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“Io obietto la guerra.”, l’appello di Emergency contro riarmo e leva militare
L’annuncio di un possibile aumento degli effettivi dell’esercito e il ritorno della leva militare ha acceso il confronto pubblico, suscitando preoccupazioni e reazioni in diverse realtà della società civile. Quando si prepara la guerra, alla fine la si fa. Lo abbiamo visto accadere troppe volte in passato e oggi lo stiamo vedendo di nuovo, anche nel nostro Paese. In un contesto internazionale sempre più segnato da conflitti e tensioni, cresce anche in Italia il dibattito sul ruolo delle forze armate e sulle politiche di difesa. L’Italia, invece di adoperarsi per promuovere la risoluzione non armata dei conflitti come vuole l’articolo 11 della Costituzione, si riarma come mai nella storia Repubblicana: più di 30 miliardi di spese militari solo quest’anno. E annuncia il possibile ritorno del servizio militare di leva: è il ritorno della richiesta dello Stato di mettere a disposizione della guerra i propri corpi. Oggi come ieri, il ripristino della leva serve a giustificare il nostro ruolo internazionale come “potenza”. E’ per questo motivo che, contro questa retorica bellicista e guerrafondaia, ho deciso di firmare FERMAMENTE e CONVINTAMENTE l’appello “Io obietto la guerra” di Emergency nell’ambito della campagna R1PUD1A: un appello che invita cittadini e cittadine a prendere posizione contro la guerra, la militarizzazione e ogni ipotesi di ritorno alla leva obbligatoria, oltre che al riarmo. Nel contesto attuale segnato da un’accelerazione senza precedenti degli scenari di guerra e instabilità, Emergency ha lanciato un appello per l’obiezione di coscienza, preventiva e di massa al ripristino del servizio militare per contrastare il possibile ritorno all’intervento militare come strumento della politica. La chiamata dell’Ong fondata da Gino Strada in pochi giorni ha già superato le 70.000 firme. L’azione di EMERGENCY è lanciata nell’ambito della campagna R1PUD1A che ha coinvolto fino ad ora oltre 650 Comuni, 1200 scuole, 300 cinema, teatri, festival nel ribadire il rispetto dell’Articolo 11 della Costituzione italiana, contro la progressiva normalizzazione della guerra nel dibattito pubblico e politico nel nostro Paese. L’iniziativa si fonda su un principio sancito anche dalla Costituzione italiana: il ripudio della guerra come strumento di offesa e risoluzione delle controversie internazionali. Un valore che oggi, secondo i promotori, rischia di essere messo in discussione da scelte politiche orientate al rafforzamento degli apparati militari. Attraverso il sito dedicato (www.ripudia.it), chiunque può aderire all’appello, firmando e contribuendo a diffondere il messaggio. L’obiettivo è costruire una mobilitazione ampia e trasversale, capace di far sentire la voce di chi crede nella pace, nella diplomazia e nella cooperazione internazionale come strumenti alternativi ai conflitti armati. “Più saremo, meno potranno ignorarci”: è questo il cuore della campagna, che punta sulla partecipazione collettiva per incidere nel dibattito pubblico. Non solo una raccolta firme, ma un invito all’impegno civile, alla consapevolezza e alla responsabilità. “Il governo ha rilanciato l’ipotesi del ritorno alla leva militare, presentandola come una necessità. Nel nostro Paese, la leva è stata sospesa dal 2005, ma la legge prevede che possa essere riattivata in caso di guerra o grave crisi. Ripristinare il servizio militare significa confermare una concezione di sicurezza internazionale costruita sulle armi, una visione che si scontra con l’articolo 11 della Costituzione Italiana, che R1PUD1A la guerra come strumento di risoluzione delle controversie. Gino Strada, nostro fondatore, ci ha insegnato che la guerra è innanzitutto una scelta. Una scelta che ha conseguenze atroci soprattutto per i civili, che sono il 90% delle vittime. Abbiamo più di trent’anni di esperienza in Paesi martoriati da conflitti, in questo momento siamo a Gaza, in Ucraina, in Sudan, e la situazione è sempre la stessa. Quello che fino a poco tempo fa ci sarebbe sembrato inaccettabile – un riarmo mai visto prima e il ripristino della leva -, oggi viene normalizzato sotto la pressione di un mondo in conflitto. Questa azione ha l’obiettivo di coinvolgere tutti e tutte, con particolare attenzione ai giovani, nella costruzione di una comunità contro la guerra e la militarizzazione della società. Crediamo sia venuto il momento in cui la popolazione possa esprimersi su questo tema fondamentale e costitutivo della stessa esistenza di una comunità, perché nessuno possa decidere per noi e per i nostri figli e figlie” – dichiara EMERGENCY. Per questo vogliamo dire da subito: “IO OBIETTO LA GUERRA”. Tutti possiamo far sentire la nostra voce, sottoscrivendo la dichiarazione di obiezione di coscienza che afferma: – rifiuto l’uso delle armi – sono contrario/a a qualsiasi ipotesi di ripristino del servizio militare di leva – mi impegno a difendere l’Articolo 11 e tutti i principi costituzionali – mi impegno a costruire una comunità di pace Questo è il contributo di EMERGENCY all’iniziativa delle reti e dei movimenti che, oggi come ieri, si battono contro la militarizzazione e contro la guerra. È una dichiarazione che riguarda tutte e tutti: donne e uomini, giovani e non, che non vogliono essere trascinati in nessuna guerra. La dichiarazione di obiezione proposta da EMERGENCY è un atto pubblico attraverso cui ognuno può rivendicare il diritto a dichiarare la propria indisponibilità alla logica bellica. Attraverso la propria firma, che è possibile apporre digitalmente sul sito www.ripudia.it, si può dichiarare: il rifiuto all’uso delle armi; la propria contrarietà e la propria indisponibilità all’adesione a qualsiasi ipotesi di ripristino del servizio militare; il proprio impegno alla difesa dell’articolo 11 e di tutti i principi costituzionali e alla costruzione di una comunità di pace. Aderire a questa campagna, vuol dire dichiararsi indisponibili alla guerra, perché la pace è una scelta che passa dal corpo, dal tempo e dalla responsabilità personale. Nel 2026 la campagna sta traducendo il ripudio della guerra in pratiche riconoscibili, mettendo a disposizione strumenti operativi e un coordinamento a supporto dei propri gruppi di volontari, delle associazioni e delle singole persone che si vorranno attivare per: * conquistare “Spazi di Pace” nei territori per liberare luoghi fisici dalla logica della guerra e della militarizzazione; * promuovere pratiche di monitoraggio civico, per identificare le infrastrutture materiali e simboliche che promuovono e rendono possibile la guerra (in particolare: nodi logistici e infrastrutturali, industrie belliche e il sistema educativo); * creare la community R1PUD1A, un’infrastruttura online concepita come spazio orientato all’azione per abilitare le iniziative dal basso e trasformare le scelte individuali e l’opposizione diffusa in azioni collettive coordinate capaci di incidere nel dibattito pubblico. A differenza di quanto sostenuto da falsi intellettualoidi del calibro di Ernesto Galli della Loggia – che dal Corriere della Sera il 4 maggio 2026 ha attaccato il pacifismo italiano come causa della «sindrome dell’inerme» che vigerebbe in Italia, definendo la guerra come un «cimento supremo» – il pacifismo è ora più che mai necessario anche per combattere le vergognose retoriche belliciste sulla “difesa della Patria” per difendere la nostra Costituzione. In un tempo in cui la guerra sembra tornare al centro dello scenario globale, iniziative come quelle di Emergency rappresentano un tentativo di rimettere al centro il valore della pace, ricordando che ogni scelta politica ha conseguenze dirette sulla vita delle persone. L’appello è lanciato: firmare, condividere, partecipare. Perché, come sottolinea EMERGENCY, la pace è una responsabilità di tutti. La campagna è aperta a tutti i soggetti della società civile, uomini e donne a partire dai 14 anni, che vogliano attivarsi.   FIRMA E DIFFONDI “IO OBIETTO LA GUERRA” https://ripudia.it/ https://www.emergency.it/direfareripudiare/   Ulteriori informazioni: > In caso di guerra: L’azione delle studentesse IED per EMERGENCY https://www.cronacacomune.it/media/uploads/allegati/44/emergency_seminario_ferrara_28mar2026.pdf > L’imperativo morale dei generali europei | QB Quotidiano Bellico del 18 > febbraio 2026 https://ilmanifesto.it/lettere/io-obietto-la-guerra https://stream24.ilsole24ore.com/video/italia/-io-obietto-guerra-striscione-emergency-manifestazione-25-aprile-roma/AIO1PHiC   Lorenzo Poli
May 25, 2026
Pressenza
“Ninna nanna della guerra”: NO alla cultura della difesa, NO alla LEVA, NO all’idiozia della guerra
PUBBLICHIAMO IL VIDEO PRODOTTO DAL “GRUPPO GENITORI” DELL’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ PER DENUNCIARE LA PROPAGANDA MILITARISTA RIVOLTA ALL’INFANZIA E ALL’ADOLESCENZA. LA LORO CONTRARIETÀ È ESPRESSA TRAMITE LA VOCE DI UNA MAMMA CHE RECITA LA “NINNA NANNA DELLA GUERRA” DEL POETA ROMANESCO TRILUSSA. SCORRONO IMMAGINI TRATTE DAL SITO DELL’OSSERVATORIO E UN VIDEO DELLA DIFESA CHE TENTA DI SOVRASTARE LA VOCE DELLA MAMMA CHE CONTINUA, SENZA LASCIARSI SOPRAFFARE, LA SUA NINNA NANNA. UNA INIZIATIVA PER DIRE NO ALLA CULTURA DELLA DIFESA, NO ALLA LEVA, NO ALLA IDIOZIA DELLA GUERRA. RICORDIAMO CHE L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ HA PRODOTTO UN MANIFESTO DI RESISTENZA ALLA MILITARIZZAZIONE DELLA SOCIETÀ, ALLA REINTRODUZIONE DELLA LEVA E PER IL RIPUDIO INCONDIZIONATO DELLA GUERRA, UN TESTO CHE SI PUÒ STAMPARE E DIFFONDERE PER L’OBIEZIONE DI COSCIENZA TOTALE ALLA GUERRA (CLICCA QUI). -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
E se la difesa della mia Patria diventasse offesa alla Patria altrui? A proposito del ritorno della leva obbligatoria
Per chi non lo sapesse, ad esempio per i più giovani, il titolo di questo articolo riprende un celebre passo provocatorio di don Lorenzo Milani, il quale il 23 febbraio 1965 tuonava contro i cappellani militari intruppati. Don Milani con il suo motto “L’obbedienza non è più una virtù” invitava ad una radicalità epocale per quel periodo e spingeva i giovani ad opporsi al servizio militare obbligatorio, che costringeva anche i suoi studenti a imbracciare le armi per difendere la Patria, così come previsto dall’articolo 52 della nostra Costituzione. In particolare, don Milani scriveva: «Se vedremo che la storia del nostro esercito è tutta intessuta di offese alle Patrie degli altri dovrete chiarirci se in quei casi i soldati dovevano obbedire o obiettare quel che dettava la loro coscienza. E poi dovrete spiegarci chi difese più la Patria e l’onore della Patria: quelli che obiettarono o quelli che obbedendo resero odiosa la nostra Patria a tutto il mondo civile?»1 Anche grazie all’impegno di don Milani, il quale aveva aperto la strada all’obiezione di coscienza, quando un tempo tale scelta comportava un rischio penale e costringeva al processo e al carcere, come accadde al primo obiettore della storia italiana Pietro Pinna, con la Legge 772/1972 si avviò l’iter che condusse positivamente verso l’alternativa del servizio civile, poi perfezionato con la Legge 230/1998, che sancì il pieno riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza quale diritto del cittadino. Fu così che dal 1972 fino al 2005, molti uomini sottoposti all’obbligo della leva ebbero l’opportunità di svolgere in sostituzione il servizio civile presso enti religiosi, sindacati, in tutta una galassia di attività legate all’associazionismo, opzione percorsa in maniera sistematica, ad esempio, dai Testimoni di Geova con l’accortezza di rispettare in maniera molto puntuale il principio della neutralità politico-militare, cioè di evitare qualsiasi forma di servizio civile militarizzato perché in contrasto con il principio religioso della fratellanza universale. Ora, con i venti di guerra sempre più forti all’orizzonte, negli ultimi mesi stiamo assistendo al ritorno della leva obbligatoria in tutta Europa e questo apre un nuovo e inedito scenario. Infatti, il panorama che abbiamo di fronte, in quasi tutti i Paesi europei, è quello di una leva che prevede l’obbligo del servizio militare e, in sostituzione, di un servizio civile disarmato, ma complementare, cioè sempre legato alla difesa della Patria in caso di guerra. Insomma, se un Paese europeo dovesse essere coinvolto in una guerra, ad esempio nel momento in cui dovesse scattare l’art. 5 del Trattato Nord Atlantico (NATO), che stabilisce il principio di difesa collettiva (un attacco armato contro uno o più membri in Europa o America del Nord è considerato un attacco contro tutti) ci sarebbero i ragazzi e le ragazze coinvolte pienamente con il conflitto armato al fronte, mentre gli obiettori, sempre al servizio della Patria, sarebbero impegnati in attività di emergenza sanitaria, energetica, informatica. E, tuttavia, il dubbio che resta è proprio oggi come ieri, mutatis mutandis, quello di don Milani, vale a dire: se c’è un Paese della NATO che agisce come oppressore e attacca un altro Stato in violazione del diritto umanitario internazionale, uccidendo ad esempio bambine e bambini (come in Iran ad esempio?), e poi dovesse esserci una ripercussione dello Stato aggredito contro un membro NATO in modo da far scattare l’art. 5 del Trattato, qual è la Patria che sarei chiamato a difendere anche con il servizio civile disarmato ma militarizzato? Nel dubbio, non essendoci ancora una legge per la leva obbligatoria in Italia (la storica e proverbiale lentezza italiana potrebbe anche sortire effetti positivi, se si alimenta la mobilitazione popolare!) e nelle more dell’organizzazione di un dibattito franco per un rifiuto totale della militarizzazione e per una obiezione di coscienza totale alla leva, abbiamo chiesto a Rebecka Lindholm Schulz, referente della Società Svedese per la Pace e l’Arbitrato, come vedono, dal loro punto di vista, il sistema che combina servizio militare e servizio civile militarizzato in Svezia, considerato che proprio il modello svedese viene visto come virtuoso da alcune componenti della galassia pacifista e nonviolenta italiana. Alla domanda su come è organizzato il servizio civile in Svezia Rebecka risponde: «In Svezia, la coscrizione è stata attivata il 21 dicembre 2023, dopo essere stata disattivata dal 2010. Nel 2024 e 2025 la coscrizione civile è stata limitata a un numero minore di persone all’interno dei servizi di emergenza municipali e al settore dell’approvvigionamento elettrico. Nel novembre 2025 è stato riportato che il Governo stava lavorando per attivare il servizio civile in termini generali e che il servizio senza armi potesse diventare una realtà nel 2027, ma poi nel dicembre 2025 il Governo svedese ha annunciato che il servizio civile avrebbe incluso i servizi di sorveglianza, le comunicazioni elettroniche, i sistemi di rete e quelli della comunicazione, nonché la sicurezza informatica. Ciò implica che dal 2026 in poi, i cittadini svedesi sono stati obbligati a svolgere e completare un periodo di formazione di base, similmente al servizio militare, anche all’interno della difesa civile. Fare il servizio civile non significa necessariamente essere liberi dal maneggiare armi e non significa necessariamente svolgere un servizio civile privo di legame con la difesa militare. La Società Svedese per la Pace e l’Arbitrato è contraria alla coscrizione, alla circostanza che vede i cittadini essere costretti a portare e usare armi, al fatto che i cittadini possono essere costretti a partecipare ai preparativi per la guerra. C’è una differenza sostanziale tra un servizio civile, ancora progettato e inquadrato in modo tale da essere chiaramente collegato alla difesa militare, e un servizio non militarizzato e progettato per contribuire a rafforzare la società per affrontare ogni tipo di crisi, ad esempio questioni sanitarie e crisi climatiche. Il punto è che il servizio civile-militare sotto la NATO (la Svezia è diventata ufficialmente il 32° membro della NATO il 7 marzo 2024, n.d.r.), probabilmente sarebbe comunque collegato alla difesa militare e alla militarizzazione». Insomma, sussiste di fatto, anche in Svezia da parte della più accreditata associazione pacifista, il sospetto che le guerre spinte innanzi dagli interessi economici dei Paesi legati alla NATO non siano propriamente delle azioni difensive, per cui anche l’articolo 52 della nostra Costituzione avrebbe senso, ma siano mascheramenti di azioni offensive, macchinazioni economiche neoliberiste su cui la coscienza umana dovrebbe costantemente interrogarsi. Dovremmo, ad esempio, chiederci: cosa è diventata la Patria che oggi siamo chiamati a difendere? Gli interessi di chi persegue la Patria che mi appresto a servire anche con il servizio civile militarizzato? Se la mia Patria, o gli alleati della mia Patria, dovesse offendere le Patrie degli altri, come accade da qualche anno, sussisterebbe ancora nella mia coscienza quell’obbligo di difesa? Chiaramente i dubbi sono tutti legittimi, ma le azioni da intraprendere, almeno in Italia, devono essere repentine, considerando che una legge sul ritorno della leva obbligatoria non c’è ancora. Non da ultimo, vorremmo suggerire che, come ci ricorda Rebecka per la Svezia in relazione al Kampfonden, si potrebbe anche in Italia attivare un Fondo economico che sostiene i disobbedienti civili e coloro che rifiutano le armi; infatti, se ci si oppone completamente al servizio militare, si parla di disobbedienza civile totale e si può essere puniti con una multa o con la reclusione. Recuperare un po’ di coraggio per scelte radicali può fare la differenza per la vita dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze: senz’altro questa era la lezione che abbiamo appreso da don Lorenzo Milani. 1 L. Milani, L’obbedienza non è più una virtù, Chiarelettere, Milano 2023, p. 37. Michele Lucivero
May 6, 2026
Pressenza
Kassel (Germania), l’Osservatorio e la refusenik Ayana Gerstmann al secondo congresso nazionale contro il ritorno della leva
L’11 e il 12 aprile si è tenuto a Kassel (Germania), il secondo congresso nazionale contro il ritorno della leva e la militarizzazione della società tedesca. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e Ayana Gerstmann, refusenik israeliana, hanno contribuito intervenendo alla sessione dedicata alla prospettiva internazionale. Mentre la Germania ha approvato la nuova legge sulla leva a dicembre 2025, Crosetto aveva promesso per marzo 2026 una proposta di legge per la sua reintroduzione in Italia. La fase critica sviluppatasi però con l’attacco all’Iran a livello internazionale e con la vittoria del NO al referendum ha rallentato i piani. Risulta così che la Germania si trovi in un certo senso in una situazione che anticipa quella italiana. La nuova legge tedesca è in linea con il cosiddetto “modello scandinavo” di reclutamento, con quanto fatto da parte di altri stati europei negli ultimi anni e con la dottrina militare della Difesa Totale: l’obiezione di coscienza in senso classico, come rifiuto al servizio militare, è prevista e parte integrante del sistema bellico. Il servizio civile infatti a cui si aderisce “rifiutando” la leva è fatto in modo tale da preparare anche la società civile a sostenere i conflitti, sia attraverso le loro competenze civili (senza mai né imbracciare né vedere armi!) sia attraverso un lavorio ideologico che porta alla creazione del Nemico e alla naturalizzazione della guerra. Un tale servizio civile fa il paio con la militarizzazione delle scuole, che in Germania come in Italia cerca di agire attraverso interventi di forze armate e dell’ordine nelle aule e addirittura attraverso l’introduzione di materie scolastiche come la “difesa nazionale” in Lituania, ore settimanali al pari di letteratura o geografia in cui però si “gioca” a fare orientamento o si impara la storia (e l’eroismo) delle forze armate. Forse è per questo che in Germania come in Svezia hanno il concetto di obiezione di coscienza totale, che prevede non solo il rifiuto del servizio militare (obiezione di coscienza classica) ma anche il rifiuto di ogni forma di partecipazione allo sforzo bellico del proprio paese. In particolare, per esempio, il rifiuto della schedatura della popolazione in età da leva tramite questionari o visite mediche e il rifiuto dei lavoratori di contribuire alla guerra, che sia trasportando armi nel caso delle e dei portuali, producendo il sapere funzionale a produrle nel caso di ricercatori e ricercatrici universitari, o permettendo alle forze armate di entrare nelle scuole nel caso di docenti. Il congresso di Kassel è stato organizzato da cinque realtà antimilitariste tedesche, fra cui Società Tedesca per la Pace – Resistenti di Guerra Uniti (DFG-VK) e Disarmare Rheinmetall (Rheinmetall Entwaffnen). DFG-VK è un’organizzazione storica tedesca (fondata nel 1892) per l’obiezione di coscienza. Rheinmetall Entwaffnen è un’organizzazione del 2018 che in un certo senso trova corrispondenza nei nostri portuali. Fanno azioni di boicottaggio alla produzione e al trasporto di armi. Organizzano anche un campo estivo all’anno che vede migliaia di partecipanti e che è stato recentemente oggetto di forte repressione da parte dello stato tedesco. L’obiettivo con cui è stato lanciato il congresso era quello di costituire una rete di solidarietà al movimento giovanile tedesco di rifiuto della leva. L’idea è: “Come adulti, è nostra responsabilità mettere a disposizione ai giovani tutte le risorse di cui potrebbero necessitare e a cui abbiamo più facile accesso in quanto adulti”. Nella pratica questo significa, come si legge anche dalla dichiarazione finale del congresso: supporto economico (per esempio per il pagamento anche delle sanzioni comminate a chi rifiuta di compilare il questionario), supporto legale e supporto informativo (dal “Che faccio quando mi arriva la lettera per andare a compilare il questionario?” al “Cos’è la cognitive warfare?”). Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, siamo stati invitate a condividere il lavoro di ricerca di Serena Tusini sul ritorno della leva in Europa (presentato durante il Convegno Nazionale dell’Osservatorio dell’anno scorso e da marzo disponibile anche online) e la situazione italiana per quanto riguarda ritorno della leva e militarizzazione della società. Il nostro intervento si è inserito senza soluzione di continuità dopo quello di Ayana Gerstmann, una ragazza refusenik israeliana. Con il supporto legale, mediatico e non solo dell’organizzazione israeliana Disertori (Mesarvot), Ayana ha attraversato due mesi di carcere per poi esser giudicata incapace di intendere e rilasciata. Riportiamo alcune cose che abbiamo trascritto mentre parlava, per noi notevoli se viste alla luce della Difesa Totale.  > « Il fondamento della società israeliana è l’esercito: lo considerano la cosa > più importante della società. Si ritiene che la cosa più importante sia > l’eroica lotta dei soldati nell’esercito. Sono quasi considerati sacri, > specialmente coloro che sono morti per difendere il Paese.» > > « Si può essere cittadini a pieno titolo solo se si è stati soldati per alcuni > anni. Altrimenti, non si è degni di far parte di questa “insiemezza”.» > > « È molto difficile opporsi a questo. Ci sono conseguenze sociali. Non ti > trattano bene. Anche le persone che hanno problemi di salute e che l’esercito > non ha voluto, anche quelle persone vengono guardate con sospetto.» > > « L’ingiustizia, ciò che sta accadendo in Cisgiordania, non è nota. Molte > persone non lo sanno. Pensano che sia un’altra bugia dei progressisti che > vogliono solo diffondere menzogne sull’IDF. Molte persone non sanno cosa sta > succedendo qui. I media in Israele quasi non ne parlano.» > > « È molto difficile prendere una decisione indipendente sul fatto di entrare o > meno nell’esercito. È così chiaro che fa parte della vita di ogni persona, è > il percorso normale: scuola, esercito, università. La gente non pensa che ci > sia un’altra opzione.» E invece, grazie ad un’obiezione di coscienza totale e collettiva, un’altra opzione c’è. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Leva militare in Germania: una strategia comunicativa ridicola e offensiva
L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ IN MERITO AGLI SPOT TEDESCHI A FAVORE DELLA LEVA Sta facendo discutere uno spot con cui l’esercito tedesco invita le giovani donne ad entrare nell’esercito. Non si tratta di una novità e nemmeno di un’iniziativa legata solamente al mondo militare: da anni esiste la “Giornata delle ragazze”, una data in cui si cerca di incoraggiare le giovani donne ad intraprendere percorsi considerati generalmente maschili come quelli legate all’ambito delle tecnologie oppure a quello della difesa e della sicurezza. Niente di nuovo, dunque: le forze armate da anni producono questi messaggi propagandistici rivolti alle ragazze per convincerle ad abbracciare le professioni militari. Quello che invece risulta in discontinuità con il passato è la forma con cui questo spot è stato confezionato: negli scorsi anni infatti il messaggio veniva veicolato attraverso un linguaggio prima più istituzionale, volto a veicolare un’immagine di donne che si assumono responsabilità e poi più familiare, quasi intimo, mostrando giovani ragazze che per la prima volta indossano emozionate la loro divisa. Spot come quello che stiamo analizzando compiono invece un salto di qualità: il linguaggio che utilizzano è infatti completamente dentro la forma social, inseguendo il ritmo, la velocità e la musica tipici di TikTok e dunque pienamente all’interno del linguaggio che anche le giovanissime tedesche attraversano nella loro quotidiana frequentazione dei social. Anche l’apertura del messaggio propagandistico utilizza un acronimo tipicamente legato ai social e al mondo degli adolescenti, quel POV (Point Of View) usato in tutto il mondo a significare la piena assunzione del punto di vista all’interno del video, come se il destinatario fosse dentro al video stesso. Ma ciò che lascia veramente allibiti è il suo contenuto: si mostra una giovane soldatessa di colore che al ritmo di una musica molto ballabile prima accenna a qualche movimento a metà strada tra ginnastica militare e ballo per poi passare spigliata ad esibirsi in un balletto su un mezzo militare. Il messaggio è dunque non di tipo informativo, ma pubblicitario-propagandistico e come tutte le pubblicità ha aspetti ingannevoli, nel senso che avvicina il “prodotto” che si vuole vendere a sensazioni, immaginari, contesti anche molto lontani dalla sfera del prodotto stesso. E così in questo messaggio non solo la guerra sparisce completamente, ma addirittura si prova a veicolare un messaggio di leggerezza e di divertimento, una guerra tutta da ballare con il sorriso sulle labbra, un mondo in perfetta continuità con la spensieratezza giovanile. La Germania, al pari di tutti gli altri paesi europei che hanno reintrodotto o stanno per reintrodurre forme di leva obbligatoria, ha come primo obiettivo quello di aumentare il numero dei volontari; il ministro Pistorius ha dichiarato negli scorsi giorni che i volontari sono aumentati meno del previsto (solo del 10%) ed ha aggiunto: «Se i numeri non bastassero, valuteremo una leva obbligatoria su base necessaria». Il dispositivo, con il meccanismo della lotteria per sorteggiare i ragazzi valutati abili in base a un questionario e ad una visita medica, è già pronto ed approvato dal Parlamento tedesco, nonostante anche in Germania continuino le mobilitazioni degli studenti che il 7 maggio saranno impegnati in uno sciopero internazionale contro il ritorno della leva. Spot come quello elaborato dall’esercito tedesco puntano ad aumentare ulteriormente il numero dei volontari, perché per qualunque governo sarebbe fortemente impopolare introdurre reali meccanismi di obbligo; e non è un caso che la protagonista del video sia una giovane donna di colore, perché la Germania ha puntato anche sull’aumento degli stipendi (dai 2.200 ai 2.400 euro) e l’incentivo avrà maggior presa sugli strati sociali che hanno maggiore difficoltà ad accedere al mondo del lavoro, un lavoro giovanile che fuori dall’esercito è sempre più precario e più povero. Che poi si cerchi di veicolare l’immagine di un esercito a “misura di donna” è davvero grottesco, visto che il mondo militare, nonostante gli sforzi di ripulitura della propria immagine come mondo inclusivo e aperto all’universo femminile, resta impregnato, di necessità, di machismo, violenza e valori tipicamente maschili nonché patriarcali. Crediamo che spot del genere non riusciranno a modificare sostanzialmente il rifiuto della guerra e del servizio militare da parte delle giovani generazioni; assistiamo in Italia e in tutta Europa a un rinnovato protagonismo politico dei ragazzi e delle ragazze che, attraversando gli imponenti movimenti contro il genocidio a Gaza, hanno dato un segnale fortissimo della loro volontà di riprendersi in mano il loro futuro. E in questo percorso un ruolo decisivo avrà la lotta contro il ritorno della leva, perché oggi i decrepiti governanti europei hanno bisogno dei loro giovani corpi e delle loro giovani vite, ma i nostri giovani sembrano aver capito benissimo che gli interessi dei guerrafondai sono sideralmente distanti dai loro bisogni materiali e dal loro desiderio di costruire un futuro nettamente diverso da questo presente. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Manifesto di Resistenza alla militarizzazione della società, alla reintroduzione della leva e per il ripudio incondizionato della guerra
PREMESSA L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ritiene che non sia più il momento di limitare l’obiezione di coscienza a un mero diritto individuale, da esercitarsi come eccezione entro i confini del servizio militare. In un momento storico in cui la guerra viene normalizzata e i nostri luoghi del sapere vengono trasformati in avamposti ideologici e tecnologici per il conflitto, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università vuole segnalare i rischi che il servizio civile oggi può rappresentare. Infatti, nell’attuale contesto di guerra permanente esso diventa uno strumento utile ai guerrafondai come cavallo di Troia per riportare nei Paesi europei la leva militare: l’obiezione di coscienza in questa fase deve essere totale e farsi scelta collettiva e politica. 1. IL RIPUDIO DELLA GUERRA COME VALORE ASSOLUTO Richiamiamo con forza l’Articolo 11 della Costituzione Italiana: l’Italia ripudia la guerra non solo come strumento di offesa, ma come logica di risoluzione dei conflitti. Questo ripudio non può essere sospeso né subordinato ad alleanze internazionali o logiche di riarmo. Rifiutiamo a priori ogni politica, ogni investimento e ogni decisione che spinga l’umanità verso l’autodistruzione. 2. SCUOLA E UNIVERSITÀ: LUOGHI DI PACE, NON DI GUERRA Denunciamo la penetrazione dei valori bellicisti nei luoghi della formazione. La scuola e l’università devono essere spazi di pensiero critico e di cooperazione. NO alla ricerca scientifica asservita all’industria bellica. NO ai protocolli tra istituzioni scolastiche e forze armate. NO alla militarizzazione e al nazionalismo dei programmi educativi. NO ad ogni forma di schedatura di massa finalizzata alla leva. La conoscenza deve servire alla vita e al progresso della società, non al perfezionamento di strumenti di distruzione e morte. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università considera rilevante l’impatto dell’obiezione non solo nell’ambito di scuole e università, ma anche nel resto della società per le implicazioni che ha sulle comunità e nei luoghi di lavoro. 3. OBIEZIONE DI COSCIENZA TOTALE E COLLETTIVA Rivendichiamo il diritto all’Obiezione di Coscienza Totale e Collettiva e in tutti gli ambiti della società civile: – Nel mondo del lavoro, per il diritto di rifiutare la produzione e il trasporto di armamenti. – Nella ricerca, per il diritto di sottrarsi a progetti “dual-use” o a scopi bellici. – In tutta la società, come barriera civile contro un sistema che prepara il Paese allo stato di guerra. 4. CONTRO LA COMPLICITÀ E IL GENOCIDIO La nostra obiezione è un atto di solidarietà internazionale. Dire NO alla guerra oggi significa: – Dire NO al genocidio del popolo palestinese e ad altri genocidi in atto. – Dire NO al sionismo e al fascismo, basati sulla sopraffazione e sull’esclusione. – Dire NO alle politiche coloniali e alla complicità dell’Occidente nei massacri in corso. – Dire NO alla corsa al RIARMO. 5. CONTRO LA REPRESSIONE DEL DISSENSO Rifiutiamo la narrazione unica. La criminalizzazione di chi manifesta per la pace, il clima di minacce e ritorsioni contro la libertà d’insegnamento, la censura nelle scuole e nelle università e la repressione nelle piazze sono i sintomi di un sistema globale di guerra. Non esiste pace né democrazia senza libertà di dissenso. L’obiezione collettiva è la nostra risposta alla paura. L’Obiezione di Coscienza Totale è oggi un atto di realismo possibile contro la folle corsa verso la guerra. Non basta limitarsi a esercitare questo diritto individualmente solo in funzione del servizio di leva o di un’eventuale chiamata per entrare nell’esercito in caso di guerra, occorre rifiutare di essere ingranaggi del meccanismo bellico anche da un posizionamento civile. Riteniamo che oggi il servizio civile non si configuri più come scelta alternativa al militare: in tutta Europa è lo strumento che i guerrafondai utilizzano per militarizzare tutta la società, applicando la dottrina militare della “difesa totale” per la quale ogni cittadino e ogni cittadina sono considerati “soldati” a partire dai propri posti di lavoro o di studio o di cooperazione sociale. L’Obiezione di Coscienza Totale è la forza collettiva per salvare l’intero Paese dalla guerra in tutti gli ambiti della società nei quali si esercitano i diritti di cittadinanza. Non chiediamo il permesso di restare umani: NOI ESERCITIAMO IL DIRITTO DI RESTARE UMANI. LA NOSTRA PROPOSTA * Invitiamo a mettere in atto azioni di disobbedienza civile contro tutte le misure adottate dal Governo del nostro Paese e dalle altre istituzioni nazionali ed europee per militarizzare la società, incluso il ritorno della leva obbligatoria in qualsiasi forma (mini-leve, giornate sulle forze armate, questionari, visite mediche, settimane di esercitazioni, servizio civile finalizzato allo sforzo bellico etc.) e diciamo no alla schedatura di massa dei ragazzi e delle ragazze. * Vogliamo difendere le giovani ed i giovani e non lasciarli soli davanti ad un destino di guerra contro chi vuole trasformarli in carne da cannone, proponendo una Obiezione di Coscienza Totale e Collettiva. * Con questo manifesto invitiamo a respingere con determinazione i provvedimenti di chi vuole la guerra, facendo valere la superiorità dei principi della Costituzione della Repubblica alla prospettiva di scivolare in una guerra che distruggerà il nostro Paese. È così che vogliamo difenderlo, seguendo quel Ripudio della guerra espresso nell’art. 11 della nostra Costituzione. Ed è proprio nel solco del ripudio totale della guerra che si colloca il nostro rifiuto nei confronti di qualsiasi ipotesi di difesa militare e civile funzionale o complementare alla logica bellica. Se saremo in tante e in tanti, i progetti di guerra non avranno la meglio e riusciremo a difendere i valori fondanti della nostra Repubblica e i diritti di tutti i popoli. IN GUERRA SI COMBATTE PER LA PATRIA, MA QUANDO SI RIFIUTA LA GUERRA SI COMBATTE PER L’UMANITÀ. Scarica qui il PDF del Manifesto di Resistenza alla militarizzazione della società, alla reintroduzione della leva e per il ripudio incondizionato della guerra e stampalo per diffonderlo. Manifesto obiezione totale2Download Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Criminalizzazione delle nuove generazioni e leva militare volontaria
Assistiamo con sospetto e preoccupazione al processo in corso di criminalizzazione delle giovani e dei giovani. Parallelamente alla svolta repressiva rappresentata dai decreti sicurezza che hanno aumentato “i crimini” (blocco stradale, occupazioni, manifestazioni sociali, forme di resistenza passiva) la repressione entra nelle scuole camuffandosi per prevenzione. Le continue denunce che come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università pubblichiamo, relative all’ingresso delle forze dell’ordine e delle forze armate nelle scuole, mostrano un volto intimidatorio e punitivo che poco ha a che fare con il mondo dell’istruzione e della formazione.  A fine febbraio abbiamo letto dell’inedito procedimento aperto nei confronti di una studentessa del Liceo “Machiavelli-Capponi”, segnalata dalla Questura di Firenze alla Procura dei minori e da questa ai servizi sociali solo perché l’8 novembre 2025 partecipava a un sit-in in Piazza Duomo a Firenze. Lei si chiama Haji ed era nella decina di studenti e studentesse del collettivo scolastico a sostegno dei lavoratori della stireria L’Alba di Montemurlo, in sciopero da settembre. Lo sciopero in forma pacifica si teneva proprio davanti alle porte del negozio di un importante brand italiano di moda per chiedere che partecipasse al tavolo sindacale in quanto committente della stireria e quindi, per legge, responsabile delle condizioni dei lavoratori. Haji è italiana e i suoi genitori immigrati dal Marocco hanno ottenuto anch’essi la cittadinanza italiana. Questa segnalazione ai servizi sociali sembra essere, appunto, un atto intimidatorio e repressivo. Infatti durante l’incontro tra lei, i suoi genitori e gli assistenti sociali le è stato intimato di non partecipare ad altre manifestazioni perché comporterebbe gravi conseguenze.  Possiamo ritenere che Haji si stia formando alla politica dal basso, partecipando con i collettivi studenteschi agli scioperi e alle proteste delle operaie e degli operai del distretto industriale pratese. Per questo consideriamo la reazione delle autorità preposte un’azione intimidatoria, denigrante e criminalizzante verso la coscienza politica della diciassettenne e le seconde generazioni in generale. All’esatto opposto ci troviamo noi dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università che consideriamo la partecipazione politica attiva un diritto fondamentale e un merito, tutt’altro che un tratto deviante!  Non siamo in linea con la tendenza comune a parlare dei/delle giovani in termini negativi, e poi se leggiamo le evidenze dell’ultimo report dell’associazione Antigone (a p. 10) troviamo che: «I minori stranieri complessivamente in carico al servizio sociale della giustizia, di cui una gran parte per violazioni di ben ridotta gravità, costituiscono lo 0,52% del totale dei minori stranieri residenti in Italia» e (a p. 2) «I dati sono sempre di difficile lettura e non vogliamo piegarci a semplificazioni. Tuttavia, sembrerebbe plasticamente evidente come l’esplosione dei numeri nelle carceri minorili, e non solo, sia dovuta all’esplosione della reazione penale introdotta con le nuove norme e non come si dice troppo frettolosamente a un progressivo aumento della criminalità». E ancora (a p. 3) «L’azione legislativa inaugurata con il recente decreto Sicurezza 2026, si pone in perfetta continuità con un programma politico volto a ridefinire i confini del controllo sociale in Italia. Legittimato da una narrazione pubblica che, strumentalizzando isolati fatti di cronaca ed esasperando i minimi disordini a margine di ampie manifestazioni democratiche, ha costruito l’alibi per un nuovo intervento normativo che fomenta quel concetto di sicurezza: non orientato ad una sicurezza sociale e dei diritti ma come mero strumento giustificativo al potere punitivo. Molte delle norme colpiscono i giovani in quanto sono coloro in prima linea nelle proteste». In altre parole, questo governo sta agendo una stretta mortale sul corpo giovane della popolazione, con una mano aumenta le fattispecie di reato e con l’altra rafforza i controlli sul territorio. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara hanno fissato in una direttiva la possibilità, per i dirigenti scolastici in accordo con i prefetti, di richiedere un controllo a sorpresa con i metal detector e con unità cinofile all’ingresso delle scuole. E così sono partiti i controlli in alcuni istituti campani (e non solo): le forze dell’ordine accolgono le studentesse e gli studenti con cani poliziotto e metal detector con plausi dei dirigenti (vd. il caso della scuola Marie Curie e la dirigente scolastica Valeria Pirone). Interessante come il Corriere della Sera nell’articolo Napoli metal detector a scuola sottolinei che il problema della criminalità sia trasversale a tutte le classi sociali denunciando così un fenomeno generazionale, giovanile appunto. Queste politiche repressive e di controllo degli spazi scolastici e pubblici contribuiscono alla creazione di un clima di crisi, di insicurezza, di emergenza permanente e strutturale, per dirla con le parole del ministro Guido Crosetto, totalmente strumentale alle politiche di propaganda della cultura securitaria e della difesa. In vista della nuova leva militare volontaria, che il ministro della Difesa annuncerà presto per l’Italia, come Osservatorio pensiamo che questa massiccia criminalizzazione mediatica delle fasce giovanili sia funzionale a indirizzare in senso favorevole l’opinione pubblica verso delle soluzioni rigide di rieducazione delle ragazze e dei ragazzi. Con l’obiettivo dichiarato di reintegrarli nel corpo fattivo della nazione, dare loro un futuro e usare al meglio le loro potenzialità verrà proposto un qualche tipo di arruolamento di massa, con dei bonus, vantaggi e benefits, tipo attestati e crediti nel curriculum. Come hanno scritto i Sudd Cobas Prato Firenze «C’è un filo nero che unisce la storia di Haji con la schedatura degli studenti palestinesi o la proposta di Fratelli d’Italia a Bagno a Ripoli di schedare i docenti di sinistra e antifascisti – o il sistema dei controlli fuori dalle scuole, aggiungiamo noi -. Ma c’è anche un filo rosso che tesse trame solidali di un’alternativa, e che unisce già studentesse, docenti di un liceo e operai. Finché continueremo a tesserlo, non passeranno». Roberta Leoni e Maria Pastore, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Milano, 15 aprile: “Noi non ci arruoliamo”, formazione sulle proposte di leva militare
NOI NON CI ARRUOLIAMO! FORMAZIONE SULLE PROPOSTE DI LEVA MILITARE: CONOSCERLE PER COMBATTERLE VERSO LO SCIOPERO DEL MONDO DELLA FORMAZIONE DEL 7 MAGGIO E LA MOBILITAZIONE INTERNAZIONALE CONTRO LA LEVA DELL’8 MAGGIO. MERCOLEDÌ 15 APRILE, ORE 15:00 MILANO, SEDE USB DI VIA PADOVA 234 In tutta Europa e anche in Italia tornano pericolose proposte di reintroduzione della leva militare per preparare le giovani generazioni alla guerra che l’Occidente fomenta nel mondo. Le nuove proposte di leva sono insidiose, vengono infatti presentate come volontarie inizialmente, così da avvicinare i giovani all’idea della militarizzazione della società e preparare le popolazioni alla guerra, iniziando un processo che poi diventerà pervasivo e riguarderà tutti, checché ne dicano Crosetto e compagnia cantante. Da studenti, docenti e lavoratori del mondo della formazione, vediamo che scuole e università restano un terreno privilegiato che il governo Meloni, nel solco di quanto accaduto in altri paesi dell’UE, sta usando per normalizzare la tendenza alla guerra e arruolare ideologicamente e materialmente soprattutto i giovani, nel tentativo di rendere accettabili a fasce sempre più larghe della popolazione proposte guerrafondaie, come è quella sulla leva di Crosetto. PER COMBATTERE QUESTE NUOVE PROPOSTE BISOGNA CONOSCERLE E SMASCHERARLE, CONVOCHIAMO QUINDI UNA FORMAZIONE CON SERENA TUSINI DELL’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ MERCOLEDÌ 15 APRILE NELLA SEDE USB DI VIA PADOVA 234 PER INIZIARE AD ORGANIZZARCI IN VISTA DELLE GIORNATE DI LOTTA DEL 7 E 8 MAGGIO! -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Utilizziamo il nostro potere per combattere la guerra
Due notizie molto preoccupanti: La Germania, dopo aver già approvato il ritorno alla leva semi-obbligatoria, oggi in virtù di quella legge impone ai giovani tedeschi dai 17 ai 45 anni di informare e chiedere l’autorizzazione dell’Esercito per allontanarsi dal Paese per più di tre mesi. Cinque Paesi dell’Europa, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e Finlandia, vogliono togliersi dal trattato internazionale di Ottawa del 1997, che proibisce la produzione, vendita ed utilizzo delle mine antiuomo per tornare ad usarle. Questo anche se è noto che il 90% delle vittime di mine sono civili, fra cui molti bambini, perché lo scopo principale oggi non è uccidere, ma ferire per provocare paura e far crescere i costi sociali ed economici della cura delle persone ferite. Le due notizie si inseriscono in un quadro generale che vede l’Europa impegnata nel Re-Arm Europe da più di 800 miliardi di euro, che per le esigenze di “difesa” spolperà lo stato sociale, l’istruzione, la sanità e la ricerca dei Paesi dell’UE. Inoltre rimane aperta la guerra provocata dall’invasione russa dell’Ucraina, pur essendo passati quattro anni; il genocidio dei palestinesi e la distruzione totale di Gaza che proseguono dall’ottobre 2023, dopo il grave attentato terroristico di Hamas ed infine la recente guerra mossa dagli USA e da Israele contro l’Iran, ma che coinvolge ormai quasi tutto il cosiddetto Medio Oriente. Se si fa lo sforzo di “unire i puntini” delle notizie ci si renderà conto che la prospettiva di una o più guerre si fa sempre più chiara e possibile anche per chi potrebbe pensare di non essere coinvolto. L’altra consapevolezza che deve essere chiara è che le guerre le fanno i RICCHI e chi GOVERNA, ma colpiscono al 95% i POVERI e la classe media e chi è GOVERNATO. Per contrastare questa corsa al riarmo e alla guerra, che vede anche Paesi come la Svezia o il Canada “piegarsi” a queste logiche, ci sono alcune cose che dobbiamo fare: informarci per conoscere ed informare chi non sa o non vuole sapere; mobilitarci (per non essere mobilitati) con la partecipazione attiva nelle realtà, con le associazioni che si oppongono alla guerra (come Stop Re-Arm Europe e Rete Italiana Pace e Disarmo), sostenendo la proposta di legge di iniziativa popolare “Un’altra difesa è possibile” e poi votare politici e partiti che nei fatti e a tutti i livelli si oppongono alla guerra. A chi può obiettare che è impossibile per singoli individui fare qualcosa, rispondo che sicuramente è difficile, ma non impossibile.  L’esempio del Referendum costituzionale di marzo 2026 ce lo insegna: al di là della posizione che ognuno può avere avuto sull’argomento, i fautori del “NO”  partivano grandemente svantaggiati nei pronostici, avendo contro il governo, parte delle opposizioni e molti organi di informazione che remavano in direzione opposta. Eppure, con un lavoro che ha impegnato le persone, che è stato capillare, che ha utilizzato le nuove tecnologie di informazione senza tralasciare i “vecchi” volantinaggi, che soprattutto ha parlato alle persone con dibattiti, incontri, banchetti, ecc. il risultato è stato ribaltato. Ognuno ha un pezzettino di potere, bisogna usarlo, anche perché la guerra o la pace sono temi ancora di più fondamentali e vitali. Raffaele Barbiero, Centro Pace Forlì   Fonti: https://it.euronews.com/2026/04/06/nuova-legge-tedesca-su-leva-militare-cosa-cambia-su-permesso-per-lestero-per-chi-ha-piu-di https://europa.today.it/attualita/germania-permesso-esercito-lasciare-paese.html https://valori.it/mine-antipersona-europa-convenzione-ottawa-ritiro/?mtm_campaign=valori&mtm_kwd=0404&mtm_source=newsletter https://stoprearmitalia.it/ https://retepacedisarmo.org/ https://www.difesacivilenonviolenta.org/   Raffaele Barbiero
April 9, 2026
Pressenza