Tag - indonesia

In Indonesia la sinistra cerca spazio
Lontano dai riflettori dei media occidentali, l’Indonesia continua a essere scossa da mobilitazioni sociali. Nel 2025 vi sono stati due cicli di proteste con rivendicazioni diversificate: proteste contro i privilegi della classe politica, il rafforzamento dell’esercito nella società, i tagli dei fondi per istruzione e sanità e in favore dei diritti dei rider. Seppur prive di un coordinamento unico, queste proteste hanno fatto emergere una crescente presa di coscienza dei giovani e delle classi popolari rispetto alle politiche governative, sintetizzate dall’hashtag #IndonesiaGelap, che tradotto significa «Indonesia Oscura», un modo per ribaltare la narrazione secondo cui l’arcipelago starebbe vivendo una fase dorata di crescita. Tra i gruppi che si mobilitano vi sono anche attivisti della sinistra, che seppur tra molte difficoltà cercando di far rinascere nell’Indonesia una forza di stampo socialista, a sessant’anni dalla distruzione del Partito Comunista Indonesiano del 1965-66. IndoProgress è forse il principale gruppo marxista del paese, una piattaforma online legata all’Internazionale Progressista che sin dal 2010 cerca di diffondere il pensiero marxista e di promuovere mobilitazioni popolari. Sulle prospettive dei movimenti sociali e della sinistra indonesiana Jacobin Italia ha intervistato Muhammad Ridha, redattore di IndoProgress. In primo luogo, mi piacerebbe che vi presentaste. Che cos’è IndoProgress? Un sito informativo o un movimento politico? E quali obiettivi si pone? IndoProgress è fondamentalmente una piattaforma mediatica basata sul marxismo che presenta opinioni politiche, commenti sulla situazione attuale ecc. Più o meno quello che è Jacobin negli Stati uniti. All’interno di questa piattaforma si può trovare un pluralismo di posizioni, come quelle anarchiche o autonomiste, ma in generale è uno spazio che riunisce persone che vogliono diffondere il marxismo oltre la sfera accademica. Siamo nati come un blog e dal 2010 siamo diventati uno spazio molto importante per la sinistra indonesiana, che ha attirato molti lettori delle nuove generazioni esperti di marxismo e che hanno cominciato a produrre idee nuove per la sinistra. Chi potremmo dire che comanda oggi in Indonesia? L’impressione è che la democrazia nata dalla Reformasi del 1998 sia in crisi e che l’esercito stia riacquistando potere.  L’Indonesia dopo la caduta di Suharto può essere considerata una democrazia oligarchica – una democrazia governata, controllata e dominata dal potere di persone estremamente ricche. E la maggior parte di queste persone ha consolidato la propria posizione durante il vecchio regime autoritario. Quindi quando parliamo dell’influenza persistente dei militari bisogna considerare le dinamiche all’interno del potere oligarchico. Prima del 2010 si può dire che l’Indonesia abbia vissuto una sorta di indebolimento per potere militare. Tuttavia le cose sono cambiate dopo il 2014, quando Jokowi, un leader locale proveniente da un ambiente umile e senza legami con il regime del Nuovo Ordine, è salito al potere, in un contesto caratterizzato da grandi mobilitazioni popolari che chiedevano un taglio col passato. Pur essendo slegato dalle élite Jokowi presto ha dovuto scenderci a patti, e una delle politiche più importanti che ha promosso è stato il rafforzamento dell’apparato coercitivo dello Stato, a partire dalla polizia per passare poi all’esercito. Il conflitto tra queste due forze di sicurezza ha portato alla nascita dell’attuale governo di Prabowo. Sia Jokowi che Prabowo hanno soddisfatto molte delle richieste dei militari per gestire la loro quota di potere e ora stiamo vivendo una sorta di democrazia militarizzata. Ad ogni modo, la militarizzazione non va vista come causa ma come conseguenza del problema della democrazia in Indonesia, che è stata plasmata dall’oligarchia. LEGGI ANCHE… STORIA LA VIA INDONESIANA Nicola Tanno Mi sembra che oggi non ci sia più una vera opposizione nemmeno in Parlamento. Cosa ne pensi? Questo dipende dalle dinamiche del potere oligarchico. Quando nel 2004 Susilo Bambang Yudhoyono divenne presidente una delle misure intraprese per consolidare il suo potere fu quella rendere più difficile per chiunque impegnarsi nella politica elettorale. Vennero stabiliti requisiti e soglie per candidarsi alle elezioni, come, per esempio, stabilire la sede del proprio partito in ogni provincia. Questi requisiti significano che chiunque voglia impegnarsi nella politica elettorale deve avere molti soldi, per cui solo i ricchi possono fondare partiti in Indonesia, mentre per la classe lavoratrice l’impegno nella politica elettorale è sempre più difficile. Di fatto, anche se sei in grado di fondare un partito devi godere dell’approvazione del regime, che è governato dagli oligarchi. Questo è uno dei motivi per cui il nostro sistema politico è diventato monotono – non c’è pluralità di posizioni politiche e non esiste una opposizione efficace. In poche parole, chi si impegna in politica è compromesso con il potere esistente e, di conseguenza, la maggior parte dei partiti sono di centro o di centro-destra. Tuttavia assistiamo a una dinamica interessante all’interno del potere oligarchico. Nel 2022 alcuni sindacati che facevano parte della rete oligarchica avevano bisogno di creare il proprio partito. Nel 2020, infatti, il regime al potere ha approvato quella che chiamiamo legge Omnibus – un insieme di norme che ha abolito alcuni diritti dei lavoratori conquistati in precedenza. Questo ha stimolato e incoraggiato i «sindacati gialli» – sindacati che avevano rapporti con gli oligarchi – a pensare che l’organizzazione politica esistente non rappresentasse più i loro interessi e che fosse necessario dar vita a un nuovo partito politico. Nel 2022 è dunque nato il Partito Laburista (Partai Buruh), formato anche da un sindacato su posizioni di sinistra. Grazie al rapporto che la maggior parte di questi sindacati gialli ha con il potere oligarchico, il Partito Laburista ha potuto partecipare alle elezioni generali. Questo ha fondamentalmente creato uno spazio per la sinistra, anche se è davvero piccolo. Io stesso faccio parte del Partito Laburista e nel 2024 mi sono candidato alle elezioni con una piattaforma socialista. Anche se non sono riuscito a diventare parlamentare questa esperienza ci dice qualcosa sulla possibilità di trovare spazi tra le faglie delle dinamiche interne al potere oligarchico.  Dall’Europa abbiamo saputo che negli ultimi anni ci sono state diverse mobilitazioni: sindacali, anticorruzione, ambientali, contro la repressione e per Papua Occidentale. Ora le proteste sono contro l’aumento del prezzo del carburante. Nel 1998, erano gli studenti i leader riconosciuti del movimento. Nel 2026 esiste una leadership politica o intellettuale che possa dare un orientamento unitario a queste lotte, verso una trasformazione del sistema? Sulle mobilitazioni in Indonesia non si può avere una prospettiva netta: la leadership si alterna, non è né del tutto assente né fissa. Nel 2019 il movimento partì dagli studenti contro l’indebolimento della Commissione Anticorruzione. Nel 2020, con la legge Omnibus, la leadership passò ai sindacati. Nel 2022-2023 ci fu una combinazione tra sindacati e studenti.  Dopo l’agosto 2025, quando lo Stato ha represso con successo le proteste di piazza, la leadership è tornata agli studenti per via dell’addomesticamento dei sindacati «gialli». Oggi le proteste sono guidate soprattutto dagli studenti. Non c’è una figura intellettuale di spicco, ma c’è un forte sentimento di sinistra. Il linguaggio anti-oligarchico e del cambiamento sistemico – un tempo estraneo ai manifestanti – ora è diventato comune.  Fino a qualche anno fa le persone pensavano che le cose potevano cambiare se al potere ci fosse andata una persona «buona». Oggi, invece, le persone manifestano per un cambiamento sistemico, capiscono che è importante sfidare la struttura politico-economica. Le idee della sinistra, promosse da piattaforme come IndoProgress, risuonano nella società. Il problema è che non c’è un’organizzazione capace di tradurre queste idee in un programma politico. A livello di idee la sinistra vince, a livello organizzativo la sinistra è troppo debole per essere politicamente rilevante. LEGGI ANCHE… INDONESIA INDONESIA, MEMORIA E CANCELLAZIONE Nicola Tanno Hai già spiegato come la nascita del Partito Laburista abbia suscitato qualche speranza rimasta disattesa. Ci sono anche altri gruppi che si rifanno al socialismo, ma piuttosto piccoli. Cosa impedisce la nascita di un partito di orientamento socialista in Indonesia nel 2026? Dipende dalle norme anticomuniste del 1966? Certo, ci portiamo ancora dietro la fobia anticomunista, ma credo che il problema principale stia nel modo in cui l’oligarchia ha plasmato le istituzioni politiche. Il primo problema che ostacola la nascita di un partito socialista sta nel sistema elettorale e nei requisiti amministrativi e finanziari che impediscono l’entrata di nuovi attori. Nel 2011 le mobilitazioni di sinistra hanno cercato di sfidare queste barriere ma hanno fallito. Tuttavia vi è anche un problema più culturale dello stesso movimento operaio, ovvero un rifiuto della politica e dei partiti politici. Si tratta di una tendenza che io definirei anarchica. Siccome i partiti tradiscono il popolo non c’è motivo di creare un altro partito politico. Questa è una tendenza davvero forte nei movimenti sociali indonesiani.  Il Partito Laburista, di cui faccio parte, è un partito socialdemocratico, di centro, ma permette ai suoi membri di promuovere aspirazioni di estrema sinistra. Io stesso, quando mi candido, mi presento come socialista. E questo ha un effetto concreto con le persone. Nella mia regione abbiamo ottenuto un numero significativo di voti, tanto che il partito ha deciso di farne una priorità per le prossime elezioni. La piattaforma socialista è popolare a causa della precarizzazione delle condizioni di vita. La politica socialista ha un potenziale, ma è bloccata dal sistema politico esistente. Se riusciamo a cambiarlo – rendendo più facile l’accesso a nuovi attori – sarà più facile creare un nuovo partito socialista. La fobia del comunismo esiste ancora, soprattutto nei conservatori. Ma a causa delle condizioni materiali – quando la gente perde benessere e lavoro – l’idea socialista cattura l’immaginazione delle persone. Sono ottimista: se cambiamo il gioco, i socialisti potranno creare il loro partito. Il governo ha appena nominato Suharto – responsabile dei massacri anticomunisti del 1965 e di quello a Timor Est – «Eroe Nazionale», e sta inoltre pubblicando una storia ufficiale del paese. Secondo voi la crisi della democrazia e l’offensiva sulla memoria sono collegate? Qual è l’impatto di queste politiche sui più giovani? I giovani sono piuttosto critici verso la narrativa del governo. Vedono la nomina di Suharto come un gioco politico per legittimare il Nuovo Ordine. Ma il governo è astuto: per attenuare le critiche, ha anche proposto come eroe nazionale Marsinah, un’attivista sindacale uccisa dai militari nel 1994. È una cooptazione, ma suggerisce che il governo riconosce il movimento operaio come attore legittimo. Il regime di Prabowo è contraddittorio: allo stesso tempo reprime e si apre al movimento operaio. Questo populismo – forse legato alla figura di Prabowo – lo porta a includere i sindacati nel suo potere, ma non la sinistra radicale. Il regime politico attuale ha iniziato a capire che l’unico modo per stabilizzarsi non è solo sostenere l’apparato coercitivo e militare dello Stato ma deve anche riconoscere le aspirazioni provenienti dal movimento operaio. Ecco perché, in questo momento, abbiamo quella che potremmo definire come una combinazione strana all’interno del regime: proprio quando esso diventa più repressivo verso il movimento, allo stesso tempo risulta più più accomodante verso alcune richieste provenienti dal movimento operaio. L’Indonesia è complessa: non è una democrazia liberale, ma è difficile definirla. A differenza dell’Egitto, qui l’addomesticamento del movimento dei lavoratori non ha ancora condotto alla sua smobilitazione: i sindacati continuano a scendere in piazza e a lottare. ISCRIVITI ALLA SCUOLA GIACOBINA Dal 18 al 20 settembre 2026 a Firenze In presenza Online E quindi voi come vedete il futuro del vostro paese? Credete che prevarrano le pressioni provenienti dalla destra o quelle della sinistra?  Parto dalla prospettiva della classe lavoratrice. Se le concessioni del governo migliorano le condizioni materiali dei lavoratori, il movimento operaio acquisterà fiducia e potrà acquisire la leadership del movimento sociale nel suo complesso. Ma tutto dipende da come il movimento sfrutta la sua posizione. Se non coglie le aspirazioni delle masse popolari, la prospettiva sarà desolante. Le masse inizieranno a vedere i lavoratori e i loro sindacati come elementi cooptati e come parte dello status quo. In questo momento credo che ci sia una possibilità reale di cambiamento. Siamo ancora in grado di spingere i confini della cooptazione statale. Siamo nel mezzo della revisione della legge sul lavoro e il governo ha aperto un processo deliberativo per i lavoratori. Se riusciremo a influenzare la legge, ci sarà una possibilità per il movimento. Ma tutto dipende dalla lotta. Ecco perché dico sempre: per chiunque voglia capire l’Indonesia in questo momento, deve capire come si svolge la lotta di classe. E non basta dire che il governo è capitalista e i lavoratori sono protagonisti delle lotte, è più complicato, più sfumato. Come attore politico, il sindacato in questo momento agisce all’interno della struttura politica esistente. Se assumono una posizione troppo radicale, possono essere facilmente schiacciati dal governo. Ma se non hanno una posizione ferma, non saranno più visti come un attore legittimo del movimento sociale. Quindi è una situazione davvero delicata. Ma sono abbastanza ottimista. L’anno scorso è stato il 60° anniversario del genocidio anticomunista del 1965-66. Quest’anno ricorre il centesimo anniversario della rivolta comunista contro gli olandesi. Dopo tutto questo tempo, come è cambiato il giudizio sui massacri del 1965-66 e sulla storia del Pki in generale? Credi che il modo in cui le persone vedono questi eventi stia cambiando?  La maggior parte dei giovani non crede più alla propaganda del governo. Riconoscono che il Pki è stato la vittima di questa tragedia, che è stata fondamentalmente un’operazione statale per distruggere la sinistra. Questa è una buona notizia per chi lotta oggi contro le violazioni dei diritti umani.  Ma il problema è che questo sentimento si manifesta solo a livello sociale. Quando qualcuno vuole tradurre questo sentimento a livello istituzionale si trova davanti ancora oggi attori che hanno tratto grande vantaggio dall’eliminazione del Pki – i militari, la polizia e i leader religiosi conservatori legati al potere statale. Quindi si può dire che ai margini – al di fuori dello Stato – la narrativa è piuttosto semplice: lo Stato è il responsabile degli abusi dei diritti umani avvenuti nel 1965. Ma quando si vuole portare la questione a livello istituzionale, le cose diventano davvero complicate. La soluzione a questo problema non può che passare a livello politico ma, come già spiegato, è davvero molto difficile far parte del processo democratico a causa delle regole che limitano la partecipazione politica. Per non parlare di questo sentimento anti-politico e anti-partito che è generalizzato tra i movimenti sociali. Il mondo è praticamente all’oscuro della guerra a bassa intensità che viene combattuta in Papua Occidentale da decenni. Potreste fare luce sulla situazione in questo territorio? Esiste un collegamento tra le mobilitazioni dei movimenti urbani di Giava e le campagne di solidarietà per Papua o sono temi completamente separati?  Il movimento in Papua e quello a Giava condividono principi comuni: entrambi si oppongono al ruolo dei militari in politica. Ma a livello pratico non c’è collegamento. I movimenti di Giava affrontano la «questione nazionale» solo in relazione al centro del potere – governo, presidente, politiche economiche – e raramente menzionano la Papua. Gli studenti di Giava espongono raramente striscioni per la Papua Libera, perché non tutti i partecipanti condividono quell’agenda. Alcuni elementi progressisti ritengono ancora che la Papua sia parte legittima dell’Indonesia. La situazione in Papua è disastrosa. Il governo centrale sta cercando di farne un centro di «sovranità alimentare», appropriandosi delle terre per piantagioni e fattorie. C’è una lotta violenta tra i papuani indigeni e lo Stato. La Papua è diventata militarizzata perché viene vista non come un territorio abitato, ma come un fattore di produzione. I militari cercano di rimuovere i papuani per attuare la propria agenda nazionale. Il movimento operaio, che è stato addomesticato dallo Stato, parla raramente di Papua. Ho cercato di sollevare la questione anche nel mio partito, ma i leader sindacali hanno difficoltà a gestire questo tema: se ne parlano troppo duramente, il governo li schiaccia, se non ne parlano, perdono legittimità. Non sorprende quindi che, di fronte a questo dilemma, il movimento operaio debba muoversi con maggiore abilità per sostenere la causa dei diritti umani a Papua Occidentale. *Nicola Tanno è laureato in Scienze Politiche e in Analisi Economica delle Istituzioni Internazionali presso l’Università Sapienza di Roma. Ha pubblicato Tutta colpa di Robben (Ensemble, 2012). Nel 2026 pubblicherà Arcipelago Rosso. Lotta Politica e Genocidio in Indonesia (1914-1968) (Mimesis). Vive e lavora da anni a Barcellona. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo In Indonesia la sinistra cerca spazio proviene da Jacobin Italia.
August 28, 2026
Jacobin Italia
Ballare sulle macerie
Un soldato israeliano si filma mentre distrugge e danza in una casa di Gaza, e firma il video «Dancing in Gaza». L’orrore vuole essere visto. Il video è stato diffuso dal suo stesso “attore”. Un video dello scorso anno. In pieno genocidio. Piano piano ne emergeranno a migliaia di video […] L'articolo Ballare sulle macerie su Contropiano.
July 11, 2026
Contropiano
Arcipelago Rosso. Un libro per togliere dal silenzio il massacro dei comunisti in Indonesia
Il libro “Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia (1914-1965)”, edito da Mimesis e curato da Claudio Tanno, è un corposo testo che racconta la storia del genocidio anticomunista avvenuto tra il 1965e il 1966 in Indonesia ma tratta più in generale della storia del PKI, il più grande […] L'articolo Arcipelago Rosso. Un libro per togliere dal silenzio il massacro dei comunisti in Indonesia su Contropiano.
May 10, 2026
Contropiano
10 maggio a Strike: solidali con l'Indonesia
In comunicazione telefonica con una compagna internazionalista abbiamo parlato della serata "Contro le oligarchie, sfruttamento e distruzione della Terra", che si terrà a Strike, via Umberto Partini 21 (RM), la domenica 10 maggio per approffondire sulle recenti rivolte in Indonesia insieme a una compagna arrivata dal territorio indonesiano.  A seguire ci sarà un aperitivo benefit per chi è stat* imprigionat* dopo le manifestazioni di settembre
May 6, 2026
Radio Onda Rossa
Gli Stati entrano nella corsa al mercato del carbonio
di GRAIN (*) I governi di tutto il mondo si stanno affrettando a lanciare un mercato internazionale per i crediti di carbonio in linea con l’accordo ONU di Parigi sul cambiamento climatico. I grandi inquinatori vogliono evitare di ridurre le emissioni. I governi del Sud Globale sperano in una nuova fonte di entrate. E i cowboy dell’industria della compensazione del carbonio
Indonesia, memoria e cancellazione
Articolo di Nicola Tanno «Le foto strazianti […] non sono di grande aiuto se il nostro compito è quello di capire. Una narrazione può farci capire. Le fotografie fanno qualcos’altro: ci ossessionano». Nel 2003 Susan Sontang nel suo lavoro Davanti al dolore degli altri sottolineava la capacità delle immagini di fissarsi nella coscienza pubblica con una forza che supera quella delle parole, operando come agenti della memoria e dell’indignazione. Partendo da un’intuizione simile, due storici statunitensi sono giunti alla conclusione che è proprio l’assenza di immagini o la loro manipolazione ciò che ha generato la rimozione dalla coscienza collettiva del genocidio anticomunista indonesiano del 1965-66. Il libro di Geoffrey B. Robinson e Douglas Kammen Exposed. A Virtual History of the Destruction of the Indonesian Left (Cornell University Press) raccoglie più di trecento immagini sulla storia del Partito Comunista Indonesiano (Pki), sulla persecuzione dei suoi militanti e la costruzione del Nuovo Ordine di Suharto.  Sull’importanza delle immagini nella memoria sociale e sui grandi interrogativi riguardanti la storia e la distruzione del Pki, Geoffrey B. Robinson, professore emerito presso la University of Los Angeles (Ucla), ha risposto ad alcune domande di Jacobin Italia. Vi sono molti libri che raccontano i massacri del 1965. Tu stesso hai scritto quello forse più completo sull’argomento. Per quale motivo era necessaria una storia «visiva» della distruzione della sinistra indonesiana?  Alla base del nostro lavoro vi è una premessa teorica: riteniamo che la mancanza di immagini sulla storia del Pki e sulla sua distruzione abbia distorto e impoverito la sua comprensione storica. Nei libri che affrontano l’argomento vi sono pochissime immagini e molto spesso si tratta di scene preparate deliberatamente dall’esercito per costruire una narrazione precisa, che raffigura i militari come eroi, mentre la sinistra subisce un processo di disumanizzazione. Bisogna riflettere su come funziona la memoria sociale. Prendiamo l’Olocausto: anche senza aver letto un libro sull’argomento, la gente sa di cosa si parla perché ha visto le immagini dei prigionieri scheletrici di Bergen-Belsen o dei binari nei campi. Quelle immagini hanno plasmato la comprensione collettiva dell’evento.  Il caso indonesiano, al confronto, spicca per una documentazione visiva sia scarsa che distorta. Il punto di partenza del nostro lavoro è stato proprio questo: crediamo che per la comprensione e la memoria storica sia essenziale che la documentazione visiva sia non solo presente, ma anche adeguatamente spiegata e contestualizzata. Solo così le persone possono «vedere» la storia in modo diverso, in un modo che migliaia di parole di un libro non potranno mai trasmettere. Il vostro libro viene pubblicato nei giorni in cui Suharto, presidente dell’Indonesia per trent’anni e principale responsabile del genocidio del 1965, è stato nominato «Eroe Nazionale». Nonostante il passare degli anni il passato sembra non essere stato ancora pienamente elaborato. Secondo te, perché? Innanzitutto, è doveroso riconoscere che in Indonesia c’è chi il passato lo sta mettendo in discussione. L’aspetto positivo, se così possiamo definirlo, è che molti giovani, attivisti, membri di Ong e studenti protestano attivamente contro questa decisione insensata e oltraggiosa. Osservando ciò che avviene al di fuori del mainstream, l’impegno di giovani, artisti e attivisti di sinistra dimostra una profonda consapevolezza storica. Tuttavia, come mai così tante persone ancora dimenticano o ignorano la verità storica? In parte la risposta sta nel fatto che il regime di Suharto ha realizzato un lavoro eccellente nel costruire una memoria collettiva – una falsa memoria storica – che rende estremamente difficile per la gente sapere o ricordare cosa sia realmente accaduto. Attraverso i programmi scolastici, i film, le commemorazioni e i monumenti, la versione dei fatti imposta dall’esercito si è radicata profondamente nella società, plasmando la memoria sociale. La chiave di volta è che gran parte dell’efficacia della propaganda del regime è stata ottenuta proprio attraverso la rappresentazione visiva. Più che dai libri, i ragazzi apprendono nozioni di storia attraverso immagini, vignette, statue. Un esempio emblematico sono le gite scolastiche al cosiddetto «Museo del Tradimento del Pki», dove i sei generali uccisi vengono rappresentati in modo eroico, mentre le donne della Gerwani [l’organizzazione femminile di sinistra, ndr] vengono raffigurate nude nell’atto di torturarli e ucciderli. Per non parlare del famoso film sul «tradimento del Pki», che praticamente quasi ogni indonesiano ha visto nel corso della sua vita. Esattamente. Quel film [Pengkhianatan G30S/PKI. Nda] è probabilmente il veicolo più importante. Dal 1984 al 1998 è stato riprodotto obbligatoriamente in tutte le scuole, e in parte succede ancora oggi. È un film di quattro ore che dipinge il Pki come un’entità mostruosa, brutale, traditrice. È il peggior film horror che si possa immaginare e, dall’infanzia fino al liceo, i ragazzi indonesiani erano obbligati a guardarlo. È un film orribile perché la violenza è terribilmente esplicita, grottesca, quasi pornografica, ma la cosa più importante è che nelle quattro ore di durata il film ti martella sempre con lo stesso messaggio, sulla natura perfida, subdola e orripilante del Pki. Pensa che un quotidiano indonesiano rivelò che l’80% della popolazione dichiarò di aver appreso tutto ciò che sapeva sul 1965 proprio da quel film. Questo ci fa capire il potere della rappresentazione visiva nel plasmare la memoria. D’altro canto, possiamo osservare l’impatto opposto dei due film di Joshua Oppenheimer, L’Atto di Uccidere e The Look of Silence, che hanno cambiato la prospettiva di molte persone. Dopo le prime proiezioni, seppur in circuiti limitati in Indonesia, una nuova generazione ha cominciato a chiedersi: «Aspetta un attimo, cos’è successo veramente? Non è ciò che mi era stato raccontato». Anche in questo caso, è stata la rappresentazione visiva a fare la differenza, ma in senso inverso: per smantellare la menzogna, non per costruirla.  Tra le foto ve n’è una foto molto bella che mostra tanti giovani in festa in uno dei festival del Pki, pochi mesi prima del disastro. Difficile che essi immaginassero il destino che li attendeva. Aldilà del suo tragico finale, che ruolo ha avuto il Pki nella storia dell’Indonesia del 20º secolo? Foto di Moelyono. Per gentile concessione di G. Robinson Proprio riguardo a quella fotografia, ho sentito da una studiosa, Karen Strasler, che quando fu esposta in una mostra a Yogyakarta durante la Reformasi [1998-1999, nda], era quella davanti alla quale tutti i giovani si fermavano. La toccavano e poi dicevano: «Oh, mio Dio, sono così giovani. Potrei essere io». La gente si rivedeva in quella foto e improvvisamente capiva che ciò davvero era il Pki. Non volevamo mostrare solo l’aspetto tragico di questa storia, ma anche ricordare che la sinistra e il Pki furono, per un lungo periodo, una forza politica e sociale incredibilmente vitale e radicata. Le sue origini risalgono almeno agli anni Venti e tra la gente comune godeva di una popolarità enorme, per una serie di ragioni concrete. Innanzitutto, era considerato l’unico partito non corrotto. Mentre altre formazioni erano note per gli scambi di favori e la compravendita di cariche, il Pki manteneva una reputazione di integrità. In secondo luogo, era un fermo sostenitore dell’anti-imperialismo di Sukarno. In una nazione che aveva appena conquistato l’indipendenza dopo 300 anni di dominio coloniale e una dura guerra di liberazione, questa non era una semplice posizione ideologica: era una bandiera condivisa e potentissima. Anche chi non si definiva comunista apprezzava che il Pki si opponesse a ogni forma di imperialismo. Il Pki era un mondo vivace composto da biblioteche, gruppi studenteschi e sindacati che promosse idee profondamente progressiste per l’epoca. L’esempio più lampante è la lotta per i diritti delle donne. In una società fortemente patriarcale e musulmana, l’organizzazione femminile Gerwani si batté per l’istruzione e l’occupazione femminile, l’arruolamento delle donne nell’esercito e avviò campagne di alfabetizzazione e autonomia economica. Queste erano iniziative concrete che cambiavano la vita delle persone. Tirando le fila, direi che il Pki e la sinistra furono fondamentali nel fare dell’Indonesia degli anni Cinquanta e Sessanta una società dinamica e aperta al mondo. Nel paese vi era un dibattito pubblico vivace, con decine di giornali che discutevano di ciò che succedeva in Congo, a Cuba e in altre parti del mondo. Gli studenti indonesiani viaggiavano e studiavano all’estero, Sukarno era una star del movimento dei paesi non-allineati, l’Indonesia era un attore sulla scena globale, interessato ai fermenti progressisti dei nuovi Stati indipendenti. La sinistra e il Pki in particolare stavano davvero galvanizzando una parte della società indonesiana. La sua distruzione nel 1965 non significò solo la fine di un partito, ma l’annichilimento di un intero universo culturale e politico: una tradizione di pensiero critico, di apertura internazionale, di azione progressista che è stata brutalmente cancellata.  Oggi, però, vedo un barlume di speranza. Ci sono giovani che stanno riscoprendo la sinistra dei loro antenati. Stanno recuperando una storia che credevano perduta e la vedono come una strada per lasciare un segno in un paese che ha un disperato bisogno di nuove idee. E in questo senso, ci auguriamo che il nostro libro dia un piccolo contributo. Vorrei parlare di D.N. Aidit, un leader politico tanto importante quanto ignorato. È come se le scelte suicide dell’ultimo mese di vita avessero cancellato i suoi 15 anni di leadership. Che bilancio storico possiamo dare del capo del Pki?  Innanzitutto, va ricordato che fu Aidit, insieme a un gruppo di giovani, a salvare il partito da una sconfitta quasi catastrofica nel 1948, dandogli nuova energia e trasformandolo in una forza politica potente nel giro di un paio d’anni. I risultati si videro: nel 1955 e nel 1957 il partito ottenne ottimi risultati alle elezioni nazionali e in quelle regionali, dove vinse in diversi collegi. La scelta strategica che adottarono dopo il disastro di Madiun del 1948 – quando l’esercito uccise migliaia di militanti del Pki – fu decisiva. Aidit e il suo gruppo dissero: «Non saremo un partito rivoluzionario armato. Adotteremo una linea parlamentare». Questa strategia fu probabilmente una delle ragioni principali del suo successo. Il partito si presentò sulla scena pubblica in modo del tutto visibile e promosse una mobilitazione totale. Adottò posizioni forti sull’imperialismo e il nazionalismo, e sostenne i sindacalisti, i contadini e i lavoratori. Inoltre, l’alleanza del Pki con Sukarno creò una squadra formidabile. Le critiche arrivarono dopo, quando si disse che era stato un errore non armarsi. La scelta parlamentarista – secondo questa tesi – aveva prodotto una catastrofe annunciata: quando l’altra parte ricorse alla violenza, i comunisti, impreparati a una lotta armata, non poterono fare nulla e furono schiacciati. Vi è poi un altro aspetto cruciale: con la Democrazia Guidata di Sukarno [1960-1967, nda], dopo i tentativi di golpe della fine degli anni Cinquanta, le elezioni non si tennero più. La competizione tra partiti non si svolgeva più alle urne, ma per strada: nella mobilitazione di massa, nei comizi, nelle manifestazioni e nei grandi festival. E si scoprì che il Pki eccelleva in quel tipo di mobilitazioni. Quello che volevamo trasmettere nel libro è che il Pki non era destinato al fallimento, non era solo un gruppo di uomini cupi che discutevano in stanze buie. Era gente che suonava, si divertiva e si godeva la vita. La fine del Pki cominciò il primo ottobre 1965, quando una sollevazione militare di soldati progressisti fallì miseramente causando l’uccisione di sei generali. Per questo episodio l’esercito incolpò ingiustamente l’intero Pki, ma è ormai assodato che D.N. Aidit fosse al corrente (se non l’organizzatore) della cospirazione, mal consigliato dal capo della struttura clandestina del partito, Sjam. Dal tuo libro, tuttavia, metti in discussione finanche la partecipazione di Aidit e paventi la possibilità che Sjam fosse un agente per conto di Suharto. Puoi chiarire meglio la tua posizione sui fatti del 1º ottobre? La questione della responsabilità è complessa. Ritengo probabile che Aidit e forse uno o due altri membri del comitato centrale fossero a conoscenza del piano, ma non credo che il partito nel suo insieme ne fosse al corrente. La base, certamente, non sapeva nulla. Bisogna poi chiarire il significato di «responsabilità». Essere a conoscenza del piano, o anche simpatizzarvi, è molto diverso dall’averlo ideato e diretto. Personalmente, sulla base delle ricerche di John Roosa, penso che Aidit fosse probabilmente informato e che lo approvasse. Non sono però convinto che il piano sia stato ideato da lui. In quel contesto politico, era comune che un piano (come un rapimento o una dimostrazione di forza) circolasse tra diverse figure, che potevano poi scegliere se sostenerlo o meno. Questo scenario è diverso da una cospirazione centralizzata del Pki. L’ipotesi che trovo più plausibile, e che propongo nel libro, è che il movimento sia nato principalmente dalla rabbia all’interno di settori dell’esercito verso la corruzione dei propri vertici. La complicazione è che nell’esercito c’erano anche simpatizzanti del Pki, il quale incoraggiava apertamente questo sostegno. È quindi possibile che alcuni di quei simpatizzanti, con le loro frustrazioni autentiche, fossero coinvolti. In sintesi, affermare che Aidit fosse a conoscenza e abbia tollerato l’azione è una cosa; sostenere che ne fosse il responsabile, o che il Pki abbia una responsabilità collettiva per l’uccisione dei generali e per ciò che seguì, è un’altra ben diversa. Per quale motivo milioni di militanti comunisti non furono neanche lontanamente capaci di organizzare una resistenza? Fu solo un problema militare o anche un problema di linea politica? Primo, la gran parte degli iscritti non capì cosa stesse succedendo. I testimoni raccontano di adunate in cui l’esercito chiedeva ai membri del Pki e delle sue organizzazioni di farsi avanti, e la gente, ignara, lo faceva per poi essere arrestata. Secondo, il fatto che non si siano mobilitati suggerisce con forzache il partito non organizzò il Movimento del 30 Settembre. Se lo avesse fatto, avrebbe sicuramente diramato degli ordini di mobilitazione. Invece non successe nulla, a parte isolati episodi a Giava Centrale. Per un partito così abile nelle mobilitazioni, il silenzio e l’inazione furono sorprendenti. Terzo, il Pki era organizzato per la protesta di massa, non per combattere. Contrariamente alle accuse, non si stava armando. L’unico addestramento a cui erano stati sottoposti i propri militanti – così come quelli degli altri partiti – era una forma di difesa civile con bastoni e fucili finti. I membri del PKI non avevano una seria preparazione militare, né sapevano sparare. Anche negli scontri fisici precedenti, come durante l’occupazione delle campagne nel 1964, tendevano a perdere contro gruppi avversari. La resistenza che emerse fu quindi per lo più improvvisata e disperata, come quella di sei donne che cercarono di bloccare i soldati e che vennero fucilate per questo. L’unico tentativo di resistenza armata organizzata arrivò molto dopo, quando alcuni militanti fuggirono a Blitar, rifugiandosi nelle grotte per sopravvivere. Lì emerse la consapevolezza di organizzare una resistenza armata. Ma era troppo tardi. Nel testo vi sono molte foto di Sukarno, il Presidente della Repubblica impegnato nel trovare «soluzioni politiche» che impedissero la distruzione del Pki. Tuttavia, fu lui a concedere a Suharto i poteri militari che gli permisero di uccidere centinaia di migliaia di persone. Che opinione hai dell’ultima fase di Sukarno? Poteva fare di più per fermare i massacri? È una domanda difficile. Spesso si pensa che ogni cosa sia stata decisa dopo il 1° ottobre 1965, ma in realtà ci vollero due anni per estromettere Sukarno dal potere. L’esercito dovette persino frenare i suoi stessi sostenitori per non sfidarlo troppo apertamente. Sukarno, abituato a risolvere ogni crisi con carisma, concessioni e minacce, credette di poter gestire anche quella situazione. Firmò il Supersemar l’11 marzo 1966, trasferendo poteri a Suharto per «ristabilire l’ordine» con la convinzione di poterlo manovrare, ma sottovalutò la spietatezza di Suharto, che trasformò quel documento in uno strumento per il suo colpo di stato, fino a spingere Sukarno alle dimissioni. Inoltre, la firma gli fu estorta sotto la pressione da parte di generali di alto rango che lo affrontarono direttamente nella sua residenza estiva a Bogor, dove era fuggito dopo che le truppe avevano circondato il palazzo presidenziale. Alla tua domanda se avrebbe potuto fare di più, denunciando il massacro e dicendo che non poteva accettare quelle uccisioni, anche a rischio della vita… penso che tu abbia ragione. Avrebbe potuto fare di più, probabilmente. Il suo modo di operare politicamente, però, era sempre stato quello di manipolare e mettere le parti l’una contro l’altra. Non credo fosse nel suo stile un gesto così diretto e rischioso come quello che stai suggerendo. Va detto, per onestà, che intorno a novembre-dicembre del 1965 disse chiaramente che le uccisioni dovevano fermarsi. Su questa base istituì una commissione di accertamento dei fatti , che però visitò solo Giava e Bali e si confrontò solamente con funzionari governativi e militari.  Col suo lavoro Jess Melvin ha dimostrato che da parte dell’esercito vi fossero intenzioni genocidiarie, ovvero quelle di distruggere «fino alla radice» il Pki. Ritieni che i massacri anticomunisti del 1965 in Indonesia possano essere definiti «genocidio»? Ritengo che, nell’evoluzione del dibattito sulla violenza di massa, sia corretto definire i fatti del 1965 un genocidio. La difficoltà risiede nella definizione giuridica stretta della Convenzione sul genocidio, che protegge solo gruppi nazionali, etnici, razziali o religiosi – categorie nelle quali il Pki, in quanto partito politico, non rientra facilmente. Per questo, alcuni storici sono riluttanti a usare il termine. Tuttavia, sempre più studiosi sostengono che sia assurdo escludere un gruppo politico quando la logica dello sterminio è identica: l’intento deliberato di annientare «fino alla radice» una parte della popolazione. Le dinamiche, l’obiettivo e la ferocia sono le stesse di un genocidio etnico o religioso. Si può anche argomentare che le violenze costituirono un genocidio sulla base del fatto che il Pki costituiva un «gruppo nazionale» nel senso più ampio, un elemento costitutivo e simbolico della stessa nazione indonesiana – proprio come gli abitanti di Srebrenica rappresentavano una parte vitale e simbolica della comunità bosniaca. Questa posizione è stata espressa dal Tribunale Internazionale Popolare 1965 e da numerosi stimati studiosi. Ad ogni modo, per me la questione definitoria è meno importante del comprendere come e perché sia successo, e delle sue terribili conseguenze a lungo termine. Oltre all’effetto immediato su centinaia di migliaia di persone, dobbiamo considerare le conseguenze per la società nel suo complesso, che perdurano fino a oggi. Reputo queste questioni più importanti della disputa accademica sulle definizioni. In conclusione, credi che nell’Indonesia di domani vi possa essere la rinascita di un nuovo movimento o partito di sinistra anticapitalista? Penso che sia piuttosto improbabile assistere alla nascita di un nuovo partito anticapitalista o di sinistra che operi apertamente all’interno del sistema politico. Mi sembra una prospettiva molto lontana. Tuttavia, credo che stiamo già assistendo alla nascita di un nuovo movimento di sinistra, anche se per il momento è limitato a giovani delle aree urbane, persone con un’istruzione universitaria, giornalisti, attivisti e simili. Osservo un entusiasmo e un fermento emergenti intorno a queste idee più progressiste. Quindi, non sono troppo ottimista sul fatto che questo fermento possa trasformarsi in un partito politico formale. Sono invece piuttosto ottimista sulla sua capacità di operare come movimento non partitico. E questo sta già accadendo. *Geoffrey B. Robinson, professore emerito di storia alla University of California (Ucla) specializzato nella violenza politica e diritti umani nel Sud-Est Asiatico. Oltre a Exposure: A Visual History of the Destruction of ther Indonesian Left (Cornell University Press, 2025), ha pubblicato The Killing Season. A History of the Indonesian Massacres 1965-66 (Princenton University Press, 2018). Nicola Tanno è laureato in Scienze Politiche e in Analisi Economica delle Istituzioni Internazionali presso l’Università Sapienza di Roma. Ha pubblicato Tutta colpa di Robben (Ensemble, 2012). Nel 2026 pubblicherà Arcipelago Rosso. Lotta Politica e Genocidio in Indonesia (1914-1968) (Mimesis). Vive e lavora da anni a Barcellona. L'articolo Indonesia, memoria e cancellazione proviene da Jacobin Italia.
January 22, 2026
Jacobin Italia
GABRIEL POMBO DA SILVA – REPRESSIONE IN INDONESIA – PRISONERS FOR PALESTINE – UG SOLUTIONS E MERCENARI A GAZA@3
Estratti dalla puntata del 8dicembre 2025 di Bello Come Una Prigione Che Brucia GABRIEL POMBO DA SILVIA E OPERAZIONE SCRIPTA MANENT Apriamo la puntata con la notizia della richiesta di arresto in Spagna del compagno anarchico Gabriel Pombo da Silva all’interno di un’operazione congiunta con la Digos di Torino per l’esecuzione della condanna a due anni di reclusione per apologia e istigazione a delinquere con finalità di terrorismo. Condanna che si inscrive all’interno della strategia dell’Operazione Scripta Manent, volta a cancellare – anche su un piano storico oltre che repressivo – una fase della conflittualità anarchica. Apprendiamo che Gabriel è stato sottoposto a obbligo di firma e integriamo con gli aggiornamenti di una compagna: Aggiornamenti: REPRESSIONE DOPO I RIOTS IN INDONESIA E CASO “CHAOS STAR” Grazie al contributo di Palang Hitam/ABC Indonesia cerchiamo di osservare il contesto in cui si sono sviluppate le rivolte anti-governative tra agosto e settembre 2025, con un focus specifico sulla repressione dei compagni anarchici e la montatura del caso “Chaos Star”: AGGIORNAMENTI PRISONERS FOR PALESTINE Le pratiche di Palestine Action contro il genocidio e l’industria della guerra fanno paura per la loro efficacia e per il consenso che stanno producendo nel Regno Unito e in giro per il mondo; non stupisce quindi che l’apparato politico, repressivo e mediatico si siano mossi in sinergia – sotto forte impulso della diplomazia israeliana e del settore bellico sionista – per disinnescare questo movimento. Prosegue lo sciopero della fame portato avanti da prigioniere/i di Palestine Action a partire dal 2 novembre 2025 nelle carceri britanniche: tre di loro hanno subito ricoveri in ospedale, mentre la lotta fa finalmente breccia nella censura dei media di regime. Ascoltiamo gli aggiornamenti che ci arrivano da una compagna in UK: UG SOLUTIONS, YELLOW ZONE E CAMPI DI CONCENTRAMENTO A GAZA Il contractor statunitense del settore difesa UG Solutions, già attivo nell’approvvigionamento di mercenari per la Gaza Humanitarian Foundation, ha attivato una nuova campagna di reclutamento in vista dell’implementazione della nuova fase prevista per Gaza: tra campi di concentramento, linee della morte e ingegneria sociale. LA MORTE DI ABU SHABAB E IL TRAFFICO DI DROGA A GAZA Il 4 dicembre 2025 Yasser Abu Shabab è morto in un ospedale israeliano: autoproclamatosi leader delle Popular Forces, una milizia informale utilizzata da Israele in chiava anti-Hamas, questo gangster era una figura coinvolta nel contrabbando e nello spaccio di droga a Gaza (soprattutto oppioidi si sintesi come Tramadol) e il suo gruppo criminale ha avuto rapporti documentati con ISIS (Daesh):
December 9, 2025
Radio Blackout - Info
GABRIEL POMBO DA SILVA – REPRESSIONE IN INDONESIA – PRISONERS FOR PALESTINE – UG SOLUTIONS E MERCENARI A GAZA@4
Estratti dalla puntata del 8dicembre 2025 di Bello Come Una Prigione Che Brucia GABRIEL POMBO DA SILVIA E OPERAZIONE SCRIPTA MANENT Apriamo la puntata con la notizia della richiesta di arresto in Spagna del compagno anarchico Gabriel Pombo da Silva all’interno di un’operazione congiunta con la Digos di Torino per l’esecuzione della condanna a due anni di reclusione per apologia e istigazione a delinquere con finalità di terrorismo. Condanna che si inscrive all’interno della strategia dell’Operazione Scripta Manent, volta a cancellare – anche su un piano storico oltre che repressivo – una fase della conflittualità anarchica. Apprendiamo che Gabriel è stato sottoposto a obbligo di firma e integriamo con gli aggiornamenti di una compagna: Aggiornamenti: REPRESSIONE DOPO I RIOTS IN INDONESIA E CASO “CHAOS STAR” Grazie al contributo di Palang Hitam/ABC Indonesia cerchiamo di osservare il contesto in cui si sono sviluppate le rivolte anti-governative tra agosto e settembre 2025, con un focus specifico sulla repressione dei compagni anarchici e la montatura del caso “Chaos Star”: AGGIORNAMENTI PRISONERS FOR PALESTINE Le pratiche di Palestine Action contro il genocidio e l’industria della guerra fanno paura per la loro efficacia e per il consenso che stanno producendo nel Regno Unito e in giro per il mondo; non stupisce quindi che l’apparato politico, repressivo e mediatico si siano mossi in sinergia – sotto forte impulso della diplomazia israeliana e del settore bellico sionista – per disinnescare questo movimento. Prosegue lo sciopero della fame portato avanti da prigioniere/i di Palestine Action a partire dal 2 novembre 2025 nelle carceri britanniche: tre di loro hanno subito ricoveri in ospedale, mentre la lotta fa finalmente breccia nella censura dei media di regime. Ascoltiamo gli aggiornamenti che ci arrivano da una compagna in UK: UG SOLUTIONS, YELLOW ZONE E CAMPI DI CONCENTRAMENTO A GAZA Il contractor statunitense del settore difesa UG Solutions, già attivo nell’approvvigionamento di mercenari per la Gaza Humanitarian Foundation, ha attivato una nuova campagna di reclutamento in vista dell’implementazione della nuova fase prevista per Gaza: tra campi di concentramento, linee della morte e ingegneria sociale. LA MORTE DI ABU SHABAB E IL TRAFFICO DI DROGA A GAZA Il 4 dicembre 2025 Yasser Abu Shabab è morto in un ospedale israeliano: autoproclamatosi leader delle Popular Forces, una milizia informale utilizzata da Israele in chiava anti-Hamas, questo gangster era una figura coinvolta nel contrabbando e nello spaccio di droga a Gaza (soprattutto oppioidi si sintesi come Tramadol) e il suo gruppo criminale ha avuto rapporti documentati con ISIS (Daesh):
December 9, 2025
Radio Blackout - Info