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Le “sporche frontiere” d’Europa, dai Balcani al Mediterraneo
RESPINTI Le “sporche frontiere” d’Europa, dai Balcani al Mediterraneo di Duccio Facchini e Luca Rondi Altreconomia, 2026, pp. 192 Testi di Caterina Bove, Anna Brambilla, Riccardo Gatti, Maurizio Veglio, Cristina Molfetta. ** La prefazione di Gianfranco Schiavone L’ASILO, DA DIRITTO A CONCESSIONE Questo prezioso libro ci aiuta a comprendere il drammatico cambiamento in termini di tenuta dello Stato di diritto
L’architettura del rifiuto
YLENIA BOBBO 1 INTRODUZIONE Le recenti autorizzazioni amministrative e legali, che hanno permesso l’ampliamento della lista dei Paesi di Origine Sicura (POS), rendono quanto mai urgente una nuova analisi critica del Nuovo Patto Europeo sulla migrazione e l’asilo. Tale riforma, infatti, comporta implicazioni profonde, capaci di scardinare le garanzie fondamentali dei richiedenti asilo. Notizie NON ESISTONO “PAESI SICURI” E con le nuove regole UE su migrazione e asilo siamo tutti più in pericolo  Nicoletta Alessio 12 Febbraio 2026 Tuttavia, l’estensione dei Paesi sicuri non è l’unica criticità introdotta: sebbene sia la più recente, essa si inserisce in un quadro ben più complesso e non privo di problematicità. In questo report verranno analizzati gli aspetti controversi ereditati dal vecchio Sistema di Dublino e la conseguente struttura basata sulla cosiddetta “finzione di non ingresso“; la preoccupante contrazione dei diritti dei minori stranieri non accompagnati; la progressiva criminalizzazione delle ONG, nonché il ruolo controverso di Frontex e della Guardia Costiera Libica. Doveroso è, inoltre, dedicare uno spazio specifico all’introduzione dei sistemi di Intelligenza Artificiale (AI) per la profilazione biometrica e la sorveglianza. Si tratta di tecnologie che rischiano di trasformare il confine in uno spazio di discriminazione automatizzata: un tema cruciale al quale, finora, è stata riservata troppa poca attenzione. LA SOLIDARIETÀ APPARENTE DEGLI STATI Com’è evidente, l’Europa ha approvato il nuovo pacchetto legislativo con l’obiettivo di creare un sistema più organizzato e capace di rispondere alle emergenze attraverso una maggiore celerità. A differenza del passato, chi arriva oggi viene sottoposto a una procedura di screening immediata, seguita da iter burocratici estremamente rapidi 2. Di conseguenza, le persone migranti hanno pochissimi giorni a disposizione per presentare ricorso qualora la loro domanda venisse respinta, sollevando dubbi sull’effettiva possibilità di difesa. Il nodo principale rimane tuttavia legato al principio del Paese di primo ingresso, pilastro del vecchio Sistema di Dublino III 3. Approfondimenti CHE COS’È IL NUOVO PATTO UE SU ASILO E MIGRAZIONE? Una scheda informativa in vista del 10 aprile 2025, giornata di azione transnazionale "This Pact kills!" 2 Aprile 2025 Sebbene quel modello sia stato formalmente superato dal Regolamento (UE) 2024/1351 4, molte delle sue criticità strutturali sembrano persistere. Con questo nuovo regolamento, l’Unione Europea punta a ovviare alla cronica mancanza di meccanismi di condivisione dell’onere migratorio; tuttavia, nonostante il tentativo di introdurre criteri di solidarietà, è opportuno evidenziare la natura spesso flessibile dei meccanismi di ricollocazione. In termini pragmatici, la responsabilità principale continua a gravare sui Paesi di frontiera 5, poiché la possibilità per gli altri Stati membri di optare per contributi finanziari anziché per l’accoglienza fisica dei richiedenti asilo rischia di lasciare invariato il peso logistico e umano sui Paesi di primo approdo. LA FINZIONE DI NON INGRESSO E IL REGIME DETENTIVO Per quanto riguarda il cosiddetto principio di non ingresso, esso rappresenta uno dei pilastri del Regolamento (UE) 2024/1359 6. Questa norma priva il migrante, da un punto di vista strettamente giuridico, del riconoscimento della sua presenza fisica sul territorio dell’Unione Europea 7. In pratica, pur trovandosi effettivamente entro i confini dell’UE (spesso in zone di transito o centri di frontiera), i richiedenti asilo sono considerati legalmente come se non vi avessero mai fatto ingresso. Questa “finzione” è funzionale a giustificare l’applicazione di procedure accelerate e standard di tutela ridotti, comprimendo di fatto il diritto a un ricorso effettivo sancito dall’Articolo 47 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE 8. In questo scenario, l’uso sistematico delle liste dei “Paesi di origine sicura” (secondo la proposta COM(2025) 101 9) agisce come un filtro di inammissibilità quasi automatico: la presunzione generica di sicurezza prevale sulla valutazione individuale dei rischi, rischiando di trasformare il diritto d’asilo in un mero processo burocratico finalizzato al rimpatrio. I DIRITTI DEI MINORI NON ACCOMPAGNATI Come se non bastasse, all’interno di questo quadro repressivo, i minori stranieri non accompagnati rimangono i soggetti più vulnerabili. Nonostante la Direttiva 2013/33/UE ponga al centro il “superiore interesse del minore” 10, il Nuovo Patto ne consente il trattenimento nelle zone di frontiera, equiparandoli di fatto agli adulti nelle procedure accelerate se provenienti da Paesi considerati sicuri. La rapidità di tali iter impedisce spesso una corretta nomina del tutore e una difesa legale adeguata. Inoltre, questa contrazione temporale – che prima delle riforme veniva loro risparmiata – non lascia il tempo materiale necessario per identificare traumi o bisogni specifici, con il reale rischio che i minori finiscano in regimi di fatto detentivi. Destano altrettanta preoccupazione le modalità di determinazione dell’età, che potrebbero portare a trattare erroneamente dei minori come adulti, privandoli di ogni forma di protezione 11. Sotto il regime di Dublino III, i minori godevano di esenzioni più ampie, poiché la priorità era il ricongiungimento familiare rapido o l’accoglienza protetta. Significativo è anche il cambiamento riguardante la raccolta dei dati biometrici (impronte e foto): se in precedenza era prevista dai 14 anni, ora la soglia scende ai 6 anni, istituzionalizzando una forma di sorveglianza digitale fin dall’infanzia. Infine, sebbene il Nuovo Patto introduca meccanismi di monitoraggio dei diritti fondamentali, vi è ragione di dubitare della loro reale efficacia e indipendenza, temendo che restino semplici procedure formali prive di un impatto concreto sulla tutela dei minori. I PAESI DI ORIGINE SICURA Tornando agli aggiornamenti più recenti, il concetto di Paese di Origine Sicura (POS) è oggi al vertice delle politiche migratorie in Italia e in Europa. Non si tratta di un semplice elenco geografico, ma di un meccanismo legale che cambia radicalmente il destino di chi chiede protezione 6. Se una persona migrante proviene da un Paese inserito in questa lista (come Tunisia, Albania o Bangladesh), lo Stato presume automaticamente che non abbia diritto all’asilo: la sua domanda non è più un “foglio bianco” da esaminare con cura, ma viene etichettata come “probabilmente infondata“. In questa circostanza, il richiedente deve fornire prove eccezionali in tempi strettissimi (spesso meno di una settimana) per ribaltare tale presunzione. Ad aggravare il meccanismo interviene il fatto che, se la domanda è respinta come “manifestamente infondata“, la persona non ha il diritto automatico di restare sul territorio in attesa della sentenza di appello: potrebbe essere rimpatriato prima ancora che un giudice legga le sue carte 12. L’Italia utilizza questa lista per attivare le procedure accelerate di frontiera, che prevedono il trattenimento in centri chiusi (inclusi quelli in Albania) mentre si decide sulla domanda in poche ore. Il rischio è evidente: che la velocità prevalga sulla giustizia. Appare chiaro il tentativo del legislatore di “blindare” la lista dei POS inserendola in norme di rango primario (legge ordinaria), nel tentativo di limitare il potere di disapplicazione dei giudici. Inoltre, l’inserimento delle “Schede Paese” in contesti legislativi legati alle relazioni internazionali rischia di precludere l’accesso a informazioni cruciali, indebolendo il diritto di difesa. Tuttavia, è opportuno ricordare che, qualora venga meno il presupposto di “sicurezza” (anche per una sola parte del territorio o per specifiche categorie di persone), deve essere ripristinata la procedura ordinaria, con il conseguente effetto sospensivo del provvedimento di espulsione. L’applicazione rigida del concetto di “Paese sicuro” rischia infatti di entrare in rotta di collisione con il Diritto Internazionale e il principio di non-refoulement. Lo Stato, infatti, resta responsabile della tutela dei diritti umani di chiunque si trovi sotto il suo controllo effettivo, anche in zone extraterritoriali o in alto mare, come confermato dalla giurisprudenza della Corte EDU nei celebri casi Hirsi Jamaa 13 e Medvedyev. L’ESTERNALIZZAZIONE E GLI ACCORDI BILATERALI: IL MODELLO LIBIA L’esternalizzazione non rappresenta solo lo spostamento fisico dei controlli oltre i confini dell’Unione, ma costituisce una vera e propria strategia giuridica volta a prevenire il contatto tra il migrante e la giurisdizione europea. L’obiettivo principale è impedire che scatti l’obbligo di protezione internazionale, il quale sorge nel momento esatto in cui un individuo entra nella sfera di controllo di uno Stato membro 14. In questo contesto, il principio di non-refoulement (non respingimento) vieta tassativamente di ricondurre una persona in luoghi dove rischi la vita o trattamenti disumani; una realtà che, purtroppo, caratterizza in modo oggettivo l’attuale situazione in Libia. Tutte le principali organizzazioni internazionali concordano infatti sul fatto che la Libia non possa essere considerata un “porto sicuro“. Delegando le intercettazioni e il conseguente ritorno forzato a un soggetto terzo, gli Stati europei attuano quello che la dottrina definisce un respingimento per procura. Questa pratica rappresenta un tentativo di aggirare la storica sentenza Hirsi Jamaa contro Italia (2012), con la quale la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo condannò il nostro Paese per i respingimenti diretti in mare, stabilendo che la responsabilità dei diritti umani segue l’autorità dello Stato ovunque essa venga esercitata. LA RESPONSABILITÀ DELLA GUARDIA COSTIERA Sulla scorta di tale logica, attraverso accordi bilaterali come il Memorandum d’intesa Italia-Libia 15, l’Unione Europea ha di fatto delegato la funzione di controllo delle frontiere alla Guardia Costiera libica. Questo meccanismo di responsabilità delegata è strategicamente finalizzato ad evitare il contatto fisico delle persone migranti con le giurisdizioni europee, frapponendo un attore terzo tra il richiedente asilo e gli obblighi di protezione degli Stati membri. La cooperazione tecnica e finanziaria con autorità di Paesi terzi che non garantiscono standard minimi di tutela configura una violazione indiretta, ma sistematica, del principio di non-refoulement. La persona intercettata in mare viene infatti ricondotta nei centri di detenzione libici – luoghi di documentata tortura e sfruttamento – aggirando deliberatamente gli obblighi internazionali di sbarco in un “porto sicuro” (Place of Safety). In questo scenario, la responsabilità delle autorità nazionali europee emerge con chiarezza nel finanziamento, nella fornitura di mezzi e nel coordinamento di operazioni che sfociano in violazioni dei diritti umani: abusi che l’Europa, qualora avvenissero sul proprio suolo o sotto la propria bandiera, sarebbe giuridicamente obbligata a prevenire e sanzionare. LA RESPONSABILITÀ DI FRONTEX E LA CRIMINALIZZAZIONE DELLE ONG Parallelamente a quanto finora esposto, il ruolo di Frontex 16– l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera – ha subito un’evoluzione verso una funzione di sorveglianza avanzata che spesso entra in conflitto con gli obblighi di ricerca e soccorso (SAR). La dottrina solleva seri dubbi sulla responsabilità legale dell’Agenzia nei casi di cosiddetto respingimento per omissione: ciò accade, ad esempio, quando le coordinate dei migranti vengono condivise prioritariamente con le autorità di Paesi terzi invece che con le navi di soccorso più vicine, facilitando di fatto il ritorno forzato in Libia. In questo scenario, si assiste a una sistematica criminalizzazione delle ONG 17. Le navi della società civile, intervenute per colmare il vuoto lasciato dalle missioni istituzionali, vengono ostacolate attraverso una serie di strumenti amministrativi e giudiziari. Tra questi spiccano l’assegnazione di porti di sbarco estremamente distanti – una pratica che svuota l’area SAR di presidi di soccorso per lunghi periodi – e l’apertura di inchieste per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, che spesso si risolvono in un nulla di fatto dopo anni di sequestri. Questa strategia mira a ridefinire il soccorso in mare: da obbligo giuridico e morale, sancito dalle convenzioni internazionali, a presunto fattore di attrazione (pull factor). L’aiuto umanitario viene così etichettato come un’interferenza con le politiche di sicurezza, trasformando una missione di salvataggio in un atto potenzialmente illecito agli occhi dell’opinione pubblica. LA DISCRIMINAZIONE DEI MIGRANTI NEL CONTESTO DELL’AI In ultima analisi, una delle evoluzioni più inquietanti della riforma riguarda l’impiego massiccio delle nuove tecnologie e dell’Intelligenza Artificiale nella gestione migratoria. Il Regolamento (UE) 2024/1359, unitamente al potenziamento della banca dati Eurodac, istituzionalizza la raccolta capillare di dati biometrici, estendendola persino ai minori. L’adozione di algoritmi per la profilazione dei flussi, l’analisi predittiva del rischio o il riconoscimento facciale ai confini, introduce una nuova e insidiosa forma di discriminazione algoritmica. Questi sistemi, spesso caratterizzati da un’estrema opacità e privi di una supervisione umana effettiva 18, rischiano di riflettere “bias” intrinseci capaci di penalizzare sistematicamente determinate nazionalità o tratti somatici. In questo modo, si automatizzano decisioni che hanno un impatto devastante sulla vita delle persone, basandole su parametri statistici anziché su fatti concreti. La tecnologia viene così piegata a rafforzare la “finzione di non ingresso“, erigendo un confine digitale invisibile ma invalicabile. In questo spazio, la decisione sull’ammissibilità di un individuo non è più affidata a un esame umano, empatico e dignitoso della sofferenza, ma a calcoli di probabilità che rischiano di deumanizzare definitivamente il diritto d’asilo. CONCLUSIONE In conclusione, non si tratta, dunque, di una semplice riforma tecnica, ma di una scelta politica che sposta il fulcro dell’accoglienza verso il rimpatrio e la sorveglianza. Quella che un tempo era considerata una protezione inderogabile della dignità umana sembra essersi trasformata in una gestione del rischio, dove l’efficienza burocratica e la sicurezza dei confini prevalgono sistematicamente sulle garanzie individuali. Così facendo l’Unione Europea rischia di svuotare di significato le proprie radici costituzionali e le convenzioni internazionali. 1. Ho 27 anni e sono iscritta al secondo anno della Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali all’Università di Siena. Vivo in provincia di Venezia e da ottobre 2025 svolgo volontariato per l’Osservatorio, centro di ricerca dell’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra, per cui redigo brevi report periodici. Collaboro inoltre con l’associazione Avvocato di Strada, offrendo supporto nell’assistenza a persone senza dimora ↩︎ 2. De Pasquale, P. (2020). Il Patto per la migrazione e l’asilo: più ombre che luci. In I Post di AISDUE, vol. II, Focus “La proposta di Patto su immigrazione e asilo”, n. 1, pp. 1-13. ISSN 2723-9969 ↩︎ 3. Balsamo, O. (2024). The residence document criterion in the revised Dublin system, today, between EU secondary law and the jurisprudence of the Court of Justice. In Eurojus, Fascicolo n. 3 – 2024, pp. 81-106. ISSN 2384-9169 ↩︎ 4. Regolamento (UE) 2024/1351 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 14 maggio 2024, sulla gestione dell’asilo e della migrazione, che modifica i regolamenti (UE) 2021/1147 e (UE) 2021/1060 e che abroga il regolamento (UE) n. 604/2013 ↩︎ 5. Nascimbene, B. (2024). Le “sfide” ai diritti fondamentali e alle garanzie giurisdizionali nell’ambito delle procedure introdotte dal nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo. In Quaderni AISDUE, Anticipazione fascicolo Convegno Forum IFA del 6 dicembre 2024, pp. 1-7. ISSN 2975-2698 ↩︎ 6. Regolamento (UE) 2024/1359 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 14 maggio 2024, concernente le situazioni di crisi e di forza maggiore nel settore della migrazione e dell’asilo e che modifica il regolamento (UE) 2021/1147 ↩︎ 7. Perin, G. (2024). Se questo è un Patto. Prime riflessioni a seguito dell’approvazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. In Questione Giustizia, Speciale “Immigrazione in Europa e diritti fondamentali“, luglio 2024, pp. 28-45. ISSN: 1972-5531 ↩︎ 8. Art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, Convenzione di Aarhus e domanda diretta a ottenere la qualità di parte in un procedimento giurisdizionale da parte di un’organizzazione per la tutela dell’ambiente ↩︎ 9. Proposta di REGOLAMENTO DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO che istituisce un sistema comune per il rimpatrio dei cittadini di paesi terzi il cui soggiorno nell’Unione è irregolare e che abroga la direttiva 2008/115/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, la direttiva 2001/40/CE del Consiglio e la decisione 2004/191/CE del Consiglio ↩︎ 10. Direttiva 2013/33/UE del Parlamento europeo e del Consiglio ↩︎ 11. Morgese, G., Limitati sviluppi del nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo in materia di percorsi legali di ingresso, in I. Caracciolo, G. Cellamare, A. Di Stasi, P. Gargiulo (a cura di), Migrazioni internazionali: questioni giuridiche aperte, Napoli, Editoriale Scientifica, 2022, pp. 271-295 ↩︎ 12. Asilo: via libera alle nuove norme sui paesi terzi e paesi di origine sicuri, comunicato stampa del Parlamento UE (10 febbraio 2026) ↩︎ 13. Cfr. Corte EDU, Grande Camera, 23 febbraio 2012, Hirsi Jamaa e altri c. Italia, in cui la Corte ha sancito la responsabilità extraterritoriale dello Stato per violazione del divieto di espulsioni collettive e del principio di non-refoulement ↩︎ 14. ASGI (Crescini, G., et al.) (2020). L’attività delle organizzazioni internazionali in Libia e le problematiche ripercussioni sull’esternalizzazione del diritto di asilo. In Questione Giustizia, n. 1/2020, pp. 178-189 ↩︎ 15. Previatello, M. (2024). La nuova dimensione esterna della politica di immigrazione e asilo dell’Unione europea: dalla collaborazione bilaterale ai meccanismi unilaterali di pressione. In Quaderni AISDUE, Anticipazione fascicolo Convegno Forum IFA del 6 dicembre 2024, pp. 1-28 ↩︎ 16. Cardenio, G. (2025). Se Frontex vigilerà sulle nostre frontiere, chi vigilerà su Frontex? Una lettura combinata delle conclusioni degli Avvocati Generali della Corte di Giustizia dell’Unione europea nei casi Hamoudi contro Frontex e WS e altri contro Frontex. In Eurojus, Fascicolo n. 3 – 2025, pp. 165-180 ↩︎ 17. Masera, L. (2018). L’incriminazione dei soccorsi in mare: dobbiamo rassegnarci al disumano? In Questione Giustizia, n. 2/2018, pp. 225-236 ↩︎ 18. Palazzi, A. (2025). Quando l’intelligenza artificiale (IA) contribuisce a decidere in materia di asilo: prospettive e questioni aperte nel diritto dell’Unione Europea. In Diritto, Immigrazione e Cittadinanza, fasc. n. 3/2025. ISSN: 1972-4799 ↩︎
Processo di Cutro, parlano i familiari delle vittime: “Almeno chiedeteci scusa”
Martedì 24 febbraio a Cutro prima dell’udienza si è tenuta la conferenza stampa dei parenti delle vittime della strage. Hanno detto che è difficile vivere senza giustizia, è difficile sopravvivere ogni giorno con le ombre dei nostri cari che sono arrivati morti sulle vostre coste, vivere giorno per giorno nella speranza che non accada ad altri, vivere nella paura che altri membri delle nostre famiglie e bambini, padri, nonni siano costretti ad attraversare il mare per piangere sulle tombe dei propri cari. Farzaneh è arrivata a Crotone dalla Germania grazie all’associazione Carovane Migranti insieme alla mamma Laila Temori e alla sorella Fatima Maleki per partecipare alle commemorazioni del terzo anniversario della tragedia. Ecco la sua dichiarazione. “Siamo stanchi di tutta questa morte, sofferenza e ingiustizia. Siamo venuti in Europa in cerca di sicurezza e di una vita dignitosa, in Paesi che si definiscono culle della democrazia e dei diritti umani, ma oggi assistiamo alla morte dei nostri cari in mare. Una morte che avrebbe potuto essere evitata. Una morte causata da negligenza e indifferenza”. Farzaneh ha chiamato uno per uno i responsabili della tragedia di Cutro, i sei ufficiali che non hanno agito tempestivamente per soccorrere il cacicco travolto dalle onde e dalle secche della spiaggia di Cutro. Davanti alla stampa, agli avvocati e all’eurodeputato Mimmo Lucano Farzaneh ha dichiarato che secondo le prove raccolte finora le persone che avevano la responsabilità al momento dell’incidente e che non hanno fornito i doverosi soccorsi sono gli ufficiali Nicolino  Vardaro Giuseppe Grillo, Alberto Lippolis, Nino Lo Presti, Nicola Manio e Francesca Perfido. “Chiediamo a queste persone” ha continuato Farzaneh “e alle autorità competenti di rispondere delle loro azioni. Perché i soccorsi non sono arrivati, perché la vita delle persone è stata ignorata? Ci attendiamo delle scuse da queste persone. Non è stato un incidente, ma è stata una grave irresponsabilità degli apparati dello Stato italiano. Queste persone devono affrontare le conseguenze delle loro azioni. I familiari da anni chiedono almeno di poter ottenere dei visti affinché i genitori e i nonni che sono ancora nei Paesi di provenienza dei migranti morti a Cutro possano elaborare il lutto, prendere contatto con la morte dei loro cari e pregare sulle loro tombe. Finora il governo della Meloni non ha dato risposte nonostante abbiano nel 2023 promesso ai familiari assistenza e solidarietà”. Durante l’udienza il colonnello Cara dei Carabinieri ha ricostruito la cronologia delle telefonate che si sono intercorse nelle 24 ore prima del naufragio, dimostrando come Guardia Costiera e Guardia di Finanza si sono rimpallate le responsabilità insieme al centro operativo di Roma rispetto alla possibilità di uscire con delle lance per poter intercettare e salvare i profughi del cacicco Summer Love. Dall’udienza e dalla testimonianza del colonnello dei Carabinieri è emersa una situazione complessa, con comunicazioni che si contraddicevano; già alle 22 Frontex aveva avvisato che il cacicco navigava con un carico cospicuo di essere umani tutti in coperta in condizioni meteo-marine assolutamente drammatiche. Quello che posso dire di aver capito da questa scorcio di udienza è che le responsabilità del rimpallo fra Guardia di Finanza e Guardia Costiera sono politiche, nel senso che i decisori politici hanno dato un mandato ben chiaro alle nostre unità navali: aspettare prima di salvare, privilegiare un’azione di Law and enforcement al posto di un’attività di Search and rescue. Per questo nonostante le chiamate da parte di telefoni cellulari col numero internazionale dalla Summer Love fino alle quattro di notte, ora dell’inizio del naufragio sulle secche di Steccato di Cutro, nessuno si è mosso, nessuna unità navale è uscita per un’attività di soccorso. Secondo l’avvocato dell’ASGI Dario Belluccio, che difende la famiglia Maleki, sono proprio le regole di ingaggio che sono cambiate, da Mare Nostrum, in cui l’obiettivo era salvare i migranti, a Frontex, in cui l’obiettivo è sostanzialmente  respingerli. L’avvocato Belluccio ha spiegato che non sarà un processo facile sia per il ruolo e le alte cariche degli imputati, sia perché non è facile mettere in discussione il paradigma politico che soggiace ai naufragi, cioè la scelta di non favorire l’arrivo dei migranti, anche quelli che avrebbero tutti diritti di essere accolti, visto che sono in fuga da dittature religiose e politiche, da situazioni pesanti di conflitto. Invece si preferisce farli morire in mare, lungo la rotta balcanica o al confine tra Italia e Francia. Dopo questa lunga giornata, in cui sono stato vicino al dolore dei familiari traducendo le loro parole dal tedesco, visto che l’altra lingua parlata che quasi nessuno conosce è il farsi, mi chiedo cosa diranno tra cinquanta o cento anni quelli che verranno dopo di noi. Mi chiedo come ci giudicheranno per aver lasciato accadere un simile disastro.     Manfredo Pavoni Gay
February 25, 2026
Pressenza
Oltre 70 persone respinte in Libia dalle milizie coordinate da Frontex
Oggi il nostro aereo Seabird ha assistito alla cattura di una quarantina di persone da parte di una milizia libica, che le ha riportate illegalmente in Libia. Il tutto coordinato da Frontex, che sorvolava l’area prima del nostro arrivo. Poco dopo lo stesso è toccato ad altre trenta persone. La milizia ha preso con sé anche l’imbarcazione, probabilmente per riutilizzarla nel ciclo del traffico di esseri umani. Questa pratica l’abbiamo già osservata e documentata più volte. Cos’altro serve per capire che l’UE e l’Italia sono complici dei trafficanti libici? Sea Watch
February 24, 2026
Pressenza
24-28 febbraio: carovana per la strage di Cutro
ripreso da MeltingPot. Il calendario degli incontri. A seguire i nostri link. “Rompere il silenzio”: la nuova Carovana per una Calabria aperta e solidale Dal 24 al 28 febbraio, contro l’oblio: tre anni dalla strage di Steccato di Cutro   Dal 24 al 28 febbraio torna per il secondo anno la Carovana per una Calabria aperta e solidale, un’iniziativa politica
February 24, 2026
La Bottega del Barbieri
Strage di Cutrio, carovana per una Calabria aperta e solidale
Torniamo a Crotone e a Steccato di Cutro, nel terzo anniversario della strage, per non dimenticare le vittime del regime di frontiera della Fortezza Europa. Dopo la Carovana dell’anno scorso ci mobiliteremo anche quest’anno per accogliere i famigliari e i superstiti che dopo anni di impegni non mantenuti da chi governa -con la complice latitanza di chi promette e non mantiene – ritorneranno a Crotone ed in Calabria. L’anno scorso grazie alla presenza dei testimoni (dalla rotta balcanica alle isole Canarie), dei famigliari e delle associazioni solidali abbiamo cominciato a costruire dal basso un percorso di solidarietà internazionale per contrastare le necropolitiche dei governi europei, che criminalizzano le navi umanitarie e finanziano le attività armate delle famigerate guardie costiere di Libia e Tunisia. Nel 2025 abbiamo visto crescere un grande e inedito movimento mondiale per fermare il genocidio del popolo palestinese e nell’estate scorsa sono partite dalla Sicilia, dalla Calabria e dalla Puglia decine di barche delle Flotille (coalizioni solidali internazionali) che hanno tentato di rompere l’assedio a Gaza. Dopo lo sterminio in diretta, ora gran parte dei media sta oscurando quanto accade in Palestina e nel Medio Oriente (Kurdistan, Iran, Siria). Il piano di pace, con la  “tregua” a Gaza,  ha causato in pochi mesi centinaia di morti ed è evidente, nelle provocazioni quotidiane di coloni e militari, una situazione che prelude all’occupazione israeliana della Cisgiordania. Per costruire un’altra via alla pace e all’autodeterminazione del popolo palestinese nei prossimi mesi salperanno nuove flotille e anche in Calabria, come nel sud d’Italia, si dovrà esprimere un sostegno concreto agli equipaggi a partire dai porti di imbarco. La tragedia di Cutro evidenzia che senza la popolazione locale e gli attivisti impegnati giorno e notte un nuovo terribile delitto di Stato si sarebbe compiuto nellʼindifferenza. Il silenzio prima di tutto e quel fumo grigio che rende tutto indistinto nelle passerelle televisive e di governo, nelle condoglianze e nelle celebrazioni. Melilla, Ceuta, Isole Canarie, Pylos, Cutro e ancora una volta in Calabria, Roccella Jonica. Sono tanti di più, non solo nel Mediterraneo, i luoghi delle necropolitiche globali; in questi luoghi anche tristemente simbolici si affinano gli strumenti della negazione, dellʼoccultamento dei corpi insieme a quelli dei diritti delle famiglie e delle comunità. Roccella Jonica in ultimo ne è un buon esempio. Le istituzioni italiane terrorizzate dallʼeffetto Cutro sull’opinione pubblica hanno nascosto, disseminato cadaveri in luoghi diversi, hanno depistato lʼinformazione, hanno impunemente maltrattato e disorientato le famiglie. Una geografia del terrore, una risposta del Potere alla libertà di movimento delle persone. Quando gli opinionisti discutono amabilmente sul termine corretto per definire il massacro di Gaza, genocidio o atti di guerra, bisognerebbe ricordare loro che non vi è invece termine più appropriato che quello di “migranticidio” per definire la mattanza alle frontiere dell’Occidente. LʼEuropa che si riarma ha già un esercito comune: Frontex, schierato in armi alle frontiere esterne per blindare la Fortezza Europa e moltiplicare i respingimenti con il famigerato Patto Europeo sulla Migrazione e lʼAsilo (PEMA) che entrerà in vigore a giugno e di cui vediamo, nella recente decretazione del governo, i primi frutti avvelenati. Sotto attacco feroce i migranti, i richiedenti asilo, le famiglie che tentano di ricongiungersi e con loro le navi umanitarie, vessate in ogni modo, i solidali criminalizzati preventivamente mentre per contro si parla comodamente nelle sedi istituzionali di remigrazione e riconquista. Non è un caso che i governi ai due lati dell’Oceano Atlantico si ritrovino con una sola voce sulle pratiche di confinamento, di deportazione ed infine di annientamento lungo le rotte migratorie;  i migranti vanno meglio se inghiottiti dal mare o dai trafficanti di terra che hanno diversificato sulle persone in movimento il loro business criminale. Questa guerra di frontiera ci insegna che la risposta dal basso deve darsi un orizzonte più ampio, condividendo lotte, pratiche e testimonianze dalle rotte. Intrecciando le voci delle madri, dei famigliari che da Tunisi e Algeri, dal Marocco e dallʼestremo Oriente chiamano le Americhe e il resto del mondo. La strage di Cutro e le giornate successive ne sono un esempio; dovremo occupare gli spazi che le istituzioni lasciano deliberatamente vuoti costruendo lotte che vedano al centro le madri, le famiglie ed i loro bisogni. Appare oggi evidente che la battaglia sarà impari, il potere e le sue emanazioni perseguono un altro disegno. Con coraggio dobbiamo avanzare proposte che vincolino queste ultime, di fronte alle tragedie di mare e di terra, a procedure certe, degne e trasparenti sullʼidentificazione, sul supporto psicologico ai famigliari, sulla loro presenza nelle diverse fasi dellʼiter processuale, nelle sepolture e nel rimpatrio dei corpi. Lavoriamo insieme alla costruzione di un incontro internazionale con gli amici spagnoli di Caravana Abriendo Fronteras e ai francesi di importanti organizzazioni sociali, per dare voce e concretezza a un protocollo per l’identificazione dei corpi, per la ricerca degli scomparsi, garantendo il diritto inalienabile dei famigliari a conoscere la sorte dei loro cari. Un processo lento ma ineludibile che non può che vedere al centro le famiglie. Saremo a Cutro e in Calabria accompagnati da alcuni familiari delle vittime della strage; saranno presenti anche Sabina Talović, attivista sulla rotta balcanica nella città di Pljevlja in Montenegro e Tony La Piccirella, portavoce della Global Sumud Flotilla. Saranno sempre con noi i Lenzuoli della Memoria Migrante, oggetti preziosi che vogliono rendere tangibile la volontà di dare nomi ai numeri, riaffermando con forza la dignità di persona che viene regolarmente negata a chi scompare in mare o lungo le rotte. Con affetto, memoria, lotta quotidiana per verità e giustizia. CarovaneMigranti Redazione Italia
February 17, 2026
Pressenza
La favola dell’Europa: Frontex e le politiche europee
La prova dell’efficacia delle politiche di controllo, cooperazione con i Paesi terzi ed esternalizzazione delle frontiere esiste. I dati diffusi da Frontex il 15 gennaio 2026 lo rivelano: parlano di un calo del 26% degli attraversamenti irregolari verso l’Unione Europea. Ma qual è il costo umano di questa diminuzione? Accordi con Libia e Tunisia, delocalizzazione delle procedure d’asilo, ricatto degli aiuti allo sviluppo, invisibilizzazione delle persone migranti. Violenze, detenzioni, respingimenti e migliaia di morti nel Mediterraneo e alle frontiere sono taciuti dietro i numeri in diminuzione.  La narrazione securitaria trasforma la mobilità umana in minaccia e l’Europa in una fortezza che misura il proprio successo sulla capacità di respingere e mai su quella di proteggere. Se le cifre degli ingressi calano, la ragione è semplice: le vite delle persone in movimento si spezzano fuori le mura della fortezza nel tentativo di entrare. PH: Roberta Derosas FRONTEX E L’EUROPA CHE DEVE RIMANERE PREPARATA Sono del 15 gennaio 2026 i numeri diffusi da Frontex 1 e rilanciati dall’ANSA 2. Parlano chiaro, ci fanno davvero tirare un sospiro di sollievo. Ci danno la certezza della salvezza dall’orda di persone che cercano disperatamente di entrare nella nostra perfetta fortezza. Nell’ultimo comunicato stampa di qualche giorno fa, l’agenzia Europea Frontex dichiara che nel 2025 gli attraversamenti irregolari delle frontiere esterne dell’Unione europea sono diminuiti del 26%: circa 178 mila persone. Meno della metà rispetto al 2023. Il livello più basso dal 2021. Uno “sviluppo significativo” si dice. È la prova che la strategia adottata negli ultimi anni sta finalmente dando i risultati voluti. Una strategia fatta di rafforzamenti dei controlli, di cooperazione con i Paesi terzi, di presenza operativa di Frontex sul campo. Una politica che si realizza su alcuni pilastri fondamentali: la Cooperazione con i Paesi di Transito, la Creazione di “Zone Cuscinetto“, la Delocalizzazione delle Procedure, il ricatto degli aiuti allo sviluppo. Il cuore di questa politica? Non solo uno, ma molti. Accordi bilaterali o multilaterali. Lo Stato di destinazione fornisce finanziamenti, equipaggiamento (motovedette, droni, radar) e addestramento alle forze di polizia o alle guardie costiere dei paesi terzi. In cambio, questi ultimi si impegnano a impedire le partenze dai loro porti o confini; intercettare i migranti in mare o nel deserto, riammettere sul proprio territorio i cittadini espulsi. Si pensi a quello che succede con Libia e Tunisia, custodi ufficiali delle nostre frontiere, che però trasformano sotto i nostri occhi la vita delle persone che migrano in un vero e proprio inferno di compravendita, schiavitù, morte. Ma anche la delocalizzazione delle procedure, che permette di spostare l’esame delle domande d’asilo in centri situati fuori dal territorio nazionale. Un esempio recente e chiaro tra tutti: il celebre centro in Albania che tratta le domande che arrivano dall’Italia. Un modo, tra gli altri, di rendere invisibile e sconosciuto un altro essere umano. Banale. Se l’altro non ha volto, tutto diventa possibile contro di lui. Se lo si rende anonimo, lo si può privare di ogni diritto. Lo diceva anche H. Arendt. Anche il ricatto economico però è un’idea interessante. Di fatto significa che gli aiuti economici e i visti commerciali per i paesi in via di sviluppo vengono vincolati alla loro capacità di gestire la migrazione. Se un paese non collabora nel bloccare le partenze, rischia di perdere finanziamenti internazionali. È un’idea in fondo vecchia come il mondo e assolutamente attuale: le vite umane contano come merce di scambio da vendere, scambiare, bloccare, controllare. Controllo ed esternalizzazione delle frontiere. Si tratta di una politica efficace che però tace questioni di una certa rilevanza: la tutela dei diritti fondamentali. Mette in silenzio il costo umano delle politiche di contenimento e l’effetto della progressiva normalizzazione dell’approccio securitario alla mobilità. MEDITERRANEO CENTRALE: CALO DEI NUMERI, AUMENTO DELLE VIOLENZE, ROTTE CHE CAMBIANO, PRESSIONE CHE SI SPOSTA Nel breve aggiornamento di Frontex del 15 gennaio 2025, si sottolinea il calo complessivo degli ingressi irregolari e tutta la preoccupazione di continuare a rafforzare le politiche di contenimento e controllo. L’aggiornamento continua: Nel 2025 il Mediterraneo centrale è rimasto la rotta migratoria più attiva verso l’UE, con livelli di individuazione sostanzialmente in linea con il 2024. Le partenze dalla Libia sono rimaste un fattore chiave che ha plasmato i movimenti verso l’Italia. Sulla rotta del Mediterraneo orientale, le rilevazioni sono complessivamente diminuite, continuando una tendenza al ribasso. Le partenze dalla Libia continuano a rappresentare il principale fattore che plasma i movimenti verso l’Italia e confermano il ruolo centrale di un Paese che, pur non garantendo alcuna tutela per le persone migranti, è diventato il pilastro delle politiche europee di esternalizzazione delle frontiere. Eppure, cosa accade prima e dopo l’attraversamento verso la fortezza?  Non si citano le intercettazioni in mare da parte dello stato tunisino, la compravendita di esseri umani alla frontiera con la Libia, i mesi trascorsi nei centri di detenzione libici, le violenze documentate da organizzazioni internazionali, i respingimenti. Non si cita il fatto che tutto questo è reso possibile dalla cooperazione tra autorità europee e guardia costiera libica e tunisina. La diminuzione degli arrivi non equivale a una riduzione della sofferenza, ma convalida la persistenza di una rotta che distrugge, prima ancora della possibilità di movimento, il diritto alla dignità e alla vita di esseri umani che cercano di arrivare in Europa. Esiste un vuoto di garanzie che la cooperazione con i Paesi di origine e di transito genera. Il calo degli arrivi è solo la parte più superficiale e visibile, ma quella che a molti piace ascoltare, perché rafforza l’idea di un sistema che tiene al sicuro all’Europa. E poi chi lo dice quanti sono i morti che abbassano le cifre di chi arriva? Chi conta quei corpi che non arriveranno mai? Ridurre la “pressione” significa spesso impedire alle persone di raggiungere il territorio europeo senza offrire alternative legali e sicure. Significa delegare il controllo delle frontiere a Paesi in cui l’accesso all’asilo è inesistente e in cui i respingimenti collettivi sono una pratica diffusa.  Frontex avverte che la situazione alle frontiere europee rimane incerta. La pressione migratoria può spostarsi rapidamente da una rotta all’altra, modellata da conflitti, instabilità e reti di trafficanti. L’Unione europea sta già affrontando i tentativi di attori ostili di sfruttare i flussi migratori per esercitare pressioni sulle frontiere esterne dell’UE.  Già: la pressione migratoria cambia rotta. Perché le persone che migrano si adattano e modificano le rotte per tentare di arrivare. Se una strada viene chiusa o resa più difficile, se ne aprono altre, spesso più lunghe e pericolose. Ci sono le reti di trafficanti. Ci sono attori ostili che minacciano. Frontex sottolinea i forti cali registrati su altre direttrici: -63% sulla rotta dell’Africa occidentale, -42% su quella dei Balcani occidentali, diminuzioni significative anche nel Mediterraneo orientale., ma emerge un dato che conferma quanto la pressione migratoria perché gli attraversamenti dalla Libia orientale verso l’isola di Creta sono più che triplicati. IL 2026 E IL PATTO SU MIGRAZIONE E ASILO. NUMERI IN CALO, MORTI CHE NON SCOMPAIONO Secondo Frontex, il 2026 sarà un anno cruciale. A giugno entrerà pienamente in vigore il Patto europeo su migrazione e asilo, insieme a strumenti come il sistema di ingressi/uscite (EES) e il lancio di ETIAS 3 . Per l’Agenzia, sono passaggi necessari per “rimanere preparati” di fronte a possibili cambiamenti improvvisi dei flussi. Patti che promettono efficienza e controllo, ma non cancellano dubbi sulla reale capacità di garantire protezione e standard di accoglienza adeguati. In mare, i rischi rimangono gravi, con bande criminali di contrabbando che spesso costringono le persone a tentare pericolose traversate in barche sovraffollate e indegne di mare. Secondo le stime dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, almeno 1 878 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo nel 2025, rispetto alle 2 573 dell’anno precedente. Gli aerei e le navi Frontex sostengono le autorità nazionali individuando le imbarcazioni in pericolo e condividendo tali informazioni in tempo reale, contribuendo a migliorare la conoscenza situazionale e la preparazione in materia di ricerca e soccorso. Nel 2025 almeno 1.878 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni. Un numero ufficiale inferiore a quello del 2024, che non comprende i dispersi e le morti non raccontate, le stragi di Stato e i naufragi causati da chi fa morire in mare chi cerca di partire. Ne parlano State Trafficking e anche l’ultimo rapporto di Amnesty International sulla Tunisia 4. Frontex allora ricorda il proprio ruolo di supporto alle autorità nazionali nelle operazioni di ricerca e soccorso, attraverso sorveglianza aerea e marittima e condivisione di informazioni. Ma chi sono le bande criminali citate da Frontex? Nelle testimonianze di persone che hanno tentato il viaggio, i responsabili di naufragi e incarcerazioni sono anche gli agenti di Stato in Tunisia e Libia.  DIETRO LE RILEVAZIONI, LE PERSONE “Rilevamenti” e “Attraversamenti irregolari”. Persone, spesso provenienti da Bangladesh, Egitto e Afghanistan, le tre nazionalità più frequentemente individuate nel 2025. Persone la cui storie di guerre, crisi economiche, persecuzioni e mancanza di prospettive genera la partenza. Le voci di queste persone trovano spazio nei comunicati ufficiali?  La tendenza si sta muovendo nella giusta direzione, ma i rischi non scompaiono”, ha dichiarato il direttore esecutivo di Frontex Hans Leijtens. “Questo calo dimostra che la cooperazione può produrre risultati. Non è un invito a rilassarsi. La nostra responsabilità è stare all’erta, sostenere gli Stati membri sul campo e garantire che l’Europa sia pronta per nuove sfide alle sue frontiere.” “Rimanere preparati riguarda le scelte pratiche”, ha aggiunto Leijtens. “Significa funzionari in servizio, mezzi pronti e stretta cooperazione con le autorità nazionali e i partner al di fuori dell’UE. È così che Frontex aiuta l’Europa a rimanere pronta per ciò che verrà dopo. Le parole di Hans Leijtens sembrano un comunicato di guerra. Stare all’erta, i rischi non scompaiono. Si potrebbe quasi tradurre in: “Prepariamoci a un’orda di barbari”.  Le parole del direttore di Frontex evocano un immaginario preciso: quello di un impero sotto assedio. Il calo degli arrivi diventa la prova che le mura tengono, che le alleanze con i territori di confine funzionano. Un monito a non abbassare la guardia. I migranti diventano così una minaccia neanche troppo latente, una massa potenzialmente destabilizzante che può riapparire in qualsiasi momento, da contenere e respingere con soldati schierati, mezzi pronti e una sorveglianza permanente. Un’Europa in assetto di guerra che dispiega una difesa militare contro chi prova ad attraversare il confine.  La mobilità umana, ma solo della popolazione che arriva dal sud, è un pericolo. L’Europa è una fortezza invincibile e restituisce la grandezza del proprio successo sull’efficienza con cui respinge non sulla qualità di come accoglie. Parla di scelte politiche precise, che privilegiano il controllo alla protezione e la negazione dei diritti, veicola e descrive la migrazione come una minaccia da contenere, finge di credere che la difesa determina la protezione. Ma di chi? Non certo delle vite che restano sospese, non delle rotte sempre più pericolose.  Nel frattempo, chi cerca di migrare, continua a morire. E non solo quando attraversa il mare. Ma, in Europa, dentro la fortezza, vissero tutti felici e contenti. 1. Frontex: Irregular border crossings down 26% in 2025, Europe must stay prepared (15.01.2026) ↩︎ 2. Frontex, gli ingressi irregolari nell’Ue calati del 26% nel 2025, Ansa (15 gennaio 2026) ↩︎ 3. L’entrée en service progressive des systèmes EES et ETIAS, Ministero dell’Europa e degli affari esteri del Governo Francese ↩︎ 4. Consulta il rapporto ↩︎
L’immigrazione nel mondo e da noi
di Danilo Tosarelli PREMESSA Secondo le stime ONU, i migranti internazionali sono 304 milioni, pari al 3,7% della popolazione mondiale. Sono quelli, che vivono da oltre un anno in un Paese diverso da quello di residenza. Erano la metà 30 anni fa. Questa mobilità è generata dall’intreccio di diseguaglianze economiche, dinamiche demografiche e politiche, conflitti. Le principali mete sono innanzitutto l’Europa,
January 16, 2026
La Bottega del Barbieri
Tunisia: il nesso tra tecnologia e controllo delle frontiere
L’Unione Europea ha firmato nel 2023 un Memorandum d’intesa con la Tunisia, definita “paese terzo sicuro” 1, una classificazione che non riflette la realtà, come denunciato da numerose organizzazioni della società civile, tra cui Amnesty International 2. Rapporti e dossier/Confini e frontiere “NESSUNO TI SENTE QUANDO URLI”: IL SISTEMA DI VIOLENZA CONTRO LE PERSONE MIGRANTI IN TUNISIA La denuncia nel rapporto di Amnesty International: «Non è un Paese sicuro» 3 Dicembre 2025 Questa designazione alimenta l’agenda europea di esternalizzazione delle frontiere nonché legittima i respingimenti nel Mediterraneo. Come si legge nel policy paper 3 del Forum tunisino per i diritti economici e sociali (FTDES) di ottobre, a ciò si aggiunge un costante flusso di investimenti economici e materiali provenienti dal Ministero dell’Interno italiano e dall’UE per rafforzare la repressione delle persone in movimento. In questo contesto di esternalizzazione, violenza e controllo, è fondamentale infatti osservare come fondi e investimenti in capacità operative sostengano strumenti che favoriscono abusi e pratiche scorrette nella gestione dei dati e nelle applicazioni tecnologiche. Nel Mediterraneo, il controllo e i respingimenti delle persone in movimento sono sempre più facilitati dalla tecnologia. L’esternalizzazione delle frontiere non è quindi solo strategia politica, ma un’infrastruttura tecnologica e finanziaria che ridisegna il Mediterraneo come spazio di controllo, sorveglianza e respingimento. Il policy paper di FTDES, realizzato in collaborazione con la Fondazione Mozilla, analizza proprio l’uso di queste tecnologie lungo i confini migratori italiani e tunisini. Qui sotto, i principali risultati presentati dal policy paper. ESTERNALIZZAZIONE DEI CONFINI FACILITATA DALLA TECNOLOGIA E FINANZIATA DALL’UE L’attuale ondata di controllo delle frontiere basato su tecnologie digitali nel Nord Africa è tutt’altro che nuova, affondando le sue radici in un decennio di programmi guidati dall’ICMPD 4 e finanziati da diversi governi europei con il supporto tecnico dell’Italia. Queste iniziative hanno preparato il terreno per sistemi come ISMaris, un software di sorveglianza sviluppata localmente ma supervisionata dall’ICMPD e dal Ministero dell’Interno italiano, che oggi integra dati da sensori radar VHF che rilevano il movimento e la presenza di imbarcazioni, GPS e telecamere, utilizzato dalla guardia costiera Tunisina 5. Il Forum Tunisien pour les Droits Économiques et Sociaux (FTDES) è un’organizzazione tunisina indipendente, fondata nel 2011, che si occupa di difendere e promuovere i diritti economici, sociali e ambientali. Conduce ricerche, monitora politiche pubbliche e denuncia violazioni su lavoro, migrazioni, disuguaglianze regionali e giustizia sociale. È riconosciuto come una delle principali voci della società civile tunisina. Sebbene l’UE presenti questi strumenti come mezzi per la sicurezza marittima e la cooperazione, la loro governance opaca e i loro effetti operativi raccontano un’altra storia: le intercettazioni di persone migranti sono aumentate sensibilmente e le missioni di ricerca e soccorso vengono ostacolate. Parallelamente, l’Italia ha rafforzato la cooperazione tecnologica con la Tunisia firmando nel 2023 un memorandum che prevede la consegna di motovedette avanzate, dotate di sistemi di sorveglianza capaci di intercettare, identificare e monitorare imbarcazioni e comunicazioni, spesso con il rischio di misidentificare le persone migranti come trafficanti. L’Italia nel frattempo amplia il coinvolgimento della Leonardo‑Finmeccanica 6, consolidando un modello in cui tecnologia, esternalizzazione delle frontiere e interessi industriali si intrecciano. ATTIVISTI NEL MIRINO La strategia italiana per contenere la migrazione dal Nord Africa prende di mira non solo le persone in movimento, ma anche attivisti, avvocati e giornalisti che documentano abusi e respingimenti. All’inizio del 2025, il caso Paragon aveva rivelato l’uso di tecnologie di sorveglianza di livello militare contro la società civile. Sebbene il governo italiano abbia inizialmente negato ogni coinvolgimento prima di giustificare l’operazione come questione di sicurezza nazionale, le analisi forensi mostrano che l’intrusione era iniziata mesi prima e ha successivamente colpito altri giornalisti, suggerendo un modello più ampio di monitoraggio di chi ostacola o denuncia l’agenda di esternalizzazione. La sorveglianza digitale è diventata un nuovo strumento per ridefinire la narrazione migratoria, eludere responsabilità e mettere a rischio sia i migranti sia le reti che li sostengono, in un contesto in cui l’Italia continua a fornire tecnologie avanzate ai partner nordafricani. FRONTEX: SORVEGLIANZA CON I DRONI E L’INDUSTRIA TECNOLOGICA Frontex svolge un ruolo centrale nell’allertare le guardie costiere libiche, egiziane e tunisine, oltre ai Paesi UE mediterranei, riguardo alle intercettazioni e gli arrivi delle persone in movimento (spesso preludio a procedure di espulsione). Parallelamente, l’agenzia rinnova contratti con aziende tecnologiche come ADAS (Germania) e IAI (Israele), consolidando la propria dipendenza da droni che inquadrano i migranti come minacce alla sicurezza. Italia, Grecia e Malta sostengono la sperimentazione di droni avanzati per la sorveglianza marittima. All’interno di Frontex, i finanziamenti destinati a questi sistemi crescono costantemente, mentre viene denunciata l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei droni per il riconoscimento facciale e in altri possibili processi decisionali critici. Dal policy paper: a sinistra si osserva la crescita, negli anni, del budget destinato al materiale tecnologico; a destra, l’aumento considerevole del budget annuale di Frontex Dal policy paper: a sinistra si osserva la crescita, negli anni, del budget destinato al materiale tecnologico; a destra, l’aumento considerevole del budget annuale di Frontex. SCAMBI ILLECITI DI DATI SULLE PERSONE IN MOVIMENTO Lo scambio di dati per il controllo delle frontiere, un tempo limitato ai database UE come EURODAC 7 ed EU‑LISA 8, si è ampliato fino a includere per anni trasferimenti di dati personali e biometrici tra FRONTEX ed EUROPOL 9. Dal 2016 al 2023, almeno 13.000 persone sono state coinvolte in trasferimenti illeciti di informazioni, con gravi rischi di criminalizzazione senza basi legali. La scarsa trasparenza di EUROPOL suggerisce che tali dati possano essere stati usati per sospetti infondati di terrorismo o criminalità organizzata, alimentando pratiche di profilazione razziale. Approfondimenti/Confini e frontiere TUNISIA: IL CONFINE INVISIBILE D’EUROPA Il punto sulla situazione delle persone migranti tra detenzione e respingimenti Maria Giuliana Lo Piccolo 25 Novembre 2025 Il policy paper mostra con chiarezza come l’UE stia investendo sempre più in tecnologie di sorveglianza marittima che privilegiano l’intercettazione delle imbarcazioni rispetto al soccorso, contribuendo alla militarizzazione e alla trasformazione tecnologica delle operazioni migratorie, senza alcuna tutela per le persone in movimento né per la loro privacy. Parallelamente, chi denuncia queste pratiche (attivisti per i diritti dei migranti, giornalisti e avvocati) diventa a sua volta bersaglio di sorveglianza e intimidazioni. Le istituzioni europee e i governi coinvolti possono invocare la sicurezza per giustificare metodi sempre più invasivi, ma, come ricordano gli autorə del rapporto “la sicurezza non dovrebbe mai essere ottenuta a costo di vite umane né attraverso misure illegali o discriminatorie” 10. 1. FTDES. (2025, 30 April). Tunisia’s designation as a safe third country of origin: The European Commission rewards Tunisian authorities for their cooperation on migration and whitewashes their abuses ↩︎ 2. Tunisia: “Nobody hears you when you scream”: Dangerous shift in Tunisia’s migration policy ↩︎ 3. The nexus of technology and migration tech-facilitated border control and implications for Tunisia, FTDES (27 ottobre 2025) ↩︎ 4. International Centre for Migration Policy Development, Centro internazionale per lo sviluppo delle politiche migratorie ↩︎ 5. Alarmphone. (2024). The Illegal and Violent Practices of the Tunisian National Guard in the Central Mediterranean ↩︎ 6. Business and Human Rights Resource Centre. (2024, 4 June). Leonardo. Business and Human Rights Resource Centre ↩︎ 7. European Dactyloscopy: banca dati biometrica dell’Unione Europea contenente le impronte digitali dei richiedenti asilo e dei cittadini di paesi terzi ↩︎ 8. Agenzia dell’Unione europea per la gestione operativa dei sistemi IT su larga scala nello spazio di libertà, sicurezza e giustizia ↩︎ 9. Agenzia dell’Unione europea per la cooperazione nell’attività di contrasto ↩︎ 10. Dal policy paper, pagina 24 ↩︎
La Grecia sta esplorando piani per stabilire centri di rimpatrio in Africa
Il 19 novembre il ministro greco dell’Immigrazione e dell’Asilo Thanos Plevris dichiara all’emittente pubblica Ert che Atene sta valutando l’istituzione di centri di rimpatrio per migranti in Africa 1. In questa iniziativa la Grecia non è sola: un progetto analogo è portato avanti anche dalla Germania. Atene sta lavorando per aprire un dialogo con alcuni stati africani, considerati sicuri che potrebbero ospitare nuovi centri per il rimpatrio. Come affermato dallo stesso ministro, gli arrivi delle persone migranti nella penisola sono in calo (32 mila persone nel 2024, contro 12mila nel 2025) ma questa nuova procedura dovrebbe funzionare da deterrente efficace contro l’immigrazione “illegale” verso l’Europa. «Abbiamo avviato un’iniziativa, in stretta collaborazione con la Germania, per creare un centro di ritorno (un “return hub”) per migranti irregolari fuori dai confini dell’Unione Europea, in Africa.» Thanos Plevris, Reuters 2. Infatti, seguendo le dichiarazioni di Plevris, il fatto stesso che gli hub di rimpatrio siano situati fuori dell’Unione Europea dovrebbe disincentivare le partenze. Inoltre, si tratterebbe di un progetto ideato dai singoli stati membri dell’Unione, che non fa parte di una linea politica comune. Tuttavia, l’8 dicembre durante il Consiglio “Giustizia e affari interni” i paesi membri dell’Ue hanno finalizzato la loro posizione su un regolamento volto a rendere maggiormente uniformi le procedure per i rimpatri 3. Notizie/Regolamenti UE “PAESI SICURI” E RIMPATRI: LA NUOVA STRETTA DELL’UE  Un altro passo verso un sistema che si baserà su detenzione, deportazioni e sorveglianza Redazione 10 Dicembre 2025 Il provvedimento impone obblighi a chi non ha il diritto di rimanere, introducendo strumenti di cooperazione tra stati membri. Nel pratico, si procederà a elaborare una lista comune di paesi di origine sicure e verranno individuati paesi terzi sicuri, in cui istituire dei return hub (centri per il rimpatrio). In sostanza, la Grecia punta a operare in alcuni stati africani con una modalità analoga a quella adottata dall’Italia in Albania. Sebbene l’accordo debba essere negoziato con il Parlamento europeo, esso conferma la volontà di proseguire lungo una direzione ormai consolidata, incentrata su sorveglianza, detenzione e militarizzazione più che su politiche di inclusione delle soggettività in movimento. Si tratta, in definitiva, dell’ennesima tappa di una strategia adottata da tempo, che continua a rafforzarsi. Sul tema della mobilità globale e in particolare delle migrazioni verso l’Europa, è necessaria una premessa: molti dei flussi attuali sono il risultato di processi storici e politici di lunga durata, di profonde disuguaglianze sociali e di persistenti rapporti di dipendenza neocoloniale. A ciò si somma la quasi totale assenza di vie legali per raggiungere l’Europa. Questo restringimento delle possibilità ha di fatto schiacciato le procedure giuridiche sulla richiesta di protezione internazionale. L’aumento degli arrivi in Europa, a partire dal 2015, ha accelerato un processo politico mirato a limitare l’accesso ai paesi UE. Negli anni l’Unione ha infatti stanziato fondi sempre più ingenti per esternalizzare le frontiere, mediante accordi con i paesi terzi e per militarizzare i confini. Tratta dall’inchiesta “Greece a testing ground for smart surveillance technologies” pubblicata su Solomon Un esempio di ciò è rappresentato dall’aumento del budget di Frontex, agenzia che controlla le frontiere esterne dello spazio Schengen e dell’Unione Europea: il suo bilancio è passato da 98 milioni nel 2014 a 750 milioni nel 2015 (Nicolosi, 2023). Tuttavia, i flussi migratori non si sono fermati e la Grecia, per la sua posizione Geografica è uno dei paesi maggiormente coinvolti. I paesi di frontiera rappresentano spesso il banco di prova delle politiche europee in materia di migrazione, da cui traggono beneficio anche gli stati membri che non sono destinazioni di primo approdo, come la Germania. Nel dibattito pubblico, il tema migratorio è stato progressivamente riformulato come una minaccia alla sicurezza dell’intera Unione; si conseguenza, assistiamo a una crescente militarizzazione dei confini. Nella pratica, ciò si traduce in ingenti investimenti per l’acquisto di nuove misure si sorveglianza, da recinzioni e sensori, fino a droni e sistemi di controllo basati sull’intelligenza artificiale, per monitorare e impedire i passaggi di persone attraverso le frontiere europee. In particolare, il confine di terra tra Grecia e Turchia, lungo il fiume Evros, è conosciuto per essere fornito di un importante sistema di recinzioni e sensori ad alta tecnologia per individuare e fermare l’immigrazione irregolare attraverso telecamere ad ampio raggio, sensori termici e droni. Il “modello Evros” inaugura un modello definito “frontiera intelligente” che riflette una crescente dipendenza dalle tecnologie avanzate, soprattutto AI, per gestire e scoraggiare le migrazioni. Questo tipo di cambiamento solleva importanti questioni etiche legate alla tutela dei diritti. La scelta di istituire centri di rimpatrio in paesi terzi ritenuti “sicuri” e di ricorrere a tecnologie avanzate per il controllo delle frontiere è pienamente coerente con la logica dell’esternalizzazione, che sposta le attività di contro oltre i confini dell’Unione. Questo processo comporta il diretto coinvolgimento di stati terzi, ai quali l’Ue fornisce attrezzature e formazione affinché possano intercettare e bloccare i migranti prima che raggiungano il territorio europeo. Secondo quanto mostrato da un’inchiesta di Salomon 4 a Evros questo genere di controllo delle frontiere si è dimostrato efficace, per tanto la Grecia sta espandendo questo progetto ai suoi confini settentrionali, nell’ambito del progetto “E-Surveillance” dell’Unione Europea (per 35,4 milioni di euro). Tratta dall’inchiesta “Greece a testing ground for smart surveillance technologies” pubblicata su Solomon In particolare le attrezzature utilizzate sarebbero: veicoli 4×4 con telecamere termiche, droni e sistemi in grado di comunicare in tempo reale con i centri di comando fissi regionali e nazionali. La regione di Evros, inoltre, rappresenta più di un banco di prova: questi dispositivi di controllo verranno utilizzati anche per trattenere le persone all’interno del territorio greco, limitando gli spostamenti verso i Balcani e oltre. Questo sistema diventerà pienamente operativo nel 2027 e agisce automatizzando ciò che dipendeva dall’osservazione umana: l’attraversamento della frontiera verrà rilevato da una telecamera, tracciato con un drone e trasmesso in tempo reale a un centro di comando. La frontiera settentrionale della Grecia è da anni un punto di transito per chi tenta di raggiungere l’Europa occidentale attraverso la rotta balcanica. In quest’area Atene ha spesso tollerato i passaggi, considerandoli un modo per alleggerire la pressione degli arrivi sul proprio territorio. Tuttavia, le pressioni politiche, in particolare da parte della Germania, sono cresciute: Berlino chiede una riduzione dell’immigrazione secondaria dalla Grecia, sostenendo che i rimpatri debbano aumentare. Ad esempio, nel 2024 la Germani ha ricevuto 25.000 domande di asilo sa persone già riconosciute come rifugiate in Grecia. In questo contesto, la creazione di hub di rimpatrio in paesi tersi appare come una soluzione vantaggiosa per entrambi i governi, capace di ridurre le tensioni politiche. Quello che desta preoccupazione è il costo umano che hanno questo tipo di provvedimenti. Lungo la rotta balcanica si registrano in modo sistematico episodi di violenza denunciati dalle persone in movimento, mentre nel Mediterraneo sono molteplici i naufragi e i respingimenti che avvengono sotto lo sguardo dei sistemi di sorveglianza europei e in molti casi con il coinvolgimento dell’agenzia europea per il controllo delle frontiere. Le organizzazioni che si occupano di tutela dei diritti umani e della salvaguardia dei diritti dei migranti, come ad esempio Amnesty International 5, avvertono che la tecnologia contribuisce pienamente alle violazioni dei diritti umani sulle frontiere, poiché si tratta di strumenti privi di compassione e guidati da politiche la cui logica di base è quella della deterrenza, non della protezione. I centri di rimpatrio hanno una funzione analoga: che siano collocati in suolo europeo, oppure in paesi terzi si tratta di misure di confinamento e controllo dei corpi migranti. Sono numerosi i report delle ONG che lavorano in territorio greco e si occupano di documentare le condizioni di detenzione amministrativa all’interno dei Pre-Removal Detention Centers (PRDCs) e di confinamento forzato nei Controlled Access Centers (CCACs). Approfondimenti GRECIA. IL CLOSED CONTROLLED ACCESS CENTRE (CCAC) DI VASTRIA Un modello della politica migratoria europea Maria Giuliana Lo Piccolo 2 Settembre 2025 In generale, quello che emerge è una particolare reticenza nel permettere l’ingresso degli operatori umanitari all’interno di queste strutture, in molti casi le informazioni sulle condizioni di vita all’interno dei centri vengono ricavate dalle interviste svolte direttamente con i detenuti. Inoltre, molto spesso le organizzazioni richiedono l’accesso ai dati delle autorità e del ministero riguardanti il numero dei rimpatri e i dati demografici della popolazione rimpatriata, ma le risposte risultano incomplete e arrivano in ritardo. Nella maggior parte dei casi, i monitoraggi mostrano che le detenzioni si protraggono oltre i limiti previsti, anche per persone particolarmente vulnerabili; l’assistenza legale è insufficiente e le informazioni sui diritti sono scarse; il supporto psicologico e sanitario risulta inadeguato; le condizioni materiali di esistenza sono precarie, senza alcuna attenzione ai bisogni fondamentali e i maltrattamenti sono all’ordine del giorno. L’utilizzo degli hotspot è stato introdotto al livello europeo nel 2015, anno dell’inizio della crisi migratoria, che oggi sembra aver assunto i connotati di una crisi dell’accoglienza. In questo modello gli hub fungono contemporaneamente da strutture di accoglienza e di detenzione, normalizzando delle condizioni di esistenza caratterizzati dalla totale assenza di salute, intesa come benessere generale degli individui. Inoltre, la pratica consolidata dei respingimenti alla frontiera favoreggia la detenzione illegale dei migranti in strutture del tutto informali e spesso nascoste, in cui le violenze sono continue. Nonostante il lavoro di advocacy e sensibilizzazione delle organizzazioni della società civile, dall’estate 2024 sono aumentati gli episodi di violenza alle frontiere, che hanno causato morti e feriti gravi. In generale, l’utilizzo degli hotspot, della detenzione amministrativa e l’uso strumentale delle forze di polizia svela la presenza di un modello basato sulla sistemica violazione dei diritti delle persone, operata per ragioni di deterrenza. Alla luce di ciò è necessario porsi un interrogativo fondamentale: in che modo le nuove procedure sui rimpatri e l’istituzione dei return hub in paesi terzi dovrebbe inaugurare un modello maggiormente rispettoso dei diritti umani e del diritto di asilo delle soggettività in movimento? Il CCAC di Samos (Refugee Support Aegean) 1. Greece and Germany plan migrant return centers in Africa, eKathimerini (19 novembre 2025) ↩︎ 2. Qui l’articolo ↩︎ 3. Council clinches deal on EU law about returns of illegally staying third-country nationals, Council of the EU (8 dicembre 2025) ↩︎ 4. Greece a testing ground for smart surveillance technologies, Solomon (29 novembre 2025) ↩︎ 5. Global: New technology and AI used at borders increases inequalities and undermines human rights of migrants, Amnesty International (maggio 2024) ↩︎