Tag - 25 aprile

Giorgio Marincola: «patria significa libertà e giustizia».
di Bruno Lai 4 maggio 1945: Giorgio Marincola muore combattendo per la libertà dell’Italia. Con l’insurrezione generale del 25 aprile del 1945, l’Italia dovrebbe essere liberata dall’occupante tedesco e dai criminali fascisti. Ma non è così dappertutto. Entro il 1° maggio quasi tutta l’Italia settentrionale è liberata grazie al coraggioso sacrificio dei patrioti antifascisti, i partigiani dei diversi orientamenti politici.
ROMA: ARRESTATO 21ENNE SUPREMATISTA PER GLI SPARI DEL 25 APRILE. “SONO DELLA BRIGATA EBRAICA”.
C’è un fermo per i colpi di pistola ad aria compressa sparati il 25 aprile nei pressi di Parco Schuster a Roma, dove sono rimasti feriti due esponenti dell’Anpi. Si tratta di un 21enne suprematista, Eithan Bondi, autodefinitosi “esponente della Brigata Ebraica”. È a Regina Coeli, accusato di tentato omicidio, porto e detenzione di armi illegale. Nelle prossime ore è attesa la richiesta di convalida del fermo e nei prossimi giorni comparirà davanti al gip. Nel corso della perquisizione in casa gli investigatori hanno trovato anche dei coltelli ma non la pistola ad aria compressa con cui avrebbe sparato. Eithan Bondi ha ammesso di essersi disfatto dell’arma ma non ha spiegato i motivi del gesto. Il 21enne, a bordo di uno scooter, nella giornata del 25 Aprile con indosso giacca mimetica e casco integrale aveva sparato almeno tre colpi – piombini compatibili con armi ad aria compressa tipo soft air – contro due manifestanti che avevano al collo il fazzoletto rosso dell’Anpi: l’uomo, 65 anni, è stato ferito vicino al collo e alla guancia. La donna, invece, alla spalla. Entrambi erano stati medicati dal personale del 118 sul posto. Pee l’Anpi Roma “Il 25 aprile il 21enne si è presentato alla grande e popolare manifestazione, che celebrava l’anniversario della Liberazione dal nazifascismo, coperto da un casco integrale e armato di pistola a piombini con cui ha sparato contro una compagna e un compagno dell’Anpi (“rei” di indossare il fazzoletto della nostra associazione partigiana) ferendoli. Il fermo operato questa notte dalle forze dell’ordine del 21enne indicato da tutta la stampa nazionale come “appartenente della comunità ebraica”, evidenzia come retoriche vittimistiche e deformazioni a mezzo stampa crollino davanti ai fatti”. L’episodio, prosegue l’Anpi Roma, “non è isolato e si colloca all’interno di una lunga serie di raid nelle scuole e intimidazioni di varia natura ad opera di sedicenti gruppi sionisti contro l’Anpi e contro professori, studenti, spazi sociali e lavoratori. La violenza usata per colpire la coppia di compagni e con loro l’Anpi e tutta intera la grande comunità antifascista di Roma conferma come la memoria storica della Resistenza e la mobilitazione popolare che tutt’oggi sa suscitare rappresenti il nemico di coloro che non solo sostengono guerre di aggressione coloniali e genocidi come quelli che da anni sono perpetrati dal governo Netanyahu (su cui pende un mandato di cattura internazionale per crimini di guerra) contro il popolo palestinese, che lotta e resiste per la sua autodeterminazione e libertà, ma che non esitano ad usare direttamente la violenza contro chi, fedele agli ideali della lotta partigiana, sostiene la causa di tutti i popoli oppressi (dal Venezuela e Cuba sottoposte alla morsa economica e militare degli Usa fino al popolo kurdo) e lotta al loro fianco”. Sempre l’Anpi questo pomeriggio, mercoledi 29 aprile, ha organizzato un presidio di protesta e presenza nel luogo del ferimento “dei nostri compagni cui rivolgiamo, ancora una volta, la nostra solidarietà e affetto”. Appuntamento alle 16:30 alla Basilica di San Paolo lato Via delle Sette Chiese a Roma. Sui fatti di Roma abbiamo chiesto un commento a Roberto Della Seta, Laboratorio Ebraico Antirazzista Ascolta o scarica  Il commento di Valerio Renzi giornalista di FanPage e curatore della newsletter “S’è destra” dedicata a estrema destra e dintorni (sedestra.substack.com). Ascolta o scarica 
April 29, 2026
Radio Onda d`Urto
Il bel canto della Resistenza
C’è ancora tanto da vedere e da colpire nelle carceri della massima sicurezza e delle patri-ottiche repubblichine, che svuotano le scuole, la sanità e la giustizia – e la massa dei precari attende di essere assunta, mentre la memoria del 25 Aprile resiste e vive nella Carta più bella e più amata del mondo. C’è ancora tanto da vedere e da colpire tra questi ostinati eredi di un passato sepolto che sguazzano nelle in-competenze ministeriali e nel caos di una ri-costruzione europea, dove si digeriscono le offerte quotidiane delle forze-sovrane che inaspriscono le pene ai mani-festanti… lontani dall’odio razziale. C’è ancora tanto da vedere e da colpire nella melma di chi stra-volge il senso delle parole tele-camerate e pubblicizzate da chi sa e non condivide e non condanna le stragi e la recita dei poteri forti che tutelano la vita e si sentono abilitati a decretare la guerra e a fare i tagli diretti e profondi nei beni comuni. C’è ancora tanto da vedere e da colpire nel fare no-biliato di una principessa del pisello che scom-piglia ogni cosa e la getta nei giochi di guerra e nelle re-pressioni educative e nei decreti firmati a tamburo battente, pro-messi nello spirito infernale del sistema che non riuscirà mai a bruciare il bel canto della Resistenza. Pino Dicevi
April 29, 2026
Pressenza
Il Comandante Mitra torna a baita
Nel cuore del Pays Noir belga, Sambreville custodisce la memoria intrecciata di alpini, partigiani e minatori, figli dell’emigrazione italiana. In questo luogo si celebra la storia di Onorio Sigura, resistente della “Julia” e poi operaio del sottosuolo nel bacino di Charleroi. di Filippo Giuffrida Repaci (*) Sambreville è un Comune nel cuore pulsante del “Pays Noir”, la zona mineraria di
La cacciata dei sionisti dal corteo di Milano: un segnale per l’alternativa
Nei giorni scorsi avevamo preso parola, in relazione al 25 aprile milanese, su quello che abbiamo definito l’elefante nella stanza nel campo di chi, come noi, in questa città si pone su un terreno radicale, antagonista, di conflitto e di alternativa: vale a dire la vera natura del corteo istituzionale […] L'articolo La cacciata dei sionisti dal corteo di Milano: un segnale per l’alternativa su Contropiano.
April 29, 2026
Contropiano
Note sul 25 aprile a Milano. Una riflessione critica/autocritica su luci e ombre
La giornata del 25 aprile è stata caratterizzata dalla positiva e bellissima manifestazione di quanto siano diffusi gli anticorpi contro la barbarie e il cancro del sionismo e dell’imperialismo guerrafondaio di Usa e dell’entità coniale sionista Israele. Migliaia di persone, donne e uomini del corteo che non si sono dimenticati […] L'articolo Note sul 25 aprile a Milano. Una riflessione critica/autocritica su luci e ombre su Contropiano.
April 29, 2026
Contropiano
Ancora sul 25 aprile e la Liberazione. Considerazioni sul testo di Andrea Cozzo
Ho letto con attenzione l’articolo di Andrea Cozzo, amico e collega stimato. Proprio per questo ritengo importante confrontarmi pubblicamente con il suo intervento, che muove da premesse con cui concordo in parte significativa, ma da cui seguono conclusioni che mi lasciano molte perplessità. Sulla sua affermazione iniziale siamo quasi pienamente d’accordo: aggiungerei solo che la Costituzione non nasce soltanto dall’antifascismo, ma è antifascista, in quanto prodotto storico di quel conflitto. L’antifascismo non è una delle sue origini storiche: è un suo principio costitutivo. E se quei valori sono davvero indiscutibili, risulta problematico porre come orizzonte una «via d’uscita accettabile per tutti», quasi che la memoria storica debba rendere simbolicamente conciliabile ciò che storicamente non lo è. Questo è compito della politica semmai, una politica capace di trasformare la base materiale su cui si innervano ideologie diverse, tra cui quelle di dominio che si basano sulla violenza per difendere privilegi e ricchezze sfruttando il lavoro, e non solo il lavoro, delle altre persone. Personalmente, pur comprendendo le parole di Foa e ciò che Andrea in parte condivide, vorrei dire che il fatto che i morti appartengano tutti alla stessa specie è per me solo una constatazione biologica, ma non può essere una categoria morale o politica. Di conseguenza non condivido la distinzione tra persona e azione. Se la persona è degna di senso morale le sue azioni conseguono da quella responsabilità che il suo senso morale pone in essere. Il riconoscimento della soggettività morale — fondamento di qualsiasi giudizio etico, incluso quello di Cozzo — già presuppone l’agency e dunque la responsabilità differenziata: non si può invocare la dignità del soggetto per attenuarne la responsabilità senza togliere a quel soggetto la stessa condizione che lo rende degno di considerazione morale. Giudicare la persona per le sue azioni mi pare quindi un atto eticamente fondato. Anche il richiamo alle «diverse storie culturali, esperienze, gradi di consapevolezza, condizioni materiali» mi convince poco — non perché sia sbagliato in sé, ma perché va analizzato empiricamente e storicamente, non evocato in astratto. La posizione di dominio o di sottomissione degli uni e degli altri è fondamentale e non è equiparabile. Del resto la prova empirica più eloquente è questa: nella stessa condizione di povertà e pressione del ventennio, tra i lavoratori sfruttati e i subalterni, vi fu chi scelse la resistenza e chi aderì al fascismo — per opportunismo, conformismo o paura, poco importa ai fini del giudizio storico. La stessa condizione materiale produsse scelte opposte. Il contesto condiziona le condizioni entro cui l’individuo sceglie, ma non le determina: la libertà, pur situata, resta libertà e con essa la responsabilità. La trasformazione strutturale d’altra parte non avviene attraverso scelte individuali illuminate: passa dalla pressione collettiva organizzata, dal conflitto, dalla crisi di legittimità. Spiegare non equivale ad assolvere. Né a relativizzare. Anche l’affermazione secondo cui sarebbe presuntuoso o narcisistico credere che saremmo stati contro il fascismo mi convince solo in parte. Chi ha già scelto, consapevolmente e accettandone le conseguenze, i valori per cui lotta oggi, può legittimamente affermare che avrebbe scelto allo stesso modo allora: non per presunzione, ma per coerenza con una posizione già costruita e difesa. L’incertezza controfattuale non può trasformarsi in neutralizzazione della responsabilità storica. La formula «necessaria ma non giusta», applicata alla violenza utilizzata dai partigiani, presuppone un orizzonte nonviolento come alternativa teoricamente disponibile. Ma il fascismo si impose attraverso la violenza organizzata prima ancora di diventare regime: lo squadrismo, l’olio di ricino, l’assassinio di Matteotti, l’incarcerazione di Gramsci, non furono eccessi contingenti ma il metodo costitutivo con cui una forza politica armata distrusse le organizzazioni del movimento operaio e le libertà politiche elementari. Di fronte a una simile violenza strutturata, la risposta armata non era solo necessaria: era giusta, perché era la forma proporzionata di autodifesa collettiva contro un dominio che si era già imposto con la forza. I casi di resistenza nonviolenta che Andrea cita — Napoli e Modena nel settembre 1943 — vanno onorati: il boicottaggio, la disobbedienza civile, la non-collaborazione agiscono attraverso pressione collettiva e conflitto, non persuasione argomentativa. Ma avvengono quando il regime è già in dissoluzione militare: non dimostrano che la nonviolenza fosse una via percorribile nei decenni precedenti, ne sono un effetto tardivo. Questo non significa glorificare la violenza né negare il valore normativo della nonviolenza come orizzonte etico. Significa riconoscere che i dominanti cedono quote di potere solo quando il costo del mantenerlo supera quello della concessione, e che tale mutamento è quasi sempre prodotto di conflitto, pressione, organizzazione collettiva. Vi è inoltre una conseguenza logica: chi dissolve la responsabilità individuale nel contesto perde la possibilità di giustificare la ribellione dei subalterni, che diventerebbe anch’essa mero prodotto del contesto invece di scelta consapevole. Sul piano astratto posso condividere che nessuna guerra sia «giusta» nel senso che nessuna è desiderabile; ma se è storicamente necessaria per abbattere un ordine di dominio violento, può essere considerata giusta rispetto al fine che persegue, a condizione che la valutazione passi per la sproporzione tra la violenza dell’oppressione e quella della resistenza, per il nesso con la difesa dei subalterni, e per la direzione storica del conflitto rispetto all’emancipazione. Ian Angus (**), nel suo lavoro sulle enclosures, lo mostra bene: i contadini messi violentemente alla fame avrebbero dovuto opporre ai recinti una migliore esegesi delle Scritture? La stessa Bibbia che predicatori e moralisti brandivano contro l’ingordigia dei nobili, salvo poi usarla per condannare la ribellione dei contadini e giustificarne la morte? La storia, talvolta, è meno pedagogica di quanto piacerebbe ai pedagoghi. Per questo nutro forti riserve rispetto alla tesi conclusiva di Andrea: la ricorrenza della Liberazione non andrebbe «agitata per zittire e vincere contro qualche nostalgico», ma celebrata con «modi e toni tali da con-vincerlo». Ma anche in questa forma circoscritta la proposta presuppone che i nostalgici siano persuadibili attraverso il tono giusto — con buona pace di Jürgen Habermas. I nostalgici non sono semplicemente disinformati: aderiscono a un sistema di valori che difende posizioni e risorse reali o immaginate. Il razzismo non è un errore cognitivo da correggere ma un rapporto sociale che risponde a interessi situati — chi sostiene la remigrazione non lo fa per ignoranza, ma perché quella posizione difende privilegi percepiti in un contesto di scarsità. Chi invece aderisce a posizioni post-fasciste per disorientamento o assenza di alternative credibili è esso stesso prodotto di condizioni materiali — precarietà, deindustrializzazione, erosione dei legami collettivi — che nessun cambiamento nel registro commemorativo può toccare. La risposta è politica e sociale, non retorica. La memoria del 25 aprile dovrebbe liberarci non tanto dalle dicotomie in quanto tali, quanto dalle semplificazioni astratte: non attenuando l’antagonismo tra fascismo e antifascismo, ma comprendendolo meglio, storicizzandolo più a fondo, riconducendolo alle strutture sociali, economiche e politiche che lo generarono. Concordo con Andrea che questa celebrazione non debba essere identitaria né ridursi a una ritualità di contrapposizione. Ed infatti per me essere antifascista è un sentire profondo per ciò che la Resistenza fu — non un’identità astratta — e per ciò che l’antifascismo significò: non solo la liberazione dal fascismo, ma la lotta contro l’oppressione, come la Carta costituzionale sancì — al di là della distanza tuttora esistente tra costituzione scritta e costituzione materiale. Essere antifascista, ricordare la Resistenza è dunque uno dei modi in cui si lotta per l’emancipazione degli oppressi. Questa memoria è fondamentale per chi vuole trasformare la realtà esistente e per non dimenticare che non tutto è uguale nella storia, e i morti non fanno eccezione.   * RICERCATORE DI SOCIOLOGIA PRESSO IL DIPARTIMENTO “CULTURE E SOCIETÀ” DELL’UNIVERSITÀ DI PALERMO **  IAN ANGUS, THE WAR AGAINST THE COMMONS: DISPOSSESSION AND RESISTANCE IN THE MAKING OF CAPITALISM, N.Y., MONTHLY REVIEW PRESS, 2023 ARTICOLO CORRELATO: LIBERAZIONE (ANCHE DAI NOSTRI SCHEMI DICOTOMICI) Redazione Palermo
April 28, 2026
Pressenza