In Indonesia la sinistra cerca spazio
Lontano dai riflettori dei media occidentali, l’Indonesia continua a essere
scossa da mobilitazioni sociali. Nel 2025 vi sono stati due cicli di proteste
con rivendicazioni diversificate: proteste contro i privilegi della classe
politica, il rafforzamento dell’esercito nella società, i tagli dei fondi per
istruzione e sanità e in favore dei diritti dei rider. Seppur prive di un
coordinamento unico, queste proteste hanno fatto emergere una crescente presa di
coscienza dei giovani e delle classi popolari rispetto alle politiche
governative, sintetizzate dall’hashtag #IndonesiaGelap, che tradotto significa
«Indonesia Oscura», un modo per ribaltare la narrazione secondo cui l’arcipelago
starebbe vivendo una fase dorata di crescita.
Tra i gruppi che si mobilitano vi sono anche attivisti della sinistra, che
seppur tra molte difficoltà cercando di far rinascere nell’Indonesia una forza
di stampo socialista, a sessant’anni dalla distruzione del Partito Comunista
Indonesiano del 1965-66. IndoProgress è forse il principale gruppo marxista del
paese, una piattaforma online legata all’Internazionale Progressista che sin dal
2010 cerca di diffondere il pensiero marxista e di promuovere mobilitazioni
popolari. Sulle prospettive dei movimenti sociali e della sinistra indonesiana
Jacobin Italia ha intervistato Muhammad Ridha, redattore di IndoProgress.
In primo luogo, mi piacerebbe che vi presentaste. Che cos’è IndoProgress? Un
sito informativo o un movimento politico? E quali obiettivi si pone?
IndoProgress è fondamentalmente una piattaforma mediatica basata sul marxismo
che presenta opinioni politiche, commenti sulla situazione attuale ecc. Più o
meno quello che è Jacobin negli Stati uniti. All’interno di questa piattaforma
si può trovare un pluralismo di posizioni, come quelle anarchiche o autonomiste,
ma in generale è uno spazio che riunisce persone che vogliono diffondere il
marxismo oltre la sfera accademica.
Siamo nati come un blog e dal 2010 siamo diventati uno spazio molto importante
per la sinistra indonesiana, che ha attirato molti lettori delle nuove
generazioni esperti di marxismo e che hanno cominciato a produrre idee nuove per
la sinistra.
Chi potremmo dire che comanda oggi in Indonesia? L’impressione è che la
democrazia nata dalla Reformasi del 1998 sia in crisi e che l’esercito stia
riacquistando potere.
L’Indonesia dopo la caduta di Suharto può essere considerata una democrazia
oligarchica – una democrazia governata, controllata e dominata dal potere di
persone estremamente ricche. E la maggior parte di queste persone ha consolidato
la propria posizione durante il vecchio regime autoritario. Quindi quando
parliamo dell’influenza persistente dei militari bisogna considerare le
dinamiche all’interno del potere oligarchico.
Prima del 2010 si può dire che l’Indonesia abbia vissuto una sorta di
indebolimento per potere militare. Tuttavia le cose sono cambiate dopo il 2014,
quando Jokowi, un leader locale proveniente da un ambiente umile e senza legami
con il regime del Nuovo Ordine, è salito al potere, in un contesto
caratterizzato da grandi mobilitazioni popolari che chiedevano un taglio col
passato. Pur essendo slegato dalle élite Jokowi presto ha dovuto scenderci a
patti, e una delle politiche più importanti che ha promosso è stato il
rafforzamento dell’apparato coercitivo dello Stato, a partire dalla polizia per
passare poi all’esercito. Il conflitto tra queste due forze di sicurezza ha
portato alla nascita dell’attuale governo di Prabowo. Sia Jokowi che Prabowo
hanno soddisfatto molte delle richieste dei militari per gestire la loro quota
di potere e ora stiamo vivendo una sorta di democrazia militarizzata. Ad ogni
modo, la militarizzazione non va vista come causa ma come conseguenza del
problema della democrazia in Indonesia, che è stata plasmata dall’oligarchia.
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LA VIA INDONESIANA
Nicola Tanno
Mi sembra che oggi non ci sia più una vera opposizione nemmeno in Parlamento.
Cosa ne pensi?
Questo dipende dalle dinamiche del potere oligarchico. Quando nel 2004 Susilo
Bambang Yudhoyono divenne presidente una delle misure intraprese per consolidare
il suo potere fu quella rendere più difficile per chiunque impegnarsi nella
politica elettorale. Vennero stabiliti requisiti e soglie per candidarsi alle
elezioni, come, per esempio, stabilire la sede del proprio partito in ogni
provincia. Questi requisiti significano che chiunque voglia impegnarsi nella
politica elettorale deve avere molti soldi, per cui solo i ricchi possono
fondare partiti in Indonesia, mentre per la classe lavoratrice l’impegno nella
politica elettorale è sempre più difficile.
Di fatto, anche se sei in grado di fondare un partito devi godere
dell’approvazione del regime, che è governato dagli oligarchi. Questo è uno dei
motivi per cui il nostro sistema politico è diventato monotono – non c’è
pluralità di posizioni politiche e non esiste una opposizione efficace. In poche
parole, chi si impegna in politica è compromesso con il potere esistente e, di
conseguenza, la maggior parte dei partiti sono di centro o di centro-destra.
Tuttavia assistiamo a una dinamica interessante all’interno del potere
oligarchico. Nel 2022 alcuni sindacati che facevano parte della rete oligarchica
avevano bisogno di creare il proprio partito. Nel 2020, infatti, il regime al
potere ha approvato quella che chiamiamo legge Omnibus – un insieme di norme che
ha abolito alcuni diritti dei lavoratori conquistati in precedenza. Questo ha
stimolato e incoraggiato i «sindacati gialli» – sindacati che avevano rapporti
con gli oligarchi – a pensare che l’organizzazione politica esistente non
rappresentasse più i loro interessi e che fosse necessario dar vita a un nuovo
partito politico. Nel 2022 è dunque nato il Partito Laburista (Partai Buruh),
formato anche da un sindacato su posizioni di sinistra.
Grazie al rapporto che la maggior parte di questi sindacati gialli ha con il
potere oligarchico, il Partito Laburista ha potuto partecipare alle elezioni
generali. Questo ha fondamentalmente creato uno spazio per la sinistra, anche se
è davvero piccolo. Io stesso faccio parte del Partito Laburista e nel 2024 mi
sono candidato alle elezioni con una piattaforma socialista. Anche se non sono
riuscito a diventare parlamentare questa esperienza ci dice qualcosa sulla
possibilità di trovare spazi tra le faglie delle dinamiche interne al potere
oligarchico.
Dall’Europa abbiamo saputo che negli ultimi anni ci sono state diverse
mobilitazioni: sindacali, anticorruzione, ambientali, contro la repressione e
per Papua Occidentale. Ora le proteste sono contro l’aumento del prezzo del
carburante. Nel 1998, erano gli studenti i leader riconosciuti del movimento.
Nel 2026 esiste una leadership politica o intellettuale che possa dare un
orientamento unitario a queste lotte, verso una trasformazione del sistema?
Sulle mobilitazioni in Indonesia non si può avere una prospettiva netta: la
leadership si alterna, non è né del tutto assente né fissa. Nel 2019 il
movimento partì dagli studenti contro l’indebolimento della Commissione
Anticorruzione. Nel 2020, con la legge Omnibus, la leadership passò
ai sindacati. Nel 2022-2023 ci fu una combinazione tra sindacati e studenti.
Dopo l’agosto 2025, quando lo Stato ha represso con successo le proteste di
piazza, la leadership è tornata agli studenti per via dell’addomesticamento dei
sindacati «gialli». Oggi le proteste sono guidate soprattutto dagli studenti.
Non c’è una figura intellettuale di spicco, ma c’è un forte sentimento di
sinistra. Il linguaggio anti-oligarchico e del cambiamento sistemico – un tempo
estraneo ai manifestanti – ora è diventato comune.
Fino a qualche anno fa le persone pensavano che le cose potevano cambiare se al
potere ci fosse andata una persona «buona». Oggi, invece, le persone manifestano
per un cambiamento sistemico, capiscono che è importante sfidare la struttura
politico-economica. Le idee della sinistra, promosse da piattaforme come
IndoProgress, risuonano nella società. Il problema è che non c’è
un’organizzazione capace di tradurre queste idee in un programma politico. A
livello di idee la sinistra vince, a livello organizzativo la sinistra è troppo
debole per essere politicamente rilevante.
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INDONESIA, MEMORIA E CANCELLAZIONE
Nicola Tanno
Hai già spiegato come la nascita del Partito Laburista abbia suscitato qualche
speranza rimasta disattesa. Ci sono anche altri gruppi che si rifanno al
socialismo, ma piuttosto piccoli. Cosa impedisce la nascita di un partito di
orientamento socialista in Indonesia nel 2026? Dipende dalle norme anticomuniste
del 1966?
Certo, ci portiamo ancora dietro la fobia anticomunista, ma credo che il
problema principale stia nel modo in cui l’oligarchia ha plasmato le istituzioni
politiche.
Il primo problema che ostacola la nascita di un partito socialista sta nel
sistema elettorale e nei requisiti amministrativi e finanziari che impediscono
l’entrata di nuovi attori. Nel 2011 le mobilitazioni di sinistra hanno cercato
di sfidare queste barriere ma hanno fallito. Tuttavia vi è anche un problema più
culturale dello stesso movimento operaio, ovvero un rifiuto della politica e dei
partiti politici. Si tratta di una tendenza che io definirei anarchica. Siccome
i partiti tradiscono il popolo non c’è motivo di creare un altro partito
politico. Questa è una tendenza davvero forte nei movimenti sociali
indonesiani.
Il Partito Laburista, di cui faccio parte, è un partito socialdemocratico, di
centro, ma permette ai suoi membri di promuovere aspirazioni di estrema
sinistra. Io stesso, quando mi candido, mi presento come socialista. E questo ha
un effetto concreto con le persone. Nella mia regione abbiamo ottenuto un numero
significativo di voti, tanto che il partito ha deciso di farne una priorità per
le prossime elezioni. La piattaforma socialista è popolare a causa della
precarizzazione delle condizioni di vita.
La politica socialista ha un potenziale, ma è bloccata dal sistema politico
esistente. Se riusciamo a cambiarlo – rendendo più facile l’accesso a nuovi
attori – sarà più facile creare un nuovo partito socialista.
La fobia del comunismo esiste ancora, soprattutto nei conservatori. Ma a causa
delle condizioni materiali – quando la gente perde benessere e lavoro – l’idea
socialista cattura l’immaginazione delle persone. Sono ottimista: se cambiamo il
gioco, i socialisti potranno creare il loro partito.
Il governo ha appena nominato Suharto – responsabile dei massacri anticomunisti
del 1965 e di quello a Timor Est – «Eroe Nazionale», e sta inoltre pubblicando
una storia ufficiale del paese. Secondo voi la crisi della democrazia e
l’offensiva sulla memoria sono collegate? Qual è l’impatto di queste politiche
sui più giovani?
I giovani sono piuttosto critici verso la narrativa del governo. Vedono la
nomina di Suharto come un gioco politico per legittimare il Nuovo Ordine. Ma il
governo è astuto: per attenuare le critiche, ha anche proposto come eroe
nazionale Marsinah, un’attivista sindacale uccisa dai militari nel 1994. È una
cooptazione, ma suggerisce che il governo riconosce il movimento operaio come
attore legittimo.
Il regime di Prabowo è contraddittorio: allo stesso tempo reprime e si apre al
movimento operaio. Questo populismo – forse legato alla figura di Prabowo – lo
porta a includere i sindacati nel suo potere, ma non la sinistra radicale. Il
regime politico attuale ha iniziato a capire che l’unico modo per stabilizzarsi
non è solo sostenere l’apparato coercitivo e militare dello Stato ma deve anche
riconoscere le aspirazioni provenienti dal movimento operaio. Ecco perché, in
questo momento, abbiamo quella che potremmo definire come una combinazione
strana all’interno del regime: proprio quando esso diventa più repressivo verso
il movimento, allo stesso tempo risulta più più accomodante verso alcune
richieste provenienti dal movimento operaio.
L’Indonesia è complessa: non è una democrazia liberale, ma è difficile
definirla. A differenza dell’Egitto, qui l’addomesticamento del movimento dei
lavoratori non ha ancora condotto alla sua smobilitazione: i sindacati
continuano a scendere in piazza e a lottare.
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E quindi voi come vedete il futuro del vostro paese? Credete che prevarrano le
pressioni provenienti dalla destra o quelle della sinistra?
Parto dalla prospettiva della classe lavoratrice. Se le concessioni del governo
migliorano le condizioni materiali dei lavoratori, il movimento operaio
acquisterà fiducia e potrà acquisire la leadership del movimento sociale nel suo
complesso. Ma tutto dipende da come il movimento sfrutta la sua posizione. Se
non coglie le aspirazioni delle masse popolari, la prospettiva sarà desolante.
Le masse inizieranno a vedere i lavoratori e i loro sindacati come elementi
cooptati e come parte dello status quo.
In questo momento credo che ci sia una possibilità reale di cambiamento. Siamo
ancora in grado di spingere i confini della cooptazione statale. Siamo nel mezzo
della revisione della legge sul lavoro e il governo ha aperto un processo
deliberativo per i lavoratori. Se riusciremo a influenzare la legge, ci sarà una
possibilità per il movimento.
Ma tutto dipende dalla lotta. Ecco perché dico sempre: per chiunque voglia
capire l’Indonesia in questo momento, deve capire come si svolge la lotta di
classe. E non basta dire che il governo è capitalista e i lavoratori sono
protagonisti delle lotte, è più complicato, più sfumato.
Come attore politico, il sindacato in questo momento agisce all’interno della
struttura politica esistente. Se assumono una posizione troppo radicale, possono
essere facilmente schiacciati dal governo. Ma se non hanno una posizione ferma,
non saranno più visti come un attore legittimo del movimento sociale. Quindi è
una situazione davvero delicata. Ma sono abbastanza ottimista.
L’anno scorso è stato il 60° anniversario del genocidio anticomunista del
1965-66. Quest’anno ricorre il centesimo anniversario della rivolta comunista
contro gli olandesi. Dopo tutto questo tempo, come è cambiato il giudizio sui
massacri del 1965-66 e sulla storia del Pki in generale? Credi che il modo in
cui le persone vedono questi eventi stia cambiando?
La maggior parte dei giovani non crede più alla propaganda del governo.
Riconoscono che il Pki è stato la vittima di questa tragedia, che è stata
fondamentalmente un’operazione statale per distruggere la sinistra. Questa è una
buona notizia per chi lotta oggi contro le violazioni dei diritti umani.
Ma il problema è che questo sentimento si manifesta solo a livello sociale.
Quando qualcuno vuole tradurre questo sentimento a livello istituzionale si
trova davanti ancora oggi attori che hanno tratto grande vantaggio
dall’eliminazione del Pki – i militari, la polizia e i leader religiosi
conservatori legati al potere statale. Quindi si può dire che ai margini – al di
fuori dello Stato – la narrativa è piuttosto semplice: lo Stato è il
responsabile degli abusi dei diritti umani avvenuti nel 1965. Ma quando si vuole
portare la questione a livello istituzionale, le cose diventano davvero
complicate. La soluzione a questo problema non può che passare a livello
politico ma, come già spiegato, è davvero molto difficile far parte del processo
democratico a causa delle regole che limitano la partecipazione politica. Per
non parlare di questo sentimento anti-politico e anti-partito che è
generalizzato tra i movimenti sociali.
Il mondo è praticamente all’oscuro della guerra a bassa intensità che viene
combattuta in Papua Occidentale da decenni. Potreste fare luce sulla situazione
in questo territorio? Esiste un collegamento tra le mobilitazioni dei movimenti
urbani di Giava e le campagne di solidarietà per Papua o sono temi completamente
separati?
Il movimento in Papua e quello a Giava condividono principi comuni: entrambi si
oppongono al ruolo dei militari in politica. Ma a livello pratico non c’è
collegamento. I movimenti di Giava affrontano la «questione nazionale» solo in
relazione al centro del potere – governo, presidente, politiche economiche – e
raramente menzionano la Papua. Gli studenti di Giava espongono raramente
striscioni per la Papua Libera, perché non tutti i partecipanti condividono
quell’agenda. Alcuni elementi progressisti ritengono ancora che la Papua sia
parte legittima dell’Indonesia.
La situazione in Papua è disastrosa. Il governo centrale sta cercando di farne
un centro di «sovranità alimentare», appropriandosi delle terre per piantagioni
e fattorie. C’è una lotta violenta tra i papuani indigeni e lo Stato. La Papua è
diventata militarizzata perché viene vista non come un territorio abitato, ma
come un fattore di produzione. I militari cercano di rimuovere i papuani per
attuare la propria agenda nazionale.
Il movimento operaio, che è stato addomesticato dallo Stato, parla raramente di
Papua. Ho cercato di sollevare la questione anche nel mio partito, ma i leader
sindacali hanno difficoltà a gestire questo tema: se ne parlano troppo
duramente, il governo li schiaccia, se non ne parlano, perdono legittimità. Non
sorprende quindi che, di fronte a questo dilemma, il movimento operaio debba
muoversi con maggiore abilità per sostenere la causa dei diritti umani a Papua
Occidentale.
*Nicola Tanno è laureato in Scienze Politiche e in Analisi Economica delle
Istituzioni Internazionali presso l’Università Sapienza di Roma. Ha
pubblicato Tutta colpa di Robben (Ensemble, 2012). Nel 2026 pubblicherà
Arcipelago Rosso. Lotta Politica e Genocidio in Indonesia (1914-1968) (Mimesis).
Vive e lavora da anni a Barcellona.
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