo quel mercoledì a Oakland. Il processo era arrivato al settimo giorno di un calendario che ne prevedeva ancora cinque settimane. Sotto il profilo dei numeri, il 70% dell’importo, circa 12,7 miliardi di dollari, Meta lo verserà comunque, in rate distribuite su dieci anni: poco più di un miliardo l’anno, a fronte di un utile netto trimestrale che si aggira sui sedici miliardi. Il restante 30%, 5,3 miliardi, scatta solo se TikTok e YouTube accettano di sottoscrivere limiti analoghi per gli utenti minorenni, versando a loro volta cifre equivalenti agli Stati. È una clausola che protegge Meta dallo svantaggio competitivo di essere l’unica a stringere le maglie, e allo stesso tempo consegna ai procuratori generali un argomento pronto per bussare alla porta dei concorrenti. C’è un esperimento di economia comportamentale, condotto nel 1998 in dieci asili nido di Haifa dagli economisti Uri Gneezy e Aldo Rustichini, che aiuta a leggere quello che sta succedendo meglio di molte analisi giuridiche. In sei di quei dieci asili venne introdotta una multa di venti shekel per i genitori che arrivavano in ritardo a riprendere i figli. La previsione era che la multa avrebbe scoraggiato i ritardi. È successo il contrario: i ritardi sono aumentati, e sono rimasti alti anche dopo che la multa è stata tolta. Lo studio, pubblicato nel 2000 sul Journal of Legal Studies con il titolo “A Fine is a Price”, spiega il meccanismo così: finché il ritardo era percepito come una scortesia, c’era un debito morale verso l’educatrice, difficile da quantificare e spesso più pesante di venti shekel. Quando è comparsa una cifra su un cartellino, il debito morale è sparito ed è rimasta una transazione. Si può comprare mezz’ora di ritardo. E una cosa comprata non pesa più sulla coscienza. È lo schema in cui si inserisce l’accordo di Oakland. Duecento miliardi erano la richiesta iniziale degli Stati capofila, California, Colorado, Kentucky e New Jersey. Poco più di dodici sono la cifra garantita. Nessuna ammissione di colpa, nessuna sentenza, nessuna testimonianza dei vertici davanti a una giuria. Un comportamento che fino a ieri era una trasgressione da nascondere ha oggi un prezzo di listino pubblico, noto ai concorrenti e già contabilizzato nel trimestre. E come per la norma sociale svanita negli asili di Haifa, anche se domani quella clausola venisse rinegoziata o aggirata, difficilmente tornerà la percezione che progettare un prodotto per creare dipendenza nei minori sia semplicemente sbagliato, e non solo costoso. C’è una seconda partita, meno visibile nei numeri, che riguarda cosa l’accordo ha impedito di mettere agli atti. Il politologo Steven Lukes, in un libro del 1974 diventato un classico degli studi sul potere, distingueva tre facce del potere: la prima è vincere uno scontro aperto, la seconda è decidere cosa non arriva mai sul tavolo della discussione. È la seconda faccia quella che ha funzionato a Oakland. Nei sette giorni di udienze effettive, il capo di Instagram Adam Mosseri ha dovuto ammettere sotto giuramento che la funzione “Take a Break”, presentata pubblicamente come prova di attenzione al benessere degli adolescenti, era stata usata solo dall’1,8% dei minorenni, un dato che l’azienda non aveva mai reso noto, mentre in un post del 2021 rivendicava che oltre il 90% di chi la attivava la manteneva attiva, un modo elegante di tacere quanto pochi la attivassero. Interrogato se i genitori avessero avuto modo di saperlo, Mosseri ha risposto con un secco “corretto”, due volte. Nelle cinque settimane rimaste era prevista la testimonianza di Brian Boland, ex vicepresidente Meta uscito dall’azienda denunciando che gli allarmi sui danni ai minori arrivavano fino a Zuckerberg e la risposta era sempre la crescita prima della sicurezza. Il giorno stesso dell’accordo, Boland ha pubblicato un intervento intitolato “Meta ha pagato 17 miliardi per fermare un processo, non fidatevi di loro”. La sua testimonianza in aula non c’è mai stata, così come non c’è mai arrivata quella di Mark Zuckerberg, atteso nelle settimane successive. Non è la prima volta che questa sequenza si ripete. A luglio 2025, in Delaware, un gruppo di azionisti aveva citato Zuckerberg, Sheryl Sandberg, Peter Thiel, Marc Andreessen e altri consiglieri per non aver vigilato sullo scandalo Cambridge Analytica, chiedendo 8 miliardi di danni. Il processo si è fermato al secondo giorno, nell’ora stessa in cui Andreessen avrebbe dovuto testimoniare. L’accordo, reso pubblico solo mesi dopo, valeva 190 milioni di dollari, il 3% circa della richiesta iniziale, pagati non di tasca propria dai dirigenti ma dalla polizza assicurativa che copre gli amministratori. Nessuna deposizione, nessun verbale, nessuna sentenza su chi sapesse cosa e da quando. A questi due episodi si aggiunge, a novembre 2025, il rigetto da parte del giudice federale James Boasberg della causa antitrust con cui la Federal Trade Commission sosteneva che l’acquisizione di Instagram e WhatsApp avesse costruito un monopolio illegale. In quel caso il prezzo non è stato pagato in dollari: nell’anno precedente al verdetto Meta aveva versato un milione al fondo per l’insediamento di Trump, sostituito il responsabile delle policy globali con un lobbista repubblicano e chiuso il programma di fact-checking indipendente. Il verdetto è arrivato comunque nel merito, da un giudice nominato da Obama, ma il terreno politico intorno alla causa era stato nel frattempo reso più favorevole. C’è infine un aspetto dell’accordo del 26 agosto che la stampa italiana ha in gran parte ignorato, ed è quello che riguarda più da vicino chi legge da qui. Gli impegni concreti, il tetto di due ore al giorno per i minorenni, il blocco notturno dalla mezzanotte alle sei, le notifiche silenziate a scuola, la verifica dell’età entro dodici mesi, il divieto di vendere i dati dei minori per pubblicità mirata, valgono solo negli Stati Uniti. Meno di un utente Meta su dieci nel mondo è americano. Per gli altri nove, dall’India al Brasile, dal Marocco a Napoli, nessuna di queste tutele si applica: Instagram continua ad aprirsi normalmente alle due di notte, i dati dei minorenni continuano a essere venduti per pubblicità mirata. È lo stesso schema già visto nell’industria del tabacco, pacchetti con avvertenze pesanti in Occidente e sigarette senza restrizioni altrove. Il mercato ha reagito bene il 26 agosto perché ha visto esattamente questo: un rischio da 200 miliardi, con dentro l’incognita di una giuria americana e di dirigenti che parlano sotto giuramento davanti a una telecamera, trasformato in una voce di costo prevedibile, rateizzata su dieci anni e già scritta nel bilancio trimestrale. La prossima volta che una cifra con dieci zeri finisce in un titolo di giornale, forse vale la pena guardare oltre il numero, e chiedersi cosa quell’azienda abbia accettato di smettere di fare, per quanto tempo, e soprattutto dove. FONTI ● NPR, “Meta, states agree to $17 billion settlement in child safety trial” ● Stateline, “Meta to pay 47 states up to $17.1B in landmark child safety settlement” ● The Daily Record, “MD to net up to $327M from $16.68B Meta settlement over social media harms to children” ● Newsweek, “Meta’s $17B Child-Safety Settlement Is a Grim Bargain” ● NPR, “Instagram head Adam Mosseri testifies in defense of Meta in child safety trial” ● Reuters via The Star, “Instagram head Mosseri, at children’s addiction trial, says few teenagers knew of safety feature” ● Brian Boland, “Meta Paid $17 Billion to Stop a Trial. Do Not Trust Them.” ● Deadline, “Rob Bonta Says It’s ‘Telling’ Meta Settled In The Midst Of Trial” ● Reuters via Yahoo Finance, “Zuckerberg, Meta directors agree to $190 million settlement of shareholder privacy case” ● Insurance Journal, “Meta Settles Cambridge Analytica-Related Claims for $190 Million” ● Scott+Scott, “$190M Settlement Secured in Case Against Meta” ● Gneezy, U. e Rustichini, A., “A Fine is a Price”, Journal of Legal Studies, Vol. 29, No. 1 (2000) Francesco Russo
August 29, 2026
Pressenza
Gli USA dichiarano entità terrorista un collettivo italiano che si oppone alle Big Tech
Continua negli USA la moderna caccia alle streghe dell’amministrazione Trump. Il Dipartimento di Stato ha infatti aggiornato la lista delle entità terroristiche, inserendo al suo interno anche il collettivo italiano Autistici Inventati (A/I), da anni impegnato nel garantire una comunicazione più libera contro l’oligopolio delle Big Tech. Accusato di fornire supporto digitale ai gruppi Antifa e ad altre sigle dell’estrema sinistra sparse nel mondo, Autistici Inventati (A/I) è stato bollato come “terrorista globale appositamente designato”. La decisione comporta il congelamento di tutti i beni dell’organizzazione soggetti alla giurisdizione USA e il divieto, per cittadini e soggetti giuridici statunitensi, di effettuare transazioni verso di essa, sul modello delle sanzioni comminate di recente alla Relatrice Speciale dell’ONU Francesca Albanese. Pochi giorni dopo l’attentato dell’11 settembre, l’allora presidente americano George W. Bush firmò il decreto esecutivo n. 13224, dotando il governo di un nuovo strumento «per impedire il finanziamento del terrorismo». In base a quel decreto, le varie amministrazioni che si sono succedute alla Casa Bianca dal 2001 hanno aggiornato la lista delle organizzazioni ritenute terroristiche, prevedendo blocchi e sanzioni, oltre a un’importante espansione dei poteri di sorveglianza. Soltanto nel febbraio dello scorso anno, a pochi giorni dall’inizio del suo secondo mandato, il presidente Donald Trump ha inserito otto nuove organizzazioni all’interno dell’elenco. A novembre è toccato anche a una delle sigle della galassia internazionalista Antifa, la Antifa Ost, attiva in Germania. Preludio della nuova Strategia Nazionale di Controterrorismo, dove movimenti definiti “anti-americani”, “anarchici”, “anti-fascisti” e “radicalmente pro-transgender” sono stati formalmente inseriti nell’elenco delle minacce terroristiche. È in questo contesto che si inserisce l’aggiunta del collettivo italiano Autistici Inventati (A/I) nella lista delle entità terroristiche, per il presunto supporto a organizzazioni bollate come nemiche dalla Casa Bianca, anche se espressione di mero dissenso interno, sale di quella democrazia di cui gli USA si dicono essere massima espressione. Secondo il Dipartimento di Stato, il collettivo fornirebbe strumenti digitali — come chat, email e blog — per comunicare in anonimato. Un intento di cui non fa mistero la stessa organizzazione, nata nel 2001 durante le proteste no global «dall’incontro di individualità e collettivi provenienti dal mondo antagonista e anticapitalista, impegnati a lavorare con le tecnologie e attivi nella lotta per i diritti digitali. Crediamo che questo non sia affatto il migliore dei mondi possibili. La nostra risposta è offrire ad attivisti, gruppi e collettivi piattaforme per una comunicazione più libera», sfidando dunque il cartello delle Big Tech. Secondo Washington, questi servizi sarebbero «specificamente progettati per sostenere le operazioni delle reti terroristiche di estrema sinistra». Contro questa presunta minaccia, gli Stati Uniti, su iniziativa del Segretario di Stato Marco Rubio, hanno addirittura organizzato un vertice internazionale, a cui anche l’Italia ha partecipato con una delegazione. Il taglio politico dell’evento punta a mettere Washington, alle prese con una congiuntura storica non proprio favorevole, a guida di un neo-maccartismo capace di neutralizzare il dissenso, equiparando proteste ambientaliste o contro la violenza della polizia al terrorismo internazionale, sinonimo, fino a qualche anno fa, di jihadismo. A suggellare questo cambio di rotta storico è un’altra decisione proveniente in queste ore dalla Casa Bianca, che dopo 47 anni ha rimosso dai Paesi sponsor del terrorismo la Siria dell’ex tagliagole al-Jolani.   L'Indipendente
August 27, 2026
Pressenza
Fine della democrazia, lo scrolling infinito verso un nuovo regime
«Guardatevi attorno. Non avete la vaga impressione di vivere un momento di dissociazione collettiva? Vediamo che tutto sta crollando, eppure andiamo avanti come se niente fosse. Questa non è una crisi della democrazia ma lo smottamento verso un nuovo regime. Scrolling infinito, dopamina sotto controllo. Quando dubiterete di voi stessi, ricordatelo: questo secolo non vi impedisce di pensare, vi tiene occupati finché non saprete più come fare. Il XXI secolo non vi governerà, vi programmerà»_   Il codice ha preso il posto della rappresentanza consegnata ad istituzioni che esprimano un volere, una sovranità di una pluralità di individui.  L’individuazione oggi è già in buona misura aldilà della sovranità popolare circoscritta nell’arena di forze (partiti) in un perimetro (parlamento e costituzione). Prendo il passaggio estrapolandolo da un contesto che è distante dai miei convincimenti. Ma bene rende il problema. Nel suo saggio Resistere ai tempi oscuri (Einaudi, 2026 ), Asma Mhalla parla di una «cyberdistopia»: «Ciò che chiamiamo realtà è già un’interfaccia». Secondo questa interpretazione, il punto non è (solo) tecnologico. È politico. Nel Leviatano, Thomas Hobbes immagina il sovrano come un gigante riempito di migliaia di corpi umani minuscoli: il potere del «mostro» nasce da un patto collettivo. Ci raccogliamo nel perimetro di un’entità sovrana cui affidiamo — cedendola — la forza individuale di ciascuno, ricevendone in cambio sicurezza, ordine, protezione. Il frontespizio di quell’opera, data alle stampe nel 1651, raffigura il modello su cui si reggono ancora gli Stati in grado di tutelarci dall’autodistruzione. Il sistema funziona finché quello Stato detiene il monopolio della forza — e il controllo della struttura. Quando un’altra potenza comparabile entra in campo, il patto vacilla. Le BigTech rappresenterebbero quella «potenza comparabile». Non competono con gli Stati sul piano dello scontro diretto geopolitico. Competono sul terreno delle infrastrutture cognitive e spostano le grandi decisioni «fuori» dalla sfera democratica. Non è una novità assoluta, ed è stato questo il lascito del materialismo storico ad una critica dell’ideologia sopravvissuta al crollo del muro. Fin qui però si era ancora creduto di poter in qualche modo addomesticare la bestia. Mentre oggi non lo sostiene più nessuno. Nessuno che conti qualcosa. Prendo a riprova di ciò un passo di un editoriale del Corsera: > L’Europa ha sì (e con merito) cercato di sviluppare un quadro normativo > articolato che contenga il potere delle BigTech. Non ha però costruito una > forza industriale minimamente paragonabile a quella americana o cinese. Le > buone regole hanno senso, ma le regole da sole non penetrano nei rapporti di > potere. Mario Draghi lo aveva scritto due anni fa: senza un salto di scala negli investimenti in tecnologia, energia, difesa, l’Europa non potrà competere e si destinerà a divenire un mercato di consumo per le potenze che «producono» futuro. Il suo rapporto, presentato il 9 settembre 2024, è rimasto lì. Quante delle raccomandazioni sono state realizzate appieno? Sessanta su 383, pari al 15,7%; erano il 15% a inizio 2026. La percentuale misura il ritardo. E il ritardo, in questa fase, non è un dato tecnico. È un rischio, appunto, politico. C’è qualcosa che le democrazie custodiscono: la capacità di nominare i problemi. Di metterli sul tavolo. Di costruire attorno a quel tavolo un consenso che vuole rispondere — lentamente, conflittualmente — alla realtà dei cittadini, oltre le interfacce.In un’epoca in cui la prima forma di resistenza è sforzarsi di vedere, o di ascoltare, non è poco. Certo, adesso dovremmo immaginare la nostra di accelerazione. Accelerazione, realtà aumentata, algoritmi… del vecchio Hobbes resta una citazione che è una forzatura: > L’inferno è la verità vista troppo tardi. Michele Ambrogio
August 10, 2026
Pressenza
Il Parlamento Europeo approva il “Chat Control” e apre la strada alla sorveglianza di massa
La UE sta sdoganando la sorveglianza di massa, strumento molto utile per una classe dominante in crisi in tempi in cui l’unica promessa che è sicura di mantenere verso i popoli che governa è quella di cacciarli in un’escalation bellica senza fine. Ma nel voto appena avvenuto a Strasburgo ci […] L'articolo Il Parlamento Europeo approva il “Chat Control” e apre la strada alla sorveglianza di massa su Contropiano.
July 12, 2026
Contropiano