C’è cura e cura
C’è un gioco – «trova le differenze» o «cerca le differenze» – che viene
proposto come intrattenimento per gli adulti o come esercizio per allenare
l’attenzione e l’osservazione dei bambini. È molto semplice: si osservano due
immagini a prima vista identiche e si trovano le differenze. Un gioco, ma anche,
mutatis mutandis, una lezione quotidiana perché sipari analoghi preludono spesso
a spettacoli molto diversi. Anche radicalmente diversi. Prendiamo ora due
immagini che parlano entrambe di politiche della cura, nel mondo occidentale,
nell’anno 2026.
IMMAGINE UNO
Poche settimane fa il nuovo sindaco di New York Zohran Mamdani e Alexandria
Ocasio-Cortez, membro della camera dei rappresentanti dal 2019, hanno pubblicato
un video sulla pagina ufficiale del New York’s Mayor’s Office che in poche ore è
circolato in tutto il mondo, a partire dai social. In poco più di due minuti
sollecitano i genitori di bambini di due anni residenti a New York a fare
domanda per il sistema completamente gratuito di childcare (assistenza
all’infanzia) annunciato da Mamdani, che inizia a prendere forma anche grazie al
supporto della Governatrice dello Stato di New York Kathy Hochul.
Nel video sia Mamdani che Ocasio-Cortez parlano in spagnolo e ci sono
sottotitoli in inglese (anche se per Mamdani lo spagnolo non è né la prima, né
la seconda lingua). L’intento è chiaro: vogliono parlare a tutti e tutte,
specialmente a chi per secoli si è sentito oppresso e marginalizzato solo perché
appartenente a un’altra etnia. Non solo la scelta della lingua, ma le parole che
usano per invitare i genitori a iscriversi per tempo e a dirlo a quanti più
amici e conoscenti possibili rimandano a un immaginario di accoglienza,
universalità, prossimità. Sottolineano che «qualunque genitore della città di
New York, senza distinzione per lavoro, stipendio o migration status, potrà
registrarsi», perché «per decenni le famiglie a New York hanno dovuto fare i
conti con un sistema di assistenza all’infanzia», specialmente nella fase che
corrisponderebbe qui all’asilo nido, «ingiusto», costoso, in nessun modo
accogliente, universale o prossimo (pagando fino a 26.000 dollari all’anno). Il
sistema per fare domanda è semplicissimo e si può ottenere assistenza in 200
lingue. Rispondendo entro la scadenza, il posto è garantito. Senza graduatorie.
Senza costi. Attenzione: senza distinzioni stipendiali: l’istanza viene accolta
per chiunque, anche per chi lavora, ha un reddito, una casa e vive una vita più
o meno agiata.
Si tratta del programma 2-K, il corrispettivo dei programmi 3-K e Pre-K, cioè
dei sistemi di educazione prescolare. A partire dall’autunno 2026, saranno
accessibili i primi 2.000 posti gratuiti per bambini di due anni; le aree da cui
partirà il programma sono Washington Heights–Inwood (vicino ad Harlem),
Fordham–Kingsbridge (Bronx), East Brooklyn (Canarsie, Brownsville e Ocean Hill –
aree con altissima popolazione afroamericana e latina) e Ozone Park–Rockaways
(una delle aree working class per eccellenza, quella tra l’aeroporto JFK e
Manhattan).
L’investimento pubblico per coprire questi posti è stimato a circa 73 milioni di
dollari, ma con il supporto dello Stato di New York dovrebbe arrivare a oltre
400 milioni di dollari entro il 2027. L’obiettivo è ampliare il sostegno alla
universal childcare a tutto il territorio di New York, oltre New York City; la
Governatrice Huchul, che fieramente si definisce “New York’s first mum Governor”
(la prima Governatrice madre, a New York), vuole ampliare significativamente la
spesa per i servizi all’infanzia e a supporto della genitorialità arrivando a
destinare 4.5 miliardi di dollari entro il 2027.
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IMMAGINE DUE
Proprio negli ultimi giorni di febbraio, più meno in corrispondenza del video di
cui ho appena parlato (mentre a Sanremo vinceva un’ode al matrimonio religioso),
la Camera dei deputati italiana ha bocciato tutti – tutti – gli articoli della
proposta di legge sul congedo parentale paritario, sostenuta dalle opposizioni e
con prima firmataria Elly Schlein, che prevedeva un congedo di cinque mesi per
ciascun genitore con retribuzione garantita al 100% dello stipendio (il sistema
attuale prevede percentuali che variano tra l’80% e il 30%). Un modello che
avrebbe, almeno sulla carta, messo sullo stesso piano diritti e doveri di madri
e padri a partire dall’alba della genitorialità.
Ragione della bocciatura? La scarsa copertura economica: nella relazione
tecnica, la Ragioneria generale dello Stato ha sottolineato che stando solo agli
oneri relativi agli iscritti Inps, immaginando una decorrenza da gennaio 2025,
la spesa sarebbe di circa 520 milioni per il 2026, progressivamente crescenti. A
poco sono servite le obiezioni, a partire proprio da quella di Schlein, sul
fatto che le motivazioni tecniche non valgano per opere come il ponte sullo
Stretto o le prigioni albanesi. Accuse respinte dalla maggioranza, che ci tiene
a dire quanto nelle loro politiche siano centrali i temi della famiglia e della
natalità. Punti di vista deformati sulla famiglia, sulla cura, sui progetti da
realizzare con il bilancio dello Stato.
A questa seconda immagine aggiungo un altro fotogramma: all’inizio del 2026 il
Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge sulla figura del
caregiver (cioè di chi si prende cura di un soggetto non autosufficiente), che
prevede un contributo massimo di 400 euro al mese, solo nei casi in cui il
soggetto assistito abbia avuto il riconoscimento di una disabilità grave, solo
nei casi si tratti di coniuge, parte di unione civile, convivente di fatto, o
parente/affine entro il secondo grado. Per ora i contributi sono tutt’altro che
universali: i caregiver devono essere conviventi e assistere il soggetto non
autosufficiente almeno per 91 ore a settimana. Il loro reddito annuo non deve
superare i 3.000 euro annui e l’Isee non deve superare i 15.000 euro.
La parola ‘care’, cura, è la stessa che si trova nel lemma universal childcare
di cui parlano Mamdani e Ocasio-Cortez – peraltro, sulla scia di una politica di
sostegno alla cura immaginata da Bernie Sanders e diffusamente testata dove i
Democratic Socialists of America hanno spazio d’azione (per esempio, nel
Vermont).
C’è cura e cura, insomma: a osservare attentamente, le differenze sono piuttosto
evidenti. Sulla cura si può investire, perché si attribuisce al lavoro
riproduttivo un valore centrale e perché si vuole lasciare a ciascuno la libertà
di scegliere come lavorare, quanto, ecc.; con la cura si può fare propaganda; e,
ancora, si può erodere dalle fondamenta ogni tentativo di aggiustare il tiro,
pubblicamente, sulla cura e le politiche sociali.
La scelta su come orientare gli usi delle risorse è quella che forse più di
tutte lancia segnali sulla direzione che si vuole dare alla società e su quel
che si intende per «giustizia sociale». Attenzione, il rischio di confusione è
altissimo: come hanno sottolineato alcuni membri del Care Collective (un gruppo
di ricerca militante basato a Londra), sulla cura si possono persino tessere
programmi come quelli lanciati da grandi corporations (Primark, Dove, Nike) per
sollecitare i consumatori a prendersi cura di sé (possibilmente comprando i loro
prodotti) e degli altri (possibilmente svolgendo attività che comportino
l’utilizzo dei loro prodotti). Questa pratica si chiama carewashing e ha la
stessa struttura del pinkwashing (le strategie di marketing che strumentalizzano
l’emancipazione femminile e la libertà delle donne), tuttavia viene portata
avanti con altri mezzi e per altri fini.
Il gioco comparativo non ha bisogno di commento. Le immagini, come si dice,
parlano da sé.
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Come sintesi all’esercizio comparativo vorrei invece ricordare il testo del Bill
of Rights promulgato nel 1967 durante la prima conferenza americana della
National Organization for Women, in cui le donne riunite indicavano il loro
decalogo (regola aurea: sarebbe bene discutere queste pratiche anzitutto con chi
è coinvolto in prima linea) per superare una volta per tutte l’idea che le
famiglie debbano contare in primo luogo sulle madri e che il resto del lavoro
sia poi solo residuale (e perché mai? Come insegna il programma di Mamdani,
chiunque dovrebbe contare anzitutto sul sostegno pubblico e non solo sulla
propria madre). Le parole del manifesto, così come sono, per quanto mi riguarda
andrebbero stampate e distribuite quanto più possibile in maniera capillare. La
richiesta numero 5 recita:
> (we want) that child-care facilities be established by law on the same basis
> as parks, libraries, and public schools, adequate to the needs of children
> from the pre-school years through adolescence, as a community resource to be
> used by all citizens from all income levels
Come un mantra: chiedono che i servizi per l’infanzia siano forniti per legge,
diffusamente e senza limiti di tempo, in modo continuativo, e per spiegare che
cosa intendono li assimilano a parchi pubblici, biblioteche, scuole pubbliche:
dovrebbero essere, cioè, adeguati ai bisogni dei bambini dall’età prescolare
fino all’adolescenza, e pensati come risorse per la comunità a disposizione di
tutti, sempre, indipendentemente dal reddito. Secondo i principi (torniamo un
attimo all’immagine uno) dell’accoglienza, dell’universalità, della prossimità.
Un altro mondo è possibile.
*Angela Condello è professoressa associata di filosofia del diritto
all’Università di Messina. Si occupa di femminismo giuridico e giustizia
sociale. Collabora con il Forum Disuguaglianze e Diversità.
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