Ancora sul 25 aprile e la Liberazione. Considerazioni sul testo di Andrea CozzoHo letto con attenzione l’articolo di Andrea Cozzo, amico e collega stimato.
Proprio per questo ritengo importante confrontarmi pubblicamente con il suo
intervento, che muove da premesse con cui concordo in parte significativa, ma da
cui seguono conclusioni che mi lasciano molte perplessità.
Sulla sua affermazione iniziale siamo quasi pienamente d’accordo: aggiungerei
solo che la Costituzione non nasce soltanto dall’antifascismo, ma è
antifascista, in quanto prodotto storico di quel conflitto. L’antifascismo non è
una delle sue origini storiche: è un suo principio costitutivo. E se quei valori
sono davvero indiscutibili, risulta problematico porre come orizzonte una «via
d’uscita accettabile per tutti», quasi che la memoria storica debba rendere
simbolicamente conciliabile ciò che storicamente non lo è. Questo è compito
della politica semmai, una politica capace di trasformare la base materiale su
cui si innervano ideologie diverse, tra cui quelle di dominio che si basano
sulla violenza per difendere privilegi e ricchezze sfruttando il lavoro, e non
solo il lavoro, delle altre persone.
Personalmente, pur comprendendo le parole di Foa e ciò che Andrea in parte
condivide, vorrei dire che il fatto che i morti appartengano tutti alla stessa
specie è per me solo una constatazione biologica, ma non può essere una
categoria morale o politica. Di conseguenza non condivido la distinzione tra
persona e azione. Se la persona è degna di senso morale le sue azioni conseguono
da quella responsabilità che il suo senso morale pone in essere. Il
riconoscimento della soggettività morale — fondamento di qualsiasi giudizio
etico, incluso quello di Cozzo — già presuppone l’agency e dunque la
responsabilità differenziata: non si può invocare la dignità del soggetto per
attenuarne la responsabilità senza togliere a quel soggetto la stessa condizione
che lo rende degno di considerazione morale. Giudicare la persona per le sue
azioni mi pare quindi un atto eticamente fondato.
Anche il richiamo alle «diverse storie culturali, esperienze, gradi di
consapevolezza, condizioni materiali» mi convince poco — non perché sia
sbagliato in sé, ma perché va analizzato empiricamente e storicamente, non
evocato in astratto. La posizione di dominio o di sottomissione degli uni e
degli altri è fondamentale e non è equiparabile. Del resto la prova empirica più
eloquente è questa: nella stessa condizione di povertà e pressione del
ventennio, tra i lavoratori sfruttati e i subalterni, vi fu chi scelse la
resistenza e chi aderì al fascismo — per opportunismo, conformismo o paura, poco
importa ai fini del giudizio storico. La stessa condizione materiale produsse
scelte opposte. Il contesto condiziona le condizioni entro cui l’individuo
sceglie, ma non le determina: la libertà, pur situata, resta libertà e con essa
la responsabilità. La trasformazione strutturale d’altra parte non avviene
attraverso scelte individuali illuminate: passa dalla pressione collettiva
organizzata, dal conflitto, dalla crisi di legittimità. Spiegare non equivale ad
assolvere. Né a relativizzare.
Anche l’affermazione secondo cui sarebbe presuntuoso o narcisistico credere che
saremmo stati contro il fascismo mi convince solo in parte. Chi ha già scelto,
consapevolmente e accettandone le conseguenze, i valori per cui lotta oggi, può
legittimamente affermare che avrebbe scelto allo stesso modo allora: non per
presunzione, ma per coerenza con una posizione già costruita e difesa.
L’incertezza controfattuale non può trasformarsi in neutralizzazione della
responsabilità storica.
La formula «necessaria ma non giusta», applicata alla violenza utilizzata dai
partigiani, presuppone un orizzonte nonviolento come alternativa teoricamente
disponibile. Ma il fascismo si impose attraverso la violenza organizzata prima
ancora di diventare regime: lo squadrismo, l’olio di ricino, l’assassinio di
Matteotti, l’incarcerazione di Gramsci, non furono eccessi contingenti ma il
metodo costitutivo con cui una forza politica armata distrusse le organizzazioni
del movimento operaio e le libertà politiche elementari. Di fronte a una simile
violenza strutturata, la risposta armata non era solo necessaria: era giusta,
perché era la forma proporzionata di autodifesa collettiva contro un dominio che
si era già imposto con la forza.
I casi di resistenza nonviolenta che Andrea cita — Napoli e Modena nel settembre
1943 — vanno onorati: il boicottaggio, la disobbedienza civile, la
non-collaborazione agiscono attraverso pressione collettiva e conflitto, non
persuasione argomentativa. Ma avvengono quando il regime è già in dissoluzione
militare: non dimostrano che la nonviolenza fosse una via percorribile nei
decenni precedenti, ne sono un effetto tardivo.
Questo non significa glorificare la violenza né negare il valore normativo della
nonviolenza come orizzonte etico. Significa riconoscere che i dominanti cedono
quote di potere solo quando il costo del mantenerlo supera quello della
concessione, e che tale mutamento è quasi sempre prodotto di conflitto,
pressione, organizzazione collettiva. Vi è inoltre una conseguenza logica: chi
dissolve la responsabilità individuale nel contesto perde la possibilità di
giustificare la ribellione dei subalterni, che diventerebbe anch’essa mero
prodotto del contesto invece di scelta consapevole. Sul piano astratto posso
condividere che nessuna guerra sia «giusta» nel senso che nessuna è
desiderabile; ma se è storicamente necessaria per abbattere un ordine di dominio
violento, può essere considerata giusta rispetto al fine che persegue, a
condizione che la valutazione passi per la sproporzione tra la violenza
dell’oppressione e quella della resistenza, per il nesso con la difesa dei
subalterni, e per la direzione storica del conflitto rispetto all’emancipazione.
Ian Angus (**), nel suo lavoro sulle enclosures, lo mostra bene: i contadini
messi violentemente alla fame avrebbero dovuto opporre ai recinti una migliore
esegesi delle Scritture? La stessa Bibbia che predicatori e moralisti brandivano
contro l’ingordigia dei nobili, salvo poi usarla per condannare la ribellione
dei contadini e giustificarne la morte? La storia, talvolta, è meno pedagogica
di quanto piacerebbe ai pedagoghi.
Per questo nutro forti riserve rispetto alla tesi conclusiva di Andrea: la
ricorrenza della Liberazione non andrebbe «agitata per zittire e vincere contro
qualche nostalgico», ma celebrata con «modi e toni tali da con-vincerlo». Ma
anche in questa forma circoscritta la proposta presuppone che i nostalgici siano
persuadibili attraverso il tono giusto — con buona pace di Jürgen Habermas. I
nostalgici non sono semplicemente disinformati: aderiscono a un sistema di
valori che difende posizioni e risorse reali o immaginate. Il razzismo non è un
errore cognitivo da correggere ma un rapporto sociale che risponde a interessi
situati — chi sostiene la remigrazione non lo fa per ignoranza, ma perché quella
posizione difende privilegi percepiti in un contesto di scarsità. Chi invece
aderisce a posizioni post-fasciste per disorientamento o assenza di alternative
credibili è esso stesso prodotto di condizioni materiali — precarietà,
deindustrializzazione, erosione dei legami collettivi — che nessun cambiamento
nel registro commemorativo può toccare. La risposta è politica e sociale, non
retorica.
La memoria del 25 aprile dovrebbe liberarci non tanto dalle dicotomie in quanto
tali, quanto dalle semplificazioni astratte: non attenuando l’antagonismo tra
fascismo e antifascismo, ma comprendendolo meglio, storicizzandolo più a fondo,
riconducendolo alle strutture sociali, economiche e politiche che lo generarono.
Concordo con Andrea che questa celebrazione non debba essere identitaria né
ridursi a una ritualità di contrapposizione.
Ed infatti per me essere antifascista è un sentire profondo per ciò che la
Resistenza fu — non un’identità astratta — e per ciò che l’antifascismo
significò: non solo la liberazione dal fascismo, ma la lotta contro
l’oppressione, come la Carta costituzionale sancì — al di là della distanza
tuttora esistente tra costituzione scritta e costituzione materiale.
Essere antifascista, ricordare la Resistenza è dunque uno dei modi in cui si
lotta per l’emancipazione degli oppressi. Questa memoria è fondamentale per chi
vuole trasformare la realtà esistente e per non dimenticare che non tutto è
uguale nella storia, e i morti non fanno eccezione.
* RICERCATORE DI SOCIOLOGIA PRESSO IL DIPARTIMENTO “CULTURE E SOCIETÀ”
DELL’UNIVERSITÀ DI PALERMO
** IAN ANGUS, THE WAR AGAINST THE COMMONS: DISPOSSESSION AND RESISTANCE IN THE
MAKING OF CAPITALISM, N.Y., MONTHLY REVIEW PRESS, 2023
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Redazione Palermo