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La dialettica e il dissenso. L’Osservatorio contro la militarizzazione difende le sue analisi
Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ci sentiamo di rispondere all’articolo di Mao Valpiana su «Pressenza» del 28 luglio scorso, nel quale usa toni davvero poco “pacifici” e poco rispettosi del pensiero “altro” rispetto al suo. Le analisi e le valutazioni fatte da alcuni membri dell’Osservatorio sul testo di iniziativa di legge popolare “Un’altra difesa è possibile” [PdL] rispecchiano il pensiero e l’elaborazione dell’intero Osservatorio, e nel loro articolarsi sono molto circostanziate e analizzano i contenuti della proposta di legge; non sono «calunnie», bensì il risultato dello studio attento dei documenti di programmazione sia italiani sia internazionali (vedi documentazioni e dichiarazioni ufficiali di vari singoli Paesi europei, dell’Unione Europea e della NATO) in materia di difesa. Il tutto con particolare attenzione alla loro “applicazione” nel mondo della formazione. Il concetto di “difesa totale” è il perno delle nostre analisi, è ciò che ci fa affermare che questa iniziativa di legge popolare non ci convince, perché definisce la difesa civile non armata “complementare” e “integrata” rispetto alla difesa militare. Ciò significa, per esempio, che, nel caso di un conflitto scatenato da un’aggressione coloniale e imperialista di un Paese della NATO ad un Paese terzo, i generali delle forze armate italiane apparirebbero con una moltitudine di mansioni nonviolente e non armate (ma non per questo non funzionali allo sforzo bellico, anzi) già pianificate insieme al CIMIC* e pronte da far svolgere alla popolazione civile. D’altronde, sarebbe alquanto illusorio immaginare che basti collocare il Servizio Civile Universale in un Dipartimento in capo alla Presidenza del Consiglio per metterlo al riparo da un utilizzo degli obiettori scevro da qualsiasi funzionalità rispetto alle esigenze belliche, le quali nel contesto attuale possono estendersi anche alla sfera della Protezione civile e coinvolgere anche un’eventuale Difesa non armata e nonviolenta. La logica della guerra totale, le pressioni della NATO sugli Alleati, i rapporti economici e militari con USA e Israele e la narrativa ufficiale dell’UE, in particolare in merito a preparedness e readiness*, ci suggeriscono un quadro meno idilliaco di quello delineato dalla PdL. Inoltre, è nelle scuole dei vari Paesi europei che rileviamo una progettata ingerenza volta alla costruzione di una identità collettiva nuova e funzionale alla guerra, basata sulla sua normalizzazione e sull’elogio delle forze armate in contesti scolastici di totale assenza di contraddittorio. L’Osservatorio nasce proprio con lo scopo di impedire la militarizzazione delle scuole e delle università. Questo include il lavoro per contrastare la costruzione da parte delle istituzioni (in modo bipartisan) della “cultura della difesa“, del Nemico, della logica identitaria, di un mondo chiuso alla diversità, dell’insicurezza e della paura, dell’obbedienza senza coscienza, della banalità del male. E questo è il motivo per cui oggi l’Osservatorio si trova coinvolto in questa riflessione collettiva, portando il suo contributo dalla sua prospettiva, sì limitata (come tutte) ma che ha la “forza che viene dal fare ciò che si sa”. Il nostro non è un attacco ai promotori e alle promotrici della PdL, ma una manifestazione di quelle criticità che è nostra responsabilità politica condividere. Questa proposta non ci convince perché è facilmente strumentalizzabile dai centri di comando militare italiani e della NATO. Ciò che prevede la teoria della Difesa Totale troverebbe nella formulazione del Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta presente nella PdL uno strumento per attuarsi nel “nome” del pacifismo e della nonviolenza. Prima che venisse pubblicata, nessuna richiesta di confronto ci è mai arrivata e quando fu pubblicata, provammo a contattare le realtà promotrici, ma senza risultato. Questo non significa che la riflessione collettiva non possa e non debba continuare comunque, come sta accadendo non solo tra sei persone, ma sia su diverse testate giornalistiche online (obiezionedicoscienza.org) sia all’interno di varie associazioni e organizzazioni come Disarmisti Esigenti, il Movimento Internazionale di Riconciliazione, il Centro Studi Economico-Sociali di Pax Christi e Osservatorio. Dissentire è un diritto e spesso un aiuto nella discussione dialettica; purtroppo non nel caso e nei modi usati contro di noi pochi giorni fa. Nessuno ha la verità in tasca; le considerazioni critiche, suffragate da contenuti chiari e da analisi serie, sono sempre per noi le benvenute. Il senso dell’obiezione di coscienza totale e collettiva da noi richiamata è non soltanto il necessario rifiuto individuale della guerra, ma anche la scelta collettiva di non diventare ingranaggi di una enorme macchina di morte fondata sulla militarizzazione, sulla repressione e sulla costruzione del nemico. Infine, obiettare significa anche rifiutare una scuola che insegna a competere, invece che a prendersi cura; che sorveglia, invece di ascoltare; che censura, invece di educare alla libertà e l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università continuerà nella direzione che ha intrapreso sin dalla sua fondazione. È una forma di resistenza civile. Ed è, prima ancora, una responsabilità educativa. * Il CIMIC (Gruppo Multinazionale per la Cooperazione Civile Militare) è un reparto militare multinazionale e interforze della NATO. *Per quanto riguarda readiness [“essere pronti“] e preparedness [“essere preparati”] dell’Unione Europea, citiamo ad esempio il report “Più sicuri insieme: rafforzare la preparedness e la readiness civile e militare europee” commissionato dalla Presidente Ursula von der Leyen, la dichiarazione ufficiale “Strategia dell’UE sull’Unione della preparazione: prevenire e reagire alle minacce e alle crisi emergenti” e peggio ancora l’articoli 164 della risoluzione del 2 aprile 2025 del Parlamento Europeo, che riguarda la diffusione della cultura della difesa fra i e le giovani, anche attraverso interventi nelle scuole. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Pubblicato anche su www.pressenza.it. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Difesa civile. Sì, ma quale? Che ci faccio qui? (1)
RILANCIAMO IL PRIMO DI QUATTRO ARTICOLI DI ERMETE FERRARO, PRESIDENTE DIMISSIONARIO DEL MOVIMENTO INTERNAZIONALE DELLA RICONCILIAZIONE (MIR), PUBBLICATO SUL BLOG ERMETESPEACEBOOK.BLOG CON IL QUALE SI ESPRIMONO ALCUNE PERPLESSITÀ IN RELAZIONE ALLA PDL UN’ALTRA DIFESA È POSSIBILE. L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ, DOPO AVER LUNGAMENTE DISCUSSO LA QUESTIONE E APPROFONDITO COLLETTIVAMENTE LA POSTA IN GIOCO, HA ESPOSTO LA PROPRIA POSIZIONE IN UN DOCUMENTO REPERIBILE A QUESTO LINK. Il 16 marzo scorso, in occasione del deposito alla Corte di Cassazione del testo della proposta di legge d’iniziativa popolare “Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta” [i], è stata scattata questa fotografia dei rappresentanti delle associazioni e organizzazioni aderenti alle sue tre Reti promotrici.   C’ero anch’io, presidente del Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR), ma curiosamente ero l’unico del gruppo che non guardava avanti, verso l’obiettivo del fotografo, bensì lateralmente, suscitando l’impressione di una sorta di spaesamento, come se mi stessi chiedendo – per mutuare il titolo dell’ottima trasmissione di Domenico Iannacone – “Che ci faccio qui?”. In effetti qualcosa aveva attirato altrove la mia attenzione al momento dello scatto ma, a volerci scorgere un significato più profondo, quel particolare può essere visto come la metafora iconica della mia posizione ‘fuori dal coro’. Quando nel 2014 fu presentata la prima proposta di legge d’iniziativa popolare su “Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della Difesa civile, non armata e nonviolenta” [ii], largamente ripresa nel testo attuale, già allora espressi il mio disagio per quella che mi sembrava una versione minimalista ed ambigua di una vera difesa alternativa alla militare (civile, sociale, popolare e nonviolenta), che aveva ispirato per decenni il movimento pacifista italiano ed al cui sviluppo effettivo del progetto contribuì soprattutto Antonino Drago. In un articolo per il mio blog, datato novembre 2014 [iii], infatti, manifestai dubbi e perplessità nel merito di quel testo e sul metodo con cui era stato frettolosamente imbastito, ricorrendo ironicamente ad espressioni del teatro di Eduardo de Filippo per sottolinearne gli aspetti problematici. Oggi, dopo 12 anni, rileggere quell’articolo mi fa ancora più male. Di fronte all’incalzare della militarizzazione della cultura della formazione e della società ed al rifiorire di assurde pulsioni guerrafondaie, l’evidente crisi del movimento per la pace – al quale purtroppo non è bastato coagularsi intorno ad una rete unitaria per diventare più autorevole ed efficiente – mi sembra il risultato tangibile d’una lunga e pericolosa stasi di riflessioni ed azioni. Una stasi che ha portato fatalmente a banalizzare le originarie proposte antimilitariste, adattandole conseguentemente ad un lessico da realpolitik, senza che per questo farle diventare davvero più realistiche ed efficaci. “ALTRA” E “ALTERNATIVA” NON SONO SINONIMI Il testo presentato lo scorso marzo in Cassazione, sul quale vanno raccolte 50.000 firme di cittadini a sostegno di quella legge d’iniziativa popolare, conserva purtroppo gli stessi limiti della precedente proposta, con la differenza che, nel frattempo, il quadro nazionale ed internazionale è molto cambiato, mettendo sempre più allo scoperto il nervo di una difesa esclusivamente militare, sempre più professionale e tecnologica. Un modello difensivo forse meno retoricamente paludato, ma rispondente alle ferree regole di un efficientismo aziendale [iv], per di più in un drammatico contesto geopolitico in cui sembra tramontata l’autorevolezza degli organismi di mediazione sovranazionali, mentre cresce a vista d’occhio l’arroganza militarista e l’aggressività bellicista, con sfoggio di un lessico violento a tutti i livelli. Va avanti, in effetti, una strategia comunicativa che alterna tentativi di ‘civilizzazione’ della difesa militare con pulsioni alle militarizzazione delle istituzioni civili, alimentando la confusione e aprendo a vari scenari possibili, nazionali ed internazionali L’istituzione d’una Rete unitaria per la pace e il disarmo avrebbe dovuto non solo coagulare le azioni sparse di tante organizzazioni in un progetto unitario di opposizione a questa incalzante deriva guerrafondaia, ma anche consentire una riflessione comune seria e articolata su un indispensabile ‘programma costruttivo’, da elaborare condividere e diffondere, tenendo conto, fra l’altro, di una realtà socioculturale sempre più ostica e poco sensibile alle visioni globali. Diluire le proprie proposte, però, non era e non è la soluzione. Non lo è neppure svendere decenni di studi e riflessioni sull’efficacia – oltre che sulla validità etica – di un’autentica difesa civile non armata e nonviolenta, in cambio dell’ipotetico riconoscimento legislativo di un dipartimento governativo che si occupi di una forma ‘complementare’ di difesa, in quanto non armata e non strettamente militare. Eppure la Rete Italiana Pace e Disarmo (RIPD), insieme con la Consulta Nazionale per il Servizio Civile (CNESC) e la Campagna Sbilanciamoci! hanno deciso comunque di ripresentare questa proposta, senza un vero confronto sulla sua validità e coerenza, ad un anno dalla scadenza della legislatura e senza preventivo coinvolgimento delle forze politiche che dovrebbero sostenerla, una volta avallata da 50.000 firme ed incardinata nell’agenda parlamentare. Ecco perché, con una costruttiva lettera – a mia firma ma condivisa dall’intero Consiglio Nazionale del MIR – abbiamo cercato chiarire la nostra imbarazzante posizione all’interno della RIPD, chiedendo di aprire una discussione franca, anche se tardiva, su quel testo, a partire dalle ‘obiezioni’ avanzate pubblicamente [v]da Antonino Drago, autorevole esperto italiano di Difesa Popolare Nonviolenta. >  «Già nell’art. 1 della LIP si afferma: “la difesa civile, non armata e > nonviolenta, intesa come insieme di strumenti e attività di prevenzione, > protezione e gestione non armata dei conflitti, [è] complementare alle forme > di difesa militare”. Nella relazione introduttiva alla PdL si parla poi di “… > forme di difesa civile basate su principi non armati e > nonviolenti, integrando tali strumenti nelle proprie politiche di sicurezza > nazionale […] L’obiettivo perseguito non è quello di sostituire la difesa > militare, bensì di affiancarla e integrarla, offrendo allo Stato ulteriori > strumenti per affrontare minacce e rischi che, sempre più frequentemente, > richiedono risposte civili…”. Ebbene, il fatto di aver definito la difesa > civile e nonviolenta –l’aggiunta del termine “non armata” – mediante aggettivi > quali “complementare”, “integrato”, “affiancata” nei confronti della > tradizionale difesa basata sulle forze armate è il primo punto critico, da cui > sorge legittimamente il dubbio che ad una visione alternativa se ne sia de > facto sostituita una più ambigua e compromissoria» [vi]. IMMAGINE PUBBLICA E SOSTANZA EFFETTIVA… A quell’appello, però, non a fatto seguito un’adeguata risposta ed anche qualche altra timida voce di dissenso è stata subito messa a tacere, in nome di un’adesione acritica e passiva a decisioni assunte verticisticamente, ma che rischiano di compromettere la credibilità stessa del movimento per la pace ed in particolare della sua componente tradizionalmente nonviolenta. Nella conferenza stampa di presentazione pubblica e lancio pubblicitario della L.I.P. – tenuta in Senato il 6 luglio 2026 [vii] – i relatori intervenuti hanno piuttosto  insistito sugli elementi che accomunano in modo un po’ generico le persone che odiano la ferocia della guerra ed aspirano a modalità difensive e di resistenza non armate. La prof.ssa De Cesare ha ribadito il no al riarmo, alla retorica militarista e alla logica bellica. L’attore Ascanio Celestini ha giustamente ricordato come anche in Italia la resistenza abbia spesso assunto le caratteristiche di una difesa civile, disarmata e popolare. Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento, ha inquadrato la proposta come uno strumento per aprire un nuovo scenario, attuando l’art. 52 della Costituzione e contribuendo a costruire strutture di pace. Ha insistito, inoltre, sull’esigenza di “mettere sotto un unico cappello quello che c’è già”, sebbene – a dire il vero – i tre obiettivi individuati (prevenzione, gestione e risoluzione dei conflitti) allo stato attuale siano lontani dall’essere stati già affrontati organicamente ed efficacemente. Guido Marcon (Sbilanciamoci!) ha parlato di dialogo, riconciliazione, disobbedienza civile e resistenza, lamentando l’assenza dell’ONU ma ipotizzando a livello italiano una difesa alternativa che integri servizio civile e ‘corpi civili di pace’. Rossano Salvatore (CNESC), infine, ha insistito sul valore del servizio civile ed ha fatto appello a ripartire da ciò che si è già fatto, ma nella cornice di un Dipartimento specifico che coordini la difesa civile con le preesistenti struttura della protezione civile nazionale e del corpo (militarizzato)dei Vigili del Fuoco. Insomma, in quella conferenza stampa si è parlato molto dello scenario e della possibile trama dell’azione scenica da svolgervi, ma poco del copione che è stato scelto per questo portare avanti compito. Si è mantenuto non a caso un ‘low profile’, lasciando intendere che la legge proposta sarebbe in fondo una necessaria razionalizzazione di ciò che c’è già, guardandosi bene viceversa dall’insistere sulla carica alternativa, antimilitarista e nonviolenta insita in una difesa civile, sociale e popolare degna di questo nome. Peccato davvero, perché il comprensibile realismo di un ‘programma costruttivo’ non mi sembra che giustifichi una versione annacquata ed ambigua di quella vera alternativa difensiva che, invece, sarebbe l’unica seria motivazione per uscire dalle secche della rassegnazione e dell’adattamento ad una deriva militarista, riarmista e bellicista. La stessa campagna di rilancio dell’obiezione di coscienza, a mio avviso, potrebbe essere compromessa da questo totale investimento sulla normalizzazione legislativa di una difesa solo ‘altra’, per di più col rischio che un eventuale fallimento della sua sottoscrizione si riverberi negativamente su tutto il movimento italiano per la pace oppure che, una volta giunta sui banchi del Parlamento, quella zoppicante proposta venga ulteriormente azzoppata e cinicamente fagocitata dalla logica perversa del complesso militare-industriale. Non era questa “l’aggiunta nonviolenta” di cui parlava Aldo Capitini, che avrebbe nutrito seri dubbi sulla strumentale banalizzazione di quella nonviolenza alla cui teoria e pratica aveva dedicato i suoi fondamentali contributi ed alla quale dovrebbero comunque ispirarsi, anche al loro interno, coloro che si fregiano di quel titolo. Ermete Ferraro [i] https://www.difesacivilenonviolenta.org/wp-content/uploads/2026/03/PdL_DCNANV_2026-AltraDifesaPossibile-depositato.pdf [ii] https://www.difesacivilenonviolenta.org/la-proposta-di-legge/ [iii] https://ermetespeacebook.blog/2014/11/23/nonviolenza-o-nonvolenza/ [iv] Cfr. alcuni miei precedenti articoli, fra cui: https://ermetespeacebook.blog/2021/04/03/piano-di-ripresa-militar-industriale/    https://ermetespeacebook.blog/2024/11/14/un-militarismo-futurista/ [v] https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2026/05/16/nonviolenzala-legge-sulla-difesa-popolare-non-protegge-lobiezione/8388182/ [vi]   Dalla lettera inviata il 12 maggio 2026 dal MIR Italia alla Segreteria della Campagna “Un’altra difesa è possibile” [vii]  https://retepacedisarmo.org/2026/un-altra-difesa-e-possibile-accelera-la-raccolta-verso-lobiettivo-delle-50-000-firme-necessarie-per-il-deposito-del-testo-di-legge/ -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. 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Voci critiche sulla PdL “Un’altra difesa è possibile”: non “complementarità”, ma “alternativa” alla guerra con l’obiezione totale e collettiva
In questi anni di costante e quotidiano lavoro di monitoraggio del livello di bellicismo nei luoghi della formazione e della società civile, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha segnalato e pubblicato numerosissimi casi di invasione delle forze armate nelle scuole, ma anche analisi approfondite sull’avanzare della “Cultura della difesa”, sul riarmo e sul contesto geopolitico in cui prendevano significato quelle iniziative. In un quadro caratterizzato da un radicale antimilitarismo, che accomuna tutte le componenti dell’Osservatorio, di cui diverse si riferiscono esplicitamente alla tradizione pacifista e nonviolenta, chi ha preso parte al suo percorso ha maturato via via la consapevolezza di un chiaro processo guerrafondaio in cui molte istituzioni, a partire dai governi e dagli apparati economici degli Stati che fanno affari con gli armamenti, per finire con le organizzazione internazionali, tra cui la NATO, stanno trascinando le popolazioni verso il baratro della guerra, cercando di indorare la pillola di una tragedia mondiale che deve necessariamente allertare per il semplice motivo che per la qualità e la quantità dell’arsenale a disposizione, la deflagrazione che si prevede non può che essere l’ultima, l’estrema e la definitiva misura per spazzare via l’umanità intera dalla faccia della Terra. E, allora, in considerazione di queste analisi e delle evidenze empiriche raccolte, chi si ritrova quotidianamente a costruire il sostrato concreto che costituisce il lavoro dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, pur nella consapevolezza dello sforzo profuso da chi è stato coinvolto nell’estensione della PdL Un’altra difesa è possibile, la cui storia nell’ambito del movimento pacifista non è in discussione, vorrebbe mettere in evidenza tutte le perplessità che essa ha suscitato in ambienti e in soggetti con altrettanta comprovata fede pacifista, antimilitarista e nonviolenta, soprattutto in relazione al ruolo che il servizio civile verrebbe ad assumere nel contesto internazionale. Tra le varie perplessità emerse, si segnalano ad esempio: – Serena Tusini, sindacalista e docente tra le promotrici dell’Osservatorio, in un articolo pubblicato su «Contropiano» il 28 marzo 2026, critica aspramente la PdL sulla difesa nonviolenta, definendola una proposta datata e funzionale alla dottrina NATO della “difesa totale” (CIMIC), nella quale l’ambito civile è interamente e strutturalmente concepito come terreno operativo militare. Alla luce di questo, Tusini denuncia la proposta come uno strumento per militarizzare i cittadini, con il servizio civile che funge da “cavallo di Troia” per il ritorno della leva obbligatoria, criticando infine il terzo settore per favorire la privatizzazione dello stato sociale. – Michele Lucivero, giornalista e docente tra i promotori dell’Osservatorio, in un articolo pubblicato su «Pressenza» il 6 maggio 2026, denuncia il rischio che il ritorno della leva obbligatoria in Europa trasformi il servizio civile proposto nella PdL in una difesa “complementare” subordinata alle logiche militari della NATO, tradendo così l’eredità etica di don Lorenzo Milani e la storia dell’obiezione di coscienza. Attraverso un’intervista a Rebecka Lindholm Schulz, referente della Società Svedese per la Pace e l’Arbitrato, viene analizzato il “modello svedese”, in cui il servizio civile dal 2026 include compiti di cybersicurezza e logistica strettamente integrati all’apparato bellico. Di fronte a queste dinamiche, l’autore solleva il dilemma morale di dover difendere alleanze militari che agiscono come oppressori e invita il movimento pacifista italiano, dove la leva non è ancora attiva, a una disobbedienza civile totale, proponendo anche la creazione di un fondo economico per sostenere chi rifiuta radicalmente la militarizzazione; – Antonino Drago, primo proponente di un progetto di legge sulla difesa popolare nonviolenta (1969), e Franco Dinelli, Direttore Centro Studi di Pax Christi, in un articolo pubblicato su «Il Fatto quotidiano» il 16 maggio 2026, criticano duramente la PdL, sostenendo che essa rischia di ridurre il servizio civile e la stessa “obiezione di coscienza”, che viene adombrata nel testo, a scelte subordinate alla difesa militare. Gli autori evidenziano la necessità di una vera autonomia per la difesa nonviolenta, avvertendo che un compromesso strutturale, “complementare”, “affiancato” e “integrato” con i Governi, sempre più ostaggi nella NATO, annullerebbe le alternative alla guerra; – Ermete Ferraro, presidente del Movimento Internazionale per la Riconciliazione, tra gli aderenti all’Osservatorio, in un articolo pubblicato l’8 luglio 2026 sul suo blog, ha definito la PdL Un’altra difesa è possibile una versione “minimalista” e compromissoria, che integra la difesa militare anziché rappresentare un’alternativa strutturale. Il dissenso si concentra sulla definizione di difesa “complementare” (Art. 1) e sulla mancanza di un dibattito interno profondo, evidenziando la stasi del movimento pacifista, adattatosi alla realpolitik. La posizione critica sottolinea la necessità di un programma costruttivo autonomo e coerente con la teoria della difesa “alternativa”; – Alfonso Navarra, coordinatore dei Disarmisti esigenti, tra i fondatori dell’Osservatorio, in un articolo pubblicato l’8 luglio sul blog obiezioneallaguerra esprime molti dubbi sulla PdL perché essa non scalfisce affatto la vigente e incostituzionale subordinazione di una difesa civile rispetto a quella militare e rispetto a logiche sovranazionali offensive come quelle della NATO. Per creare un’alternativa non basta un 6×1000 del tutto legittimo ma individuale e minimo, occorre prendere miliardi di fondi pubblici, secondo Navarra, in primis da quella parte dello strumento militare che ha funzioni offensive, e ridestinarli per la pace. Questo accompagnato alla denuclearizzazione unilaterale, all’uscita dalla NATO e alla possibilità di esercitare pienamente e coerentemente con la Costituzione il diritto all’obiezione di coscienza. Per tutti questi motivi, la PdL Un’altra difesa è possibile, pur ponendosi l’intento di inserire, tra le altre cose, il servizio civile all’interno di un quadro costituzionale caratterizzato dalla difesa nonviolenta e non armata del proprio Paese, rischia di essere una misura non solo insufficiente sulla via del pacifismo, ma anche controproducente, dal momento che potrebbe rivelarsi uno strumento utile nelle mani dei guerrafondai. L’ambiguità del testo dell’iniziativa legislativa, infatti, nel richiamare “la complementarità” e non “l’alternativa” alla guerra e alla difesa armata, rischia di essere lo strumento attraverso il quale la strategia NATO della difesa totale s’incunea nella società civile, rendendo quest’ultima complice delle guerre d’aggressione in cui alcuni capi di Stato dissennati stanno cercando di trascinare un’alleanza militare da cui converrebbe, piuttosto, rapidamente uscire. Si tratta, dunque, di perplessità diffuse in maniera trasversale nel mondo pacifista, antimilitarista e nonviolento dovute all’equivocità, certamente non ricercata, ma non per questo meno patente, del testo in questione. Tuttavia, nello spirito democratico e pluralistico che connota la nascita dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, vorremmo, al più presto, riprendere insieme il dibattito intorno alla nostra proposta di obiezione totale a partire dalle indicazioni tracciate nel nostro Manifesto di Resistenza alla militarizzazione, che consideriamo l’ipotesi al momento più idonea per affrontare un contesto internazionale connotato da una normalizzazione della guerra. Un’obiezione totale e collettiva da esercitare in tutti i luoghi di lavoro e di formazione anche per arginare la propaganda per l’arruolamento nelle forze armate che si presenta spesso come unico sbocco lavorativo per zone sempre più depresse del nostro Paese. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Londra, notizie dalla Conferenza Internazionale contro la Guerra
CLICK HERE FOR ENGLISH, FRENCH, GERMAN, AND SPANISH MATERIALS Sabato 20 giugno 2026 l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università era a Londra, in occasione della seconda Conferenza Internazionale contro la Guerra. Vi han partecipato organizzazioni provenienti da tutta Europa (e anche oltre), in quello che è stato un incontro davvero internazionale. L’evento si è svolo in tre momenti. Prima, venerdì 19, si sono incontrate solo le realtà inglesi (sindacati, attiviste/i e partiti), poi sabato 20 mattina si è tenuta un’assemblea internazionale a porte chiuse, in cui l’Osservatorio ha portato un contributo (vedi dopo); e infine sabato pomeriggio oltre 2500 persone da 27 paesi hanno partecipato alla conferenza a Westminster Hall. Alla fine, sono state lanciati tre appuntamenti per mobilitazioni internazionali: * il 10 ottobre per la Palestina; * il 20-22 novembre contro il ritorno della leva, la militarizzazione della società e l’investimento di fondi pubblici nella guerra invece che nel welfare (partendo dal 20 come mobilitazione studentesca); * un data d’autunno ancora da definirsi a sostegno di uno sciopero dei lavoratori portuali. La conferenza Alla conferenza, tanti interventi hanno a poco a poco dato forma a quella che è un’opinione pubblica internazionale di rifiuto alla guerra e a un sistema economico basato sulla dominazione. I temi toccati sono stati, in particolare, il riarmo, l’erosione del welfare a favore dell’investimento militare, il ritorno della leva, le violazioni in Palestina, Cuba, Sud Globale, Ucraina, Russia e, internamente agli stati europei, nei confronti di immigrati e rifugiati. Fra gli interventi, i portuali di Genova, gli studenti tedeschi, due disertori, uno ucraino uno russo, spalla a spalla (unico intervento a due voci), Irene Montero per Podemos, Jérome Legavre per La France Insoumise, i principali sindacati inglesi, e Mustafa Barghouti, medico e politico palestinese del partito Iniziativa Nazionale Palestinese. Quest’ultimo ha portato un vibrante discorso sulla vittoria. Ha citato Mandela e la Guerra in Vietnam. Ha riportato che sì, in Palestina dal 7 ottobre 2023 siano stati uccisi 22 mila bambini. E che sì, fu chiaro sin da subito che gli ospedali erano bombardati e che quindi non potevano più utilizzarli per far partorire migliaia di donne palestinesi. Ma ha raccontato anche di come hanno deciso di costituire un’équipe di 93 ostetriche che hanno cominciato ad andare loro stesse casa per casa, per assistere ai parti. E che dal 7 ottobre 2023 ad oggi ci sono state 82 mila nuove nascite. Secondo Barghouti, il popolo palestinese sta prendendo coscienza di essere non solo in grado di sopravvivere, ma anche di vincere contro l’oppressore e ritrovare finalmente quel diritto all’autodeterminazione negato da oltre un secolo. Fra le realtà presenti, riportiamo: * sindacati inglesi (PCS, UNISON, National Education Union, Universities and Colleges Union), francesi (CGT, FO), spagnoli (CCOO, UGT), italiani (USB e CGIL), greci, belga e altri; * portavoce di partiti de La France Insoumise, Die Linke, Podemos, Potere al popolo, Mustafa Barghouti per la Iniziativa Nazionale Palestinese e altri; * realtà giovanili come SchulStreikGegenWehrpflicht, Rebeldia (Podemos), la frangia studentesca della Stop the War Coalition e Cambiare Rotta (USB); * realtà dell’attivismo antimilitarista come le internazionali Global Sumud Flotilla e Post-Soviet Left, le inglesi Stop the War Coalition, Palestine Solidarity Campaign, Campaign for Nuclear Disarmament e le statunitensi Codepink e Movement for Black Lives. L’intervento dell’Osservatorio all’assemblea L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha partecipato per diffondere il proprio manifesto sull’obiezione di coscienza totale e collettiva e i risultati della sua ricerca sui meccanismi di ritorno della leva in Europa. Risultati che hanno informato e conseguentemente portato l’Osservatorio a produrre il manifesto e che danno indicazioni importanti a chiunque in Europa voglia impedire il ritorno della leva e della guerra. La valenza internazionale di quanto abbiamo trovato viene dal fatto che la nuova forma della guerra è una, e quindi le dottrine militari moderne dei vari paesi si trovano a convergere. Si basano sul concetto di “Difesa totale” (Whole of society, nei documenti UE e NATO) per cui la strategia militare prevede che anche la parte civile della società si adoperi per compiere la sua parte di sforzo bellico. Di conseguenza, per esempio i dual-use, il ritorno della leva militare, la normalizzazione della guerra, gli stand delle Forze Armate al Salone del Libro di Torino o in una piazza di Ancona. Dall’analisi fatta traspaiono tre aspetti sul ritorno della leva. Aspetti che continuano a trovare conferma nelle varie mosse di graduale avvicinamento alla guerra fatte dai governi europei (per esempio, di Italia, Germania, Francia, Gran Bretagna…). Essi sono: * il momento dell’obbligo è anticipato dalla chiamata a prestare servizio di leva ad una iniziale schedatura di massa della popolazione in età di leva (e.g., il “questionario” in Germania); * la strumentalizzazione militare del servizio civile e, addirittura, della stessa obiezione di coscienza quando praticata come rifiuto al servizio militare in favore di un servizio civile; * la militarizzazione delle scuole e delle università. Sull’obiezione di coscienza in particolare, vediamo che quella che 50 anni fa fu una conquista enorme contro il militarismo, ci viene oggi offerta dagli stessi guerrafondai nelle loro proposte di legge, grazie alla possibilità di inserirla in uno schema militare per renderlo, paradossalmente, ancora più forte. Shared materials [to DOWNLOAD click on the following links] Here the three materials we shared in London, i.e. the presentation of the Observatory against militarization of schools and universities, the dossier with the research work on the return of conscription in European countries, and our manifesto of resistance. Introduction – English ENGLISH_Introduction-1Download Dossier – English Articolo – engDownload Manifesto – English Manifesto-obiezione-totale_engDownload Introduction – Français Francese-Introduzione manifesto su carta intestata-def-pdfDownload Dossier – Français FRANCESE dossier pdfDownload Manifeste – Français FRANCESE-Manifesto impaginato-def-pdfDownload Einführung – Deutsch Deutch IntroduzioneDownload Dossier – Deutsch Dossier_deuDownload Manifest – Deutsch TEDESCO- manifesto-impaginato-defDownload Introducción – Español SPAGNOLO-introduzione Manifesto su carta intestata-def- pdfDownload Dossier – Español SPAGNOLO- articolo pdfDownload Manifiesto – Español SPAGNOLO – Manifesto pdfDownload Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. 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Comune-info: Obiezione totale e collettiva
DI R.C. SU COMUNE-INFO DEL 28 MAGGIO 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da R.C., pubblicato su Comune-info il 28 maggio 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo. «Se la guerra viene normalizzata e perfino i luoghi del sapere trasformati per accogliere le forza armate allora la protesta contro il ritorno della leva militare nei paesi europei, a cominciare dall’Italia, può diventare un fiume di obiezione non solo individuale – in un paese dove gli obiettori di coscienza al servizio militare dagli Settanta al 2000 sono stati quasi un milione – ma collettivo, totale e profondamente politico. Lo sostiene l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università che ha promosso in questi giorni un “Manifesto di resistenza” costruito intorno a cinque punti…continua a leggere su www.comune-info.net. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Radio Onda Rossa intervista Renata Puleo sull’attività dell’Osservatorio
Lo scorso 26 maggio Renata Puleo, attivista dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e già docente e dirigente scolastica, ha rilasciato la seguente intervista sulle frequenze di Radio Onda Rossa. L’intervento ha trattato le attività principali dell’Osservatorio nell’ultimo anno e le sue nuove sfide, con particolare riferimento, in chiusura d’intervista, al ritorno della leva militare. Si è anche commentato i recenti articoli di denuncia locali dell’Osservatorio: sul progetto “Pretendiamo legalità” a Spoleto, in cui studenti e studentesse di scuole di 50 province sono andate in visita all’Istituto per Sovrintendenti della Polizia di Stato, e sull’orientamento con l’Aeronautica Militare all’Istituto “Enrico Fermi” di Roma. Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
“Io obietto la guerra.”, l’appello di Emergency contro riarmo e leva militare
L’annuncio di un possibile aumento degli effettivi dell’esercito e il ritorno della leva militare ha acceso il confronto pubblico, suscitando preoccupazioni e reazioni in diverse realtà della società civile. Quando si prepara la guerra, alla fine la si fa. Lo abbiamo visto accadere troppe volte in passato e oggi lo stiamo vedendo di nuovo, anche nel nostro Paese. In un contesto internazionale sempre più segnato da conflitti e tensioni, cresce anche in Italia il dibattito sul ruolo delle forze armate e sulle politiche di difesa. L’Italia, invece di adoperarsi per promuovere la risoluzione non armata dei conflitti come vuole l’articolo 11 della Costituzione, si riarma come mai nella storia Repubblicana: più di 30 miliardi di spese militari solo quest’anno. E annuncia il possibile ritorno del servizio militare di leva: è il ritorno della richiesta dello Stato di mettere a disposizione della guerra i propri corpi. Oggi come ieri, il ripristino della leva serve a giustificare il nostro ruolo internazionale come “potenza”. E’ per questo motivo che, contro questa retorica bellicista e guerrafondaia, ho deciso di firmare FERMAMENTE e CONVINTAMENTE l’appello “Io obietto la guerra” di Emergency nell’ambito della campagna R1PUD1A: un appello che invita cittadini e cittadine a prendere posizione contro la guerra, la militarizzazione e ogni ipotesi di ritorno alla leva obbligatoria, oltre che al riarmo. Nel contesto attuale segnato da un’accelerazione senza precedenti degli scenari di guerra e instabilità, Emergency ha lanciato un appello per l’obiezione di coscienza, preventiva e di massa al ripristino del servizio militare per contrastare il possibile ritorno all’intervento militare come strumento della politica. La chiamata dell’Ong fondata da Gino Strada in pochi giorni ha già superato le 70.000 firme. L’azione di EMERGENCY è lanciata nell’ambito della campagna R1PUD1A che ha coinvolto fino ad ora oltre 650 Comuni, 1200 scuole, 300 cinema, teatri, festival nel ribadire il rispetto dell’Articolo 11 della Costituzione italiana, contro la progressiva normalizzazione della guerra nel dibattito pubblico e politico nel nostro Paese. L’iniziativa si fonda su un principio sancito anche dalla Costituzione italiana: il ripudio della guerra come strumento di offesa e risoluzione delle controversie internazionali. Un valore che oggi, secondo i promotori, rischia di essere messo in discussione da scelte politiche orientate al rafforzamento degli apparati militari. Attraverso il sito dedicato (www.ripudia.it), chiunque può aderire all’appello, firmando e contribuendo a diffondere il messaggio. L’obiettivo è costruire una mobilitazione ampia e trasversale, capace di far sentire la voce di chi crede nella pace, nella diplomazia e nella cooperazione internazionale come strumenti alternativi ai conflitti armati. “Più saremo, meno potranno ignorarci”: è questo il cuore della campagna, che punta sulla partecipazione collettiva per incidere nel dibattito pubblico. Non solo una raccolta firme, ma un invito all’impegno civile, alla consapevolezza e alla responsabilità. “Il governo ha rilanciato l’ipotesi del ritorno alla leva militare, presentandola come una necessità. Nel nostro Paese, la leva è stata sospesa dal 2005, ma la legge prevede che possa essere riattivata in caso di guerra o grave crisi. Ripristinare il servizio militare significa confermare una concezione di sicurezza internazionale costruita sulle armi, una visione che si scontra con l’articolo 11 della Costituzione Italiana, che R1PUD1A la guerra come strumento di risoluzione delle controversie. Gino Strada, nostro fondatore, ci ha insegnato che la guerra è innanzitutto una scelta. Una scelta che ha conseguenze atroci soprattutto per i civili, che sono il 90% delle vittime. Abbiamo più di trent’anni di esperienza in Paesi martoriati da conflitti, in questo momento siamo a Gaza, in Ucraina, in Sudan, e la situazione è sempre la stessa. Quello che fino a poco tempo fa ci sarebbe sembrato inaccettabile – un riarmo mai visto prima e il ripristino della leva -, oggi viene normalizzato sotto la pressione di un mondo in conflitto. Questa azione ha l’obiettivo di coinvolgere tutti e tutte, con particolare attenzione ai giovani, nella costruzione di una comunità contro la guerra e la militarizzazione della società. Crediamo sia venuto il momento in cui la popolazione possa esprimersi su questo tema fondamentale e costitutivo della stessa esistenza di una comunità, perché nessuno possa decidere per noi e per i nostri figli e figlie” – dichiara EMERGENCY. Per questo vogliamo dire da subito: “IO OBIETTO LA GUERRA”. Tutti possiamo far sentire la nostra voce, sottoscrivendo la dichiarazione di obiezione di coscienza che afferma: – rifiuto l’uso delle armi – sono contrario/a a qualsiasi ipotesi di ripristino del servizio militare di leva – mi impegno a difendere l’Articolo 11 e tutti i principi costituzionali – mi impegno a costruire una comunità di pace Questo è il contributo di EMERGENCY all’iniziativa delle reti e dei movimenti che, oggi come ieri, si battono contro la militarizzazione e contro la guerra. È una dichiarazione che riguarda tutte e tutti: donne e uomini, giovani e non, che non vogliono essere trascinati in nessuna guerra. La dichiarazione di obiezione proposta da EMERGENCY è un atto pubblico attraverso cui ognuno può rivendicare il diritto a dichiarare la propria indisponibilità alla logica bellica. Attraverso la propria firma, che è possibile apporre digitalmente sul sito www.ripudia.it, si può dichiarare: il rifiuto all’uso delle armi; la propria contrarietà e la propria indisponibilità all’adesione a qualsiasi ipotesi di ripristino del servizio militare; il proprio impegno alla difesa dell’articolo 11 e di tutti i principi costituzionali e alla costruzione di una comunità di pace. Aderire a questa campagna, vuol dire dichiararsi indisponibili alla guerra, perché la pace è una scelta che passa dal corpo, dal tempo e dalla responsabilità personale. Nel 2026 la campagna sta traducendo il ripudio della guerra in pratiche riconoscibili, mettendo a disposizione strumenti operativi e un coordinamento a supporto dei propri gruppi di volontari, delle associazioni e delle singole persone che si vorranno attivare per: * conquistare “Spazi di Pace” nei territori per liberare luoghi fisici dalla logica della guerra e della militarizzazione; * promuovere pratiche di monitoraggio civico, per identificare le infrastrutture materiali e simboliche che promuovono e rendono possibile la guerra (in particolare: nodi logistici e infrastrutturali, industrie belliche e il sistema educativo); * creare la community R1PUD1A, un’infrastruttura online concepita come spazio orientato all’azione per abilitare le iniziative dal basso e trasformare le scelte individuali e l’opposizione diffusa in azioni collettive coordinate capaci di incidere nel dibattito pubblico. A differenza di quanto sostenuto da falsi intellettualoidi del calibro di Ernesto Galli della Loggia – che dal Corriere della Sera il 4 maggio 2026 ha attaccato il pacifismo italiano come causa della «sindrome dell’inerme» che vigerebbe in Italia, definendo la guerra come un «cimento supremo» – il pacifismo è ora più che mai necessario anche per combattere le vergognose retoriche belliciste sulla “difesa della Patria” per difendere la nostra Costituzione. In un tempo in cui la guerra sembra tornare al centro dello scenario globale, iniziative come quelle di Emergency rappresentano un tentativo di rimettere al centro il valore della pace, ricordando che ogni scelta politica ha conseguenze dirette sulla vita delle persone. L’appello è lanciato: firmare, condividere, partecipare. Perché, come sottolinea EMERGENCY, la pace è una responsabilità di tutti. La campagna è aperta a tutti i soggetti della società civile, uomini e donne a partire dai 14 anni, che vogliano attivarsi.   FIRMA E DIFFONDI “IO OBIETTO LA GUERRA” https://ripudia.it/ https://www.emergency.it/direfareripudiare/   Ulteriori informazioni: > In caso di guerra: L’azione delle studentesse IED per EMERGENCY https://www.cronacacomune.it/media/uploads/allegati/44/emergency_seminario_ferrara_28mar2026.pdf > L’imperativo morale dei generali europei | QB Quotidiano Bellico del 18 > febbraio 2026 https://ilmanifesto.it/lettere/io-obietto-la-guerra https://stream24.ilsole24ore.com/video/italia/-io-obietto-guerra-striscione-emergency-manifestazione-25-aprile-roma/AIO1PHiC   Lorenzo Poli
May 25, 2026
Pressenza
“Ninna nanna della guerra”: NO alla cultura della difesa, NO alla LEVA, NO all’idiozia della guerra
PUBBLICHIAMO IL VIDEO PRODOTTO DAL “GRUPPO GENITORI” DELL’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ PER DENUNCIARE LA PROPAGANDA MILITARISTA RIVOLTA ALL’INFANZIA E ALL’ADOLESCENZA. LA LORO CONTRARIETÀ È ESPRESSA TRAMITE LA VOCE DI UNA MAMMA CHE RECITA LA “NINNA NANNA DELLA GUERRA” DEL POETA ROMANESCO TRILUSSA. SCORRONO IMMAGINI TRATTE DAL SITO DELL’OSSERVATORIO E UN VIDEO DELLA DIFESA CHE TENTA DI SOVRASTARE LA VOCE DELLA MAMMA CHE CONTINUA, SENZA LASCIARSI SOPRAFFARE, LA SUA NINNA NANNA. UNA INIZIATIVA PER DIRE NO ALLA CULTURA DELLA DIFESA, NO ALLA LEVA, NO ALLA IDIOZIA DELLA GUERRA. RICORDIAMO CHE L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ HA PRODOTTO UN MANIFESTO DI RESISTENZA ALLA MILITARIZZAZIONE DELLA SOCIETÀ, ALLA REINTRODUZIONE DELLA LEVA E PER IL RIPUDIO INCONDIZIONATO DELLA GUERRA, UN TESTO CHE SI PUÒ STAMPARE E DIFFONDERE PER L’OBIEZIONE DI COSCIENZA TOTALE ALLA GUERRA (CLICCA QUI). -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
E se la difesa della mia Patria diventasse offesa alla Patria altrui? A proposito del ritorno della leva obbligatoria
Per chi non lo sapesse, ad esempio per i più giovani, il titolo di questo articolo riprende un celebre passo provocatorio di don Lorenzo Milani, il quale il 23 febbraio 1965 tuonava contro i cappellani militari intruppati. Don Milani con il suo motto “L’obbedienza non è più una virtù” invitava ad una radicalità epocale per quel periodo e spingeva i giovani ad opporsi al servizio militare obbligatorio, che costringeva anche i suoi studenti a imbracciare le armi per difendere la Patria, così come previsto dall’articolo 52 della nostra Costituzione. In particolare, don Milani scriveva: «Se vedremo che la storia del nostro esercito è tutta intessuta di offese alle Patrie degli altri dovrete chiarirci se in quei casi i soldati dovevano obbedire o obiettare quel che dettava la loro coscienza. E poi dovrete spiegarci chi difese più la Patria e l’onore della Patria: quelli che obiettarono o quelli che obbedendo resero odiosa la nostra Patria a tutto il mondo civile?»1 Anche grazie all’impegno di don Milani, il quale aveva aperto la strada all’obiezione di coscienza, quando un tempo tale scelta comportava un rischio penale e costringeva al processo e al carcere, come accadde al primo obiettore della storia italiana Pietro Pinna, con la Legge 772/1972 si avviò l’iter che condusse positivamente verso l’alternativa del servizio civile, poi perfezionato con la Legge 230/1998, che sancì il pieno riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza quale diritto del cittadino. Fu così che dal 1972 fino al 2005, molti uomini sottoposti all’obbligo della leva ebbero l’opportunità di svolgere in sostituzione il servizio civile presso enti religiosi, sindacati, in tutta una galassia di attività legate all’associazionismo, opzione percorsa in maniera sistematica, ad esempio, dai Testimoni di Geova con l’accortezza di rispettare in maniera molto puntuale il principio della neutralità politico-militare, cioè di evitare qualsiasi forma di servizio civile militarizzato perché in contrasto con il principio religioso della fratellanza universale. Ora, con i venti di guerra sempre più forti all’orizzonte, negli ultimi mesi stiamo assistendo al ritorno della leva obbligatoria in tutta Europa e questo apre un nuovo e inedito scenario. Infatti, il panorama che abbiamo di fronte, in quasi tutti i Paesi europei, è quello di una leva che prevede l’obbligo del servizio militare e, in sostituzione, di un servizio civile disarmato, ma complementare, cioè sempre legato alla difesa della Patria in caso di guerra. Insomma, se un Paese europeo dovesse essere coinvolto in una guerra, ad esempio nel momento in cui dovesse scattare l’art. 5 del Trattato Nord Atlantico (NATO), che stabilisce il principio di difesa collettiva (un attacco armato contro uno o più membri in Europa o America del Nord è considerato un attacco contro tutti) ci sarebbero i ragazzi e le ragazze coinvolte pienamente con il conflitto armato al fronte, mentre gli obiettori, sempre al servizio della Patria, sarebbero impegnati in attività di emergenza sanitaria, energetica, informatica. E, tuttavia, il dubbio che resta è proprio oggi come ieri, mutatis mutandis, quello di don Milani, vale a dire: se c’è un Paese della NATO che agisce come oppressore e attacca un altro Stato in violazione del diritto umanitario internazionale, uccidendo ad esempio bambine e bambini (come in Iran ad esempio?), e poi dovesse esserci una ripercussione dello Stato aggredito contro un membro NATO in modo da far scattare l’art. 5 del Trattato, qual è la Patria che sarei chiamato a difendere anche con il servizio civile disarmato ma militarizzato? Nel dubbio, non essendoci ancora una legge per la leva obbligatoria in Italia (la storica e proverbiale lentezza italiana potrebbe anche sortire effetti positivi, se si alimenta la mobilitazione popolare!) e nelle more dell’organizzazione di un dibattito franco per un rifiuto totale della militarizzazione e per una obiezione di coscienza totale alla leva, abbiamo chiesto a Rebecka Lindholm Schulz, referente della Società Svedese per la Pace e l’Arbitrato, come vedono, dal loro punto di vista, il sistema che combina servizio militare e servizio civile militarizzato in Svezia, considerato che proprio il modello svedese viene visto come virtuoso da alcune componenti della galassia pacifista e nonviolenta italiana. Alla domanda su come è organizzato il servizio civile in Svezia Rebecka risponde: «In Svezia, la coscrizione è stata attivata il 21 dicembre 2023, dopo essere stata disattivata dal 2010. Nel 2024 e 2025 la coscrizione civile è stata limitata a un numero minore di persone all’interno dei servizi di emergenza municipali e al settore dell’approvvigionamento elettrico. Nel novembre 2025 è stato riportato che il Governo stava lavorando per attivare il servizio civile in termini generali e che il servizio senza armi potesse diventare una realtà nel 2027, ma poi nel dicembre 2025 il Governo svedese ha annunciato che il servizio civile avrebbe incluso i servizi di sorveglianza, le comunicazioni elettroniche, i sistemi di rete e quelli della comunicazione, nonché la sicurezza informatica. Ciò implica che dal 2026 in poi, i cittadini svedesi sono stati obbligati a svolgere e completare un periodo di formazione di base, similmente al servizio militare, anche all’interno della difesa civile. Fare il servizio civile non significa necessariamente essere liberi dal maneggiare armi e non significa necessariamente svolgere un servizio civile privo di legame con la difesa militare. La Società Svedese per la Pace e l’Arbitrato è contraria alla coscrizione, alla circostanza che vede i cittadini essere costretti a portare e usare armi, al fatto che i cittadini possono essere costretti a partecipare ai preparativi per la guerra. C’è una differenza sostanziale tra un servizio civile, ancora progettato e inquadrato in modo tale da essere chiaramente collegato alla difesa militare, e un servizio non militarizzato e progettato per contribuire a rafforzare la società per affrontare ogni tipo di crisi, ad esempio questioni sanitarie e crisi climatiche. Il punto è che il servizio civile-militare sotto la NATO (la Svezia è diventata ufficialmente il 32° membro della NATO il 7 marzo 2024, n.d.r.), probabilmente sarebbe comunque collegato alla difesa militare e alla militarizzazione». Insomma, sussiste di fatto, anche in Svezia da parte della più accreditata associazione pacifista, il sospetto che le guerre spinte innanzi dagli interessi economici dei Paesi legati alla NATO non siano propriamente delle azioni difensive, per cui anche l’articolo 52 della nostra Costituzione avrebbe senso, ma siano mascheramenti di azioni offensive, macchinazioni economiche neoliberiste su cui la coscienza umana dovrebbe costantemente interrogarsi. Dovremmo, ad esempio, chiederci: cosa è diventata la Patria che oggi siamo chiamati a difendere? Gli interessi di chi persegue la Patria che mi appresto a servire anche con il servizio civile militarizzato? Se la mia Patria, o gli alleati della mia Patria, dovesse offendere le Patrie degli altri, come accade da qualche anno, sussisterebbe ancora nella mia coscienza quell’obbligo di difesa? Chiaramente i dubbi sono tutti legittimi, ma le azioni da intraprendere, almeno in Italia, devono essere repentine, considerando che una legge sul ritorno della leva obbligatoria non c’è ancora. Non da ultimo, vorremmo suggerire che, come ci ricorda Rebecka per la Svezia in relazione al Kampfonden, si potrebbe anche in Italia attivare un Fondo economico che sostiene i disobbedienti civili e coloro che rifiutano le armi; infatti, se ci si oppone completamente al servizio militare, si parla di disobbedienza civile totale e si può essere puniti con una multa o con la reclusione. Recuperare un po’ di coraggio per scelte radicali può fare la differenza per la vita dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze: senz’altro questa era la lezione che abbiamo appreso da don Lorenzo Milani. 1 L. Milani, L’obbedienza non è più una virtù, Chiarelettere, Milano 2023, p. 37. Michele Lucivero
May 6, 2026
Pressenza