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Dalla campagna di arabizzazione al genocidio ezida del 2014 fino a oggi
Ogni anno all’avvicinarsi del 3 di agosto il popolo ezida si prepara a ricordare il genocidio del 2014, arrivato come uno tsunami implacabile sui suoi villaggi nel distretto di Shengal, nel nord-ovest dell’Iraq. Tutto è stato travolto, a partire dalle vite spezzate di uomini, donne anziane e ragazzi uccisi e gettati in fosse comuni, quelle scoperte fino a oggi sono più di ottanta, e da quelle piegate delle donne, delle bambine e dei bambini rapiti dallo Stato Islamico. Più di diecimila morti, oltre seimila persone rapite, le donne ridotte in schiavitù e i bambini addestrati come soldati del Califfato, circa il 75% di sfollati e sfollate (oltre 350.000 persone su una popolazione che in quel momento si aggirava intorno ai 500.000 individui) e tra il 70% e l’80% di case e infrastrutture distrutte. La città di Shengal ridotta in macerie. Questo per restare solo al calcolo nudo e crudo dei numeri.  > Lo Stato Islamico ha cercato il genocidio degli ezidi, l’ha pianificato e l’ha > messo in pratica. Per l’Is, organizzazione terroristica jihadista, che ha > seminato il terrore tra Siria e Iraq ma anche in diverse città europee e non > solo, il popolo ezida meritava la violenza a cui è stato sottoposto per la sua > venerazione dell’Angelo Pavone, quell’angelo caduto che per cristiani e > musulmani corrisponde a Lucifero. Ma l’Is era interessato anche alle terre degli ezidi perché collocate su quella linea di continuità tra le due città più importanti già conquistate: Mosul, in Iraq, e Raqqa, la capitale dell’autoproclamato Califfato, in Siria. I villaggi ai piedi della montagna degli ezidi e quelli ancora più a valle, insieme alla città di Shengal, capoluogo del distretto, sono stati occupati con facilità dallo Stato Islamico perché i peshmerga del Kdp (Partito democratico del Kurdistan), stanziati nell’area per difenderla, si sono ritirati poco prima che l’orda jihadista arrivasse. In quei villaggi le famiglie ezide vivevano dagli anni ‘70 e ‘80, trasferite di prepotenza dal Ba’th, il partito guidato da Saddam Hussein, per dare seguito alle campagne di arabizzazione che stavano prendendo piede. Fu proprio il raìs a ordinarle e colpirono anche altre comunità, come quelle curde, turkmene e assire. Il Monte Shengal è un pezzo della storia identitaria del popolo ezida perché è il suo monte sacro, ricco di templi appartenenti a questa cultura. La rimozione forzata della popolazione serviva proprio a questo scopo, ossia spezzare il potente vincolo identitario che univa la comunità alla sua terra, stravolgendo la quotidianità a cui era abituata, tra la pastorizia e l’agricoltura, in un luogo di legami ancestrali e sociali che mantenevano in vita questo antico culto, quello ezida per l’appunto. Improvvisamente gli ezidi si sono ritrovati a lavorare per altri, in condizioni difficili e di povertà. I loro figli e le loro figlie servivano da mano d’opera per il padrone e a farne le spese non è stata solo la loro infanzia ma anche la loro istruzione. > La vicinanza dei villaggi collettivi ezidi con le comunità arabe e il lavoro > svolto per queste doveva favorire la loro assimilazione, cosa che però non è > mai avvenuta. L’oppressione ha lavorato nel senso contrario, rafforzando le > radici identitarie da trasmettere orgogliosamente alle nuove generazioni. Sul Monte Shengal solo poche famiglie sono riuscite a evitare la deportazione e diverse di loro non hanno lasciato la loro terra nemmeno quando l’Is stava avanzando. L’organizzazione jihadista non ha mai conquistato il Monte Shengal che è stato difeso sul terreno dalle Ybs e dalle Yjs, le unità di resistenza ezide, nonché dal Pkk insieme alle Ypj e Ypg, unità di protezione curde provenienti dal Rojava, dai peshmerga e dalla Coalizione internazionale anti-Is con i bombardamenti dal cielo. Cimitero ezida, foto di Mirca Garuti Quando nel 2017 lo Stato Islamico è stato sconfitto in Iraq e ha abbandonato anche i villaggi ezidi, alcune famiglie di questa comunità hanno da subito fatto rientro nel distretto. Diverse non hanno più trovato le loro case, distrutte dai jihadisti in ritirata, e hanno cominciato a ricostruirle riprendendosi la montagna. Hanno trascorso anni nelle tende lasciate sul terreno dall’Unhcr e da Save the children quando hanno deciso di concludere la loro missione. Oggi alcune di queste sono state trasformate in magazzini o garage per le macchine perché le prime case ricostruite iniziano a rendere evidente la ripartenza della comunità. Tuttavia le difficoltà sono ancora molte perché Shengal continua a essere una zona pericolosa, tra le cellule dell’Is non distanti dal suo territorio e la contesa tra il governo centrale di Baghdad e quello del Kurdistan iracheno, entrambi interessati a governare l’area, che rallenta la ricostruzione dei servizi e impedisce il rientro delle famiglie sfollate che continuano a vivere nei campi profughi. Il rischio è che in questo modo possa compiersi una sostituzione etnica nel distretto. A rendere la situazione più complicata è la povertà diffusa per la scarsità di opportunità di lavoro, che fa sognare ai giovani meno coinvolti politicamente di lasciare l’Iraq.  C’è però chi resiste, non se ne va e lavora per ridare pienamente vita a quei luoghi, nonostante le tensioni e i pericoli. La politica aggressiva della Turchia, che nel distretto di Shengal prende di mira le figure più esposte dell’Amministrazione autonoma di Shengal, accusandole di essere una costola del Pkk, espone infatti ogni membro della comunità al rischio di perdere la vita sotto i bombardamenti dei droni turchi, come è accaduto nel giugno del 2022 a un ragazzino ezida di dodici anni, ucciso a Sinune dall’azione di un drone che ha colpito l’edificio del Consiglio del popolo, situato vicino al negozio dove lavorava. Molti paesi occidentali hanno riconosciuto il genocidio del 2014 ma tra questi non c’è l’Italia, sebbene a febbraio del 2025 il parlamento abbia votato la mozione presentata dall’on. Laura Boldrini che chiede al governo di procedere in tal senso. La legislatura sta volgendo al termine e sarebbe un gesto politico importante se il governo riconoscesse la tragedia vissuta dal popolo ezida a causa del brutale attacco dell’Is, così come il Taje (Movimento per la libertà delle donne ezide) ha chiesto con la lettera inviata nel luglio dell’anno scorso a diciannove governi, tra cui quello italiano. Foto di copertina di Mirca Garuti Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Dalla campagna di arabizzazione al genocidio ezida del 2014 fino a oggi proviene da DINAMOpress.
July 29, 2026
DINAMOpress
La scoperta dell’America
Se ad un certo punto pure i fascisti statunitensi scoprono il “terrorismo islamico”, nella sua più inquietante espressione, era sponsorizzato dall’agenzia UsAid… Roba da infarto, non ditelo a Salvini… L'articolo La scoperta dell’America su Contropiano.
June 24, 2026
Contropiano
«Pioggia di nuvole»
Louis Perez (*) racconta il “diario” di Denise Bilgin sulla resistenza a Kobanê. «Per molti anni la città ebbe due nomi diversi. Nella lingua parlata da chi viveva lì è Kobanê… nei documenti ufficiali è Ayn al Arab, l’occhio degli arabi». Uno dei luoghi in cui più si è combattuto durante l’assedio di Kobanê è il cartello di benvenuto in
MESOPOTAMIA: IL PROCESSO DI ISTANBUL CONTRO IL CHP PERDE I PEZZI. ANKARA TRA I MEDIATORI SULL’IRAN
Nella puntata di venerdì 10 aprile 2026 di Mesopotamia – notizie dal vicino oriente, trasmissione della Cassetta degli attrezzi di Radio Onda d’Urto, abbiamo ospitato il giornalista Murat Cinar per fare il punto su diverse vicende che riguardano la Turchia. Insieme a Murat Cinar abbiamo fatto il punto sul “Processo di Istanbul”, che vede imputato e incarcerato il sindaco della megalopoli sul Bosforo, Ekrem Imamoglu, che è anche un importante esponente del primo partito di opposizione del parlamento di Ankara, cioè il Chp, insieme a centinaia di altri imputati. “Le fondamenta giudiziarie di questo processo scricchiolano”, afferma Murat Cinar. Alcuni testimoni chiave dell’accusa, infatti, hanno ritrattato le proprie versioni e ritirato la propria disponibilità a confermarle in aula. Martedì  7 aprile un commando armato ha attaccato il consolato israeliano di Istanbul. Nei giorni successivi le agenzie di stampa hanno riferito di numerosi arresti effettuati dalla polizia turca per quella sparatoria. Sebbene Ankara abbia dichiarato in maniera vaga che uno degli assalitori aveva avuto legami con una non meglio precisata “organizzazione che stumentalizza la religione”, al momento nessun gruppo ha rivendicato il tentato assalto. Per Murat Cinar, tuttavia, è evidente – in particolare per la storia di uno degli autori dell’attacco – che si tratti dell’organizzazione jihadista Isis. Il governo turco, però, secondo Cinar non vuole ammettere pubblicamente che il sedicente Stato Islamico sia ancora presente e attivo in Turchia. Il terzo punto che abbiamo affrontato con il giornalista Murat Cinar riguarda la guerra in Iran e l’escalation regionale provocata dall’attacco israelo-statunitense a Teheran. Abbiamo analizzato gli ultimi sviluppi dal punto di vista di Ankara. Il governo Erdogan, infatti, si è messo a disposizione come mediatore tra Stati Uniti e Iran perché interessato alla de-escalation nell’area. La puntata di Mesopotamia, su Radio Onda d’Urto, con l’intervista al giornalista Murat Cinar. Ascolta o scarica.
April 11, 2026
Radio Onda d`Urto
SIRIA: GLI U.S.A ESCONO DALLA PORTA MENTRE L’ISIS SI RIAFFACCIA
Nella Siria in cui Al Shaara ha stabilito il suo controllo anche nella regione del Nord-Est tornano ad agire le forze dell’Isis. L’organizzazione fondamentalista è infatti stata sconfitta territorialmente nel 2019, ma ha conservato cellule dormienti nel territorio, a cui si sono uniti i miliziani fuggiti nel mese scorso dal campo di prigionia di Al Hol, dopo che le forze curde (SDF) si sono ritirate e il controllo è passato alle autorità di Damasco. In un messaggio audio, diffuso sabato 21 Febbraio sera, il portavoce dell’Isis, Abu Hudhayfa al Ansari, ha annunciato l’avvio di una «nuova fase di operazioni» e ha definito Al Sharaa il leader di un «regime apostata» e un «cane da guardia» della coalizione globale, promettendo che il suo destino non sarà diverso da quello di Assad. Contestualmente è ormai ufficiale il ritiro degli Stati Uniti dalla Siria che prevedono la smobilitazione delle basi militari nel paese entro un mese: da lunedì i soldati americani si sono ritirati dalle basi di Qasrak, Al Shaddadi e Rmelan.  Dietro all’abbandono militare del paese da parte statunitense c’è la visita alla Casa Bianca di Al Shaara a Novembre 2025, data in cui quest’ultimo aveva promesso l’ingresso della Siria nella coalizione anti-Isis. Non dimentichiamo che l’attività di Ahmad al Shaara , prima di insediarsi al governo di Damasco, arrivava proprio dalle frange dello stato islamico: sotto il nome di Abu Muhammad Al-Jawlani, al Shaara fa ingresso nelle fila del network salafita-jihadista locale e dando vita a una formazione satellite, denominata “Fronte di soccorso del Levante” (Jabhat al-Nusra li-Ahli al-Shām, Jan), unificata poi da al-Baghdadi nel 2013 nello “Stato islamico dell’Iraq e del Levante”, mossa che portò al-Jawlani a riaffermare la propria fedeltà ad al-Qa‘ida, primo passo di un percorso che avrebbe condotto al-Nusra a trasformarsi in una formazione pienamente autonoma e indipendente. Resta di fatto che l’apparente uscita di scena statunitense lascia intravedere ancora una volta degli interessi più complessi sul Medio Oriente, di cui la Siria è uno nodo strategico. A fare da sfondo, che tanto sfondo non è, a questi giochi di potere c’è un sempre crescente malcontento da parte della popolazione che ha visto un aumento di mobilitazioni sul lavoro, sui servizi, sul caro vita, sulla terra e sui diritti sociali. Queste potranno sul tavolo rivendicazioni solo in superficie di carattere economico, ma che lasciano intravedere, come sottolinea Lorenzo Trombetta sul Manifesto, l’approfondirsi della politicizzazione delle condizioni materiali di vita. Ne parliamo con Marco Magnano, giornalista di base a Damasco:
February 26, 2026
Radio Blackout
Washington rivela: “truppe Usa in Nigeria”
Gli Stati Uniti hanno inviato un piccolo contingente militare in Nigeria. Lo ha dichiarato martedì scorso il generale responsabile del comando statunitense per l’Africa riconoscendo così per la prima volta la presenza delle forze statunitensi nel paese africano che il giorno di Natale è stato oggetto di un bombardamento da parte dell’aviazione […] L'articolo Washington rivela: “truppe Usa in Nigeria” su Contropiano.
February 9, 2026
Contropiano
Gli USA frenano i trasferimenti dei detenuti Isis in Iraq
I trasferimenti dei detenuti dello Stato islamico (ISIS) dalla Siria all’Iraq da parte dell’esercito statunitense hanno subito un rallentamento questa settimana, in seguito agli appelli di Baghdad agli altri paesi affinché rimpatrino migliaia di jihadisti stranieri. Il 21 gennaio, l’esercito statunitense ha dichiarato di aver iniziato a trasferire i detenuti. […] L'articolo Gli USA frenano i trasferimenti dei detenuti Isis in Iraq su Contropiano.
February 7, 2026
Contropiano
Il popolo ezida e la paura del ritorno dell’Isis
Con quanto sta accadendo in Rojava, in Siria, dove dal 6 gennaio è iniziato un attacco all’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est (Daanes) da parte di Damasco, la popolazione ezida di Shengal vive momenti di forte tensione e paura. Oggi alla guida della Siria c’è un presidente, Ahmed al-Sharaa, che fino a un anno fa era considerato un pericoloso jihadista perché si era formato nelle fila di al-Qaeda e dell’Isis per poi fondare l’Hts (Hayat Tahrir al-Sham), un’altra organizzazione terroristica che a dicembre del 2024 è riuscita con un’azione fulminea, supportata dalla Turchia, a raggiungere Damasco e mettere in fuga Bashar al-Assad.  Quando è entrato alla guida dell’Hts nella capitale tutti conoscevano quest’uomo, poco più che quarantenne, con il nome di al-Jolani. L’operazione di restyling per renderlo presentabile al mondo ha richiesto però non solo una barba più curata e degli abiti eleganti all’occidentale ma anche il ritorno al suo nome anagrafico, Ahmed al-Sharaa. Colui che era considerato un pericoloso criminale si è trasformato dunque in alleato dell’Occidente e dei Paesi arabi del Golfo, tutti pronti a fare affari nella Siria da ricostruire. Nella guerra mossa da al-Sharaa (e dalla Turchia) alla Daanes ci sono aspetti economici e geostrategici, ma anche di carattere ideologico. L’esperienza del confederalismo democratico, paradigma politico pensato dal leader curdo Abdullah Öcalan, non piace né a Damasco né a Ankara: troppa democrazia, troppa libertà per le donne e troppo rispetto per l’ambiente in contrasto con le politiche predatorie delle società capitaliste. Il confederalismo democratico sta trovando il suo spazio anche nel distretto di Shengal, nel nord-ovest dell’Iraq. In questa area vive un antico popolo che ha subito 74 tentativi di genocidio, di cui l’ultimo nel 2014 per mano dell’Isis.  La drammatica situazione nella quale oggi si trova la Daanes, che fra pochi giorni dovrà decidere se accettare l’accordo messo sul tavolo dal presidente siriano per porre fine alla guerra al prezzo della fine dell’esperienza del confederalismo democratico, sempre che non maturino sorprese nelle negoziazioni in corso, non può che allarmare l’Amministrazione Autonoma di Shengal. A peggiorare lo stato di tensione è la decisione degli Stati uniti di trasferire più di settemila membri dell’Isis dalle prigioni in Rojava, fino a pochi giorni fa sotto il controllo delle Forze democratiche siriane (Sdf) e adesso sotto quello di Damasco, a quelle irachene. Il pensiero di avere sul territorio un numero importante di uomini che si sono macchiati le mani di crimini mostruosi e del genocidio del suo popolo suscita ovviamente una profonda preoccupazione, considerata anche la situazione politica e di sicurezza dell’Iraq. La Co-portavoce dell’Amministrazione Autonoma di Shengal, Ghazala Rasho, ha spiegato come a Shengal la popolazione stia vivendo questo momento di totale incertezza. Quali sono le vostre preoccupazioni principali guardando a quello che sta avvenendo in Rojava? Come sapete, ci sono molte preoccupazioni, come il risveglio delle cellule dormienti dell’Isis e il trasferimento di membri di questa organizzazione dalle prigioni in Siria a quelle in Iraq. Come vi state organizzando per scongiurare un eventuale attacco alla vostra comunità da parte dell’Isis, che dalla caduta di al-Assad si sta rinforzando?  Confidiamo nelle nostre forze a livello locale, nella vigilanza fatta dalla comunità e nel coordinamento tra le forze militari presenti sul terreno, nonostante le poche risorse. Siete preoccupati che il governo centrale o il Kdp [Kurdistan Democratic Party, partito politico nazionalista curdo a guida della regione autonoma curda in Iraq, ndr] possano approfittare della situazione e con l’aiuto della Turchia attaccare l’Amministrazione Autonoma di Shengal? La nostra preoccupazione non riguarda né il governo centrale né il Partito Democratico del Kurdistan ma piuttosto gli accordi politici tra Stati Uniti e Siria. Come si sa bene, gli Stati Uniti hanno abbandonato le Forze Democratiche Siriane (Sdf), nonostante il ruolo enorme che hanno avuto nella liberazione della Siria e del mondo dall’organizzazione terroristica dell’Isis. Siamo anche seriamente preoccupati rispetto ai potenziali accordi tra la Turchia e la Siria, oltre alle minacce lanciate dal ministro degli Affari esteri turco, Hakan Fidan. In aggiunta, come sapete, al-Jolani, che è stato membro di al-Qaeda e poi dell’Isis, adesso è diventato il presidente della Siria. Cosa pensate del ruolo che sta giocando la Turchia in Rojava e nel processo di pace con Öcalan? Se il Rojava dovesse cadere e il processo di pace non andasse a buon fine, cosa pensate potrà accadere all’Amministrazione Autonoma di Shengal? La Turchia rappresenta la minaccia più grande per la stabilità del Rojava perché le Sdf hanno combattuto l’Isis in Siria, mentre la Turchia ha sostenuto l’Isis. La prova è che fazioni sostenute dalla Turchia stanno attualmente combattendo contro le Sdf in Rojava. Se le Sdf dovessero collassare, a causa anche del contributo che la Turchia sta mettendo in questa guerra, il futuro di Shengal sarebbe in grande pericolo.  Per quanto riguarda il processo di pace, speriamo che abbia successo, ma la Turchia sta tergiversando sui passi necessari da compiere. Nel frattempo, però, Öcalan sta adottando da parte sua misure positive. Siete in rapporto con il governo centrale per insieme organizzare una difesa nel caso in cui l’Isis dovesse crescere a tal punto da costituire un’imminente minaccia per il vostro popolo? Su chi potete contare? Sì, abbiamo un accordo con il governo centrale per organizzare una difesa comune. Abbiamo fiducia nelle nostre forze di autodifesa, le Ybș e le Yjș che sono nate nel 2014 e hanno difeso Shengal. La nostra fiducia è anche riposta nelle giovani donne e nei giovani uomini che stanno insieme come fossero una sola cosa in difesa della loro terra. Qual è il vostro appello per la comunità internazionale? Alla Comunità internazionale chiediamo la protezione dei civili, di prevenire ogni futuro attacco a Shengal, di supportare la stabilità dell’area e di riconoscere la volontà della popolazione di Shengal all’autodeterminazione. In Italia l’On. Laura Boldrini, presidente del Comitato permanente diritti umani nel mondo, ha chiesto quasi un anno fa al governo di riconoscere il genocidio che il popolo ezida di Shengal ha subito nel 2014 a causa dell’attacco dell’Isis. Sarebbe ora che il governo lo riconoscesse impegnandosi così a difendere la comunità ezida da future aggressioni. Questo è certamente il momento giusto, visto il pericolo che gli Ezidi e le Ezide corrono. La copertina è di Kurdishstruggle (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il popolo ezida e la paura del ritorno dell’Isis proviene da DINAMOpress.
January 29, 2026
DINAMOpress
NIGERIA: NATALE TRA LE BOMBE USA CONTRO LA MINACCIA JIHADISTA “DISTANTE MILLE CHILOMETRI”
Bombe made in USA sulla Nigeria nel giorno di Natale, in un’operazione concertata con il governo di Abuja. Trump ordina un attacco per – dice – “proteggere i cristiani dai terroristi islamici”. La Nigeria, il maggiore stato africano per riserve petrolifere, ricorda la campagna bellica che Trump sta portando avanti contro i “trafficanti” venezuelani: il Venezuela, infatti, detiene il primato mondiale per le riserve petrolifere accertate. Secondo il presidente Donald Trump, i campi dell’ISIS attaccati nella notte del 25 dicembre, sono stati “decimati”. La CNN racconta lo choc nel villaggio nigeriano colpito dai missili, dove i residenti negano attività dell’ISIS nell’area. Il quadro su quanto accaduto in Nigeria con il giornalista Andrea Spinelli Barrile. Ascolta o scarica
December 27, 2025
Radio Onda d`Urto