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C’è cura e cura
C’è un gioco – «trova le differenze» o «cerca le differenze» – che viene proposto come intrattenimento per gli adulti o come esercizio per allenare l’attenzione e l’osservazione dei bambini. È molto semplice: si osservano due immagini a prima vista identiche e si trovano le differenze. Un gioco, ma anche, mutatis mutandis, una lezione quotidiana perché sipari analoghi preludono spesso a spettacoli molto diversi. Anche radicalmente diversi. Prendiamo ora due immagini che parlano entrambe di politiche della cura, nel mondo occidentale, nell’anno 2026. IMMAGINE UNO  Poche settimane fa il nuovo sindaco di New York Zohran Mamdani e Alexandria Ocasio-Cortez, membro della camera dei rappresentanti dal 2019, hanno pubblicato un video sulla pagina ufficiale del New York’s Mayor’s Office che in poche ore è circolato in tutto il mondo, a partire dai social. In poco più di due minuti sollecitano i genitori di bambini di due anni residenti a New York a fare domanda per il sistema completamente gratuito di childcare (assistenza all’infanzia) annunciato da Mamdani, che inizia a prendere forma anche grazie al supporto della Governatrice dello Stato di New York Kathy Hochul. Nel video sia Mamdani che Ocasio-Cortez parlano in spagnolo e ci sono sottotitoli in inglese (anche se per Mamdani lo spagnolo non è né la prima, né la seconda lingua). L’intento è chiaro: vogliono parlare a tutti e tutte, specialmente a chi per secoli si è sentito oppresso e marginalizzato solo perché appartenente a un’altra etnia. Non solo la scelta della lingua, ma le parole che usano per invitare i genitori a iscriversi per tempo e a dirlo a quanti più amici e conoscenti possibili rimandano a un immaginario di accoglienza, universalità, prossimità. Sottolineano che «qualunque genitore della città di New York, senza distinzione per lavoro, stipendio o migration status, potrà registrarsi», perché «per decenni le famiglie a New York hanno dovuto fare i conti con un sistema di assistenza all’infanzia», specialmente nella fase che corrisponderebbe qui all’asilo nido, «ingiusto», costoso, in nessun modo accogliente, universale o prossimo (pagando fino a 26.000 dollari all’anno). Il sistema per fare domanda è semplicissimo e si può ottenere assistenza in 200 lingue. Rispondendo entro la scadenza, il posto è garantito. Senza graduatorie. Senza costi. Attenzione: senza distinzioni stipendiali: l’istanza viene accolta per chiunque, anche per chi lavora, ha un reddito, una casa e vive una vita più o meno agiata.  Si tratta del programma 2-K, il corrispettivo dei programmi 3-K e Pre-K, cioè dei sistemi di educazione prescolare. A partire dall’autunno 2026, saranno accessibili i primi 2.000 posti gratuiti per bambini di due anni; le aree da cui partirà il programma sono Washington Heights–Inwood (vicino ad Harlem), Fordham–Kingsbridge (Bronx), East Brooklyn (Canarsie, Brownsville e Ocean Hill – aree con altissima popolazione afroamericana e latina) e Ozone Park–Rockaways (una delle aree working class per eccellenza, quella tra l’aeroporto JFK e Manhattan). L’investimento pubblico per coprire questi posti è stimato a circa 73 milioni di dollari, ma con il supporto dello Stato di New York dovrebbe arrivare a oltre 400 milioni di dollari entro il 2027. L’obiettivo è ampliare il sostegno alla universal childcare a tutto il territorio di New York, oltre New York City; la Governatrice Huchul, che fieramente si definisce “New York’s first mum Governor” (la prima Governatrice madre, a New York), vuole ampliare significativamente la spesa per i servizi all’infanzia e a supporto della genitorialità arrivando a destinare 4.5 miliardi di dollari entro il 2027. LEGGI ANCHE… WELFARE AIUTO CONDIZIONATO O AIUTO RADICALE?  Angela Condello IMMAGINE DUE Proprio negli ultimi giorni di febbraio, più meno in corrispondenza del video di cui ho appena parlato (mentre a Sanremo vinceva un’ode al matrimonio religioso), la Camera dei deputati italiana ha bocciato tutti – tutti – gli articoli della proposta di legge sul congedo parentale paritario, sostenuta dalle opposizioni e con prima firmataria Elly Schlein, che prevedeva un congedo di cinque mesi per ciascun genitore con retribuzione garantita al 100% dello stipendio (il sistema attuale prevede percentuali che variano tra l’80% e il 30%). Un modello che avrebbe, almeno sulla carta, messo sullo stesso piano diritti e doveri di madri e padri a partire dall’alba della genitorialità.  Ragione della bocciatura? La scarsa copertura economica: nella relazione tecnica, la Ragioneria generale dello Stato ha sottolineato che stando solo agli oneri relativi agli iscritti Inps, immaginando una decorrenza da gennaio 2025, la spesa sarebbe di circa 520 milioni per il 2026, progressivamente crescenti. A poco sono servite le obiezioni, a partire proprio da quella di Schlein, sul fatto che le motivazioni tecniche non valgano per opere come il ponte sullo Stretto o le prigioni albanesi. Accuse respinte dalla maggioranza, che ci tiene a dire quanto nelle loro politiche siano centrali i temi della famiglia e della natalità. Punti di vista deformati sulla famiglia, sulla cura, sui progetti da realizzare con il bilancio dello Stato. A questa seconda immagine aggiungo un altro fotogramma: all’inizio del 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge sulla figura del caregiver (cioè di chi si prende cura di un soggetto non autosufficiente), che prevede un contributo massimo di 400 euro al mese, solo nei casi in cui il soggetto assistito abbia avuto il riconoscimento di una disabilità grave, solo nei casi si tratti di coniuge, parte di unione civile, convivente di fatto, o parente/affine entro il secondo grado. Per ora i contributi sono tutt’altro che universali: i caregiver devono essere conviventi e assistere il soggetto non autosufficiente almeno per 91 ore a settimana. Il loro reddito annuo non deve superare i 3.000 euro annui e l’Isee non deve superare i 15.000 euro.  La parola ‘care’, cura, è la stessa che si trova nel lemma universal childcare di cui parlano Mamdani e Ocasio-Cortez – peraltro, sulla scia di una politica di sostegno alla cura immaginata da Bernie Sanders e diffusamente testata dove i Democratic Socialists of America hanno spazio d’azione (per esempio, nel Vermont).  C’è cura e cura, insomma: a osservare attentamente, le differenze sono piuttosto evidenti. Sulla cura si può investire, perché si attribuisce al lavoro riproduttivo un valore centrale e perché si vuole lasciare a ciascuno la libertà di scegliere come lavorare, quanto, ecc.; con la cura si può fare propaganda; e, ancora, si può erodere dalle fondamenta ogni tentativo di aggiustare il tiro, pubblicamente, sulla cura e le politiche sociali.  La scelta su come orientare gli usi delle risorse è quella che forse più di tutte lancia segnali sulla direzione che si vuole dare alla società e su quel che si intende per «giustizia sociale». Attenzione, il rischio di confusione è altissimo: come hanno sottolineato alcuni membri del Care Collective (un gruppo di ricerca militante basato a Londra), sulla cura si possono persino tessere programmi come quelli lanciati da grandi corporations (Primark, Dove, Nike) per sollecitare i consumatori a prendersi cura di sé (possibilmente comprando i loro prodotti) e degli altri (possibilmente svolgendo attività che comportino l’utilizzo dei loro prodotti). Questa pratica si chiama carewashing e ha la stessa struttura del pinkwashing (le strategie di marketing che strumentalizzano l’emancipazione femminile e la libertà delle donne), tuttavia viene portata avanti con altri mezzi e per altri fini. Il gioco comparativo non ha bisogno di commento. Le immagini, come si dice, parlano da sé.  LEGGI ANCHE… IL WELFARE DI DOMANI Chiara Giorgi RISORSE PER LA COMUNITÀ Come sintesi all’esercizio comparativo vorrei invece ricordare il testo del Bill of Rights promulgato nel 1967 durante la prima conferenza americana della National Organization for Women, in cui le donne riunite indicavano il loro decalogo (regola aurea: sarebbe bene discutere queste pratiche anzitutto con chi è coinvolto in prima linea) per superare una volta per tutte l’idea che le famiglie debbano contare in primo luogo sulle madri e che il resto del lavoro sia poi solo residuale (e perché mai? Come insegna il programma di Mamdani, chiunque dovrebbe contare anzitutto sul sostegno pubblico e non solo sulla propria madre). Le parole del manifesto, così come sono, per quanto mi riguarda andrebbero stampate e distribuite quanto più possibile in maniera capillare. La richiesta numero 5 recita: > (we want) that child-care facilities be established by law on the same basis > as parks, libraries, and public schools, adequate to the needs of children > from the pre-school years through adolescence, as a community resource to be > used by all citizens from all income levels Come un mantra: chiedono che i servizi per l’infanzia siano forniti per legge, diffusamente e senza limiti di tempo, in modo continuativo, e per spiegare che cosa intendono li assimilano a parchi pubblici, biblioteche, scuole pubbliche: dovrebbero essere, cioè, adeguati ai bisogni dei bambini dall’età prescolare fino all’adolescenza, e pensati come risorse per la comunità a disposizione di tutti, sempre, indipendentemente dal reddito. Secondo i principi (torniamo un attimo all’immagine uno) dell’accoglienza, dell’universalità, della prossimità. Un altro mondo è possibile. *Angela Condello è professoressa associata di filosofia del diritto all’Università di Messina. Si occupa di femminismo giuridico e giustizia sociale. Collabora con il Forum Disuguaglianze e Diversità. DIAMOCI UNO TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo C’è cura e cura proviene da Jacobin Italia.
March 20, 2026
Jacobin Italia
BEAT THE HEAT
  VENERDì 20 MARZO 2026 La Sala da The InTherferenze presenta: Beat the Heat DJ set funk, afro, soul, house, d'n'b, hip hop, etc. a cura di Andy Ball & Ekta Silekta Dalle ore 21:00.
Femminismo marxista e decolonialità
La prima Conferenza Internazionale Marxista-Femminista si è tenuta a Berlino nel 2015, promossa dalla sezione femminista dell’Istituto Berlinese di Teoria Critica (InkriT) attorno alla sociologa e filosofa tedesca Frigga Haug. In occasione della plenaria conclusiva, Haug ha presentato un documento in tredici tesi che sintetizza il pensiero delle correnti femministe che vedono nelle categorie marxiste uno strumento utile per analizzare la realtà sociale contemporanea. I congressi successivi hanno ripreso e ampliato queste tesi, declinandole in modi diversi in base alle necessità del contesto politico contemporaneo ma mantenendo una prospettiva femminista marxista.  Dal 21 al 23 novembre 2025 si è svolta nella città di Porto la sesta Conferenza Internazionale Femminista Marxista del gruppo Marxfem dal titolo Decolonising Bodies, Territories and Practices,  con un’ampia partecipazione – 358 iscritte provenienti da 50 Paesi – a testimonianza del rinnovato interesse per il femminismo marxista, in particolare tra le giovani attiviste e studiose del mondo.  Dopo una lunga fase in cui gli studi femministi sembravano concentrarsi unicamente sulla sfera culturale e simbolica del predominio maschile, il femminismo del XXI secolo è – in buona parte – tornato a un approccio materialista, radicandosi nella materialità dello sfruttamento, dei lavori precari sottopagati, delle condizioni di maternità negate. IL NOSTRO POSIZIONAMENTO Di fronte a una progressiva «fascistizzazione della riproduzione sociale», processo che vede un preciso attacco alla politicizzazione femminista e popolare della crisi della riproduzione sociale, tornare a un approccio materialista permette di interrogare le specifiche forme di oppressione prodotte dal modo di produzione capitalista. Proprio la nostra postura materialista ci fa scrivere questo contributo a partire da un posizionamento che vogliamo esplicitare. Siamo studiose, ricercatrici, attiviste e militanti che si interrogano circa le dinamiche di potere che permeano la nostra società e i cui effetti si ripercuotono maggiormente sui soggetti femminilizzati dediti alla riproduzione sociale. Sappiamo anche che i corpi che quotidianamente portiamo per le strade, nei luoghi di lavoro, nelle accademie e nelle piazze non sono neutri bensì connotati come oggetto di controllo e di strumentalizzazione da parte del patriarcato e del capitalismo.  Allo stesso modo sappiamo di trovarci a pensare e agire in una parte ben definita del mondo: quello europeo e occidentale. Il privilegio di cui godiamo in quanto persone bianche che parlano e scrivono da paesi del Nord globale è qualcosa di cui abbiamo contezza e che cerchiamo di problematizzare nelle nostre riflessioni. Siamo consapevoli, infatti, delle dovute differenze che le lotte portate avanti in un contesto come quello europeo – certamente scosso da crisi ecologiche, economiche e belliche – presentano rispetto alle lotte di altri territori. Le esperienze, dall’America Latina alla Palestina, dal sud-est asiatico all’Africa, sono per noi una fonte di apprendimento e di elaborazione teorica. Crediamo che guardare al di là dello stretto orizzonte dei luoghi in cui viviamo e schiudere il pensiero femminista (e marxista) a una prospettiva internazionalista sia la sola via percorribile per poter realmente realizzare la rivoluzione. Una rivoluzione, dunque, che parte dalla decolonialità. Come ha sottolineato Ruth Gilmore nella plenaria introduttiva, il Capitale ha bisogno delle differenze di razza e di genere per perpetuare le proprie condizioni di esistenza. Il metodo decoloniale serve a evidenziare le catene internazionali della valorizzazione del capitale che sono in continuità con la storia coloniale; ma serve anche a disvelare i meccanismi materiali e psicologici di predominio e di sfruttamento nelle nostre società postcoloniali razziste. LEGGI ANCHE… FEMMINISMO LA RADICE DELL’OPPRESSIONE DELLE DONNE Giulia Marotta ACCUMULAZIONE, RIVOLUZIONE E NUOVO PROLETARIATO INTERNAZIONALE Se si segue l’interpretazione che Rosa Luxemburg propone rispetto alla questione dell’accumulazione originaria, si comprende perché il tema della decolonialità sia centrale per una riflessione che vuole essere insieme femminista e anticapitalista. Nel suo testo principe, L’accumulazione del capitale, Luxemburg costruisce quella che viene conosciuta come la sua «teoria dell’imperialismo» in cui collega in modo necessario capitalismo, colonialismo, guerra e imperialismo.  Confrontandosi direttamente con alcuni dei più spinosi nodi marxiani, la rivoluzionaria polacca ricostruisce le diverse fasi attraverso cui il capitalismo colonizza aree del mondo non-capitalistiche mediante l’instaurazione violenta delle proprie strutture e dei propri modelli sociali. Le nuove possibilità pratico-teoriche elaborate da Luxemburg  rendono la sua trattazione particolarmente rilevante per le contemporanee teorie femministe post e decoloniali.  La portata globale che Rosa Luxemburg riconosce nelle strutture di sfruttamento che sottendono al funzionamento del capitalismo permette  all’autrice di elaborare un’idea di rivoluzione e lotta di classe che sia necessariamente internazionale. Per Luxemburg, infatti, il capitalismo crea, senza volerlo, il suo strumento di resistenza e cioè una classe lavoratrice, sottoposta allo stesso sistema di sfruttamento, quello capitalistico, esteso su scala globale. La rivoluzione luxemburghiana, quindi, vede la necessaria partecipazione di tutto il proletariato internazionale unito contro lo stesso nemico: la violenta e capillare espropriazione e discriminazione del capitalismo.  Ma come individuare, oggi, il soggetto rivoluzionario? Nel capitalismo contemporaneo, segnato da forti processi di finanziarizzazione e dalla moltiplicazione di forme di lavoro informali o para-formali, l’individuazione di un soggetto di classe unitario appare sempre più complessa. La frammentazione delle condizioni lavorative e la crescente centralità di attività non riconducibili al lavoro salariato industriale mettono in crisi le categorie tradizionali con cui il marxismo ha storicamente identificato il soggetto rivoluzionario. Già negli anni Settanta, in un contesto segnato dalla crisi del fordismo e dall’emergere di nuove forme di ristrutturazione capitalistica, una parte del marxismo femminista aveva messo in discussione l’identificazione del soggetto rivoluzionario con l’operaio industriale salariato. È il caso dell’esperienza internazionale di Wages for Housework, che fin dalla sua nascita ha insistito sulla necessità di riformulare la nozione di classe a partire da una diversa centralità attribuita alle soggettività non salariate, al lavoro domestico e di cura nel ciclo complessivo di produzione e riproduzione della forza-lavoro. Se si riflette sulla condizione contemporanea – che vede il completo disfacimento del diritto internazionale nonché la proliferazione di guerre a scopo imperialista e di imposizione di un unico modello sociale e produttivo – le parole di Luxemburg ritornano con urgenza. La «teoria dell’imperialismo» e l’internazionalismo luxemburghiano costituiscono degli importanti strumenti per il femminismo contemporaneo, soprattutto se si considera il violento attacco ai  corpi delle donne, specialmente in quelle zone soggette a processi di ricolonizzazione e guerre imperialiste. Sono proprio le donne, infatti, a occuparsi della riproduzione sociale delle proprie comunità e quindi custodi di sistemi sociali alternativi a quello capitalistico. Non a caso il tema della riproduzione sociale, nuova posta in gioco dell’accumulazione capitalistica, ha occupato un posto centrale nelle riflessioni svolte nei vari panel della conferenza. Questo ampio interesse nei confronti dell’argomento è giustificato se consideriamo, in una prospettiva globale, le forme di resistenza attraverso economie di sussistenza come quelle messe in campo in America Latina o il respingimento coloniale in atto in Palestina.  LEGGI ANCHE… FEMMINISMO CURA E GIUSTIZIA SOCIALE Kathleen Lynch - Rodolfo Pezzi PALESTINA Il nostro pensiero non può che andare in Palestina, dove le donne stanno compiendo gravosi sforzi per cercare di preservare le condizioni minime di esistenza in un contesto come quello genocidario segnato dalla distruzione sistematica dei mezzi di sussistenza e delle infrastrutture di base (strade, case, acquedotti, ospedali, infrastrutture alimentari, ecc.). L’aggressione alle condizioni materiali di esistenza palestinesi, parte del progetto coloniale sionista, colpisce in egual misura uomini, donne e bambini palestinesi. Tuttavia, sono soprattutto le donne (anche se non esclusivamente) a fronteggiare quotidianamente, nell’ambito della riproduzione sociale, gli effetti di questa distruzione rendendo possibile la sopravvivenza collettiva, attraverso pratiche di cura, organizzazione e sostegno reciproco, restando spesso ai margini della narrazione pubblica. Non a caso, le donne in quanto potenzialmente «madri» sono oggetto di politiche di controllo e negazione da parte della strategia politica sionista, guidata dall’idea che la riproduzione delle e dei palestinesi sia una minaccia al progetto coloniale israeliano.  Il ruolo attivo e politico svolto dalle soggettività femminilizzate e marginalizzate nella resistenza palestinese ci pone, pertanto, di fronte al tema della riproduzione sociale come forma di resistenza.  RESISTENZA E RIPRODUZIONE SOCIALE Parlare di resistenza delle donne in Palestina significa confrontarsi con una molteplicità di forme di opposizione alla colonizzazione di Israele ma, soprattutto, significa compiere un lavoro di esegesi delle fonti (non sempre scritte) e di storie trasmesse oralmente.  Storicamente, la prima organizzazione ufficiale di donne palestinesi nasce nel 1920 con il nome di Palestinian Arab Women’s Union, protagonista di diverse proteste contro la presenza britannica nei territori palestinesi. La loro attività rende esplicita per la prima volta come la liberazione delle donne sia parte necessaria per il raggiungimento della liberazione di tutta la popolazione palestinese.  A partire dal 1948, anno di inizio della Nakba, si assiste a una diversificazione delle forme di resistenza. La popolazione palestinese, privata della propria terra, affidò alla famiglia e alla memoria collettiva la sua sopravvivenza. La funzione dello spazio privato mutò radicalmente, la casa divenne il luogo nel quale preservare la cultura e portare avanti forme differenti ma complementari di resistenza: non più solo luogo di cura e di lavoro domestico ma spazio del sumud. In questo contesto, le soggettività femminilizzate furono le figure principali di questa forma «narrativa» di resistenza. La svolta più recente risale al 2019 con la nascita del movimento femminista palestinese Tal’at. A differenza delle organizzazioni precedenti, Tal’at cerca di tenere insieme le istanze del femminismo radicale e quelle della liberazione nazionale, provando a superare una visione dicotomica delle lotte. Il nuovo movimento femminista è stato il primo a parlare apertamente di abusi domestici affermando con forza che non vi è alcuna contraddizione tra il desiderio di libertà palestinese e la lotta per i diritti delle donne. Tal’at rende così esplicita la forte connessione tra le due forme di resistenza denunciando, tra l’altro, come l’oppressione israeliana inasprisca atteggiamenti violenti in chi vive sotto il dominio coloniale.  Ciò che succede in Palestina, come in altri contesti dove sono sotto attacco le condizioni materiali della riproduzione della vita, rende evidente come l’oppressione abbia a che fare con il modo in cui il capitalismo si sostiene e si riproduce. È chiaro che, in primo luogo, sono le donne con i loro corpi a  costituire una resistenza attiva che passa attraverso la riproduzione sociale; è grazie a loro che si può tessere una rete di resistenza – locale e internazionale – a quel processo di espropriazione, imposizione e violenza mortifera che caratterizza l’alleanza criminale tra patriarcato e capitale. Come femministe marxiste, dunque, riconosciamo l’urgenza di confrontarci con l’esperienza di lotta delle donne e delle femministe palestinesi, che riteniamo imprescindibile, poiché rende evidente l’intreccio tra violenza di genere e sessuale, politiche coloniali di insediamento e guerra. Questa postura ci impone di leggere tali violenze come parte integrante dei processi di dominio attraverso cui il capitalismo globale riorganizza la sua riproduzione, scaricandone i costi sui territori che rendono possibile la sopravvivenza materiale e sociale dei suoi centri economici attraverso processi di espropriazione e sfruttamento. *Giulia Longoni, Ludovica Micalizzi, Martina Facincani, Nadia De Mond fanno parte di MarxFem Italia. L'articolo Femminismo marxista e decolonialità proviene da Jacobin Italia.
March 19, 2026
Jacobin Italia
Teoria e critica politica del sorteggio
Le democrazie sono continuamente alla ricerca di un equilibrio tra conflitti da un lato e intese dall’altro. Questo equilibrio, che regola la vita democratica, è fondamentale, a maggior ragione, nei percorsi di riforma che toccano gli aspetti cruciali delle nostre istituzioni. Tra questi, le questioni costituzionali che andrebbero affrontate attraverso percorsi condivisi in cui il disaccordo viene gestito in maniera costruttiva.  UNA RIFORMA IMPOSTA Nel caso della riforma della magistratura in Italia questa strada non è stata ritenuta praticabile e la logica della contrapposizione ha prevalso su quella della collaborazione. Un organo dello Stato, il governo, cerca di imporsi su un altro, la magistratura, prescrivendone la riforma. Non avendo i numeri per farlo in parlamento, il governo persegue la strada del referendum. La campagna referendaria però tende inevitabilmente a trasformare una questione di design istituzionale in uno scontro di legittimazioni reciproche, dove si chiede all’elettorato di prendere le parti del governo o della magistratura. O meglio, di schierarsi, contro uno o l’altro attore.  Perseguendo la logica della polarizzazione viene così sminuito il fatto che, con tutti i loro limiti, non uno solo, ma entrambi gli organi dello Stato sono necessari ai cittadini per vivere in una democrazia. Questa dinamica inoltre palesa un’incapacità di dialogare e trovare un compromesso. Assente in questa fase, è auspicabile che il dialogo efficace tra istituzioni, cruciale per governare democraticamente, torni al più presto.  Quindi il sorteggio previsto per i nuovi Csm – che di per sé non ha alcun legame diretto con la maniera in cui si emettono  sentenze – si inserisce non solo all’interno di una riforma più ampia, ma di una ridefinizione unilaterale della maniera di organizzarsi della magistratura. Non essendoci condivisione la riforma viene percepita come un’imposizione e il sorteggio come una vera e propria umiliazione.  LEGGI ANCHE… POLITICA LA PREMIER NEL BOSCO Giuliano Santoro IL SORTEGGIO E COME (NON) USARLO  Fatta questa premessa è necessario spendere qualche parola su cosa sia il sorteggio. Il sorteggio è ovunque attorno a noi: give away sui social, lotteria Italia, gironi dei mondiali, verifiche dei requisiti negli appalti, giurie popolari nei procedimenti legali. A noi però del sorteggio interessa un uso specifico e meno riconosciuto. Ossia il sorteggio quale modalità di selezione di individui che appartengono a un gruppo al fine di rappresentarlo in sedi istituzionali. Per capirci, il fatto che delle persone chiamate a rappresentarne altre vengano estratti a sorte anziché scelte.  L’uso politico del sorteggio, seppur non molto conosciuto, è connesso alla democrazia sin dai tempi di Atene antica ed è oggi associato a numerosi tentativi di innovare le istituzioni democratiche, per esempio, con le assemblee, le giurie e i parlamenti dei cittadini e delle cittadine. Ci sono diverse altre modalità di selezione impiegate in politica, come: l’acclamazione (si pensi ad Angelino Alfano così divenuto segretario del Pdl di Berlusconi), la nomina (per i vertici delle partecipate e delle autorità di vigilanza), e ovviamente le elezioni. Ognuno di questi metodi ha alcuni pregi e limiti, che dipendono molto dal contesto e dalla modalità in cui si usano. Per utilizzare il sorteggio affinché arricchisca la vita democratica, invece che svuotarla, si devono seguire alcune accortezze di base.  Innanzitutto, il sorteggio andrebbe introdotto – non imposto – in aggiunta agli altri strumenti di rappresentanza, non in sostituzione. Il sorteggio ha diversi vantaggi, tra cui quello di facilitare la collaborazione e l’apprendimento di gruppo, e funziona efficacemente per esempio quando si mettono assieme cittadini estratti a sorte che per la prima volta si trovano a parlare e prendere decisioni su questioni politiche, come accade sempre più spesso in Europa.  Il sorteggio però non agevola l’autorganizzazione. Per esempio, quando c’è un’elezione ci si organizza per vincerla. Con il sorteggio decide il caso e quindi organizzarsi serve poco, ma senza organizzazione viene meno sia la capacità di articolare e confrontare diverse visioni, sia la possibilità di far valere il proprio voto. Sembrerà strano ma lasciare alla sorte la scelta dei rappresentanti non è necessariamente negativo in democrazia. Promuove delle logiche di funzionamento diverse da quelle della competizione, cosa di cui la nostra società ha un disperato bisogno. Un conto però è dare questa possibilità, ad esempio, a cittadini che, oltre a eleggere i rappresentanti, vengono estratti a sorte per comporre degli spazi in cui spesso per la prima volta possono riflettere e decidere assieme su questioni politiche. Altro invece è sostituire le elezioni con il sorteggio come si propone con i magistrati. Per il governo questo processo garantisce maggiore indipendenza. In realtà si disarticola la capacità di organizzarsi senza sostituirla con un’alternativa. Ciò rende i magistrati meno capaci di tutelare la propria autonomia e più dipendenti dalla politica. Il problema è lampante se consideriamo che nei nuovi Consigli superiori della magistratura (e nella prevista Alta Corte Disciplinare) i componenti che rappresentano il parlamento (un terzo del totale) verrebbero estratti a sorte da una lista fatta di laici eletti, loro sì. Nella stessa assemblea che dovrebbe garantire autonomia e indipendenza dei magistrati, i politici sceglierebbero chi potrà essere estratto a sorte, i magistrati no. Nel tentativo di «depoliticizzare» si «superpoliticizza» l’amministrazione della giustizia.  In secondo luogo, connesso a quanto detto sopra, quando si usa il sorteggio lo si fa in parallelo all’introduzione di misure di formazione e spazi di discussione. Nelle giurie cittadine, ad esempio, vengono estratti a sorte i cittadini che in spazi partecipativi innovativi e protetti vengono formati per adempiere ai compiti che li attendono (ad esempio, redigere un testo legale dopo un confronto informato). Mentre ciò è perfettamente comprensibile per cittadini che nella vita fanno altro, sembra «blasfemo» voler formare magistrati sul come si deliberi e scriva un testo legale. Anche in questo caso il sorteggio non democratizza alcunché, disarticola la rappresentanza e non si affiancano a esso strumenti che garantiscano una migliore qualità della deliberazione.  In terzo luogo, il sorteggio si usa fondamentalmente per rappresentare le diversità e includere quanti di solito sono ai margini della vita politica. Per questo motivo quando si utilizza il sorteggio nelle nuove forme di partecipazione democratica, come ad esempio nelle assemblee cittadine, lo si fa con criteri che «stratificano» il sorteggio. L’idea è avere un campione di estratti a sorte che somigli all’universo di riferimento. Nelle assemblee cittadine, ad esempio, in genere si estraggono il 50 per cento di uomini e di donne (tutelando quindi la parità di genere), persone con diversi livelli di educazione scolastica o di reddito (dando quindi la possibilità di partecipare a chi di solito lo fa meno) e diversa provenienza geografica (per evitare di rappresentare solo alcune aree). Nel caso in questione verosimilmente l’intento non è rappresentare la diversità e infatti ciò non c’è proprio (l’eccezione è che il sorteggio si restringe ai magistrati più anziani per l’Alta Corte Disciplinare, quindi in maniera da escludere i giovani). In generale, utilizzare il sorteggio per un gruppo di persone tendenzialmente omogenee (quantomeno dal punto di vista educativo e di distribuzione sul territorio come i magistrati) è piuttosto singolare. Infatti, lo si usa di solito quando l’universo di riferimento è una città, una regione o un intero paese, non un organo dello Stato. Questa idea, che di democratico ha poco, non ha neanche granché di innovativo dato che, come notom il primo a proporre l’uso del sorteggio per gli organi della magistratura fu il capo del Movimento Sociale Italiano, Giorgio Almirante nel 1971. Ovviamente la proposta, che oltre 30 anni dopo è al centro del dibattito politico, non ricevette alcuna attenzione. Per concludere, giungiamo alla tesi secondo cui il sorteggio contrasta le correnti e premia il merito, ossia il cuore della proposta di riforma che ha come intento fondamentale quello di neutralizzare le logiche interne del Csm. La questione è legittima, le istituzioni, tra queste la magistratura, sono tutt’altro che impeccabili. Come discusso però, il cambiamento proposto avviene al costo di sacrificare la capacità di darsi una rappresentanza organizzata. O meglio, il passaggio dall’elezione al sorteggio sposta l’attenzione dall’organizzazione della rappresentanza alla neutralizzazione delle reti, facendo venire meno la costruzione di visioni programmatiche e la responsabilizzazione interna. Mentre i magistrati sorteggiati non dovrebbero rispondere agli altri magistrati, l’influenza della politica non viene toccata: una situazione che difficilmente giova all’indipendenza e all’autonomia della magistratura. La politicizzazione non si riduce, si squilibra a favore dei politici. Il sorteggio prospetta non una magistratura meno esposta alla politicizzazione ma più assoggettata a chi detiene il potere politico.  Riguardo alla questione del merito invece, come visto, non c’è alcun dispositivo che metta i magistrati in condizione di fare un lavoro migliore nei nuovi Csm estratti a sorte. Ovviamente non c’è neanche alcun legame tra il «merito» di una persona e l’essere sorteggiato. Detto ciò, anche se non si può escludere che il merito abbia un ruolo nella scelta dei rappresentanti che si candidano e che si votano, le elezioni possono certamente premiare l’appartenenza anziché il merito. Questo però si applica a ogni tipo di elezione, a partire da quella dei nostri rappresentanti in parlamento. Anzi, è verosimile che ci siano più dubbi sui meriti dei politici che su quello dei magistrati, che comunque sono soggetti a una selezione pubblica incredibilmente stringente. Il punto è che il sorteggio non deve sostituirsi all’elezione senza per di più prevedere alcuno spazio di valorizzazione delle logiche cooperative che introduce. Il sorteggio così proposto è un’anomalia, non appropriata né nei confronti della magistratura né di qualsiasi altro gruppo che provi a darsi una rappresentanza democratica istituzionale.  LEGGI ANCHE… MERITOCRAZIA LA STRANA STORIA DELLA MERITOCRAZIA Salvatore Cingari IL SORTEGGIO COME STRUMENTO DEMOCRATICO  Esempi di impiego democratico del sorteggio ce ne sono molti in Europa: le camere dei cittadini che affiancano quelle elettive, a Parigi o Bruxelles, le assemblee cittadine su temi ostici quali il clima, il benessere delle future generazioni. Il sorteggio si usa anche per creare spazi di dibattito pre-referendario. Un gruppo di cittadini estratto a sorte è chiamato a lavorare assieme per diversi giorni per informarsi, riflettere ed esprimersi nel merito di un referendum. Le loro valutazioni vengono poi condivise con il resto della cittadinanza. Ovviamente per il Referendum sulla magistratura (o qualsiasi altro referendum in Italia) questa possibilità nemmeno si è mai considerata, non sia mai che i comitati referendari perdano il controllo della narrazione. Più in generale in Italia né il governo attuale né quelli che l’hanno preceduto hanno mai mostrato interesse a tali innovazioni democratiche. Non mi riferisco tanto al fatto che, ad esempio, a livello nazionale, siamo praticamente l’unico paese dell’Europa occidentale a non avere sperimentato nemmeno una semplice assemblea cittadina. Rifletto sul fatto che la classe politica e la cultura politica dominante, che tendenzialmente ignorano o avversano l’innovazione democratica, si accorgono del sorteggio solo per usarlo senza alcun legame con la democratizzazione.  Ci si potrebbe chiedere però: se il sorteggio piace tanto, perché i politici non lo sperimentano a partire da loro stessi? Certo, creare spazi di vita politica popolati da cittadini estratti a sorte, a fianco di quelli eletti, comporterebbe una redistribuzione di potere verso i cittadini e questo sarebbe un problema per chi il potere politico se lo tiene ben saldo. Eppure gli organi elettivi non brillano per capacità di rappresentanza a giudicare dai livelli di astensionismo, e non è detto che si riesca a lungo a esercitare il potere infischiandosene beatamente di questo aspetto elementare.  Introdurre delle camere dei cittadini estratti a sorte, ad esempio, farebbe tre cose democraticamente sensate che l’utilizzo del sorteggio nella riforma della magistratura non fa. Aggiungerebbe una nuova forma di rappresentanza, quella per sorteggio, che a oggi è preclusa alla cittadinanza. Aumenterebbe la diversità all’interno delle nostre istituzioni. Queste sono a oggi popolate prevalentemente da maschi, laureati (in poche discipline molto specifiche) e/o persone con patrimoni consistenti. Si riproducono le diseguaglianze che già esistono in società, a esclusione di tutti gli altri, che pure qualcosa da dire lo avrebbero. Infine, aprire a forme di partecipazione innovativa offrirebbe la possibilità di sperimentare il confronto tra vedute diverse e la presa di decisioni da parte di cittadini ai quali, a oggi, ciò che viene offerto in abbondanza sono scontri calati dall’alto e tanta propaganda. *Andrea Felicetti è docente di Scienza Politica all’Università di Padova. Si occupa di democrazia, innovazione e governance. L'articolo Teoria e critica politica del sorteggio proviene da Jacobin Italia.
March 18, 2026
Jacobin Italia
Dossier Mobilità – 25 marzo terzo incontro: Metropolitane
Proseguono gli incontri sui capitoli del Dossier mobilità di Carteinregola presentato il 4 dicembre 2025, con il punto della situazione sugli interventi e i progetti della mobilità della Capitale, e le domande inviate all’Assessore Patanè mercoledì 25 marzo alle 18  sulle pagine Facebook e Youtube di Carteinregola parleremo delle Metropolitane  Queste le domande inviata all’Assessore alla Mobilità di Roma Capitale Eugenio Patanè LE DOMANDE DI CARTEINREGOLA PER LE METROPOLITANE 1. Si è parlato spesso della incompatibilità della co-presenza dei cantieri della metropolitana e del tram ma ci risulta che siano state progettate e presentate nella conferenza dei servizi  della tratta T2 della metro C soluzioni di convivenza del tram durante la cantierizzazione per la realizzazione della stazione della metropolitana Chiesa Nuova. Chiediamo conferma sulla inesistenza di incompatibilità tra cantieri della metro C e delle linee tranviarie. In particolare, possono essere messi in opera contemporaneamente i cantieri della stazione metro C Chiesa Nuova e della  TVA a Corso Vittorio Emanuele? E, parimenti, può essere messo in opera contemporaneamente nell’0area di via Barletta il cantiere della stazione metro C Ottaviano e quello dei due rami tramviari verso Ponte della Musica-Auditorium e piazzale Clodio? 2. La tratta T1 della metro C, finanziata in extremis nel 2025 con l’intervento della Regione, ha visto approvato il progetto definitivo ma, secondo notizie ufficiose, con un definanziamento di alcune opere accessorie sia per il materiale rotabile che avrebbe dovuto essere implementato per l’allungamento della linea fino a Farnesina, sia per il parcheggio di scambio multipiano della Farnesina, sia per la prevista croce di inversione dei treni dopo piazzale Clodio (variante della tratta T2). Chiediamo una conferma di questi definanziamenti e se sono state previste strategie per fare fronte alle conseguenze che potranno avere sull’efficacia del nodo di scambio, sulle frequenze dei passaggi della linea nelle ore di punta, sulla possibilità di mantenere la linea elastica in caso di guasto senza interrompere l’intera tratta Farnesina-Venezia. 3. Fu redatto un progetto di prolungamento della Metro A oltre Anagnina verso Romanina ed uno studio di fattibilità (ultime informazioni desunte da Roma Metropolitane) ma a questo non seguirono approfondimenti progettuali né affidamenti in appalto. Con l’ultimo PUMS è stato abbandonato il progetto di una metro in favore di una versione più leggera di metrotramvia. E’ stata così approfondita una soluzione alternativa sul tracciato Anagnina-Torre Angela. E’ definitivo il perseguimento della soluzione alternativa della metrotramvia? Quale è lo stato attuale della progettazione? C’è la copertura finanziaria? Quali sono le prospettive della realizzazione dell’opera? 4. E’ in atto un progetto di prolungamento della Metro A oltre Battistini verso Torrevecchia. Secondo gli ultimi dati presi da Roma Metropolitane è stata prevista la realizzazione di un tratto di linea per uno sviluppo di circa 2 km con 2 stazioni e la realizzazione di 2 nodi di scambio a Bembo e Torrevecchia. Quale è lo stato del progetto di prolungamento della Metro A di Roma oltre Battistini verso Torrevecchia? Resta valida l’idea del prolungamento oltre Torrevecchia fino a Casa Selce con tecnologia funiviaria? C’è la copertura finanziaria? Quali sono i tempi previsti per progettazione-conferenza servizi-cantierizzazione-messa in esercizio? 5. E’ in atto un progetto di prolungamento della Metro B  dopo Rebibbia. Il prolungamento della Linea B è previsto nel vigente Piano urbano della mobilità sostenibile (PUMS), approvato con Delibera n. 79 del 13.12.2024 dal Consiglio della Città Metropolitana di Roma Capitale. Lo scenario progettuale del DOCFAP approvato prevede due tratte funzionali: Rebibbia – Casal Monastero e Casal Monastero – Setteville). Si prevede di redigere il PFTE (Progetto di fattibilità tecnico economica) della prima tratta funzionale prevista nel PUMS nel biennio 2026-2027. Il tracciato della prima tratta funzionale definita dal DOCFAP è lungo circa 3,5 km e interessa il territorio del Municipio IV. Si snoda lungo via Tiburtina a partire dal tronchino terminale della stazione Rebibbia, all’altezza del Carcere omonimo, e prosegue attraverso i quartieri S. Basilio e Torraccia fino all’abitato di Casal Monastero, oltre il Grande Raccordo Anulare. Sono previste 3 stazioni, un nodo di scambio terminale di livello metropolitano per il trasporto pubblico e privato e un tronchino terminale per la sosta notturna dei treni. Quale è lo stato attuale della progettazione? Quali sono le prospettive della realizzazione di queste due tratte funzionali? Dai dati presi da Roma Metropolitane i tempi stimati dei lavori ammontano a 7 anni. Visti i tempi previsti per le fasi progettuali e le incertezze dei finanziamenti l’opera appare di difficile realizzazione. 6. E’ nelle previsioni il prolungamento della linea dal capolinea Laurentina alla frazione Trigoria, oltre il GRA con la realizzazione di un tratto di linea per uno sviluppo di circa 6 km con 4 stazioni e la creazione di un nodo di interscambio in un’area prossima all’abitato di Trigoria. Fu redatto uno studio di fattibilità (ultime informazioni desunte da Roma Metropolitane) ma a questo non seguirono approfondimenti progettuali né affidamenti in appalto. Quale è lo stato attuale della progettazione? Quali sono le prospettive della realizzazione dell’opera? 7. Il progetto di prolungamento del ramo B1 della Metro B dopo Jonio verso Bufalotta e lo scambiatore A1 nord ha come obiettivo il collegamento delle zone di via Monte Cervialto, Serpentara e Colle Salario. Secondo il Piano Urbano della Mobilità Sostenibile (PUMS), i treni della linea B1 saranno estesi per servire queste aree densamente popolate. Quale è lo stato attuale della progettazione? Quali sono le prospettive della realizzazione dell’opera? 8. Tutte le stazioni ferroviarie sono potenziali hub della mobilità sostenibile. La redazione del PUMS sia del Comune di Roma che della Città Metropolitana hanno rappresentato una occasione di collaborazione tra le Ferrovie dello Stato (FS) e l’Amministrazione Comunale per ridefinire il ruolo delle stazioni ferroviarie nel contesto territoriale, focalizzando su di esse un’ampia serie di progetti mirati allo sviluppo di sistemi integrati di mobilità sostenibile, con particolare riferimento a:  TPL, Mobilità ciclistica, Mobilità pedonale, Shared mobility, Parcheggi di scambio e aree di sosta, Colonnine di ricarica per mezzi elettrici, Infomobilità. Quale è la situazione per la trasformazione delle stazioni ferroviarie in hub multimediali al fine di favorire lo scambio gomma-ferro? 9. ll raddoppio della tratta ferroviaria tra Valle Aurelia e Vigna Clara è la penultima tratta del cosiddetto “Gra ferroviario” della Capitale. Quali sono le reali prospettive di realizzazione dell’Anello Ferroviario e della sua completa utilizzazione sia per il trasporto passeggeri che per il trasporto merci? Si possono inviare domande sul tema scrivendo a: laboratoriocarteinregola@gmail.com Vedi anche Metro C: il progetto raccontato alle Commissioni del I Municipio (e una richiesta di Carteinregola alle istituzioni) * Vai alla presentazione della serie di webinar con la registrazione dell’incontro introduttivo del 16 febbraio 2026 * vai alla registrazione dell’incontro sul cap. 7 Piano Urbano Parcheggi (e le modiffiche alle NTA per i parcheggi degli impianti sportivi)dell’11 marzo 2026 * Vai al Capitolo 4 del Dossier Mobilità Capitolo 4 Metropolitane  e Ferrovie Regionali I PROSSIMI INCONTRI * mercoledì 8 aprile alle 18 Tram * mercoledì 22 aprile alle 18 Nodi Intermodali  e Parcheggi di Scambio * mercoledì 6 maggio alle 18 Ciclabilità * mercoledì 20 maggio alle 18 Aree Pedonalizzate – Z 30 e Isole Ambientali * mercoledì 3 giugno 2026 alle 18 Bus Turistici 18 marzo 2026 per osservazioni e precisazioni scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com
March 18, 2026
carteinregola
Referendum costituzionale: NO a una riforma inutile e dannosa
Sicuramente è importante partecipare al voto nel referendum costituzionale del prossimo 22-23 marzo: in primo luogo, perché la partecipazione al voto è opportuna e auspicabile, in un momento storico in cui la disaffezione alla politica e l’indifferenza sono molto diffuse, … Leggi tutto L'articolo Referendum costituzionale: NO a una riforma inutile e dannosa sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Rigassificatore di Piombino: il colpo di mano del Governo Meloni
Dopo tanti silenzi, mezze verità , false promesse, maldestri tentativi, dopo tante lotte, il Governo Meloni ha deciso. Con decreto legge n.32 dell’11 marzo 2026, in G.U. Il 12 marzo, il cosiddetto Decreto commissari, il Governo ha stabilito che la … Leggi tutto L'articolo Rigassificatore di Piombino: il colpo di mano del Governo Meloni sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Pia Pera. Scrivere il giardino per (ri)scrivere il mondo
In una lunga recensione a L’arcipelago di Longo Maï (Baldini & Castoldi, 2000), Goffredo Fofi definisce Pia Pera uno «strano personaggio delle nostre lettere» (“Lo straniero”, 13/14, 2001, p.2 6). Traduttrice dell’Onegin di Puskin (Venezia, Marsilio, 1996) e di … Leggi tutto L'articolo Pia Pera. Scrivere il giardino per (ri)scrivere il mondo sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Gli altri interventi normativi sul diritto penale – Stefano Pesci
Pubblichiamo l’ultimo intervento inserito nel libro di Carteinregola Riforma della magistratura: Risposte competenti a slogan ingannevoli – 30 interventi per il NO (> vai alla pagina con l’indice) Scarica il LIBRO vai alla pagina con i video delle interviste Riforma della magistratura: Risposte competenti a slogan ingannevoli GLI ALTRI INTERVENTI NORMATIVI SUL DIRITTO PENALE di Stefano Pesci, Procuratore aggiunto della Procura di Roma Anna Maria Bianchi A Stefano Pesci, Procuratore aggiunto della Procura di Roma, chiediamo di introdurre un ultimo tassello, che riguarda molti interventi dell’attuale governo che influiscono sul diritto penale, che evidenziano un doppio binario: da una parte vengono introdotti nuovi reati o aggravate le pene di quelli già esistenti che destano più allarme sociale, dall’altra sono stati alleggeriti o addirittura cancellati alcuni reati che riguardano i cosiddetti “colletti bianchi”.  E poi c’è l’ennesimo pacchetto sicurezza, che interviene pesantemente anche sui diritti dei cittadini. Stefano Pesci  Se noi guardiamo agli indirizzi che ha assunto la legislazione penale in questi ultimi due o tre anni è agevole registrare una tendenza, che è quella che è stata chiamata, per l’appunto del “doppio binario”, con alcune caratteristiche rilevanti che dovrebbero interessare tutti. Cosa intendo per doppio binario? Che da un lato appunto si considera il tema del diritto penale come uno strumento per acquisire consenso, mandando contestualmente alla pubblica opinione il messaggio insistito di una generale insicurezza, della necessità di intervenire per garantire al cittadino che diminuiscano i piccoli furti, i danneggiamenti, le aggressioni di strada ed enfatizzando peraltro i dati relativi a questi fenomeni criminali.  Sia chiaro: non si può negare che il fenomeno della criminalità da strada vada preso in carico, perché il cittadino vive un forte disagio quando è vittima di reati di questo tipo, ma altrettanto certamente va considerato che, purtroppo, una certa quota di criminalità è legata in generale al mondo contemporaneo. Comportamenti criminali di questo genere si manifestano in tutti i Paesi, ed anzi l’Italia da questo punto di vista è uno dei paesi più sicuri. Fatto che non ci deve indurre ovviamente a sottovalutare l’impatto della micro-criminalità, ma a dimensionarla correttamente e soprattutto a comprendere che lo strumento penale non è la strada maestra per fronteggiare queste manifestazioni di disagio e marginalità sociale. Nella gran parte dei casi queste situazioni scaturiscono infatti dal disagio sociale, da disoccupazione, emarginazione, anomia[1] e, se così è, mettere in campo una seria prevenzione risulta certamente più efficace rispetto alla pura repressione, che, in effetti, a livello di macrofenomeno, non funziona. Esistono tanti studi che evidenziano come un intervento esclusivamente repressivo non serve ad aumentare la sicurezza mentre si sono spesso rivelati utili sia interventi preventivi di bonifica delle aree di degrado o di riqualificazione della vita quotidiana di queste persone, sia interventi successivi di reinserimento sociale post-reato. Nello stesso tempo, però a fronte di questo massiccio intervento sul penale “di strada” (e, va detto anche sulla “criminalità professionale”, rapine ecc.), abbiamo una evidente riduzione dell’intervento penale volto a fronteggiare la criminalità delle classi dirigenti e dei colletti bianchi. L’intervento più evidente da questo punto di vista è quello che ha rimosso il reato di abuso d’ufficio, normato nell’articolo 323  del codice penale[2], a proposito del quale vi è stato un lungo dibattito nel paese. Il reato prevedeva di punire il pubblico dipendente che nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di specifiche regole previste dalla legge “procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto….”. Anna Maria Bianchi Può fare qualche  esempio?. Stefano Pesci  Facciamo il caso dell’affidamento delle gare e quello dei concorsi. Il sindaco di un paese, nell’affidamento di una gara per le pulizie della scuola, fa partecipare e vincere l’appalto alla società di un parente: è un atto in palese conflitto di interesse che in precedenza risultava punibile in base all’articolo 323. Oppure i casi di favoritismi nell’ambito di concorsi pubblici: in assenza di una norma come l’abuso d’ufficio si faticherà a individuare un reato applicabile. Molti possono essere gli esempi di quello che è qualcosa di più di un malcostume: è un abuso di un ufficio pubblico. Per anni nel dibattito giuridico e politico si era sviluppata discussione perché si sosteneva che la norma fosse scritta in modo da ricomprendere troppe situazioni diverse e che pertanto si determinava incertezza applicativa. Per questo, si sosteneva, il pubblico amministratore, temendo che la propria scelta potesse essere soggetta al sindacato del giudice penale, era paralizzato. In gergo si parlava di “paura della firma”. Come ricorderete, però, molti sottolineavano un altro aspetto: le denunce per questo tipo di abusi erano molte, ma la magistratura applicava con grande cautela questa norma, per cui a fronte di tante denunce, le condanne erano veramente poche. Questa paura della firma era, quindi, più legata a possibili denunce che alla prospettiva concreta di condanne nei processi. Sta di fatto che eliminare questa previsione, senza sostituirla con qualcosa di più preciso o di più raffinato per tutelare gli importanti interessi in gioco, impedisce ora di fronteggiare varie situazioni obiettivamente abusive che meriterebbero un intervento. Si è inoltre chiusa una strada di accertamento, una valvola di accesso a fenomeni criminali più gravi, perché in molti casi le attività di indagine finalizzate a verificare un possibile abuso di ufficio, rappresentavano il passaggio necessario per scoprire possibili corruzioni o concussioni, condotte che difficilmente affiorano in prima battuta. In qualche modo, quindi, l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio ha determinato una scopertura di tutela in riferimento all’interesse che abbiamo tutti noi ad una Pubblica Amministrazione che operi in modo trasparente e corretto. Abbiamo dovuto registrare anche altri interventi in materia di crimini dei colletti bianchi, che segnalano un’attenuazione dell’attenzione a questi profili. Per esempio, ricordo interventi normativi assai complessi, che in questa sede sarebbe impossibile illustrare, in materia di reati tributari, interventi che hanno determinato una riduzione significativa dell’intervento penale in materia di evasione fiscale, (già di per sé residuale perché riguarda solo i casi estremamente gravi). In sintesi, si verifica una tendenza ad una diminuzione dell’efficacia degli strumenti di tutela quando in gioco è l’interesse della collettività a una pubblica amministrazione corretta, al contrasto agli abusi fiscali, corruzione, concussione, che sono i reati commessi dalla parte ricca della società e dalla parte apicale dell’amministrazione e viceversa si punta molto a interventi repressivi verso la criminalità di strada, un po’ declamati e un po’ anche attuati. L’ultimo passaggio di questo indirizzo è rappresentato dal “Decreto sicurezza”, emanato di recente, nel quale sono previsti vari aggravamenti di pena per reati già esistenti, l’introduzione di alcuni nuovi reati e ulteriori due aspetti che meritano una qualche attenzione. Il primo è rappresentato da una serie di interventi che estendono i poteri della polizia e che comprimono le libertà del cittadino, senza passare per il controllo del giudice o del pubblico ministero. Questo tipo di interventi è piuttosto borderline rispetto ai principi costituzionali e bisognerà vedere poi se la Corte costituzionale interverrà per censurare le scelte del legislatore. Si prevede ad esempio una sorta di fermo preventivo nel caso di pubbliche manifestazioni, cioè la possibilità che la polizia intervenga, per impedire che persone specifiche (individuate sulla base di premesse non sempre rigorose) partecipino alle manifestazioni. Ci sono molto dubbi su questa norma e soprattutto, sul fatto che si prescinda da una necessaria verifica dell’autorità giudiziaria. Il secondo aspetto che merita attenzione riguarda la previsione di, una serie di pene accessorie e di sanzioni amministrative accessorie, alcune delle quali paiono discutibili nelle modalità e nelle premesse. Si pensi ai casi in cui si comprimono i diritti del cittadino in riferimento ad aspetti non collegati strumentalmente al reato commesso, come nel caso di confisca dell’autovettura nei confronti del piccolo spacciatore. Oppure alle sanzioni amministrative previste nei confronti dei genitori dei minori che vengano sorpresi, ad esempio, con coltelli dalla lama superiore a 8 cm. Si tratta di un profilo afflittivo nuovo e discutibile, specie quando il minore è diciassettenne o sedicenne. Perché in questi casi la sanzione finisce per colpire una persona (il genitore) che non è scontato abbia la possibilità di impedire al minore di commettere questo reato o addirittura che potrebbe esser stato totalmente all’oscuro del porto del coltello da parte del figlio.  Così come sono previste sanzioni abbastanza asimmetriche, come ad esempio la sospensione della patente nei confronti di chi porti coltelli di un certo tipo fuori dalla propria abitazione: non si capisce per quale motivo si debba prevedere una sanzione di questo tipo che non ha alcuna relazione con il  portare il coltello, perché non c’è una relazione immediata con l’uso di un’autovettura. Tutti gli interventi che mirano a una pura repressione, anche un po’ cieca, anche un po’ a 360°, mentre non si vede alcun intervento per aumentare veramente la sicurezza riducendo il disagio delle fasce giovanili Sono interventi certamente costosi, ma investire sulla qualità della vita dei minori delle nostre periferie probabilmente sarebbe molto più efficace se lo scopo fosse quello di ridurre i reati, di aumentare la sicurezza. Cosa temo che accada? Avremo molti più processi del tutto inutili, un po’ più di carcere per soggetti problematici per i quali il passaggio di due mesi o due anni in un istituto di pena non farà altro che aumentare la situazione di disagio, di estraneità al consesso sociale, di marginalizzazione, piuttosto che il reinserimento sociale, generando potenzialmente per il futuro ancora più insicurezza. Anche perché, sempre sotto questo profilo, non si investe minimamente sul delicato passaggio dal carcere alla vita ordinaria, cosicché l’uscita dal carcere significa semplicemente la ricollocazione all’interno di quello stesso mondo che aveva generato la commissione di quei reati. Quindi anche l’intervento repressivo, per la parte in cui è veramente ora efficace, sarà solo una norma-manifesto, un intervento repressivo nella sostanza inefficace che non finirà per ridurre la criminalità di strada. Anna Maria Bianchi  Un’ultima domanda sugli interventi normativi che sono intervenuti sulla fase delle indagini, in particolare  sia rispetto le intercettazioni, sia rispetto alla previsione dell’interrogatorio dell’indagato prima dell’arresto Stefano Pesci  Sì, sono argomenti tecnicamente abbastanza complessi che non è possibile illustrare in un tempo limitato. Da un lato abbiamo una riduzione della concreta possibilità di effettuare intercettazioni, sia per i presupposti richiesti sia per le modalità nuove che vengono imposte. Spiegarlo in questa sede non è possibile; diciamo, però, che lo strumento delle intercettazioni, essenziale per certe tipologie d’indagine, viene per molti versi limitato (ad esempio non si possono fare intercettazione oltre i 45 giorni per quasi tutti i reati tranne un numero limitato di essi). Queste limitazioni finiscono per ridurre l’uso di questo importante strumento che opera fondamentalmente in due casi, in due categorie di reati: la grande criminalità mafiosa o comunque la criminalità organizzata seria (e questa sfera non è stata toccata) e  i reati dei colletti bianchi, come ad esempio i reati di infedeltà fiscale, che per effetto della nuova disciplina rimangono sostanzialmente al di fuori della sfera della concreta possibilità d’intercettare. Poi vi sono norme che disciplinano in maniera più restrittiva la richiesta di custodia cautelare in carcere perché si prevede che, prima di emettere un’ordinanza di custodia cautelare, il giudice interroghi la persona che dovrebbe essere raggiunta dalla misura per consentirgli di difendersi; questo è previsto, in particolare, per i casi in cui le esigenze cautelari, che giustificano la misura cautelare, non siano il pericolo di fuga o l’inquinamento probatorio: in questi ultimi casi casi, ovviamente, non avrebbe senso consentire alla persona indagata di sapere in anticipo della misura, consentendogli di fuggire o di alterare le prove; negli altri casi, invece, la legge impone che il soggetto sia interrogato preventivamente. Questo crea una situazione ambigua: pensate alla situazione di un soggetto il quale viene raggiunto a casa da una notifica Nella quale dice “Guarda, tu devi essere interrogato, se vuoi, fra tre giorni perché così potrò decidere se mandati in carcere o meno, in quanto sei accusato di questo e questo e questo”. Il messaggio che arriva all’indagato è: o ti giustifichi o ti metto in carcere. Da un lato questa procedura consente a chi ne ha la possibilità di adottare delle contromisure di inquinare le prove. Certo, la legge prevede che non si procede all’interrogatorio preventivo nei casi in cui vi sia pericolo di inquinamento, ma, in questo caso sei tupubblico ministero  che devi poter dimostrare in anticipo il concreto pericolo di questa alterazione delle prove, e se non lo puoi dimostrare in anticipo, l’inquinamento probatorio sarà possibile. Inoltre, e forse soprattutto, quest’obbligo crea paradossalmente una situazione difficilissima anche per lo stesso accusato il quale, a fronte delle prove che vengono contestate, se vuole evitare il carcere molte volte avrà come via maestra, sostanzialmente, quella di ammettere i fatti, perché nella vita concreta dei processi, quando il PM  formula, se hai delle prove a carico, o hai molti elementi per giustificarti oppure rimanere silente vuol dire consegnarti alla misura, quindi al carcere. Questa nuova normativa, quindi, ha effettivamente una seria incidenza pratica, perché da un lato stiamo verificando una significativa riduzione delle misure cautelari, ma dall’altro lato quando si effettuano gli interrogatori, paradossalmente sono delle pistole puntate nei confronti degli indagati. Anna Maria Bianchi: C’è anche il rischio che si possano intimidire i testimoni o i denuncianti? Stefano Pesci: Se c’è il pericolo di possibili intimidazioni nei confronti dei testimoni, la norma prevede che non si proceda ad interrogatorio preventivo; tuttavia, come dicevo, in molti casi non è possibile provare in anticipo un concreto pericolo di intimidazione. Più in generale diciamo che, se pure in molti casi è possibile adottare cautele per evitare i danni peggiori, questa nuova disciplina rappresenta innegabilmente un segnale molto chiaro perché scoraggia gli interventi di natura cautelare nei confronti dei “colletti bianchi”. E questo perché? perché questo tipo di meccanismo, per come è congegnato, fatalmente non opera nei confronti del criminale di strada, perché in quel caso è possibile trovare prove del fatto che sia un violento, che sia un prevaricatore, e quindi si può affermare l’esistenza di un concreto  rischio di inquinamento della prove; con il “colletto bianco”, viceversa, non puoi ragionevolmente affermare che il previo interrogatorio determini il rischio di intimidazione dei testimoni, perché l’indagato è una persona tra virgolette “per bene”, è una persona educata, colta (il commercialista, l’imprenditore), perché non ha una storia di minacce e violenze, non ha una figura da intimidatore. In sintesi: nei fatti anche quei pochi procedimenti che vedevano richieste di misura cautelare nei confronti di “colletti bianchi” si vanno riducendo moltissimo e la tutela degli interessi pubblici, in questi casi, è estremamente ridotta. (intervista registrata il 7 marzo 2026) Per osservazioni e precisazioni scrivere a: laboratorioccarteinregola@gmail.com 16 marzo 2026 -------------------------------------------------------------------------------- [1] Anomia, in sociologia, è una situazione di assenza o indebolimento delle norme sociali, che porta disorientamento e perdita di punti di riferimento (concetto reso celebre da Durkheim e Merton) [2] Articolo 323 Codice Penale -Abuso d’ufficio [ABROGATO]Articolo abrogato dall’art. 1, comma 1, lettera b) della L. 9 agosto 2024, n. 114. [Salvo che il fatto non costituisca un più grave reato(1), il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio(2) che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio(3), in violazione di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge e dalle quali non residuino margini di discrezionalità(4), ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale(5) ovvero arreca ad altri un danno ingiusto, è punito con la reclusione da uno a quattro anni(6). La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno hanno carattere di rilevante gravità(7)(8).] NOTE (1) La clausola di riserva fa soccombere la norma nel concorso apparente rispetto ai reati più gravi, a prescindere dal principio di specialità (v. art. 15 del c.p.) (2) Si tratta di un reato proprio, che può essere commesso tanto dal p.u. quanto dall’i.p.s., figura inserita dalla legge 26 aprile 1990, n.86, al fine di non lasciare impunita la condotta di distrazione di danaro o altra cosa mobile effettuata a vantaggio del privato da parte dell’incaricato di un pubblico servizio. (3) La condotta deve essere compita nello svolgimento delle funzioni o del servizio, non rileva dunque il compimento di atti in occasione dell’ufficio e il mero abuso di qualità, cioè l’agire al di fuori dell’esercizio della funzione o del servizio. (4) Il comma 1 è stato modificato dall’art. 23 comma 1 del D.L. 16 luglio 2020, n. 76. (5) Il riferimento al vantaggio patrimoniale fa sì che venga dato rilievo al complesso dei rapporti giuridici a carattere patrimoniale conseguenti all’atto antidoveroso dell’agente, senza dunque ricomprendere vantaggi di tipo morale o politico. (6) L’art. 1 della l. 6 novembre 2012, n. 190 ha comportato un aggravamento di pena, prima prevista nei limiti edittali di sei mesi e tre anni. (7) Si tratta di una circostanza aggravante speciale ad effetto comune, connessa ad una rilevante gravità. (8) Articolo abrogato dall’art. 1, comma 1, lett. b), L. n. 114 del 9 agosto 2024.
March 16, 2026
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