Indonesia, storia di un genocidio anticomunista

Jacobin Italia - Wednesday, October 1, 2025
Articolo di Nicola Tanno

Alle sette e un quarto del primo ottobre 1965 il popolo indonesiano si svegliò con l’annuncio radiofonico da parte del tenente colonnello Untung, portavoce di una entità mai sentita in precedenza, il Movimento 30 Settembre. Nel comunicato si informava che nella notte precedente il Movimento aveva sventato un colpo di stato ai danni del Presidente della Repubblica Sukarno per mano del «Consiglio dei Generali» e che alcuni di essi erano stati arrestati. Da lì a poco, concludeva il comunicato, sarebbe stata annunciata la prossima nascita di un Consiglio Rivoluzionario Indonesiano con poteri esecutivi e dotato anche di ramificazioni territoriali. 

Fu attraverso questo misterioso comunicato (che non diceva nulla né riguardo le intenzioni del Movimento né quelle dei generali arrestati) che gli indonesiani vennero a conoscenza della sommossa militare che avrebbe cambiato per sempre la storia del paese – seppur in direzione opposta a quella degli ufficiali insorti. Quella deI Movimento 30 Settembre era una ribellione militare di ufficiali di basso e medio rango ideata segretamente dal segretario del Partito Comunista Indonesiano (Pki) D.N. Aidit attraverso la struttura semi-clandestina del partito ma senza informare né i militanti né i suoi più stretti collaboratori. L’obiettivo dell’operazione – in coerenza con una tradizione consolidata nel paese di rapimenti politici – era quella di arrestare i principali generali dell’esercito indonesiano, attestati su posizioni reazionarie, e di portarli dinanzi al Presidente della Repubblica, in modo da fargli confessare le proprie trame golpiste. Nel frattempo, secondo le intenzioni dei rivoltosi, in tutto il paese il popolo indonesiano sarebbe sceso in piazza per dare sostegno al Movimento e chiedere cambiamenti nell’esercito e nel governo. 

Quel tentativo di cambiare i destini dell’Indonesia attraverso una rivolta dall’alto fu un totale disastro: sei generali vennero uccisi, un settimo (e il più importante) fuggì al rapimento e nell’arcipelago quasi non vi furono mobilitazioni. Il 2 ottobre l’esercito prese di fatto il controllo del paese, sequestrando tutta la stampa, limitando al massimo le capacità di manovre di Sukarno e avviando una campagna forsennata per punire i responsabili del Movimento 30 Settembre: i militari sollevati, certo, ma soprattutto i comunisti. Fu quello l’avvio di un massacro di proporzioni immense che tinse di sangue il paese nei sei mesi successivi. Disorientato dalle accuse, impossibilitato a difendersi attraverso la stampa, privo di una leadership che si rifugiò da subito nelle foreste di Yogyakarta, il Pki – nonostante la sua forza numerica – fu incapace di opporre la benché minima resistenza e andò incontro al suo destino: tra i 500 mila e il milione di militanti e simpatizzanti del Pki e i propri familiari vennero assassinati dall’esercito e dalle milizie organizzate da esso. Vennero uccisi perché comunisti, pur senza avere alcun ruolo nei fatti del 1º ottobre ma solo per via della propria appartenenza al partito e per la propria ideologia. 

L’obiettivo dell’esercito era sradicare «fino alla radice» l’esistenza stessa di quella grande organizzazione e per farlo non fece distinzione tra dirigenti e semplici militanti. Bisognava distruggere un’intera tradizione politica, un «modo di pensare», come ha detto Geoffrey Robinson, e per questo, villaggio per villaggio, diede vita a una caccia all’uomo che annientò del tutto il Pki. Per via dello sterminio sistematico di membri del collettivo comunista, dell’apparato organizzativo messo in moto per portarlo a termine, del linguaggio disumanizzante usato per giustificarlo e dei numeri immensi di persone assassinate, sono oggi in tanti gli studiosi che ritengono che quello del 1965-66 in Indonesia fu un genocidio, un genocidio anticomunista.

L’ordine di distruggere

A lungo i massacri avvenuti in Indonesia sono stati trattati con un approccio orientalista, considerandoli come rivolta spontanea, religiosa e popolare degli abitanti dei villaggi contro gli atei comunisti, accusati di sradicare l’armonia della comunità indonesiana. Tuttavia, dopo sessant’anni grazie agli studi di Cribb, Robinson, Roosa e Melvin è possibile affermare che di spontaneo nei massacri del 1965-66 non vi fu assolutamente nulla.

Innanzitutto l’esercito indonesiano era preparato da tempo per distruggere il Pki. Animato da un virulento anticomunismo, già nel 1948 esso si era reso responsabile del massacro di Madiun, città di Giava dove un’insurrezione comunista era stata repressa nel sangue uccidendo 10mila persone. Nel corso degli anni poi, la Tni (acronimo dell’esercito derivante da Tentara Nasional Indonesia) aveva adottato una strategia di difesa che, in realtà, serviva per il controllo interno. Affiancando gli amministratori di tutti i villaggi del paese con un comando militare, si affermava di voler prepararsi a una guerriglia a livello locale in caso di aggressione esterna. In realtà si trattava di una forma di controllo interno, monitorando da vicino l’attività del Partito Comunista. Inoltre, per via dello scontro con i Paesi Bassi per la «liberazione» di Papua Occidentale prima e con la Federazione Malese poi (la cosiddetta Konfrontasi), nel paese continuava a essere imposta una legge marziale che assegnava un immenso potere alle forze armate. Proprio la Konfrontasi, iniziata nel 1963, permise all’esercito di disegnare piani di mobilitazione di civili in caso di scontro armato, piani che sarebbero stati applicati contro i comunisti immediatamente dopo il 1º ottobre 1965.

Sin dalla sera del primo ottobre, poi, i comandi militari lanciarono ordini ben precisi di «annichilimento» del Movimento 30 Settembre e del Pki con l’obbligo da parte della popolazione locale di collaborare attivamente in quest’opera di sterminio. Nonostante il fatto che i militanti del Pki fossero completamente disarmati e inoffensivi, l’esercito lanciò operazioni di «guerra», con elenchi di persone da eliminare e mappe con i numeri di comunisti da uccidere in ogni zona. A dare manforte (ma subordinate alla Tni), vi erano strutture paramilitari legate ai partiti politici anticomunisti e già attive da tempo nelle campagne dell’arcipelago. Sotto gli ordini e il coordinamento dei militari e sospinte da una propaganda genocida incessante, esse parteciparono attivamente nell’arresto e nello sterminio di militanti del Pki e dei loro familiari nonché alla distruzione di case e di sedi del partito. Vi furono pogrom e assassinii di massa in molte zone del paese ma la principale procedura dei massacri consistette in due fasi: una prima di detenzioni di massa, la seconda di esecuzioni dei detenuti. Le uccisioni, avvenute al di fuori di qualsiasi cornice legale, avvenivano di solito durante la notte, quando molte persone sospettate di essere affiliate al Pki venivano prelevate spesso sulla base di elenchi forniti da interrogatori militari, gruppi anticomunisti o persino, come vedremo, da ambasciate straniere. I prigionieri venivano immobilizzati, bendati e caricati su camion diretti verso luoghi remoti. In quei siti isolati, si procedeva con le esecuzioni: i detenuti venivano allineati lungo il margine di burroni, sulle rive dei fiumi o davanti a fosse comuni, e lì venivano giustiziati, spesso con armi da fuoco, colpi inferti con oggetti contundenti o metodi ancora più brutali. I corpi venivano poi gettati nei burroni, nei fiumi o sepolti sommariamente.

Propaganda disumanizzante

Lo sterminio degli appartenenti al Pki non sarebbe stato possibile senza un’operazione mentale che rendesse accettata da tutti l’uccisione o l’arresto di chiunque fosse anche solo sospettato di essere comunista. Attraverso il controllo totale dei mass media e la diffusione di storie assurde e spaventose, il Tni costruì un clima favorevole al massacro senza che le vittime potessero far nulla per difendersi dalle mostruose accuse che gli venivano mosse. Quattro, sostiene lo storico John Roosa, furono i pilastri retorici di questa operazione psicologica. Innanzitutto il Pki venne accusato per intero di ciò che accadde nella sola Giacarta il 1º ottobre. Nonostante il fatto che neanche i massimi collaboratori di Aidit sapessero nulla della ribellione, la stampa accusò tutti i dirigenti e militanti fino all’isola più sperduta dell’arcipelago di essere colpevoli dell’uccisione dei sei generali. La macchina della propaganda produsse notizie riguardanti il ritrovamento di piani di sterminio e di improbabili fosse comuni in tutto il paese per seppellire le vittime del Pki. 

Il secondo pilastro dell’operazione psicologica fu la disumanizzazione dei comunisti. Attraverso un linguaggio estremamente violento e la diffusione di notizie false, il Tni e i suoi alleati religiosi costruirono attorno al Pki un’aura di barbarie e perversione che rendeva lo sterminio non solo giustificabile, ma addirittura un dovere patriottico e religioso. I comunisti furono sistematicamente dipinti come «traditori della nazione», «barbari» e «animali selvaggi». La stampa, completamente controllata, li descriveva come assassini che provavano piacere nel torturare e uccidere, atei privi di qualsiasi moralità. Le donne affiliate alla Gerwani in particolare (l’organizzazione femminile fiancheggiatrice del Pki) venivano accusate di aver ucciso attraverso una danza macabra e torture sessuali i sei generali, una narrazione grottesca e completamente inventata ma che penetrò con efficacia tossica nella coscienza collettiva. Il terzo pilastro della propaganda genocida, poi, fu quello di rappresentare il Pki e il Movimento 30 Settembre come una minaccia viva, imminente e pericolosissima. La morte dei sei generali era solo il preludio e se non fosse stato fermato all’istante il Pki avrebbe commesso altri spaventosi crimini. La stampa sotto il controllo del Tni raccontò la strage di militanti di sinistra come una guerra civile mentre, in realtà, praticamente tutti i militanti del Pki e delle strutture a esso affini cercarono solo di salvare la propria vita e non ricevettero mai alcuna indicazione di resistenza. Infine, la distruzione del Partito Comunista Indonesiano venne subito ricondotta all’episodio di Madiun del 1948, quando per la prima volta l’esercito della neonata Repubblica aveva represso nel sangue una ribellione comunista. Così come nel 1948 era stato necessario punire il tradimento comunista, ora si trattava di stroncare quella che veniva definita «la seconda Madiun» per impedire che ve ne fosse una «terza». La stampa martellava quotidianamente su questo paragone, legittimando la repressione in atto come una necessaria misura preventiva per salvare la Repubblica.

Il ruolo dell’Occidente

Lo spaventoso massacro per mano dell’esercito, che terminò verso la metà del 1966, vide la piena partecipazione degli Stati uniti, che diedero un supporto logistico, economico e di incoraggiamento. Dopo aver per anni cercato di destabilizzare la repubblica – sempre più vicina alla Cina – attraverso attentati e secessioni, gli Usa e i loro alleati arrivarono alla conclusione che il modo migliore per sbarazzarsi del Pki e del Presidente della Repubblica Sukarno (non comunista ma a esso sempre più vicino) era quello di provocare un colpo di stato dei comunisti. Diffondendo notizie su un imminente golpe dei militari, gli Usa speravano di provocare il Pki e di spingerlo verso la suicida mossa di un’azione preventiva. Quando essa poi si concretizzò, gli Usa diedero il massimo sostegno al Tni attraverso la fornitura materiale di diverso tipo, la diffusione di propaganda anticomunista e l’isolamento diplomatico di Sukarno. Non solo, un diplomatico statunitense di stanza a Giacarta, Robert Martens, ammise anni dopo di aver fornito alla Tni una lista di 5.000 militanti comunisti da eliminare. Non si trattava di dirigenti nazionali, ma locali, affinché in nessuna parte dell’arcipelago potesse resuscitare la speranza di un’alternativa alla violenza fascista del nuovo regime guidato da Suharto, sostenuto poi dagli Usa e dall’Occidente fino al 1999.

Perché fu un genocidio

Una delle grandi questioni rimaste aperte riguarda se i massacri del 1965-66 possano essere definiti «genocidio». Jess Melvin ha affrontato il tema su due piani: da un lato quello teorico, chiedendosi se i comunisti possano rientrare tra i gruppi tutelati dalla Convenzione del 1948 e dall’altro quello documentario, mostrando prove dell’intenzionalità dell’esercito di annientare fisicamente il Pki. Sul piano teorico, Melvin sostiene che, pur non essendo i gruppi politici esplicitamente menzionati dalla Convenzione, le azioni e le intenzioni degli ufficiali indonesiani dimostrano la volontà di sterminare un gruppo per ragioni ideologiche, e quindi la protezione andrebbe estesa anche a essi. Sul piano empirico, il suo contributo decisivo è l’analisi di documenti militari che rivelano ordini espliciti di «annichilire» il Pki, emessi già il 1º ottobre 1965 dai comandi di Sumatra e ripetuti nei giorni successivi, con l’invito alla popolazione a collaborare. Questi ordini, insieme alla pianificazione preventiva e ai contatti con ufficiali statunitensi, dimostrano l’intenzionalità di distruggere «in tutto o in parte» il collettivo comunista. Anche se le istruzioni documentate riguardano i comandi di Sumatra, resta chiaro che esse si inserivano in una catena di comando che risaliva fino all’Alto Comando, guidato da Suharto.

In altre occasioni si è qui spiegato quale fosse la situazione dell’Indonesia degli anni ‘50-60,  quale fosse la strategia di D.N. Aidit e del Pki e il perché lo sterminio di comunisti in Indonesia fu un modello replicato altrove durante la Guerra Fredda. Per il sessantesimo anniversario di questo immane massacro — prevalentemente ignorato e senza che i colpevoli abbiano mai pagato per le proprie responsabilità — si è qui voluto mettere in luce la sua dinamica, non troppo diversa da quella che oggi colpisce la Palestina. La disumanizzazione, l’efficienza tecnica e la propaganda allora come oggi sono i pilastri di ogni progetto genocida. Ma parlare dell’Indonesia del 1965 e della strage dei comunisti significa anche ricordare un aspetto che la stampa liberale tende sistematicamente a occultare: il Novecento è stato un secolo denso di genocidi, e i comunisti ne sono stati spesso le vittime. Quello indonesiano ne è solo il caso più estremo.

*Nicola Tanno è laureato in scienze politiche e in analisi economica delle istituzioni Internazionali presso l’Università Sapienza di Roma. Ha pubblicato Tutta colpa di Robben (Ensemble, 2012). Vive e lavora da anni a Barcellona.

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