Palestina, resistenza e repressione: come lo Stato italiano criminalizza la solidarietàdi Agata Iacono
L'Antidiplomatico, 17 gennaio 2026
Feriti dalla successione drammatica delle notizie e delle manipolazioni
mediatiche che vedono Usa e Israele distruggere definitivamente quello che un
tempo si chiamava diritto internazionale, dal rapimento di Maduro al tentativo
di Maidan in Iran, dalle minacce alla Groenlandia alla ratifica del "piano di
pace" di Trump per distruggere definitivamente il popolo palestinese, ci sfugge
spesso quello che sta succedendo a casa nostra.
Sia chiaro: quello che succede è strettamente connesso al quadro geopolitico e
all'asservimento totale dell'Italia ad Israele e agli USA (con qualche goffo
tentativo di salvare la sudditanza anche al cadavere dell'Europa+UK).
Abbiamo assistito all'arresto, alla diffamazione, alla stigmatizzazione delle
manifestazioni che chiedevano al governo italiano di non essere complice del
genocidio.
Cariche di polizia, idranti, fermi e arresti degli attivisti hanno registrato un
crescendo da stato di polizia, appena il movimento per la Palestina ha subito,
oggettivamente, una fase di arresto.
Le distorsioni della narrazione hanno aggredito e diffamato Francesca Albanese
come la giornalista-attivista Angela Lano e la deputata del movimento 5 stelle
Stefania Ascari (tutte donne, chissà perché non siano mai state difese dal
movimento Donne Vita e Libertà....).
Quindi hanno attaccato direttamente i palestinesi in Italia, arrestando
addirittura l'imam di Torino, Mohamed Shahi, colpevole di non aver condannato la
resistenza, nonché il presidente dell'Associazione Palestinesi d'Italia,
l'architetto Mohammad Hannoun, accusato di aver "finanziato", attraverso
l'associazione benefica per mandare aiuti in Palestina, anche il terrorismo...
Ma ci sono altri palestinesi nelle carceri italiane, tutti accusati per conto e
ordine di Israele, senza aver mai commesso reati in Italia.
È di oggi la scandalosa sentenza che condanna Anan Yaeesh a 5 anni e 6 mesi.
Il processo farsa, istruito dalle autorità italiane per esaudire la richiesta di
Israele di colpire Anan, che ha osato difendere il suo popolo e la sua famiglia
dalla violenza dei coloni sionisti in Cisgiordania (violenza assassina
documentata anche da No Other Land, premio oscar del 2025).
Nelle ultime udienze abbiamo assistito alla presenza di funzionari dello Stato
sionista in sostegno dell’accusa: ovvero, i tribunali italiani hanno chiamato
responsabili di un genocidio a testimoniare contro chi lotta contro questo
stesso genocidio, condannato dal tribunale internazionale e dall'ONU.
Durante gli anni di carcerazione, provenienti da tutta Italia, davanti al
tribunale de L'Aquila sono stati sempre presenti presidi di solidarietà.
Anan Yaeesh è stato infatti trasferito dal carcere di Terni a quello di Melfi,
per isolarlo, ha anche effettuato uno sciopero della fame.
Le sue condizioni fisiche risentono delle schegge che il ragazzo ha ancora in
corpo, essendosi salvato miracolosamente dai tentativi di omicidio israeliani.
In una videoconferenza dal carcere di alta sicurezza di Melfi, ha recentemente
detto:
“É successo in passato, e mi sono trovato di fronte a testimoni israeliani, ma
era in un tribunale militare israeliano, di fronte alla giustizia militare
all’interno di Israele. Ma non mi aspettavo, ne attendevo, di dovermi trovare
ancora una volta ad ascoltare la testimonianza dell’esercito israeliano che
occupa la nostra terra e che pratica la pulizia etnica contro il nostro popolo
palestinese, e che il loro Primo Ministro, condannato dalla Corte Internazionale
come criminale di guerra, fosse un testimone contro di me in un tribunale
italiano.Non so più se mi trovo in un tribunale Israeliano e se vengo processato
in base alla legge militare israeliana, e se il pubblico ministero sia
israeliano o lavori per conto di Israele. Sarà forse un processo militare
israeliano, Israele ha davvero così tanta influenza in Italia?”
La requisitoria della pubblico ministero, che non è mai riuscita a dimostrare
nulla delle accuse, aveva richiesto pesanti condanne, 12 anni per Anan, 9 per
Alì, 7 per Mansour (gli ultimi due erano già a piede libero, il vero obiettivo
era colpire Anan).Il processo farsa dell’Aquila, è la dimostrazione
dell’asservimento dell'Italia ad Israele e della complicità del governo italiano
con il genocidio in corso.
Alla pronuncia della condanna in aula si è levato un grido unanime di
protesta.Quindi, davanti alla sede del tribunale, il legale Flavio Rossi
Albertini ha ringraziato gli attivisti per la loro costante vicinanza,
annunciando l'appello.
E non finisce qui.
È di ieri una circolare alle regioni e quindi alle scuole del Ministro Valditara
che impone la schedatura dei bambini palestinesi che frequentano la scuola
italiana.
Siamo tornati alle leggi razziali fasciste antisemite del 1938?
E nel frattempo il ministro Piantedosi, attraverso il decreto sicurezza,
impedisce di fatto le espressioni di dissenso e solidarietà, addirittura
imponendo controlli, perquisizioni, schedature e zone rosse.
In sintesi il concetto è: "Se aiuti il popolo palestinese aiuti Hamas e quindi
sei un terrorista".
Fino a quando i palestinesi non accetteranno di essere percepiti quali vittime
di una catastrofe naturale, senza alcun colpevole, e oseranno resistere, saranno
tutti considerati terroristi, anche quelli nati ieri e morti di freddo.
Ne avevo parlato qui:
Il caso di Anan Yaeesh, "colpevole di Palestina"
Non è l'Iran, non è il Venezuela.
È il regime Italia.
AGATA IACONO SOCIOLOGA E ANTROPOLOGA
ANAN YAEESH CONDANNATO A 5 ANNI: PER I GIUDICI LA RESISTENZA PALESTINESE È
TERRORISMO
di Monica Cillerai
L'Indipendente, 17 gennaio 2026
Grida e cori di protesta di tanti solidali hanno accolto la sentenza con la
quale i giudici della Corte d’Assise dell’Aquila hanno condannato il palestinese
Anan Yaeesh a cinque anni e sei mesi di reclusione per “associazione con
finalità di terrorismo internazionale”. Yaeesh, arrestato nel gennaio 2024, è
stato accusato di aver finanziato e avuto rapporti con gruppi della resistenza
armata palestinese. Un’affiliazione che non ha mai nascosto: «Sono nato in
Palestina e questa non è stata una mia scelta. Resistere, invece, è stata la
scelta migliore della mia vita», aveva dichiarato. Nel processo i suoi avvocati
chiedevano che venisse rigettata la definizione di “terrorismo” per le azioni
dei gruppi palestinesi nel contesto della lotta contro l’occupazione. Il
tribunale, invece, ha ammesso solo delle attenuanti rispetto alla condanna di 12
anni chiesta dai PM. Assolti invece, dopo sei mesi in carcere da innocenti,
altri due indagati: Ali Irar e Mansour Doghmosh. La decisione è stata letta dal
presidente del collegio, Giuseppe Romano Gargarella, al termine di una camera di
consiglio durata circa sei ore.
La procura aveva chiesto la condanna a 12 anni per Yaeesh, 9 per Irar e 7 per
Doghmosh, accusati di far parte del Gruppo di Risposta Rapida, uno dei gruppi
della resistenza armata palestinese della città di Tulkarem. Alla sbarra oggi
c’era la resistenza palestinese, definita “terrorismo” dal pubblico ministero
Roberta D’Avolio. La difesa invece aveva chiesto l’assoluzione contestando
l’intero impianto accusatorio, ricordando la legittimità della resistenza armata
in un territorio occupato militarmente. Il procedimento infatti non riguarda
solo tre individui: in gioco c’è la formula con la quale lo Stato italiano
qualifica e reprime la resistenza palestinese all’occupazione israeliana in
Cisgiordania.
«Anan è stato condannato a 5 anni e sei mesi come organizzatore di
un’organizzazione terroristica», ha dichiarato l’avvocato Flavio Rossi Albertini
fuori dal Tribunale. «Sappiamo perfettamente che non c’è un solo elemento che
accrediti il fatto che il Gruppo di Risposta Rapida di Tulkarem volesse
aggredire, attaccare, coinvolgere, coloni nelle loro azioni. Tutte le azioni che
sono state dimostrate e acquisite attraverso delle chat parlavano sempre di
azioni rivolte contro i militari, ovvero contro quell’esercito occupante che dal
1967 impedisce al popolo palestinese di autodeterminarsi. Pertando questa
sentenza per noi è profondamente ingiusta, perché condanna Anan Yaeesh e perché
ritiene che quell’esperienza di resistenza palestinese sia terroristica, mentre
invece è un legittimo utilizzo delle forme della lotta armata in vista
dell’autodeterminazione dei popoli.»
Anan Yaeesh è accusato di essere tra i promotori del Gruppo di Risposta Rapida,
una delle brigate armate nate nel 2022 che cercavano di resistere
all’occupazione israeliana nella città di Tulkarem, territorio martoriato
dall’esercito di Tel Aviv e i cui campi profughi sono chiamati “le piccole Gaza”
per l’enorme livello di devastazione subita.
Da Tulkarem Anan se ne era andato nel 2013, nel tentativo di scampare alla
persecuzione israeliana dopo aver subito diverse detenzioni e tentativi di
assassinio. Si era rifugiato in Europa. Arriva prima in Norvegia e in Svezia e
infine giunge a L’Aquila, dove fa richiesta d’asilo nel 2017 e ottiene poi la
protezione speciale. Anan non è mai stato nel mirino della polizia italiana,
fino al giorno della richiesta di estradizione di Tel Aviv, per la quale è
detenuto dal 29 gennaio 2024, inizialmente nel carcere di Terni e poi a Melfi.
La Corte d’Appello dell’Aquila aveva negato la consegna di Anan a Israele
riconoscendo che l’imputato potrebbe essere sottoposto a «trattamenti crudeli,
disumani o degradanti». Due giorni prima, tuttavia, la procura italiana aveva
aperto un secondo procedimento penale, che riprende le stesse accuse formulate
da Israele verso il giovane palestinese. Coinvolgendo altri due connazionali
residenti in Abruzzo, Ali Irar e Mansour Doghmosh, che vengono accusati di aver
supportato Anan tramite attività di reclutamento e propaganda per la Brigata.
Una mossa che sembra molto più indicare la necessità della Procura di avere un
numero minimo di indagati per un reato associativo piuttosto che a indizi
concreti.
«Signor Giudice, l’entità sionista uccide e distrugge in Palestina sin dal 1947
e non dal 7 ottobre. Ci troviamo ad affrontare una violenza squadrista, così
come il popolo italiano ha affrontato l’aggressione e la violenza nazista
tedesca. La resistenza palestinese, legittimata da tutte le corti
internazionali, a cui l’Italia ha aderito, oggi la considerate terrorismo». Anan
si è sempre definito un resistente, fin dalle prime dichiarazioni spontanee
rilasciate a partire dal 26 febbraio scorso. «Il diritto e le convenzioni
internazionali assicurano il diritto all’autodifesa, anche armata, di un popolo
contro un esercito occupante» aveva dichiarato Flavio Rossi Albertini a
L’Indipendente. «L’Autorità italiana si è sostituita a Israele». Il processo è
politico e ogni sua fase ha esplicitato e messo in evidenza la stretta alleanza
e condivisione di obiettivi tra lo Stato d’Israele e quello italiano.
Nell’udienza del 19 dicembre scorso, l’avvocato difensore Flavio Rossi Albertini
aveva denunciato nuovamente la «rimozione sistematica di ogni elemento di
contesto: l’occupazione della Cisgiordania, la colonizzazione, i crimini
umanitari e il genocidio in corso», sottolineando come, senza questi punti
cardinali, la “giustizia” dei tribunali perda la capacità stessa di distinguere
tra terrorismo e resistenza. Rossi Albertini ha ricordato che il processo «serve
ad accertare fatti, non a giudicare la causa politica di un altro popolo»,
richiamando in aula la Resistenza italiana e la detenzione di Sandro Pertini
durante l’occupazione nazifascista. Dagli albori il processo appare influenzato
e diretto da Tel Aviv, più che dal codice penale del Belpaese. Questa sentenza
ne è la conferma, e costituisce un precedente pericoloso nella repressione
giudiziaria della causa palestinese nei tribunali italiani. «Tra 90 giorni
leggeremo le motivazioni della corte di Assisi e presenteremo certamente
appello», conclude Albertini.
Monica Cillerai
Laureata in Scienze Internazionali a Torino, con un master in Risk Analysis and
Management all'Università di Scienze Politiche di Bordeaux. Per L'Indipendente è
corrispondente dal Medio Oriente oltre a scrivere di immigrazione e frontiere,
estrattivismo e tematiche ambientali.