Indonesia, storia di un genocidio anticomunista
Articolo di Nicola Tanno
Alle sette e un quarto del primo ottobre 1965 il popolo indonesiano si svegliò
con l’annuncio radiofonico da parte del tenente colonnello Untung, portavoce di
una entità mai sentita in precedenza, il Movimento 30 Settembre. Nel comunicato
si informava che nella notte precedente il Movimento aveva sventato un colpo di
stato ai danni del Presidente della Repubblica Sukarno per mano del «Consiglio
dei Generali» e che alcuni di essi erano stati arrestati. Da lì a poco,
concludeva il comunicato, sarebbe stata annunciata la prossima nascita di un
Consiglio Rivoluzionario Indonesiano con poteri esecutivi e dotato anche di
ramificazioni territoriali.
Fu attraverso questo misterioso comunicato (che non diceva nulla né riguardo le
intenzioni del Movimento né quelle dei generali arrestati) che gli indonesiani
vennero a conoscenza della sommossa militare che avrebbe cambiato per sempre la
storia del paese – seppur in direzione opposta a quella degli ufficiali insorti.
Quella deI Movimento 30 Settembre era una ribellione militare di ufficiali di
basso e medio rango ideata segretamente dal segretario del Partito Comunista
Indonesiano (Pki) D.N. Aidit attraverso la struttura semi-clandestina del
partito ma senza informare né i militanti né i suoi più stretti collaboratori.
L’obiettivo dell’operazione – in coerenza con una tradizione consolidata nel
paese di rapimenti politici – era quella di arrestare i principali generali
dell’esercito indonesiano, attestati su posizioni reazionarie, e di portarli
dinanzi al Presidente della Repubblica, in modo da fargli confessare le proprie
trame golpiste. Nel frattempo, secondo le intenzioni dei rivoltosi, in tutto il
paese il popolo indonesiano sarebbe sceso in piazza per dare sostegno al
Movimento e chiedere cambiamenti nell’esercito e nel governo.
Quel tentativo di cambiare i destini dell’Indonesia attraverso una rivolta
dall’alto fu un totale disastro: sei generali vennero uccisi, un settimo (e il
più importante) fuggì al rapimento e nell’arcipelago quasi non vi furono
mobilitazioni. Il 2 ottobre l’esercito prese di fatto il controllo del paese,
sequestrando tutta la stampa, limitando al massimo le capacità di manovre di
Sukarno e avviando una campagna forsennata per punire i responsabili del
Movimento 30 Settembre: i militari sollevati, certo, ma soprattutto i comunisti.
Fu quello l’avvio di un massacro di proporzioni immense che tinse di sangue il
paese nei sei mesi successivi. Disorientato dalle accuse, impossibilitato a
difendersi attraverso la stampa, privo di una leadership che si rifugiò da
subito nelle foreste di Yogyakarta, il Pki – nonostante la sua forza numerica –
fu incapace di opporre la benché minima resistenza e andò incontro al suo
destino: tra i 500 mila e il milione di militanti e simpatizzanti del Pki e i
propri familiari vennero assassinati dall’esercito e dalle milizie organizzate
da esso. Vennero uccisi perché comunisti, pur senza avere alcun ruolo nei fatti
del 1º ottobre ma solo per via della propria appartenenza al partito e per la
propria ideologia.
L’obiettivo dell’esercito era sradicare «fino alla radice» l’esistenza stessa di
quella grande organizzazione e per farlo non fece distinzione tra dirigenti e
semplici militanti. Bisognava distruggere un’intera tradizione politica, un
«modo di pensare», come ha detto Geoffrey Robinson, e per questo, villaggio per
villaggio, diede vita a una caccia all’uomo che annientò del tutto il Pki. Per
via dello sterminio sistematico di membri del collettivo comunista,
dell’apparato organizzativo messo in moto per portarlo a termine, del linguaggio
disumanizzante usato per giustificarlo e dei numeri immensi di persone
assassinate, sono oggi in tanti gli studiosi che ritengono che quello del
1965-66 in Indonesia fu un genocidio, un genocidio anticomunista.
L’ORDINE DI DISTRUGGERE
A lungo i massacri avvenuti in Indonesia sono stati trattati con un approccio
orientalista, considerandoli come rivolta spontanea, religiosa e popolare degli
abitanti dei villaggi contro gli atei comunisti, accusati di sradicare l’armonia
della comunità indonesiana. Tuttavia, dopo sessant’anni grazie agli studi di
Cribb, Robinson, Roosa e Melvin è possibile affermare che di spontaneo nei
massacri del 1965-66 non vi fu assolutamente nulla.
Innanzitutto l’esercito indonesiano era preparato da tempo per distruggere il
Pki. Animato da un virulento anticomunismo, già nel 1948 esso si era reso
responsabile del massacro di Madiun, città di Giava dove un’insurrezione
comunista era stata repressa nel sangue uccidendo 10mila persone. Nel corso
degli anni poi, la Tni (acronimo dell’esercito derivante da Tentara Nasional
Indonesia) aveva adottato una strategia di difesa che, in realtà, serviva per il
controllo interno. Affiancando gli amministratori di tutti i villaggi del paese
con un comando militare, si affermava di voler prepararsi a una guerriglia a
livello locale in caso di aggressione esterna. In realtà si trattava di una
forma di controllo interno, monitorando da vicino l’attività del Partito
Comunista. Inoltre, per via dello scontro con i Paesi Bassi per la «liberazione»
di Papua Occidentale prima e con la Federazione Malese poi (la cosiddetta
Konfrontasi), nel paese continuava a essere imposta una legge marziale che
assegnava un immenso potere alle forze armate. Proprio la Konfrontasi, iniziata
nel 1963, permise all’esercito di disegnare piani di mobilitazione di civili in
caso di scontro armato, piani che sarebbero stati applicati contro i comunisti
immediatamente dopo il 1º ottobre 1965.
Sin dalla sera del primo ottobre, poi, i comandi militari lanciarono ordini ben
precisi di «annichilimento» del Movimento 30 Settembre e del Pki con l’obbligo
da parte della popolazione locale di collaborare attivamente in quest’opera di
sterminio. Nonostante il fatto che i militanti del Pki fossero completamente
disarmati e inoffensivi, l’esercito lanciò operazioni di «guerra», con elenchi
di persone da eliminare e mappe con i numeri di comunisti da uccidere in ogni
zona. A dare manforte (ma subordinate alla Tni), vi erano strutture paramilitari
legate ai partiti politici anticomunisti e già attive da tempo nelle campagne
dell’arcipelago. Sotto gli ordini e il coordinamento dei militari e sospinte da
una propaganda genocida incessante, esse parteciparono attivamente nell’arresto
e nello sterminio di militanti del Pki e dei loro familiari nonché alla
distruzione di case e di sedi del partito. Vi furono pogrom e assassinii di
massa in molte zone del paese ma la principale procedura dei massacri
consistette in due fasi: una prima di detenzioni di massa, la seconda di
esecuzioni dei detenuti. Le uccisioni, avvenute al di fuori di qualsiasi cornice
legale, avvenivano di solito durante la notte, quando molte persone sospettate
di essere affiliate al Pki venivano prelevate spesso sulla base di elenchi
forniti da interrogatori militari, gruppi anticomunisti o persino, come vedremo,
da ambasciate straniere. I prigionieri venivano immobilizzati, bendati e
caricati su camion diretti verso luoghi remoti. In quei siti isolati, si
procedeva con le esecuzioni: i detenuti venivano allineati lungo il margine di
burroni, sulle rive dei fiumi o davanti a fosse comuni, e lì venivano
giustiziati, spesso con armi da fuoco, colpi inferti con oggetti contundenti o
metodi ancora più brutali. I corpi venivano poi gettati nei burroni, nei fiumi o
sepolti sommariamente.
PROPAGANDA DISUMANIZZANTE
Lo sterminio degli appartenenti al Pki non sarebbe stato possibile senza
un’operazione mentale che rendesse accettata da tutti l’uccisione o l’arresto di
chiunque fosse anche solo sospettato di essere comunista. Attraverso il
controllo totale dei mass media e la diffusione di storie assurde e spaventose,
il Tni costruì un clima favorevole al massacro senza che le vittime potessero
far nulla per difendersi dalle mostruose accuse che gli venivano mosse. Quattro,
sostiene lo storico John Roosa, furono i pilastri retorici di questa operazione
psicologica. Innanzitutto il Pki venne accusato per intero di ciò che accadde
nella sola Giacarta il 1º ottobre. Nonostante il fatto che neanche i massimi
collaboratori di Aidit sapessero nulla della ribellione, la stampa accusò tutti
i dirigenti e militanti fino all’isola più sperduta dell’arcipelago di essere
colpevoli dell’uccisione dei sei generali. La macchina della propaganda produsse
notizie riguardanti il ritrovamento di piani di sterminio e di improbabili fosse
comuni in tutto il paese per seppellire le vittime del Pki.
Il secondo pilastro dell’operazione psicologica fu la disumanizzazione dei
comunisti. Attraverso un linguaggio estremamente violento e la diffusione di
notizie false, il Tni e i suoi alleati religiosi costruirono attorno al Pki
un’aura di barbarie e perversione che rendeva lo sterminio non solo
giustificabile, ma addirittura un dovere patriottico e religioso. I comunisti
furono sistematicamente dipinti come «traditori della nazione», «barbari» e
«animali selvaggi». La stampa, completamente controllata, li descriveva come
assassini che provavano piacere nel torturare e uccidere, atei privi di
qualsiasi moralità. Le donne affiliate alla Gerwani in particolare
(l’organizzazione femminile fiancheggiatrice del Pki) venivano accusate di aver
ucciso attraverso una danza macabra e torture sessuali i sei generali, una
narrazione grottesca e completamente inventata ma che penetrò con efficacia
tossica nella coscienza collettiva. Il terzo pilastro della propaganda genocida,
poi, fu quello di rappresentare il Pki e il Movimento 30 Settembre come una
minaccia viva, imminente e pericolosissima. La morte dei sei generali era solo
il preludio e se non fosse stato fermato all’istante il Pki avrebbe commesso
altri spaventosi crimini. La stampa sotto il controllo del Tni raccontò la
strage di militanti di sinistra come una guerra civile mentre, in realtà,
praticamente tutti i militanti del Pki e delle strutture a esso affini cercarono
solo di salvare la propria vita e non ricevettero mai alcuna indicazione di
resistenza. Infine, la distruzione del Partito Comunista Indonesiano venne
subito ricondotta all’episodio di Madiun del 1948, quando per la prima volta
l’esercito della neonata Repubblica aveva represso nel sangue una ribellione
comunista. Così come nel 1948 era stato necessario punire il tradimento
comunista, ora si trattava di stroncare quella che veniva definita «la seconda
Madiun» per impedire che ve ne fosse una «terza». La stampa martellava
quotidianamente su questo paragone, legittimando la repressione in atto come una
necessaria misura preventiva per salvare la Repubblica.
IL RUOLO DELL’OCCIDENTE
Lo spaventoso massacro per mano dell’esercito, che terminò verso la metà del
1966, vide la piena partecipazione degli Stati uniti, che diedero un supporto
logistico, economico e di incoraggiamento. Dopo aver per anni cercato di
destabilizzare la repubblica – sempre più vicina alla Cina – attraverso
attentati e secessioni, gli Usa e i loro alleati arrivarono alla conclusione che
il modo migliore per sbarazzarsi del Pki e del Presidente della Repubblica
Sukarno (non comunista ma a esso sempre più vicino) era quello di provocare un
colpo di stato dei comunisti. Diffondendo notizie su un imminente golpe dei
militari, gli Usa speravano di provocare il Pki e di spingerlo verso la suicida
mossa di un’azione preventiva. Quando essa poi si concretizzò, gli Usa diedero
il massimo sostegno al Tni attraverso la fornitura materiale di diverso tipo, la
diffusione di propaganda anticomunista e l’isolamento diplomatico di Sukarno.
Non solo, un diplomatico statunitense di stanza a Giacarta, Robert Martens,
ammise anni dopo di aver fornito alla Tni una lista di 5.000 militanti comunisti
da eliminare. Non si trattava di dirigenti nazionali, ma locali, affinché in
nessuna parte dell’arcipelago potesse resuscitare la speranza di un’alternativa
alla violenza fascista del nuovo regime guidato da Suharto, sostenuto poi dagli
Usa e dall’Occidente fino al 1999.
PERCHÉ FU UN GENOCIDIO
Una delle grandi questioni rimaste aperte riguarda se i massacri del 1965-66
possano essere definiti «genocidio». Jess Melvin ha affrontato il tema su due
piani: da un lato quello teorico, chiedendosi se i comunisti possano rientrare
tra i gruppi tutelati dalla Convenzione del 1948 e dall’altro quello
documentario, mostrando prove dell’intenzionalità dell’esercito di annientare
fisicamente il Pki. Sul piano teorico, Melvin sostiene che, pur non essendo i
gruppi politici esplicitamente menzionati dalla Convenzione, le azioni e le
intenzioni degli ufficiali indonesiani dimostrano la volontà di sterminare un
gruppo per ragioni ideologiche, e quindi la protezione andrebbe estesa anche a
essi. Sul piano empirico, il suo contributo decisivo è l’analisi di documenti
militari che rivelano ordini espliciti di «annichilire» il Pki, emessi già il 1º
ottobre 1965 dai comandi di Sumatra e ripetuti nei giorni successivi, con
l’invito alla popolazione a collaborare. Questi ordini, insieme alla
pianificazione preventiva e ai contatti con ufficiali statunitensi, dimostrano
l’intenzionalità di distruggere «in tutto o in parte» il collettivo comunista.
Anche se le istruzioni documentate riguardano i comandi di Sumatra, resta chiaro
che esse si inserivano in una catena di comando che risaliva fino all’Alto
Comando, guidato da Suharto.
In altre occasioni si è qui spiegato quale fosse la situazione dell’Indonesia
degli anni ‘50-60, quale fosse la strategia di D.N. Aidit e del Pki e il perché
lo sterminio di comunisti in Indonesia fu un modello replicato altrove durante
la Guerra Fredda. Per il sessantesimo anniversario di questo immane massacro —
prevalentemente ignorato e senza che i colpevoli abbiano mai pagato per le
proprie responsabilità — si è qui voluto mettere in luce la sua dinamica, non
troppo diversa da quella che oggi colpisce la Palestina. La disumanizzazione,
l’efficienza tecnica e la propaganda allora come oggi sono i pilastri di ogni
progetto genocida. Ma parlare dell’Indonesia del 1965 e della strage dei
comunisti significa anche ricordare un aspetto che la stampa liberale tende
sistematicamente a occultare: il Novecento è stato un secolo denso di genocidi,
e i comunisti ne sono stati spesso le vittime. Quello indonesiano ne è solo il
caso più estremo.
*Nicola Tanno è laureato in scienze politiche e in analisi economica delle
istituzioni Internazionali presso l’Università Sapienza di Roma. Ha pubblicato
Tutta colpa di Robben (Ensemble, 2012). Vive e lavora da anni a Barcellona.
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