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Israele approva la pena di morte: solo contro i palestinesi
di Mario Sommella (*) Una legge razzista che sancisce il suprematismo sionista e sfida il diritto internazionale. Il voto della vergogna Il 30 marzo 2026 sarà ricordato come il giorno in cui lo Stato di Israele ha legalizzato la pena capitale su base etnica. La Knesset, dopo quasi dodici ore di dibattito, ha approvato con 62 voti favorevoli e 48
Il ricorso alla Corte Suprema israeliana contro la legge sulla pena di morte
Il Comitato pubblico contro la tortura in Israele (PCATI), il Centro HaMoked per la difesa dell’individuo, Medici per i diritti umani in Israele (PHRI) e Gisha insieme ai deputati Aida Touma-Sliman, Ayman Odeh e Ahmed Tibi, con Adalah – Centro legale per i diritti delle minoranze arabe in Israele hanno presentato alla Corte Suprema israeliana la petizione con cui chiedono che la “Legge sulla pena di morte per i terroristi del 2026” venga dichiarata nulla e invalida. Ieri, 30 marzo 2026, con 62 voti a favore e 48 contrari la Knesset Plenum aveva deliberato il provvedimento che sancisce la pena di morte per impiccagione e si applica principalmente ai palestinesi, sia cittadini israeliani che residenti della Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme Est. Oggi, 31 marzo 2026, la Corte Suprema israeliana ha stabilito che entro il 24 maggio 2026 lo Stato deve rispondere alla petizione e alla richiesta di ingiunzione provvisoria. Con il ricorso, redatto e presentato da Suhad Bishara, direttore, e dall’avvocata Muna Haddad, referenti di Adalah, i firmatari sostengono che la legge rappresenti una completa negazione del diritto alla vita e imponga una punizione crudele e disumana. In specifico: * Esecuzione su basi esplicitamente razziste – I ricorrenti sostengono che la legge adotti un approccio simile all’apartheid al diritto fondamentale alla vita. La legge, che prevede la pena di morte per coloro che vengono condannati per “omicidio premeditato” nel contesto del terrorismo, come definito dalla legge israeliana, stabilisce una netta separazione razziale. In Cisgiordania, le modifiche agli ordini militari si applicano esclusivamente alla popolazione palestinese, mentre la modifica al Codice penale israeliano subordina la pena di morte agli atti di omicidio premeditato commessi “con l’intento di negare l’esistenza dello Stato”. Questa formulazione è specificamente concepita per escludere gli autori ebrei israeliani di reati simili e per garantire che la legge venga applicata esclusivamente contro i palestinesi. * Violazione del giusto processo e dell’indipendenza giudiziaria – I ricorrenti sostengono che la legge impone una pena di morte pressoché obbligatoria (salvo rarissime eccezioni) ai residenti palestinesi della Cisgiordania, senza consentire alcuna valutazione significativa delle circostanze del reato o delle condizioni personali dell’imputato. In tal modo, la legge priva i giudici della loro indipendenza e discrezionalità, rendendo la pena intrinsecamente arbitraria. Inoltre, permette che le condanne a morte vengano inflitte a maggioranza semplice nei tribunali militari; consente ai tribunali di imporre la pena di morte anche laddove l’accusa non l’abbia richiesta o non vi abbia acconsentito; abolisce l’autorità del comandante militare di mitigare o commutare le pene ed elimina qualsiasi possibilità concreta di grazia; impone un termine eccezionalmente breve di 90 giorni per l’esecuzione della pena di morte, compromettendo gravemente la possibilità di presentare ricorsi o richiedere un nuovo processo; e impone restrizioni all’accesso alla difesa legale e alle visite dei familiari per i condannati a morte. * Scopo improprio – Secondo i suoi sostenitori, lo scopo della legge è la deterrenza; tuttavia, i ricorrenti sottolineano che non sono stati presentati fatti a sostegno di tale affermazione. Al contrario, la maggior parte dei funzionari della sicurezza israeliani che sono comparsi davanti alla commissione competente della Knesset ha respinto l’asserzione secondo cui la pena di morte avrebbe un effetto deterrente. Inoltre, esperti accademici – la Prof.ssa Carolyn Hoyle (Professoressa di Criminologia e Direttrice dell’Unità di Ricerca sulla Pena di Morte presso il Centro di Criminologia della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Oxford) e il Prof. Ron Dudai (Professore Associato presso il Dipartimento di Sociologia e Antropologia dell’Università Ben-Gurion e Ricercatore Associato presso l’Unità di Ricerca sulla Pena di Morte dell’Università di Oxford) – sottolineano, in un parere di esperti fornito dai ricorrenti, che non vi sono prove empiriche chiare che dimostrino che la pena di morte scoraggi la criminalità; di fatto, il consenso prevalente tra sociologi e giuristi è decisamente contrario a qualsiasi effetto di questo tipo sui tassi di omicidio. I ricorrenti sostengono inoltre che le dichiarazioni rilasciate dai promotori e dai sostenitori della legge durante l’intero iter legislativo rivelano che il suo vero scopo primario è punitivo, ovvero di rappresaglia o vendetta, piuttosto che di legittima deterrenza. * Mancanza di autorità e legislazione di apartheid in Cisgiordania – I ricorrenti sottolineano che la legge non può essere applicata, né direttamente né indirettamente, ai palestinesi residenti in Cisgiordania, in quanto costituiscono una popolazione protetta sotto occupazione. La legge a loro applicabile trae la sua autorità dal Regolamento 43 delle Convenzioni dell’Aia, che funge da norma fondamentale in Cisgiordania in quanto territorio occupato. In base a tale norma, la Knesset non è l’organo legislativo in Cisgiordania e non ha l’autorità di imporre leggi che contrastino con gli interessi della popolazione protetta; in questo ambito, ai palestinesi si applicano il Diritto Internazionale Umanitario e il Diritto Internazionale dei Diritti Umani. Tale argomentazione è rafforzata dal fatto che la legge rientra nella definizione di legislazione razzista di apartheid, vietata dal diritto internazionale consuetudinario, dal Diritto Internazionale Umanitario e dal Diritto Internazionale dei Diritti Umani. Redazione Italia
March 31, 2026
Pressenza
Amnesty International alle autorità israeliane: annullate la nuova legge sulla pena di morte
Amnesty International ha chiesto alle autorità israeliane l’urgente annullamento degli emendamenti, approvati il 30 marzo dalla Knesset con 62 voti a favore, che ampliano l’applicazione della pena di morte. L’alta direttrice delle ricerche e delle campagne di Amnesty International, Erika Guevara-Rosas, ha dichiarato: “Il parlamento israeliano ha approvato la prima di quella che minaccia di essere una serie di norme che faciliteranno l’uso della pena di morte, in una pubblica manifestazione di crudeltà, discriminazione e profondo disprezzo per i diritti umani. L’emendamento alla legge in materia di pena capitale, conosciuto come ‘pena di morte per i terroristi’, amplia e facilita l’applicazione della pena di morte in un periodo nel quale c’è una tendenza mondiale verso la sua abolizione. Inoltre, smantella le garanzie necessarie per prevenire la privazione arbitraria della vita e per proteggere il diritto a un processo equo, rafforzando in questo modo il sistema israeliano di apartheid che è puntellato da decine di leggi discriminatorie contro le persone palestinesi. Il livello raggiunto dalla disumanizzazione delle persone palestinesi è evidente se si considera che questa legge è stata approvata nello stesso mese in cui la procura militare israeliana ha archiviato tutte le accuse contro i soldati israeliani accusati di aver aggredito sessualmente un detenuto palestinese: una decisione celebrata dal primo ministro e da diversi ministri israeliani. Lo stesso primo ministro Netanyahu, ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, è tra coloro che hanno votato a favore della legge. Da anni assistiamo a un ripetersi agghiacciante di esecuzioni extragiudiziali e altre uccisioni illegali di palestinesi, i cui autori godono di un’impunità pressoché totale. La nuova legge, che autorizza le esecuzioni di stato, rappresenta il culmine di tali politiche”. La nuova legge crea esplicitamente due sistemi legali per l’uso della pena di morte nella Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est illegalmente annessa, e per quello in Israele. I tribunali militari nella Cisgiordania occupata saranno autorizzati a imporre la pena di morte nei confronti dei palestinesi condannati per omicidi intenzionali in atti definiti di terrorismo ai sensi delle discriminatorie leggi anti-terrorismo israeliane. Solo in circostanze speciali, non specificate dalle leggi, i tribunali potranno emettere una condanna diversa dalla pena di morte, ma solo all’ergastolo. Il ministro della Difesa sarà autorizzato a stabilire se gli imputati della Cisgiordania dovranno essere processati da tribunali civili o militari. I condannati a morte non potranno chiedere clemenza: in questo senso, la legge israeliana sulla pena di morte è una delle più estreme al mondo. “Autorizzando i tribunali militari, che hanno un tasso di condanne degli imputati palestinesi del 99 per cento e che sono noti per non rispettare la garanzie sui processi equi, a imporre di fatto obbligatoriamente la pena di morte e ordinando che la condanna sia eseguita entro soli 90 giorni dalla decisione finale, Israele si sta dando carta bianca per mettere a morte palestinesi privandoli contemporaneamente delle più elementari garanzie processuali”, sottolinea Guevara-Rosas. Nel secondo sistema legale applicabile in Israele e a Gerusalemme Est illegalmente annessa, la possibilità che i tribunali civili emettano condanne a morte sarà ampliata fino a riguardare qualsiasi persona condannata per omicidio intenzionale “con l’obiettivo di negare l’esistenza dello stato di Israele”. Questo requisito ideologico usato a scopi pratici significa che la legge è stata redatta per essere applicata unicamente contro i palestinesi. “Nonostante qualche emendamento rispetto alle precedenti versioni, ogni condanna a morte imposta attraverso questa legge costituirà una violazione del diritto alla vita e, quando imposta contro le persone palestinesi del Territorio occupato, potrà essere un crimine di guerra – precisa Guevara-Rosas – La comunità internazionale deve esercitare ogni pressione sulle autorità israeliane perché annullino immediatamente questa legge, aboliscano completamente la pena di morte e smantellino tutte le leggi e le prassi che contribuiscono a mantenere in piedi il sistema di apartheid contro le persone palestinesi”. Amnesty International
March 31, 2026
Pressenza
ISRAELE: QUASI 10.000 PRIGIONIERI POLITICI PALESTINESI A RISCHIO IMPICCAGIONE. LA KNESSET APPROVA L’APARTHEID DELLA FORCA.
Il Parlamento israeliano approva definitivamente la legge che introduce la pena di morte per atti di ‘terrorismo’ – cioè…qualsiasi cosa – specificatamente contro i palestinesi. L’impiccagione potrà avvenire senza nessun appello aggiuntivo, davanti agli stessi tribunali israeliani, dove già oggi il tasso di condanne degli imputati palestinesi supera il…99 per cento. Brindano in aula i partiti dei coloni sionisti e fascisti, autori della proposta, votata pure da Netanyahu e passata con 62 sì su 120 deputati in totale. Tra i contrari il deputato comunista israeliano, Ofer Cassif, già ospite di Radio Onda d’Urto, che avverte: “Deve essere chiaro fin da ora: Israele ha promulgato una legge sul genocidio”. Su Radio Onda d’Urto la traduzione in italiano dell’intervento del deputato comunista israeliano, Ofer Cassif. Ascolta o scarica Secondo il testo della Knesset, ora legge, è passibile di condanna a morte ‘chi causa intenzionalmente la morte di una persona nell’ambito di un atto di terrorismo’, ma solo se nello specifico vi sia ‘l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele’; un punto volto esplicitamente a circoscrivere l’accusa solo contro i palestinesi, lasciando invece fuori i coloni sionisti di estrema destra (più volte autori di atti terroristici anche dentro Israele, come nell’omicidio del premier Rabin nel 1995) e certificando lo stato di apartheid che contraddistingue la politica israeliana nei confronti della popolazione nativa, cioè i palestinesi stessi. Su questo, diverse associazioni palestinesi e israeliane annunciano ricorso alla Corte suprema. Commentando la decisione della Knesset, “Red Ribbons” – la campagna internazionale per la liberazione dei quasi 10.000 prigionieri politici palestinesi – denuncia come “la minaccia della pena di morte contro i prigionieri palestinesi non è solo una questione politica, ma una questione di vita o di morte. Dietro ogni prigioniero c’è un essere umano, una famiglia in attesa, una storia che merita di continuare. Approvare leggi che consentono l’esecuzione significa oltrepassare un limite pericoloso, un limite che priva la giustizia della sua essenza stessa e la sostituisce con un danno irreversibile. Nessun sistema dovrebbe avere il potere di togliere una vita ingiustamente. In questo giorno, ci viene ricordato che il silenzio può costare vite umane. Dobbiamo farci sentire, far sentire la nostra voce e dobbiamo chiedere giustizia. Ogni vita conta. Ogni voce conta. Giustizia deve significare protezione, dignità e umanità, non esecuzione”. Secondo Amnesty International, inoltre, la nuova legge crea inoltre esplicitamente due sistemi legali per l’uso della pena di morte nella Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est illegalmente annessa, e per quello in Israele. I tribunali militari nella Cisgiordania occupata saranno autorizzati a imporre la pena di morte nei confronti dei palestinesi condannati per omicidi intenzionali in atti definiti di terrorismo ai sensi delle discriminatorie leggi anti-terrorismo israeliane. Solo in circostanze speciali, non specificate dalle leggi, i tribunali potranno emettere una condanna diversa dalla pena di morte, ma solo all’ergastolo. Il ministro della Difesa sarà autorizzato a stabilire se gli imputati della Cisgiordania dovranno essere processati da tribunali civili o militari. I condannati a morte non potranno chiedere clemenza: in questo senso, la legge israeliana sulla pena di morte è una delle più estreme al mondo. Più nello specifico Erika Guevara-Rosas, alta direttrice delle ricerche e delle campagne di Amnesty International, sottolinea come “autorizzando i tribunali militari, che hanno un tasso di condanne degli imputati palestinesi del 99 per cento e che sono noti per non rispettare la garanzie sui processi equi, a imporre di fatto obbligatoriamente la pena di morte e ordinando che la condanna sia eseguita entro soli 90 giorni dalla decisione finale, Israele si sta dando carta bianca per mettere a morte palestinesi privandoli contemporaneamente delle più elementari garanzie processuali”, ha sottolineato Guevara-Rosas. Nel secondo sistema legale applicabile in Israele e a Gerusalemme Est illegalmente annessa, la possibilità che i tribunali civili emettano condanne a morte sarà ampliata fino a riguardare qualsiasi persona condannata per omicidio intenzionale “con l’obiettivo di negare l’esistenza dello stato di Israele”. Questo requisito ideologico usato a scopi pratici significa che la legge è stata redatta per essere applicata unicamente contro i palestinesi. “Nonostante qualche emendamento rispetto alle precedenti versioni, ogni condanna a morte imposta attraverso questa legge costituirà una violazione del diritto alla vita e, quando imposta contro le persone palestinesi del Territorio occupato, potrà essere un crimine di guerra. La comunità internazionale deve esercitare ogni pressione sulle autorità israeliane perché annullino immediatamente questa legge, aboliscano completamente la pena di morte e smantellino tutte le leggi e le prassi che contribuiscono a mantenere in piedi il sistema di apartheid contro le persone palestinesi”, ha concluso Guevara-Rosas. Su Radio Onda d’Urto l’avvocato e saggista Ugo Giannangeli, da anni impegnato nella solidarietà internazionale con la Palestina. Ascolta o scarica
March 31, 2026
Radio Onda d`Urto
Il piano di Trump non prevede né giustizia né pace
Ho saltato la raccolta delle olive nel mio villaggio vicino a Nablus per ascoltare il tanto atteso discorso di Donald Trump davanti alla Knesset israeliana e il successivo vertice a Sharm el-Sheikh. Avevo sperato, forse ingenuamente, che il presidente degli Stati Uniti, che ora ricopre nuovamente un ruolo centrale nella diplomazia mediorientale, potesse finalmente riconoscere le sofferenze dei palestinesi o offrire una visione autentica per la pace. Invece, ciò che ho sentito mi ha lasciato profondamente deluso, arrabbiato. Trump ha parlato per quasi un’ora, pieno di autocompiacimento ed elogi esagerati per la “resilienza” di Israele dopo il 7 ottobre. Lo ha definito uno dei giorni più bui di Israele, ripetendo storie di dolore, paura ed eroismo israeliani. Ma non ha mai menzionato il genocidio in corso a Gaza: le decine di migliaia di civili palestinesi uccisi, le famiglie sepolte sotto le macerie, i bambini affamati intrappolati in quello che è diventato il più grande cimitero a cielo aperto del mondo. Sembrava orgoglioso, persino vanaglorioso, del suo ruolo nell’armare Israele. Si è vantato di come la sua amministrazione “abbia sostenuto Israele come nessun altro” e ha ricordato al pubblico che è stato lui a trasferire l’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme e a riconoscere come “legittimi” gli insediamenti israeliani illegali. Ha detto tutto questo come se regalare la nostra terra fosse un atto di pace. Come palestinese che vive sotto occupazione, ho sentito che le sue parole non erano solo ignoranti, ma crudeli. Hanno cancellato la nostra umanità. Hanno cancellato 77 anni di sfollamento e oppressione dei palestinesi. Hanno cancellato i posti di blocco che dividono le nostre vite, i muri che soffocano i nostri villaggi e i soldati che umiliano quotidianamente i nostri anziani e i nostri bambini. Mentre Trump parlava a Gerusalemme, il mio caro amico a Gaza era alla ricerca di cibo e riparo per la sua famiglia dopo che la loro casa era stata distrutta dai bombardamenti israeliani. Vive con sua moglie e i suoi figli in una piccola tenda, lontano dal loro quartiere distrutto. In un breve messaggio vocale che mi ha inviato, con il rumore dei droni che ronzavano sopra di lui, mi ha detto che avevano mangiato solo un po’ di cibo in due giorni. Mentre Trump si vantava di “sostenere la difesa di Israele”, il mio amico lottava per difendere la sua famiglia dalla fame, dal freddo e dalla disperazione, non da un esercito, ma da una macchina da guerra che ha ridotto la sua vita in macerie. Il cosiddetto “piano di pace” di Trump, presentato ancora una volta con grande clamore, non offre nulla che assomigli alla pace. Non è nemmeno un piano: è la continuazione della stessa logica coloniale che ha caratterizzato ogni iniziativa americana fallita dal 1948: garantire il dominio di Israele mentre si pacificano i palestinesi fino alla sottomissione. Da quanto abbiamo visto, il “piano” non affronta nemmeno la causa principale del conflitto: l’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Parla vagamente di “opportunità economiche” e “cooperazione regionale”, come se ciò di cui abbiamo bisogno fossero più posti di lavoro invece della libertà. Promette “sicurezza per Israele”, ma nulla riguardo alla sicurezza dei palestinesi che vivono sotto costante assedio militare. Celebra la normalizzazione tra Israele e i regimi arabi, ignorando la normalizzazione dell’apartheid e delle espropriazioni ai danni dei palestinesi. Questa non è pace. È un miraggio politico progettato per guadagnare tempo affinché Israele possa continuare il suo progetto di colonizzazione. Ricordo l’ultima volta che Trump ha presentato un “accordo del secolo”, nel 2020. Anche allora era in piedi accanto ai leader israeliani, escludendo completamente i palestinesi dal processo. Quel piano, come questo, cercava di legalizzare l’illegale: l’annessione degli insediamenti, la negazione dei diritti dei rifugiati e la frammentazione permanente del territorio palestinese. La differenza ora è che la distruzione di Gaza e l’inasprimento del controllo di Israele sulla Cisgiordania hanno reso tali piani ancora più grotteschi. Quando Trump si è presentato davanti alla Knesset e ha descritto Israele come «un faro di democrazia e civiltà», ho pensato agli ulivi sradicati vicino al mio villaggio dai coloni sotto la protezione dell’esercito. Ho pensato alle centinaia di posti di blocco che ci impediscono di raggiungere la nostra terra. Ho pensato ai miei amici a Gaza che non hanno trascorso una sola notte in sicurezza in due anni. È questa la «civiltà» che lui elogiava? Per noi palestinesi, la pace non ha mai significato semplicemente l’assenza di guerra. Pace significa giustizia. Significa responsabilità per i crimini di guerra. Significa il diritto di vivere liberamente sulla nostra terra senza occupazione, senza assedio, senza paura. Al vertice di Sharm el-Sheikh, Trump è stato affiancato dal presidente egiziano Abdel Fattah el-Sisi e da diversi funzionari arabi. Tutti hanno parlato lo stesso linguaggio di “stabilità”, ‘sicurezza’ e “fine del ciclo di violenza”. Ma ciò che non hanno detto è stato ancora più eloquente: nessuno ha chiesto la fine dell’occupazione, nessuno ha chiesto la revoca dell’assedio di Gaza, nessuno ha parlato di giustizia per le vittime palestinesi. Molti regimi arabi sembrano desiderosi di lasciarsi alle spalle la questione palestinese, normalizzare i rapporti con Israele e concentrarsi sui propri interessi. Ma ignorare l’ingiustizia non porterà stabilità nella regione. La lotta dei palestinesi per la libertà non può essere semplicemente cancellata perché scomoda ai governi potenti. L’ingiustizia genera resistenza. E nessun vertice politico o dichiarazione vuota potrà cambiare questo fatto. Il “piano di pace” di Trump non riguarda solo la politica, ma anche il profitto. Egli tratta la diplomazia come un affare commerciale, in cui la giustizia e i diritti umani sono merce di scambio. Il suo approccio è transazionale: vendere armi, assicurarsi contratti, ricompensare gli alleati. Promuovendo questo piano, Trump sta cercando di nascondere i crimini di Israele, di far apparire il genocidio e l’apartheid come stabilità e partnership. Il suo obiettivo è quello di migliorare l’immagine di Israele a livello internazionale, creando al contempo opportunità redditizie per la vendita di armi e gli investimenti regionali. È la commercializzazione dell’oppressione. Ma se Israele non viene ritenuto responsabile di ciò che il mondo intero ha visto – massacri trasmessi in diretta sui nostri schermi, la fame usata come arma, intere famiglie sterminate – allora il sistema internazionale stesso è crollato. Le istituzioni create dopo la seconda guerra mondiale per difendere la giustizia e prevenire il genocidio si saranno rivelate inutili. Se tali atrocità possono verificarsi alla luce del sole, nell’impunità, mentre i leader mondiali parlano di “pace”, allora le fondamenta morali dell’ordine internazionale sono crollate. Quando Trump ha lasciato il podio tra gli applausi dei legislatori israeliani, ho capito che non si trattava di un processo di pace, ma di una messinscena. Lo scopo era rassicurare Israele e i suoi alleati che nulla sarebbe cambiato radicalmente, che la sofferenza dei palestinesi sarebbe rimasta un rumore di fondo nel “nuovo Medio Oriente” che sognano. Ma per noi la realtà è molto diversa. Ogni giorno ci svegliamo con notizie di nuovi omicidi a Gaza, nuovi arresti in Cisgiordania, nuove confische di terre, nuova disperazione. Non abbiamo il privilegio di fingere che la pace possa esistere senza giustizia. Sono tornato ai miei ulivi dopo il discorso di Trump, con il rumore delle sue parole che ancora riecheggiava nella mia testa. Mentre raccoglievo le olive dai rami piantati da mio nonno, ho sentito il profondo legame tra la nostra terra e la nostra lotta. Questi alberi sono sopravvissuti a siccità, guerre e occupazioni. Sono testimoni della nostra storia e simboli della nostra fermezza. Trump può parlare di “pace” in grandi sale e resort di lusso, ma la vera pace inizia qui: nel suolo della Palestina, nella dignità del nostro popolo e nella ricerca della giustizia che nessun discorso può mettere a tacere. Finché l’occupazione non finirà, finché l’assedio di Gaza non sarà revocato, finché i responsabili del genocidio e della pulizia etnica non saranno chiamati a rispondere delle loro azioni, non ci sarà pace, indipendentemente da quanti piani o vertici vengano annunciati. Il mondo deve capire che i palestinesi non rifiutano la pace, ma rifiutano l’oppressione mascherata da pace. Non chiediamo privilegi o favori. Chiediamo i nostri diritti umani fondamentali: libertà, uguaglianza e giustizia. La visita di Trump ha solo rafforzato una verità: la pace costruita sul rifiuto e sull’ingiustizia non potrà mai durare. Il percorso verso una pace reale non inizia alla Knesset o a Sharm el-Sheikh, ma dal riconoscimento dei diritti dei palestinesi e dalla fine dell’occupazione israeliana. Solo allora potremo parlare di pace con un significato reale. di Fareed Taamallah tradotto da Nazarena Lanza Articolo originale in inglese su Middle East Monitor: https://www.middleeastmonitor.com/20251019-trumps-so-called-peace-plan-offers-no-justice-no-peace/ Ettore Macchieraldo
October 20, 2025
Pressenza
Il parlamentare comunista israeliano Ofer Cassif in Italia
Oggi, domenica 7 settembre alle ore 19, sarà a Milano alla Festa di Rifondazione Comunista Ofer Cassif, parlamentare comunista israeliano e unico ebreo tra i cinque parlamentari di Hadash, più volte sospeso dalla Knesset, per la sua opposizione all’occupazione dei territori palestinesi, la denuncia del genocidio in corso a Gaza e della pulizia etnica in Cisgiordania. Nel marzo 2019, la Commissione Elettorale Centrale israeliana ha escluso Ofer Cassif dalla candidatura alle elezioni parlamentari previste un mese dopo a causa di dichiarazioni ritenute provocatorie. Si è trattato della prima esclusione individuale dalla politica in Israele. Una decisione annullata dalla Corte Suprema. Ofer Cassif, che si trovava al quinto posto nella lista congiunta חד”ש Hadash, è stato eletto per la prima volta in Parlamento nell’aprile 2019. Ebreo e comunista, mette le sue conoscenze e il suo talento al servizio della lotta contro l’occupazione e la colonizzazione dei territori palestinesi e per un Israele non sionista. Nell’aprile 2021 è stato violentemente picchiato dalla polizia israeliana. E’ stato sospeso dal Parlamento tre volte dal 7 ottobre, per un totale di 288 giorni, ovvero quasi un anno. La Knesset è in pausa fino alla fine di ottobre, ma il Comitato Etico lo ha già informato che sarò sospeso per due mesi perché, ancora una volta, sta usando il termine “genocidio” nelle critiche al governo e all’esercito israeliani. La destra ha anche cercato di farlo decadere per aver chiesto alla Corte Penale Internazionale di indagare su Netanyahu. “Abbiamo invitato Ofer Cassif per far conoscere il punto di vista del Partito Comunista di Israele e di Hadash (Fronte democratico per la pace e l‘uguaglianza), dare l’occasione di ascoltare la voce dell’altra Israele, della minoranza che lotta per la pace, contro il genocidio e l’occupazione di territori palestinesi”, dichiarano Maurizio Acerbo, segretario nazionale e Anna Camposampiero, responsabile esteri del Partito della Rifondazione Comunista. Ofer Cassif parteciperà oggi domenica 7 settembre, alle ore 19, alla festa di Rifondazione Comunista di Milano con il segretario nazionale Maurizio Acerbo, presso il Parco della Chiesa della Cascina Rossa in via san Domenico Savio 3. Lunedì 8 settembre dalle ore 13.00, terrà un incontro presso la sede della Cgil del capoluogo lombardo, in Corso di Porta Vittoria 43, alle 18:30 sarà a Bergamo in Piazza Matteotti al presidio permanente per la Global Sumud Flottila. Nella serata alle 20.30 sarà a Brescia, presso la Camera del Lavoro alla sala Bruno Buozzi, in Via Fratelli Folonari. A tale dibattito parteciperà la Responsabile esteri del PRC-S.E, Anna Camposampiero e Khader Tamimi dell’Associazione Palestinesi Lombardia. Per finire il giorno 9 settembre, alle 20,30 il parlamentare israeliano terrà un altro incontro a Varese, presso la sede di “Unaltrastoria”, in Via Francesco Del Cairo, 34.   Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
September 7, 2025
Pressenza