Ritorno della leva militare in Croazia: dettagli e implicazioni
Continua il ritorno della leva nei vari Paesi europei. Ora è la volta della
Croazia il cui governo ha reintrodotto la leva obbligatoria con una legge
approvata lo scorso novembre 2025 ed entrata in vigore all’inizio del 2026
seguendo un modello in parte diverso rispetto a quello impostato dai paesi
scandinavi e recentemente dalla Germania.
Il primo aspetto che colpisce, e che rappresenta la differenza principale, è che
la Croazia ha optato per un obbligo generalizzato per la popolazione maschile,
senza ricorrere al meccanismo del questionario o della lotteria, come invece sta
avvenendo praticamente in tutti i Paesi europei. Ci interrogheremo alla fine di
questa breve analisi sulle possibili cause di questa scelta, ma prima è
necessario analizzare gli aspetti principali della legge.
Il provvedimento croato introduce l’obbligo generalizzato del servizio militare
o civile per tutta la popolazione maschile (le donne solo su base volontaria) di
18-19 anni, estendibile fino ai 30 anni di età. Si tratta dunque di uno
strumento pervasivo, che bilancia però questo obbligo con la sua durata
limitata: solamente due mesi, facendo della Croazia il Paese in Europa – e forse
nel mondo – con il servizio militare più breve. E necessariamente deve essere
così, perché tutte le classi dirigenti d’Europa hanno da un lato la necessità
strutturale di reintrodurre la leva e dall’altro il problema della resistenza
che potrebbero opporre le opinioni pubbliche; in ogni Paese si adottano dunque
meccanismi “leggeri” e la Croazia, obbligando tutti i propri giovani a servire
la patria per “soli” due mesi, sceglie una via diversa, ma che risponde alle
stesse necessità strutturali.
Inoltre, la scelta di ridurre a due mesi il servizio militare permette al
governo croato di scaglionare l’annata di leva in più periodi in modo da poter
utilizzare le infrastrutture che sarebbero insufficienti per addestrare
contemporaneamente l’intera annata di leva (al momento verranno utilizzate solo
tre caserme). Il ritorno della leva di massa infatti richiede investimenti
ingenti nelle infrastrutture che sono state smantellate un po’ in tutta Europa
al momento del passaggio agli eserciti volontari.
Un elemento comune ai Paesi europei è anche l’incentivo economico: per il
servizio militare si parla di 1.100/1.200 euro al mese, in pratica uno stipendio
medio per quel paese, elemento che ovviamente incentiva i giovani a scegliere
l’addestramento; è d’altra parte questo uno strumento praticato ampiamente:
anche la Germania ha aumentato fortemente (+33%) gli stipendi di chi sceglierà
l’arruolamento e nella stessa direzione è andata la Polonia (+ 20%); la
disoccupazione giovanile, che va di pari passo con la precarietà e il lavoro
povero a cui sembrano condannate le giovani generazioni, è infatti un ulteriore
elemento strutturale su cui puntano i guerrafondai per attirare i ragazzi e le
ragazze nei sistemi di reclutamento.
Un altro aspetto importante (e anzi decisivo), anch’esso in perfetta continuità
con il resto d’Europa, è la possibilità di scegliere il servizio civile, un
diritto previsto anche dalla Costituzione croata. Chi non vorrà svolgere il
servizio militare, ha due possibilità: o un reclutamento di tre mesi nella
protezione civile (gestione emergenze, calamità naturali, ecc.) pagato 340 euro
al mese o quattro mesi presso la pubblica amministrazione (ospedali, enti
locali, ecc.) pagato 170 euro al mese. Dunque il servizio civile è punitivamente
più lungo e meno retribuito di quello militare, un meccanismo non nuovo ed
esistente anche in anni passati. Ma ciò che va assolutamente attenzionato è il
nuovo ruolo che assume il servizio civile: esso viene sì presentato come
un’opzione pienamente perseguibile (e d’altra parte nessun governo potrebbe in
questo momento storico imporre la leva generalizzata), ma esso è parte
integrante del sistema militare: la legge croata parla esplicitamente di
“servizio militare in veste civile” e infatti anche coloro che sceglieranno di
non fare il servizio militare vengono definiti “coscritti”; d’altra parte si fa
riferimento alla Costituzione croata che, analogamente a quella italiana,
definisce un dovere per ogni cittadino la difesa della patria. In linea con la
“israelizzazione” delle società e con il concetto di “difesa totale” per il
quale ogni cittadino deve essere addestrato per poter essere utilizzato in caso
di guerra in base alle proprie competenze e al ruolo che occupa nella società.
Inoltre, hanno fatto discutere le anticipazioni giornalistiche di un decreto
attuativo che, se saranno confermate, prevedono l’istituzione di una commissione
ad hoc che possa rifiutare la domanda di servizio civile se non adeguatamente
motivata con elementi religiosi ed etici; in pratica lo Stato si riserva di
verificare la “sincerità” dei cittadini e in questo modo apre alla possibilità,
se sarà necessario, di aumentare il numero dei soldati.
Siccome si tratta di un obbligo generalizzato, per chi rifiuta sia il servizio
militare che quello civile sono previste multe di entità variabile (da 250 euro
a 5.000) che però, anche se pagate, non esonerano dall’obbligo: lo Stato si
riserva di convocare nuovamente ed applicare ulteriori multe; in ogni caso però
non è al momento previsto il carcere.
L’altro elemento comune alle politiche europee che emerge dalla legge croata è
l’obiettivo di costruire una riserva imponente e diffusa, sempre sul modello
israeliano, così come dichiarato anche dal nostro ministro della difesa Guido
Crosetto. Si tratta appunto di “riserve leggere” per quanto riguarda i tempi, le
modalità di addestramento e di richiamo; ciò permette di abbassare notevolmente
i costi e, nuovamente, di far percepire in meno possibile l’obbligo alle
opinioni pubbliche. In Croazia il richiamo è previsto fino ai 55 anni e così,
anno dopo anno, la riserva andrà a coincidere quasi completamente con l’intera
popolazione. E come ha avuto modo di dichiara il generale Pietro Serino in
un’intervista rilasciata a Difesa online «La sostituzione del personale è
un’esigenza purtroppo in guerra e quindi la formazione di riserve addestrate è
importante […]. Noi abbiamo paura a dire le cose con il loro nome […], chiunque
si trovi ad affrontare queste cose con responsabilità di governo ha difficoltà,
ma le riserve addestrate servono per sostituire gli uomini delle unità di
combattimento, non servono, come leggo sui giornali, per compiti di retrovia».
E parallelamente a quanto accade in altri Paesi, anche chi opta per il servizio
civile entra a far parte di una riserva che potrà essere mobilitata in caso di
necessità. È nuovamente il concetto di “difesa totale” per il quale ogni
cittadino, in qualunque posizione si trovi nella sua vita civile, deve essere
considerato “al fronte” e da lì contribuire allo sforzo bellico.
Avviciniamo ora la discontinuità che la leva croata ha inserito rispetto ai
modelli europei: il governo ha scelto di non fare ricorso a meccanismi quali il
questionario e la lotteria, ma di imporre tout court un obbligo totale o civile
o militare. Come mai il governo croato può “permettersi” con la propria opinione
pubblica una legge di questo tipo? Non è una risposta semplice e probabilmente
concorrono a questa scelta politica una pluralità di fattori. Da un lato,
infatti, occorre porre l’attenzione sul fatto che i Balcani sono l’unico luogo
d’Europa ad avere memoria collettiva e soprattutto recente di una guerra e
dunque questo ha probabilmente reso più semplice il lavoro dei guerrafondai
croati. A dimostrazione della diversa condizione dell’opinione pubblica,
possiamo confrontare alcuni sondaggi svolti a livello europeo sul ritorno della
leva; benché ci siano, come sempre, difficoltà nella comparazione dei dati,
emerge che l’opinione pubblica croata ha una percentuale di favorevoli a forme
di addestramento militare obbligatorio molto più alta rispetto agli altri Paesi
europei (oltre il 75%, in base a un sondaggio effettuato nel 2024 da HRejting e
condotto da Promocija plus).
Il governo croato, dunque, sapeva che non avrebbe incontrato una grande
opposizione nell’opinione pubblica, e ha potuto permettersi di fare un passo
avanti rispetto ad altri governi europei. E che la scommessa sia stata vincente
lo dimostra il tono trionfante del comunicato che il Ministero della Difesa
croato ha diffuso nel corso di una conferenza stampa dello scorso 2 marzo: sugli
800 giovani chiamati per il primo scaglione solo 10 hanno optato per il servizio
civile, mentre la grande maggioranza affronterà i due mesi di addestramento
militare che comporteranno prevedibilmente un aumento netto dei volontari che
decideranno poi di prolungare il servizio (è questo d’altra parte un obiettivo
immediato dei guerrafondai europei vista la “sindrome da caserme vuote” e l’età
avanzata di cui vi vive).
Ciò che sta succedendo in Croazia ci conferma che il ritorno alla leva nei vari
Paesi europei avviene con gradualità e che le classi dirigenti sono da un lato
ben consapevoli di non poter realizzare velocemente il loro vero obiettivo
(tornare alla leva di massa) e dall’altro si spingono fin dove lo permettono le
proprie opinioni pubbliche.
Vedremo in Italia quale sarà la via scelta dal ministro Guido Crosetto che ha
difronte un problema più complesso visto che, a differenza dei governanti della
Croazia, ha l’opinione pubblica più contraria alla leva di tutta Europa.
Serena Tusini, Osservatorio contro la militarizzazione delle Scuole e delle
Università
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